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Museo Casa Enzo Ferrari La Bellezza è negli Occhi di chi Guarda “Sabato 10 Marzo 2012 a Modena in Italia” Al Museo Casa Enzo Ferrari si respira l’arte sotto ogni forma, per eventi mostre d’ arte e musica, curati nel dettaglio, accogliendo l’ospite con la stessa passione che, un Mito Italiano ed i Modenesi amano fare. Ebbene, posso dire, “ C’ero anch’io ” Insieme a 14.000 appassionati in un solo giorno da tutto il mondo, quel sabato, all’ apertura dei cancelli del Museo Casa Enzo Ferrari di Modena (Italia), per ammirare le prime Auto Pensate ed Guidate dal Mito Italiano Enzo Ferrari “ Veri Capolavori d’Arte”. Solo dopo 5 ore di fila, per la folla arrivata dall’ intero globo, ho avuto la gioia di catturare, con la mia camera 3D, l’emozione dei primi visitatori incantati intorno a quelle Auto di Lusso, affascinati nel dettaglio, nelle loro line e curve, in perfetta armonia con il pensiero di sfidare i migliori piloti in velocità, su pista , un brivido tutto da vivere ancora oggi insieme alla sua vita che ha creato la storia per le più belle auto nella Storia. Enzo Ferrari lascia in eredità “Un Grande Segno al Mondo” dallo stile armonicamente unico, riconoscibile in ogni dettaglio per, il suo colore determinato, ricercato nella sua gradazione “ La Rossa Ferrari ”, per la sua personalità, originalità, eleganza orgogliosamente italiana, distinguendosi ancora oggi, tra le mille nuove evoluzioni di altre auto di lusso, dalle linee innovative. Enzo Ferrari, lega la sua storica passione per le auto da corsa, a sfide e vittorie conquistate e condivise, nel mondo, con il suo pensiero “Se lo puoi sognare lo puoi fare”, è riuscito a regalare ad italiani e non, emozioni immortali, lasciando osservare le sue Auto per “storia, arte, eleganza e passione per la velocità dei motori” nel Museo Casa Enzo Ferrari, a lui dedicato, a Modena ed a Maranello, Terra dei Motori.

Www.museocasaenzoferrari.it


Il suo stile di vita ambizioso e passionale, insieme all’Emblema del Cavallino “Nobile Portafortuna Donato ”, lo distinsero sempre. Enzo Ferrari “ Quando vinsi nel '23 il primo circuito del Savio, che si correva a Ravenna, conobbi il conte Enrico Baracca, padre dell'eroe; da quell'incontro nacque il successivo, con la madre, la contessa Paolina, fu essa a dirmi, un giorno: “Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo, Le porterà' fortuna”. Conservo ancora la fotografia di Baracca, con la dedica dei genitori, in cui mi affidano l'emblema. Il cavallino era ed è rimasto nero, io aggiunsi il fondo giallo canarino che è il colore di Modena", era dipinto sulla carlinga del caccia di Francesco Baracca, l'eroico aviatore caduto sul Montello, l'asso degli assi della Prima Guerra Mondiale." E' da subito diventato uno dei marchi più famosi al mondo, simbolo di velocità, stile, tecnologia”. L'emblema della Scuderia Ferrari apparve per la prima volta su tutte le pubblicazioni, le insegne e le carte ufficiali della Società nel 1929, ma non sulle vetture, erano ancora dell'Alfa Romeo e ne riportavano il simbolo sportivo, un quadrifoglio verde in un triangolo bianco. Artisti che si sono ispirati al Mito Enzo Ferrari La storia del cavallino rampante e semplicemente affascinante ed ancora oggi, ed insieme allo stile e varietà delle sue Auto, sono una continua ispirazione per artisti che ne dipingono con variabili “forme ed armonie”, Enrico Ghinato, tra i massimi esponenti dell’iperrealismo applicato al settore automobilistico, espone una serie di tele che ritraggono famose automobili di marchi italiani, immortalandone la bellezza senza tempo ed esaltando l’importanza del valore del car design made in Italy. Il lavoro dell’artista si indirizza, da sempre, verso lo studio dei volumi, dei colori e delle prospettive attraverso lo splendido ed effimero mondo dei riflessi, nel tentativo di fermare l’attimo e di permettere a chi guarda di osservare ed “entrare” in ciò che sta fuori dal quadro nel mondo che lo circonda. Affascinato da una frase di Paul Klee “L’arte non riproduce il visibile ma rende visibile le cose” Enrico Ghinato ha unito in maniera impeccabile la sua passione per i motori a quella dell’arte in genere ed in particolare della pittura figurativa, dove le auto diventano dei “pretesti” per poter sviluppare questa ricerca. E’ disponibile, presso lo Store del Museo, il catalogo dedicato alla mostra edito da Bandecchi & Vivali, mostra che presentata 36 oli su tela rappresentanti lo splendido design delle automobili italiane..


