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LOCLITIO


PRIMO CAPITOLO Sentivo la pelle bruciarmi, come se la mia temperatura stesse aumentando ogni secondo di più, sempre più velocemente. La kalexia stava facendo effetto. Aprii gli occhi, liberandomi dalla densa oscurità animata da focolari evanescenti sotto le mie palpebre, fissando quelle stesse lucine invadere la stanza e danzare di fronte a me, per poi esplodere in una moltitudine di colori e dipingere l'ambiente. In un attimo tutti i miei sensi si fecero più attenti e acuti, rendendomi presente a me stesso. Bastò che sentissi un lieve fruscio di vesti entrare dalla porta spalancata della mia stanza perché il mio corpo si muovesse, controllato da un istinto primordiale. "Ti sei drogato di nuovo" disse con voce rauca, segno che le stava già mancando l'ossigeno. Mi persi a fissare come, con le nuove tonalità con cui si era dipinta la mia vista, gli occhi di Livenn fossero come il cielo invernale: sconfinato ma irraggiungibile. "Tecnicamente" dissi, perso a vagare in quelle iridi fiabesche "la kalexia è un liquore". "E' illegale e causa stati d'allucinazione.." tossì, rendendomi conscio di ciò che stavo facendo. La posai a terra, andando a chiudere la porta "... oltre che potenziarti" aggiunse la ragazzina, rendendomi arduo ricollegare quella frase con la precedente. Dopo aver osservato con fare perso le piccole sfumature nere presenti sul legno della porta mi voltai verso quell'angusta grotta che osavano chiamare la mia camera... e fu un pugno dritto in faccia. Le pareti, così come il soffitto, erano state levigate da mani esperte dopo che i grifoni le avevano scavate nella spessa roccia salina rendendo la superficie così lucida da riflettere il debole bagliore della pietra posta sul tavolo, creando un'infinità di riflessi che


stregavano il mio sguardo. Non ci volle molto perché la mia attenzione fosse catturata dal pavimento, rivestito di morbida pelliccia, utile a tenere una temperatura decente in quei luoghi gelidi, ricavata dalla tosatura dei grifoni. Mai avevo notato che morbidezza e che leggerezza potesse avere il pelo di Vegaza, di quel giallo-dorato incredibilmente splendente. "Mi fai sinceramente schifo" la sentii parlare, facendo volare lo sguardo verso di lei "Tra poco ci riuniremo". Non notai nemmeno la ragazzina, conoscendo fin troppo bene il suo corpo smunto ed esile, ancora acerbo per la giovane età. Ciò che catturò la mia attenzione fu il piccolo sgabello su cui era seduta. Non sapevo che materiale fosse e come si ricavasse, avendolo comprato da un vagabondo di mia conoscenza, ma di certo era delicatamente intagliato con la storia di Verxian e della sua unione alla nostra razza. Uno splendido stralcio di storia. "Mi stai ascoltando?" urlò, con quel suo verso molto più simile ad un ululato. Sorrisi, avvicinandomi al letto. Mi lasciai cadere di lato, finendoci sdraiato sopra. "Parlami, oh musa" la guardai di nuovo negli occhi, notando solo poi il lieve color porpora che le copriva le guance, sorridendole. I suoi capelli, neri come la più profonda oscurità, erano adornati da riflessi stravaganti, che passavano di filo in filo, creando giocosi vortici di tetro colore. "Ieri il Grifone di Platino ha annunciato che è giunta l'ora di eleggere l'Ottava e ultima Sorella" disse, portando una mano ai miei capelli. Passò un minuto prima che il mio cervello recepisse quell'informazione, ricordandomi perché avevo comprato ben sette bottiglie di kalexia la sera precedente. Una quantità tale di liquore mi aveva fatto completamente dimenticare il motivo per cui lo avevo bevuto. “Che bela notizia” esclamai, marcando il mio sarcasmo ad ogni


sillaba, prima di uscire. Comandato dall'orgoglio mi diedi un contegno finché sentii lo sguardo di Livenn sulla schiena, intenta a guardarmi forse stupita di come me ne fossi andato senza dare nessuna spiegazione, forse semplicemente trovandomi un codardo. In fondo, era vero. Iniziai a correre a perdifiato non appena svoltai l'angolo, senza soffermarmi su come potesse essere meraviglioso l'aspetto dei cunicoli di quel luogo sotto l'effetto del liquore, preoccupandomi solo di correre il più velocemente possibile. Solo quando arrivai ai Nidi mi concessi di riprendere fiato. Nonostante tutto il tragitto percorso grazie al liquore non mi sentivo minimamente stanco, tanto da salire io stesso fino alla grotta di Vegaza. "Ciao Ethan" mi disse appena mi vide entrare, posando il becco freddo contro la mia guancia, simulando un bacio. "Ehi splendore" risposi, accarezzandole il capo, ricoperto di uno splendido pelo dorato e infossando l'altra mano nella criniera di una morbidezza incredibile, anch'essa dello stesso colore della pelliccia, ma con sfumature bianche. "Oggi ci sarà la Salvezza" le dissi, abbassando lo sguardo al suolo e fissandomi le scarpe di cuoio. Per quanto potessi sforzarmi, sapevo che il groppo in gola che mi rendeva difficile respirare non se ne sarebbe andato via col semplice deglutire. "Sei spaventato?" chiese, con la sua voce sabbiosa ma al contempo femminile. Si era accomodata al suolo, così che potessi sdraiarmi sul suo dorso e rilassarmi al ritmo del suo battito cardiaco. "Un po'..." dissi, salendo su di lei e accomodandomi "... un po' tanto". "Dovrai semplicemente entrare lì e sceglierne una..." mi rassicurò lei, posando la sua stupenda testa sulle zampe anteriori, da rapace "...quella che ti sembrerà la più adatta. Altri Dorati hanno già sbagliato, prima di te, e nessuno di loro è stato linciato per ciò"


emise un rumore molto simile a quello prodotto dai gargarismi, segno che stava ridendo. "Nessuno di loro, però, era nella mia situazione" specificai, voltandomi prono per affondare la testa nelle sue piume. Era incredibile come un animale nemmeno due volte più grosso di me potesse essere dieci volte più forte, veloce e agile. "Già..." alzò il collo, girando il capo in modo da potermi fissare con i suoi occhi, completamente neri "...nessuno di loro aveva un comportamento tanto riprovevole". Risi, senza saper bene come svicolare da quel discorso, limitandomi a sospirare e rilassarmi fino al giungere della sera. Sempre quel luogo. Ogni volta che chiudi gli occhi, ogni volta che riesci ad addormentarti, quel luogo ti tormenta in ogni tuo singolo sogno. Facile capire che è un incubo: nella tua mente il paesaggio si dipinge lentamente, attingendo a ricordi che nemmeno sai di avere, mostrando con una precisione inquietante le fronde marroni e i rami attorcigliati di quegli alberi grigi. Poi si forma il fango, quel disgustoso liquido che si ostina a tenere le tue gambe intrappolate nella sua pressione, risucchiandoti verso... Verso cosa? Cosa succederebbe se ti arrendessi, Ethan? Finiresti forse questo incubo, ponendo fine alla tua vita? Sai che non puoi, continui a fantasticare su mille modi in cui terminare questa fantasia, ma sai di non avere alcun potere: hai una ragione per trovarti lì. Devi incontrarla, prima di potertene andare. E' ridicolo come più si sia in ansia per qualcosa, più il tempo si dilati, prolungando l'attesa. Anzi, ridicolo non è il termine più giusto.... snervante, forse. Raccapricciante, se chiedeste ad Ethan. Lui a questi giochetti mentali non da una spiegazione, non si chiede mai il perché il tempo si dilati in questo modo. La sua mente


lo vuole torturare, questa è l'unica spiegazione accettabile. Secondo lui, qualcuno di indefinito ha un gusto sadico a vederlo dimenarsi nel fango, correndo in modo assai goffo nel vano tentativo di allontanarsi dalla zona più acquosa, di uscire da quel luogo. Di trovare qualcuno che lo aiuti, forse, siccome continua ad urlare il nome di Vegaza al vento. Che ancora non abbia capito che è un sogno? Per il modo in cui si dimena, in cui cade in ginocchio dalla foga di correre in quel liquido, da come urla e dal suo viso contratto dallo sforzo, quasi in lacrime, non si direbbe... Oppure sì, ma il terrore lo rende irragionevole. Sai che correndo finirai sempre nel punto in cui la tua mente ti vuole condurre, devi incontrarla. E' questo il motivo dei tuoi incubi, in fondo. Tu vuoi vederla, lo desideri con tutto il tuo cuore. Ma non la creatura che dopo qualche metro di corsa ancora squarcia il silenzio con un urlo, terrorizzandoti, portandoti ad accovacciarti nel fango per nasconderti, sperando che ti possa coprire abbastanza da non essere notato. E' inutile, riesci a capirlo? Tutto questo tuo infantilismo è inutile nella sua più ridicola ostinazione. Perché continui a pregare sottovoce, ripetendo una litania quasi snervante, che lei non ti trovi? Tu sai di volerla vedere, sai anche che ti troverà e sai che l'incubo non avrà fine finché questo non succederà. E difatti le piume rosse, colore del sangue, formate da centinaia di fili di pelliccia, ti si parano di fronte agli occhi. Era ovvio sarebbe successo. Te la ricordi ancora, la sensazione di quelle piume sulla pelle, Ethan? Dal tuo viso scioccato, dai tuoi occhi, colmi di un terrore profondo, direi proprio di no...


