Issuu on Google+

NEWSLETTER MWH NOVEMBRE-DICEMBRE 2012 EDITORIALE di Stefano Susani, Operations Director Sud Europa, MWH

Il management “snello”: una questione di efficienza e di sostenibilità. E’ un modello che di questi tempi dominati da austerità, moderazione e depauperamento delle risorse naturali sembra proprio calzare a pennello. Lean management, il management “snello”: riduzione di tutti gli sprechi di risorse, massima efficienza di processo, realizzazione di prodotti di altissima qualità. Se non ne avete mai sentito parlare prima, non lasciatevi ingannare però, perché il concetto ha ben più di cinquant’anni e nasce nel Giappone del dopoguerra dove una Toyota stremata dalla sconfitta bellica e dalla scarsità di materie prime si reinventa totalmente arrivando a sbaragliare la concorrenza globale. Difficile pensare che nella Toyota negli anni ’50 si parlasse di cambiamenti climatici, efficienza energetica, energie alternative e responsabilità sociale d’impresa. Eppure, quello che oggi affascina è la straordinaria attualità della filosofia “lean”, fatto di certo non passato inosservato a vari economisti ed esperti di management che vedono chiaramente il nesso tra questo approccio gestionale e i principi della Corporate Social Responsibility. Il trait d’union tra i due concetti è dato soprattutto dall’enorme attenzione verso l’efficienza che oggi Governi, aziende e cittadini, mostrano di avere in quello che alcuni definiscono un “EFFICIENCY MULTIPLIER APPROACH”: efficienza nell’uso delle risorse naturali, dei costi, di imballaggi e rifiuti, di tempo, di logistica e così via verso un equilibrio organizzativo ideale. In effetti, il “lean management” fin dalla sua versione originale mira a eliminare tutti gli sprechi e a concentrare ed efficientare i processi di produzione solo verso ciò che crea veramente valore per il cliente. Alcuni di questi sprechi sono l’inutile movimentazione di merce, la sovra-produzione e quindi la giacenza di merce in magazzino (da cui il modello produttivo e logistico del “just in time” per cui si produce solo quando serve) nonché lo spreco di materie prime, ma anche la mancata utilizzazione di risorse intellettuali (innovazione) e i tempi d’attesa. In questa logica, non ci si può permettere nessun difetto di produzione, altrimenti il processo perfetto ed efficiente si bloccherebbe, da cui un’immensa attenzione anche alla qualità.

1


Oltre all’efficienza nell’uso delle risorse scarse, ci sono altri motivi che rendono convincente l’accostamento tra il management snello e quello eticamente responsabile. Anzitutto, ciò che crea valore oggi per il cliente è sempre più anche l’elemento etico che sottende ai prodotti che acquista e questo non può essere ignorato nel processo di produzione e lancio sul mercato. Inoltre, l’importanza del capitale umano per una competitività a lungo termine vantata dalla filosofica “lean”, si sposa bene con la sete di innovazione tecnologica che potrebbe portare tante risposte alle attuali sfide ambientali. Questi due concetti, efficienza e innovazione, rievocano un articolo che alcuni mesi fa i due economisti americani Roger Martin e Alison Kemper1, scrivevano sulla prestigiosa Harvard Business Review a proposito delle due grandi scuole di pensiero che ancora oggi dominano il dibattito internazionale sul futuro del pianeta. Da un lato, abbiamo le posizioni più pessimistiche influenzate da Thomas Malthus, che vedono nella relazione tra crescita della popolazione e scarsità delle risorse naturali un disastro annunciato a cui rispondere con il controllo dello sviluppo incondizionato e con la riduzione degli sprechi. Dall’altro ci sono gli ottimisti, i seguaci di Robert Solow, che considerano la capacità di innovazione tecnologica praticamente illimitata e vedono in essa la vera risposta ad ogni preoccupazione per il pianeta. Lungi dall’essere perfette entrambe, secondo gli autori una sinergia tra queste due filosofie potrebbe essere la ricetta equilibrata per il futuro. Per semplificare, mentre l’approccio solowiano può applicarsi a strategie a lungo termine dato il tempo che necessita lo sviluppo di nuove tecnologie, nel caso di emergenze immediate – ad esempio risorse in rapido esaurimento – varrà la strategia malthusiana. In qualche modo, è come se la moderazione malthusiana facesse guadagnare tempo al mondo nell’attesa che l’innovazione solowiana faccia il suo corso. Per i Governi ciò si tradurrebbe, ad esempio, in maggiori politiche di investimento in ricerca e capitale intellettuale, ma anche in politiche conservative nei confronti dell’uso delle risorse. Ecco che cinquant’anni dopo è cambiato lo scenario internazionale, le teorie di management si sono evolute, ma l’intuizione “lean” ci viene ancora in soccorso.

