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a cura di

Quinto Antonelli e Felice Ficco

Memorie di un internato psichiatrico

13 testi Copertina 1.p65

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19/10/2003, 9.11


Antonio

Psycopathia sexualis memorie di un internato psichiatrico a cura di Quinto Antonelli e Felice Ficco

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Moosbrugger a Pergine? La prima immagine che mi è tornata in mente alla lettura dei testi di A., con diligenza sottratti dai curatori all’oblio inevitabile delle mitologie asilari, è stata quella di A. che, con il suo ironico sorriso sdentato e lo sguardo di sfida, sulla soglia della portineria o sulla soglia della porta di ingresso al reparto Benedetti, apostrofava i nuovi medici del cambiamento, giunti a Pergine da ogni parte d’Italia. Compresi ben presto che il suo stare sulla soglia, oltre al controllo del traffico tra dentro e fuori, era il punto di partenza per attivare una sorta di semeiotica, che non si stancava di applicare a medici, infermieri e pazienti, ribaltando così la sua posizione di oggetto di studio per la scienza psichiatrica. Mantenere sempre attiva la curiosità, non saziarsi mai di informazioni era sempre stata la condizione che gli aveva consentito di sopravvivere all’attraversamento di tante istituzioni totali. Sin dal primo giorno in cui fu trasferito nel reparto di cui ero responsabile, cercò di presentarsi come diverso dagli altri pazienti, mostrando di possedere una cultura, saggiando con astuzie la mia, cercando di incuriosirmi come detentore di segreti istituzionali e implicitamente proporsi quale delatore, ma soprattutto attraverso il suo biglietto da visita: i suoi quaderni. I quaderni di un testimone che in carne ed ossa aveva percorso tutte le tappe della carriera istituzionale, sapeva che non potevano non suscitare interesse in medici che dichiaravano di appartenere al movimento antistituzionale. I pazienti che scrivono o che dipingono hanno da sempre attratto gli psichiatri, che segretamente accarezzano la fantasia di curare un artista importante. Avere interlocutori di cultura compensa la monotonia della routine manicomiale e produce ingenue soddisfazioni. Consapevole di questo punto debole, in ogni istituzione in cui era stato ricoverato, A. aveva utilizzato i suoi scritti per captare e sfruttare la benevolenza di direttori e medici, assumendo una posizione di prestigio in quella cultura ufficiosa che anima sotterraneamente ogni istituzione. Ma nel clima di quella stagione istituzionale, quando l’identificazione ideologica con il liberatore rendeva più entusiasmante il lavoro dello psichia-

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tra, che, per così dire, lavorava all’interno del castello per promuovere la caduta del feudalesimo e per passare all’epoca dei comuni, dal manicomio, luogo di segregazione e violenza, al territorio, luogo di libertà e terapie emancipative, A. non si presentava solo come l’intellettuale che aveva tradotto in dialetto trentino La divina commedia quanto piuttosto come la vittima della logica delle istituzioni totali, un prestigioso testimone che aveva sperimentato sulla propria pelle il significato della permanenza in istituti di correzione prima, in manicomi e manicomi criminali poi. Era difficile per me, che proprio in quel periodo preparavo la mia tesi di specializzazione che aveva come tema appunto Criminalità e follia: nascita del manicomio criminale in Italia, non interessarmi. Avevo dinanzi a me un uomo che aveva subito quella doppia alienazione di cui parlava il mitico Foucault nella sua Storia della follia: «L’una viene intesa come la limitazione della soggettività: linea tracciata ai confini dei poteri dell’individuo e che libera le ragioni della sua irresponsabilità: questa alienazione indica un processo con cui il soggetto è spossessato della sua libertà con un doppio movimento: quello naturale della follia, e quello giuridico dell’internamento, che lo fa cadere in podestà di un altro; l’altro in generale, che all’occorrenza è anche il curatore. L’altra forma di alienazione indica al contrario una presa di coscienza con cui il folle è riconosciuto, dalla società, come straniero alla sua stessa patria; non lo si libera dalla sua responsabilità, gli si assegna, per lo meno sotto forma di parentela o di complice vicinanza, una colpevolezza morale, lo si designa come l’Altro, come lo Straniero, come l’Escluso». A. non dava corpo soltanto alle mie teorie di riferimento di allora, ma evocava anche la figura di Moosbrugger, un personaggio de L’uomo senza qualità di Musil, che evidenzia le contraddizioni della psichiatria forense. Moosbrugger era un caso così. Durante la sua vita onesta, interrotta dai delitti di una sinistra ebbrezza sanguinaria, era stato ammesso e dimesso da infiniti manicomi, e considerato paralitico, paranoico, epilettico e pazzo periodico, prima che due psichiatri particolarmente coscienziosi gli restituissero la sanità. Si intende che nella grande sala gremita non c’era una sola persona, compresi i due medici, che non fosse convinta che Moosbrugger era in qualche modo ammalato; ma non lo era in modo conforme alle condizioni poste dalla legge e accettabile dai cervelli scrupolosi.