Le zampe da rapace ti afferrano, sollevandoti dal tuo ridicolo nascondiglio, strappandoti a quel viscido liquido. Sarà un sogno breve, non sei contento? Lei vola, strillando versi incomprensibili, ignorandoti mentre piangi nella sua morsa, tanto stretta da farti sanguinare sulle spalle, dove i suoi artigli ti si conficcano nella carne. Eppure, riesci ancora a pensare, ha un buon odore. Il suo viso è dolce, lo conosci bene quel viso, non è vero? Conosci quei lineamenti, il sorriso che riescono a generare e che, unico al mondo, riesce ad alleviare ogni dolore. Daresti la vita per rivederla, nonostante il terrore. Non è così? Però continui ad urlare, dicendole di lasciarti. Giusta scelta di parole. Questo, infatti, accade. “Ethan” mi sentì chiamare, sentendo il letto sotto di me iniziare a scuotersi e farmi cadere al suolo. Mi alzai con un unico colpo di reni, spingendomi contro il muro alla mia sinistra. Mi ci volle un poco per mettere a fuoco il luogo in cui ero, capendo, nonostante l'oscurità, che non aveva le misure della mia camera. Unica alternativa: la grotta di Vegaza. Rialzandomi mi ritrovai i suoi occhi neri, divertiti, di fronte. "Quanto ho dormito?" chiesi, cercando di togliermi un poco di polvere di dosso. "Abbastanza da doverti preparare alla svelta" mi passò il becco tra i capelli nell'imitazione di una carezza, per poi sparire nei meandri di una delle sue gallerie. Avevo imparato che quei sogni erano ricorrenti e, ormai, al risveglio non ne ero più turbato. Saltai giù dalla sua grotta, affrontando i venti metri d'altezza senza timore alcuno. Era risaputo: gli Averxiani erano più agili, più forti e più resistenti di quell'altra razza. Sarà un gioco da ragazzi continuavo a ripetermi, per rassicurarmi,


mentre mi incamminavo verso la mia camera sperando di non incontrare nessuno. L'han fatto altri prima di me, altri hanno già sbagliato o hanno comunque fallito. Non ho motivo di essere così nervoso . L'avevo, ma era meglio non ricordarlo. "Ti sei ripreso?" sentii entrando nella mia stanza. Era Livenn. "Possibile che tu non mi voglia lasciare in pace?" dissi io, togliendomi la canotta in lino e lanciandola sul tavolo in pietra vulcanica. Era un regalo di Vegaza, che lo aveva ricavato da un grosso masso che aveva trovato, in cui erano incastonati piccole pietre lucide e trasparenti che lei non riusciva a rompere, ma che diffondevano la luce con riflessi splendidi in tutta la camera. "Kraz mi ha incaricato di assicurarmi che ti presenti alla riunione, senza ritardi o intoppi" spiegò con un tono severo. Sentii una strana sensazione addosso a cambiarmi i pantaloni. La mia mente sapeva che Livenn era presente e quindi provava un lieve senso di vergogna, ma la mia vista non riusciva a vederla e questo mi permetteva di comportarmi come se davvero non fosse stata lì. “E perché avrebbe dovuto incaricare te di ciò? Siete un'organizzazione indipendente, non siete costrette a sottostare agli ordini di Kraz” la mia era più una frecciatina che una vera e propria domanda, anche se il fatto mi incuriosiva. Kraz e Livenn non si sopportavano. “Gli Spettri lavorano per la comunità, e anche Kraz lavora per essa capitanandola in modo eccelso anche se con priorità che io non approvo, quindi non avevo motivo di rifiutare l'incarico” spiegò acida, riprendendo poco dopo il tono piatto usato in precedenza “E' vitale per la comunità che tu ti presenti e svolga il tuo compito”. "Non ho bisogno di una badante, soprattutto se ha dodici anni meno di me" risposi, infastidito. "Ma davvero?" chiese, ironica, mentre mi mettevo la cotta in maglia assieme a dei normalissimi pantaloni in pelle "Non mi pare, dato che all'ultima riunione non ti sei presentato, tornando al


Rifugio solo cinque giorni dopo in condizioni pietose". "Non vedo che problemi ci siano se mi godo la mia giovane età" risi nel dire quella frase. Era insopportabile come quella bambina cercasse sempre di mettermi alle strette, riconducendo sempre il mio comportamento poco esemplare ai problemi che mi affliggevano. Uno non si può ubriacare fino a raggiungere il punto di morte solo per divertimento ora? Zittii la mia coscienza prima che potesse rispondere alla domanda “So badare a me stesso, sono un adulto e di certo non lascio che un'undicenne mi faccia da balia, quindi vattene". Sentii solo la porta che si apriva per poi richiudersi. Non mi stupii più di tanto di quella reazione, conscio di quanto Livenn potesse essere permalosa. Appena fui lasciato solo l'istinto, meccanicamente, aveva portato la mia mano al collo della bottiglia di kalexia posata sul tavolo. L'avevo rigirata tra le mani, osservando il denso liquido giallo giocare con quei particolari aloni viola che comparivano e scomparivano al suo interno. L'ingrediente speciale per cui quel liquore era illegale: tanto forte che una dose sbagliata avrebbe portato lo sconsiderato di turno alla morte. Sentii il rumore della porta che si apriva non appena ebbi deciso di berne ancora un sorso. Statuaria, con una spalla poggiata sullo stipite della porta, era rimasta a guardarmi impassibile mentre mi abbandonavo alle mie debolezze. Senza dire la minima parola o degnarmi di un cenno, si incamminò lungo il corridoio, sicura che l'avrei seguita come un bravo cagnolino, cercando di non barcollare e di ricordarmi che strada stessimo facendo e dove ci avrebbe portati. Nonostante il mio corpo fosse parecchio abituato agli effetti della kalexia e una dose così piccola non sarebbe mai riuscita a portarmi fuori giri, sentii presto gli effetti del liquore impadronirsi dei miei sensi.


In quel momento lo capii: ero un debole, non avrei mai e poi mai potuto continuare a vivere senza quella dipendenza. La kalexia mi faceva sentire potente, capace di tutto. Squadrai quella donna, altezzosa e austera come sempre, che si incamminava lungo le vie che avrei dovuto conoscere a memoria. Le spalle larghe quanto quelle di un uomo e un'altezza pari alla mia le conferivano una stazza spaventosa, che l'aiutava a guadagnarsi il rispetto di tutti attraverso un timore quasi reverenziale. Una leader, sia nell'aspetto che nel comportamento. Quello che la gente si aspettava da me e che non ero mai riuscito ad essere. Bastò però la prima saettata di adrenalina, dovuta al liquore, perché la mia mente si liberasse da ogni pensiero. Superai Kraz con uno scatto in avanti, camminando pian piano più veloce. Iniziai presto a correre: tutto era più vivido. I contorni del mio corpo, il guizzare dei miei muscoli, i miei sensi... Nemmeno il vociare della folla che aumentava ad ogni corridoio che percorrevo riusciva ad intaccare il mio stato di euforia. Ero concentrato solo nel coinvolgere Kraz in un'infantile sfida. Era divertente vederla correre. Perdeva tutta la sua austerità e iniziava ad apparire come quello che era davvero: un'animale. Lievemente piegata in avanti, teneva il mento alto e gli occhi attenti, ripiegando sulle ginocchia per avere maggiore slancio ad ogni passo. Dovetti ammetterlo, mentre la vidi superarmi: era una delle più veloci tra gli Averxiani. Appena entrò nella Sala la folla scoppiò tra urla e applausi, subito interrotti dalla mia comparsa. Se ne stavano tutti in silenzio a fissarmi: ognuna di quelle facce testimoniava un odio profondo nei miei confronti. Dopo qualche minuto di contemplazione della scena il nostro capo mi si avvicinò, schiarendosi la voce per prendere su di sé l'attenzione di tutti. "Ed eccoci qui, tutti riuniti, nella vita come nella morte" iniziò con la


frase rappresentativa della nostra comunità, levando la mano al soffitto per incitare il pubblico ad esultare: obbedirono immediatamente. Kraz ci aveva guidato per sette lunghi anni fuori da una condizione invivibile, permettendoci di essere fieri della nostra razza e dei nostri costumi. Aveva preso il potere uccidendo il capo precedente, imponendo il suo comando ad ognuno. Il suo valore come guida lo aveva dimostrato per due anni prima di questo avvenimento, così che nessuno ebbe il coraggio di protestare, nonostante non fosse automatico il passaggio di ruolo da un capo a chiunque riuscisse a sconfiggerlo. "Ieri sera è stato annunciato dal Grifone dal manto di platino, che oggi è il giorno in cui avremmo la nostra Salvezza" urlò, col suo ruggito inconfondibile che scuoteva chiunque fin nelle viscere "E voi sapete, più di me, a chi spetta la fatidica scelta". Ogni sguardo era fisso su di me, ogni speranza di quegli occhi mi formicolava lungo il corpo, creando un groppo in gola che mi impediva di respirare. Un'ondata di panico mi pervase. Ho sprecato l'effetto della poca kalexia che sono riuscito a bere mi dissi, sentendo il sapore amaro della bile pervadermi la bocca e la vista offuscarmisi. Fu il contatto col manto morbido di Vegaza, di cui mi accorsi solo in quel momento, a permettermi di prendere parola. "Conosco la considerazione che ognuno di voi ha di me, e la trovo oltremodo giustificata" dissi, volendo prima di tutto specificare alcune cose tra me e quella folla. "La mia vita, le mie abitudini e i miei comportamenti non hanno mai influito sulle missioni che mi sono state assegnate e mai influiranno sul mio compito di Dorato" deglutii rumorosamente, sperando che il coraggio non mi abbandonasse all'improvviso. "Come i miei predecessori, ho il compito di eleggere la nostra prossima Sorella" continuai col dire, come da mio copione mentale. Avevo trascorso la vita temendo quel momento così tanto


