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NEWSLETTER MWH SETTEMBRE-OTTOBRE 2012 EDITORIALE di Stefano Susani, Operations Director Sud Europa, MWH

Il disaster management tra soccorso e resilienza. Ogni anno sulla terra si verificano centinaia di eventi naturali catastrofici che colpiscono, più o meno prevedibilmente, popolazioni e infrastrutture causando danni drammatici per le economie coinvolte. Costruire una società più resiliente vuol dire soprattutto cambiare profondamente la cultura di un popolo e il suo approccio a numerosi aspetti dell’organizzazione collettiva, non da ultimo la destinazione degli investimenti per lo sviluppo. La domanda che dovrebbe porsi qualunque decision maker non è “cosa possiamo fare per minimizzare i rischi naturali?”, bensì “come possiamo raggiungere i nostri obiettivi di crescita tenendo in dovuta considerazione i rischi attuali e futuri?”. E’ in quest’ottica che si inserisce il disaster management come disciplina strategica al servizio dello sviluppo umano e infrastrutturale con particolare attenzione alla mitigazione del rischio e alla minimizzazione dei danni a lungo termine. E non parliamo, dunque, di sola “protezione civile”, una definizione che nel nostro Paese suggerisce quasi esclusivamente il concetto di “soccorso” a disastro avvenuto.

Sempre più vulnerabili? Esistono evidenze schiaccianti di quanto ormai sia indispensabile che ogni comunità investa progressivamente in strumenti di disaster management e crei una coscienza collettiva adeguata:  L’incremento demografico mette a repentaglio sempre più vite, ma soprattutto sta avvenendo in aree del pianeta più vulnerabili ai disastri naturali;  Il processo di urbanizzazione “selvaggia” rischia di esacerbare gli effetti dei disastri naturali;  Lo sviluppo economico tende ad aumentare il valore delle infrastrutture civili e degli asset industriali;  I cambiamenti climatici stanno aumentando l’incidenza e l’aggressività di questi eventi;  I danni economici derivanti da disastri naturali comportano dei costi enormi a carico della collettività che potrebbero spostarsi maggiormente sui privati, comportando una nuova ripartizione dell’onere. 1


Pensiamo al caso dell’Emilia-Romagna e a come questa parte del nostro Paese sia stata drammaticamente messa in ginocchio da un terremoto totalmente imprevisto. Perfino una delle più vivaci economie italiane ha mostrato una vulnerabilità estrema all’evento catastrofico, priva di efficaci strumenti di gestione del disastro e di una cultura della resilienza. Dopo il terremoto del 2010, la regione del Canterbury in Nuova Zelanda, si è risollevata con una ricetta fatta di (ri)progettazione infrastrutturale, nuove tecnologie e processi, cambiamenti comportamentali, nuovi meccanismi di assicurazione contro i danni e altri mezzi finanziari di trasferimento del danno. Il moderno approccio al disaster management è fatto proprio di questo.

Management in “assetto di guerra”. Nel 1940 il Premio Nobel Patrick Blackett, per conto della Royal Air Force, guidò un team di militari, fisiologi, fisici e matematici, dando vita alla Ricerca Operativa, una disciplina matematica volta alla gestione delle priorità (“triage”, dal francese “selezione”) ad esempio nel caso delle operazioni degli ospedali militari, ma ancora oggi usata nella redazione dei piani di emergenza collettiva. L’approccio moderno al disaster management non ignora la Ricerca Operativa e il suo retaggio “militare” nelle fasi di soccorso, ma attinge anche agli strumenti del project e del programme management per limitare i danni e ridurre al minimo lo stallo operativo di comunità e imprese in caso di catastrofe. L’esperienza nel disaster management degli ultimi decenni ci permette di identificare alcune aree sulle quali, intervenendo con tempestività e preventivamente, è possibile costruire la resilienza di un’intera comunità verso l’evento catastrofico. Quasi si trattasse di una vera a propria guerra, la costituzione di una “war room” con una struttura di comando ben definita che riunisca fisicamente i principali soggetti operativi, è fondamentale per prendere decisioni in tempo reale, affidando la comunicazione all’interazione faccia a faccia. Un altro elemento chiave è focalizzare ogni sforzo per ridurre la complessità, favorendo, in particolare, il coordinamento e la comunicazione tra unità operative e unità centrale. Ciò, nella pratica, è estremamente arduo poiché le prime fasi di un’emergenza tendono naturalmente a indirizzare ogni sforzo verso il soccorso sul campo più che verso l’applicazione di processi decisi dall’unità centrale. 2