1

2

“Saving the planet: a tale of two strategies”, HBR, aprile 2012.


ARTICOLI DI APPROFONDIMENTO IDROELETTRICO Tekeze: una nuova energia per l’Etiopia. Con i suoi 188 metri, la diga di Tekeze è la più alta del continente africano, ha una capacità produttiva di 300MW ed è tuttora la principale fonte di energia elettrica in Etiopia, in passato spesso soggetta a interruzioni di fornitura elettrica. Il Governo etiope è ben conscio della ricca idrografia del Paese e da anni punta sul settore idroelettrico per dare impulso allo sviluppo socio-economico e infrastrutturale. La diga, che prende il nome da un affluente del Nilo, è uno dei progetti più imponenti interamente finanziati dal Governo, con un investimento di 350 milioni di dollari, oltre 10 anni di lavori e circa 3000 persone impiegate. L’impianto è costituito da una diga ad arco a doppia curvatura in calcestruzzo che crea un invaso lungo 70 km, due tunnel di derivazione del corso del fiume, un’opera di presa alta 75 m, delle condotte in pressione, una centrale sotterranea con quattro turbine Francis da 75 megawatt, una sottostazione da 230 KV e una linea di trasmissione a doppio circuito lunga 105 chilometri costruita attraverso un terreno aspro e montuoso per la connessione alla rete elettrica nazionale etiope. Fin dal 1998, MWH, in joint venture con la serba Energoprojekt, ha partecipato alla realizzazione dell’opera occupandosi dapprima della revisione del progetto esecutivo, della gestione e valutazione delle gare di appalto e della fornitura dei servizi per la gestione in loco dei lavori. Successivamente, la società si è occupata della progettazione e direzione lavori per la costruzione di alcune opere infrastrutturali – 37 km di strade e tre centri urbani per accogliere i lavoratori - a sostegno dell’impianto e del territorio. Oltre al supporto di esperti che operavano da remoto, MWH ha fornito la presenza in loco di un suo ingegnere responsabile del coordinamento del team di progetto, comprendente 14 ingegneri espatriati. Il team di progetto internazionale è sempre stato affiancato da ingegneri e personale di staff etiope, garantendo concrete opportunità professionali alla comunità locale. Poco dopo la sua inaugurazione, l’impianto riceve il premio come miglior Progetto dell’Anno nella categoria Energie Rinnovabili e Sostenibilità da parte della rivista internazionale Power Engineering. 3


Tekeze, infatti, si distingue per essere non solo una delle infrastrutture più imponenti al mondo, ma anche un progetto in cui l’attenzione verso gli stakeholder è stata messa al primo posto. Di fatto, uno degli obiettivi principali dichiarati dal Governo etiope nella sua strategia infrastrutturale ed energetica è proprio il coinvolgimento delle economie locali e il miglioramento della loro qualità di vita. La costruzione dell’impianto, ha ravvivato notevolmente gli equilibri sociali e infrastrutturali della regione del Tigray, un tempo scarsamente popolata e con terreni generalmente adibiti al pascolo stagionale. L’assenza di collegamenti ha reso necessaria la costruzione di strade che facilitassero i trasporti intorno ai cantieri e intorno ai nuovi villaggi che man mano sono venuti nascendo insieme a negozi, piccole aziende, luoghi di culto e scuole. Quello che si è creato intorno al progetto di Tekeze è stato un grande fermento di iniziative che hanno coinvolto sia i lavoratori espatriati che quelli locali e, probabilmente, la costruzione di varie nuove scuole è stata la dimostrazione migliore di questa collaborazione. Oggi, a progetto concluso e con il rimpatrio di questi lavoratori, sono le comunità etiopi a continuare a beneficiare delle strutture create durante la costruzione della grande diga e dei programmi di formazione professionale, di prevenzione sanitaria e di sicurezza iniziati in questi anni. Mentre un tempo occorreva camminare per diversi chilometri per procurarsi acqua potabile, oggi i residenti possono accedere gratuitamente all’acqua disponibile presso gli stabilimenti dell’Ethiopian Electric Power Corporation (EEPCO). E se un tempo lungo i 120 chilometri che separano la capitale Mekele dall’impianto si rischiava di non incontrare mai una luce elettrica, oggi quasi tutti i villaggi lungo la strada sono illuminati. A ciò si aggiunge la possibilità per il Governo etiope di esportare elettricità verso Gibuti e in futuro anche verso il Sudan e altri Paesi limitrofi. Dal punto di vista delle risorse ittiche e dell’impatto ambientale, l’invaso di Tekeze, lungo 70 chilometri, è stato concepito per assicurare un’abbondante riserva ittica per la popolazione locale, oltre ad avere un potenziale paesaggistico insieme all’area del Monte Simien che potrebbe attirare il turismo, se pianificato in maniera eco-sostenibile. Infine, come ogni grande infrastruttura, l’invaso ha di fatto interferito con alcuni percorsi di spostamento tradizionale. Per ovviare a ciò, sono stati messi a disposizione due traghetti che collegano le due sponde e quindi due diverse regioni del Paese. La comunità internazionale di progettisti e costruttori ha una grande responsabilità verso queste popolazioni in via di sviluppo. Nella loro capacità e volontà di fare in armonia con l’ambiente e con le persone sta il futuro dell’Africa. Lo sanno bene gli ingegneri di Tekeze che con le loro famiglie hanno vissuto per anni in quelle terre, sperando poi di lasciare un’eredità positiva.

