Page 1

2

DOMENICA 20 LUGLIO 2008

REPORTAGE

AGORÀDOMENICA Sulle colline presso Pec trenta ininterrotta dal XIV secolo. monaci perpetuano la tradizione Ma vivono sotto assedio, isola della pittura delle icone, serbo-ortodossa nella regione

Kosovo

secessionista a maggioranza albanese. A salvarli, i soldati italiani della missione Onu

Testo e foto di Max Peef

Iconostasi blindata al monastero di Decani D

ice «Ci dispiace, noi con voi italiani non parliamo», ma ci accoglie sorridente nel suo volto dolce e fiero: il monaco ortodosso maschera così la secolare e spirituale forma di accoglienza a cui sono inclini i monaci, nel monastero di Decani in Kosovo. Comunque, questo sarebbe il trattamento verbale che ci verrebbe riservato ufficialmente per volere del patriarca di Belgrado e di Artemije, vescovo di Raska e Prizren, malgrado quella difesa del sito storico che è parte del nostro accordo per la pace e il controllo del Kosovo con la Kfor italiana. Ma a prevalere sono proprio l’accoglienza tipica dei monaci e il desiderio di far conoscere all’esterno le meraviglie senza censure di un mondo che «è vero – dice il monaco –, assomiglia molto alle riserve dei reclusi indiani d’America». Tutti i monaci per poter uscire dal monastero hanno bisogno di una scorta armata: la stessa che garantisce dal 2004 al

vescovo Artemije una certa incolumità, dopo che la cattedrale di Prizren e la sua casa sono state distrutte dall’Uçk. Spesso, dopo gli avvenimenti recenti – per la seconda volta nella storia –, il monastero di Decani è stato salvato dagli italiani, ci racconta il monaco: «Già durante la Seconda guerra mondiale l’Italia è intervenuta a difendere questo monastero. Noi siamo comunque riconoscenti agli italiani». Il monastero è un cenobio maschile che vanta un’ininterrotta tradizione della vita monastica sin dal XIV secolo; oggi vi abitano trenta monaci. Oltre al ruolo spirituale, alle preghiere e alla manutenzione del santuario, il monastero sostiene attività che fanno parte della vita monacale stessa, come l’attività della fabbricazione delle icone. Con la benedizione del vescovo Artemije, nel 1992 la comunità monastica più anziana è stata sostituita da una più giovane con a capo

l’igumeno Teodosio. Questa è la stessa comunità che ha dato aiuto a moltissimi contadini nei dintorni del monastero durante gli scontri bellici del 1998-99, a prescindere dal credo religioso o della provenienza.

I

militari italiani mantengono giorno e notte il controllo del sito con posti di blocco e scorte armate. Nel monastero ci si tramanda l’arte tradizionale dell’iconografia plurisecolare. Non potrebbe essere altrove l’atelier, senza voler ridurre il significato del luogo con un francesismo, dove nascono le più belle opere e dove hanno lavorato i maggiori maestri iconografi del mondo. Santità e tradizione, bellezza e autorità, rendono questo piccolo spazio davvero molto suggestivo. È davvero molto se ci onora della sua presenza un monaco che ci racconta che l’attuale studio iconografico del monastero si è sviluppato

subito dopo l’arrivo della giovane comunità monastica. In questo studio lavorano quattro monaci che operano secondo i modelli bizantini, utilizzando le tecniche tradizionali della pittura con tempera all’uovo e della lucidatura a oro. Ci racconta così che «la tavola su cui le icone venivano dipinte sono generalmente di tiglio o di larice e, dopo un procedimento di levigatura di alcuni strati di colla e di gesso che permettano l’abbozzo del disegno, si inizia con una doratura dei particolari dei vestiti, dell’aureola (o "nimbo") per poi finire la pittura degli abiti. Una volta si usava per le ultime pennellate di rilievo la biacca, un pigmento a base di piombo. Successivamente balenii di luce chiari, ottenuti con l’ocra mescolata alla biacca, sono posti sulle parti in rilievo del volto: zigomi, naso, fronte e capelli. La vernice rossa è disposta in uno strato sottile attorno alle labbra, sulle guance e

sulla punta del naso. Infine, con una vernice marrone chiara si ripassa il disegno (graphìa): i bordi, gli occhi, le ciglia ed eventualmente i baffi o la barba. I colori sono ottenuti da sostanze naturali, vegetali o minerali, oppure da piccoli processi chimici come l’ossidazione dei metalli. Pestati a mortaio, macinati finemente, essi sono uniti al tuorlo dell’uovo che agisce da legante». La scelta dell’uovo ha un chiaro significato simbolico, riferito alla vita. L’iconografia richiede una grandissima preparazione spirituale, e in questo luogo la purificazione mentale fisica e naturalmente spirituale si percepisce dal silenzio che ci circonda. Le icone sono considerate opera di Dio stesso, che esprime la sua perfezione attraverso le mani dell’iconografo. Ed è per questo che è considerato inopportuno porre la firma del proprio nome sull’opera, eseguita da colui del quale Dio si era servito.

IL PAESE Indipendenza a metà del guado

Alcune immagini di Decani: i religiosi all’esterno del complesso monastico e – qui sopra, a destra e in basso al centro – il laboratorio di pittura dlle icone

Il monastero di Decani, fondato nel 1327 e patrimonio dell’umanità Unesco, sorge poco distante da Pec, nel Kosovo occidentale, non lontano dal confine con il Montenegro. Il santuario ortodosso rappresenta una delle enclave serbe in territorio kosovaro, abitato a larga maggioranza da albanesi. Proclamatosi indipendente con atto unilitarale nel febbraio scorso e riconosciuto solo da una parte della comunità internazionale (Italia inclusa), il Kosovo oggi vive in uno stato di sostanziale protettorato garantito dall’Unione europea, che sta accompagnado – anche attraverso un robusto sostegno economico – la piccola nazione balcanica (due milioni di abitanti) verso la piena sovranità. Resta aperta la questione della presenza slava in Kosovo, concentrata nella regione nordorientale, ai confini con la Serbia, e in piccole comunità isolate come Decani.

Kosovo  

Reportage in Decani, ICONOSTASI BLINDATA