E’ cruciale, inoltre, il concetto di “logistica dell’ultimo miglio”, termine preso in prestito dalla filiera dell’e-commerce, che mette in evidenza come in caso di risposta a un disastro naturale, sia l’ultimo miglio ad avere maggior bisogno di aiuto. Pertanto, se non si organizzerà tutta la “filiera”, sarà inutile inviare approvvigionamenti a un paese in difficoltà se questi non potranno mai raggiungere le persone colpite. Infine, non si può prescindere dallo stabilire un sistema per la raccolta, l’analisi e la disseminazione delle informazioni a supporto dei processi decisionali. Per ricorrere ancora una volta al vocabolario della strategia militare, ci si riferisce a situazioni di “fog of war”, nebbia di guerra, vale a dire situazioni di incertezza e asimmetria informative che risultano di grave impedimento all’azione immediata. Quanto più il nostro pianeta si popolerà di persone e di infrastrutture, tanto più la furia degli elementi potrà causare danni al proprio passaggio. Una strategia della resilienza e adeguati investimenti negli strumenti del disaster management potranno proteggerci e mitigare i danni, soprattutto se accompagnati dalla corretta sensibilizzazione verso la gestione e la prevenzione del rischio in tutti gli strati della popolazione.

ARTICOLI DI APPROFONDIMENTO AMBIENTE Passività ambientali e amianto. Un approccio preventivo a supporto delle grandi transazioni immobiliari. La sua estrema nocività è nota in tutto il mondo da decenni, tanto che l’OMS ha evidenziato come non esista nessuna forma di esposizione a materiali asbestosi che si possa considerare innocua. Tra gli anni ’30 e ’40, Regno Unito e Germania sono stati i primi Paesi al mondo a riconoscere la correlazione tra alcuni tumori e l’amianto, prendendo provvedimenti legislativi specifici volti a proteggere i lavoratori. Con la legge 257 del 1992, anche l’Italia diventa uno dei primi Paesi cha hanno scelto di bandire l’uso questo materiale, attivando delle procedure di protezione e indennizzo verso i soggetti esposti e orientandosi verso la messa in sicurezza o bonifica di quanto esistente. Oggi, in oltre 50 Paesi al mondo (compresa tutta l’UE) è del tutto vietato l’uso dell’amianto, ma esistono ancora nazioni in cui ciò è permesso. Parliamo di Russia (primo produttore mondiale), Cina, Kazakhstan, Brasile, Canada, Zimbabwe e Colombia. Da notare la scelta controcorrente del Canada (grande esportatore mondiale di amianto) rispetto ai vicini Stati Uniti e agli altri Paesi di vecchia industrializzazione, tanto che quest’anno ha annunciato lo 3


stanziamento di nuovi fondi per riaprire una delle sue maggiori miniere di asbesto dopo averne sospeso l’attività per qualche anno. Le scelte normative relative all’amianto, dunque, variano da Paese a Paese. Tale difformità, costituisce una sfida di grande portata per le società che operano su mercati internazionali. “Di fronte a questa disomogeneità normativa, il nostro approccio è quello di applicare in ogni situazione gli standard ambientali e di sicurezza più stringenti, siano essi quelli previsti dalla legislazione della Nazione in cui operiamo, quelli imposti dal nostro cliente o le nostre procedure interne” ci spiega Giovanni Ranza, project manager di MWH. “Ad esempio, nel 2011, abbiamo effettuato, per conto della BERS, una due diligence ambientale e sociale presso alcuni cementifici in Russia, tra i quali uno stabilimento per la produzione di manufatti in cemento-amianto, prodotti ancora di largo uso nei Paesi exsovietici. L’oggetto del nostro incarico era appunto, fra gli altri, quello di identificare e proporre azioni migliorative per mitigare l’esposizione al rischio sia dei lavoratori, sia delle popolazioni residenti nelle aree circostanti. In questo caso abbiamo comunque applicato gli standard e le linee guida dell’UE sulle migliori tecnologie disponibili, utilizzando criteri di valutazione ben più stringenti di quelli previsti dalla normativa locale.”