4


AMBIENTE Valutazione di impatto ambientale: tante competenze per un obiettivo comune. In un Paese come il nostro dove il conflitto sociale spesso mina concrete possibilità di sviluppo infrastrutturale al passo con l’ambiente, la Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) viene spesso vista come una barriera alla realizzazione di un progetto, un’incombenza. Per il crescente numero di giovani che studiano per diventare esperti ambientali e per chi dell’ambiente si occupa da tempo con passione, si tratta invece di una grande opportunità. In attesa di superare l’assurda dicotomia tra sviluppo ed ecologia, crescono professionalità nuove e tecnicamente poliedriche che alimentano un mercato del lavoro “green” che guarda al futuro con più ottimismo. Una VIA è un intervento indispensabile perché l’Autorità competente possa decidere sulla compatibilità ambientale di un progetto e richiede una molteplicità di competenze integrate. Con questa procedura, vengono preventivamente individuati gli effetti sull'ambiente di un progetto ai fini dell'individuazione delle soluzioni più idonee. L’obiettivo comune è assicurare che l'attività antropica sia compatibile con le condizioni per uno sviluppo sostenibile, e quindi nel rispetto della capacità rigenerativa degli ecosistemi e delle risorse, della salvaguardia della biodiversità e di un'equa distribuzione dei vantaggi connessi all'attività economica. “In particolare per la stesura dello Studio di Impatto Ambientale”, sottolinea Laura Pisani, H&S Manager di MWH, “sono fondamentali diverse competenze e spesso professionalità variegate all’interno di uno stesso team. In genere ci sarà bisogno di un esperto di modellistica ambientale, che è in grado di prevedere gli impatti derivanti da emissioni in atmosfera, scarichi idrici, ecc; di un geologo, in grado di valutare la sensibilità del territorio e del sottosuolo in relazione agli impatti attesi dalle attività antropiche; di un biologo esperto di fauna e di habitat naturali del territorio sul quale insisterà il progetto. A questi potrebbe essere necessario affiancare un esperto di urbanistica e trasporti o altri specialisti, in relazione alle caratteristiche del progetto soggetto a VIA.” 5


La figura del “valutatore ambientale” deve essere in grado di coordinare questa varietà di esperti, esprimendo capacità di analisi e valutazione a supporto dei decisori finali. Come ci spiega Paola Bacchi, project manager e ingegnere ambientale di MWH, “il valutatore ambientale si pone al centro di un flusso di informazioni di input e output che mettono in comunicazione tra loro le realtà progettuali e ambientali nel tentativo di individuare le rispettive esigenze e condividere soluzioni ottimali. Questa figura professionale individua, dunque, gli aspetti di potenziali criticità su cui concentrare l’analisi che, talvolta, si traduce nella consultazione di specialisti di settore a cui trasferire le nozioni tecniche e di contesto che possono contribuire al completamento del quadro conoscitivo anche con misurazioni in loco.” Una delle difficoltà di chi è del mestiere, è la notevole quantità di leggi in ambito ambientale e il loro continuo cambiamento. Questo tipo di professionista deve essere costantemente aggiornato sulle normative di settore e sul potenziale rappresentato dagli strumenti disponibili per poter effettuare valutazioni specialistiche, un potenziale in continua crescita che offre la possibilità di qualificare le prestazioni. La figura ideale, non da ultimo, deve avere capacità organizzative e relazionali, nonché attitudine alla sintesi e al problem solving che lo aiuteranno a dialogare con i vari stakeholder coinvolti e a facilitare il processo decisionale finale.