Verdi Giuseppe Uno dei massimi compositori italiani dell'Ottocento, autore di pagine musicali indimenticabili e di melodrammi molto amati, fanno parte, si sa, stabilmente del repertorio operistico di Oggi. La sua prima Sinfonia nel 1828, la compose a soli 15 anni, una sinfonia ispirata al “Il Barbiere di Siviglia” di Rossini. A Milano dove, ottenuto nel 1838, un contratto con la casa di edizioni musicali Ricordi, Verdi esordì così come compositore di opere. La sua prima opera "Oberto Conte di San Bonifacio", fu commissionata dall’impresario del Teatro La Scala di Milano Bartolomeo Merelli, ed andò in scena con successo il 17 novembre del 1839. E' il 1835 e un giovanissimo Giuseppe Verdi è impegnato nella composizione della sua prima opera che propone a Pietro Massini, direttore dei Filarmonici di Milano, ma anche al Teatro Ducale di Parma che non fidandosi di un nuovo autore, non accetta la proposta di rappresentare l’opera. Qui meglio che altrove vale il detto "nemo profeta in patria". Massini invece si interessa se il lavoro possa fare al caso di Merelli, impresario della Scala di Milano. Col titolo di Rochester su libretto di Antonio Piazza, l’opera avrebbe dovuto andare in scena nella primavera del 1839, ma uno dei cantanti si ammala e l’allestimento giace. Nel frattempo Verdi continua a lavorare alla musica, lo spartito diventa anche partitura e Rochester o Lord Hamilton di Piazza viene adattato da Temistocle Solera con titolo Oberto conte di San Bonifacio. Il 17 novembre 1839, con discreto successo, va in scena al Teatro alla Scala di Milano l’opera prima del Maestro di Busseto. L’ Opera è ambientata a Bassano, nel castello di Ezzelino e nella sua vicinanze, nel 1228. Il giovane conte Riccardo deve sposare la sorella di Ezzelino da Romano, Cunizza. Tuttavia, ingannando l'amico Oberto, ne seduce la figlia Leonora. Scoperto il tradimento, Oberto convince Leonora a recarsi da Cunizza per rivelarle la verità e smascherare il seduttore. Sconvolta dal racconto di Leonora, Cunizza decide di rinunciare a Riccardo, che sarà così costretto alle nozze riparatrici. Ma Oberto non è soddisfatto di tale soluzione: sfida il giovane a duello e lo uccide. Per Leonora altro non resta che ritirarsi in convento. Oberto è un personaggio che si risolve in quattro situazioni drammatiche. Scorriamole nell’ordine in cui il libretto ce le presenta: un incontro tra un padre irato, Oberto, e una figlia, Leonora, che egli crede fedifraga. Un abboccamento tra il predetto padre, la figlia e una rivale, Cunizza, che, essendo ignara del tradimento del promesso sposo, Riccardo, già seduttore dell’altra donna, di fatto non è rivale; un padre che freme attendendo un seduttore, ritenuto a buon diritto vile; un confronto tra le due donne e i due uomini. In pratica: un Duetto, un Terzetto che sfocia nel Finale del I Atto, un’Aria e un Quartetto. La storia vuole Oberto politicamente perdente e perseguitato. E’ fermo nello sdegno per l’orrore del nome macchiato. In questa prospettiva il carattere non ha alcuna evoluzione nel corso del dramma. Muta però la posizione nei confronti della figlia, vittima, non del tutto assolta da una colpa che in qualche modo ha incoraggiato, secondo una visione maschilista del mondo femminile. Non a caso Leonora è contrapposta alla madre, evocata da Oberto, come esempio di rettitudine. Il problema è quello dell’onore, che attraversa tutta la produzione di Verdi e va a finire nel Falstaff, dove il grasso protagonista lo smonta con evidente ironia. L’onore offeso fa passare ogni altro problema in secondo piano, compresa la morte che Oberto è pronto ad affrontare, sapendo il rischio che corre, dal momento che il seduttore è molto più giovane di lui.


