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MAURO SCROCCARO

DALL'AQUILA BICIPITE ALLA CROCE UNCINATA L’Italia e le opzioni nelle nuove provincie Trentino, Sudtirolo, Val Canale (1919-1939)

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Trento 2000


COLLANA DI PUBBLICAZIONI DEL MUSEO STORICO IN TRENTO onlus

MAURO SCROCCARO

DALL’AQUILA BICIPITE ALLA CROCE UNCINATA L’Italia e le opzioni nelle nuove provincie Trentino, Sudtirolo, Val Canale (1919-1939)

Trento 2000 3


Premessa

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auro Scroccaro si è avvicinato alla tematica delle opzioni attraverso i suoi studi sulla questione ladina della val di Fassa notando quale risonanza ebbero anche per questa valle - pur rimanendone de iure, ma non di fatto esclusa - gli accordi del 16 giugno 1939 tra la Germania nazista e l’Italia fascista sull’esodo «volontario» delle minoranze «allogene» di lingua tedesca (e ladina) dal territorio italiano nelle terre del Reich. Questo approccio - chiamiamolo dall’esterno lo portò a valutare i fatti innanzitutto da un’ottica globale, collocandoli nell’ambito dei molteplici tentativi degli stati nazionali europei a far coincidere a tutti costi i propri confini nazionali anche con quelli linguistici. Nel capitolo introduttivo l’autore elabora una panoramica dettagliata sulle dimensioni delle varie misure intraprese da diversi regimi più o meno autoritari o totalitari per risolvere in questo modo questioni di minoranze scomode entro i propri confini e di creare finalmente stati-nazione etnicamente puri e puliti. Per lo più si tratta di scambi di popolazioni. L’attenzione è rivolta soprattutto all’Europa centro-orientale ed in particolar modo ai Balcani, dove in conseguenza del progressivo sfacelo dell’Impero ottomano si ebbero dall’Ottocento in poi diversi scambi di popolazione più o meno coatti accordati fra gli stati interessati. Questa tendenza si acuì in seguito alla Grande Guerra ed ai trattati di pace del 1919, quando il dogma della conformità tra stato e nazione segnò un apice. Se ne appropriò anche la Germania nazista nel tentativo di incamerare nel proprio stato tutte le minoranze tedesche sparse per l’Europa in funzione del futuro dominio del continente europeo. In questo ambito l’accordo sulle opzioni dei sudtirolesi servì da battistrada. 5


Dopo aver consultato molto approfonditamente archivi e letteratura soprattutto italiane, fra i quali spiccano l’archivio storico del Ministero degli affari esteri in Roma e gli archivi locali di Trento, Bolzano, Udine e Trieste come pure quello sloveno di Ljubljana, Mauro Scroccaro ci fornisce un’ampia descrizione dei problemi culturali innanzitutto, ma anche politici ed amministrativi, che l’Italia liberale prima e quella fascista poi furono costrette ad affrontare con l’annessione di ampi territori abitati in maniera compatta da forti minoranze «allogene»: più di 620.000 tra sloveni, tedeschi, croati e ladini secondo il censimento del 1921, oltre ai circa 888.000 italiani «redenti» dei territori di Trento e Trieste. Sia per gli slavi che per i tedeschi gli stati nazionali (o multinazionali) d’oltreconfine rappresentavano una forte attrazione condizionando con ciò ulteriormente l’operato dell’Italia fascista perennemente assillata da problemi di prestigio nazionale ed internazionale. Riguardo al gruppo degli «allogeni» tedeschi e ladini, sui quali è incentrato questo saggio, la prima volta si dà ampio spazio alla minoranza tedesca meno numerosa come pure meno appariscente della val Canale con il suo capoluogo Tarvisio che nel 1919 venne staccata dalla Carinzia. Come l’autore ampiamente descrive la situazione dei canalini era differente, anche se non meno interessante, da quella trentino-sudtirolese per il fatto della presenza di un forte gruppo sloveno - vera e propria minoranza nella minoranza - e delle miniere di piombo presso Rajbl che alla dimensione nazionale aggiunsero pure una dimensione sociale. Il progressivo avvicinamento tra le due dittature soprattutto dopo l’Anschluß del 1938 portò ad una sorta di stritolamento di queste minoranze tra i due stati che nel loro totalitarismo non poterono tollerare zone grigie tra di loro. La via verso le opzioni come una sorta di pulizia etnica «indolore» ormai era imboccata. Molto oggettivamente e senza dubbio come primo in lingua italiana nella sua ampiezza l’autore dibatte la vexata quæstio di chi fosse il primo ad avere l’idea diabolica di applicare il mezzo delle opzioni nei confronti di queste minoranze. Come pure sono molto ben approfonditi i diversi ruoli che giocarono Germania ed Italia in tutta la vicenda. I nazisti che ebbero le idee chiare dal principio: opzione totale per la Germania da conseguire con tutti i mezzi necessari; emigrazione totale pure, perché in questo modo era possibile alleviare la crescente penuria di uomini nel Reich; forti pressioni anche in campo economico per gli 6


indennizzi dei beni lasciati in Italia, perché così le opzioni potevano rivelarsi pure un affare. Dall’altra parte i fascisti: nessuna identità di vedute e chiarezza degli intenti fra le varie branche amministrative; chi voleva un abbandono possibilmente totale del territorio da parte degli «allogeni» e chi voleva un’emigrazione solamente delle «teste calde» e dei ceti alti per poter così meglio dominare i rimanenti; allargare o restringere la cerchia degli aventi diritto ad optare, spingere od ostacolare e via dicendo. Lo smacco subito dalle autorità della grande Italia fascista per la quasi totalità delle opzioni per la Germania nazista venne ulteriormente ingrandito dalla corsa di un nutrito gruppo di italiani ad essere ammessi pure loro alle opzioni per poter legalmente emigrare in Germania nella certezza di un avvenire economico roseo che l’Italia non sapeva offrire. Tutto ciò si inserisce in una progressiva perdita di potere contrattuale delle autorità italiane che presto cedettero ogni iniziativa all’alleato, soprattutto in seguito agli esiti sempre più catastrofici della cobelligeranza italiana. Tedeschi dell’Alto Adige, tedeschi della val Canale, tedeschi delle isole linguistiche nel Trentino, ladini dell’Alto Adige, ladini del Trentino, sloveni della val Canale e dell’Alto Isontino, italiani del Trentino come pure del Veneto: l’universo di coloro che spinsero o vennero spinti alle opzioni si presenta molto variegato e l’autore ben riesce a trasmetterci questa varietà di diversi motivi ed aspettative, spesso contrastanti, che portarono le opzioni a quell’esito. In chiusura egli aggiunge pure un ultimo capitolo sulle opzioni e sul trasferimento totale in Germania dei tedeschi dell’isola linguistica di Gottschee in Slovenia che dal 1941 fece parte dell’effimera provincia italiana di Lubiana quale esempio di cosa facilmente sarebbe potuta accadere anche dalle nostre parti se una sorte migliore non ce l’avesse risparmiato. C HRISTOPH H.

VON

HARTUNGEN

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Introduzione

Quando il 20 dicembre del 1895, a Coccau, da Martin Martinz e Lucia Wedam, contadini originari di Valbruna, quarto di nove figli, nacque Thomas, Coccau, anzi Goggau come fino ad allora tutti l’avevano chiamata, era una piccola frazione di Tarvis all’inizio della Val Canale nella parte meridionale della Carinzia ai confini dell’Impero austro-ungarico. Secondo il censimento austriaco del 1910 era abitata da 408 persone, 191 uomini e 217 donne, delle quali 401 erano cattoliche e 7 protestanti. Il censimento, anche se in forme che vennero comunque criticate, rilevava tra l’altro anche il dato etnico attraverso la lingua d’uso, la Umgangssprache, e dava per Goggau una popolazione pressoché compatta di 403 tedeschi, mentre complessivamente nel resto del comune si registravano 3480 tedeschi, 93 sloveni e 198 genericamente definiti «altri» 1 . Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, Thomas, giovanissimo, viene arruolato assieme a due suoi fratelli e inviato sul fronte russo in Galizia. Qui, nel 1915, viene fatto prigioniero. Come molti altri verrà impiegato nei lavori agricoli, e avrà più fortuna dei suoi fratelli dei quali uno morirà in prigionia, l’altro poco dopo sul fronte del Tirolo meridionale combattendo contro gli italiani. Terminata la guerra, nel 1919, dopo non poche peripezie, Thomas riesce a tornare a casa, dove riprende la sua vita di contadino. La val Canale e anche la sua Goggau nel frattempo sono state occupate dagli italiani e Klagenfurt, il capoluogo della Carinzia, è rivendicata e minacciata dal nuovo Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni che nel

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SPEZIALORTSREPERTORIUM 1918: 61.

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frattempo si è creato a pochi chilometri da Goggau, oltre Weißenfels, dove iniziava fino a pochi mesi prima la regione della Carniola. Attorno al piccolo maso dei Martinz le coordinate politico-geografiche cominciavano a non essere più le stesse, e di lì a poco, in base al trattato di Saint Germain, anche Tarvis con tutta la val Canale fino a Pontafel, in nome di superiori esigenze strategico militari, sarebbe diventata italiana. Goggau diventa allora Coccau, Tarvis Tarvisio, la nuova provincia di appartenenza Udine, mentre ora l’Austria era diventata solo una piccola repubblica il cui territorio iniziava a pochi passi dalla casa di Thomas. Questo gran trambusto inizialmente non cambia nulla nella sua vita di contadino, e non può essere diversamente, dato che la terra, la si chiami in tedesco, in sloveno o in italiano, bisogna sempre e comunque zapparla, seminarla, ararla. A Coccau, la famiglia dei Martinz è una delle più solide economicamente. Thomas possiede prati, parti di bosco, terreno ad arativo, pecore, dodici bovini, una segheria funzionante ad acqua sul Wagenbach, il rio dei carri, acquistata da un fallimento nel 1935 ed una casa sulle loro proprietà, lasciatagli in eredità dal padre. Nel 1930, dopo la morte della prima moglie, Thomas si risposa con Aloisia Klavora, di Plezzo nell’alta valle dell’Isonzo, passata anche questa all’Italia nel 1918 con la dissoluzione dell’Austria-Ungheria. Anche Aloisia è contadina, di famiglia slovena, come la quasi totalità degli abitanti della valle2. I due si sono conosciuti tramite un cugino di Aloisia, che come altri suoi compaesani frequentava la val Canale per vendere di casa in casa i formaggi e le ricotte fatte in famiglia. Da allora, molte volte Thomas, a cavallo della sua bicicletta, era andato a trovarla, valicando il passo di Rajbl che divide le due valli subito al di là delle grandi miniere di monte Re, dove, praticamente da sempre, moltissimi loro compaesani condividevano il duro lavoro nelle gallerie. Tra il 1931 e il 1935 Thomas e Aloisia hanno tre figli, Liliana, Carolina e Giuseppe. Questi i loro nomi all’anagrafe, ma in casa i tre bambini vengono chiamati Lili, Lina e «Peperle», diminutivo di Josef. Liliana, la maggiore, nel 1937 inizia a frequentare la scuola e a casa deve spiegare che al familiare gruss Gott bisogna sostituire la parola buongiorno, che la storia ha come ombelico del mondo Roma,

) SPEZIALORTSREPERTORIUM 1919: 24-28.