Un approccio “all’americana”. Il tipo di approccio preventivo appena descritto caratterizza le scelte di molte società multinazionali americane che operano su mercati globali, in particolare nel caso di complesse transazioni di immobili industriali o commerciali e, dunque, delle relative passività ambientali. In tal modo stabiliscono delle best practice che si ispirano a principi di responsabilità sociale ed efficienza. Sottolinea Matteo Rudello, project manager di MWH: “Nell’ambito delle procedure di compravendita di complessi industriali, ma anche commerciali, di proprietà di grandi gruppi americani, si riscontra un approccio volto ad individuare, con un elevato livello di precisione, tutti gli aspetti ambientali che potrebbero comportare un costo/rischio per i futuri acquirenti. Una analisi dettagliata di questo tipo garantisce la solidità dell’accordo commerciale siglato, prevenendo la maggior parte dei possibili contenziosi che andrebbero a detrimento sia del venditore che del compratore che si accinge alle operazioni di risviluppo del sito.” Ma in che cosa consiste questo approccio “all’americana”? 4


“ In pratica”, prosegue Rudello, “precedentemente alla vendita di un complesso industriale, si procede ad una caratterizzazione di dettaglio dei terreni e delle acque di falda di pertinenza del sito. Quando si ha a che fare con le maggiori multinazionali americane, indagini ambientali di questo tipo vengono talvolta spinte al di là dei requisiti previsti dalla pur restrittiva normativa Italiana (o di altre normative dei paesi in cui il cliente opera). Lo scopo in questo caso è dare una quantificazione coerente e completa delle passività ambientali associate al suolo e al sottosuolo del sito, nonché impostare le azioni correttive in contradditorio con gli Enti al fine di poter definire con relativa certezza l’iter normativo/procedurale a cui andrà in contro il sito negli anni successivi. All’analisi degli aspetti delle matrici ambientali potenzialmente impattate dall’attività industriale svolta nel sito, si affianca l’analisi degli edifici stessi, per una mappatura di dettaglio di tutte le sostanze potenzialmente dannose per la salute o l’ambiente ancora presenti. Occorre ricordare che l’amianto, materiale molto diffuso in natura e piuttosto economico, è stato ampiamente utilizzato nell’edilizia italiana fino agli anni ’80, soprattutto per la coibentazione di tetti, ma anche per pavimentazioni, tubature, vernici, ecc. E’, dunque, un contaminante ancora molto presente e sicuramente oggetto di grande attenzione in queste analisi ambientali. La ricerca e la quantificazione dei materiali non si limita, tuttavia, solo all’amianto ma comprende qualsiasi sostanza potenzialmente associata agli edifici stessi quali ad esempio: le polveri accumulate nel tempo sui pavimenti e sulle pareti delle aree produttive, le vernici, qualsiasi materiale potenzialmente dannoso associato alle coperture, ai controsoffitti, alle pavimentazioni, agli isolamenti, agli impianti fognari, agli impianti elettrici, alle illuminazioni ed all’impianto di riscaldamento e raffrescamento, e a tutte le strutture interrate che potrebbero contenere residui nocivi.” Osserviamo, dunque, un approccio estremamente dettagliato che tutela il buon esito di una transazione con una corretta pianificazione dei costi di intervento. Esso, inoltre, eviterà che determinate passività possano incidere in termini di decine di punti percentuali sull’intero valore della transazione e, soprattutto, nei mancati ricavi dell’acquirente che si troverebbe nell’impossibilità di intraprendere le previste azioni di risviluppo a causa delle limitazioni o dei divieti che la normativa ambientale prevede fino al completamento degli iter di messa in sicurezza e bonifica.

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D’altro canto, una sottovalutazione degli aspetti ambientali consente una sopravvalutazione dell’immobile che determina vantaggi economici immediati per il venditore. Da qui la “tentazione” che domina alcune transazioni con un approccio meno conservativo e che espone a futuri rischi. Conclude, infine, Rudello, “nell’eventualità che il contratto di compravendita non gestisca chiaramente i rapporti tra le parti durante la fase successiva alla transazione si possono determinare svariati impatti riassumibili in queste tipologie: il compratore rivendica i costi legati alle passività scoperte a posteriori; Il compratore oltre ai costi non identificati in precedenza rivendica i costi legati alla mancata fruibilità del sito; Le Autorità contestano al venditore le pendenze ambientali scoperte in fasi successive alla compravendita. Il venditore rimane, infatti, penalmente responsabile delle criticità ambientali riscontrate dall’acquirente, secondo il principio del “chi inquina paga” sancito dalle normative comunitarie e recepito a livello nazionale.” Come spesso si osserva nel caso di applicazione di buone pratiche di responsabilità sociale, il vantaggio non è mai esclusivamente “etico”, ma rispecchia l’attuazione di efficienze operative che fanno molto bene all’azienda oltre che all’intera comunità.

