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Non sapenno chiffare, s'avvicinò a uno dei tavolini conzati. Tutto quello che c'era stato da mangiari, se l'erano sbafato. Nobili sì, ma affamati peggio di 'na tribù del Burundi doppo la siccità. «Desidera qualcosa?» gli spiò un cammarere. «Sì, un J&B liscio». «Non c'è più whisky, signore». Dovi va assolutamente viviri qualichi cosala scopo rianima tivo. «Un cognac». «Terminato anche il cognac». «Avete qualcosa d'alcolico?». «No, signore. Sono rimaste aranciate e Coca-cola». «Un'aranciata» disse cadenno nella depressione prima ancora d'accomenzare a viviri. Ingrid arrivò di cursa con dù ricevute 'n mano mentre il barone sonava 'na secunna carrica di cavalleria. «Dai, vieni, il barone ci chiama all'ippodromo». gli dette la so ricevuta. 92 93 L'ippodromo era nico e semplicissimo. Consisteva in una granni pista circolare contornata ai due lati da steccati vasci fatti di rami d'àrbolo. C'erano macari dia torrette di ligno, ancora senza pirsone supra. Le gabbie di partenza, sei, ancora vacanti, erano allineate in funno alla pista. Gli invitati si potivano mettiti torno torno al percorso stanno ad-dritta. «Mettiamoci qua» disse Ingrid. «Siamo vicini all'arrivo». S'appuiaro alla staccionata. A picca distanza c'era 'na striscia bianca addisignata in terra, che doviva essiri il traguardo, e alla so altizza, ma dalla parte interna, ci stava una delle torrette destinata forsi ai giudici di gara. Supra all'altra torretta spuntò il barone Piscopo con il microfono 'n mano. «Attenzione, prego! I signori giudici di gara, conte Emanuele della Tenaglia, colonnello Rolando Romeres, marchese Severino di San Severino, prendano posto in torretta!». 'Na parola. Alla piattaforma della torretta si arrivava con una scaletta di ligno, chiuttosto scommoda. Considerato che il più picciotto, il marchisi, pisava minimo centovinti chili, che il colonnello era un ottanti-no col trimolizzo e il conte aviva la gamba mancina rigida, il quarto d'ora che ci misiro ad arrivari in cima fu, sostanzialmente, un record. «Una volta ci hanno impiegato tre quarti d'ora a salire» disse Ingrid. 94 «Sono sempre gli stessi.?». «Sì. Per tradizione». «Attenzione, prego! Le gentili amazzoni si portino £.on i cavalli nelle gabbie loro assegnate!». «Come le assegnano le gabbie.?» spiò MontaJbano. «Per sorteggio». «Come mai Lo Duca non si vede.?». «Sarà con Rachele. II cavallo col quale lei corre è suo». «Sai quale gabbia le è stata assegnata.?». «La prima, quella più vicina alla parte interna». «E non poteva essere diversamente!» commentò un tale che aviva sintuto il discorso dato che s'attrovava a manca di Montalbano. Il commissario si voltò verso di lui. II tale era un cinquantino sudatizzo, con una testa accussì pilata e sbril-luccicante che faciva malo all'occhi taliarla. «Che vuole dire.?». «Quello che ho detto. Con Guido Costa che sovrintende, hanno il coraggio di chiamarlo sorteggio!» fici il sudatizzo sdignato allontanannosi. «Ma tu hai capito che voleva dire.?» spiò a Ingrid. «Ma sì! Le solite malelingue! Siccome a Guido è affidato il sorteggio, il signore sosteneva che il sorteggio è stato falsificato a favore di Rachele». «Ma questo Guido sarebbe...». «Sì». Dunque nell'ambiente era cosa cognita che c'era 'na filama tra i dù. «Quanti giri fanno,?». «Cinque». 95

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