MUSICA DIABOLICA LA MUSICA VIENE DALL’ANIMA! Di Tiziano Manzini

La Musica per molti è un’esigenza, un istinto, un respiro, il sapore di un mondo infinito da esplorare, contaminare con le nostre emozioni più belle, forti e significative Vissute con mille sfumature. Visioni che diventano note composizioni, da condividere con tutti gli amanti della musica, con critici, musicisti, pubblico desideroso di emozioni e di nostre forti passioni donate. Ma… come ottenere il talento per la Musica ? Lo puoi affinare con l’esercizio e la tecnica, puoi, grazie alla dedizione avere successo, ma …. il vero talento o lo si ha nell’Anima o non lo si ha. E allora? Un Tempo qualcuno, era disposto a vendere l’anima al diavolo per ottenere “Il Talento”. Faust: il nome del protagonista che vive in molte storie che si riconduce ai “ Patti col Diavolo” sia nella letteratura che nella musica. Possiamo dire che se i più conosciuti in ambito letterario sono quelli di C. Marlowe e W. Goethe, il Faust di C. Gounod è il più rappresentato nell’ambito della musica lirica, giusto per fermarci al secolo XIX. Parlando di talento musicale e di patti col diavolo subito un nome emerge prepotente: Niccolò Paganini, anche se non sarà lui il personaggio principale di una della storia che vi vogliamo condividere. Il protagonista, chiamiamolo Franz , è anche lui un violinista che studiando sotto la guida di un maestro tedesco, chiamiamolo Klauss, aspira a superare l’indiscusso principe del violino del suo tempo: Paganini. Franz studia, studia e studia; però, dopo aver assistito ad un concerto del grande violinista, e di fronte alla sua straordinarietà non può che affermare: “Klauss, noi altri al suo confronto siamo nulla, proprio nulla.” Il maestro a quel punto rivela: “Io ti ho insegnato tutto Franz, e tu hai imparato tutto quanto può imparare un uomo. Che colpa ne ho se quel dannato italiano per suonare in quel modo, col violino che sembra abbia un’anima, è ricorso alle ispirazioni del diavolo e all’obbrobrio della magia?” Il maestro convince insomma l’allievo che Paganini può incantare il pubblico solo grazie alle corde del suo violino, corde demoniache, perché composte con i visceri del suo miglior amico, da lui stesso ucciso. Ma la storia non finisce certo con questa rivelazione, perché il maestro, pur di aiutare l’allievo, decide di uccidersi lasciando scritto a Franz di non sprecare “ il suo sacrificio ”. Franz, sconvolto, fa quello che deve fare, si prepara, col nuovo strumento a corde umane, e compete in concerto con Paganini. Lo sfida pubblicamente in un grande teatro. E’ l’artista italiano ad iniziare l’esibizione: i suoni, intorno a quel mago del violino, prendono forma e anima finché …, fra le acclamazioni strepitose del pubblico, esce lasciando la scena al rivale. Subito Franz inizia la sua dimostrazione, certo che le nuove corde gli permetteranno, insieme alla sua grande tecnica, di far sentire la stessa passione, la forza, l’energia e di superare così Paganini. Bastano poche note, perché tutte le speranze di trionfo svaniscano in un istante. Pazzo e disperato Franz corre nel camerino del rivale e inginocchiato ai suoi piedi racconta la storia delle corde umane e chiede perdono per aver osato sfidarlo. La fine della storia, come ogni storia soprannaturale, è molto ambigua. Paganini dice solo: “ Povero Franz …., se vuoi comunicare al tuo violino l’anima, il fuoco, il talento che io possiedo, le tue corde devono essere composte di fibra italiana e non tedesca come era quella del tuo maestro e, soprattutto dovresti avere, se mai lo potrai, un’anima da italiano.”