da immaginarmelo innumerevoli volte, finendo così per crearmi un discorso che conoscevo ormai a memoria. "Colei che risolleverà le sorti della nostra battaglia, che ricoprirà di vittoria e gloria le nostre schiere, i nostri morti e le nostre genti". Vegaza si fece avanti, affiancandomi, dandomi la forza necessaria a proseguire il discorso d'introduzione. Aveva notato che iniziavo a sudare freddo. "Il mio compito è questo, ed è ciò per cui sono nato, a cui sono stato destinato e che morirò per compiere" finii, abbassando il capo, guardando di sottecchi gli altri componenti del Circolo: Erjaw -il Cavaliere del grifone color ambra, Miral -il Cavaliere del grifone nero, Erakis -il Cavaliere del grifone color argento e Kraz -il Cavaliere del grifone color rame. Tutti con gli occhi fissi su di me. Vegaza aspettò che la gente smettesse di vociferare e che sulla sala calasse un silenzio pregno di speranze. La sua attesa mi fece comprendere come nemmeno la dose più pesante che potessi ingerire di kalexia mi avrebbe potuto aiutare in quella situazione. Piegò le zampe anteriori, con gli artigli ricurvi fissi nel terreno, simulando un imperioso inchino rivolto alla folla. Tutti rimasero a bocca aperta, tranne Kraz, che si limitò ad alzarsi e piegare il capo, in segno di rispetto. Nessun Dorato aveva mai usato quel giuramento per uno scopo così utopico. Nessuno era mai stato così stolto. Invece Vegaza, facendosi beffe delle mie più profonde paure e pugnalandomi alle spalle, ci aveva appena condannato entrambi, obbligandomi a pronunciare quel patto: "Io, qui di fronte a tutti voi miei fratelli, giuro sul mio nome: Ethan Wei Wezen; giuro sulla mia vita e su Vegaza, il Grifone Dorato; che compierò il mio scopo, portando a termine questa guerra con la vittoria dei miei fratelli e delle mie sorelle: voi". Deglutii rumorosamente, gli occhi sgranati: se avessi battuto ciglio, probabilmente, sarei svenuto. Dovetti essere pazzo per portare a termine quel giuramento,


piegandomi in un inchino accanto alla mia compagna: "E che ciò mi porti alla morte!" urlai. Credo che ricorderò quel momento per il resto dei miei giorni: il rumore di migliaia di urla, tutte di approvazione, di gioia, di gratitudine. Vedere persone, anche uomini e anziani, scoppiare a piangere, guardandomi assieme ad altre centinaia di occhi asciutti con una gratitudine profonda. Mi sentivo un eroe. Ma, in realtà , ero solo un uomo morto.


SECONDO CAPITOLO "Qui nel Rifugio instauriamo nel vostro spirito le otto virtù di Loclitio, perché possiate diventare donne benedette ed eccelse nelle arti femminili" disse la signorina Tynavert, incaricata di giudicare il comportamento delle ragazze. Sereeny guardava quella persona slanciata, dalle spalle e dalle gambe ossute, con un naso abbastanza grande da togliere attenzione al resto dei lineamenti, appuntiti pure quelli. Se nel Rifugio la bellezza era una qualità ricercata, Tynavert, pensò Sereeny, non era di certo un esempio illustre. La ragazza si rimproverò mentalmente di quell'insulto, non essendo consono ad un'Innocente, ma al momento non era dell'umore migliore. I rimproveri di quella donna, più che essere severi o ignobili, erano imbarazzanti. E quello particolarmente. Primo, perché avvenivano pubblicamente, nei Giardini Bianchi, secondo, perché quello era il giorno dell'arrivo delle nuove Innocenti che, incuriosite, si erano avvicinate per assistere. Vedere quelle piccole bambine sgusciare in prima fila tra le gambe delle compagne più grandi creava un senso di dolcezza e vergogna in Sereeny che quasi la fece arrossire. "Ragazze" iniziò dicendo la signorina Tynavert, mettendosi a camminare con aria altezzosa di fronte alle due "sapreste per caso dirmi cosa siano le otto virtù?". Sereeny prese immediatamente la parola, quando Teridia ancora stava aprendo bocca per far arrivare abbastanza aria ai polmoni da poter parlare "Le otto virtù sono le benedizioni che immemorabile tempo addietro ci furono concesse dal nostro glorioso Dio, Loclitio, per aiutarci a vivere un'esistenza giusta e pacifica". "Esattamente signorina Sereeny, vedo che non si smentisce mai, dimostrando la sua ampia conoscenza quando possibile" la ragazza non seppe se accogliere quel commento come un complimento o


come un rimprovero, decidendo di piegare rispettosamente il capo in un gesto anonimo. Il solo vedere gli occhi rosa di Teridia accendersi di qualcosa molto simile al rancore era un premio abbastanza gustoso per il suo animo in tempesta. Sereeny si chiedeva spesso se anche le altre Innocenti vivessero emozioni come la rabbia, il disgusto verso altre persone o addirittura quel senso di soddisfazione e felicità che provava lei nel vedere Teridia fallire o essere umiliata. "Vogliate ripetermi le otto benedizioni, allora" invitò la Boia, come veniva scherzosamente chiamata da alcune ragazze abbastanza sfacciate. All'unisono, sia Teridia che Sereeny dissero la prima dote "L'Onestà" e, ad un ampio gesto del braccio verso la folla da parte della signorina Tynavert, continuarono nello spiegare "Viene instaurata nel nostro spirito i primi tre anni in cui viviamo al Rifugio. E' ciò che impedisce alle nostre bocche di colmarsi di menzogne". Ci fu un bisbiglio via via più rumoroso tra la folla di Innocenti accalcate a vedere quella punizione, come fosse un'esecuzione pubblica. Sereeny si irrigidì. "Non siamo qui per soffermarci su come e perché qualcuno manchi di questa Dote, ma per rimproverare chi, avendo questa benedizione, manca di rispettarla come dono divino" strillò la Boia, rivolta all'ammasso di pettegole attorno a loro. Sereeny arrossì, trovandosi un'ennesima volta a sentirsi infastidita dalle sue compagne. Era evidente, guardando in faccia quelle confabulanti ragazze, che Sereeny non era l'unica con un animo nebuloso. La consideravano la più corrotta, ma era solo la più sincera. "L'Amore per il creato, la seconda benedizione, che acquistiamo crescendo educate e amate dalle nostre insegnanti, come fossero madri" riprese Teridia, seguita a ruota dalla compagna. La signorina le lasciò proseguire, nonostante un colpo di tosse simulato da parte di Teridia che, a quanto pare, aveva da ridire sul


rispetto che Sereeny portava a questa Dote. "La comprensione" ricominciò ad elencare Sereeny, fatto che fece indispettire tanto la compagna da portarla a prendere parola prima che la signorina Tynavert gliene desse il permesso: "Instaurata subito a soli undici anni è la capacità di mettersi nei panni degli altri, rispettandoli e capendoli a dispetto di qualsiasi differenza essi possano presentare". Guardando verso Sereeny il volto morbido di Teridia, reso ancora più tondo dai chili di troppo della ragazza, si aprì in un sorriso vittorioso che fece accaldare il petto dell'altra ragazza, che abbassò lo sguardo nel vedere la signorina Tynavert fermarsi di fronte alla sua compagna. "Vorrei precisare il fatto che nessuno ti aveva dato la parola, signorina Teridia" disse la Boia, fissando la ragazza con i suoi occhietti piccoli ed allungati "In secondo piano, trovo disdicevole che proprio tu, la cui chioma è color denim, abbia macchiato codesta Dote, puntando il dito senza alcuna remore su una tua compagna, solo perché si trovava nei corridoi più esterni dell'Ottagono". Teridia si limitò a fare un inchino e piegare il capo, smuovendo la sua massa di ricci, che si ostinava a tenere così corti da formare un cespuglio indomabile sulla testa, senza scusarsi o proferire parola alcuna verso Sereeny. Non era un obbligo chiedere perdono durante quelle prediche, ma solo riconoscere i propri errori e apprendere da essi. “Vi prego di dire anche il Dono successivo e darvi spiegazione” le spronò la Boia, dando ad entrambe le spalle per poter osservare la folla. “L'umiltà, instaurata come conseguenza diretta della comprensione, è la qualità di un'Innocente di capire il proprio valore e concepire la propria persona come parte di un mondo di creature a sé eguali” pronunciarono in perfetta armonia l'intera frase, zittendosi non appena conclusero. “Qual è invece la Benedizione che nella sessione corrente sto


cercando di instaurare in voi?” chiese ancora, senza soffermarsi in prediche inutili. Entrambe avevano disonorato la Dote dell'Umiltà e ne erano consapevoli. Non appena iniziarono a parlare la signorina Tynavert riprese a camminare di fronte a loro, scrutandole di sottecchi “L'Innocenza, che da nome a noi come discepole di Loclitio, è la più importante tra le Benedizioni concessaci dal Dio” dissero, interrompendosi in attesa di un cenno della Boia. Bastò che essa alzasse il mento per farle proseguire “E' il dono grazie al quale il nostro spirito verrà purificato ed estraniato da ogni malizia del mondo, impedendoci di concederci a tentazioni e vizi”. Teridia usò un tono quasi reverenziale mentre Sereeny lasciò che fosse la compagna a finire la spiegazione, accompagnandola con un fil di voce. “Quindi vi pregherei di non rendermi arduo questo compito” strillò la Boia, per sovrastare il vociare fitto della folla. In quel ronzio di parole Sereeny non riuscì a capire cosa stessero dicendo le Innocenti più vecchie. Risaltavano solo le voci delle nuove bambine, entusiaste di quella spiegazione gratuita. "Riguardo la riconoscenza, la carità e la spiritualità, non è mio diritto né dovere riprendervi, non essendo Doti che possiate ancora aver appreso" la signorina Tynavert fermò la sua camminata, un'ultima volta, ponendosi di fronte ad entrambe le ragazze "però, vi incito di nuovo a preparare il vostro spirito ad accogliere la quinta benedizione non perpetuando con questi comportamenti incivili, come grida e spinte". Detto questo, sia la signorina Tynavert che la folla lì radunata si allontanarono, lasciando le due ragazze sole in mezzo ai giardini. “Dovresti smetterla di tenermi costante compagnia in queste umilianti riunioni” disse Teridia, voltandosi con una piroetta felice verso Sereeny. “Allora non ostinarti a venirmi appresso” rispose la ragazza, incamminandosi verso un angolo sperduto del Rifugio, immergendosi come di consueto nell'intimità della sua mente.


