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I sei autori – quattro italiani e due inglesi – che danno vita a questo volume hanno sondato il campo della rappresentazione della memoria in ambito letterario, cinematografico, televisivo e fotografico e si sono interrogati sulle modalità attraverso cui i media possono condizionare, nelle forme e nei contenuti, le dinamiche del ricordo. Molteplici sono i percorsi proposti: fra questi anche una significativa esperienza in cui il cinema viene utilizzato come strumento terapeutico. Il volume costituisce nel suo complesso il risultato della prima giornata di studi e riflessione sul rapporto fra memoria e mass media organizzata a Trento, il 2 dicembre 2008, dalla Fondazione Museo storico del Trentino in collaborazione con il Dipartimento di storia, filosofia e beni culturali dell’Università degli studi di Trento. Sommario Premessa; La visualizzazione della memoria nella cultura globale del consumo, di Paul Grainge; Memorie e lavoro della memoria: rappresentazioni della memoria nei e con i media visuali, di Annette Kuhn; La memoria pubblica e i media: appunti sul caso del passato coloniale italiano, di Paolo Jedlowski; Lo sguardo pubblico e l’immagine intrusa: fotografia e trasmissioni del trauma, di Rita Monticelli; La memoria personale, di Fausto Colombo; Il memofilm: tra ritorno alle origini del cinema e nuove frontiere della comunicazione, di Eugenio Melloni; Mass media e memoria: la memoria strappata: contese e (con)testi, a cura di Patrizia Caproni; Riferimenti bibliografici complessivi; Indice dei nomi; Gli autori.

D. Cecchin e M. Gentilini Mass media e memoria la memoria strappata

Daniela Cecchin e Matteo Gentilini (a cura di) Mass media e memoria la memoria strappata contese e (con)testi

Mass media e memoria la memoria strappata contese e (con)testi

Daniela Cecchin e Matteo Gentilini (a cura di)

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Daniela Cecchin Si occupa in particolare dell’organizzazione di eventi cinematografici legati al tema della montagna. Dal 2004 collabora con l’Archivio di cinema e storia attivo presso la Fondazione Museo storico del Trentino. Ha partecipato alla realizzazione di numerosi documentari dedicati a testimoni e a eventi del Novecento che hanno coinvolto singole comunità della provincia di Trento. Matteo Gentilini È responsabile dell’Archivio di cinema e storia attivo presso la Fondazione Museo storico del Trentino. Negli ultimi anni si è particolarmente impegnato nella raccolta di video-interviste e ha collaborato attivamente alla realizzazione di numerosi documentari dedicati a testimoni e a eventi del Novecento che hanno coinvolto singole comunità della provincia di Trento.

ISBN 978-88-7197-123-0

E 10,00

Copertina - D. Checchin e M. Gentilini.indd 1

www.museostorico.it info@museostorico.it telefono +39.0461.230482 fax +39.0461.237418

22 archivio trentino

Quaderni di

18/12/2009 9.31.02


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Mass media e memoria la memoria strappata contese e (con)testi

atti del convegno internazionale di studi Trento, 2 dicembre 2008

a cura di

Daniela Cecchin e Matteo Gentilini

Fondazione Museo storico del Trentino 2009


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Premessa

Da molti anni l’Archivio di cinema e storia, articolazione interna alla Fondazione Museo storico del Trentino, è impegnato nella raccolta di videointerviste a testimoni di particolari periodi e avvenimenti storici. Tali materiali vengono realizzati non solo come documentazione storica ma anche per la realizzazione di profili biografici e di documentari riguardanti fatti e avvenimenti che hanno coinvolto singole comunità del Trentino. L’Archivio di cinema e storia è impegnato, inoltre, nella raccolta di materiali amatoriali in pellicola realizzati dai singoli cittadini, materiali preziosi sia a livello di studio – per analizzare fenomeni socio-politici e culturali, costume e tradizioni, avvenimenti storici e via dicendo – che per l’utilizzo in produzioni documentaristiche. Infine, l’Archivio di cinema e storia è coinvolto nella realizzazione di videoinstallazioni e nella selezione dei materiali audiovisivi nell’ambito della nuova esperienza museale presso le gallerie di Piedicastello – all’interno dei due tunnel stradali della ex tangenziale di Trento – promossa dalla Fondazione Museo storico del Trentino. Queste attività hanno portato l’Archivio a porsi degli interrogativi sulla memoria visiva. Una riflessione iniziata nel 2007 con Leonardo Gandini (divenuto poi il curatore dell’evento), docente di Storia e critica del cinema e di Estetica degli audiovisivi presso l’Università degli studi di Trento, che ha dato vita alla prima edizione del Seminario internazionale su Memoria e mass media dal titolo «La memoria strappata: contese e (con)testi». I relatori che si sono susseguiti durante la giornata di studi provenivano da aree geografiche e di studio molto lontane: • Paolo Jedlowski (Università di Napoli l’Orientale, Facoltà di Scienze politiche) ha esaminato il rapporto fra oblio e mass media e l’etica della memoria; • Paul Grainge (University of Nottingham) ha parlato di cultura visuale e di procedimenti e strategie di visualizzazione della cultura; • Rita Monticelli (Università di Bologna, Facoltà di Lingue e letterature


