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Manila in 22 Aprile 2008


“Non si può capire la schizofrenia se non si capisce la disperazione.”(Ronald David Laing) “Qual'è il tuo nome, soggetto Quarantacinque? Sai dirmi che giorno è oggi?” Una luce pallida ed intermittente illumina quelli che paiono i contorni di una stanza di degenza dalle pareti bianche: in alto una vetrata a specchio, dietro la quale non si riesce a scorgere chi stia parlando, eppure Manila sa bene trattarsi della voce del Dottor Pini. Un timbro sconosciuto, di donna, parla ora al microfono e la sua voce riempie la camera. “Ti ricordi cosa è accaduto? Se nomino il signor Fabio Martinelli, sai dirmi qualcosa di lui?” Quel nome, Fabio, il simpatico fotografo che lavora per Manila: che gli sarà mai capitato? “Soggetto Quarantacinque, - torna a farsi sentire la voce di Paolo dall'altoparlante – sai di trovarti all'Istituto Psichiatrico Pini di Milano? Rammenti gli episodi accaduti in questi ultimi giorni di degenza?” Ed è qui che la disperazione cresce potente, come un'onda implacabile che si abbatte sulla mente umana: Manila, naufraga di questo sentimento che annebbia la vista e mostra ogni lineamento sottolineato del rosso dell'ira crescente, non trova pace e ricordi, pur cercando disperatamente in ogni suo angolo di cervello. Le pare solo un brutto sogno, un incubo, dal quale presto si sveglierà per ritornare alla sua vita di sempre, ad un nuovo articolo, a nuove storie, nuova vita. “Soggetto Quarantacinque?”


Fa freddo: magari è la stanza a non essere gelida, tuttavia Manila non riceve calore. Accasciata sul pavimento, osserva ancora il soffitto, quasi vagasse con la mente fuori da quella camera, fuori da quell'incubo. Il cuore batte per inerzia nel suo petto, mentre le labbra screpolate sussurrano ogni tanto qualche parola incomprensibile nell'aria. Ha perso la cognizione della realtà Manila, che non ricorda, né che giorno sia oggi, né perché o come sia arrivata in quella stanza. Si alza lentamente, guardandosi attorno, ma il suo sguardo non esprime stupore, quanto rassegnazione. Accanto alla vetrata vede una ragnatela. Forse non è lì, ma è chiaramente un segno. Era caduta in una ragnatela: più cercava di muoversi e più le speranze di uscirne viva si assottigliavano. Magari era caduta proprio in quella ragnatela e, adesso, vedeva le cose da là sopra, sperando di essere la


pazza che rimaneva a fissarne la tomba da là sotto. Tutto questo aveva poca importanza: quando di tocca il fondo, quando il buio è talmente denso da morderti il viso, è inutile cercare il perché, bisogna attendere la propria fine, aspettare che il ragno si cibi del tuo corpo, senza gemere, senza piangere. Era sempre stata una mosca, Manila, una stupida e insignificante mosca. Le parole dell'altoparlante le fanno eco nella mente, si perdono tra fili rossi e bianchi e pulsano nelle sue orecchie. Niente ha importanza, adesso. Manila guarda verso la sagoma che si intravede dalla vetrata, e con rauca voce sospira. "Posso avere una sigaretta?" Alla sua richiesta non si ode risposta, se non una voce provenire fioca da uno degli angoli bui della camera. “Le hai viste anche tu, vero? - il viso di suo padre: egli giace accucciato, nudo, in un angolo, tremante – Le ombre, le voci: le vedi, le senti anche tu ora? Io non sono pazzo, non ero pazzo... si alza in piedi e Manila ne scorge il corpo deturpato, scarno, in alcuni punti con l'epidermide logora, lacerata – Io non sono pazzo! - grida l'uomo, correndo verso l'oblò della porta che dà sul corridoio – Che i topi si nutrano dei vostri occhi: la fine del mondo è oramai prossima!” Si volta l'uomo, schiumante di rabbia, verso la figlia: allunga le mani, come in catalessi. “Io avevo veduto la verità, ma tu mi hai fatto internare, come un folle, uno psicopatico da quattro soldi. Manila, stupida sciocca: non hai riconosciuto la verità negli occhi del tuo genitore. Che tu sia maledetta, perché hai condannato la razza umana all'estinzione! - sorride,


osservandola in estasi ed afferrandola al collo con le dita ossute: Manila sente le unghie dure e sciupate del padre affondare in un primo strato di pelle – Non che la cosa sia molto importante: privare il cosmo di una razza inferiore, paragonabile ai parassiti. Siamo parassiti, pulci, pidocchi, zecche! Zecche, che buone da sgranocchiare, sì, buone, buone, ci sfamano...”