“Cerco solo di non lasciarti sempre così da sola. A me non interessa che Dote hai e che Dote ti manca, vorrei solo che tu fossi mia amica” disse. Non ricevette nessuna reazione dalla compagna, fermando la sua camminata dopo poco e arrendendosi all'idea che il passo sostenuto di Sereeny servisse a seminarla. Per quanto impegno ci mettesse era sicura che non sarebbe mai riuscita a capirla fino in fondo “Se vuoi un po' di compagnia chiamami pure, sono a tua completa disposizione” fece una riverenza in direzione della compagna, sorridendole anche se l'altra non riusciva a vederla. L'etichetta prima di tutto. Sereeny si chiedeva se anche le altre Innocenti potessero ignorarsi tra di loro con quella facilità, rompendo gli schemi dell'etichetta a proprio piacimento e comportandosi in modo disdicevole. O era solo lei che, da abominio quale era, poteva permettersi certi atteggiamenti? Prima che la ragazza potesse portare avanti i suoi pensieri un cinguettio acuto, che divenne in pochi secondi un fischio, la distrasse, portandola ad alzare gli occhi al cielo. Un altro acutissimo fischio si susseguì al precedente, segnale al quale Sereeny alzò il braccio, aspettando che i piccoli artigli del suo caro amico si arpionassero al suo polso. "Mi manda Deneb" gracchiò lui, strappando un sorriso alla ragazza. “Dovrebbe insegnarti un atterraggio un po' più grazioso” rispose lei, sbeffeggiandolo. Le fredde gocce di sangue bianco che le colavano lungo il braccio erano il motivo della sua affermazione. "Stasera è presente alla Torre e lo compiaceresti nel recarti lì, per incontrarlo" disse, gonfiando il petto grigio, unica parte del corpo assieme a coda e ali ad essere ricoperta da un piumaggio folto, invece che il corto pelo nero che contraddistingueva la sua razza. Sereeny aveva salvato quell'animale dalla creatura domestica di Leara, una delle Guardie, e lo aveva educato quando ancora era alto quanto un dito. Vederlo dopo tutto quel tempo, alto quasi un


palmo, le faceva molta tenerezza. Sentimento che l'aiutò a dimenticare in un attimo le proprie lamentele riguardanti le ferite dovute all'atterraggio dell'esserino. Colma di felicità scelse a malincuore la strada più lunga per arrivare alla Torre. Odiava il chiacchiericcio futile che riempiva i Giardini. Le altre Innocenti, tra danze e canti, sembravano intente a curarsi più delle ore ludiche che di quelle di apprendimento e buone maniere. E, come aveva già precisato lo stesso pomeriggio, non usava passare per i Giardini se non per i pubblici rimproveri. Iniziò a camminare spedita, percorrendo a grandi falcate tutto l'intricato labirinto di corridoi che la separava dalla Torre. Ignorò ogni persona incontrasse, dirigendosi senza indugi verso l'edificio di un maestoso rosso che si innalzava al centro del Rifugio, a sua volta al centro della Contea. Cercò con lo sguardo la piccola siepe ormai morta, accovacciandosi per passarci in mezzo, introducendosi così nei Giardini Glicine, gli unici delle otto sezioni in cui erano divisi quei cortili, ad essere caduti nell'abbandono. Gli unici che le infondevano una calma assoluta, nella loro desolazione e solitudine. La terra, nel punto in cui era solita passare Sereeny, era morbida e odorosa, ma la ragazza aveva imparato a sue spese che quell'aria fertile era dovuta solo al terreno paludoso a cui si era ridotto il resto di quei cortili, ormai non più color Glicine, ma viola smorto. Nessuno li curava più, da quell'accaduto. Vedendola arrivare come una scheggia le Guardie impugnarono le lance, pronte in posizione d'attacco. Solo quando videro la scintillante spilla ai capelli della ragazza si riposizionarono dritte ai loro posti, sbattendo le lance al suolo al passaggio della ragazza nell'ampio portone cavo della Torre. Sereeny si fermò in mezzo alle due donne, facendo una riverenza e calandosi il cappuccio pesante sul viso. Accompagnato dalla grossa mezza luna di tessuto che si stava calando sul viso, sopraggiunse


l'oscurità a cui si era ormai abituata e che celava ai suoi occhi gli interni di quello splendido edificio. L'umiltà delle Innocenti consisteva anche in questo. "La prego di seguirmi, la scorto dal suo Promesso" disse una delle Guardie, incamminandosi lungo i corridoi della Torre. Sereeny si chiedeva se donne non fossero ristrette ad usare le formalità come tutte le altre persone, usando termini onorari per riferirsi a qualcuno o almeno le frasi convenevoli, usate da tutti i Loclithiis istruiti, come segno di educazione e civiltà. Salirono per cinque piani, mentre Sereeny osservava l'ellisse di pavimento in legno che le era consentito vedere, seguendo gli stivali metallici della donna di fronte a sé. Il rumore d'essi rimbombava tutto intorno, lasciando alla ragazza solo l'immaginazione di un ampio soffitto a cupola. “Qui è dove attenderai” le disse, fermandola di fronte ad una panca in marmo bianco, materiale con cui era costruito l'Ottagono e da cui erano composti gli ornamenti e gli arredi della Torre. Di nuovo i passi della donna rimbombarono attorno a Sereeny, perdendosi poi tra i corridoi. Le ore di attesa furono lunghe e colme di curiosità, mentre Sereeny cercava di ripetere le lezioni della sessione successiva per distrarsi dalla tentazione di togliersi il cappuccio anche per un secondo. Sapeva che quella era una prova, infatti la voce di Deneb non la stupì “Degna della mia mano” disse infatti, interrompendo la sua attesa. Lei si alzò, facendo una riverenza “Onorata di gratificarvi” rispose, rispettando in ogni suo aspetto l'etichetta. “Seguimi” disse lui, avvicinandosi abbastanza perché lei potesse capire che le si trovava di fronte. Camminarono in silenzio, tenendo una rispettosa distanza l'uno dall'altra, fino ad un grosso portone scarlatto. Nello spicchio di esso che la ragazza poteva vedere vi era incisa la caduta di Verxian, momento in cui Loclitio era divenuto il Dio e


aveva generato il pianeta nella sua bellezza, potendo finalmente creare un mondo privo di ogni male. Non poté soffermarsi ulteriormente su quella rappresentazione che la porta si aprì, investendola con odore di cenere e frutti acerbi. "Prego" le disse Deneb, spostandosi da un lato per consentirle di passare. Entrato anche lui si chiuse la porta alle spalle, stupendo tanto Sereeny con quel gesto da farla girare all'improvviso. Vide il simbolo di Loclitio, enorme, inciso sulla parte interna del portone, prima di rendersi conto che il copricapo le era calato sulle spalle, lasciandola a volto scoperto. Non appena si apprestò a rimetterselo, però, la mano del suo Promesso raggiunse il lembo di stoffa, trattenendolo “Non vi è bisogno che ti copri” disse, emettendo un rumore che Sereeny ricondusse ad un sorriso “Questo di certo non diminuirà la tua umiltà”. “Questa intimità non ci è concessa” rispose, abbassando il capo abbastanza che da impedire a lui di guardarla in volto, continuando a tirare la stoffa nonostante la stretta ferrea di Deneb. "Non vi è nessuno in questo luogo che possa parlare, se non io e te" le spiegò lui, senza però convincerla. Era strano come Deneb, figlio del Sindaco della Contea, avesse scelto proprio lei come futura moglie. Sereeny era nata con tre Doti innate, ma a causa del suo inserimento tardivo al Rifugio mancava della prima, fondamentale, benedizione. Nessuno avrebbe mai accettato una donna così come madre dei propri figli, seppur fosse la più intelligente, fine ed educata di tutto il corso, con i migliori voti in qualsiasi materia e con l'assenza, arrivata solo alla quinta sessione, di due virtù. Nessuno tranne Deneb. Solo pensando a come il ragazzo l'accettasse anche con quell'incurabile difetto Sereeny decise di mostrargli, dopo quattro anni dal giorno in cui si erano conosciuti, il suo viso.


E poter vedere quello di lui. Il solo pensare di poter vedere il viso dell'uomo con cui avrebbe passato il resto della sua vita le diede una scarica di paura ed emozione che le fece tremare le mani, tanto da costringerla a chiudere la mano, ancora sul bordo del cappuccio, a pugno. “Non avere timore, Sereeny. Mostrami il tuo viso". Per la ragazza, sentire pronunciare il suo nome da quel ragazzo fu un tuffo al cuore. Aveva, con una singola parola, rotto ogni distacco formale potesse esserci tra loro. E allo stesso modo, con un singolo gesto, Sereeny ruppe la barriera che li separava. I grandi, puri e impreparati occhi verdi della ragazza incontrarono due ametiste, di un viola scuro e magnetico, incastonate in due occhi dalla forma elegante, così come i lineamenti allungati del viso ovale di lui. "Sei davvero molto bella" sorrise Deneb, portando una mano ai capelli di lei e accarezzando la lunga treccia della ragazza. "Mi permetto" iniziò a dire, vedendo il giovane sorridere e far cenno di negazione con la testa. "Lo ripeto, siamo solo noi due. Niente frasi fatte, non darmi del Lei e non trattenerti dal dire tutto ciò che pensi e che vuoi dirmi" la rassicurò con un ampio sorriso, che gli creò due fossette adorabili nelle guance un poco piatte, illuminando i suoi capelli color denim. "Grazie per avermi chiamato, desideravo molto vederti. E anche tu, sei molto..." abbassò lo sguardo e chiuse gli occhi, vergognandosi dell'unica parole che riuscisse a trovare per definire il suo Promesso "...attraente". “Non sono qui per tentare la tua Innocenza o la tua Umiltà" disse, incamminandosi lungo il corridoio. Sereeny, sorridendo, seguì il suo Promesso lungo quel corridoio, obbligando i suoi occhi a soffermarsi sul luogo che la circondava e non sulla figura del suo amato, curiosi di analizzare quei tratti maschili che mai avevano visto. Erano in un corridoio ampio, con il pavimento lucido e liscio, di una