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straniere) ha affrontato il tema della memoria a partire dall’ambito della fotografia; • Fausto Colombo (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà di Scienze politiche, Milano) ha affrontato il tema delle pratiche memoriali generazionali; • Annette Kuhn (University of London School of Languages Linguistics) ha affrontato i dispositivi di ricezione della memoria; • Eugenio Melloni (regista, sceneggiatore e coordinatore del progetto «Memo Film») ha portato invece un’esperienza attiva di lavoro sulla memoria con ricaduta sociale. Il seminario ha cartografato il territorio della memoria in molte delle sue possibili estensioni di latitudine e longitudine: letteratura, fotografia, fumetto, mostre, cinema e televisione, affrontando la dimensione sociale della memoria secondo un meccanismo di cerchi concentrici sempre più stretti. Questo per dire che il problema dell’eterogeneità della memoria non riguarda solo i modi con cui essa viene prodotta, ma anche la sua ricaduta sul piano sociale che può riguardare pubblici, platee, spettatori, utenti sparsi per i quattro angoli del mondo ma anche, come nel caso del «memofilm», una singola persona. Hanno affiancato il curatore nell’elaborazione del seminario Andrea Bellavita e Patrizia Caproni che ringraziamo. Ringraziamo inoltre per la collaborazione e la disponibilità dimostrata: Claudio Ambrosi, Greta Benedetti, Alessandro de Bertolini, Patrizia Marchesoni, Veronica Nicolini, Lorenzo Pevarello, Francesca Rocchetti, Ambrose Siyanga Mbuya, Rodolfo Taiani, Caterina Tomasi e Danilo Zeni. d.c. – m.g.

Premessa


Paul Grainge*

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La visualizzazione della memoria nella cultura globale del consumo

Il mio interesse per lo studio della memoria è iniziato con la straordinaria storia del termine «nostalgia». La parola è stata concepita la prima volta nel 1688 dal fisico svizzero Johannes Hofer, mentre studiava la malinconia dei soldati svizzeri in battaglia lontano da casa. Ha giustapposto la parola greca nostos (che significa ritorno a casa) e algos (sofferenza) per descrivere la nostalgia di casa che pativano i soldati e di cui potevano anche morire. I sintomi andavano dalla disperazione, al pianto e qualche volta sino al suicidio. Le cause spaziavano dall’esposizione al suono dei campanacci delle mucche fino all’adattamento

alla pressione atmosferica durante la discesa dalle regioni montane. Il termine nostalgia originariamente intendeva descrivere una condizione specificamente svizzera. Durante tutto il 1800 la parola nostalgia si espanse nell’ambito della psichiatria fino a rientrare ampiamente nella terminologia medica nel 1946 quando apparve in un elenco stilato dal servizio sanitario americano per le malattie sofferte dai soldati americani durante la seconda guerra mondiale. Per quanto possa sembrare sorprendente, fino al 1940 si pensava ancora che si potesse morire di nostalgia. Ciò sembrava talmente lontano

* Riferimenti bibliografici: Appadurai 1990; Barthes 1993; Featherstone 1991; Grainge 2002; Hamilton 1997; Harvey 1989; Huyssen 1995; Huyssen 2001; Morley – Robins 1995; Naremore 1998; Sassen 2000; Sturken 2007.