ACQUA Un progetto per l’abbattimento delle sostanze inquinanti nella laguna di Venezia. Con il suo ecosistema complesso e gli equilibri naturali delicati, la Laguna di Venezia convive con le pressanti esigenze dello sviluppo umano e industriale da secoli. Area di passaggio tra il mare e la terraferma, ha visto il fiorire di Porto Marghera, una delle zone industriali più importanti del nostro Paese per il suo porto industriale e commerciale e per l’intensa attività ittica e di acquacoltura. La questione della tutela e del risanamento ambientali della Laguna di Venezia è una sfida che la Regione Veneto sta affrontando grazie al Progetto Integrato Fusina (PIF), che attinge, sia al "Piano Direttore 2000", che al "Master Plan per la bonifica dei siti inquinati di 6


Porto Marghera" e al "Modello Strutturale degli Acquedotti del Veneto (Mo.S.A.V.). In particolare, il Piano Direttore 2000 mira a ridurre il carico di azoto in laguna dalle 6500 tonnellate attuali a 3000 nel 2013. La presenza massiccia di azoto, infatti, oltre a contribuire all’inquinamento dell’area, carica le acque di un eccesso di sostanze nutrienti, responsabile dell’abnorme proliferazione di alghe negli ultimi anni.

Il progetto. Il progetto Fusina coinvolge la rete industriale delle acque reflue e la rete di captazione delle acque di falda della zona industriale oggetto di bonifica, e prevede la realizzazione di una vasca di stoccaggio da 75.000 mc e di diverse unità di finissaggio del trattamento depurativo al fine di consentire lo scarico a mare nel rispetto dei limiti imposti dalle autorizzazioni. I processi adottati sono di vario tipo e di ultima generazione quali biofiltrazione, reattore biologico a membrane, filtrazione su teli, trattamento di disinfezione a UV. Il sistema è completato da una condotta di scarico in mare di circa 20 km di lunghezza di cui il primo tratto in laguna da Fusina a Lido. Il progetto prevede anche la realizzazione di una zona umida di 100 ettari per la fitodepurazione delle acque trattate dalle sezioni a monte e destinate al successivo riutilizzo quali acque di processo o di raffreddamento per le utenze industriali dell’area. A completamento, l’intervento comprende la ristrutturazione dell’impianto di trattamento delle acque reflue industriali denominato SG31 all’interno dello stabilimento del Petrolchimico, la realizzazione di una discarica per lo stoccaggio di circa 2.000.000 mc per lo smaltimento dei sedimenti provenienti dal dragaggio dei canali del porto industriale di Marghera ed il revamping di una linea del termovalorizzatore esistente in area SG31 per lo smaltimento di fanghi da impianti di depurazione. Il PIF ha usufruito del meccanismo del project finance, attingendo, dunque, a finanziamenti sia pubblici che privati. MWH è stata incaricata, per conto di BNL – BNP Paribas, le banche finanziatrici, di redigere la due diligence tecnico-ambientale indipendente sull’intero progetto, comprendente anche l'analisi di mercato della disponibilità di acque reflue e della domanda di riutilizzo delle acque, sulla base dello sviluppo industriale futuro previsto nell'area di Porto Marghera. Per ogni impianto incluso nel piano di lavoro, MWH ha eseguito la valutazione tecnica, la valutazione delle prestazioni, l'analisi della congruenza dei costi di costruzione e funzionamento e l'identificazione dei principali rischi associati al progetto. MWH ha inoltre eseguito la valutazione tecnica dei contratti commerciali e sta attualmente fornendo un servizio di monitoraggio durante la costruzione per la parte di investimenti già in fase di realizzazione.