pietra completamente nera che lei non aveva mai visto, calda al tatto. Ai lati di esso, si aprivano degli archi, chiusi da porte a spinta in legno, alcune ormai marce, altre adornate da decori sgargianti. Ma, oltre queste, nulla si intravedeva se non una profonda oscurità. "Siamo qui perché voglio mostrarti una cosa" mentre Sereeny apriva bocca, non riuscendo a pronunciare una singola parola, Deneb si avvicinò ad una porta il legno chiaro, lavorato tanto da esser stato reso perfettamente liscio e decorato da dipinti di lingue rosse che salivano dal terreno, cambiando colore nel giallo per poi concludersi in punte guizzanti. “Voglio che tu sia orgogliosa di me, il tuo Promesso, e possa quindi andare fiera del nostro legame negli anni che ancora ci mancano per stare finalmente insieme”. Quelle parole la commossero, facendole salire il cuore in gola in attesa di cosa volesse mostrarle il ragazzo. Quando lui, con un unico movimento della mano, aprì quelle porte, Sereeny ebbe un mancamento. Tale da ritrovarsi seduta al suolo, tanto le tremarono le gambe. Deneb le stava mostrando, assieme ad un sgargiante sorriso, la bestia più maestosa esistesse: un Drago. Aveva la pelle liscia, composta da grosse squame lucide, viola come gli occhi del ragazzo. Da quella posizione, in cui il Drago le mostrava solo il fianco sinistro e nascondeva coda e volto dietro di sé, Sereeny poté solo notare la stazza dell'animale, quasi sette volte più lunga e cinque volte più grossa rispetto ad un Loclithiis. "Sembra assopito" riuscì solo a dire, facendo ridere di gusto Deneb. "Sì, i draghi dormono la maggior parte del tempo che passano qui dentro" spiegò, interrompendosi e sedendosi accanto a lei "Allora, fiera di me?". "Io sono orgogliosa di essere la tua Promessa dal primo giorno che ci siamo incontrati" disse, con tutta la sincerità di cui era capace, sorridendo verso il ragazzo, che si tinse di imbarazzo sulle guance. "G-grazie, ma mi interessava sapere se eri orgogliosa di me come uomo: sono diventato un Destinato. Questo ci garantirà un ottimo


futuro". Bastò che gli occhi di Sereeny si illuminassero e la sua bocca si aprisse per lo stupore perché lui sorridesse, contento di quella risposta ampiamente affermativa. "Cielo, cielo!" strillò lei, applaudendo e sorridendo al suo Promesso "Mi chiedi anche se sono orgogliosa? Come potrei non esserlo! Appartieni ad un drago!". “Si chiama Zeevrar” precisò lui, sorridendole. Per qualche minuto calò il silenzio tra loro. Mentre Sereeny guardava colma d'amore il suo Promesso, lui prese dall'angolo destro della stanza del Drago un fagotto. "E questo appartiene a te" disse, mostrandole la stoffa che teneva tra le mani e che era avvolta attorno ad un oggetto che Sereeny, dalla forma, non riuscì a riconoscere. Ma bastò un cenno di lui, che la invitava a spostare i lembi di tessuto, per rivelare la cosa più incredibile che lei avesse mai visto. "Questo renderà me orgoglioso di te" disse, sorridendole con un amore che Sereeny mai aveva visto sul viso di qualcuno.


TERZO CAPITOLO "Muoviti!" sentii urlare, mentre ancora stavo parlando con Vegaza di quello che era successo nemmeno un'ora addietro. "E sellala quella bestia, una volta tanto" urlò di nuovo Kraz, con quell'inconfondibile ruggito. Vegaza rizzò le piume della criniera, alzando la coda e iniziando a farla schioccare contro il suolo. "Capisci" dissi, interrotto dalle mie stesse risate, che sgorgarono spontanee nel ricordarmi cosa avessi sadicamente deciso "Ho investito gli Spettri come prima linea di questa missione" risi di nuovo, mentre Vegaza mi guardava con rimprovero. Nessuno, lì dentro, si sarebbe mai azzardato a sfidare in quel modo Kraz, sia perché era il nostro capo sia perché era un animale dai nervi instabili. Però, dovevo ammettere di trovarci un godimento perverso nel vederla irata e pronta a saltarmi alla gola. Saltai in groppa ad un'iraconda Vegaza, scendendo in picchiata e atterrando accanto a Kraz, che mi fulminò con lo sguardo. Era inquietante come, avendo gli occhi molto sottili, si intravedessero solo le pupille e l'iride altrettanto nera, dando l'impressione che, come i grifoni, anche lei avesse gli occhi privi di cornea. "Io non voglio essere sellata" disse Vegaza, rispondendo al comando che Kraz ci aveva imposto poco prima, chiamandola bestia. Seppur i grifoni non avessero, normalmente, una padronanza del linguaggio comparabile alla nostra e un'articolazione di pensiero tale da poter creare poesie, ma sorprendentemente schematica, così da poter seguire e formulare velocemente movimenti e azioni in volo e in combattimento, avevano di sicuro un carattere dello spessore di quello umano. E Vegaza era particolarmente permalosa.


Infatti avanzò verso la donna che l'aveva insultata, drizzando il collo per apparire più grossa di Kraz e mettersi in una posizione dominante. "In combattimento è necessario aumentare la velocità e virare in modo vigoroso, per non morire, e una sella aiuta a far sì che nemmeno il tuo Cavaliere muoia. Se dovessi trasportarlo mentre è ferito, come faresti, se non potessi nemmeno tenerlo tra gli artigli, poiché potresti fargli ulteriormente male?" chiese Sheratan, il Grifone ramato di Kraz, che era appena atterrato precisamente accanto al suo Cavaliere. "Difenderò il mio Cavaliere fino alla morte, se è necessario, e mai uscirà da un combattimento ferito finché io avrò vita anche in una singola piuma" rispose lei, scoppiando in un ruggito feroce in faccia a Kraz, per poi volare fuori. Molti dicevano che la mia cavalcatura avesse preso l'indole del suo precedente Cavaliere, da quando le avevo dato un nome proprio in onore della più grande Averxiana mai esistita: Vega. Mi accorsi solo quando sentì l'aria frustarmi il volto di come Vegaza stesse accelerando, battendo con forza e ad un ritmo impressionante le ampie ali, puntando dritta verso l'uscita sulla vetta della montagna. Intravidi uscire subito dopo, da una della entrate più basse, una macchiolina ramata con sopra un'altra, splendente nella sua armatura. Sheratan e Kraz che, al gesto di Vegaza, si erano mossi. Da altezze diverse, a pochi secondi di distanza, la seguirono gli altri componenti del Circolo. Sotto consiglio di Livenn, avevo deciso di non coinvolgere nessun altro Chimerico, così che la nostra missione si potesse svolgere nella maggior discrezione possibile. Vegaza sbuffò nel vedere Erakis e Lanx uscire dallo stesso sbocco che aveva preso lei, scendo subito di quota per affiancarsi a tutti gli altri. Attendevano un mio gesto per raggiungere le paludi attorno alle campagne della contea.


Quel potere mi spaventava. Durante questa missione, il comando era dato completamente a me, assieme a tutte le responsabilità derivanti da un fallimento. Alzai semplicemente il braccio. Sincronizzati, ma in assoluto silenzio, voltammo a destra, accelerando il ritmo di volo. Atterremo al limitare delle paludi, dove gli alberi erano più diradati. "Mostratevi" dissi, scendendo per primo dal mio grifone, seguito da tutti gli altri componenti del Circolo. Ero l'unico d'essi a non aver indossato un'armatura, ma dei semplici vestiti di pelle. Non mi era passata per la mente l'evenienza di un combattimento, volendo puntare su una strategia di “arriva, prendi e fuggi”. Disposte in cerchio attorno a noi, ognuna in piedi accanto all'altra, una cinquantina di ragazze, di età compresa tra gli otto e i venticinque anni, si mostrarono ai nostri occhi, apparendo dal nulla in mezzo alla fanghiglia. Per ultima si mostrò Livenn, apparizione alla quale tutte le ragazze si inchinarono, per poi sparire nuovamente. Solo il fango viscido che arrivava alle caviglie tradiva i loro movimenti. "Entreremmo noi per prime, poi Neteria vi darà il segnale per entrare" concluse, con un inchino rivolto a me, attenendosi ai miei ordini e concedendo così che prendessi la parola. Rimasi in silenzio per un lungo attimo, facendo due passi indietro. "Vorrei lasciare la parola a colei, sola, che possa guidarci all'interno dell'Ottagono" dissi infine, inchinandomi nella direzione di Kraz e provocando un lieve sconcerto in tutti i presenti. Soprattutto nella donna interessata, che non mancò di mostrare il suo stupore per questa mia concessione di potere, sobbalzando sul posto. Si mosse di un passo, facendo luccicare l'armatura che aveva addosso. Nessuno sapeva come facesse a vedere, o anche solo il motivo per cui tenesse quel ricordo del suo passato di Guardia anche quando


ormai aveva scelto la sua fazione, divenendo addirittura nostro capo indiscusso. Eppure, eccola lì, splendente alla luce delle tre lune, con l'armatura graffiata e usurata, segno del suo disprezzo per le incisioni del dio che riportavano sopra prima che lei le deturpasse. "Sono litigioso, ma non rischierei mai il bene della nostra comunità per i miei capricci" spiegai allora, inchinandomi nuovamente e mantenendo quella posizione per tutto il tempo in cui Kraz parlò: "L'ottagono, oltre essere letto delle Innocenti, è il posto in cui si allenano le Guardie e in cui trovano riposo. La loro casa. Vi è una zona, però, che è abbandonata da quando vi fu il grande tradimento, poiché fu proprio lì che avvenne: i Giardini Glicine. Noi atterreremo lì. Vi è una parete in cristallo, a nord-est, tra i rovi e le piante rampicanti, che permette di accedere all'Ottagono" lanciò un oggetto a Livenn, che se lo rigirò tra le mani "Bevete quell'intruglio, una goccia ciascuna e passate immediatamente per quella parete, che sentirete liquida al tocco. Starete male i minuti successivi, ma non avete altro modo di entrare. Questa armatura protegge ogni lembo di pelle, quindi i vostri dardi avvelenati non avranno spiragli per fare effetto e non faranno altro che avvertire le Guardie di una presenza nemica". "Cos'è?" chiesi, guardando la boccetta di liquido argentato tra le mani di Livenn. "Lacrime liquide di pure Figlie di Loclitio" disse Kraz, inchinandosi e dando la parola alla ragazza che, al momento, guardava con orrore ciò che aveva tra le mani. "Noi allora entreremo, dandovi poi l'ordine per procedere al cambio pattuglia" Livenn si inchinò verso di me, ma Kraz fece un passo avanti per prendere la parola. "Vi sono Guardie anche all'interno della Torre, situa al centro dell'Ottagono, perciò sarà necessario muoversi rapidamente se vogliamo evitare scontri". Vidi i presenti agitarsi un poco, segno che tutti non avevano intenzione di evitare scontri.