La visualizzazione della memoria nella cultura globale del consumo


Rita Monticelli*

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Lo sguardo pubblico e l’immagine intrusa fotografia e trasmissioni del trauma

La memoria culturale è il prodotto non solo delle storie frammentate personali e collettive, delle loro ricostruzioni e ri-composizioni, ma anche delle tecnologie e dei media che forgiano la trasmissione della memoria1. La memoria è dunque una «costruzione» complessa che mette in relazione non solo il passato e presente, ma anche diversi gruppi e contesti, individuo e collettività, poteri dominanti e poteri «periferici», storia insieme a trasmissioni e

diverse eredità di essa. La memoria stessa si trasforma insieme al progresso tecnologico e alla storia dei suoi mediatori. Questa prospettiva implica e innesca una riconcettualizzazione della memoria come formazione discorsiva, come cultura della memoria. Essa diventa non solo strumento di formazione identitaria, individuale e collettiva, ma anche un mezzo per decostruire questi stessi processi di formazione. Gli atti di memoria possono dunque essere

Riferimenti bibliografici: Abu Ghraib 2004; Alexander 2003; Armand 2006; Assmann 2004; Assmann 2007; Azoulay 2005; Azoulay 2008; Belpoliti 2006; Benjamin 1997; Benjamin 2000; Caruth 1996; Eisenstein 2004; Grossinger 2004; Guerin – Hallas 2007; Hirsch Joshua 2004; Hirsch Marianne 1997; Hirsch Marianne 2001; Jedlowski 2007; Kaplan – Wang 2004; Kelly 2005; LaCapra 1998; Levi Strauss 2004; Mitchell Andrew 2005; Mitchell, William J. Thomas 2006; Monticelli 2008a; Monticelli 2008b; Newton 2007; Ramadanovic 2001; Ricuperati 2006; Sontag 1977; Sontag 2004; Stein 2004; Strate 2007; Žižek 2005a; Žižek 2005b. Alcune parti di questo lavoro riprendono argomenti già pubblicati in Monticelli 2008a e Monticelli 2008b. 1 Assmann 2004; Assmann 2007. Come mette in luce Louis Armand, la questione della tecnologia va studiata all’interno di un background di discorsi sociali, economici, politici, culturali e filosofici, senza escludere la letteratura e l’arte. Ognuno di questi discorsi possiede una dimensione tecnologica; la nozione stessa di discorso è fondamentalmente legata all’idea di tecnologia – sia essa tecnica, technique, o techné, nel senso di arte, artificio, ma anche di craft, artefatto, o sistema o metodo del fare (Armand 2006: 1-4). *

Lo sguardo pubblico e l’immagine intrusa


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Annette Kuhn*

Memorie e lavoro della memoria rappresentazioni della memoria nei e con i media visuali

La premessa basilare di questa relazione è che la memoria è un processo, un’attività, una costruzione; e che la memoria ha influenza sociale e culturale, come pure personale. Come sostiene la sociologa Barbara Misztal: «anche se è l’individuo che ricorda, il ricordare è più che una semplice azione personale»1. Il ricordare è istituzionalizzato attraverso mezzi culturali – in oggetti, cultura materiale (monumenti, libri e simili) come pure attraverso pratiche e riti di commemorazione che possono implicare, ma non vi sono limitati, ciò che i partecipanti effettivamente ricordano delle loro stesse esperienze. La cultura materiale e gli atti di commemorazione possono alludere e dare forma ad un passato condiviso comune – e così anche a comunità di ricordo – e questi valori culturali

frequentemente investono anche dei luoghi (i lieux de memoire di Pierre Norah) – inclusi luoghi quali archivi e musei. Ci possono essere naturalmente – e comunemente ci sono – limiti, ampi e stretti, alle comunità di ricordo: famiglia, tribù, gruppo etnico, nazione, per esempio. È impossibile sovrastimare l’importanza del narrare nella memoria culturale – non solo nel senso dei contenuti (continuamente in corso di elaborazione) di memorie condivise/collettive, ma anche dell’attività di ripetere o raccontare storie di memoria, sia in ambito privato che pubblico – in altre parole, delle rappresentazioni della memoria. Allora la domanda è la seguente: come può il passato essere reinterpretato nel presente attraverso rappresentazioni di vario tipo? Questi processi

* Riferimenti bibliografici: Barefoot 2006; Caughie 2008; Chalfen 1987; Kuhn 2000; Kuhn 2002; Kuhn 2007; Langford 2001; Langford 2006; Linkman – Warhurst 1982; McAllister 2006; Misztal 2003. 1 Misztal 2003: 6.

