Issuu on Google+

IL FUNGO NEL BOSCO FATATO

Ai tempi in cui sul mondo aleggiava, ancora, il magico profumo della fantasia, viveva, in un bosco di alberi centenari, di ogni specie, una formica che, da tutti gli abitanti dello stesso, era conosciuta come Nonna Formicone. Come fosse nato questo nome, non corrispondente, peraltro, alla sua corporatura piuttosto esile, nessuno lo ha mai saputo con certezza. Si narra, da parte dei soliti bene informati, che l’autore di questo appellativo, sia stato un figlio di Nonna Formicone, nell’occasione molto irriverente. Il bosco, o meglio la grande foresta, era incantato, come ne esistevano un tempo, perché vi abitavano le fate. In esso vi era ogni ben di Dio, era allietato dal cinguettio di mille specie di uccelli, d’ogni forma e colore, come un arcobaleno; era percorso, in lungo e in largo, da scoiattoli, ricci, puzzole, daini, cervi, cerbiatti, cani e gatti, volpi, farfalle, lucertole e chi più ne ha più ne metta: ogni specie, quindi, di animali ed insetti vi era rappresentata. Era, inoltre, pieno d’ogni tipo di erbe, di fiori, di piante e di frutti selvatici, nonché di funghi. 1


Fra le sue secolari piante, scorrevano ruscelli, nei quali nuotavano pesci stupendi, ranocchie ed insetti acquatici ed, al centro del bosco stesso, c’era un laghetto, azzurro come gli occhi di un angelo, nel quale si pavoneggiavano dei meravigliosi e maestosi cigni, degli aironi rosa e bianchi dalle lunghe zampe, nonché anatre selvatiche. Tutti questi animali, insetti e piante, vivevano in perfetta armonia, perché vi regnava la più assoluta mancanza di violenza, anche se qualcuno, talvolta, tentava di infrangere questa regola, col risultato di non poter realizzare il suo proposito ed essere cacciato, per sempre, dal bosco. Nonna

Formicone,

quando

non

era

ancora

effettivamente nonna, desiderava molto esserlo e sognava ad occhi aperti di poter un giorno avere una nipotina alla quale raccontare tante favole e giocare. Un

giorno,

finalmente,

Nonna

Formicone

divenne

effettivamente nonna, a tutti gli effetti, perché nacque una piccola bambina, cui posero il nome di Ilaria – trasformato poi in - Sai Baba, in quanto era nata con un lungo camicione bianco.

2


Nonna Formicone era fuori di sé dalla gioia, perché, finalmente, aveva una nipotina con cui giocare e parlare, come aveva sempre sognato. E l’aveva sognato e desiderato tanto questo momento, che, avendo avuto due figli maschi, aveva pensato bene di vestire da femmina, il secondo dei due: peccato, però, che quest’ultimo non assomigliasse per nulla alla bambina da lei sognata e fosse poco ubbidiente e per nulla adatto, per sua fortuna, a far la parte di una bambina per compiacere alla mamma. La Nonna Formicone e la nipote Sai Baba, passavano le loro giornate a giocare nella casa del paese. Un bel giorno, però, Nonna Formicone si ricordò che esisteva un Bosco Fatato, del quale solo lei conosceva la strada e nel quale chi vi entrava, col permesso delle fate che lo abitavano, doveva diventare l’animale o l’insetto che voleva, a suo piacimento. La nonna vi condusse la nipotina ed all’ingresso, posto fra due altissime pareti rocciose, ove stavano due guardiani, scelsero di essere formiche, per tornare esseri umani all’uscita. 3