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Nota: SIFA (Sistema Integrato Fusina Ambiente) è l'operatore responsabile della progettazione, dello sviluppo e del funzionamento dell’interno schema di progetto. L'investimento di capitale totale sul piano di recupero di quest’area di Porto Marghera è di circa 370 milioni di euro

ENERGIA Per l’industria italiana l’efficienza energetica non è una priorità. Secondo lo studio di MWH, gli interventi possibili sono molteplici ma è scarsa la percezione dei benefici. Articolo di: Dario Dilucia La Perna, Energy Efficiency Technical Leader, MWH Chiara Di Silvestro, Energy Project Engineer, MWH MWH ha realizzato negli ultimi cinque anni oltre 20 audit di efficienza energetica presso importanti realtà industriali italiane, in particolare, nel settore metalmeccanico e chimico, individuando circa 142 potenziali interventi, per una media di sette per ogni impianto (v. Figura 1). In Italia, i costi legati all’approvvigionamento di energia elettrica costituiscono la spesa preponderante soprattutto per le PMI, per le quali si stima che superi la metà dei costi complessivamente sostenuti. Il risparmio energetico è un fattore strategico di cui tutte le imprese, dalle più piccole alle più grandi, dovrebbero tenere conto per aumentare la propria competitività sul mercato. Inoltre, il risparmio energetico nelle imprese può contribuire in modo sostanziale al raggiungimento degli obiettivi comunitari previsti per il 2020 sul territorio nazionale in termini di riduzione delle emissioni di CO 2 e miglioramento dell’efficienza energetica.

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Figura 1. Le principali misure di efficienza energetica individuate negli impianti industriali. Secondo lo studio di MWH, la maggior parte degli interventi di efficientamento riguardano l’automazione dei sistemi.

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Figura 2. Potenziale di risparmio per consumo di calore per 15 impianti analizzati.

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Figura 3. Potenziale di risparmio individuato sui consumi elettrici per 15 impianti analizzati In Italia il 47% degli addetti del settore privato nell’industria e servizi è impiegato in microimprese (aventi1-9 addetti)1. Le microimprese, circa 4.3 milioni, costituiscono il 95 % 1

Rapporto annuale 2010 - Istat

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del totale, le PMI (con 10-249 addetti) costituiscono il 5,12% e le grandi imprese (> 249 addetti) appena lo 0,08%2. Tuttavia, sotto il profilo economico, sono le imprese con più di dieci addetti a realizzare i due terzi del valore aggiunto totale3. In base al rapporto elaborato da Terna sui consumi elettrici italiani nel 20104, il consumo totale elettrico è stato pari a circa 310.000 GWh, di cui 5.600 GWh nel settore agricolo, 138.000 GWh nel settore industriale, 96.000 GWh nel terziario e la parte rimanente nel settore residenziale. Circa il 15% delle grandi imprese italiane operano nel settore industriale e costituiscono oltre il 50% dei consumi elettrici industriali italiani. Le opportunità di efficienza energetica individuate nello studio di MWH consentirebbero di ridurre i consumi elettrici di circa 58 GWh e quelli termici di circa 50 GWh, corrispondenti ad un risparmio economico annuo di circa 7,8 milioni di euro a fronte di un investimento stimato di circa 20,8 milioni di euro. Sulla base dei dati forniti dagli stabilimenti analizzati, il risparmio annuo conseguibile è di circa il 10% sulla parte elettrica e 10% sulla parte termica (come illustrato nelle figure 2 e 3), dato che corrisponde alle stime dell’ENEA. Nel settore industriale i consumi elettrici sono principalmente dovuti ai motori (74%), illuminazione (4%) e altro (22%). Come evidenziato nella Figura 1, le aree in cui sono state identificate le principali misure di efficienza energetica sono: la sostituzione dei vecchi motori con nuovi modelli ad alta efficienza che permettono un risparmio che va dall’1% al 4% dell’energia utilizzata da motori usurati o con efficienza standard; l’istallazione di sensori che permettano di mantenere in condizioni ottimali parametri quali la temperatura, l’umidità e la luminosità evitando inutili sprechi di energia; l’installazione di variatori di frequenza sui motori in modo da regolarne la potenza in funzione del carico richiesto; la sostituzione dei gruppi frigoriferi condensati ad aria con quelli condensati ad acqua con un conseguente incremento di più di 4 punti del coefficiente di prestazione; l’installazione di lampade a fluorescenza ad alta emissività nei magazzini che permettano di avere consumi energetici più bassi a pari intensità luminosa; la riduzione della pressione di esercizio nelle reti di aria compressa dove necessario e la manutenzione di tali reti; il recupero di cascami termici dove possibile; etc. I consumi elettrici nel settore agricolo e terziario derivano, invece, quasi totalmente dalla domanda elettrica delle micro-imprese e PMI. Nel terziario, i consumi elettrici derivano per Vedi nota 1 Vedi nota 1 4 Rapporto TERNA 2010 sui consumo elettrici in Italia 2 3

