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«D'accordissimo» disse Mimi. Fazio parse però tanticchia dubitoso. «Dottore, la cosa deve succedere per forza in commissariato e supra a questo non c'è dubbio. Però in commissariato c'è macari Catarella». «Embè?». «Dottore, Catarella è capace di mannare a futtiri tutto. Capace che porta Prestia da me e Lo Duca da lei. Vossia capisce che con lui pedi pedi...». «Va bene, fallo venire qua. Lo mando in missione segreta. Tu fai le telefonate che devi fare e poi torni. Ma-cari tu, Mimi, organizzati». 246 I dìj niscero e doppo un milionesimo di secunno Catarella arrivò di cursa. «Catare, entra, chiudi la porta a chiave e assettati». Catarella eseguì. « Stammi a sintiri bene pirchì ti devo affidati un compito dilicatissimo che nessuno deve sapere. Non ne devi fari parola». Catarella, emozionato, accomenzò ad agitarisi supra la seggia. « Devi andare a Marinella e ti devi appostare in una casa in costruzione che c'è darre a quella dove abito io, ma dall'altra parte della strata». «Accanoscio il loco dell'allocalità, dottori. E doppo che appostato mi fui che fazzo?». «Ti porti un foglio di carta e 'na biro. Piglia nota di tutti quelli che passano supra alla pilaja davanti alla me casa, e scrivi se sunno masculi, fìmmine, picciliddri... Quanno fa scuro, torna in commissariato con la lista. Non ti fari vidiri da nisciuno! E cosa segretissima asse! Vacci ora stisso». Sutta al piso di quella enormi responsabilità e commosso fino alle lagrime per la fiducia che il commissario gli dava, Catarella si susì, russo come un gallinaccio, senza arrinisciri a parlari, fici il saluto militari sbattenno i tacchi, faticò a girari la chiave nella toppa e a rapriri la porta, ma finalmenti arriniscì a nisciri. «Fatto tutto» disse Fazio trasenno doppo tanticchia. «Michilino Prestia veni alle quattro e Lo Duca alle quattro e mezza spaccate. E questo è l'indirizzo di Bellavia». 247 Gli pruì un pizzino che Montalbano si misi 'n sac-> chetta. « Ora vado a diri a Gallo e a Galluzzo quello che devono fari» secutò Fazio. «Il dottor Augello m'ha detto di farle sapere che è tutto a posto e che alle quattro sarà pronto nel parcheggio». «Bene. AUura sai che ti dico ? Che me ne vado a man-; giare». Spilluzzicò tanticchia d'antipasti, non volle la pasta, si mangiò sforzannosi dù àiole. Aviva la vucca dello stomaco che pativa stritta da un pugno. E gli era passata -la gana di cantari. Di colpo, l'aviva pigliato la prioc-cupazione per la facenna del doppopranzo. Avrebbi funzionato tutto? «Dottore, oggi non mi dette soddisfazione». «Scusami, Enzo, ma non è jornata». Taliò il ralogio. Aviva appena il tempo di una pas-siata fino al faro, ma senza assittatina supra allo scoglio. Al posto di Catarella c'era l'agente Lavaccara, un picciotto sperto. «Sai quello che devi fare?». «Sissignore, Fazio me l'ha spiegato». Trasì nella so càmmara, raprì la finestra, si fumò 'na sicaretta, richiuì la finestra, tornò ad assittarisi e in quel momento tuppiarono alla porta. Erano le quattro e deci. «Avanti!». 248 Comparse Lavaccara. «Dottore, c'è il signor Prestia». «Fallo entrare». «Buongiorno, commissario» fici Prestia trasenno. Mentri Lavaccara richiuiva la porta e tornava al posto so, Montalbano si susì, gli pruì la mano. «S'accomodi. Mi dispiace sinceramente di averla disturbata, ma sa come vanno certe cose...».

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