Memorie e lavoro della memoria


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Annette Kuhn*

Memorie e lavoro della memoria rappresentazioni della memoria nei e con i media visuali

La premessa basilare di questa relazione è che la memoria è un processo, un’attività, una costruzione; e che la memoria ha influenza sociale e culturale, come pure personale. Come sostiene la sociologa Barbara Misztal: «anche se è l’individuo che ricorda, il ricordare è più che una semplice azione personale»1. Il ricordare è istituzionalizzato attraverso mezzi culturali – in oggetti, cultura materiale (monumenti, libri e simili) come pure attraverso pratiche e riti di commemorazione che possono implicare, ma non vi sono limitati, ciò che i partecipanti effettivamente ricordano delle loro stesse esperienze. La cultura materiale e gli atti di commemorazione possono alludere e dare forma ad un passato condiviso comune – e così anche a comunità di ricordo – e questi valori culturali

frequentemente investono anche dei luoghi (i lieux de memoire di Pierre Norah) – inclusi luoghi quali archivi e musei. Ci possono essere naturalmente – e comunemente ci sono – limiti, ampi e stretti, alle comunità di ricordo: famiglia, tribù, gruppo etnico, nazione, per esempio. È impossibile sovrastimare l’importanza del narrare nella memoria culturale – non solo nel senso dei contenuti (continuamente in corso di elaborazione) di memorie condivise/collettive, ma anche dell’attività di ripetere o raccontare storie di memoria, sia in ambito privato che pubblico – in altre parole, delle rappresentazioni della memoria. Allora la domanda è la seguente: come può il passato essere reinterpretato nel presente attraverso rappresentazioni di vario tipo? Questi processi

* Riferimenti bibliografici: Barefoot 2006; Caughie 2008; Chalfen 1987; Kuhn 2000; Kuhn 2002; Kuhn 2007; Langford 2001; Langford 2006; Linkman – Warhurst 1982; McAllister 2006; Misztal 2003. 1 Misztal 2003: 6.

Memorie e lavoro della memoria


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Eugenio Melloni*

Il memofilm

tra ritorno alle origini del cinema e nuove frontiere della comunicazione

Alla fine del 2007 a Bologna, grazie all’accordo tra la Cineteca e l’Azienda pubblica servizi alla persona (ASP) Giovanni XXIII, con il sostegno finanziario dell’UNIPOL, si è costituito un gruppo di sperimenta-

zione con l’obiettivo di testare l’uso del cinema per contrastare i disturbi della perdita della memoria, ed in particolare nel caso dei malati di Alzheimer o di demenza1. Il progetto invece fonda le sue «ori-

* Riferimenti bibliografici: De Martino 1948; Finzi 2007; Martini 1998; Morin 1962; Ricoeur 1990. 1 Il documento che sta alla base del progetto della Cineteca e del Giovanni XXIII di Bologna, così descrive i confini della ricerca (sperimentazione e ipotesi di lavoro): «Si assume come ipotesi di lavoro che la ‹costruzione› di un particolare strumento audiovisivo, chiamato memo film, centrato sul paziente e costituito di materiale appartenente principalmente al suo universo sensoriale, passato e presente, percettivo ed affettivo, possa migliorare la condizione psicopatologica dei pazienti affetti da demenza. Il memo film è uno sviluppo di immagini e suoni che può avere una durata variabile e strettamente dipendente dagli scopi prefissati, dalla situazione del paziente e dall’adesione dei famigliari. Il memo film non è una semplice presentazione di stimoli (visivi e uditivi), ma ha un senso. Il memo film appare imparentato con la creazione artistica e con le tecniche riabilitative. In comune con la creazione artistica ha la scelta del materiale, dello stile espositivo, lo sviluppo di un senso, la ‹regia›... e lo scopo di comunicare con chi lo guarda. In quanto strumento riabilitativo, esso è molto di più che una ‹memoria esterna›: si prefigge di ri-orientare il paziente rispetto all’ambiente in cui vive, al tempo e alla propria storia personale (che è fatta di emozioni). Proprio perché costituito di materia emotiva, che ‹parla› ai ricordi del paziente, al suo vissuto esistenziale, il memo film si prefigge di contrastare la frammentazione psichica causata dalla malattia e migliorare i comportamenti di adattamento. In quanto strumento «materiale», cioè inciso su supporto CD-DVD o nastro VHS, il memo film può essere fruito dal paziente anche più volte al giorno, a seconda delle circostanze. La sua azione, inoltre, per esplicarsi non ha bisogno che in minima parte dell’intervento del personale d’assistenza. Lo stesso personale riabilitativo (o i famigliari) lo possono utilizzare come sussidio coadiuvante nell’ambito di altre attività. Il memo film destinato al paziente è costruito a partire dalla sua testimonianza (qualora sia possibile), dalla testimonianza dei parenti e dalle osservazioni del personale di cura e d’assistenza. Scopo del memo film, con il suo mostrare oggetti, persone, situazioni della vita del paziente