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circa il 45% dall’illuminazione, il 30% dal condizionamento e il 25% da altro. In queste aree dovrebbero dunque essere identificate misure di efficientamento energetico quali l’installazione di sensori di presenza, lampade ad alta efficienza, sistemi di monitoraggio e controllo dell’intensità luminosità, pompe di calore, controllo e monitoraggio delle temperature estive e invernali all’interno degli ambienti, gruppi frigoriferi condensati ad acqua (dove applicabili) ecc. Nel settore agricolo, i consumi elettrici derivano quasi esclusivamente dall’energia di pompaggio. Misure di efficientamento energetico consistono nell’installazione di variatori di frequenza sui motori, corretto dimensionamento dei sistemi di pompaggio, installazione di serbatoi di accumulo ecc. Il potenziale di risparmio elettrico nel settore terziario e agricolo è leggermente più elevato rispetto al settore industriale e si attesta attorno al 15%. Partendo dalla suddetta base dati di Terna e proiettando le stime di riduzione dei consumi elettrici, il risparmio annuo conseguibile è pari a circa 29.000 GWh elettrici, di cui 14.000 GWh nel settore industriale, 14.000 GWh nel settore terziario e circa 1 GWh nel settore agricolo. Una riduzione di 29.000 GWh elettrici in Italia corrisponderebbe ad una riduzione di circa 15 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, equivalenti a circa 3 milioni di ettari di foresta. In termini economici, questo comporterebbe un risparmio annuale di circa 3 miliardi di Euro. Circa il 50% del risparmio potrebbe provenire da misure di efficientamento sui motori elettrici, il 20% sul condizionamento, il 10% sull’illuminazione e il 20% su altro. Per raggiungere gli obiettivi di cui sopra è tuttavia necessario che la bolletta energetica non sia più percepita da parte delle imprese come un costo bensì come una fonte di profitto. Un euro speso in meno nella bolletta energetica corrisponde ad un euro guadagnato. In quest’ottica, le imprese dovrebbero essere più propense ad investire per ottimizzare e razionalizzare i propri consumi energetici e aumentare la propria competitività sul mercato. Purtroppo, l’esperienza di MWH rivela come l’implementazione di misure di efficienza energetica nell’industria non venga ancora considerata come una priorità a causa di molteplici barriere quali la carenza di informazione, la mancanza di investimenti, la scarsa lungimiranza degli addetti ai lavori, i pregiudizi culturali, i sussidi ai carburanti. Una politica di efficientamento non può prescindere dalla presenza di un sistema di controllo, monitoraggio e gestione dell’energia. Dal momento che tale sistema è spesso assente, ogni impianto industriale dovrebbe dotarsene. Purtroppo, per motivi prevalentemente culturali e di governance (il management non vede l’efficienza energetica come una priorità) e per una crescente tendenza verso la pianificazione a breve termine, poche aziende scelgono di fare questo tipo di investimento, considerando un pay back time di 4 anni come un tempo eccessivo per considerare l’investimento realmente allettante.

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Ingegneri 2020: il futuro della professione in una ricerca del Consiglio Nazionale degli Ingegneri. Competenze gestionali e ambientali, tanta flessibilità e grande ricorso alla tecnologia: ecco alcuni degli ingredienti che faranno l’ingegnere ideale del futuro secondo una ricerca del Consiglio Nazionale degli Ingegneri. “Ingegneri 2020. Tutela, sviluppo e occupazione” è stata presentata a settembre al 57° Congresso Nazionale degli Ordini degli Ingegneri. Ma cosa ne pensa chi gli ingegneri li assume per mestiere? Lo abbiamo chiesto a Michela Martinengo, responsabile Risorse Umane per la sede italiana di MWH. 13