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A. era la testimonianza vivente della bontà delle tesi del movimento antiistituzionale e come tale riusciva a riscuotere la mia simpatia, senza tuttavia annullare la necessaria distanza terapeutica: riconoscere la sua dignità di

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uomo non ha mai significato giustificare le sue condotte. Mi ricordo che quando scherzosamente lo chiamavo il Sade dell’istituzione sorrideva compiaciuto ma nello stesso tempo coglieva anche l’implicita disapprovazione. A distanza di tempo mi pare più chiaro il fatto che una sua idealizzazione correva il rischio di corrispondere implicitamente ad una sorta di autoidealizzazione: identificarlo con Genet, ad esempio, significava identificarsi con Sartre. Oggi sono portato a credere, anche sulla base della rilettura dei suoi quaderni, che l’interesse principale che egli suscitava non era tanto il fascino del ruolo di testimone di un mondo di emarginazione né dell’alone delinquenziale che lo circondava, ma una identificazione con l’umana ed immane fatica che quest’uomo ha dovuto sopportare per vivere, anche se in primo piano si colgono maggiormente i tratti di una struttura perversa di personalità, capace di strumentalizzare e manipolare chiunque. Lasciando agli psichiatri forensi ogni interesse scientifico per il tipo di inquadramento diagnostico, mi preme sottolineare il valore della vicenda umana di A. Il suo resistere, il suo adattarsi e ribellarsi ad un tempo, fa risuonare nel lettore il bisogno e la volontà comune di affermare, sempre e comunque, la propria soggettività, contro i processi di alienazione sempre incombenti. La scrittura ha senza dubbio rappresentato per A. la terapia contro la solitudine e contro la frammentazione dell’esistenza. Anche quando era diventata stereotipata, monotona e ripetitiva, la scrittura ha continuato a svolgere la funzione di dare senso, gli ha garantito di trovare un filo alle sue varie esperienze, fornendo una continuità indispensabile per il mantenimento di un Io sufficientemente coerente e coeso. La continuità simbolica garantita dalla scrittura gli permetteva di evadere dalle miserie del quotidiano asilare, nobilitando e collegando esperienze disperse nel tempo. L’immagine di un filo simbolico mi richiama alla mente il ricordo di un altro paziente che amava stare in portineria: la raggiungeva lentamente lasciando il reparto che era in collina, con una andatura barcollante a piccoli passi e facendo un movimento stereotipato con le mani, che appresi era uno svolgere un filo virtuale che lo manteneva collegato al reparto e che riavvolgeva quando vi ritornava lasciando la portineria. Un esempio di quella dipendenza istituzionale che diveniva talmente interiorizzata da rendere inutili le misure di sicurezza. Anche A. era, in fondo incapace di vivere all’esterno delle istituzioni, ma aveva trasformato questa incapacità in una scelta.

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Egli interiorizzava tutti i meccanismi istituzionali per ribaltarne l’uso. Esagerando si potrebbe affermare che egli funzionava come una sorta di panopticon alla rovescia . Il panopticon era un dispositivo progettato da Bentham alla fine del Settecento per garantire la sorveglianza continua nei luoghi di detenzione, attraverso la predisposizione di «unità spaziali che consentivano di vedere senza interruzione e di riconoscere immediatamente». Il comportamento di A. nelle istituzioni è paragonabile al funzionamento invertito di tale dispositivo: egli non si stanca mai di sorvegliare i sorveglianti. La differenza di potere non viene mai, ovviamente, eliminata; A. resta pur sempre un recluso in balia del potere istituzionale, ma, non di rado, egli riesce a beffarsene. Utilizzando informazioni e conoscenze dei meccanismi istituzionali, egli incideva sulla vita del manicomio, riuscendo a volte a far trasferire pazienti, punire infermieri, alimentare conflitti, ordire intrighi, muovendosi agevolmente nel sottobosco in cui circolava la vera vita del manicomio. In questo senso i suoi quaderni si possono considerare il rovescio dei quaderni delle consegne degli infermieri, in cui le osservazioni sulla vita quotidiana si riducevano ad un elenco di aggettivi (governabile, inquieto, irritabile, sudicio, aggressivo, simulatore, solitario) e descrizione di irregolarità di comportamenti e di provvedimenti presi (eseguita terapia al bisogno, contenuto su ordine del medico di guardia, chiuso nello stanzino di isolamento, trasferito all’infermeria) o delle cartelle cliniche dei dottori, in cui la persona concreta del paziente spariva dietro un’arida fraseologia scientifica. Tuttavia i quaderni di A., specialmente quelli qui pubblicati, non contengono solo un’accusa e una difesa dalla violenza manicomiale, c’è nello scrivere di A. il tentativo di salvare gli avvenimenti della sua vita, le sue scelte perverse, la sua inevitabile carriera istituzionale: scrivendoli diventavano più veri, si inveravano. Egli riscrive più volte gli stessi episodi e sembra dominato dall’ansia, dal timore che della storia della sua vita non restino, soprattutto dentro di sé, tracce, che gli avvenimenti possano svanire, diventare irrecuperabili nella memoria , e per ciò divenire come mai esistiti. Con la sua scrittura A. continua a ribadire che la sua permanenza all’interno delle istituzioni è anche frutto di una scelta e pertanto la sua vita non può e non deve confondersi con quella degli altri sventurati e che fin quando scrive non ha ancora perduto la sua capacità di pensare e di essere ancora un soggetto. GIACOMO DI MARCO

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L’identità negata

Il 12 maggio del 1946 Antonio è dimesso dal manicomio civile - sezione giudiziaria - di Volterra. Vi ha trascorso quasi sei anni: «per aver il 7 aprile 1940 in R., per futili motivi percossi e malmenati i ragazzetti […] e […], cagionando al primo una scossa nervosa e al secondo una contusione alla faccia guaribile in 5 giorni»1. Arriva al suo paese dopo trenta ore di viaggio: «Come arrivai in casa, mia madre, per la gioia lasciò cadere la bottiglia d’olio che aveva in mano e che si ruppe. Io sono piuttosto superstizioso, e, da quel piccolo incidente, arguii che la pace della famiglia non sarebbe durata a lungo per me»2. È un presagio, un segno premonitore del destino che lo aspetta. Antonio ha venticinque anni e mezzo; l’età in cui si raggiunge la piena maturità, in cui la maggior parte dei coetanei ha un lavoro, una famiglia o, comunque, un ruolo nella comunità3. Invece lui è un emarginato, un ‘rinnegato’: «Ero arrivato, infatti, fin oltre i 25 anni, senza arte né parte. Tra collegio, riformatorio giudiziario, carcere e manicomio, avevo consumato i miei anni senza apprendere nulla, di positivo, e imparando, invece, tante cose, che sarebbe stato meglio io avessi ignorato»4.