"Eviteremo ogni tipo di violenza" decisi invece, sentendo Vegaza schioccare la lingua e battere una zampa al suolo "Ci muoveremo dai Giardini Glicine e, scortati da Kraz, troveremo la ragazza". "L'ottava sorella" mi corresse Erakis, accingendosi a rimontare sul proprio grifone. "Livenn" dissi, quando tutti erano già saliti sui loro grifoni. La vidi girarsi di scatto, gli occhi lucidi e un sorriso stampato sul volto, stupendomi di quella reazione e sentendo l'impulso di abbracciarla. Mi limitai a sorriderle amorevolmente e farle un cenno di saluto con la mano "Raccogli tutte le provviste che desideri" dissi infine, senza saper che altro aggiungere. In privato, ad assemblea chiusa, avevamo accordato assieme a Livenn e Kraz quale sarebbe stata la tempista dell'attacco: mente Aglaia, la luna fissa in cielo, si spegneva lentamente avremmo volato fino alle mura delle città, entrando in essa quando ormai si fosse spenta del tutto. Dopo di ciò il mio compito si complicava. Ci sarebbero volute solo due ore perché Talia ed Eufrosine salissero in cielo, affiancando la luna fissa fino a passarle la loro luce, lasciandole poi il monopolio del cielo fino alla notte successiva. Ripensare alla tempistica del piano mi fece alzare gli occhi al cielo, gesto che ormai erano anni che non mi concedevo di fare. La distesa nera, illuminata da un solo astro, puntuale come un orologio nel suo compito e affiancato dalle sue vallette ogni giorno con estrema fedeltà, era uno spettacolo da mozzare il fiato. Sheratan fischiava, volando basso e rapido, ansioso di arrivare all'ottagono. Tutti i grifoni erano molto agitati, speravano di poter combattere una volta tanto. Il periodo di stallo politico non gli aveva permesso di scendere davvero in battaglia, era comprensibile che animali tanto feroci, con un'indole innata al combattimento, fossero così ansiosi di poter saggiare il sangue freddo dei draghi sotto i propri artigli. Io e Vegaza, invece, volavamo in alto per non farci individuare,


ignorando l'impazienza di lei tra un capriola e una giravolta, divertendoci nel volare per una distanza così grande. Non era capitato molte volte che ci spostassimo per un tragitto così lungo e lei sembrava davvero contenta di poter sentire il vento tra le piume e il mio peso sulla schiena. A differenza degli altri, mi auguravo con tutto il cuore che tutti stessero dormendo e di non dover combattere. Ci avvicinammo un poco più al suolo non appena Vegaza intravide le mura della città, mentre io osservavo i tetti della città, fatti di pietre levigate e argento fuso. Il segnale di Neteria fu quasi irriconoscibile: un bagliore che durò il tempo di un battito di ciglia. L'unico grifone che rimase impassibile fu quello di Erakis, che continuava imperterrito a volare ad una distanza media dal suolo, abbastanza in alto da farsi vedere come una macchia indefinita, ma abbastanza in basso da poter attaccare in qualsiasi momento. Portava con tranquillità il suo Cavaliere, volando placido sulle correnti del vento. Aveva lo stesso portamento contenuto e serio dell'uomo che lo cavalcava. L'aria era fresca e pungeva in maniera piacevole il viso, mentre mi avvicinavo al centro della città su una Vegaza impazzita, ansiosa di incontrare un drago. Respirai a fondo, sentendomi bruciare i polmoni e ridendo come un babbeo: nella Contea non c'era traccia del liquame chimico che faceva aleggiare il suo prepotente odore in tutta la palude, al di là delle campagne, intossicandoci. I Loclithiis si tenevano ben lontani i loro rifiuti. Appena il cielo si fece completamente nero, Vegaza emetté un sibilo inquietante, segnale al quale ogni grifone accelerò, puntando dritto al centro preciso della Contea. Atterrammo nei Giardini Glicine, ritrovandoci nella medesima fanghiglia e nello stesso silenzio che avevamo incontrato nelle paludi. Poco lontano da noi, però, potevo ancora sentir marciare le Guardie. "I grifoni, si posizionino sulle torri esterne" disse Neteria,


inchinandosi verso noi Chimerici "Procederete alla Salvezza quando riceverò l'ordine di farvi proseguire" annunciò, mentre le nostre cavalcature prendevano il volo. Mentre guardavo Sheratan posizionarsi sulla Torre, disubbidiente, realizzavo la merda in cui mi ero cacciato. Ero riuscito a restare tranquillo, distrarre la mia mente con il paesaggio e con la bellezza di Vegaza o degli altri grifoni che volavano attorno a noi. Ma nell'ora del dunque, le mie gambe iniziarono a tremare. "Sarà eletta questa sera, la nostra salvezza, la Sorella dei testi, colei che incarnerà il numero sacro per i Loclithiis e che sarà la loro fine" annunciò Kraz, per incoraggiarci tutti "L'Ottava Sorella". "L'Ottava Sorella" ripetemmo in coro, bisbigliando. Mi risuonarono in testa le parole che mi aveva detto Vegaza, appena eravamo tornati al suo nido dopo la cerimonia: "Come fai a conoscere l'arte della Salvezza, se Vega non te l'ha tramandata?". "Non la conosco" gli avevo risposto, pronunciando finalmente la verità più vergognosa per un Dorato. “E quindi come farai a scegliere la Sorella?” aveva insistito. In quel momento un misto di vergogna e rassegnazione mi aveva investito. Avevo bisogno di altra kalexia. “A caso, probabilmente” risposi, piegando all'insù un angolo della bocca. La mia voce era impregnata di sarcasmo, ma anche Vegaza sapeva che, alla fine, era davvero quello che avrei fatto. "Due ore...." borbottò Erakis, tirando un calcio ad uno degli sgabelli di quelle creature, che sobbalzarono al suo gesto. Soprattutto a causa della delicatezza di quell'oggetto, che si distrusse in mille schegge. Potevano essere definite bellissime, essere l'orgoglio della Contea oppure essere istruite ad essere le mogli perfette ma, ai miei occhi, sarebbero sempre sembrate grottesche. Erano tutte accalcate sui loro letti, o negli spazi tra essi, alcune


addirittura sopra armadi o comodini, tutte con gli occhi di colori vivaci spalancati verso di noi, come se fossimo dei mostri spaventosi. Forse, allo stesso modo in cui io vedevo loro come delle creature bizzarre, loro vedevano noi come degli esseri strambi. Non sarebbe stato poi così illogico. Seppur gli Averxiani conoscessero l'esistenza dei Loclithiis, cosa che viceversa non avveniva, pochi avevano il lusso di incontrarne uno durante la loro vita o addirittura parlarci o toccarli. Io non ne avevo mai visto uno. Perciò in quel momento, in cui avevo sulle spalle il peggior fardello che un Averxiano avrebbe mai potuto portare, osservavo quelle bizzarre creature non trovandone una che avesse un motivo per essere più speciale dell'altra. Erano tutte strane e particolari uguali: la pelle grigia e, si raccontava, fredda come quella di un morto, le chiome di colori particolari, le unghie pallide e quelle orribili pellicine ai lati della bocca, che collegavano al labbro inferiore quello superiore, come le fauci dei draghi. "Sceglila!" disse ancora Erakis. Eravamo rimasti solo io e lui in quella stanza in cui gli Spettri avevano costretto le Innocenti ad ammassarsi, come fossero in un macello, mentre gli altri pattugliavano la zona. Passò un'altra ora, in cui presi perfino il coraggio di avvicinarmi a loro per guardarle un po' più da vicino. Ne notai una, occhi e capelli argentati. Non stava urlando, non cercava di scappare, distoglieva semplicemente lo sguardo, come tutte le altre del resto, se la guardavo in viso. Non aveva paura, anzi, sembrava quasi volermi fare un affronto, mostrandomi che non ero poi così terrificante come le altre Innocenti sembravano volermi far credere. "Non è qui... Io non... Non è nessuna di loro!" balbettai, cercando di spiegargli che nessuna di loro mi mandava i segnali che,


presupponevo, avrei dovuto sentire. Nessuna attraeva la mia attenzione come sarebbe dovuto succedere. "Prendine una!" mi intimò, stringendomi una spalla con l'intento di lussarmela e spingendomi verso quelle ragazzine, che strillarono di nuovo tutte assieme, con acuti terrificanti, creando un concerto rivoltante. Ma, tra quegli urli, uno risaltò più di tutti gli altri, atterrendomi: Vegaza. "Dobbiamo andare" annunciò Erakis, furibondo, dirigendosi verso la porta e trascinandomi con sé. "Vai a prendere il tuo grifone e poi comanda la ritirata" disse, guardandomi negli occhi con il fuoco di qualcuno che mi avrebbe volentieri ucciso in quel preciso istante "Potrebbe essere l'unica cosa che fai giusta questa sera". Per concludere con effetto la sua frase, mi sputò in viso, ringhiandomi contro e correndo verso la provenienza dell'urlo che avevamo sentito, mentre io mi vidi, nel più completo sconforto, costretto a dirigermi ai Giardini Glicine.


