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L’ISPIRAZIONE NON ESISTE (MOLTO MEGLIO LA ZUPPA INGLESE) Ottant’anni lo scorso novembre, Ennio Morricone è il musicista italiano più conosciuto e osannato nel mondo. In questi giorni sta completando la sua ennesima colonna sonora (per il nuovo film di Giuseppe Tornatore, Bàaria) e con moderato compiacimento assiste alla pubblicazione di un corposo cofanetto che in 15 CD riassume la sua straordinaria avventura nella musica. Ma non pensate a un uomo in vena di autocelebrazioni: Morricone vive fortissimamente nel presente, sbeffeggia la retorica dell’ispirazione artistica, pronostica una nuova insperata giovinezza alla musica italiana e agli organizzatori del Festival di Sanremo lancia una spiazzante provocazione: il cantante unico. Conversazione con Ennio Morricone di Maurizio Becker Che tipo di bambino era? In famiglia ero soprannominato “Fastidio”. I miei nonni, mia madre, mio padre, tutti mi chiamavano così. Ero un rompiscatole, non ero mai contento. Insomma, rompevo i coglioni. Cosa sognava di fare da grande? Il medico.

curava i figli di Mussolini. Vedendo come era considerato, mi immaginavo che da grande avrei potuto diventare un dottore come lui. E invece è diventato Ennio Morricone. Non è un caso che anche suo padre fosse un musicista… No, suonava la tromba.

Perché il medico? Avevo come pediatra un medico stratosferico, il professor Ronchi. Quello che

Qual è la differenza? Che per lui la musica era un mestiere, serviva a vivere, a guadagnare il denaro necessario a mantenere la famiglia. Fu suo padre a indirizzarla verso la musica? Sì, fu lui. Mi spinse a studiare la tromba. Poi, studiando,

capii che mi piaceva scrivere musica. Quando? Intorno ai sei anni. Mio padre mi insegnò la chiave di violino, e io subito feci delle composizioncine per due corni. Erano delle cacce e mi divertii molto a scriverle. Ma erano delle cose abbastanza schifose, come si può immaginare… Infatti dopo qualche anno le ho buttate via. Quando è avvenuto il primo incontro decisivo della sua vita? Quando studiavo tromba al conservatorio. Facevo un corso supplementare, quello di armonia complementare, e lo completai in pochissimo tempo. Eravamo due allievi, io e Marafelli, che studiava clarinetto. Il maestro, che si chiamava Caggiano, ci fece fare il corso di armonia principale, e notò che io procedevo con grande facilità, così in 6 mesi mi fece completare il programma di 4 anni. Alla fine mi disse che

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SPECIALE MINA Cinquant’anni fa, incerta sull’identità pubblica da assumere, la regina della canzone italiana emetteva i suoi primi vagiti discografici. Oggi «Musica Leggera» celebra la sua incredibile carriera con la complicità di Alberto Testa, che per lei ha scritto parole decisive: da Il tempo a Volami nel cuore, passando per Un anno d’amore e Grande, grande, grande. Come per incanto, ritroviamo poi una Minaancora in fieri: giovanissima, si faceva chiamare Baby Gate e arrivava sempre con 5 minuti di anticipo. Parola di Giulio Libano, che le scaldò i pannolini in Italdisc. Per finire, un gioco: quale sarà mai la canzone più amata di Mina? Troppo difficile? Allora facciamo le prime 20.

Mina a la batteria (1960) a La capannina di Viareggio 28


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LA CHITARRA, L’ECO E LA SCATOLA DI FAGIOLI

Gli anni del rock and roll È la fine dell’estate del 1958. I Capri Boys stanno chiudendo la stagione al Rangio Fellone di Ischia, e in una dolce notte di settembre ad ascoltarli ci sono due discografici della Carisch, appositamente venuti da Milano. Quella sera prende il via la carriera discografica di Peppino Di Capri, che cinquant’anni dopo è ancora sul palco a proporre i suoi successi, nel frattempo diventati quasi degli standard.

Conversazione con Peppino Di Capri | di Luciano Ceri Come si arriva a quella notte del settembre 1958? Avevo passato la stagione invernale al Kit Kat, un night-club di Roma, dove inizialmente dovevamo essere un gruppo di cinque musicisti e invece tre di loro mi abbandonarono per andare a Cortina con un altro capo-orchestra, lasciando da soli me e il batterista, che era Ettore “Bebé” Falconieri. Quando ci presentammo comunque al Kit Kat, dove avremmo dovuto fare il nostro debutto, ve-

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dendoci solamente in due il proprietario andò su tutte le furie. Ma ormai erano le sette di sera, non si poteva fare altro e così decidemmo di provare comunque qualcosa io e “Bebé”. Alla fine si rivelò una serata magica, anche perché io già allora facevo tutti i rock’n’roll, tipo Be-bop-a-lula o Lucille, che imparavo da Radio Carolina e Radio Luxembourg con un radio-registratore regalatomi da un mio zio che viveva in America, per cui ascoltavo quelle canzoni, le imparavo e poi le

suonavamo subito. Quella sera fu un successo anche per via di questi rock’n’roll, perché erano del tutto nuovi per la maggior parte del pubblico, che si mise in parte seduto per terra intorno a noi due e in parte si scatenò sulla pista da ballo. Ed era scatenato anche il proprietario del locale, felicissimo di come erano andate le cose. Il giorno dopo aggiungemmo un chitarrista, Mario Cenci, che poi sarebbe rimasto con me per oltre dieci anni: aveva litigato con il suo capo-orchestra di


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Musica Leggera n.2