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Perizia Nutini, 1940, p. 1. Le perizie, le lettere e il diario clinico citati nell’introduzione provengono da un archivio privato.

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Quaderno n. 13, p. 158.

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In una lettera inviata al medico di reparto, datata 13 agosto 1978, Antonio rievoca questo periodo: «Nel 1946 […], quando tutto sembrava crollare, intorno a me, gli amici mi ignoravano, la parentela, quella che non si poteva denominare ‘stretta’, faceva il vuoto nelle mie vicinanze, tutti mi sfuggivano, o mi rinnegavano. Solo mia madre, mio padre e mio fratello […] mi assicurarono il loro appoggio […]».

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Quaderno n. 14, p. 162.

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Antonio ha raggiunto la maturità attraverso le traumatiche esperienze istituzionali5. Dopo pochi giorni dal suo rientro fa questa triste riflessione: «mi ero sorpreso, dopo i primi giorni del mio ritorno a R. - mi ero sorpreso a pensare, dico, - che forse, era un po’ meglio, se mi avessero trattenuto laggiù e mi avessero praticato le cure necessarie per svegliarmi un poco»6. Il fratello, di due anni più giovane, persona seria e gran lavoratore, soldato e prigioniero, (che «a ventiquattro anni suonati, non fumava, non beveva; colle donne non so, come se la passasse, ma credo di poter affermare, che era tutt’altro che un dongiovanni»7) lo rimprovera di essere un fannullone e gli impone di trovarsi un lavoro. A queste accuse Antonio risponde rilanciando tutte le critiche contro la società: «Cosa ha fatto, infatti, la società, per armarmi contro le difficoltà

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In una lunga lettera inviata al Direttore del manicomio di Pergine, datata 18 giugno 1951, Antonio esprime con molta lucidità quello che rappresentò per lui il periodo trascorso nel manicomio giudiziario: «Pergine, 18 giugno 1951 - Egregio sig. Direttore, [...] mi sono deciso a scrivervi ancora; [...] per mettere i puntini sugli ‘i’, in merito a certi casi, che potrebbero, altrimenti, essere erroneamente interpretati. Come voi sapete ho al mio ‘attivo’ 114 (dico centoquattordici) mesi di permanenza in manicomio giudiziario; questo, complessivamente, nelle due volte che vi fui ricoverato. Fatti i debiti calcoli, perciò, se non sbaglio, equivale esattamente a nove anni e mezzo. Nonostante gli sbandieramenti e le esibizioni che si sono fatte, il Manicomio Giudiziario è ancora un luogo che incute terrore. Anche se non vi è vigente il sistema carcerario detto [ill.], e consistente nella segregazione cellulare notturna anzi appunto per questo, il ‘Giudiziario’, pur se ha un Direttore animato da vivo sentimento di umanità e di comprensione, è sempre tale che, quando un uomo vi ha passato quattro o cinque anni, ne esce generalmente, fisicamente, e talvolta anche moralmente, disfatto o, almeno, gravemente danneggiato. Celle strette, dalla capienza generalmente inferiore al numero di ricoverati che vi viene stipato. Nelle quali, (qui parlo riferendomi a quello di Reggio Emilia), l’inverno si devono chiudere le finestre, per impedire che vi entrino quei nebbioni che fanno di quella città una sorella di Milano; col risultato che la stanza si impregna del nauseante odore che esce dal ‘bugliolo’, il vaso infame ricettacolo dei infimi corporali. Costrizione alla vita in comune con individui che, per essere, magari, vissuti in mezzo alle boscaglie od alle paludi della Sardegna, hanno imparato le regole della buona convivenza dai cinghiali, loro abituali compagni nella vita libera, e soddisfano i loro bisogni, anche i più intimi, anche quelli che, generalmente, un uomo che abbia una pur minima infarinatura di educazione, sfoga la notte mentre gli altri dormono; vivere con individui, dico, per i quali non hanno nessun peso i vocaboli pudore e ritegno. Stare al regime dietetico che i competenti organi ministeriali hanno stabilito in modo che sia sufficiente, ma che la sciatteria del personale di cucina, rende immangiabile.Tutto questo ed altre cose ancora, hanno fatto di me un individuo che, a trent’anni, ha, sì e no, la resistenza e la gagliardia fisica di un uomo che abbia già oltrepassato i cinquanta […]».

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Quaderno n. 14, p. 161.

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Ivi, p. 163.