Il memofilm


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Fausto Colombo*

La memoria personale

Nel 1998 scrissi un libro sulla storia dell’industria culturale italiana. Si intitolava La cultura sottile ed era il tentativo di raccontare la trivial culture italiana da Pinocchio agli anni novanta del secolo scorso. Dopo questo libro mi sono dedicato a una lunga (e non ancora conclusa) ricerca sulle generazioni, o meglio sull’applicazione del paradigma generazionale alla ricerca sui media. Non vi intratterrò sui dettagli di questo lungo percorso; mi preme solo dire che per le mie ricerche ho cominciato ad utilizzare in maniera molto massiccia gli strumenti dell’intervista in profondità, e ciò mi ha dato la possibilità di studiare il pubblico dei media costruendo una sorta di etnografia della ricezione passata. Quello che faccio, in pratica, è chiedere alle persone di raccontare la propria esperienza rispetto ai media della loro giovi-

nezza: l’avvento della televisione, i fumetti che venivano letti, i film che ricordano meglio e così via. Una parziale sintesi di questo lavoro è oggi pubblicato in un volume intitolato Boom: storia di quelli che non hanno fatto il ‘68, frutto di quasi 200 interviste a coetanei italiani. La mia conversazione di oggi è una riflessione ad alta voce su che cosa credo di aver imparato in questi ultimi cinque-sei anni che abbia a che vedere con il tema della memoria. Tema tra l’altro che è stato il mio primo oggetto di interesse agli inizi della mia carriera, segnati da un volume dal titolo Gli archivi imperfetti: memoria sociale e cultura elettronica. Ebbene, credo che le novità rilevanti in questo campo siano legate fondamentalmente a due questioni, la prima relativa alla società in cui viviamo, la seconda alle discipline scientifiche. Sul secon-

* Riferimenti bibliografici: Colombo 1986; Colombo 1998; Colombo 2008.

La memoria personale


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Fausto Colombo*

La memoria personale

Nel 1998 scrissi un libro sulla storia dell’industria culturale italiana. Si intitolava La cultura sottile ed era il tentativo di raccontare la trivial culture italiana da Pinocchio agli anni novanta del secolo scorso. Dopo questo libro mi sono dedicato a una lunga (e non ancora conclusa) ricerca sulle generazioni, o meglio sull’applicazione del paradigma generazionale alla ricerca sui media. Non vi intratterrò sui dettagli di questo lungo percorso; mi preme solo dire che per le mie ricerche ho cominciato ad utilizzare in maniera molto massiccia gli strumenti dell’intervista in profondità, e ciò mi ha dato la possibilità di studiare il pubblico dei media costruendo una sorta di etnografia della ricezione passata. Quello che faccio, in pratica, è chiedere alle persone di raccontare la propria esperienza rispetto ai media della loro giovi-

nezza: l’avvento della televisione, i fumetti che venivano letti, i film che ricordano meglio e così via. Una parziale sintesi di questo lavoro è oggi pubblicato in un volume intitolato Boom: storia di quelli che non hanno fatto il ‘68, frutto di quasi 200 interviste a coetanei italiani. La mia conversazione di oggi è una riflessione ad alta voce su che cosa credo di aver imparato in questi ultimi cinque-sei anni che abbia a che vedere con il tema della memoria. Tema tra l’altro che è stato il mio primo oggetto di interesse agli inizi della mia carriera, segnati da un volume dal titolo Gli archivi imperfetti: memoria sociale e cultura elettronica. Ebbene, credo che le novità rilevanti in questo campo siano legate fondamentalmente a due questioni, la prima relativa alla società in cui viviamo, la seconda alle discipline scientifiche. Sul secon-

* Riferimenti bibliografici: Colombo 1986; Colombo 1998; Colombo 2008.

