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Photofobia in 12 Aprile 2008


Dai pertugi di cemento e pietra del sottosuolo milanese percolano gocce dai sentori nauseanti, che si stagliano sulle banchine dei canali di scolo, perdendosi in pozze gelide, come metafore di vita perdute, celate al sapere del mondo. Le luci di servizio gialle illuminano, ad intermittenza, i passaggi delle fognature, che si snodano sottili e profondi nelle viscere della città.

Photofòbia, al seguito del gruppo di reietti conosciuti poco tempo addietro nelle fogne, ha raggiunto il luogo che le avevano indicato sulla mappa. “Un vicolo cieco, dannazione Mask!” Sbotta con un gesto di stizza Gunz; i quattro si ritrovano proprio in un canale che non vede uscite, se non un pertugio dal quale fuoriesce, percolando in un rigagnolo, acqua marrone dall'olezzo fastidioso. L'uomo mascherato, avvicinando una mano al buco, si pronuncia, con la sua voce ovattata. “Qui dietro, non ho dubbi... - si volta e sembra stia fissando Photofòbia con i suoi occhi, di cui si scorgono solo i contorni delle cavità oculari – Phòbia, riusciresti a passare qui dentro con me? Oltre questo canale sento che c'è la rima baciata per permettere ai


versi al nostro seguito di susseguirsi in un'ordalia, per comporre il poema del nostro viaggio.” La voce di Marie si staglia opprimente nella testa di Photofòbia. “No, no, no, non lo fare! Anche se ora c'è poca acqua, dopo ne arriverà tanta. Finiremo intrappolate, finiremo schiacciate dai flutti, finiremo annegate. No, no, no, non dobbiamo morire, no, no, no, noi dobbiamo fuggire.”

Photofòbia cammina ingobbita al seguito del gruppo, portandoli esattamente dove desideravano. La voce di Mask preme pulsante nel suo cervello, come se dovesse eseguire il compito assegnatole con insistenza, invece, al contrario, la voce di Marie la blocca, intimorendola. “E’ pericoloso: c’è morte là dietro… Non possiamo morire, non possiamo


morire!” Le mani si avvicinano alla testa, premendo contro di essa: Photofòbia è molto indecisa. “Marie, non possiamo andare, ma non possiamo nemmeno lasciarli soli: come facciamo? Cosa facciamo? Non vogliamo morire, l’acqua è pericolosa!” Esclama la ragazza, osservando Mask e gli altri. “Io vi ho portati dove dovevo. – si interrompe bruscamente la reietta, osservando il piccolo cunicolo del muro – Non voglio separarmi da creature simili…” La mano destra di Photofòbia, tremolante, si avvicina alla maschera di Mask, senza nemmeno sfiorarla, ma donando ad egli una carezza immaginaria. “La rima è là dietro, l’acqua mi spaventa, ma siete le creature più simili a me…” Photofòbia si siede per terra, incrociando le gambe e tentando di assumere una postura innaturale per un qualunque corpo umano: tenta di portare le gambe incrociate sopra la testa, cercando di usare le medesime come un anello dal quale può osservare la situazione da un’altra angolatura. “Lo faccio? Non lo faccio? Marie, cosa devo fare? Sono uguali a noi, sono reietti come noi, sono amici di Photofòbia e Marie!” Dice ad alta voce all’amica, sperando che ella le risponda consigliandole. “Mask, cosa dobbiamo fare? Photofòbia e Marie temono l’acqua…” Photofòbia assume la sua postura con armonia: posizione amorfa elegante e sinuosa, che la rende bella come solo la statua di un artista cubista saprebbe essere. Gunz, stizzito, tira un calcio al muro. “Mask, che vuoi fare ora?” Bell, rinfoderando la pistola, si avvicina lenta la muro,


ascoltando i suoni provenire dal pertugio. “Acqua... Si sta avvicinando dell'acqua. Mask, se devi infilarti là dentro, fallo subito, perché fra poco penso che diventi inutilizzabile questo canale.” Mongrel torce il proprio collo di lato, producendo un suono disarticolato di cartilagini fastidioso. “Phòbia, io vado... E' questo il momento in cui comprendere che l'essere accettata vuol dire rischiare.” L'uomo mascherato scompare alla vista di tutti, premendosi nelle spalle ed imboccando lo stretto canale di scolo. Bell si volta di scatto e, per un istante solo, osserva Photòfobia, quindi torna ad impugnare la sua arma, puntandola all'imboccatura del canale dal quale sono giunti. “Ci sono animali in questi canali, oltre ai topi?” Torna a farsi viva la voce di Maria. “Scappa ancora di più, scappa, scappa! Il mostro bianco con la coda lunga deve averci sentito... Scappa, perché ha gli artigli affilati, la bocca affamata! Scappa e lascia loro in pasto al mostro, scappa in un tubo, tanto loro non possono seguirti! Abbandonali, come la gente ha sempre abbandonato noi!”