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Gli anni formativi

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Gli anni formativi [I] Se, da bambino, ero stato un elemento imbelle, continuamente bisognoso di protezione, perennemente alla ricerca della presenza rassicurante della mamma, non appena varcai le soglie dell’adolescenza divenni un attaccabrighe, un ribelle, di fronte all’autorità dei genitori, ed a qualsiasi forma di costrizione volesse frenare una esuberanza che mi pervadeva o impormi delle linee di comportamento, sulle quali non ero consenziente; un ragazzo assetato d’indipendenza, non tanto, - questa, - in quanto fine a se stessa ma, probabilmente (ancor oggi non ne sono ben certo), perché poteva permettermi di affermare una sorta di «mondo interiore», che, - lo sentivo vagamente, - non era consono agli «interessi superiori» della collettività. La svolta, che determinò il cambiamento, al quale ho rapidamente fatto cenno, fu un libro. Certo già prima di quella lettura, c’erano nella mia psiche e nel mio temperamento i germi della «deviazione» di cui sto per parlare, ma, erano allo stato latente, nascosti ed imbrigliati da un’educazione puritana e vagamente repressiva che non concedeva spazio ad aspirazioni che non fossero decisamente ortodosse. Mi dicono, - a questo proposito, e parlandone in senso lato, - che ad un’educazione troppo condizionante segue generalmente una rivolta più o meno violenta che ne è la conseguenza, almeno stando a quella legge fisica, che afferma che «ad un’azione segue una reazione uguale e contraria», non può, quindi, stupire eccessivamente il fatto che la lettura de Le centoventi giornate di Sodoma del De Sade, trovasse un terreno fertilizzato da anni di «lavorio» sotterraneo, più o meno bene dissimulato. Bisogna precisare, che, allora, in piena epoca fascista vigevano leggi severissime, che limitavano gli spazi entro i quali poteva muoversi e agire il potere della stampa: vietata la pornografia (con un’eccezione, - il settimanale «420», - che riusciva ugualmente a farne, sia pure ammantandola con gli «stracci multicolori» della satira politica); vietata, ovviamente qualsiasi forma di stampa politica, che non fosse ancorata al «clima» che, al proposito si viveva in Italia. Sottoposta a rigorosissimo controllo tutta la stampa - giornali, libri, riviste ecc. - proestera, che passava attraverso il confine. Tutto ciò, prima-

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riamente, è ovvio nel quadro mirante a non permettere che fosse indebolito il regime di Mussolini; e, secondariamente, per tutelare quella che le leggi del tempo chiamavano «Purezza della razza»; per impedire, cioè - e ciò va riferito principalmente alla pornografia, - che gli indirizzi sessuali degli italiani venissero «deviati». Non si giunse, - a questo proposito - all’eccesso, di marca medioevale ed hitleriana consistente nel bruciare sulle piazze libri censurati; ma essi venivano regolarmente sequestrati e i loro detentori si potevano trovare in una posizione decisamente tutt’altro che rosea. C’è quindi da stupirsi, considerando le proibizioni di cui sopra, che io, in quel tempo, avessi potuto leggere un libro, - così «carico» ovviamente di anatemi, - come le Le centoventi giornate di Sodoma. E qui urge una spiegazione: è da sapersi che, segretamente e ad opera di soli «iniziati», esisteva un «giro» di letture «proibite», facente capo, per quanto si riferisce alla zona di Trento e paesi limitrofi ad un anziano signore di G., P. P., che, spacciandosi, in tutti i modi per fanatico fascista, ed ostentando conoscenze ed attinenze cospicue in campo politico riusciva a stornare eventuali, sospetti, circa quella sua «sotterranea» attività. Né solo letteratura pornografica egli trattava, anche scottanti testi economico-politici, come ad esempio Il capitale di Marx (esistente in catalogo anche presso la Biblioteca comunale – ora «Cesare Battisti»,- di Trento, ma che i bibliotecari avevano l’ordine perenne di fronte ad una eventuale richiesta di dichiarare «in lettura») od anche sempre per ipotizzare lavori di Freud, di Shopenahuer ed altri, il signor P. dietro compenso, - puramente simbolico e rivolto unicamente a coprire le spese di gestione di un’attività del genere - era in grado di procurare; io non sono mai riuscito a capire come egli riuscisse a far circolare - senza che la polizia lo bloccasse - opere del genere; non l’ho mai capito, né in verità ovviamente ho mai indagato in merito. [II]

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A mettermi in contatto col signor P. - e dimostrando in tal modo scarsissima prudenza fu il dott. U. M. in quegli anni lontanissimi medico condotto di R., il quale, dopo avermi sorpreso più volte mentre ero immerso nella lettura di giornali e riviste più «grandi» di me, (avevo, meno di dieci anni), nella sala d’aspetto del suo ambulatorio, ove mi ero introdotto coll’unico scopo di trovare qualche cosa da leggere; e dopo un colloquio che si svol-

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Torino Al ÂŤFerrante AportiÂť sotto il fascismo

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Al «Ferrante Aporti» sotto il fascismo [I] La vigilanza non era poi tanto ferrea ed oculata. Pochi scagnozzi, malvestiti, e, - suppongo, - malpagati, erano incaricati di sorvegliare i duecentocinquanta, turbolenti e discoli, ragazzi, ospitati nel Centro Di Rieducazione Dei Minorenni, (così, almeno, - oltre alla carta «intestata», delle lettere che ci obbligavano, ogni quindici giorni, a scrivere a casa, - diceva anche la targa posta sul portone d’ingresso dell’istituto). Ma che genere di rieducazione, venisse messo in atto, non sono mai riuscito a capirlo. Non c’erano, a quel tempo, in Italia, giornali pornografici, o, comunque, stampa del genere; ma, al «Ferrante Aporti» («riformatorio modello», come ci dicevano i cosidetti «istitutori», che sarebbero stati, almeno in teoria, i nostri rieducatori); al «Ferrante Aporti», dicevo, pur di avere soldi, (tanti), a disposizione, - e c’era qualcuno che ne aveva, - si poteva procurarsi,- e non troppo nascostamente, inoltre - la stampa pornografica d’oltralpe, francese e svizzera -, che, poi, consunta e sbiadita, faceva il giro di tutti i cubicoli, eccitando i ragazzi, che si masturbavano, - o si facevano masturbare da «amici» ben rimunerati, o psichicamente sprovveduti, - quando non si giungeva, - e non era raro, né molto difficile, - al coito anale; o, a volte, anche allo stupro violento. Ma, né quegli stupri, né, ovviamente, gli atti di libidine, di portata minore, venivano mai denunciati all’autorità giudiziaria; si preferiva procedere, contro i colpevoli, in modo che gli stracci non andassero troppo in alto; con provvedimenti disciplinari interni, voglio dire, come quindici giorni di cella di rigore, ad esempio; o la sospensione dalla ricreazione, e dalla passeggiata, per un paio di mesi. Solo in un caso, a mia scienza, si procedette alla denuncia, per violenza carnale contro natura, nei confronti di un calabrese, di cui ora mi sfugge il nome. L’autore del «misfatto», - per inciso - doveva certo avere un pene di dimensioni priapee, se riuscì a provocare, nella sua «vittima», un prolasso ano-rettale per il quale si dovette ricoverarlo all’ospedale Mauriziano, per cure adeguate.