D. Dott.ssa Martinengo, è sorpresa dei risultati della ricerca? R. Al contrario, confermano l’evoluzione che stiamo vivendo nella nostra azienda e che possiamo percepire osservando il mercato dell’ingegneria. D. Quali risultati l’hanno colpita maggiormente e per quale motivo? R. La visione olistica della professione futura come risposta alla crescente complessità delle organizzazioni, la turbolenza dei mercati, l’immediatezza nella comunicazione, la crescente influenza delle istanze sociali. L’ingegnere sarà sempre più chiamato a progettare e manutenere costantemente strumenti di comando sofisticati, in grado di gestire enormi quantità di dati, considerare tutte le variabili, ponderarle accuratamente, e in tempi brevissimi formulare problemi e proporre le migliori soluzioni che aiutino le aziende e le istituzioni nella fase decisionale. Il ricorso a quello che nella ricerca viene chiamato “technology watching”, che non può prescindere dall’idea di “progettazione collaborativa”, e che vede come trend vincente la trasversalità. D. In che modo, grazie alla sua esperienza diretta, ha evidenza dell’evoluzione in atto per questa professione? R. Il concetto di multidisciplinarietà è ben presente nella nostra organizzazione che abbraccia al suo interno competenze diversificate e che spaziano dalla progettazione di bonifiche, al revamping di impianti energetici con abbattimento di costi e emissioni in atmosfera, passando per la progettazione della sicurezza sul lavoro e il disegno di infrastrutture sostenibili. I nostri team sono sempre più compositi, ricomprendenti le diverse discipline, e formati da dipendenti MWH di più sedi nel mondo, fra loro connessi in remoto, e sempre più pronti a utilizzare piattaforme tecnologiche per la condivisione di dati e la progettazione a distanza. I nostri dipendenti sono in prevalenza ingegneri, geologi e scienziati ambientali che si trovano a collaborare con biologi, agronomi e architetti sul versante tecnico, economisti e legali sul versante economico-gestionale. Secondo la classificazione proposta dalla ricerca, la nostra azienda rientra nel settore “Ambiente ed Energia”: in quest’area l’ingegnere del 2020 dovrà possedere competenze aggiuntive quali la capacità di ascolto verso le istanze sociali e di rispetto degli imperativi etici. Accanto alle competenze tecnico/gestionali, i nostri colleghi sono già chiamati a sviluppare forti competenze relazionali ed essere in grado non solo di presentare progetti tecnicamente, economicamente e ambientalmente sostenibili e innovativi, ma anche in grado di trovare il consenso fra i diversi stakeholder. Si pensi ai movimenti sorti spontaneamente per contrastare la realizzazione di grandi opere. Terreni nuovi per la classica figura dell’ingegnere alla quale siamo abituati. 14


Confermo anche il trend in crescita della presenza femminile: il rapporto nella nostra azienda è di 35/65%. D. Quali ripercussioni queste tendenze hanno sulla sua azienda e sulle sue politiche HR? R. Da un punto di vista organizzativo la nostra azienda a livello globale sta assecondando le nuove tendenze: sia da un punto di vista tecnologico che di approccio olistico al servizio. I nativi digitali sono già predisposti ad affrontare le nuove sfide: familiarizzano velocemente con le nuove tecnologie, sono curiosi e aperti all’apprendimento del nuovo, amano la dinamicità, sono capaci di fare network. I tardivi digitali devono fare uno sforzo in più per mantenere il passo con le continue evoluzioni tecnologiche: sono più legati alla tradizionale concezione della figura dell’ingegnere e meno predisposti al cambiamento. La funzione HR è chiamata a dare strumenti operativi nuovi per affrontare in azienda tematiche come la diversity, l’aging, la resilience, già allo studio nelle realtà più strutturate e in prevalenza multinazionali. La sfida è importante e richiede competenze nuove che anche l’HR dovrà sviluppare grazie alla collaborazione con specialisti, quali psicologi, mediatori culturali, esperti di comunicazione.

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Espansione del Canale di Panama. Scarica l’i-Book. Il Canale di Panama, una delle maggiori opere infrastrutturali realizzate nell’era moderna, ha accorciato le distanze tra le nazioni ed ha aperto nuove opportunità al commercio mondiale. A quasi un secolo dalla sua inaugurazione, MWH ha l’onore di coordinare il team internazionale che ha in carico la progettazione delle nuove chiuse, che raddoppieranno la capacità totale del canale e collegheranno il pianeta per un altro secolo e oltre. Puoi scaricare gratuitamente l’iBook che racconta la storia del Canale e della sua espansione (121 MB): Clicca qui per scaricare l’iBook direttamente sul tuo iPad. Clicca qui per scaricare l’iBook sul tuo computer. Requisiti: tecnici: Per scaricare questo documento sono necessari Apple iOS 5.1.1 e iBooks 2.1.1. E’ possibile scaricare gratuitamente iBooks da iTunes Store.

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