“Il mostro con la coda bianca lunga ha fame…” Sussurra soltanto, persa fra i suoi pensieri. Ascolta la voce di Mask ed in un istante lo vede scomparire dalla sua vista. “Il mostro bianco ha fame.” Biascica in direzione dei due rimasti, per poi alzarsi e avvicinarsi al pertugio. “Essere accettati o essere morti?” Pensa Photofòbia, per poi cercare di contorcersi e infilarsi nel pertugio. “Marie, senza di noi non riuscirà mai a sopravvivere:


il mostro ha fame e lo mangerà, li mangerà tutti! Non siamo mai state accettate ed ora che lo siamo, voglio vivere in questo modo. – si ferma a pensare per qualche minuto – E se poi ci abbandonassero?” Si ferma poco prima di entrare nel cunicolo, quindi stringe i denti e fa quello che Marie le ha consigliato: si acquatta a terra, iniziando a strisciare, senza fare il minimo rumore e cerca in fretta un tubo, per nascondersi dall’acqua e dai guai che stanno per arrivare. La volontà di Marie prende il sopravvento su quella razionale ed un poco ingenua di Photofòbia: non fa in tempo a finire di parlare, che la sua voce già si perde in uno dei tubi di scolo, portandola via dal canale principale. “Brava, brava, amica mia, fuggiamo, fuggiamo, scappiamo! Nessuno ci vuole bene, nessuno ci accetta, nessuno ci salva... Solo io ti proteggo, solo io ti voglio bene!” Ovattata la voce di Gunz penetra nei tubi, nei quali sta fuggendo la reietta. “Ci ha fottuti!” Un boato d'acqua, l'urlo della creatura, poi spari ed un ennesimo boato, infine la calma assoluta fra l'infrangersi dei flutti. “Fuggi ancora, fuggi, per di là! Torniamo a casa... Tu sei la regina e loro avevano invaso il tuo territorio. Dovevano morire, tanto sarebbero morti lo stesso! Ora sono cibo per la creatura... Forse quando il mostro bianco se ne sarà andato potremo andare a prendere pezzi di carne buona, vero? A Marie piace la carne bagnata, a te?”


Photofòbia corre veloce per il tubo, sentendo il boato alle sue spalle, chiudendo gli occhi spaventata. “Marie…” Un sussurro detto al vuoto, inizia a piangere inesorabilmente, pensando che, in fin dei conti, Mask verrà sommerso senza via di scampo dall’acqua. La reietta ascolta le parole di Marie, mutando le lacrime in un sorriso di compiacimento, ridacchiando ed iniziando a saltellare felice. “Si! Carne fresca, carne fresca! La mangiamo, ci sfamiamo con la carne bagnata. – dice Photofòbia iniziando ad intonare una cantilena – Gli occhi ci riflettono: sono lo specchio dell’anima, la loro era sporca, andava recisa. Strappiamo la carne dalle ossa, strappiamo il cuore dal loro petto immondo, mutiliamogli i volti da bambola, i volti da sogno col collo spezzato. – continua, fomentando sempre più Marie – Canta con me, amica mia, cantiamo la loro morte atroce fra le fauci del mostro, cantiamo la loro morte fra le nostre bocche. La carne bagnata ci piace, ci affascina: possiamo strappar loro qualcosa di morbido, le gambe magari; potremmo farci un vestito di pelle, degno della più grande regina oscura delle fognature milanesi! – il canto di Photofòbia raggiunge il suo culmine, esaltando ancor di più la sua follia – O Marie, un vestito degno della più grande signora delle tenebre! Nascondiamoci allora: il mostro non deve venire da noi, deve ucciderli, mutilarli, così potremmo vestirci di una pelle che, per una volta, non sarà la nostra!” Trotterella in una posizione simile a quella delle scimmie, con le gambe flesse e le nocche poggiate per terra. I