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Ma, in genere, come ho detto, le misure punitive non uscivano dai limiti di un provvedimento interno: non si voleva, evidentemente «macchiare» la «fama» di un istituto rieducativo, che, creato, per allora, con metodi scientifici, e modalità moderne, era la pupilla dell’occhio destro, del regime, allora imperante in Italia Del resto, al «Ferrante Aporti», ricordo, c’era il fior fiore, della discolaggine aristocratica e «grossa industriale», italiana, a cominciare da un L. di T., siciliano, che era approdato nel riformatorio torinese dopo un paio d’anni, trascorsi in una clinica psichiatrica (privata), svizzera, dopo un tentativo di violenza carnale andato a vuoto, per fortuna, (per l’intervento del padre, che, - diceva il ragazzo, - lo imbottì di pugni e di calci, in quanto l’oggetto della tentata violenza era la moglie del padre, e, quindi madre del mascalzoncello). [...] C’erano, inoltre tre o quattro libici musulmani, che erano stati inviati in quel riformatorio perché figli di «altolocati» ribelli [ill.] si voleva fare loro, penso, una specie di «lavaggio del cervello», allo scopo di renderli, - non appena rilasciati alla loro «Cabila», - fedeli sudditi di Vittorio Emanuele III, e, naturalmente, dei fascisti, sui quali si potesse contare. Tanto per il giovane O., -( un tipo erculeo e violento,- tutto il contrario degli altri della sua razza), quanto per gli alcuni libici, c’era, ovviamente, la dispensa dalle funzioni religiose e cristiane. Allora, nel 1935, non erano stati ancora emanate, dal governo fascista, le leggi razziali. Cosicché, mentre, per i musulmani, ogni tanto, veniva da loro il Muezzin o, anche, l’Ulema; per l’O., celebrava i riti del sabato, - solo ogni tanto, naturalmente, - un barbuto ed occhialuto rabbino. Ma il livello religioso medio, tra i giovani corrigendi, non era molto ovvio; ne ricordo uno solo, che pareva in buona fede, un certo M. T. da Amalfi, che, poi, lasciato il riformatorio, passò nel seminario diocesano. A ben esaminare la situazione, non so ancora spiegarmi, come mai, io, squattrinato figlio di proletari - abbia potuto essere assegnato ad un istituto, - sia pure di rieducazione, - tanto chic. Non ero il solo, - a Torino, nel riformatorio, - a chiedermi il perché di un simile fatto: eravamo una decina. E, siccome, il fare il paraninfo, per i giovani milionari, era una cosa che contrastava aspramente con la mia natura, col mio carattere, con le mie tendenze; insomma, con tutto il patrimonio morale, di cui ero in possesso, è naturale che fossi snobbato, dai miei più «fortunati» compagni d’istituto.

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Volterra Manicomio giudiziario

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[Quaderno n. 7] [I] I preti che si occupavano dell’oratorio erano due: don Giovanni (non ricordo il cognome né dell’uno né dell’altro) e don Giuseppe. Erano ambedue molto giovani, freschi di ordinazione. Uno, don Giuseppe, nei momenti che il suo lavoro lasciava liberi, era sempre col breviario in mano; l’altro, invece, sembrava un pazzo scatenato. Sempre in movimento: o a rincorrere una palla di gomma, mezza sgonfiata; o intento a qualche altro gioco violento. In verità, qualche volta «riposava»; e il suo riposo, - me ne ero accorto molto bene, - consisteva nel coccolarsi M. T. che era davvero un bel ragazzo sui tredici, quattordici anni. Don Giovanni, zitto zitto, - badando di non dare nell’occhio, - si appartava col T., dietro la grotta della Madonna. Io lo tenevo d’occhio. Francamente, ero un po’ geloso: anch’io avevo posto gli occhi sul ragazzo ed avevo tentato qualche approccio. Ma mi ero subito accorto che, l’ombra del prete era sempre tra noi, e che M., a quel prete, pareva tenerci molto. Di veramente «grosso» nei loro rapporti, non scoprii nulla: ma è un fatto che, - quello che gli inglesi chiamano petting vale a dire «toccamento», era praticato, da don Giovanni, con molta disinvoltura, e che M. lo lasciava fare senza alcuna resistenza. Don Giovanni gli insinuava le mani sotto la camicia, sul petto, o sotto i calzoncini, in modo da arrivare nella parte alta della coscia. Era una «tecnica» vecchia, quella, che conoscevo, (sia pure indirettamente) piuttosto bene. Sicché deposi ogni mira, su quel ragazzo oltretutto, competere con un prete, in quel campo, mi pareva una cosa veramente ridicola. Anch’io però avevo scoperto qualche cosa che mi interessava piuttosto da vicino. Nella parte posteriore del palazzo delle scuole elementari, infatti, avevo visto che c’era una finestra senza sbarramento di alcun genere, che dava in un sotterraneo senza nessuna uscita. C’ero anche entrato, un giorno, per ispezionarlo; e m’ero reso conto, così, che se riuscivo a rimorchiare un ragazzo in quel luogo… Un giorno, anzi, ci avevo portato, con, non ricordo quale promessa, l’A. F.[...]. Il ragazzo, un tipetto scialbo, coi capelli rossi, era