Magie di un Bosco Fatato! Così, da quel giorno in poi, nonna e nipote passarono tutto il loro tempo a correre nel bosco e la nonna faceva lunghe chiacchierate con tutti gli animali che incontravano. Dopo aver chiacchierato, la nonna inventava sempre nuovi giochi per la formichina, affinché non si annoiasse. Un giorno d’autunno, pieno di nebbia, che faceva sfumare ogni cosa in una specie di ovatta ed attutiva tutti i rumori, s’imbatterono in un grande fungo, con un gran gambo, bianco e sodo, e con la cappella rossa a pois bianchi, che faceva bella mostra di sé ai piedi di un vecchio castagno. Alla Nonna Formicone, venne, allora, una grande idea, una di quelle che erano solite venirle quando era presa dal gioco con la formichina: – Perché, disse alla nipotina, non ci facciamo una bella casetta in questo fungo, dove poter giocare in pace e dove rifugiarci nei giorni di pioggia, neve e vento? La formichina applaudì felice e, detto fatto, si misero all’opera. Bastava sapere che, nel Bosco Fatato, i funghi non possono essere mangiati dagli animali, né portati via dagli Gnomi, 4


perché per loro sono sacri, per capire che l’idea di Nonna Formicone era magnifica e non c’era alcun pericolo di veder la casetta scomparire. Nonna Formicone si mise subito al lavoro, con la sua solita buona lena ed abilità, ed incominciò ad aprire, nel gambo del fungo, una porticina; poi, pian piano, svuotò la parte bassa dello stesso e vi ricavò una grande stanza. Aprì, poi, nelle pareti due luminose finestre, che chiuse con serramenti e scuri ed adornò con delle tende, dai colori dell’arcobaleno e, in un angolo, costruì, con delle pietre prese nel bosco, un bel caminetto. Fece, poi, una scaletta di legno di castagno, usando tutti i piccoli rami secchi che cadevano dal grande albero e, salitavi sopra, ricavò nella testa del fungo, una grande soffitta, con tanti abbaini, ognuno dei quali aveva un terrazzino sporgente; sul quale pose fiori selvatici in quantità, d’ogni forma e colore. Per la nonna, l’impresa più ardua fu quella di costruire il camino sul tetto: vi riuscì faticosamente, facendo un buco nella testa del fungo ed inserendovi il gambo bucato di un grande fiore secco.

5


E, quando, finalmente, la casa nel fungo fu terminata, l’arredarono con tanti mobiletti ricavati da gusci di noce e altri frutti, dai rami secchi degli alberi. Così Nonna Formicone e la nipotina, vi si recavano ogni giorno, a giocare: dal mattino alla sera il vecchio fungo risuonava delle loro grida allegre e, talvolta, anche dei loro litigi, che presto svanivano. Un giorno, la nonna arrivò portando, a fatica, un grande libro, che conteneva i disegni a colori dei più famosi campanili che adornano le città degli uomini. Da allora, tutti i giorni, il libro ed i suoi campanili, formarono oggetto di lunghi racconti e commenti. Quando pioveva e si scatenava l’uragano, ed il vento dell’autunno e dell’inverno, ululava fra le fronde dei secolari alberi del bosco, trascinando con sé, vorticosamente, le foglie ingiallite, la nonna e la nipotina sbarravano porte e finestre, si rifugiavano nella soffitta e, dagli spioncini degli abbaini, assistevano allo scatenarsi del temporale e della tempesta.

6


Finito tutto e tornato il sole, riaprivano porte e finestre e si precipitavano felici nel bosco, in mezzo alle pozzanghere ed ai rami spezzati. D’inverno, invece, quando la neve incominciava a cadere, imbiancando gli alberi ed il terreno e seppellendo, quasi, il fungo, le due formiche erano costrette a rimanere rintanate nel suo interno, rinunciando alle loro allegre scorribande. Nei primi giorni in cui erano entrate nel Bosco, la nonna aveva fatto amicizia col cinghiale Gelsomino, un bestione enorme, buono come il pane, come suol dirsi, al quale portava sempre qualcosa di buono da mangiare. CosÏ, quando la neve era talmente alta che non avrebbero nemmeno potuto raggiungere il loro fungo, ci pensava il loro amico Gelsomino che, naso a terra, in pochi minuti, apriva una strada nella neve; cosÏ, la nonna e la nipote salivano in groppa, si aggrappavano alle sue setole e raggiungevano il loro rifugio. Alla sera, poi, Gelsomino giungeva puntuale per ricondurle a casa, in paese, ed all’uscita dal Bosco, lo salutavano, riprendendo la loro forma umana. 7