QUARTO CAPITOLO Sereeny si svegliò con un rumore soave, delicato, che le perforò il cranio da una parte all'altra con una sensazione così delicata da far sembrare quella saettata di dolore quasi confortante. Un secondo dopo, ancor prima che potesse completamente riprendersi e capire dove si trovasse, un ruggito proveniente da qualche metro di distanza l'assordo, riempiendole mente e orecchie di un fischio insistente che mano a mano aumentata di intensità, fino a obbligarla a scuotere la testa e tapparsi le orecchie. Non prestò attenzione alla realtà attorno a sé, con un risveglio tanto brusco, finché non si accorse di due cose: il soffitto e le pareti erano in un materiale nero stranamente familiare e il muro a cui era appoggiata era caldo e si muoveva ad un ritmo regolare... come respirasse. A quell'osservazione, quasi involontaria, la ragazza si gettò a terra, cadendo sui gomiti, voltandosi velocemente per scorgere a cosa si fosse adagiata: il drago di Deneb. Devo essere ancora nella Torre costatò Sereeny, gattonando per allontanarsi dall'animale e dirigendosi verso la porta. Si rialzò a fatica, ancora stordita dallo stridulo suono che si stava man mano alleviando, permettendole di sentire un altro suono acuto, ma gradevole e ritmato. Vi si concentrò qualche secondo, fermandosi di fronte ai due battenti della piccola porta a cui era a fatica arrivata. Ma bastarono quei secondi perché il drago viola dietro di lei si girasse , battendo poderosamente un'ala. Sotto il fischio che ancora padroneggiava nelle sue orecchie Sereeny poteva sentire di nuovo quella musica soave riempire l'ambiente, sempre più alta. Alza gli occhi, le fu ordinato, senza che capisse da dove provenisse tale indicazione.


Obbedì comunque, convinta che fosse qualcuno disposto ad aiutarla. Invece di un Sacerdote o, sua speranza più ardente, di Deneb, si ritrovò di fronte gli occhi argentati di Zeevrar. Bella e ubbidiente, come piacciono a me continuò quella profonda voce, risuonandole in testa e zittendo ogni rumore. Era come se il mondo si fosse ammutolito di fronte a un avvenimento tanto maestoso: un Drago stava comunicando con lei. Appena uscirai di qui, porta l'uovo che ti ha consegnato il mio Destinato ai Giardini Glicine e nascondilo sotto le radici dell'albero morente, curandoti di coprirlo col fango, Sereeny si limitò ad annuire, attendendo altri ordini. Era un onore poter servire un Drago, proprio come un Destinato. Deneb ha consegnato l'uovo come suo compito ma sei tu, Sereeny, la persona che davvero mi interessava raggiungere. Quella che farà la differenza queste parole erano prive di significato per la ragazza ma ancor prima che potesse prendersi del tempo per ragionare Zeevrar ruggì, a nemmeno un metro da Sereeny, scaturendo una spinta tale da far cadere la ragazza oltre alla porta della sua stanza. Gattonando a terra, stordita, cercò di allontanarsi dalla tana del Drago. Il corridoio risuona delle nostre potenti voci e tu faresti meglio ad affrettarti se non vuoi che il tuo destino termini in questo luogo la voce di Zeevrar sembrava divertita mentre pronunciava quelle parole, ovattando ancora il mondo di Sereeny e consentendole di rimettersi in piedi e prendere a correre. In fondo al corridoio, di fronte alla porta scarlatta, Sereeny intravide il pezzo di stoffa in cui Deneb aveva custodito l'uovo. Non avendoli mai uditi ma solo letto d'essi durante le lezioni non si era accorta che quei suoni penetranti non erano altro che Canti e che lei non sarebbe mai sopravvissuta all'ascoltarli, a meno che un giorno non fosse divenuta una Sacerdotessa. Sua ambizione segreta, ma irraggiungibile.


I cosiddetti Figli di Loclitio erano gli unici in grado di sostenere l'ascolto dei Canti. Zeevrar ruggì una seconda volta, riempiendo con quel fragoroso verso il corridoio, zittendo per un attimo tutti i Draghi. Grata di quegli aiuti Sereeny incespicava, tenendo il suo destino incollato al ventre con entrambe le mani. Era in preda alla disperazione. Disperata perché quella musica soave, che non aveva tardato a ricominciare, trapanandole le tempie, durasse il tempo di farla uscire da lì. Disperata perché non sapeva se sarebbe riuscita nel suo incarico. Disperata perché non capiva come mai Deneb l'avesse lasciata lì. Iniziò a tremare. Non ce la faccio si disse, iniziando a ripetere la stessa frase più e più volte nella sua mente. Avrebbe voluto piangere, tanto era forte la sua disperazione. Sarebbe morta così, senza nemmeno esser riuscita a compiere ciò che Zeevrar e Deneb le avevano chiesto. "Diventa la prima Sacerdotessa" disse il ragazzo, sorridendole e stringendo quegli occhi viola che la stavano incantando. "Scusa?" aveva risposto invece lei, sentendo le forze abbandonarla. Deneb l'aveva sorretta perché non cadesse, senza accorgersi che stava per perdere i sensi. "Io sono riuscito a diventare un Destinato per renderti fiera di me come uomo e come sposo, allora vorrei che tu divenissi la prima Sacerdotessa" spiegò, porgendole quella pietra grezza dai mille riflessi verde scuro "Per far nascere un drago sai cosa occorre?" chiese, guardandola con un sorriso tirato degno di un cattivo attore. Deneb sapeva perfettamente fin dove si spingevano le conoscenze di Sereeny. Per quello l'aveva scelta. "Servono i Canti, lunghe ed estenuanti sessioni di Canti conosciuti solo ai Sacerdoti, per far sì che un drago esca dal suo uovo... ma" iniziò col dire la ragazza, venendo interrotta da una risatina del giovane Promesso.


"Teoricamente, conosciuti solo a loro. Tu li conosci" affermò lui, avendo altre volte visionato i quaderni di studi individuali della ragazza, apprendendo molte più cose di quanto anche la sua istruzione da ricco primogenito gli aveva concesso. "Ma questo uovo è stato rigettato ancora nella sacca... Ci vorrà molto per far sì che si formi... condizioni specifiche e Canti estenuanti". "Rendimi fiero di te" aveva detto lui, sordo alle obbiezioni di Sereeny, che continuava a mostrare un viso scettico ma due paia di occhi verdi scintillanti di ambizione. Quando Deneb le aveva posato in mano l'uovo, solo allora, Sereeny aveva perso i sensi. Con il dono del suo Promesso tra le mani e quei ricordo nella mente era riuscita, non con poca fatica, ad aprire il rosso portone, spingendo col peso del suo stesso corpo contro esso. Fuori di lì, forse per l'euforia che scampare alla morte la aveva dato o semplicemente per l'incredibile indole al dovere dei Loclithiis, si era messa a correre il più velocemente possibile. Avevo raggiunto in pochi minuti l'albero di cui le aveva parlato Zeevrar: ricurvo, abbandonato al suo destino nei Giardini Glicine, con le radici incrinate come artigli famelici alla ricerca di un terreno dove poter sopravvivere. Artigli che avrebbero fornito un nascondiglio perfetto per l'uovo. Portandosi il vestito fino a metà coscia si era accovacciata, mentre il fango la faceva affondare fino alle caviglie, scavando in quella melma fino a creare un piccolo fosso. Prima che il materiale che aveva spostato di riposizionasse placidamente al suo posto vi aveva inserito l'uovo, coprendolo con accuratezza fino a che non fosse stato invisibile a chiunque non sapesse con precisione dove si trovasse. Mentre pensava a come nascondere le vesti macchiate di fango e ripulirsi di nascosto le mani, così che la Boia non le facesse troppe domande, fu distratta dalla presenza di un'altra creatura.


QUINTO CAPITOLO Camminavo in fretta, in un buffo tentativo di correre in mezzo a tutto quel fango che ad un semplice passo mi avvolgeva la gamba fino a metà polpaccio. Di Vegaza non vi era alcuna traccia, se non le sue urla in cielo. Era lì, da qualche parte in quella distesa nera, e mi stava osservando senza atterrare. Non mi accorsi del perché finché non lo vidi sgusciare da un albero e correre con un'agilità impressionante verso cespuglio, alla mia sinistra. *** La creatura incespicava nel fango, con passi pesanti che la rallentavano e basta, senza però lasciarsi sfuggire un rumore, se non quello viscoso della melma. Era una sagoma alta, bipede, con i contorni assai simili a quelli della sua specie, ma lievemente diversi per qualcosa che Sereeny non riusciva ancora a identificare. Avrebbe volentieri evitato chiunque, soprattutto in una situazione d'allarme, ma, come succede ai topi col gatto, quella figura si trovava proprio dove lei era obbligata a passare per tornare ai dormitori. *** Non fu nemmeno necessario che portassi la mano all'elsa del pugnale. “E' lei” urlò Vegaza, suggerendomi qualcosa che già avevo capito. Forse fu il fascio di luce che la investì quando si spostò lievemente, preparandosi a compiere un rapido movimento per fuggire, forse fu la treccia di azzurri capelli che quasi brillò sotto la luce o forse


furono gli enormi occhi verde acceso che si dilatarono, guardando precisamente nella mia direzione, come se riuscisse a vedermi chiaramente. Non capirò mai cosa fu, ma tutto in quella creatura mi urlò che era la ragazza che stavo cercando. A quanto aveva detto Kraz, sulla destrezza e la forza dei Loclithiis, per anche uno solo di noi catturarne tre, a patto che non fossero Guardie, sarebbe stato un gioco da ragazzi. Eppure, quando mi mossi verso di lei, questa si spostò nella direzione opposta, riuscendo così a posizionarsi nella posizione di maggior vantaggio: altri due scatti e sarei stato costretto a rincorrerla per i corridoi. "Vuoi che intervenga?" mi chiese la mia compagna, volando a pochi metri sopra di me perché potessi sentirla. Non era davvero intenzionata ad aiutarmi, solo a prendermi un poco in giro. Dovevo dimostrarle di meritare di cavalcarla. La creatura si era accovacciata alla vista di Vegaza, osservando con gli occhi sgranati l'imperiosa creatura allontanarsi da noi, lasciandoci soli. Approfittando della sua distrazioni le corsi incontro, riuscendo finalmente a stringerla tra le braccia, chiudendo la presa non appena sentì la sua pelle fredda entrare in contatto con la mia. Avevo appena toccato una Loclithiis, mi ritrovai a pensare. Ma bastò un suo gridolino e uno strattone, che subito mi scivolò via dalle mani, iniziando a correre a perdifiato tra il fango. *** Era un uomo. Non era un Destinato. Perché era all'Ottagono, allora? Non era nemmeno un Sacerdote! Chi avrebbe osato stringere in quel modo una ragazza? Non è nemmeno un Loclithiis!!