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quanto di meglio, fino ad allora, avevo potuto portare in quel buco. Quando però egli si accorse di quali erano le mie intenzioni, non oppose nessuna resistenza, a me, che gli stavo sfilando i calzoncini, ma scoppiò in un pianto clamoroso e convulso, che, con tutto quello che feci, per farlo tacere, - compresi anche alcuni pugni, - non riusciì a farlo smettere. Sicché, - ad evitare che qualcuno, passando vicino, si accorgesse, - pensai bene di smettere e di lasciare che il giovane F. (allora aveva 12 anni), se ne andasse. Questo avveniva, mi pare, un giorno, o due, prima della Pasqua del ’40; ero appena venuto a casa dal riformatorio giudiziario di Torino (19 marzo). Bazzicavo, dunque, - come ho detto - l’oratorio maschile del mio paese. Non è, invero, che i due preti che ho menzionato, mi vedessero troppo di buon occhio, in quel luogo; ma, siccome non mi avevano detto chiaramente di andarmene, io ignoravo le loro occhiate di disappunto, e restavo lì. Daltra parte, all’oratorio, non facevo nulla, di men che corretto; non parlavo con nessuno, mi limitavo solo ad osservare. Facevo i miei calcoli: mi conveniva, - a così poca distanza dal mio ritorno a casa, - mi conveniva abbandonarmi ad un’avventura che si presentava irta di conseguenze tuttaltro che allegre? Ero forse uno sporco egoista - me ne accorgo ora, ripensandoci - a non tenere conto dei miei familiari, in quel tempo. Specialmente le mie sorelle più grandi, P., che aveva 11 anni e C., che ne aveva 9, che andavano a scuola, avrebbero subito un contraccolpo psicologico non indifferente. Ed anche mio fratello R. e i miei genitori. Ma la «fiamma» che mi bruciava il sangue era così forte, che pur di attenuarla un poco, mi sarei buttato nell’Adige, se fosse servito. Dubito che, a meno di essere un eroe, o un santo, - ci fosse qualcuno capace di far barriera contro un sangue di vent’anni, che urge violentemente. Dopo un paio di domeniche, di quella osservazione, avevo deciso. C’erano due fratelli, di 6 e 9 anni, che venivano tutte le domeniche all’oratorio. Erano R. e F. A me interessava R. quello di nove anni; l’altro, piccolo e meschinello, per la sua età, e magro come un ragno, non mi faceva né freddo né caldo. R., invece era piuttosto alto, per i suoi nove anni, e grassottello, aveva un musetto interessante, per un maniaco come me. Senonché, i due fratelli non si separavano mai; dove andava uno, (escluso forse il gabinetto) andava anche l’altro. Sembravano due fratelli siamesi. Dovetti, dunque, fare di necessità virtù. Il primo, ad entrare nel sotterraneo, fu F.; in un primo tempo, R. aveva

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Reggio Emilia Manicomio giudiziario

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[Quaderno n. 14] [I] La casa, nella quale abitava la mia famiglia, (con altre nove famiglie), era una costruzione un po’ vecchiotta, di stile rustico, ed aveva una sfilata di bei poggioli soleggiati, e coperti, l’estate dalle propaggini di una grande liana, - che forse - era vecchia come la casa. Uno sviluppo, folto, di propaggini della liana, avvolgeva ogni angolo dei poggioli. All’ombra, che essa proiettava, amavo stendermi su una poltrona, a leggere o a dormicchiare, in quei primi 3 o 4 giorni, dal mio arrivo da Volterra. Non mi ero ancora rimesso completamente dalla profonda indifferenza, verso ciò che mi circondava, che aveva caratterizzato i miei ultimi mesi di soggiorno toscano. Sì, il viaggio verso casa, mi aveva scosso un po’; la novità (relativa), di una così lunga permanenza in treno, (30 ore, come ho già detto): ma giunto a casa, ero ripiombato in quell’ignavia che aveva forse qualcosa di patologico, ove l’avessero osservata meglio. Mi ero sorpreso, - dopo i primi giorni del mio ritorno a R. - mi ero sorpreso a pensare, dico, che forse, era un po’ meglio, se mi avessero trattenuto laggiù e mi avessero praticato le cure necessarie per «risvegliarmi» un poco. Poi, un giorno, mio fratello - che era ritornato a casa dopo due anni e mezzo, passati negli Stati Uniti, come prigioniero di guerra - mi affrontò con decisione. L’ho già detto, che le mie relazioni con R., - dopo la nostra uscita dall’infanzia - non erano mai state idilliache. Un giorno, dunque mio fratello mi mise con le spalle al muro, (è metafora, s’intende); mi disse che non era giusto, che io passassi le mie giornate nell’ozio più improduttivo; aggiunse, che nostro padre, che aveva 63 anni, continuava a lavorare; quindi mi fece notare che anche lui - R. - guadagnava col suo lavoro di che mantenere la famiglia al di fuori delle ristrettezze economiche, allora quasi generali. Infatti sul nostro tavolo, non mancava mai il pane bianco, (fuori tessera e del prezzo di 100 lire al chilo) e che si mangiava carne 3 o 4 volte la settimana, (anche la carne veniva acquistata, fuori tessera, a prezzi notevolmente maggiorati). Ma, diceva, da quando io ero tornato da Volterra,