capelli sporchi e inumiditi dall’acqua le si appiccicano alla pelle del volto, mentre sgattaiola insieme a Marie verso la sua dimora oscura, nelle profondità di Milano, senza voltarsi nemmeno a guardare. Il tubo in ghisa arrugginita, sotto le mani ed i piedi di Photofòbia, inizia ad oscillare: i buchi e la struttura precaria, sotto il peso, seppur minimo di Photofòbia, si stanno incrinando terribilmente. La ragazza sente la tubatura cedere e, poco prima che riesca a svoltare in un nuovo pertugio sicuro, la struttura collassa sotto di lei, andando in frantumi. Un salto nel vuoto: si vede cadere in una voragine enorme, una grotta ciclopica, che mai aveva visto prima, pur conoscendo l'intera rete dei canali. Mentre precipita, riconosce con gli occhi quella che pare essere una città antica, dagli enormi saloni in pietra scolpita, con scalinate immense e una bellezza grottesca non paragonabile al mero mondo delle fogne: si sente come già morta e nel suo paradiso più remoto e desiderato. “Salvaci!” Le grida Marie, mentre la reietta sta precipitando inesorabilmente in un baratro, irto di stalattiti gocciolanti dall'alto della volta in roccia nuda. “Salvaci!”


Come una visione, il paesaggio grottesco della fognatura le si para innanzi agli occhi: Photofòbia si sente precipitare in un volo angelico. Il tubo sotto i suoi piedi ha ceduto ed ora sta cadendo in un baratro. Le stalagmiti pendono dalla caverna di roccia e, nel precipitare, Photofòbia cerca di aggrapparsi ad una di queste. “Marie, aiutami!” Grida Photofòbia, cercando di imprimere in quel gesto tutto il coraggio e la forza che possiede. La regina del sottosuolo milanese è quasi spacciata: la sua vita, vissuta all’interno della fognatura, sta per terminare tra atroci sofferenze. “Devo allungare la mano, contorcermi, fare qualcosa!” Photofòbia si agita disperata, già sicura della fine atroce che il destino pare abbia in serbo per lei e Marie. La reietta, dando sfogo alle sue energie e grazie alla malleabilità delle sue articolazioni, cerca di aggrapparsi ad una stalattite, per cercare di evitare di finire nel baratro alto decine di metri o, peggio ancora, trafitta da un qualche spuntone di roccia. Raggiunge un appiglio sicuro in silenzio, mentre osserva una placca in ghisa corrosa del tubo, infrangersi in mille scintille al suolo, memore di ciò che le sarebbe potuto accadere. “Vive, siamo vive, sì!” Marie canticchia contenta, ma presto si ammutolisce, mentre gli occhi di Photofòbia scorgono tre figure percorrere la scalinata sotto di lei: pare non la abbiamo vista, sentita o percepita. “Quella maledetta! Lo sapevo che l'avrei dovuta ammazzare subito!” Photofòbia riconosce la voce di Gunz, seguita da


quella di Bell. “Che troia! Fa nulla, Gunz, tanto l'avremmo uccisa una volta arrivati qui dentro.” Li precede Mask, con il suo passo accucciato e la posizione inclinata del capo, come fosse il loro segugio. Una nuova voce nella testa di Photofòbia: il timbro è sconosciuto, non è quello di Marie e la voce è calda, dolce, una voce che mai il suo cuore ha sentito prima. “Non mi sarei aspettato nulla di meno da te, Phòbia... Segui il coniglio mascherato, Phòbia, raggiungi la tana del coniglio reietto. Siamo noi che abbiamo usato te o sei tu che stai usando noi?”

Photofòbia resta aggrappata alla stalagmite, rimanendo in silenzio ed ascoltando le parole di Marie, con un piccolo sorriso sulle labbra. “Lo sapevamo!” Pensa dentro la sua mente, che viene invasa poco dopo da una voce calda; ne ascolta le parole, socchiudendo gli occhi e decidendo di seguire, a debita distanza, il terzetto formato da Gunz, Bell e Mask. “Marie, seguiamoli, attendiamo la loro fine e banchettiamo.” Un pensiero nella mente di Photofòbia, mentre l’unico desiderio che possiede ora è la vendetta contro Bell e Gunz. Un nuovo sentimento va ad arricchire il cuore di Photofòbia, che ghigna soddisfatta.


12 aprile 2008 photofobia