B&O Nuovo Home Theater BeoSystem 4 Il tutto è contenuto all'interno di un design piacevole e moderno, caratterizzato da linee decise e un raffinato inserto frontale in alluminio. Da sottolineare, poi, la possibilità di fissare il dispositivo alla parete, grazie al pratico supporto del quale è fornito. Grazie al sistema integrato, destinato alla misurazione del livello di luminosità circostante e battezzato come Automatic Picture Control, BeoSystem 4 controlla e regola in modo del tutto autonomo la luminosità e il contrasto del display. Mettersi comodi sul proprio divano, accendere la TV e immergersi a 360 gradi nell'esperienza audiovisiva, come se si fosse davvero seduti su una comoda poltroncina del cinema a guardare il film preferito: può sembrare un sogno, ma questa sembra essere la promessa dei più nuovi home theater. B&O, brand particolarmente rinomato nel settore Hi-Fi, ci prova con BeoSystem 4, nuovo impianto dotato di caratteristiche davvero innovative. Quello che fa del nuovo home theater di B&O un dispositivo particolarmente interessante è però il suo processore, che vanta una potenza di elaborazione fino a 4-5 volte superiore rispetto a quella dei prodotti precedenti. Ciò significa che ora si aprono nuove potenzialità per quanto riguarda la diffusione del suono, raggiungendo un livello di surround digitale particolarmente elevato. Il nuovo home theater, inoltre, capta e analizza i diversi segnali in entrata, seleziona la migliore immagine e il migliore audio e invia questi ultimi ai relativi dispositivi di riproduzione. Il nuovo home theater di B&O si caratterizza per la più completa esperienza offerta, grazie alla possibilità di collegare fra loro fino a dodici diffusori in un'unica soluzione. Qualora, invece, il proprio interesse riguardi l'integrazione di fonti diverse, il massimo raggiungibile è di sei dispositivi differenti. In ogni caso, il nuovo home theater prodotto da B&O può contare sulla massima connettività: fra le sorgenti supportate si ricordano, ad esempio, la Playstation, il Blu-Ray e Apple-TV. Si tratta, pertanto, di una soluzione ottimale per collegare fra loro tutti i sistemi di intrattenimento della propria abitazione e controllarli così, in modo semplice e immediato, attraverso un apposito telecomando oppure affidandosi al proprio tablet.


Video 3D Realtà immersiva e coinvolgimento emotivo Attraverso il linguaggio video 3D la realtà viene restituita all'originaria tridimensionalità, generando un'immersione totale dello spettatore all'interno dello spazio cinematografico, ora fruibili anche da televisori ed altri dispositivi senza occhiali 3D. Il 3D affonda le sue radici nell'origine stessa della stereoscopia, tecnica che permette di trasmettere un'illusione di tridimensionalità analoga a quella generata dal sistema visivo umano. Inventata nel lontano 1832, da Charles Wheatstone, nel tempo la stereoscopia ha trovato larghe applicazioni in diversi campi che spaziano dalla ricerca scientifica all'intrattenimento. I primi esperimenti di immagini tridimensionali in movimento si devono già allo stesso Wheatstone, quando la tecnica anaglifica, accoppiata ad una lanterna magica, diede origine alla prima proiezione 3D. Nella vista umana, la tridimensionalità è generata dal meccanismo fisiologico in base al quale il cervello elabora la profondità a partire dalle due diverse immagini percepite dai due occhi. Per poter riprodurre l'illusione stereoscopica sono quindi necessarie due immagini dello stesso soggetto, riprese dalla stessa distanza, slittate lateralmente. Per una corretta fruizione dei video tridimensionali sono indispensabili accorgimenti tecnici, sia in relazione alla proiezione, con proiettori e in alcuni casi schermi dedicati, sia in relazione alla visione, attraverso appositi occhialini, se previsti. Il cinema 3D Attualmente, la tecnologia 3D video viene applicata soprattutto nei film d'animazione, azione o avventura, che appassionano il pubblico attraverso un coinvolgimento di tipo sensoriale, di forte impatto emotivo ad esempio, precipitare vertiginosamente con Alice in un buco nel terreno e ritrovarsi immersi nel Paese delle Meraviglie, vive più in simbiosi ed immerso nel film. Le tecniche oggi utilizzate per le proiezioni cinematografiche 3D sono la luce polarizzata, da cui deriva il sistema RealD, e gli otturatori alternati (shutter glasses). La tecnologia RealD, affermatasi attualmente come standard mondiale per il cinema 3D, a differenza delle precedenti tecnologie, necessita di un unico proiettore, mentre gli spettatori dovranno indossare appositi occhiali con lenti a polarizzazione circolare. La tecnica degli otturatori alternati, invece, risalente al 1922, è stata applicata nel XX secolo ad un sistema digitale elettronico che si avvale di occhiali con lenti a cristalli liquidi coordinati da un processore. Quest'ultima è utilizzata sia in ambito cinematografico che casalingo, attraverso computer, televisori o lettori DVD specifici. Sono già presenti sul mercato dispositivi 3D senza occhiali, semplici da usare, per sperimentare un nuovo imminente futuro.