DECOMMISSIONING Premiato il decommissioning di un sito di stoccaggio di propano liquido negli USA. Negli Stati Uniti rimanevano solo due siti per lo stoccaggio interrato di propano liquido refrigerato, tramite metodologia Frozen Earth Storage (FES). Uno di questi si trovava da oltre 50 anni all’interno di una raffineria della società Valero nella città di Delaware ed è stato oggetto di un complesso progetto di decommissioning terminato nel 2012, che ha visto coinvolta MWH nel ruolo di project manager, progettista e consulente per gli aspetti ambientali, geotecnici e idrologici. Per le sue caratteristiche innovative, il progetto si è recentemente aggiudicato il premio come Miglior progetto nel settore industriale/manifatturiero indetto dalla prestigiosa rivista internazionale ENR (Engineering News Record). Negli anni ’60 il sistema FES era utilizzato refrigerando con il propano le pareti dello scavo attraverso tubi refrigeranti ad anello per garantire grandi volumi di stoccaggio per i mesi caldi e scorte sufficienti per la vendita del carburante nel periodo invernale. Oggi, invece, lo stoccaggio avviene tipicamente in serbatoi pressurizzati non interrati. A regime, il sito di Delaware era arrivato a stoccare 500mila barili di propano liquido a circa -46 C°, finché non sono state riscontrate delle perdite di gas che hanno portato alla decisione di dismettere il sito nel 2010 [Fig. 1 e 2] 6


Le sfide di un progetto di questo tipo sono notevoli e piuttosto uniche, se si considerano i requisiti di sicurezza tipici dei processi delle raffinerie e i rischi di infiammabilità del gas maneggiato, unitamente alle complessità tecniche legate ad aspetti geotecnici, chimici, ingegneristici, idrologici, civili e meccanici. Un approccio multidisciplinare è d’obbligo in questi casi ed è stata la chiave del successo anche a Delaware. Però, sono state probabilmente le soluzioni innovative in termini di estrazione del propano e una particolare procedura di grouting (cementazione) e riempimento dell’interramento che hanno fatto guadagnare al progetto l’ambito riconoscimento [Fig. 3]. Prima del riempimento e dismissione finale del sito interrato, infatti, si è dovuto procedere alla delicata fase di estrazione del propano e inertizzazione del sistema, restaurando poi normali condizioni atmosferiche. Nonostante le evidenti difficoltà operative, si è scelto di lavorare durante i mesi invernali più rigidi, in modo tale che fosse mantenuta costate la refrigerazione delle pareti dell’interramento. Il processo è durato mesi ed ha richiesto anzitutto la restaurazione dello strato impermeabile che isola gli acquiferi locali. Dopodiché, la fase di grouting è stata eseguita utilizzando una miscela cementizia a base di sabbia, cemento e bentonite a bassa permeabilità, tale da essere pompata anche a grande distanza e in condizioni di terreno refrigerato. La fase successiva di riempimento è stata realizzata tramite delle aperture effettuate attraverso la cupola di copertura del sito interrato, dopodiché la cupola è stata rimossa insieme ai sistemi di supporto adiacenti [Fig. 4]. Con questo progetto, è la prima volta che viene completato il decommissioning di un FES negli Stati Uniti e a livello internazionale e il beneficio è anzitutto evidente per le comunità locali. Mentre la società proprietaria della raffineria può rientrare in possesso del sito per eventuali usi futuri di diverso tipo, l’efficace esecuzione dei lavori fa sì che da uno stoccaggio di sostanze potenzialmente pericolose sia stata restituita un’area non contaminata e tutto ciò applicando delle procedure di salute e sicurezza estremamente rigorose a tutela di tutti lavoratori coinvolti.