Pochi, svelti, ragionamenti, e Sereeny era stata riempita da una forza che non sapeva di possedere. La pelle calda di lui, al contatto con quella di Sereeny aveva prodotto un lieve strato d'acqua, abbastanza scivoloso da permetterle di fuggire dalla presa di quell'essere e iniziare a correre al massimo delle sue capacità. Fortunatamente quella creatura non era molto agile tra il fango, così che Sereeny riuscì ad arrivare fino agli arbusti che delimitavano il giardino abbandonato, prima di voltarsi. *** Le Guardie, allarmate dai Canti dei Draghi, si erano messe a pattugliare da prima i corridoi dell'Ottagono, passando poi ai Giardini. Ormai era questione di tempo perché nascesse uno scontro e, in quella situazione, non avevo assolutamente voglia di rincorrere quella ragazza, per di più con gli abiti appesantiti dal fango. Prima che potessi fare qualsiasi cosa, però, questa si girò verso di me, fermandosi. "Non so chi tu sia, ma non hai alcun diritto di comportarti in modo tale con una signorina" mi urlò, guardandomi senza alcun timore "Io sono già Promessa e non ti è data alcuna intimità nei miei confronti" aggiunse poi, con una voce tra l'ira e la semplice costatazione. Il mio cervello, invece che trovare un modo intelligente di risponderle per non farla scappare di nuovo, si limitava a ripetermi: si è fermata. Fu infatti Vegaza ad agire per me, non appena vide la ragazza voltarsi e ricominciare a correre. *** Non era ovviamente un Loclithiis, ma ciò non gli dava il permesso


di comportarsi in quel modo incivile con una donna. Solo per quello Sereeny si era fermata, calcolando una distanza abbastanza sicura da non essere raggiunta da quella creatura nel tempo che ci avesse messo a parlargli. Infatti tutto era filato liscio. Almeno così aveva creduto. Si era rimessa a correre, orgogliosa di aver risposto a quell'essere aberrante, sicura che le sue parole gli sarebbero servite da lezione. Si era rimessa a correre, orgogliosa di aver risposto a quell'essere aberrante, sicura che le sue parole gli sarebbero servite da lezione. Fiera della sua azione non si era accorta della folata di vento che le era arrivata alle spalle finché non sentì degli artigli, freddi sulla pelle, tenerla con gentilezza a mezz'aria. Il ragazzo di prima le stava mostrando una fila di denti seghettati orrendi, in un aberrante tentativo di sorriderle. Montò in groppa all'animale che l'aveva catturata con un'agilità impressionante, compiendo un balzo che, fino a quel momento, Sereeny aveva creduto possibile solo alla belva di Leara. Prima che potesse anche solo analizzare i movimenti che l'uomo aveva compiuto, fluidi e calcolati, si sentì il cuore saltare in gola: non aveva più la terra sotto i piedi. Il senso di vuoto sotto di sé la portò a strillare, ma nulla le fuoriuscì dalla bocca a causa delle folate di vento che invece la riempivano. *** Ci mettemmo un paio di minuti ad arrivare dagli altri. Scendendo con un balzo da Vegaza, che era atterrata sulle zampe posteriori per mostrare la Loclithiis al resto del gruppo, annunciai “L'ho trovata!” Sorrisi, compiacendomi di averla traumatizzata un pochetto. La prima persona che le si avvicinò fu Kraz. Vegaza posò a terra la ragazza, delicatamente, così che il nostro capo potesse guardarla o prenderla con sé per il viaggio di ritorno. Da quel momento il nostro compito era finito, il comando tornava


a lei. Quando anche l'Innocente si accorse di Kraz, dallo sguardo perso e debole che aveva avuto per tutto il tempo, riacquistò energie, iniziando a correre nella sua direzione. Solo quando la vidi inginocchiarsi di fronte al nostro capo, implorarla con voce spezzata da lacrime che non scendevano lungo le sue guance e gli occhi brillanti nell'oscurità, supplichevoli per un aiuto, capì la triste ironia di quella scena: aveva confuso Kraz per una Guardia. Quando vidi altre due, autentiche, Guardie avvicinarsi, avanzai di un passo, urlando il nome del nostro capo, così che risparmiasse a quella poverina un trauma simile. Ma la mia voce non sembrò raggiungerla. *** Fu quasi ridicolo il tempo che ci mise il suo cervello a reagire. Sereeny aveva visto le due Guardie sopraggiungere, correndo, intonando i Canti con tutta la potenza a loro possibile, avventandosi contro quella a cui Sereeny si era rivolta, come se fosse una loro nemica. Era stato il vedere la Guardia davanti alla quale era inginocchiata estrarre un'arma, con alle estremità due lame splendenti, in cui ci si poteva specchiare, a creare quello strano malfunzionamento al cervello di Sereeny. Le si era appannata la vista mentre le due Guardie, che ormai l'avevano raggiunta, venivano trafitte, una precisamente in mezzo al cranio, cadendo con un tonfo sordo, l'altra al collo. La seconda, dopo che la donna di fronte a Sereeny ebbe fatto un movimento preciso e poderoso del braccio, cadde al suolo con due tonfi, mentre la ragazzina perdeva completamente la vista, riuscendo solo a sentire un liquido freddo e denso bagnarle il vestito e il viso, e colare lungo questo. Poi, un quarto tonfo al suolo, simile ai tre precedenti.


Sereeny era sicura di essere stata lei stessa a cadere, ma l'incoscienza non arrivò, assieme all'oscurità e all'insensibilità in cui erano caduti il suo corpo e la sua mente. E rimase così, per diverso tempo, tempo incalcolabile, a chiedersi cosa ci fosse dopo quel punto. Un mondo privo di ogni cosa? Un mondo ancora più glorioso e giusto? Oppure, il nulla?


PROLOGO Da tempo indeterminato cercava di dare una fine, dei margini, a quelle ombre indefinite che annebbiavano la sua vista, danzanti sfumature di colore che si accavallavano, si fondevano e scindevano di fronte ai suoi occhi, in una miriade di sfumature che mai sarebbe riuscita a classificare. La domanda che più la tormentava, in fondo alla sua mente impastata da un torpore inspiegabile, era una sola: sognava o era morta? Più passava il tempo, più la mente di Sereeny accelerava. Non si era mai vista per così tanto costretta ai suoi pensieri, nel ritmo accelerato del Rifugio, tra lezioni e studi. Aveva scoperto di avere una matassa nel cervello, piena di dubbi... Ne formulava così tanti da disorientarla... Dove l'avevano portata? A che scopo? Eppure, rivivendo centinaia di volte la scena nei suoi flebili ricordi, si era resa conto di come avessero catturato solo lei. Non aveva visto altre innocenti con loro, non sembravano essere interessati ad altri che a lei... Perché, allora, uccidere se non per cibarsi? Non riusciva a capire, a rispondere a tutti quei quesiti, mentre la sua mente ronzava, ancora, perennemente, attiva. Muoveva membra invisibili in quelle sfumature, ormai statiche nel suo spazio visivo. Solo alcune, grosse macchie si muovevano, invadendo la sua tela zuppa, turbandone l'equilibrio. Aveva capito pian piano di trovarsi in un luogo chiuso, siccome mai cambiava la luce che vi era all'interno, e che quelle sfumature erano creature, che le passavano accanto, entrando nei suoi spazi. Ma perché? Si erano susseguiti uno dietro l'altro, in quei giorni... Giorni?


Effettivamente, la sua mente non si era mai spenta, riposata, facendole apparire il tempo trascorso in quel posto come una lunga, unica, giornata... Quanto tempo era passato? Notti... giorni... Man mano che il tempo passava, però, si sentiva pizzicare il corpo. Quando sarebbe morta di stenti? Non sentiva fame o sete, e non dormiva... Se doveva essere sincera con se stessa, non sentiva neppure il suo reale corpo, ma la sua cognizione d'esso. Bordi indefiniti, come se anche lei fosse una macchia senza margini, sfumata... I pensieri di Sereeny, come la sua vista, si erano affinati, seppur avvolti in quella costante nebbia, quasi palpabile. Aveva capito di essere lì per un preciso motivo e che quelle creature erano andate all'Ottagono specificamente per prelevarla. Per lei. "Ehi" si sentì dire. Gli occhi le si gonfiarono di cocenti lacrime a sentire quella voce, l'unica che era riuscita ad insinuarsi nella fluida incoscienza in cui era reclusa la sua mente. Una voce maschile, familiare, che le chiuse il cuore in una morsa di tranquillità, mostrandole solo allora il terrore che l'aveva arpionata per tutto quel tempo. "Riesci a sentirmi?" le fu chiesto di nuovo, senza che lei potesse far nulla.


Grazie mille per aver letto l'anteprima di Loclitio! Trovate maggiori informazioni riguardo a questo libro su: http://naitmers.altervista.org/

P.S: la copertina sarĂ svelata piĂš avanti, scusate

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