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1932: Roma, Josef Anderwald in servizio di leva al 3o reg. artiglieria da campagna

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1935: Etiopia, il caporale Josef Anderwald richiamato per la guerra al Negus

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i romani e i loro discendenti italiani guidati oggi fulgidamente dal Duce verso nuovi traguardi di grandezza e splendore, che gli altri sono solo discendenti di genti rozze e barbare3, che la vecchia Austria di Francesco Giuseppe era quel grande oppressore di popoli e nazioni che nel 1918 anche l’Italia aveva contribuito a sconfiggere liberando finalmente dalla tirannia terre da sempre italiane e raggiungendo i naturali e legittimi confini delle Alpi. Forse Thomas cominciò allora a chiedersi che cosa realmente stava accadendo, forse ne aveva già qualche volta discusso guardingo con gli amici del paese la domenica mattina al bar giocando alle carte dopo la Messa. Forse già se ne parlava da tempo, dopo che il nuovo stato e il nuovo governo fascista avevano imposto tutta una serie di trasformazioni mal digerite sulla gestione collettiva del bosco, sul regime fiscale diventato sempre più oppressivo, sul sistema di eleggere i propri rappresentanti al comune, sull’imposizione di cambiare nome a posti e persone. È certo comunque che le cose non andavano molto bene. Dopo la guerra molte persone erano state costrette ad emigrare in cerca di lavoro, e anche tre delle sorelle di Thomas ed il fratello più giovane, Pepi, del 1907, avevano lasciato il paese diretti nelle Americhe, in cerca di una vita meno dura. Nostalgia per il passato? Chi lo sa. Sicuramente quella guerra era stata una sciagura; quattro anni lontano da casa, sofferenze, terrore, la morte di due fratelli; per fortuna era finita, anche se dalla parte degli sconfitti, di quelli che comunque qualcosa dovevano pur pagare. Nel marzo del 1938 la Germania di Hitler si annette quel che era rimasto dell’Austria, e alle porte dei Martinz, alla sbarre del confine, si cambiano di nuovo colori. Alla bandiera austriaca si sostituisce ora la croce uncinata della grande Germania nazionalsocialista, la Vaterland, la grande patria di tutti i Volksdeutsche, di tutto il popolo tedesco. È un momento di grande inquietudine. In modo sempre più deciso, anche a Tarvisio e nella val Canale si agitano idee, persone ed immagini che richiamano all’unità di tutti i tedeschi. Ciò che prima erano solo delle voci, delle velate allusioni, delle speranze, ora che la potente Germania

) Significativo a questo proposito è quanto aveva scritto già prima dell’inizio della guerra Ettore Tolomei, il più fermo sostenitore del diritto italiano sull’Alto Adige: «Le Alpi segnano il limite tra la coltissima Italia e le regioni gelide transalpine, dove in mezzo a vaste selve albergavano in capanne povere le squalide tribù dei barbari domati» (T OLOMEI 1935: 36). Sulla vita e l’operato di Tolomei si veda BENVENUTI - HARTUNGEN 1998.

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ha trasformato la piccola e debole Austria in una semplice espressione geografica, la Ostmark, ora tutto sembra possibile. Si riaccende, o meglio si accende del tutto nuovo un irredentismo pantedesco filo germanico, si parla, anche se impropriamente, di un «ritorno» del Sudtirolo e della val Canale al Reich tedesco, si profila l’idea che gli italiani se ne vadano, se ne tornino a casa loro. Niente di tutto questo. Troppo rischioso incrinare un’alleanza tra due regimi totalitari per poche migliaia di tedeschi finiti al di qua delle Alpi nel corso dei secoli per qualche balordo scherzo della storia. Ma dato che ci sono e costituiscono un problema, questo va risolto una volta per tutte e in forma definitiva; a Thomas e ai suoi compaesani, i «problemi», verrà imposto di decidere entro il 31 di dicembre del 1939, se rimanere tedeschi, quali erano, e dunque trasferirsi nei territori del Reich, oppure di accettare di diventare buoni italiani e perciò... Ma quel perciò non si capisce che cosa significhi. Thomas, come molti altri, è dubbioso, incerto, preoccupato, è una decisione terribile e aspetta fino al 20 dicembre; poi, come quasi tutti, deciderà di «votare» per la Germania. Torna perfino suo fratello dal Sudamerica apposta per optare, raggiunto a Buenos Aires dalla efficientissima propaganda nazista, convinto di poter approfittare di una grossa occasione per sistemarsi per il resto della vita. In paese, tra coloro, come il fratello, che avevano avuto pochi dubbi sulla scelta da fare, c’erano soprattutto i più giovani, lusingati sulla possibilità di un futuro migliore e assolutamente sfiduciati nei confronti dell’Italia fascista e che si troveranno ben presto a combattere in giro per l’Europa con la divisa della Wermacht. Così era toccato anche al figlio dei vicini di Thomas, Josef Anderwald, nato a Coccau il 12 marzo del 1911 che, ragazzino, Thomas aveva tenuto alle sue dipendenze per condurre i buoi nel bosco a trasportar legna o per guidarli nel lavoro dei campi. Nel 1935, Josef, richiamato, aveva combattuto in Africa contro il Negus, tra le file del Regio Esercito italiano; al ritorno, aveva tentato di entrare prima in ferrovia, senza esito, poi nella guardia di finanza, forte della sua condizione di reduce dalla guerra che aveva dato all’Italia il suo impero e convinto perciò di essere in credito nei confronti della «sua patria». Convocato a Tolmezzo per la visita di idoneità si vedrà invece assurdamente scartato per piedi piatti, e senza nemmeno essere visitato! Eppure nel 1932 aveva pienamente assolto ai suoi obblighi di leva proprio a Roma, presso il 13o regimento artiglieria da campagna, senza che nessuno si accorgesse dei suoi fantomatici piedi piatti; gli stessi misteriosi piedi piatti non gli avevano poi certo risparmiato la campagna

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etiopica e non gli risparmieranno nemmeno la campagna di Russia con l’esercito tedesco e relativa prigionia, dopo che per effetto delle opzioni aveva senza esitazioni deciso di diventare cittadino germanico nella speranza di trovare una patria più generosa e un lavoro meno duro e pericoloso di quello di vagonaro alla miniera di Rajbl, dove per quarant’anni aveva lavorato anche suo padre. Il 18 settembre del 1940, Thomas, i suoi tre figli e la moglie slovena, ottengono la cittadinanza germanica, e in attesa di trasferirsi nei territori del Reich diventano tutt’a un tratto stranieri in casa loro. Per ben tre volte Thomas va in Carinzia, nella Rosental, a vedere la possibile nuova abitazione completa di campi e segheria. Per ben tre volte rinuncia. Molte cose non lo hanno convinto: le case che vede, ancora arredate come se i veri proprietari per una qualche oscura ragione se ne fossero andati pochi minuti prima, la lunghezza e l’incertezza della vendita dei suoi beni, l’idea di dover lasciare la propria terra, la propria casa, la propria valle. Nonostante il passaporto pronto fin dal febbraio del 1940, Thomas e la sua famiglia non partono, non vogliono partire, e quando nell’estate del 1942 un camion dell’organizzazione germanica si avvicina a casa per iniziare forzatamente il trasloco, Thomas riparati i suoi figli in casa esce e affronta molto energicamente quelli che erano venuti a portarlo via: si mette a gridare che mai lascerà casa sua, che una guerra lui l’aveva già fatta e che tanto aveva già dato, che da lì non si sarebbe spostato nemmeno se fossero arrivati i russi, che se ne andassero. Se ne andranno, e Thomas Martinz, cittadino germanico, rimarrà a casa sua in Italia, a Coccau, nel comune di Tarvisio in provincia di Udine, e i suoi figli, cittadini germanici, continueranno a varcare la frontiera tutti i giorni per andare a scuola a Maglern, appena oltre il confine nel loro «nuovo» paese, la Germania; a mostrare ogni giorno il lasciapassare ad un qualche carabiniere, a marciare nelle file della Hitlerjungend il mattino a scuola, ad alzare il braccio nel saluto romano per qualche gerarca fascista di passaggio per le strade di Tarvisio il pomeriggio, una volta tornati a casa. Piccole anomalie in un mondo sconquassato di nuovo dalla guerra, dagli eccidi, dalle devastazioni. L’8 settembre del 1943 Thomas è ancora a Coccau. Con l’occupazione tedesca qualcosa si normalizza, i suoi figli possono tornare a scuola a Tarvisio nella nuova scuola tedesca e la sua famiglia, per il momento, non è più ospite in una nazione straniera. Thomas ha molto lavoro alla segheria, commissionato dalla Wermacht, deve anche prestare servizio con il fratello nella Selbstschutz,

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una sorta di polizia locale incaricata di garantire l’ordine e la sicurezza. Quando il 30 aprile del 1945 Hitler si suicidò nel suo bunker a Berlino e pochi giorno dopo scomparve la Germania nazionalsocialista, Thomas era ancora nella sua casa di Coccau, nei suoi campi, nella sua segheria. In quei giorni un’unità inglese, composta di soldati ebrei, arriva a Tarvisio, gli requisisce del legname senza pagarlo, picchiano il fratello, commettono altri piccoli abusi leggitimati dal fatto di trovarsi di fronte a delle persone la cui colpa era di essere dei tedeschi che avevano chiesto di diventare cittadini del Reich, e perciò possibili fiancheggiatori dei nazisti. Finisce la guerra e ancora una volta alla porta dei Martinz, alla barriera di confine, si cambiano le bandiere; rinasce l’Austria, mentre il paese della moglie, Plezzo, finisce nella nuova Jugoslavia di Tito, al di là della «cortina di ferro» e di uno dei confini più blindati e delicati di quel momento, di quel mondo diviso in due che aveva definitivamente separato due valli e due comunità da sempre strettamente in comunicazione. Per i Martinz, ancora cittadini germanici, un altro seccante problema. Thomas riacquisterà la cittadinanza italiana nel febbraio del 1948, finalmente di nuovo regolare residente in casa sua. Ancora una volta l’anagrafe muterà il nome dei suoi familiari, questa volta in modo definitivo. Per altri paesani che invece si erano trasferiti, le cose furono anche più complicate. Josef Anderwald, il figlio dei vicini, tornato dalla prigionia in Russia, si era fermato in Austria dove era stato assunto dalle ferrovie come manovratore alla stazione di Villach. Qui, ma solo alcuni anni più tardi, e solo indagando su di un sistematico ritardo che subiva ogni mese il suo stipendio, si era accorto di essere ancora cittadino germanico, e non austriaco. Ancora una volta «cittadino nella patria sbagliata»; dovrà attendere il 1952 e pagare 1.500 scellini per vedere finalmente regolarizzata la sua posizione. Thomas Martinz morirà cittadino italiano, sopravvissuto alla dissoluzione della piccola comunità carinziana della sua Coccau, con il nome di Tommaso il 20 giugno del 1989. Per i figli lo sloveno, che la moglie aveva comunque voluto insegnar loro, rimane oggi un ricordo poco praticato; per i nipoti il tedesco solo una lingua imparata a scuola e parlata al di là dell’attuale confine4.