Steve Jobs Steve Jobs fu dato in adozione ancora in fasce Lasciò l'università e fondò la Apple La filosofia di vita di Steve Jobs è tutta contenuta nelle parole pronunciate nel 2005 davanti agli studenti dell'Università di Stanford. «Siate affamati, siate folli». Un invito a credere nelle proprie idee positive, senza limiti.


“Steve Jobs” quando l'idea diventa genialità C'è addirittura chi lo paragona a Leonardo Da Vinci o chi lo definisce come l'uomo che ha cambiato il futuro. Quello che è certo, comunque, è che Steve Jobs ha il merito di aver trasformato l'informatica, portandola da scienza esclusiva per pochi a bene comune, fruibile da chiunque e facilmente accessibile. Non occorre essere degli appassionati di computer, per conoscerlo: il suo nome è praticamente noto a tutti, così come i prodotti sviluppati insieme al team Apple o il suo discorso all'Università di Stanford, diventato per molti fonte di grande ispirazione. Ma cosa ha permesso a quest'uomo di vantare oggi tanta fama? Per capirlo, occorre fare un passo indietro, e tornare ai suoi tempi universitari. UN GIOVANE TECNOFILO Abbandonata la facoltà di informatica, dopo appena pochi mesi di frequenza, Steve Jobs decide di cercarsi un lavoro: viene così assunto da Atari, per la quale inizierà a sviluppare videogiochi. Sono gli anni '70, la cultura hippie è al suo pieno apice e nuove speranze cominciano a riecheggiare nell'aria. Tra i tanti desideri, c'è quello che si contrappone all'idea anti-tecnologica del periodo e che intende trasformare gli ingombranti computer in un vero e proprio strumento libero, alla portata di tutti. Dopo un anno sabbatico in India, Jobs torna all'opera e, insieme al suo ex-compagno di liceo Steve Wozniak, fonda la Apple. I mezzi sono limitati e i due sono costretti ad arrangiarsi nel garage di casa; tuttavia, è questo l'inizio di una storia che lascerà il segno. I PRIMI DISPOSITIVI: APPLE I, II e Mac L'idea di base, ossia quella di portare i dispositivi informatici anche all'interno delle più comuni abitazioni, si traduce con lo sviluppo di due sistemi di microcomputer: Apple I e Apple II, presentati rispettivamente nel 1976 e nel 1977. Particolarità del secondo è quella di essere il primo computer domestico comprensivo anche di schermo e tastiera. Steve Jobs e il suo team, però, non si accontentano dei risultati ottenuti e nel 1984 producono Macintosh, il primo dispositivo dotato di mouse e interfaccia grafica con icone. L'esperienza degli utenti, non più costretti a digitare stringhe di codice per far svolgere alla macchina qualsiasi operazione, si arricchisce notevolmente. Il Macintosh, più spesso conosciuto semplicemente come Mac, ha poi subito costanti innovazioni e i modelli attualmente in commercio si attestano fra i più performanti in assoluto. IPHONE, IL TELEFONO TUTTOFARE Con l'introduzione dell'iPhone, nel 2006, Steve Jobs mette a segno un altro successo, che va a sommarsi al resto dei dispositivi rivoluzionari partoriti dalla sua mente. Qual è la novità introdotta dal melafonino? Lo suggerisce lo stesso nome: unire le funzionalità di un comune telefono mobile alle potenzialità dell'informatica più avanzata. Quello che ne nasce è quindi un prodotto unico, che permette tanto di chiamare e mandare SMS, quanto di navigare sul web, leggere le e-mail, riprodurre brani musicali e video. Il tutto all'interno di un design moderno e compatto. UNA LEZIONE DI VITA Ma la lista dei dispositivi realizzati da Jobs è ancora lunga. Come dimenticare l'iPod, il lettore portatile di file audio? Oppure l'iPad, il tablet che combina perfettamente portabilità a performance? Quello che Steve Jobs ci lascia in eredità, comunque, non si limita a meri congegni elettronici: il suo operato può essere interpretato anche come una vera e propria lezione di vita, la testimonianza di un uomo capace di leggere il presente, interpretare le esigenze del momento e, soprattutto, trasformare la sua risposta in un prodotto concreto e innovativo.



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