Quelle erano le giornate più adatte perché, dopo aver giocato a lungo, la formichina pretendesse che Nonna Formicone le raccontasse una delle numerose favole che la nonna conosceva o che inventava su due piedi. Nonna Formicone aveva molto vissuto ed, inoltre, aveva molta fantasia e così, quasi ogni giorno, trovava lo spunto, da un qualsiasi avvenimento accaduto nel Bosco o fuori di esso oppure da un antico ricordo di cose passate o dalla vista di un animale o di un insetto, per inventare una fiaba o per ricordare il suo passato, che trasformava in favola. Se si era d’inverno, dopo aver acceso un gran fuoco nel caminetto, mettendo un gran ceppo a bruciare, la nonna si sedeva sulla sua poltrona preferita e la formichina, raggomitolata fra le zampine della nonna, ascoltava estasiata le sue parole. Un giorno, ad esempio, videro posarsi sul terrazzino del fungo, un uccellino che dimostrava una grande curiosità per quel fungo e, ogni tanto, rifilava una beccata al vetro della finestra. Aveva sul petto una macchia rossa, che risaltava sul colore più chiaro delle altre piume e cinguettava

8


allegramente: la formichina, piena di curiosità, stette a guardarlo a lungo e, poi, chiese alla nonna. – Come mai quell’uccellino ha una macchia rossa sul petto, così diversa dal colore delle altre piume? La nonna, allora, si accomodò sulla sua poltrona, vicino sempre al camino, perché soffriva molto il freddo, la prese accanto a sé e le disse: – Adesso ti racconterò una favola che ti spiegherà tutto e che si intitola:

9


LE PIUME DEL PETTIROSSO

Quell’uccellino che tu hai visto, iniziò la nonna, si chiama pettirosso, proprio per quella macchia, che tu non sai egli la deve al sangue di Gesù, sgorgato da una delle ferite al capo, provocate dalla corona di spine, postagli appunto a mo’ di corona, prima della crocifissione. Quell’uccellino che, a quei tempi aveva tutte le piume di un colore uniforme, stava volando, quel giorno, per raggiungere il suo nido, quando vide sotto di sé, tre croci, con sopra appesi tre uomini: ma, mentre i due di lato erano legati alla croce, quello di centro vi era inchiodato e, per di più, aveva sul capo una sorta di corona, fatta di spine lunghe, che lo facevano molto soffrire e sanguinare. L’uccellino, mosso a compassione, si posò su quella croce e tentò di togliere quelle spine, ma la sua impresa riuscì solamente per una di esse e, dal foro che rimase sul capo di

10


Gesù, schizzò una goccia di sangue, che colorò di rosso le piume del petto dell’uccellino. Da quel giorno la macchia rimase indelebile e gli uomini lo chiamarono pettirosso. Gesù lo guardò, con uno sguardo dolcissimo, ma pieno di un dolore infinito, e, prima di morire, gli disse: – Grazie, piccola creatura, per il tuo gesto di bontà e di compassione. La macchia del mio sangue che hai sulle piume, vi rimarrà per sempre, sia per te che per tutti i tuoi discendenti e per la tua intera specie, affinché tutti ricordino, sino alla fine dei secoli, l’unico gesto di pietà e d’amore compiuto nei miei confronti da un essere vivente, che non fosse mia madre. Ricorda che, se qualcuno di voi, da oggi alla fine del tempo, avrà bisogno di me, non dovrà far altro che strapparsi una delle piume macchiate dal mio sangue e lanciarla nel vento, verso il Cielo. Io ti prometto che non lo farà invano, perché verrò in suo aiuto. E Gesù, chinò il capo e morì. L’uccellino, mentre nel cielo si scatenavano tuoni e fulmini ed un forte vento scuoteva uomini e cose, fuggì via spaventato, andando a rifugiarsi nel suo nido. 11