) Testimonianze orali raccolte nell’inverno del 1996 a Coccau da Giuseppe Martinz e dalla sorella Liliana.

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1936: congedo di Josef Anderwald richiamato per la guerra in Etiopia

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1936: congedo di Josef Anderwald richiamato per la guerra in Etiopia

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Nella vicenda complessa e drammatica degli accordi italo-tedeschi del 1939 sul trasferimento «degli allogeni e dei cittadini germanici», più noti come «opzioni», ma soprattutto nei suoi aspetti più grotteschi e paradossali, mi ero imbattuto la prima volta nel corso della ricerca per la mia tesi di laurea sulla minoranza ladina della val di Fassa. Per una strana, anche se per loro fortunata ragione, ai ladini fassani, a differenza dei loro confratelli ex suddti asburgici delle altre vallate dolomitiche, non era stato esteso il diritto all’opzione e la valle di Fassa era rimasta esclusa dai territori contemplati negli accordi. Stranamente però risultava da diverse testimonianze che non pochi ladini fassani nel 1939 avevano optato ed ottenuto la cittadinanza germanica. Bisognava allora chiarire perché e secondo quali modalità questo fosse accaduto. Ho iniziato allora una ricerca piuttosto macchinosa sul fondo dell’ex Alto commissariato per le migrazioni e la colonizzazione-delegazione per l’Alto Adige presso l’Archivio di stato di Bolzano. Il fondo, consistente di uno schedario vastissimo, è composto dalle migliaia e migliaia di schede contenenti i dati anagrafici e di proprietà di tutti coloro che tra il 1939 e il 1940 avevano optato per la cittadinanza germanica, ne avessero o meno diritto. La ricerca fu allora relativamente veloce, mirata come era ad individuare un gruppo ben definito e circoscritto di persone; ma nel rapido sfogliamento delle schede, tra un fassano e l’altro, mi imbattevo in una congerie di casi e situazioni che facevano presagire una realtà molto più complessa e drammatica di quello che risultava dai numeri conosciuti e dalle cose fin là lette. Tra le schede, la più parte scritte a penna, alcune illeggibili, altre difficilmente interpretabili non solo per difficoltà di lettura, ma più spesso per la non corretta trascrizione del nome dei comuni di nascita e di residenza degli optanti da parte di funzionari italiani quasi sempre a digiuno, se non del tutto ignari, della lingua tedesca, mi erano sfilati davanti una quantità davvero imprevedibile di casi molto particolari, per certi versi simili a quello della comunità ladina della valle di Fassa di cui mi stavo occupando, per altri davvero molto strani. Accanto a gruppi più o meno compatti di valligiani, o di nuclei familiari già residenti in Germania, tutti originari del Trentino e tutt’altro che appartenenti alla minoranza ladina o alle isole tedesche del Fersina o di Luserna, mi imbattevo infatti in bellunesi, veneti in genere, istriani, sloveni non solo della val Canale ma anche della valle dell’Isonzo, dell’Istria e perfino del nuovo regno di Jugoslavia. Oltre a questi, stranieri di tutte le nazionalità, specie dei paesi del centro ed est Europa,

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sudtirolesi e valcanalesi, come il fratello di Thomas Martinz che rientravano o optavano da altri continenti, dalle Americhe, dall’Australia, uno perfino dalla città tristemente famosa di Hiroshima, in Giappone (chissà che fine avrà poi fatto), tutte persone che per i motivi più svariati ed oscuri chiedevano la cittadinanza germanica, e assieme a loro altri compaesani, pubblici dipendenti spediti in altre regioni d’Italia lontano dalla propria terra, dalla propria gente, dalla propria lingua, ferrovieri, stradini, ma anche carabinieri e guardie di finanza. Molte le donne sole, ragazze madri, altre a servizio nelle grandi città presso qualche ricca famiglia italiana nella duplice veste di domestiche e balie di madrelingua tedesca. Un firmamento di storie comuni e allo stesso tempo diverse tra loro, di persone che percorrevano un loro viaggio sul treno della storia accanto alle molte altre che la semplice lettura delle schede non faceva emergere, come quella di Aloisia Klavora, slovena o «slava di razza e di lingua», come con disprezzo avrebbero scritto tanto i funzionari italiani quanto quelli tedeschi, se non si fosse sposata al carinziano Thomas Martinz della val Canale, accedendo al diritto\dovere di seguire, in una sorte di anonimato etnico le scelte del marito. Da quella prima veloce e parziale consultazione nacque lo stimolo ad approfondire questa triste vicenda di «riordino etnico» che, come le schede facevano intuire, andava ben al di là dal coinvolgere la sola minoranza tedesca ex austriaca del Sudtirolo e della val Canale, ma coinvolgeva anche tanti ladini, sloveni e italiani, per una cifra totale, secondo dati riportati dallo storico Renzo De Felice, di 13.756 persone5, quasi il 7% di tutti coloro che avevano optato. Chi erano e perché l’avevano fatto è stata la domanda alla quale si è cercato di rispondere. Fondamentale perciò è stato riprendere in mano l’intero fondo dell’ex Alto commissariato, scorrendo questa volta molto più attentamente scheda per scheda, e caso su caso cercando di quantificare con la minore approssimazione possibile il fenomeno. Come già detto, le modalità di compilazione delle schede, scritte per lo più a penna e legate alle diverse capacità e competenze degli stessi compilatori, lasciano alcuni margini, anche se minimi, di incertezza sulle cifre definitive, con la conseguenza di rendere non assoluti i dati che qui vengono forniti. Per i casi dubbi si tratta il più delle volte delle schede degli optanti

) DE FELICE 1973: 56.

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residenti all’estero che i funzionari italiani compilavano di seconda mano, sulla base di documentazioni personali fornite nella grande maggioranza dei casi dalle autorità tedesche, o di quei casi nei quali il funzionario, all’oscuro della toponomastica tedesca e della stessa geografia del territorio, riportava nomi di località maldestramente tradotti o il più vicino possibile ad una trascrizione fonetica, specie per le piccole località e le frazioni poco note, con la conseguente difficoltà, oggi, di riuscire ad attribuirle con certezza a questo o a quel comune (almeno due volte si è constatata la sostituzione di Trenta, nell’Alto Isonzo, con Trento). Tanto vale anche per il rilievo delle consistenze proprietarie, dove si è evidenziata una diversa attenzione da parte dei compilatori che andava dalla meticolosa e puntigliosa descrizione nelle schede della val Canale, dove lo scrupoloso funzionario arrivava a registrare ad esempio strumento per strumento gli attrezzi di lavoro di un sarto e della sua bottega, con tanto di forbici e aghi, all’approssimazione dei colleghi meno solerti, operanti nelle valli del Sudtirolo, le cui descrizioni sono caratterizzate da indicazioni del tutto imprecise come un generico «proprietà», «casa», «terreni». Questa parte della ricerca, statistico-sociologica, è stata utilmente integrata dalla consultazione del fondo della Questura di Trento «Sovversivi Radiati», conservata presso l’Archivio di stato di Trento. I fascicoli raccolti nel fondo riguardano le persone schedate dalla questura trentina per motivi politici. Tra le migliaia di casi iscritti e tra le voci più disparate, come tedescofilo, pangermanista, hitleriano, optante, ma anche come socialista o comunista, si rinvengono molti degli incartamenti di optanti trentini appartenenti al gruppo etnico italiano, non raramente schedati proprio per questo loro gesto. Uno spaccato molto utile, come vedremo, per focalizzare le condizioni nelle quali tra molti italiani veniva maturando la strana e per certi versi contraddittoria scelta di chiedere la cittadinanza germanica e di trasferirsi nel Reich nazionalsocialista. La parte di ricerca storico-documentaria si è basata principalmente sui fondi conservati presso l’Archivio storico del Ministero degli affari esteri a Roma e l’Archivio centrale dello Stato, sempre a Roma, fondi che verranno di volta in volta citati nelle note. Molto importante, specie per la parte relativa alla val Canale, è risultato poi il fondo della Prefettura di Udine, presso l’Archivio di stato di Udine, senz’altro il più completo per la questione delle opzioni, e perciò utile anche per la ricostruzione dei modi di lavoro e delle strutture operative di parte italiana. Sempre per la val Canale particolarmente interessante, specie per

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gli aspetti socio-economici ed i riflessi su questi delle opzioni, si è rivelato il fondo della miniera di Rajbl, che al momento della consultazione era stato da poco acquisito dall’Archivio di stato di Trieste dopo la chiusura delle miniere agli inizi degli anni novanta, e ancora mancante in quel momento di un’inventariazione che ne rendesse agevole e sistematica la consultazione. È risultato invece del tutto vano il tentativo di rintracciare a Roma, presso l’Archivio centrale dello Stato o presso gli archivi del Ministero dell’interno le carte dell’Ufficio di Gabinetto, «Ufficio Alto Adige», l’organo del Ministero dell’interno, presso il quale dovevano transitare tutte le questioni e le carte relative alle opzioni. Pare infatti che di tutto il fondo, e con esso anche di parte delle carte della Delegazione economico finanziaria (DEFI), sempre dipendente dal Ministero dell’interno ed incaricata di tutte le operazioni di valutazione e stima dei beni degli optanti, si siano perse le tracce fin dall’8 settembre del 1943. Sorte migliore pare non aver avuto il fondo dell’Ufficio di Gabinetto della Prefettura di Bolzano-Ufficio speciale per l’esecuzione degli accordi italo-tedeschi, cui facevano capo tutte le operazioni e direttamente dipendente dal prefetto di Bolzano. Tutti i tentativi condotti per individuarne la presenza e l’eventuale consistenza presso l’attuale Commissariato del Governo per la provincia di Bolzano non hanno dato grandi frutti, se non l’accesso ad un paio di buste molto scarne e piuttosto disarticolate che fanno pensare che forse qualcosa, magari ancora in forma altrettanto disomogenea, da qualche parte si sia salvata. Va da sé che sono proprio questi due ultimi fondi d’archivio, purtroppo mancanti, quelli che in assoluto e più di altri potrebbero dare molte delle risposte su come la vicenda delle opzioni fu gestita ed organizzata da parte italiana. Un’ultima nota è relativa all’archivio dell’Ente per le Tre Venezie, l’ente del Ministero delle finanze incaricato dell’acquisto e della gestione dei beni degli optanti. L’Ente, trasformato ripetutamente dopo la guerra, ha cessato di esistere come organo della regione Veneto con il nome di ESAV, Ente per lo sviluppo agrario del Veneto, tra gli anni ottanta e novanta, passando a far parte degli enti disciolti. Tutto il suo archivio, con la consistente documentazione sulle pratiche relative ai beni degli optanti, si trovava nel 1995 presso gli Archivi generali degli Enti disciolti del Ministero del Tesoro a Roma, in attesa delle operazioni di liquidazione da parte della Ragioneria generale dello Stato.