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non mi ero nemmeno [preso la briga] di iscrivermi nella lista dei disoccupati presso l’ufficio di collocamento. Era vero, ma questo fatto aveva una sua spiegazione plausibile: che cosa potevo dire, io, all’impiegato dell’ufficio, quando mi avesse domandato quale fosse il mio mestiere? Ero arrivato, infatti, fin oltre i 25 anni, senza arte né parte. Tra collegio, riformatorio giudiziario, carcere e manicomio, avevo consumato i miei anni senza apprendere nulla, di positivo, e imparando, invece, tante cose, che sarebbe stato meglio io avessi ignorato. Si, sapevo rattoppare, più o meno bene, una giacca o un paio di pantaloni; ma sarebbe stato sufficiente, perché io dichiarassi di essere sarto? Sapevo, anche, accomodare, alla meno peggio, un paio di scarpe; sapevo mettere una mezza suola, ma, con questo, potevo definirmi calzolaio? Era un tragico bilancio, questo, che facevo, parlando con R., ma era l’unico possibile. E, poi, c’era un altro lato, della situazione, da mettere in risalto: potevo, io, a quasi ventisei anni, cominciare ad imparare un lavoro, mescolato coi ragazzi di 14 o 15 anni, e fare come uno di loro? [...] Non so spiegarmi bene; era come se pensassi che la società, (e lo penso tuttora), avesse nei miei confronti, un debito da saldare: io sono (tutt’ora), dell’opinione, che dopo avermi tenuto, per si tanti anni, sottochiave; senza darmi la possibilità di apprendere un lavoro che mi rendesse indipendente, la società, - e per essa la comunità allargata, della quale facevo parte - dovesse pensare al mio mantenimento ed a tutti i miei bisogni. Cosa ha fatto, infatti, la società, per armarmi contro le difficoltà della vita? Nulla. Mi ha tenuto segregato, per anni ed anni; e, ad un certo punto, mi ha aperto le porte, mi ha estromesso, quasi con violenza, dal manicomio, che era, un po’ la mia protezione, e mi ha detto: arrangiati. Io non ho mai avuto la propensione a fare vita di anacoreta; mi piace la compagnia, e più è scapestrata, e più mi trovo a mio agio. Cosa potevo fare, a casa, tutto il santo giorno, senza una lira in tasca? Ed, allora, andavo da mia madre, che mi dava qualche soldo. Non molti, in verità, perché dopo le spese, per mantenere la famiglia su un piede decente, non ne avanzavano molti, di denari. E mio fratello, - nonostante le acrobazie che mia madre faceva, per darmi quei pochi soldi, in modo che nessuno se ne accorgesse - R., dicevo, se ne era accorto. E, il giorno in cui avemmo avuto quella discussione, sull’opportunità che anche io mi trovassi un lavoro - mi fece capire che quelle «questue», che io facevo presso mia madre, erano, perlomeno, immorali. D’altra parte mio fratello si sentiva autorizzato a parlare così, an-

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[Quaderno n. 19] [I] Il dottor Mario Fontanesi, del manicomio giudiziario di Reggio Emilia è un uomo d’oro. Figlio di un altro medico, del manicomio civile S. Lazzaro e fratello di una donna medico [...] è di animo così liberale, che non mancarono taluni detenuti che abusarono della sua generosità, facendola apparire quasi come dabbenaggine. Nel settembre del 1950, io che ero profondamente inviso all’appuntato P. M., fui da questi, ingiustamente, - quella volta proprio non avevo colpa - accusato di avere fatto delle porcheriole con un certo S., un friulano più brutto dei sette peccati mortali, messi assieme: e per di più, notoriamente, «confidente» del maresciallo. Come, o cosa, avesse architettato - o per conto di chi (a quel tempo, erano in parecchi, laggiù a volere la mia testa) - non l’ho mai capito molto bene. So solo che ad una certa ora del pomeriggio di quel giorno di settembre, mentre stavo leggendo, sdraiato sul mio letto, la porta della cella si aprì, ed apparve il M. appunto, in compagnia del maresciallo M. Ed ora due parole sul conto del maresciallo R. M. Era costui, piccolo, magro, e nero come uno scarabeo. Soffriva - si diceva in loco - di ulcera duodenale. Ora io non mi meraviglio, che fosse tanto malvagio, (perché era veramente malvagio; eccome!); ho sempre sentito dire infatti che, quasi tutti quelli che hanno ulcere allo stomaco o al duodeno, sono, come minimo irascibili ed introversi. E il maresciallo M. non era certo una eccezione. Avevo avuto qualche scontro, con lui; ma egli non aveva mai potuto spuntarla, con me, grazie all’intervento sempre provvidenziale del dott. Fontanesi, il quale, pur che ne avesse la possibilità, interveniva sempre a mitigare le ire del maresciallo, o anche del direttore. Il maresciallo M. era nativo di Aversa ed era cognato del brigadiere V., avendone sposato la sorella. Quel pomeriggio di settembre, dunque, capitati nella mia cella il maresciallo e l’appuntato, il M. mi disse di seguirli. Andammo, così, al terzo padiglione. Io tacevo, non ero preoccupato perché pensavo ad uno dei soliti cambiamenti di cella, che, da qualche tem-