Da quel giorno, nei secoli che si susseguirono, rimase indelebile la macchia, come rimase questa promessa divina molti di loro, ebbero l’occasione di servirsene con successo, perché Gesù mantiene sempre le sue promesse. Passarono gli anni e passarono anche i secoli, il volto del mondo mutò e gli uomini mutarono il loro modo di vivere e di pensare e pure i loro sentimenti, ma, in una mattina splendida di primavera, piena di sole e del profumo dei fiori del bosco, di un anno che non so, in un piccolo, caldo nido, posto sui rami più alti di un albero, si schiusero alla vita tre piccole uova di pettirosso, dalle quali uscirono tre piccoli uccellini implumi. Mamma e papà pettirosso avevano, adesso, un gran lavoro da sobbarcarsi, per procurare il cibo necessario alla loro crescita, ma erano molto felici di farlo e gorgheggiavano allegramente. I tre uccellini crescevano a vista d’occhio ed il lavoro dei loro genitori cresceva di pari passo, perché quei piccoli esseri avevano sempre fame e le loro gole erano sempre spalancate e cominciavano a protestare, sempre più vivacemente e rumorosamente, quando il cibo tardava ad arrivare. Lentamente, i loro corpi si ricoprivano di piume e di penne ed essi iniziavano già ad 12


affacciarsi al bordo del nido ed a guardare quella fetta di mondo, con occhi stupiti. Tutto era nuovo e bello per loro, ed il cinguettio, che usciva dalle loro gole, metteva allegria in tutto il bosco; ben presto, da altri nidi vicini, tanti piccoli uccellini come loro, risposero, con altri gioiosi cinguettii, ed il bosco si trasformò in un grande, allegro concerto. I loro genitori erano sempre più felici, e facevano, come tutti i genitori, grandi progetti sull’avvenire di quelle loro piccole creature. Ma erano anche molto preoccupati, come, d’altronde lo erano anche tutti gli altri abitanti del bosco; infatti, da alcuni giorni, avevano visto aggirarsi nei dintorni, sul limitare del Bosco Fatato, degli esseri poco rassicuranti, che tenevano fra le mani un lungo bastone, che, talvolta, emetteva fumo e fuoco e che portava la morte. Questi esseri erano accompagnati da cani, che avevano dimenticato di appartenere al mondo degli animali e non già a quello di quegli strani esseri. Questi ultimi, che, secondo i saggi del Bosco, si chiamavano uomini, una specie che aveva come sua principale caratteristica la cattiveria gratuita e l’avidità, erano riusciti ad entrare nel Bosco Fatato, nel quale nessun essere umano sarebbe potuto entrare, proprio con uno 13


stratagemma ed per la mancanza, allora, di guardiani all’entrata. Quei cacciatori – tale era il loro nome – proprio grazie ai cani che li accompagnavano e - soprattutto - per uno di loro che era dotato di un fiuto ed un’intelligenza eccezionali, avevano trovato l’unica via di ingresso che, a quei tempi, come detto, non era guardata da validi guardiani. Questo cane si chiamava Trovatore e aveva condotto gli altri cani di gran carriera e con grande strepito, attraverso il passaggio: in mezzo ai cani, con pelli di animali addosso, erano penetrati anche i cacciatori. Il Consiglio degli anziani del Bosco, si era già riunito più volte e tutti avevano espresso la loro opinione, al fine di escogitare un modo per difendersi: tuttavia, per il momento, non aveva trovato altro rimedio se non consigliare a tutti, la massima prudenza ed una velocissima fuga al primo segnale di pericolo. Un giorno, dopo aver fatto grandi provviste, che, con il loro peso, rallentavano il loro volo velocissimo ed agile, sempre molto attenti ai pericoli, i due pettirossi stavano volando, in coppia, verso il loro nido. Ad un tratto, due grandi fiammate, accompagnate da due scoppi terrificanti, 14