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1940: libretto di lavoro del neocittadino germanico Josef Anderwald

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1940: libretto di lavoro del neocittadino germanico Josef Anderwald

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Purtroppo l’incerta sistemazione affatto funzionale ad una consultazione sistematica, e la mole stessa del fondo, non hanno reso possibile uno studio di quelle carte concernenti per la più parte le pratiche di acquisto, liquidazione o gestione dei beni degli optanti, tra le quali, in quel momento, non si sono rinvenute più interessanti documentazioni sulla gestione «politica» delle operazioni. Concludiamo facendo cenno ai fondi «Alto commissario per la Provincia di Lubiana 1941-1943» e «Emona» consultati presso l’Archivio di stato della Repubblica Slovena a Lubiana, indicatimi dal prof. Tone Ferenc e ricchi di interessante materiale concernente il periodo dell’occupazione italiana in Slovenia, ed in particolare per il tema qui affrontato, sugli accordi italo-tedeschi per il trasferimento nel Reich delle comunità di origine tedesca presenti nella provincia di Lubiana. * * * L’elenco delle persone che dovrei ringraziare per essere riuscito a portare a termine questo lavoro sarebbe troppo lungo e correrei senz’altro l’imbarazzante rischio di dimenticarmene qualcuna per strada. Non mi posso però esimere dal ringraziare personalmente il professor Vincenzo Calì e la dottoressa Patrizia Marchesoni, del Museo storico in Trento, che fin dall’inizio di questa ricerca mi hanno costantemente supportato ed incoraggiato. Sono particolarmente grato al professor Tone Ferenc per avermi consigliato e guidato tra i fondi dell’Archivio di stato della Repubblica slovena di Lubiana e al dottor Hubert Gasser, direttore dell’Archivio di stato di Bolzano, per le facilitazioni concessimi nel consultare il ponderoso fondo dell’ex Alto commissariato per le migrazioni. Fondamentali sono stati i contributi e le riflessioni del professor Christoph von Hartungen, che ha letto la stesura finale della ricerca fornendomi preziose indicazioni delle quali ho potuto tener conto per la versione definitiva del testo. Un ringraziamento particolare va poi alla famiglia di Josef (Giuseppe) Martinz di Coccau, generosi ospiti e preziosi intermediari con alcuni dei testimoni sopravissuti delle vicende narrate della val Canale. Infine vorrei di cuore ringraziare mia moglie, Sara Rosetta, senza la cui pazienza, senza il cui sacrificio, anche mentre era incinta di nostro figlio, non sarei riuscito a terminare questa fatica.

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Introduzione

Quando il 20 dicembre del 1895, a Coccau, da Martin Martinz e Lucia Wedam, contadini originari di Valbruna, quarto di nove figli, nacque Thomas, Coccau, anzi Goggau come fino ad allora tutti l’avevano chiamata, era una piccola frazione di Tarvis all’inizio della Val Canale nella parte meridionale della Carinzia ai confini dell’Impero austro-ungarico. Secondo il censimento austriaco del 1910 era abitata da 408 persone, 191 uomini e 217 donne, delle quali 401 erano cattoliche e 7 protestanti. Il censimento, anche se in forme che vennero comunque criticate, rilevava tra l’altro anche il dato etnico attraverso la lingua d’uso, la Umgangssprache, e dava per Goggau una popolazione pressoché compatta di 403 tedeschi, mentre complessivamente nel resto del comune si registravano 3480 tedeschi, 93 sloveni e 198 genericamente definiti «altri» 1 . Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, Thomas, giovanissimo, viene arruolato assieme a due suoi fratelli e inviato sul fronte russo in Galizia. Qui, nel 1915, viene fatto prigioniero. Come molti altri verrà impiegato nei lavori agricoli, e avrà più fortuna dei suoi fratelli dei quali uno morirà in prigionia, l’altro poco dopo sul fronte del Tirolo meridionale combattendo contro gli italiani. Terminata la guerra, nel 1919, dopo non poche peripezie, Thomas riesce a tornare a casa, dove riprende la sua vita di contadino. La val Canale e anche la sua Goggau nel frattempo sono state occupate dagli italiani e Klagenfurt, il capoluogo della Carinzia, è rivendicata e minacciata dal nuovo Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni che nel

)

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SPEZIALORTSREPERTORIUM 1918: 61.

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frattempo si è creato a pochi chilometri da Goggau, oltre Weißenfels, dove iniziava fino a pochi mesi prima la regione della Carniola. Attorno al piccolo maso dei Martinz le coordinate politico-geografiche cominciavano a non essere più le stesse, e di lì a poco, in base al trattato di Saint Germain, anche Tarvis con tutta la val Canale fino a Pontafel, in nome di superiori esigenze strategico militari, sarebbe diventata italiana. Goggau diventa allora Coccau, Tarvis Tarvisio, la nuova provincia di appartenenza Udine, mentre ora l’Austria era diventata solo una piccola repubblica il cui territorio iniziava a pochi passi dalla casa di Thomas. Questo gran trambusto inizialmente non cambia nulla nella sua vita di contadino, e non può essere diversamente, dato che la terra, la si chiami in tedesco, in sloveno o in italiano, bisogna sempre e comunque zapparla, seminarla, ararla. A Coccau, la famiglia dei Martinz è una delle più solide economicamente. Thomas possiede prati, parti di bosco, terreno ad arativo, pecore, dodici bovini, una segheria funzionante ad acqua sul Wagenbach, il rio dei carri, acquistata da un fallimento nel 1935 ed una casa sulle loro proprietà, lasciatagli in eredità dal padre. Nel 1930, dopo la morte della prima moglie, Thomas si risposa con Aloisia Klavora, di Plezzo nell’alta valle dell’Isonzo, passata anche questa all’Italia nel 1918 con la dissoluzione dell’Austria-Ungheria. Anche Aloisia è contadina, di famiglia slovena, come la quasi totalità degli abitanti della valle2. I due si sono conosciuti tramite un cugino di Aloisia, che come altri suoi compaesani frequentava la val Canale per vendere di casa in casa i formaggi e le ricotte fatte in famiglia. Da allora, molte volte Thomas, a cavallo della sua bicicletta, era andato a trovarla, valicando il passo di Rajbl che divide le due valli subito al di là delle grandi miniere di monte Re, dove, praticamente da sempre, moltissimi loro compaesani condividevano il duro lavoro nelle gallerie. Tra il 1931 e il 1935 Thomas e Aloisia hanno tre figli, Liliana, Carolina e Giuseppe. Questi i loro nomi all’anagrafe, ma in casa i tre bambini vengono chiamati Lili, Lina e «Peperle», diminutivo di Josef. Liliana, la maggiore, nel 1937 inizia a frequentare la scuola e a casa deve spiegare che al familiare gruss Gott bisogna sostituire la parola buongiorno, che la storia ha come ombelico del mondo Roma,

) SPEZIALORTSREPERTORIUM 1919: 24-28.

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1932: Roma, Josef Anderwald in servizio di leva al 3o reg. artiglieria da campagna

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1935: Etiopia, il caporale Josef Anderwald richiamato per la guerra al Negus

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i romani e i loro discendenti italiani guidati oggi fulgidamente dal Duce verso nuovi traguardi di grandezza e splendore, che gli altri sono solo discendenti di genti rozze e barbare3, che la vecchia Austria di Francesco Giuseppe era quel grande oppressore di popoli e nazioni che nel 1918 anche l’Italia aveva contribuito a sconfiggere liberando finalmente dalla tirannia terre da sempre italiane e raggiungendo i naturali e legittimi confini delle Alpi. Forse Thomas cominciò allora a chiedersi che cosa realmente stava accadendo, forse ne aveva già qualche volta discusso guardingo con gli amici del paese la domenica mattina al bar giocando alle carte dopo la Messa. Forse già se ne parlava da tempo, dopo che il nuovo stato e il nuovo governo fascista avevano imposto tutta una serie di trasformazioni mal digerite sulla gestione collettiva del bosco, sul regime fiscale diventato sempre più oppressivo, sul sistema di eleggere i propri rappresentanti al comune, sull’imposizione di cambiare nome a posti e persone. È certo comunque che le cose non andavano molto bene. Dopo la guerra molte persone erano state costrette ad emigrare in cerca di lavoro, e anche tre delle sorelle di Thomas ed il fratello più giovane, Pepi, del 1907, avevano lasciato il paese diretti nelle Americhe, in cerca di una vita meno dura. Nostalgia per il passato? Chi lo sa. Sicuramente quella guerra era stata una sciagura; quattro anni lontano da casa, sofferenze, terrore, la morte di due fratelli; per fortuna era finita, anche se dalla parte degli sconfitti, di quelli che comunque qualcosa dovevano pur pagare. Nel marzo del 1938 la Germania di Hitler si annette quel che era rimasto dell’Austria, e alle porte dei Martinz, alla sbarre del confine, si cambiano di nuovo colori. Alla bandiera austriaca si sostituisce ora la croce uncinata della grande Germania nazionalsocialista, la Vaterland, la grande patria di tutti i Volksdeutsche, di tutto il popolo tedesco. È un momento di grande inquietudine. In modo sempre più deciso, anche a Tarvisio e nella val Canale si agitano idee, persone ed immagini che richiamano all’unità di tutti i tedeschi. Ciò che prima erano solo delle voci, delle velate allusioni, delle speranze, ora che la potente Germania

) Significativo a questo proposito è quanto aveva scritto già prima dell’inizio della guerra Ettore Tolomei, il più fermo sostenitore del diritto italiano sull’Alto Adige: «Le Alpi segnano il limite tra la coltissima Italia e le regioni gelide transalpine, dove in mezzo a vaste selve albergavano in capanne povere le squalide tribù dei barbari domati» (T OLOMEI 1935: 36). Sulla vita e l’operato di Tolomei si veda BENVENUTI - HARTUNGEN 1998.