Fig. 1, Schema del progetto

7

Fig. 2, Costruzione del FES nel 1966


Fig. 3, Grouting nel 2011

8

Fig. 4, Riempimento finale del sito


IN PRIMO PIANO Convegno “L’Idroelettrico verso il 2015. Una scommessa per il futuro del territorio”. Martedì 4 dicembre a Milano un incontro dedicato alle opportunità di sviluppo offerte dal settore idroelettrico alla luce del recente Decreto, con un focus dedicato alla Regione Lombardia. Con il supporto e la partecipazione di MWH. L’idroelettrico è una delle fonti rinnovabili più antiche e diffuse nel nostro Paese. In questo momento il settore sta vivendo importanti trasformazioni, collegate anche ai contenuti della nuova Strategia Energetica Nazionale del Governo Monti, che riduce e riorganizza gli incentivi alle fonti rinnovabili, privilegiando un approccio più efficiente alla produzione di energia e favorendo gli impianti più piccoli e con un minore impatto sull’ambiente e sulle reti elettriche. Di queste tematiche si parlerà martedì 4 dicembre a Milano in occasione del convegno “L’Idroelettrico verso il 2015. Una scommessa per il futuro del territorio”, ospitato presso la Sala Affreschi di Palazzo Isimbardi (corso Monforte 35). Il convegno offrirà una panoramica sullo stato del settore idroelettrico in Italia con interventi di relatori qualificati del panorama istituzionale, universitario e associativo. Verranno approfonditi gli aspetti legislativi legati al Decreto, le opportunità di investimento e le ricadute positive del comparto sulla filiera del made in Italy. Saranno inoltre presentate case history di successo legate ad aziende private attive in questo comparto, sia a livello nazionale che internazionale. Un focus particolare sarà dedicato alla Lombardia, regione naturalmente ricca di acque, fiumi e montagne e che detiene il primato a livello nazionale nel settore idroelettrico, sia in termini di potenza prodotta che di numero di impianti attivi. (Fonte: Studio Regione Lombardia). Un patrimonio idrico che può diventare una risorsa importante anche per lo sviluppo futuro del territorio, in particolare in vista di Expo2015, manifestazione che ridisegnerà nei prossimi anni l’aspetto di Milano e del suo hinterland. A testimoniare l’importanza del convegno per il territorio ci saranno gli interventi di alcuni rappresentanti delle istituzioni locali: l’On. Guido Podestà, Presidente della Provincia di Milano, che porterà i suoi saluti iniziali assieme a Silvia Garnero, Assessore Moda, Eventi, Expo Provincia di Milano e Cristina Stancari, Assessore Ambiente Energia Provincia di Milano. In chiusura di convegno le conclusioni saranno affidate a Fabio Altitonante, Assessore alla Pianificazione del territorio -Servizio Idrico integrato Provincia di Milano. Tra i relatori anche Stefano Susani, Amministratore Delegato, e Marco Baldini, Energy Business Line Manager, di MWH. Per scaricare il programma cliccare qui. 9


MWH ad Ecomondo per un convegno sul decommissioning In occasione dell’edizione 2012 di Ecomondo, Fiera Internazionale del Recupero di Materia ed Energia e dello Sviluppo Sostenibile, tenutasi a Rimini dal 7 al 10 novembre, MWH è stata invitata a partecipare ad un'importante convegno sugli “Interventi complessi di decommissioning. Il ruolo della sicurezza”, organizzato dalla rivista ECOBonifiche Rifiuti Demolizioni. Il convegno ha approfondito gli aspetti più importanti legati alla gestione della sicurezza nelle attività di demolizione civile e industriale. Tutti gli interventi di decommissioning - a prescindere dalla tecnica utilizzata - presentano infatti rischi specifici, collegati alla tipologia di lavorazione, alle attività di messa in sicurezza e bonifica delle strutture da amianto o ancora alla presenza di rifiuti di processo. MWH ha dato il proprio contributo al dibattito con un intervento dedicato a “Il sistema di gestione della sicurezza BBS (Behaviour based system) nel settore delle demolizioni” a cura di Douglas De Franciscis, H&S Engineer e Andrea Almasio, H&S Manager. L’intervento ha mirato ad evidenziare il ruolo cruciale del comportamento umano all’interno delle procedure di sicurezza sui cantieri di demolizione, attraverso l’esperienza diretta di MWH sul campo. Esiste, infatti, un’evidenza specifica che mostra come il “rinforzo positivo”, ovvero l’esistenza di una cultura di team che alimenta e premia la sicurezza, abbia un’efficacia ancora maggiore dei soli meccanismi sanzionatori o informativi verso i lavoratori.

PER INFORMAZIONI: MWH S.p.A. Centro Direzionale Milano 2 20090 Segrate (Milano) Tel. +39 02210841 Fax. +39 0226924275 Email: mwh.italia@mwhglobal.com www.mwhglobal.com

10


Newsletter MWH novembre-dicembre 2012