si materializzarono sotto di loro, ed una gragnuola di pallini li colpì in pieno, tutti e due. Caddero, di schianto, nell’erba alta della radura che stavano sorvolando e rimasero lì, immobili, privi di vita! I bracconieri ed i cani latranti, con in testa Trovatore, si stavano avvicinando attraverso la fitta boscaglia, gloriosi della loro bella impresa: nell’aria erano rimaste, però, due piccole piume rosse, che, lentamente, stavano scendendo verso terra. Ma, all’improvviso, non si sa da dove, si levò una folata di vento impetuoso, che afferrò, nel suo vortice, le due piccole piume rosse e le trascinò con sé, in alto, sempre più in alto, verso il cielo azzurro. Alla fine, dolcemente, le posò dinnanzi ad una grande porta, fatta solo di una grande luce, intensa e bianchissima, dinnanzi alla quale stava seduto un grande vecchio dalla barba bianca, che aveva vicino a sé un magnifico gallo. Vedendo arrivare quelle due piccole piume rosse, il vecchio si alzò e tento di afferrarle, per impedir loro di entrare e sporcare quel luogo, così splendente ed ordinato. Ma fu un tentativo vano, in quanto le piume, come spinte da una forza soprannaturale,

15


attraversarono velocissime quella porta di luce ed una voce disse: – Lascia stare, Pietro, risiediti pure, vengono da me! Le piume, infatti, giunsero ai piedi di un trono, sul quale stava seduto un uomo bellissimo, dal cui viso emanava quella stessa luce della grande porta. Sulla sua fronte, però, splendeva una gocciolina color rosso vermiglio e le due piume vi si posarono sopra e, meraviglia, la gocciolina scomparve come se fosse stata asciugata dalle stesse, che, a loro volta, risplendettero. Allora, successe una cosa stupefacente: un grande raggio, dai colori dell’arcobaleno, e di un’intensità di luce che non ha eguali sulla terra, uscì dal punto in cui le piume avevano asciugato la piccola goccia e si diresse, a tutta velocità, verso la terra. All’improvviso, quando ormai i bracconieri, guidati dai cani ansanti e latranti, stavano per giungere nell’erbosa radura, dove giacevano i corpicini senza vita dei due pettirossi, una luce abbagliante investì i due uccellini, che si scossero e, velocemente, come se nulla fosse successo, si librarono in aria, dirigendosi verso il loro nido ed i loro piccoli. Grande fu la festa di questi ultimi, nel veder 16


riapparire i loro genitori, con tutte le provviste. Molto meno festosi erano, invece, i cani ed i cacciatori; anzi, lo stesso raggio sospinse tutti fuori dal Bosco, ad eccezione di Trovatore, che rimase lì a terra, stordito. Dopo qualche minuto si rialzò, ma una voce gli disse: – Torna pure al tuo mondo, che è quello degli uomini, ma non rimettere mai più i piedi in questo Bosco, per il tuo bene! Trovatore si guardò attorno e non vide nessuno: allora, tremante, si accucciò nell’erba e disse: – Se mi è consentito vorrei rimanere qui, a guardia del sentiero che ho scoperto, per impedire a chiunque altro di penetrare in questo Bosco. Finalmente ho capito! A questo mondo vedi, mia cara formichina, che dove non arriva la giustizia degli uomini, arriva sempre quella di Dio! Basta non disperare mai e saper aspettare. Inoltre, al pettirosso venne dato un altro privilegio; quello di annunciare agli uomini l’arrivo di una nevicata . Quindi , quando vedrai vicino a te un pettirosso che ti guarderà, ricorda che sta per nevicare e corri al riparo!

17


IL LUPO CHE SI CREDEVA CATTIVO

Un altro giorno di piena estate, mentre correvano felici ed un po’ accaldate, nel Bosco, videro da lontano uno strano essere, che ululava e ringhiava: la formichina si spaventò molto e si nascose dietro a Nonna Formicone, la quale, per rassicurarla, le raccontò questa fiaba. Nel grande Bosco, viveva un tempo, tra gli altri innumerevoli animali, anche un lupo, che la natura aveva dotato di una grande mole fisica, di due occhi rossi, di denti formidabili e di un pelo folto grigio

azzurro. Una vera

rarità! Dal giorno in cui la madre, dopo avergli insegnato tutti i trucchi per sopravvivere e per cacciare, lo aveva salutato con una grande ringhiata ed una buona zampata sulle orecchie, ed era sparita velocissima fra gli annosi alberi, Attila (così si chiamava il nostro lupo), era rimasto solo. Per 18