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ha trasformato la piccola e debole Austria in una semplice espressione geografica, la Ostmark, ora tutto sembra possibile. Si riaccende, o meglio si accende del tutto nuovo un irredentismo pantedesco filo germanico, si parla, anche se impropriamente, di un «ritorno» del Sudtirolo e della val Canale al Reich tedesco, si profila l’idea che gli italiani se ne vadano, se ne tornino a casa loro. Niente di tutto questo. Troppo rischioso incrinare un’alleanza tra due regimi totalitari per poche migliaia di tedeschi finiti al di qua delle Alpi nel corso dei secoli per qualche balordo scherzo della storia. Ma dato che ci sono e costituiscono un problema, questo va risolto una volta per tutte e in forma definitiva; a Thomas e ai suoi compaesani, i «problemi», verrà imposto di decidere entro il 31 di dicembre del 1939, se rimanere tedeschi, quali erano, e dunque trasferirsi nei territori del Reich, oppure di accettare di diventare buoni italiani e perciò... Ma quel perciò non si capisce che cosa significhi. Thomas, come molti altri, è dubbioso, incerto, preoccupato, è una decisione terribile e aspetta fino al 20 dicembre; poi, come quasi tutti, deciderà di «votare» per la Germania. Torna perfino suo fratello dal Sudamerica apposta per optare, raggiunto a Buenos Aires dalla efficientissima propaganda nazista, convinto di poter approfittare di una grossa occasione per sistemarsi per il resto della vita. In paese, tra coloro, come il fratello, che avevano avuto pochi dubbi sulla scelta da fare, c’erano soprattutto i più giovani, lusingati sulla possibilità di un futuro migliore e assolutamente sfiduciati nei confronti dell’Italia fascista e che si troveranno ben presto a combattere in giro per l’Europa con la divisa della Wermacht. Così era toccato anche al figlio dei vicini di Thomas, Josef Anderwald, nato a Coccau il 12 marzo del 1911 che, ragazzino, Thomas aveva tenuto alle sue dipendenze per condurre i buoi nel bosco a trasportar legna o per guidarli nel lavoro dei campi. Nel 1935, Josef, richiamato, aveva combattuto in Africa contro il Negus, tra le file del Regio Esercito italiano; al ritorno, aveva tentato di entrare prima in ferrovia, senza esito, poi nella guardia di finanza, forte della sua condizione di reduce dalla guerra che aveva dato all’Italia il suo impero e convinto perciò di essere in credito nei confronti della «sua patria». Convocato a Tolmezzo per la visita di idoneità si vedrà invece assurdamente scartato per piedi piatti, e senza nemmeno essere visitato! Eppure nel 1932 aveva pienamente assolto ai suoi obblighi di leva proprio a Roma, presso il 13o regimento artiglieria da campagna, senza che nessuno si accorgesse dei suoi fantomatici piedi piatti; gli stessi misteriosi piedi piatti non gli avevano poi certo risparmiato la campagna

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etiopica e non gli risparmieranno nemmeno la campagna di Russia con l’esercito tedesco e relativa prigionia, dopo che per effetto delle opzioni aveva senza esitazioni deciso di diventare cittadino germanico nella speranza di trovare una patria più generosa e un lavoro meno duro e pericoloso di quello di vagonaro alla miniera di Rajbl, dove per quarant’anni aveva lavorato anche suo padre. Il 18 settembre del 1940, Thomas, i suoi tre figli e la moglie slovena, ottengono la cittadinanza germanica, e in attesa di trasferirsi nei territori del Reich diventano tutt’a un tratto stranieri in casa loro. Per ben tre volte Thomas va in Carinzia, nella Rosental, a vedere la possibile nuova abitazione completa di campi e segheria. Per ben tre volte rinuncia. Molte cose non lo hanno convinto: le case che vede, ancora arredate come se i veri proprietari per una qualche oscura ragione se ne fossero andati pochi minuti prima, la lunghezza e l’incertezza della vendita dei suoi beni, l’idea di dover lasciare la propria terra, la propria casa, la propria valle. Nonostante il passaporto pronto fin dal febbraio del 1940, Thomas e la sua famiglia non partono, non vogliono partire, e quando nell’estate del 1942 un camion dell’organizzazione germanica si avvicina a casa per iniziare forzatamente il trasloco, Thomas riparati i suoi figli in casa esce e affronta molto energicamente quelli che erano venuti a portarlo via: si mette a gridare che mai lascerà casa sua, che una guerra lui l’aveva già fatta e che tanto aveva già dato, che da lì non si sarebbe spostato nemmeno se fossero arrivati i russi, che se ne andassero. Se ne andranno, e Thomas Martinz, cittadino germanico, rimarrà a casa sua in Italia, a Coccau, nel comune di Tarvisio in provincia di Udine, e i suoi figli, cittadini germanici, continueranno a varcare la frontiera tutti i giorni per andare a scuola a Maglern, appena oltre il confine nel loro «nuovo» paese, la Germania; a mostrare ogni giorno il lasciapassare ad un qualche carabiniere, a marciare nelle file della Hitlerjungend il mattino a scuola, ad alzare il braccio nel saluto romano per qualche gerarca fascista di passaggio per le strade di Tarvisio il pomeriggio, una volta tornati a casa. Piccole anomalie in un mondo sconquassato di nuovo dalla guerra, dagli eccidi, dalle devastazioni. L’8 settembre del 1943 Thomas è ancora a Coccau. Con l’occupazione tedesca qualcosa si normalizza, i suoi figli possono tornare a scuola a Tarvisio nella nuova scuola tedesca e la sua famiglia, per il momento, non è più ospite in una nazione straniera. Thomas ha molto lavoro alla segheria, commissionato dalla Wermacht, deve anche prestare servizio con il fratello nella Selbstschutz,

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una sorta di polizia locale incaricata di garantire l’ordine e la sicurezza. Quando il 30 aprile del 1945 Hitler si suicidò nel suo bunker a Berlino e pochi giorno dopo scomparve la Germania nazionalsocialista, Thomas era ancora nella sua casa di Coccau, nei suoi campi, nella sua segheria. In quei giorni un’unità inglese, composta di soldati ebrei, arriva a Tarvisio, gli requisisce del legname senza pagarlo, picchiano il fratello, commettono altri piccoli abusi leggitimati dal fatto di trovarsi di fronte a delle persone la cui colpa era di essere dei tedeschi che avevano chiesto di diventare cittadini del Reich, e perciò possibili fiancheggiatori dei nazisti. Finisce la guerra e ancora una volta alla porta dei Martinz, alla barriera di confine, si cambiano le bandiere; rinasce l’Austria, mentre il paese della moglie, Plezzo, finisce nella nuova Jugoslavia di Tito, al di là della «cortina di ferro» e di uno dei confini più blindati e delicati di quel momento, di quel mondo diviso in due che aveva definitivamente separato due valli e due comunità da sempre strettamente in comunicazione. Per i Martinz, ancora cittadini germanici, un altro seccante problema. Thomas riacquisterà la cittadinanza italiana nel febbraio del 1948, finalmente di nuovo regolare residente in casa sua. Ancora una volta l’anagrafe muterà il nome dei suoi familiari, questa volta in modo definitivo. Per altri paesani che invece si erano trasferiti, le cose furono anche più complicate. Josef Anderwald, il figlio dei vicini, tornato dalla prigionia in Russia, si era fermato in Austria dove era stato assunto dalle ferrovie come manovratore alla stazione di Villach. Qui, ma solo alcuni anni più tardi, e solo indagando su di un sistematico ritardo che subiva ogni mese il suo stipendio, si era accorto di essere ancora cittadino germanico, e non austriaco. Ancora una volta «cittadino nella patria sbagliata»; dovrà attendere il 1952 e pagare 1.500 scellini per vedere finalmente regolarizzata la sua posizione. Thomas Martinz morirà cittadino italiano, sopravvissuto alla dissoluzione della piccola comunità carinziana della sua Coccau, con il nome di Tommaso il 20 giugno del 1989. Per i figli lo sloveno, che la moglie aveva comunque voluto insegnar loro, rimane oggi un ricordo poco praticato; per i nipoti il tedesco solo una lingua imparata a scuola e parlata al di là dell’attuale confine4.

) Testimonianze orali raccolte nell’inverno del 1996 a Coccau da Giuseppe Martinz e dalla sorella Liliana.

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1936: congedo di Josef Anderwald richiamato per la guerra in Etiopia

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1936: congedo di Josef Anderwald richiamato per la guerra in Etiopia

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Nella vicenda complessa e drammatica degli accordi italo-tedeschi del 1939 sul trasferimento «degli allogeni e dei cittadini germanici», più noti come «opzioni», ma soprattutto nei suoi aspetti più grotteschi e paradossali, mi ero imbattuto la prima volta nel corso della ricerca per la mia tesi di laurea sulla minoranza ladina della val di Fassa. Per una strana, anche se per loro fortunata ragione, ai ladini fassani, a differenza dei loro confratelli ex suddti asburgici delle altre vallate dolomitiche, non era stato esteso il diritto all’opzione e la valle di Fassa era rimasta esclusa dai territori contemplati negli accordi. Stranamente però risultava da diverse testimonianze che non pochi ladini fassani nel 1939 avevano optato ed ottenuto la cittadinanza germanica. Bisognava allora chiarire perché e secondo quali modalità questo fosse accaduto. Ho iniziato allora una ricerca piuttosto macchinosa sul fondo dell’ex Alto commissariato per le migrazioni e la colonizzazione-delegazione per l’Alto Adige presso l’Archivio di stato di Bolzano. Il fondo, consistente di uno schedario vastissimo, è composto dalle migliaia e migliaia di schede contenenti i dati anagrafici e di proprietà di tutti coloro che tra il 1939 e il 1940 avevano optato per la cittadinanza germanica, ne avessero o meno diritto. La ricerca fu allora relativamente veloce, mirata come era ad individuare un gruppo ben definito e circoscritto di persone; ma nel rapido sfogliamento delle schede, tra un fassano e l’altro, mi imbattevo in una congerie di casi e situazioni che facevano presagire una realtà molto più complessa e drammatica di quello che risultava dai numeri conosciuti e dalle cose fin là lette. Tra le schede, la più parte scritte a penna, alcune illeggibili, altre difficilmente interpretabili non solo per difficoltà di lettura, ma più spesso per la non corretta trascrizione del nome dei comuni di nascita e di residenza degli optanti da parte di funzionari italiani quasi sempre a digiuno, se non del tutto ignari, della lingua tedesca, mi erano sfilati davanti una quantità davvero imprevedibile di casi molto particolari, per certi versi simili a quello della comunità ladina della valle di Fassa di cui mi stavo occupando, per altri davvero molto strani. Accanto a gruppi più o meno compatti di valligiani, o di nuclei familiari già residenti in Germania, tutti originari del Trentino e tutt’altro che appartenenti alla minoranza ladina o alle isole tedesche del Fersina o di Luserna, mi imbattevo infatti in bellunesi, veneti in genere, istriani, sloveni non solo della val Canale ma anche della valle dell’Isonzo, dell’Istria e perfino del nuovo regno di Jugoslavia. Oltre a questi, stranieri di tutte le nazionalità, specie dei paesi del centro ed est Europa,

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sudtirolesi e valcanalesi, come il fratello di Thomas Martinz che rientravano o optavano da altri continenti, dalle Americhe, dall’Australia, uno perfino dalla città tristemente famosa di Hiroshima, in Giappone (chissà che fine avrà poi fatto), tutte persone che per i motivi più svariati ed oscuri chiedevano la cittadinanza germanica, e assieme a loro altri compaesani, pubblici dipendenti spediti in altre regioni d’Italia lontano dalla propria terra, dalla propria gente, dalla propria lingua, ferrovieri, stradini, ma anche carabinieri e guardie di finanza. Molte le donne sole, ragazze madri, altre a servizio nelle grandi città presso qualche ricca famiglia italiana nella duplice veste di domestiche e balie di madrelingua tedesca. Un firmamento di storie comuni e allo stesso tempo diverse tra loro, di persone che percorrevano un loro viaggio sul treno della storia accanto alle molte altre che la semplice lettura delle schede non faceva emergere, come quella di Aloisia Klavora, slovena o «slava di razza e di lingua», come con disprezzo avrebbero scritto tanto i funzionari italiani quanto quelli tedeschi, se non si fosse sposata al carinziano Thomas Martinz della val Canale, accedendo al diritto\dovere di seguire, in una sorte di anonimato etnico le scelte del marito. Da quella prima veloce e parziale consultazione nacque lo stimolo ad approfondire questa triste vicenda di «riordino etnico» che, come le schede facevano intuire, andava ben al di là dal coinvolgere la sola minoranza tedesca ex austriaca del Sudtirolo e della val Canale, ma coinvolgeva anche tanti ladini, sloveni e italiani, per una cifra totale, secondo dati riportati dallo storico Renzo De Felice, di 13.756 persone5, quasi il 7% di tutti coloro che avevano optato. Chi erano e perché l’avevano fatto è stata la domanda alla quale si è cercato di rispondere. Fondamentale perciò è stato riprendere in mano l’intero fondo dell’ex Alto commissariato, scorrendo questa volta molto più attentamente scheda per scheda, e caso su caso cercando di quantificare con la minore approssimazione possibile il fenomeno. Come già detto, le modalità di compilazione delle schede, scritte per lo più a penna e legate alle diverse capacità e competenze degli stessi compilatori, lasciano alcuni margini, anche se minimi, di incertezza sulle cifre definitive, con la conseguenza di rendere non assoluti i dati che qui vengono forniti. Per i casi dubbi si tratta il più delle volte delle schede degli optanti

) DE FELICE 1973: 56.