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Fausto Colombo*

La memoria personale

Nel 1998 scrissi un libro sulla storia dell’industria culturale italiana. Si intitolava La cultura sottile ed era il tentativo di raccontare la trivial culture italiana da Pinocchio agli anni novanta del secolo scorso. Dopo questo libro mi sono dedicato a una lunga (e non ancora conclusa) ricerca sulle generazioni, o meglio sull’applicazione del paradigma generazionale alla ricerca sui media. Non vi intratterrò sui dettagli di questo lungo percorso; mi preme solo dire che per le mie ricerche ho cominciato ad utilizzare in maniera molto massiccia gli strumenti dell’intervista in profondità, e ciò mi ha dato la possibilità di studiare il pubblico dei media costruendo una sorta di etnografia della ricezione passata. Quello che faccio, in pratica, è chiedere alle persone di raccontare la propria esperienza rispetto ai media della loro giovi-

nezza: l’avvento della televisione, i fumetti che venivano letti, i film che ricordano meglio e così via. Una parziale sintesi di questo lavoro è oggi pubblicato in un volume intitolato Boom: storia di quelli che non hanno fatto il ‘68, frutto di quasi 200 interviste a coetanei italiani. La mia conversazione di oggi è una riflessione ad alta voce su che cosa credo di aver imparato in questi ultimi cinque-sei anni che abbia a che vedere con il tema della memoria. Tema tra l’altro che è stato il mio primo oggetto di interesse agli inizi della mia carriera, segnati da un volume dal titolo Gli archivi imperfetti: memoria sociale e cultura elettronica. Ebbene, credo che le novità rilevanti in questo campo siano legate fondamentalmente a due questioni, la prima relativa alla società in cui viviamo, la seconda alle discipline scientifiche. Sul secon-

* Riferimenti bibliografici: Colombo 1986; Colombo 1998; Colombo 2008.

La memoria personale


I sei autori – quattro italiani e due inglesi – che danno vita a questo volume hanno sondato il campo della rappresentazione della memoria in ambito letterario, cinematografico, televisivo e fotografico e si sono interrogati sulle modalità attraverso cui i media possono condizionare, nelle forme e nei contenuti, le dinamiche del ricordo. Molteplici sono i percorsi proposti: fra questi anche una significativa esperienza in cui il cinema viene utilizzato come strumento terapeutico. Il volume costituisce nel suo complesso il risultato della prima giornata di studi e riflessione sul rapporto fra memoria e mass media organizzata a Trento, il 2 dicembre 2008, dalla Fondazione Museo storico del Trentino in collaborazione con il Dipartimento di storia, filosofia e beni culturali dell’Università degli studi di Trento. Sommario Premessa; La visualizzazione della memoria nella cultura globale del consumo, di Paul Grainge; Memorie e lavoro della memoria: rappresentazioni della memoria nei e con i media visuali, di Annette Kuhn; La memoria pubblica e i media: appunti sul caso del passato coloniale italiano, di Paolo Jedlowski; Lo sguardo pubblico e l’immagine intrusa: fotografia e trasmissioni del trauma, di Rita Monticelli; La memoria personale, di Fausto Colombo; Il memofilm: tra ritorno alle origini del cinema e nuove frontiere della comunicazione, di Eugenio Melloni; Mass media e memoria: la memoria strappata: contese e (con)testi, a cura di Patrizia Caproni; Riferimenti bibliografici complessivi; Indice dei nomi; Gli autori.

D. Cecchin e M. Gentilini Mass media e memoria la memoria strappata

Daniela Cecchin e Matteo Gentilini (a cura di) Mass media e memoria la memoria strappata contese e (con)testi

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Daniela Cecchin Si occupa in particolare dell’organizzazione di eventi cinematografici legati al tema della montagna. Dal 2004 collabora con l’Archivio di cinema e storia attivo presso la Fondazione Museo storico del Trentino. Ha partecipato alla realizzazione di numerosi documentari dedicati a testimoni e a eventi del Novecento che hanno coinvolto singole comunità della provincia di Trento. Matteo Gentilini È responsabile dell’Archivio di cinema e storia attivo presso la Fondazione Museo storico del Trentino. Negli ultimi anni si è particolarmente impegnato nella raccolta di video-interviste e ha collaborato attivamente alla realizzazione di numerosi documentari dedicati a testimoni e a eventi del Novecento che hanno coinvolto singole comunità della provincia di Trento.

ISBN 978-88-7197-123-0

E 10,00

Copertina - D. Checchin e M. Gentilini.indd 1

www.museostorico.it info@museostorico.it telefono +39.0461.230482 fax +39.0461.237418

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Mass media e memoria: la memoria strappata. Contese e (con)testi