un po’ se ne era rimasto calmo e tranquillo, accovacciato sotto un fresco cespuglio, vicino al torrente che attraversava il Bosco, sbadigliando pigramente. Non gli importava granché di essere rimasto solo, anzi, ne era quasi contento, in quanto la madre, oltre che a procurargli il cibo ed a difenderlo, lo rimproverava sempre e, talvolta, gli faceva sentire la forza dei suoi denti. Comunque, ora, si sentiva forte ed invincibile, in quanto era stato allevato con la convinzione di essere il più cattivo di tutti gli animali del bosco. D’altra parte, la sua mole e gli occhi così rossi, incutevano, indubbiamente, timore a tutti. Quel giorno, dopo una lunga siesta, si alzò, si stirò sempre pigramente, ed andò ad abbeverarsi al ruscello: dopo aver bevuto, rimase a lungo ad ammirarsi, riflesso nell’acqua, facendo le prove per dimostrare tutta la sua cattiveria, come, d’altra parte, gli aveva sempre raccomandato la madre. Poi, volle provare l’arma più terrorizzante per i nemici e le prede: provò a ringhiare e ad ululare!

19


Ahimè! Invece di un feroce ringhio, che avrebbe dovuto far tremare di paura tutti gli abitanti del Bosco, gli uscì dalla gola un suono rauco, che assomigliava al suono di una trombetta. Volle, allora, provare l’ululato, come aveva sentito fare spesso dai suoi genitori: dopo il primo, faticoso “uuh”, la voce gli venne meno e poco ci mancò che soffocasse. Intanto, si accorse che erano ormai parecchie ore che non mangiava, in quanto il suo stomaco incominciava a protestare: ripassò, velocemente, nella sua memoria, le lezioni materne e, deciso e cattivo, partì in caccia! In mezzo alla fitta boscaglia, vicino al laghetto, vide uno strano animale di color fulvo, con una coda stupenda, ed un muso affilato, nel quale brillavano due occhietti furbi. Non sapeva ancora di aver incontrato una volpe rossa! La volpe stava tranquillamente bevendo ed il lupo, col suo solito fare da bullo, si avvicinò, pronto all’attacco ed al conseguente pranzo, che già pregustava. Ma la volpe, che da un po’ di tempo aveva visto riflesse nell’acqua tutte le mosse del lupo, lo attendeva tranquilla. Il lupo, convinto di non essere stato visto, raccolse le forze e si lanciò, con un 20


gran balzo, in direzione della volpe, che, con una mossa rapidissima, si spostò di lato, ed il malcapitato lupo Attila finì, ingloriosamente, nelle acque del laghetto. La volpe si spanciava dalle risate, mentre il lupo tentava disperatamente di riguadagnare la riva: alla fine, tutto zuppo ed infangato, riuscì nel suo intento, ma la volpe, ormai, sghignazzando, era fuggita velocemente nella boscaglia. La fame cresceva, insieme alla rabbia ed alla vergogna per lo smacco subito e Attila decise di ripartire, più determinato che mai, alla ricerca del tanto agognato cibo. Giunse così in un grande prato, dove pascolava tranquillamente un gregge di pecore, con arieti e cani da pastore: il lupo uscì dal bosco e si slanciò a testa bassa verso un agnellino, dal musetto roseo, che pascolava un po’ più lontano dagli altri. In un attimo, Attila gli fu addosso, ma l’agnellino, per nulla spaventato gli trotterellò al fianco e, belando dolcemente, gli si strusciò addosso: il suo colore bianco aveva indotto l’agnellino a ritenerlo una pecora!