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residenti all’estero che i funzionari italiani compilavano di seconda mano, sulla base di documentazioni personali fornite nella grande maggioranza dei casi dalle autorità tedesche, o di quei casi nei quali il funzionario, all’oscuro della toponomastica tedesca e della stessa geografia del territorio, riportava nomi di località maldestramente tradotti o il più vicino possibile ad una trascrizione fonetica, specie per le piccole località e le frazioni poco note, con la conseguente difficoltà, oggi, di riuscire ad attribuirle con certezza a questo o a quel comune (almeno due volte si è constatata la sostituzione di Trenta, nell’Alto Isonzo, con Trento). Tanto vale anche per il rilievo delle consistenze proprietarie, dove si è evidenziata una diversa attenzione da parte dei compilatori che andava dalla meticolosa e puntigliosa descrizione nelle schede della val Canale, dove lo scrupoloso funzionario arrivava a registrare ad esempio strumento per strumento gli attrezzi di lavoro di un sarto e della sua bottega, con tanto di forbici e aghi, all’approssimazione dei colleghi meno solerti, operanti nelle valli del Sudtirolo, le cui descrizioni sono caratterizzate da indicazioni del tutto imprecise come un generico «proprietà», «casa», «terreni». Questa parte della ricerca, statistico-sociologica, è stata utilmente integrata dalla consultazione del fondo della Questura di Trento «Sovversivi Radiati», conservata presso l’Archivio di stato di Trento. I fascicoli raccolti nel fondo riguardano le persone schedate dalla questura trentina per motivi politici. Tra le migliaia di casi iscritti e tra le voci più disparate, come tedescofilo, pangermanista, hitleriano, optante, ma anche come socialista o comunista, si rinvengono molti degli incartamenti di optanti trentini appartenenti al gruppo etnico italiano, non raramente schedati proprio per questo loro gesto. Uno spaccato molto utile, come vedremo, per focalizzare le condizioni nelle quali tra molti italiani veniva maturando la strana e per certi versi contraddittoria scelta di chiedere la cittadinanza germanica e di trasferirsi nel Reich nazionalsocialista. La parte di ricerca storico-documentaria si è basata principalmente sui fondi conservati presso l’Archivio storico del Ministero degli affari esteri a Roma e l’Archivio centrale dello Stato, sempre a Roma, fondi che verranno di volta in volta citati nelle note. Molto importante, specie per la parte relativa alla val Canale, è risultato poi il fondo della Prefettura di Udine, presso l’Archivio di stato di Udine, senz’altro il più completo per la questione delle opzioni, e perciò utile anche per la ricostruzione dei modi di lavoro e delle strutture operative di parte italiana. Sempre per la val Canale particolarmente interessante, specie per

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gli aspetti socio-economici ed i riflessi su questi delle opzioni, si è rivelato il fondo della miniera di Rajbl, che al momento della consultazione era stato da poco acquisito dall’Archivio di stato di Trieste dopo la chiusura delle miniere agli inizi degli anni novanta, e ancora mancante in quel momento di un’inventariazione che ne rendesse agevole e sistematica la consultazione. È risultato invece del tutto vano il tentativo di rintracciare a Roma, presso l’Archivio centrale dello Stato o presso gli archivi del Ministero dell’interno le carte dell’Ufficio di Gabinetto, «Ufficio Alto Adige», l’organo del Ministero dell’interno, presso il quale dovevano transitare tutte le questioni e le carte relative alle opzioni. Pare infatti che di tutto il fondo, e con esso anche di parte delle carte della Delegazione economico finanziaria (DEFI), sempre dipendente dal Ministero dell’interno ed incaricata di tutte le operazioni di valutazione e stima dei beni degli optanti, si siano perse le tracce fin dall’8 settembre del 1943. Sorte migliore pare non aver avuto il fondo dell’Ufficio di Gabinetto della Prefettura di Bolzano-Ufficio speciale per l’esecuzione degli accordi italo-tedeschi, cui facevano capo tutte le operazioni e direttamente dipendente dal prefetto di Bolzano. Tutti i tentativi condotti per individuarne la presenza e l’eventuale consistenza presso l’attuale Commissariato del Governo per la provincia di Bolzano non hanno dato grandi frutti, se non l’accesso ad un paio di buste molto scarne e piuttosto disarticolate che fanno pensare che forse qualcosa, magari ancora in forma altrettanto disomogenea, da qualche parte si sia salvata. Va da sé che sono proprio questi due ultimi fondi d’archivio, purtroppo mancanti, quelli che in assoluto e più di altri potrebbero dare molte delle risposte su come la vicenda delle opzioni fu gestita ed organizzata da parte italiana. Un’ultima nota è relativa all’archivio dell’Ente per le Tre Venezie, l’ente del Ministero delle finanze incaricato dell’acquisto e della gestione dei beni degli optanti. L’Ente, trasformato ripetutamente dopo la guerra, ha cessato di esistere come organo della regione Veneto con il nome di ESAV, Ente per lo sviluppo agrario del Veneto, tra gli anni ottanta e novanta, passando a far parte degli enti disciolti. Tutto il suo archivio, con la consistente documentazione sulle pratiche relative ai beni degli optanti, si trovava nel 1995 presso gli Archivi generali degli Enti disciolti del Ministero del Tesoro a Roma, in attesa delle operazioni di liquidazione da parte della Ragioneria generale dello Stato.

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1940: libretto di lavoro del neocittadino germanico Josef Anderwald

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1940: libretto di lavoro del neocittadino germanico Josef Anderwald

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Purtroppo l’incerta sistemazione affatto funzionale ad una consultazione sistematica, e la mole stessa del fondo, non hanno reso possibile uno studio di quelle carte concernenti per la più parte le pratiche di acquisto, liquidazione o gestione dei beni degli optanti, tra le quali, in quel momento, non si sono rinvenute più interessanti documentazioni sulla gestione «politica» delle operazioni. Concludiamo facendo cenno ai fondi «Alto commissario per la Provincia di Lubiana 1941-1943» e «Emona» consultati presso l’Archivio di stato della Repubblica Slovena a Lubiana, indicatimi dal prof. Tone Ferenc e ricchi di interessante materiale concernente il periodo dell’occupazione italiana in Slovenia, ed in particolare per il tema qui affrontato, sugli accordi italo-tedeschi per il trasferimento nel Reich delle comunità di origine tedesca presenti nella provincia di Lubiana. * * * L’elenco delle persone che dovrei ringraziare per essere riuscito a portare a termine questo lavoro sarebbe troppo lungo e correrei senz’altro l’imbarazzante rischio di dimenticarmene qualcuna per strada. Non mi posso però esimere dal ringraziare personalmente il professor Vincenzo Calì e la dottoressa Patrizia Marchesoni, del Museo storico in Trento, che fin dall’inizio di questa ricerca mi hanno costantemente supportato ed incoraggiato. Sono particolarmente grato al professor Tone Ferenc per avermi consigliato e guidato tra i fondi dell’Archivio di stato della Repubblica slovena di Lubiana e al dottor Hubert Gasser, direttore dell’Archivio di stato di Bolzano, per le facilitazioni concessimi nel consultare il ponderoso fondo dell’ex Alto commissariato per le migrazioni. Fondamentali sono stati i contributi e le riflessioni del professor Christoph von Hartungen, che ha letto la stesura finale della ricerca fornendomi preziose indicazioni delle quali ho potuto tener conto per la versione definitiva del testo. Un ringraziamento particolare va poi alla famiglia di Josef (Giuseppe) Martinz di Coccau, generosi ospiti e preziosi intermediari con alcuni dei testimoni sopravissuti delle vicende narrate della val Canale. Infine vorrei di cuore ringraziare mia moglie, Sara Rosetta, senza la cui pazienza, senza il cui sacrificio, anche mentre era incinta di nostro figlio, non sarei riuscito a terminare questa fatica.

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CAPITOLO PRIMO –––––––

Tra etnia e patria, le minoranze in Europa La prima guerra mondiale, almeno sul fronte balcanico e meridionale, fu combattuta in larga misura all’insegna delle rivendicazioni territoriali di matrice irredentista. Infatti, la contesa che anteponeva ad ovest la Francia ed il Reich germanico per il dominio sull’Alsazia-Lorena, strappata alla Francia nel 1870 e caraterizzata dalla presenza di due distinte comunità - quella francese e quella tedesca - non era sicuramente paragonabile alla complessità dei problemi che nell’area del centroeuropa e dei Balcani coinvolgevano due grosse entità, l’Impero austro-ungarico e l’Impero ottomano, accidentali sopravvivenze delle epoche precedenti. L’ottocentesca restaurazione postnapoleonica nell’Europa uscita dal congresso di Vienna aveva particolarmente svilito quei sentimenti di nazionalità che, pur se in chiave strumentale, le armate di Bonaparte si erano portate appresso nella loro espansione continentale. Tutto l’Ottocento, specie nei Balcani, sarà un periodo di continue e turbolente trasformazioni caratterizzate dal progressivo ritiro dell’Impero ottomano e dalla nascita di nuovi stati indipendenti: la Grecia nel 1832 e, a partire dal 1878, la Serbia, il Montenegro, la Romania e la Bulgaria. Il percorso di questi paesi verso l’indipendenza fu caratterizzato da dure e sanguinose rivolte che avevano portato già in precedenza a relative situazioni di autonomia: la Serbia nel 1815, la Grecia nel 1829, la Romania nel 1856. Si trattava di trasformazioni alle quali non erano per nulla estranee le tensioni internazionali che vedevano Russia, Gran Bretagna, Francia,