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po - non so perché - mi avevano per oggetto. Anche il M. mi era nemico; già da tempo, quando lo incontravo nei corridoi, o sulle scale, egli mi diceva, con un sorrisetto che non mi piaceva per nulla «Antonio, Antonio state attento, che se vi lego io ve ne accorgerete». «E io penso che non mancherà molto, a quel giorno». Era da tempo che il M., mi diceva la solita frase, sempre accompagnata da quel sorrisetto, che era falso, come una moneta di piombo. Un giorno, - poco prima di quell’«intrusione» nella mia cella - io, stanco, di sentirmelo sempre dire, sbottai spazientito: «Ma andate al diavolo voi e il vostro sorriso». In un qualsiasi carcere italiano, una frase del genere, mi sarebbe costata una denuncia, (è anche vero però, che in carcere, nessuna guardia si sarebbe permesso di «perseguitarmi» in quel modo); al manicomio, invece, entro certi, sia pur considerevoli limiti, c’era ampia libertà di parola. Ci mancherebbe altro d’altronde, se fosse diversamente. Entrarono, dunque, i due, e lì per lì con quelle loro divise grigioverde della stagione estiva, mi fecero l’impressione che fossero due necrofori, venuti a prelevare un morto. Li seguii come ho detto fino al Terzo Padiglione. Quando, però, mi resi conto che volevano legarmi, mi ribellai con violenza; diedi un violento spintone al maresciallo M., che, mingherlino e miseruccio, quale egli era, ruzzolò a terra due metri lontano. L’altro, M., fece l’atto di saltarmi addosso alle spalle, ma io mi voltai a tempo, e gli sferrai un calcione al basso ventre, per cui, egli si ritirò dolorante, appoggiandosi al muro di fronte. Intanto la guardia del padiglione numero 2 - che era di fronte - e che non poteva intervenire, perché le era proibito dal regolamento di lasciare il suo posto, aveva dato l’allarme. Un cupo suono di sirena, si diffuse nell’aria, e, di lì a pochi secondi, un nugolo di guardie giunse al terzo Padiglione. Erano 8 o 10. Mi saltarono addosso in due o tre, mentre le altre, si affollavano intorno al maresciallo, che era seduto sul pavimento (non poteva alzarsi, avendo un femore fratturato) ed all’appuntato, che, ormai rimessosi dal calcio che gli avevo dato, stava spiegando; con grande movimento di braccia e di maniche che è tipico dei meridionali; che cosa fosse accaduto. Io, in tutte le volte che ero stato legato, non avevo mai opposto resistenza. Quella volta, invece… Ma ecco che, come un angelo (mi si scusi il termine un po’ retorico) arriva il dott. Fontanesi. Mi si avvicinò sollecito, e mi chiese se avevo ferite o lesioni; gli risposi negativamente. Allora si rivolse al maresciallo, che ge-

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GIACOMO DI MARCO: Moosbrugger a Pergine? QUINTO ANTONELLI e FELICE FICCO: L’identità negata

PSYCHOPATHIA SEXUALIS: MEMORIE DI UN INTERNATO PSICHIATRICO pag. » » »

47 49 62 70

Gli anni formativi Gli anni formativi [Quaderno n. 2] [Quaderno n. 4]

pag. 79 » 81 » 95

Torino. Al «Ferrante Aporti» sotto il fascismo Al «Ferrante Aporti» sotto il fascismo [Quaderno n. 6]

pag. » » » » » »

Volterra. Manicomio giudiziario [Quaderno n. 7] [Quaderno n. 8] [Quaderno n. 9] [Quaderno n. 10] [Quaderno n. 11] [Quaderno n. 13]

103 105 113 122 131 141 151

pag. 159 » 161 » 169

Reggio Emilia. Manicomio giudiziario [Quaderno n. 14] Reginus Lepidi, delizia del mio cuore

pag. » » » »

Pergine Valsugana. Ospedale psichiatrico provinciale [Quaderno n. 19] [Quaderno n. 3] [Quaderno n. 22] Venti ore, come tante altre

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Antonio trova all’interno dell’istituzione manicomiale (e non solo), seppure in una prospettiva negativa, la realizzazione del suo nichilismo e il senso della propria esistenza. Infatti ad Antonio, che non rispetta le regole della società ‘normale’ e che perciò si autoesclude dal sistema di produzione e comunicazione sociale, resta solo l’alternativa tra il proprio ruolo di vittima nuda, e quello di redentore che si autoinveste di una missione di espiazione e di ribellione allo stesso tempo. Con le sue memorie Antonio ci dà l’immagine di un essere pervaso da energie psichiche senza sbocco se non quello di una personalità «perversa». Esplora la propria identità e il proprio animo con l’ossessività di chi ha smarrito se stesso e cerca una conferma della propria esistenza o della propria malattia, ripercorrendo con la scrittura le traumatiche esperienze istituzionali. Sommario: Giacomo Di Marco, Moosbrugger a Pergine?; Quinto Antonelli e Felice Ficco, L’identità negata; Antonio, Psychopatia sexualis: memorie di un internato psichiatrico; Gli anni formativi; Torino: al «Ferrante Aporti» sotto il fascismo; Volterra: manicomio giudiziario; Reggio Emilia: manicomio giudiziario; Pergine Valsugana: ospedale psichiatrico provinciale. Felice Ficco, psichiatra, lavora presso il Distretto sanitario di Arco, svolgendo attività psicoterapeutica. Le sue pubblicazioni concernono le modalità di intervento nella riabilitazione dei pazienti psicotici. Appassionato di storia e letteratura, si è laureato in lettere e filosofia. Quinto Antonelli lavora presso il Museo storico in Trento, dove è responsabile dell’Archivio della scrittura popolare.

Museo storico in Trento onlus

www.museostorico.it – info@museostorico.it – tel. 0461.230482 - fax 0461.237418

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ISBN 88-7197-061-6 E 16.80

Psycopathia sexualis: memorie di un internato psichiatrico  

Un libro insolito, una finestra su un mondo scomodo, quello delle istituzioni manicomiali, tra luci e ombre di una realtà umana multiforme e...

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