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PUNTATE QUINDICI E SEDICI del 20/21 FEBBRAIO 2013 Da bambina avrei voluto essere un pesce, perché nell’acqua non si sente dolore, immaginavo. Ogni cosa ha bisogno del suo tempo: le ferite per guarire, le malattie per fare il proprio decorso. Da bambina l’unico posto in cui non sentivo dolore era l’acqua. Voglio scrivere la storia della bambina divenuta pesce, pesce felice. Avevo il lago sereno di settembre per tuffarmi e mettere la testa sotto l'acqua, tutta la testa. Fossi stata un pesce, davvero non avrei avuto necessità di tirarla fuori. Finalmente trovo il coraggio di varcare quella porta, lasciarmi alle spalle anni e anni di solitudine e abbandono, lui ha lo sguardo basso quando lo oltrepasso, sa il male che mi ha fatto, lo leggo in ogni cellula del suo corpo ma ora come ora non me ne importa nulla. Guardo con disprezzo anche quella donnina in uniforme che gli sta accanto e m’incammino sempre più velocemente verso la luce della libertà, verso quel gruppo di donne che con la loro voce ha risvegliato la mia volontà intorpidita. Le sento ancora, sento Annaviola pronunciare il mio nome ad alta voce, urlare: "Rossellaaaaaaa vieniiiiii”. Sento il caldo del sole entrare in me, sciogliere le mie membra, corro... corro... continuo a correre. Corro perché l'amore non può incatenare: un giorno t'innamori inseguendo un sogno di libertà e poi ti ritrovi a fare i conti con i compromessi illusori di quello che inconsapevolmente hai barattato in nome di un Amore. Ora corro, voglio scrollarmi di dosso la polvere accumulata, far uscire la luce sopita dentro di me, non inseguirmi ti prego o abbraccia il mio mondo per sempre. E' lì che mi trovi, sfogliami, spogliami ma non nascondermi d'abitudini grigie. - Vedere il mondo con i propri occhi è un diritto di tutti -, disse e si mise a sedere accanto al mio letto. Io abbassai solo un po’ la coperta, scoprendo l’occhio sinistro. Lui mi fissava, immobile, quieto. Era giovane per essere un dottore. Di tanto in tanto arrivavano i bisbigli sommessi di mamma e papà, acquattati, di certo a spiare, dietro la porta. I lunghi capelli biondi si adagiavano su un paio di spalle forti e larghe. Gli occhi neri di carbone mi fissavano senza lasciar trapelare giudizio o commozione. Aprì la piccola borsa di pelle marrone e ne estrasse l’immancabile stetoscopio. Mi coprì, fulminea, fin sopra la testa. Lui scoppiò in una risata anomala e travolgente. Quasi soffocava. Poiché non accennava a smettere dopo un po’ mi lasciai travolgere e cominciai a ridere fragorosamente anch’io. Ero debole per la febbre e mi sentivo come ubriaca, il letto ondeggiava su un mare


misterioso, cuore.

eppure

sentivo

come

se

mi

si

fosse

‘stappato’

il


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