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Germania e Austria-Ungheria contendersi l’espansione ed il controllo politico ed economico nei Balcani e nel Mediterraneo1. Anche nei compositi territori dell’Impero austro-ungarico, pur con trasformazioni meno radicali, l’Ottocento fu caratterizzato da rivolte e sollevazioni a sfondo nazionale, specialmente nei territori italiani ed ungheresi. In Italia, nel 1848, dopo i fallimenti dei motti carbonari del 18201821, e mentre a Vienna la rivolta esplosa nel cuore dell’Impero assumeva toni di accesa rivendicazione politico-sociale, le agitazioni, trasformatesi rapidamente in vere e proprie sollevazioni e poi in guerre, miravano a raggiungere non solo un progressivo distacco dal controllo e dalla sottomissione di Vienna, ma anche alla creazione di una nuova compagine statuale indipendente. Le vicende, che vedevano paralleli e contemporanei protagonisti anche i territori ungheresi dell’impero, sono abbastanza note per essere qui approfondite. Parliamo delle tre guerre d’indipendenza che porteranno al distacco dall’Austria in successione della Lombardia e del Veneto, e della sanguinosa rivolta ungherese cui seguirà, nel 1867, l’Ausgleicht, «l’accordo», che porterà alla riconciliazione tra la «ribelle» nazione ungherese e gli Asburgo con la creazione di due entità statali autonome legate solo dall’unione personale del sovrano: gli imperiali e regi territori dell’Austria-Ungheria2. Fino a ridosso della prima guerra mondiale, in Austra-Ungheria la situazione «nazionale» e la composizione etnica rimasero per così dire congelate, pur se causa di continue instabilità e tensioni. Unica rilevante variazione fu l’annessione, nel 1908, della Bosnia-Erzegovina, ed il problematico allargamento della presenza di popolazione slava, serba in particolare, che ne era conseguito. Ancora nel 1910, pochissimi anni prima della sua scomparsa, l’Im-

) Molto in sintesi, Russia e Austria-Ungheria, quest’ultima anche se non continuativamente con l’appoggio della Germania, si contendevano l’allargamento della loro sfera d’influenza nei territori balcanici lasciati liberi dall’Impero ottomano, mentre la Francia e soprattutto la Gran Bretagna erano impegnate a contenere l’espansione russa verso il Mediterraneo.

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) La monarchia austro-ungarica ufficialmente non aveva un nome proprio ben definito ed era indicata secondo le due parti che la componevano: la Cisleitania e la Transleitania, i territori ricadenti nella parte ungherese al di là del fiume Leitha e quelli di pertinenza austriaca al di qua del corso d’acqua. Per le complesse vicende dell’Impero austroungarico, dalla sua nascita alla sua dissoluzione, si rimanda per tutti al testo di MAY 1973, e alla ricca e completa bibliografia in esso contenuta.

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CAPITOLO SECONDO –––––––

Nuove provincie nuovi problemi L’Italia e le minoranze ai confini

Il 3 novembre 1918, mentre a villa Giusti ad Abano Terme in provincia di Padova i delegati dei comandi supremi degli eserciti italiano e austro-ungarico firmavano l’armistizio che avrebbe posto fine alle ostilità a partire dalle ore 15 del giorno successivo, le truppe italiane, approfittando dello stato di confusione che regnava ormai sui resti dello sbandato esercito austro-ungarico che si stava quasi ovunque arrendendo, di fatto con un giorno di anticipo, occupavano senza bisogno di ulteriori combattimenti Trento e Trieste, entrando per la prima volta definitivamente nei territori rivendicati alla monarchia asburgica. Il giorno seguente, all’inizio reale dello stato armistiziale, i primi soldati italiani avevano già raggiunto Salorno, il passo della Mendola, Sluderno. Il 5, su richiesta del comando dell’XI armata austro-ungarica schierata nel settore trentino, per garantire un efficace controllo dell’ordine pubblico, le truppe italiane prendevano il controllo delle linee ferroviarie Trento-Brennero e Fortezza-Brunico. Il 6 erano state occupate Pola, Fiume, Zara e Sebenico; il 7 Bolzano1. L’esercito italiano, da vincitore, si schierava sulla concordata linea armistiziale, là dove il patto di Londra aveva promesso al regno italiano i suoi nuovi confini e le relative annessioni: «Le Trentin, le Tyrol cisalpin

) G ATTERER 1988: 312-313; CORSINI - LILL 1988: 36-37.

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avec sa frontière geografique et naturelle - la frontière du Brenner» (art. 4), e poi la linea dello spartiacque delle Alpi Giulie per il Predil, il Mangart, il Tricorno e la linea di spartiacque dei colli di Podbrdo, di Podlaniscam e di Idria, che significavano la val Canale, i margraviati di Gorizia e Gradisca, Trieste, tutta l’Istria fino al Quarnaro compresa Volosca e le isole istriane. Ma gli impegni dell’Intesa verso l’Italia, sottoscritti a Londra il 26 aprile del 1915, prevedevano a suo favore anche il possesso della Dalmazia e, ben al di fuori di più o meno legittime rivendicazioni di ordine nazionale unitario, la piena sovranità su Valona e sull’isola di Saseno, in Albania, con una porzione di territorio sufficiente a garantirne la difesa (art. 6), la piena sovranità sulle isole greche del Dodecanneso strappate alla Turchia durante la guerra per la Libia nel 1911 (art. 8), la zona di Adalia sulla costa turca dell’Asia Minore ed un’aliquota dei territori coloniali tenuti dai tedeschi in Africa2. Sulla carta, dunque, il diritto del vincitore all’occupazione di territori che poco avevano a che fare con i tanto decantati principi dell’unità nazionale che avevano contribuito in modo determinante a giustificare nell’opinione pubblica l’entrata in guerra dell’Italia, era più che mai legittimo; e ancora di più a guerra finita lo si volle legittimare rivendicando tutto il peso dei 680.000 caduti e degli enormi sacrifici che si erano fatti sostenere al paese per una guerra che, partita come la quarta guerra d’indipendenza per la liberazione di Trento e Trieste ed il completamento dell’unità nazionale, era finita in realtà per diventare una guerra di conquista in piena regola con delle conseguenze destinate ad andare ben al di là di quelle che erano state le stesse intenzioni iniziali. Per i fautori dell’intervento infatti oltrepassare il «parecchio», che secondo la posizione neutralista di Giolitti si sarebbe potuto ottenere dall’Austra-Ungheria risparmiando al paese una guerra che «[...] sarebbe stata lunghissima - con - enormi sacrifici di uomini - e - colossali sacrifici finanziari specialmente gravi e rovinosi per un Paese come il nostro, ancora scarso di capitali, con molti bisogni e con imposte ad altissima pressione [...]»3, non pareva significare il progetto della dissoluzione dell’impero asburgico.

) T RATTATI 1919-1946.

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) G IOLITTI 1970.

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CAPITOLO TERZO –––––––

Stranieri in casa propria

L’esordio del nuovo governo fascista nei confronti delle minoranze annesse non fu senz’altro dei più morbidi e non lasciava dubbi sulle sue dure intenzioni: «Sulla base posta dal governo fascista [...] i tedeschi dell’Alto Adige devono intendere che il governo fascista, pur con il rispetto delle credenze e dei costumi e col proposito della pacifica convivenza delle due stirpi, non intende affatto dare quelle garanzie di perpetuità del germanesimo nella regione Atesina che sono state richieste dal Deutscher Verband ai governi passati» 1. E ancora: «In un decennio bisogna spingere al massimo l’italianizzazione della regione e quindi alterarne profondamente e durevolmente il carattere fisico, politico, morale, demografico; cioè sostituire, o almeno mescolare, all’attuale maggioranza tedesca, una maggioranza italiana o una minoranza fortissima che tolga alla regione il carattere che oggi ha, e che è prevalentemente tedesco»2. Con l’avvento al potere del fascismo nell’ottobre del 1922, dunque, si poteva dire praticamente conclusa qualsiasi possibilità di vertenza dialettica o democratica tra lo stato italiano e le popolazioni annesse degli ex territori asburgici fossero esse appartenute al gruppo etnico

) Dall’ordine del giorno della seduta del Gran Consiglio del 13 marzo 1923, in T OLOMEI 1948: 454.

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) Dalle direttive date da Mussolini in occasione della creazione della provincia di Bolzano in DE FELICE 1968: II, 498 sgg.

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italiano o alle minoranze etnico-linguistiche tedesche, slovene, serbocroate, ladine. Il breve periodo liberale per le popolazioni delle terre annesse si era chiuso ancora con i molti limiti ed i molti problemi cui già abbiamo fatto cenno, proprio mentre su quelle stesse terre il fascismo stava mettendo in atto ai danni delle istituzioni le prime prove di forza, che lo porteranno alla marcia su Roma e all’avvio della dittatura, mascherate dietro una quasi rispettabile, e in larga parte tollerata, lotta in difesa dei valori nazionali e dei nuovi legittimi confini conquistati con il diritto della vittoria. Mentre nella Venezia Giulia tanto contro le minoranze slovene e croate, quanto contro gli avversari politici e sindacali lo squadrismo affinava i suoi sistemi, le sue pratiche e le sue alleanze sociali, è nella Venezia Tridentina che il fascismo inizia concretamente l’assalto allo stato, conclusosi con una rapida vittoria. Il 2 settembre del 1922 il direttorio fascista, intendendo rivestire i panni riparatori di chi si presentava come il riequilibratore della politica liberale che aveva ceduto eccessivamente alle pretese di popolazioni straniere nelle zone di confine, aveva fatto pervenire un memoriale al consiglio comunale di Bolzano nel quale si chiedevano le dimissioni del sindaco Perathoner, borgomastro della città da vent’otto anni e perciò ritenuto uno scomodo e troppo invadente simbolo della passata amministrazione, l’assegnazione di uno dei quattro edifici scolastici comunali ad una scuola per la comunità italiana, lo scioglimento della polizia cittadina, altro elemento di perniciosa continuità con il passato asburgico, il bilinguismo negli uffici pubblici ed un calmiere sui prezzi dei generi alimentari. Il 28 settembre le richieste si mutarono in un ultimatum che dava al consiglio comunale della città quattro giorni di tempo per dar corso alle richieste del partito. Il 2 ottobre, trascorsi i quattro giorni e di fronte alla mancata soddisfazione delle richieste, centinaia di fascisti organizzati in colonne sotto la guida di Giunta, Farinacci, Starace e De Stefani, futuro ministro delle finanze, raggiunsero Bolzano provenienti da varie città dell’Italia del nord. Nel pomeriggio gli squadristi occuparono il palazzo municipale spingendo il commissario civile Credaro a sciogliere il consiglio comunale con motivazioni di ordine pubblico. Requisita di fatto anche la scuola che era stata chiesta, il giorno successivo lungo la marcia di ritorno le colonne fasciste occuparono anche il municipio di Salorno e, portatesi a Trento, nella notte tra il 4 e il 5 occuparono anche il palazzo della giunta provinciale chiedendo le dimissioni di Credaro, colpevole di

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CAPITOLO QUARTO –––––––

Germania-Italia amici-nemici-semplici concorrenti le minoranze tra due dittature «A quel tempo si sentiva già parlare di un uomo dell’impero tedesco che esercitava assolutamente una grande forza di suggestione politica presso il popolo, egli era però un austriaco di Braunau e faceva il pittore, si chiamava Adolf Hitler. I turisti tedeschi portavano dietro perfino delle sue foto in formato cartolina; ne parlavano molto bene e sostenevano che fosse un genio poliedrico»1 . È il 1932 e questo è uno dei passaggi con i quali, nell’autobiografia del pittore fassano Francesco Ferdinando Rizzi, gli eventi politici rimasti fino ad allora molto in ombra iniziano pian piano ad emergere intrecciandosi con le sue vicende personali di sfortunato artista in cerca di sistemazione. Ladino, sudtirolese per autodefinizione, legato per formazione e cultura al mondo tedesco: «Anche noi ladini non avevamo una grande padronanza della lingua italiana e già per questo non potevamo essere dei buoni italiani e di conseguenza venivamo trattati, tanto che alla fine pensai di vedere se era possibile andarmene con i miei familiari dall’Italia per arrivare, in qualche modo, in territorio tedesco dai nostri fratelli al di là del Brennero»2, Rizzi ci aiuta, con la sua autobiografia essenzialmente rivolta

) RIZZI 1998: 427.