Manila si gira di scatto: quello non può essere suo padre. “Lui non...” Ne osserva la pelle lacerata, il corpo ossuto, quasi irriconoscibile. Ricordi e pensieri si affollano nella testa della ragazza, che si porta le mani ai capelli, mentre la disperazione le solca il viso con qualche tiepida lacrima. "Papà, io... Non volevo! Papà, mi dispiace! Non sapevo, non potevo capire!" Manila singhiozza, come se dentro di lei un fuoco le bruciasse la carne, come se nelle sue vene scorressero piccole lame di ghiaccio. Manila sgrana gli occhi sentendo la forte presa del padre sul suo collo. Il respiro diventa irregolare, sente le dita ossute penetrarle nella pelle. La ragazza cerca di


liberarsi con le poche forze rimaste, mentre tenta tra un respiro e l'altro di dire qualcosa. Non doveva finire così... Divorata dalle ombre che vivono nella sua mente. Non doveva finire così... Le dita serrano il collo di Manila, ma il viso del padre si scioglie in una cascata di insetti verdi, intervallata di larve bianche maleodoranti; il soggetto che cinge la ragazza ora è la madre, la sua amata madre scomparsa, che fissa la figlia con occhi terrorizzati e colmi di odio. “Tu, lurida creatura indegna, tu sei come loro, sei un essere informe e col cuore malato, desideroso di terminare il pulsare della vita altrui. Ci stai condannando tutti, tutti quanti ad una fine annichilita di sofferenza e lamenti, tormenti infernali ed agonia infinita. - distoglie le mani dal collo di Manila, sgattaiolando sotto al lettino della stanza – Perché ti ho messa la mondo, perché? Dovevi essere frutto di amore e ti sei rivelata frutto di tragedie. I demoni erano venuti per te, io avevo detto loro di nutrirsi di te, ma loro hanno preferito me, le mie carni alle tue fresche e giovani di bambina. Tu dovevi essere mangiata dai demoni della notte, non io, non io, che sono pura di spirito. Che Dio ti maledica, figlia del diavolo!”


Nel vedere la madre, il cuore di Manila sembra per un attimo farle provare qualcosa di diverso dalla disperazione che divampa nel suo corpo. Il suo viso, cosĂŹ uguale a quello di tanti anni fa, le sue labbra. Quella debole luce si trasforma nuovamente in tenebra nel vedere il suo sguardo carico d'odio e di rancore. Non appena la madre lascia la presa, Manila si accascia sulle ginocchia, portandosi le mani al collo. Le parole della madre sono come gocce gravide di un nero odio che scivolano fredde sulla fronte della ragazza. Manila ascolta in silenzio e, all'improvviso, tutto si fa chiaro. La morte della madre, la pazzia del padre, e adesso la sua condizione. Il fuoco che le tormentava le viscere adesso sale velocemente attraverso il collo lacerato, sulle guance, dentro gli occhi: come in un'implosione, seguita da un'esplosione, di rabbia, la ragazza urla con tutte le sue forze. “Basta! - si catapulta vicino al letto, urlando verso la madre – sparisci, maledetta! - gli occhi iniettati di sangue, il viso gonfio di rabbia – Vi odio, vi odio, vi odio, sparite! Lasciatemi in pace!"


Disturbi visivi, paragonabili ad uno “streaming” radiotelevisivo senza segnale, suoni assordanti di trasmissioni confuse ed accavallate l'una sull'altra ad un volume impressionante, poi il nulla, il buio, il silenzio. “La morte ti fa bella, la morte contorna le tue gote di un pallore nostalgico, fanciullesco, delicato. Manila, - non più dolore, non più sofferenza – tutto ciò che vivrai da oggi si può riassumere in atrocità, follia, decadenza, innovazione, compassione e razionalità.” Fra le mani la ragazza stringe un viso, una testa divelta, strappata con forza dal proprio corpo: Fabio, che sorride in una smorfia di dolore estremo. “Ora posso dettarti la mia vita: ora sono certo di essere compreso, capito, ascoltato, perché tu ora sei proprio ciò che sono io. Siamo figli di un dio minore, esseri depravati e privi di un senso logico, vite tagliate immerse in un mare di lamenti, che solo noi possiamo comprendere. - lentamente una luce artificiale delinea la stanza, uno studio elegante, moderno, dove al centro di esso, su un divanetto, comodamente sdraiato, siede Paolo; Manila, con il corpo adagiato nel velluto rosso, carezzante la testa di Fabio, ascolta quelle parole taglienti come lame – Correva l'anno Tremila avanti Cristo, in Egitto...” Giace in una bara spaziosa la ragazza: niente più fiato, nessun palpitare nel petto di Manila, che ascolta parole di ere passate e vissute, carezzando il viso di quella che comprende essere la sua prima vittima, che pare sussurrarle: “belle le foto, capo?!”.


22 aprile 2008 manila  

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