21


Il lupo rimase sorpreso e gli vennero i lucciconi agli occhi, ma tanta bontà e commozione furono mal ripagate perché, in un battibaleno, gli piombarono addosso i cani da pastore e gli arieti. Il lupo, terrorizzato, tentò un’ingloriosa e veloce fuga verso la boscaglia più fitta, ma prima di giungervi gli toccarono alcune morsicate nelle zampe posteriori ed alcune cornate nei fianchi. Piuttosto malconcio, e sempre più affamato, il lupo si ritirò nella sua tana nel bosco, dove decise di tentare di trovare un po’ di cibo fuori dal bosco: si avviò, quindi, verso l’unico sentiero che portava fuori dallo stesso e, passando, salutò Trovatore che era, come sempre, di guardia. Dopo aver camminato per un po’, passò davanti ad un campo, dove un contadino stava arando ed aveva posato, su di un tronco d’albero abbattuto, il suo misero pranzo: pane e salame. Il lupo, allora, strisciando, riuscì a giungere, non visto, vicino al tronco, afferrò pane e salame e rientrò velocissimo nel bosco, senza essere visto, se non da Trovatore, che scoppiò in una grande risata, vedendo la misera preda conquistata dal grande lupo.

22


Per quel giorno aveva, comunque, rimediato il pranzo, anche se non, certamente, in modo consono alle sue aspettative di lupo cattivo. Nei giorni che seguirono, Attila continuò ad aggirarsi per il bosco, sempre alla ricerca di cibo. La cosa stava ormai diventando drammatica ed, anche, un po’ comica. Una mattina s’imbatté in un maialino, tutto roseo e grassottello, che aveva abbandonato la mamma e se ne andava contento per il bosco, in cerca di novità. Con un balzo gli si parò davanti, aspettandosi che il maialino rimanesse paralizzato dalla paura, che pensava di incutergli; il maialino, invece, lo guardò stupito e gli disse: – Scusa bel cagnone, potresti accompagnarmi dalla mia mamma? Devo essermi perso! – Ma tu sai chi sono io? Gli rispose il lupo, cercando di fare la voce più cattiva possibile. – Io sono un lupo, il più terribile animale del bosco, che esista! – Un lupo? E che cos’è un lupo? Gli rispose candidamente il maialino. Attila rimase di stucco e gli disse: 23


– Un lupo, te l’ho già detto, è l’animale più cattivo del bosco e, quando ha tanta fame, come ho io in questo momento, diventa ancora più cattivo e può mangiare un maialino come te, in un solo boccone! E, per dar più forza alla sua minaccia, tentò di trarre dalla gola un ringhio terrorizzante, ma, purtroppo, come sempre, ne uscì un ben misero e ridicolo suono. Il maialino lo guardò con due occhi furbi e scoppiò in una gran risata. E Attila, esterrefatto, fuggì nel bosco e si nascose in un folto cespuglio, tentando di ululare per la delusione, ma non gli riuscì nemmeno quello. Passarono altri lunghi giorni, durante i quali Attila tentò, sempre

invano,

di

catturare

qualche

preda,

che,

immancabilmente, gli sfuggiva o per sua incapacità o per il troppo buon cuore. E, così, si doveva accontentare di rubacchiare, qua e là, uscendo dal bosco, il mangime dei polli e dei conigli che riusciva e trovare, di notte, nelle aie delle case poste ai margini del bosco. Un giorno, nel folto degli alberi, intravide un animale ben in carne, che prometteva un pasto abbondante e 24


succulento: raccolse tutte le sue residue forze, cercò di infondersi quel coraggio e quella cattiveria che non aveva mai avuto ed, eroicamente, partì alla carica, digrignando i denti. Quando, tutto ansante e affannato per la corsa sfrenata, sbucò dagli alberi, in una piccola radura, coperta di erba rigogliosa, si trovò di fronte a delle corna grandi e ramificate: aveva davanti a sé un gigantesco cervo che stava tranquillamente brucando e che non era per nulla disposto ad offrirgli il pranzo. Attila tentò, invano, una disperata frenata, ma lo slancio che si era dato, lo portò, dritto dritto, a contatto di quelle corna: il cervo abbassò il capo e caricò furioso Il povero lupo, colpito in pieno, rotolò lontano, ferito in più punti, e finì in mezzo ai rovi, dove rimase a lungo, immobile. Quando riuscì a………………..continua……

25


La vita ed i racconti del Bosco Fatato