1

) RIZZI 1998: 480. Come sottolineato dalla curatrice, le difficoltà linguistiche qui accennate da Rizzi non sono generalmente estendibili a tutti i ladini delle Dolomiti, tra i quali era

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alle proprie vicende personali di aspirante artista più che alle vicende storico-politiche che gli fanno da sfondo, a leggere quel periodo con gli occhi di un «protagonista comune». Le suggestioni ed i ricordi riportati dal pittore fassano sono estremamente interessanti ed utili a svelare la diffusione di uno stato d’animo e la percezione degli eventi che furono comuni a molta parte della minoranza tedesca del Sudtirolo e della val Canale e della minoranza ladina delle Dolomiti. Scriverà ancora in seguito: «Tornato a casa - nella valle di Fassa - da allora in poi si sentì sempre più parlare dell’ambizioso Hitler [...]. Per quanto mi concerneva non avevo bene le idee chiare su di lui. Da qualcuno era temuto, perciò rifiutato, da altro celebratissimo ed estremamente voluto, ed io mi trovai in una situazione di gran dubbio finchè alla fine divenne anche presidente del Reich tedesco, ovvero Führer dei tedeschi [...]»3. Agli inizi degli anni trenta la pressione del regime fascista nei confronti delle minoranze etniche ai confini non dava certo segnali di voler diminuire. Anzi, continuava a persistere in certe componenti del regime la teoria della occupazione della terra e della progressiva espulsione dei vecchi proprietari appartenenti alle minoranze allogene. Nel 1926 il marchese Adriano Colocci Vespucci, stretto collaboratore politico di Ettore Tolomei, scriveva a questo proposito: «Noi non riusciremo a penetrare negli animi degli alto atesini, e quindi inseriamoci almeno nelle loro terre; fino a quando non sarà spezzato il compatto, assoluto dominio degli alto atesini sulla proprietà terriera, saremo e rimarremo degli stranieri». Qualche anno dopo, nel 1928, comunicava a Tolomei, ancora a questo proposito, di aver pensato alla fondazione di un istituto di credito, una società, come egli stesso la definiva, «mefistofelica, diabolica», che doveva prestare denaro a chi, già in crisi, non sarebbe riuscito a restituirlo, a chi

invece diffusa una buona padronanza della lingua italiana. Faceva eccezione la sola comunità gardenese che, nel periodo precedente la prima guerra mondiale, aveva subito con più pressione i processi di tedeschizzazione che avevano portato nella valle all’eliminazione dell’italiano nelle scuole e nelle chiese. Per Rizzi, come a titolo individuale per altri fassani, il problema era legato alla propria formazione scolastica, voluta dal padre anche per i suoi fratelli in lingua tedesca presso un paese del Sudtirolo, al fine di agevolarne il futuro inserimento economico professionale nelle regioni di lingua tedesca dell’Impero, dove egli stesso esercitava la professione di pittore decoratore. ) RIZZI 1998: 436. Lo spazio sempre più ampio che nell’autobiografia di Rizzi si riserva da questo punto in poi alle vicende politiche legate all’ascesa del nazismo, è dovuto alla sua speranza personale di trovare finalmente, nel nuovo regime, e nello stesso Hitler, un possibile mecenate in grado di cogliere il suo talento e conseguentemente di permettergli di vivere grazie alla produzione artistica. Speranze deluse che lo porteranno comunque ad optare nel 1939 per la cittadinanza germanica assieme a tutta la famiglia.

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CAPITOLO QUINTO –––––––

1939 le opzioni la patria in un modulo A mano a mano che la politica di collaborazione battezzata «Asse Roma-Berlino» si trasformava in una vera e propria alleanza, la soluzione del problema delle minoranze tedesche in Italia diventava una questione che sempre più pretendeva una sistemazione definitiva ed accettabile per entrambi i regimi, ora non più solo amici ma veri e propri alleati. Le aspettative di «liberazione» dei tedeschi del Sudtirolo e della val Canale, lungi dall’essersi ridimensionate nonostante le posizioni ufficiali di Hitler e del governo nazista, si erano mantenute assai vive, e con esse tutto il poco gradevole agitarsi irredentista che le autorità italiane continuavano a segnalare. A questo proposito, a poco più di un anno di distanza dall’Anschluß e ad occupazione avvenuta della Boemia e della Moravia (marzo 1939), il prefetto di Bolzano Mastromattei, in un promemoria inviato all’ambasciatore a Berlino Bernardo Attolico, scriveva: «Nell’attuale situazione politica internazionale, dati i rapporti con la Germania e a seguito delle ripetute dichiarazioni di Hitler e dei circoli ufficiali responsabili germanici, ò sostenuto e sostengo la necessità di un accordo fra le due nazioni dell’Asse per risolvere amichevolmente ma decisamente la questione». Il prefetto di Bolzano in particolare sottolineava l’indesiderata presenza di più di diecimila cittadini germanici, ex austriaci o ex cecoslovacchi (Sudeti), «quasi tutti nativi dell’Alto Adige e pertanto portati naturalmente a fare dell’irredentismo». Approfittando della loro presenza, continuava il prefetto, il partito nazista aveva creato in ogni località

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della provincia «o una sezione o un gruppo ovvero una cellula» del movimento. Un tessuto estremamente ramificato che si estendeva, secondo le parole del prefetto, «anche ai comuni della cosiddetta zona mistilingue (circondario di Egna) soggetta alla giurisdizione amministrativa di Trento ed il cortinese soggetto alla provincia di Belluno [...], inoltre, com’è noto, nella zona di Tarvisio». Accanto a ciò il prefetto lamentava «la propaganda spicciola ma non meno efficace svolta dal numero enorme e crescente dei turisti germanici» che, spingendosi fin nei più piccoli villaggi, «vi accendono le speranze, ravvivono i sentimenti di tedeschismo, incitano all’irredentismo [...]». Per parte sua Mastromattei ricordava di aver chiesto l’intervento del console tedesco a Milano Otto Bene «in nome dell’amicizia che lega le due nazioni dell’Asse, a dimostrazione pratica della sincerità degli interventi tedeschi sulla questione atesina», ricevendone positivo riscontro e un dichiarato desiderio di collaborazione1. Come accennato da Mastromattei, anche nella più piccola val Canale la situazione si presentava molto simile a quella sudtirolese. Sono infatti immancabilmente segnalati da vari rapporti della questura di Udine, delle stazioni dei carabinieri e della prefettura, quegli stessi episodi testimonianti la preoccupante crescita di agitazioni a sfondo irredentista, che anche lì trovavano nei cittadini germanici ex austriaci ancora residenti in valle i più pericolosi sostenitori: croci uncinate, bandiere naziste, i cortei di turisti domenicali che entravano dal confine con la Carinzia, i festeggiamenti per il compleanno di Hitler2, episodi tutti che contribuivano a turbare la tranquilla armonia della popolazione allogena locale «sobria, laboriosa e soprattutto precisa nelle sue manifestazioni industriali e commerciali» 3. Anche nella val Canale si registravano spiacevoli incidenti tra militanti fascisti e popolazione locale, che vedevano espresso il disappunto

) ASMAE, Rappresentanze diplomatiche, Berlino 1867-1943, 1929, b. 169, f. 2, Alto Adige, documentazione varia, posiz. 64; promemoria del prefetto Mastromattei all’ambasciatore a Berlino Attolico in data 12 maggio 1939.

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) ASU, Prefettura di Udine, b. 26, f. 84, movimenti alloglotti; promemoria sulla situazione nei mandamenti di Cervignano e Tarvisio in data 30 aprile 1939.

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) ASU, Prefettura di Udine, «Movimento nazista in zona di frontiera», rapporti della Questura di Udine alla Prefettura in data 20 marzo 1939 e 21 aprile 1939. In entrambi, era indicato, come animatore degli episodi, un cittadino germanico rappresentante del consolato tedesco a Trieste, nonché fiduciario del partito nazionalsocialista a Tarvisio e gestore di un albergo a Fusine.

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CAPITOLO SESTO –––––––

Fassani, Lusernesi, Mocheni, Italiani e Sloveni le opzioni al di fuori degli accordi

L’ingarbugliata parentesi delle opzioni tra i ladini, non può essere chiusa senza far cenno alla valle di Fassa, l’unica delle valli ladine che per ragioni non esplicitate non venne compresa nei territori degli accordi. Il motivo di tale esclusione non ci è fino in fondo chiaro, non essendo verificabile da supporto documentario, come del resto, alla luce dei risultati, sono poco chiare le ragioni dell’inclusione nei territori degli accordi di Cortina d’Ampezzo. Ci limitiamo dunque ad abbozzare l’ipotesi che sia per parte tedesca sia per parte italiana, la valle di Fassa fosse ritenuta, tra tutte le valli ladine, quella meno legata al mondo tedesco tirolese, per le particolari vicende storiche che l’avevavno vista fin dal 1817 staccata dal circolo di Bolzano e incorporata in quello di Trento nel cosiddetto Tirolo italiano, e pertanto quella che al momento ed in futuro meno delle altre valli ladine delle Dolomiti avrebbe potuto dar luogo a particolari tensioni irredentistiche1. Se queste fossero state le valutazioni alla base dell’esclusione della valle di Fassa dagli accordi del 23 giugno, come si diceva, è impossibile

) Per tutta la particolare vicenda della valle di Fassa si veda: SCROCCARO 1990. A supporto di tale ipotesi, usiamo anche quanto in proposito alla minoranza ladina abbiamo riportato nel terzo capitolo dalle parole di Carlo Battisti, che nel 1931, descriveva i fassani come la parte meno contaminata dal germanesimo tra la minoranza ladina delle Dolomiti.

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dimostrarlo; comunque è certo che l’esclusione ufficiale dei ladini fassani dall’opzione risparmiò loro il dramma che vide invece coinvolto per intero il resto della minoranza dolomitica. La conferma di quanto fossero state parziali le eventuali valutazioni delle autorità e dei loro consiglieri, si ebbe dall’inaspettata e non irrilevante presenza anche di ladini fassani tra gli optanti: 225 in tutto, 368 se accanto a loro conteggiamo anche i rispettivi familiari, e cioè il 6,5% dell’intera comunità presente nella valle secondo i dati dell’ultimo censimento disponibile, quello del 19362. Nella realtà solo 45 di essi, con 41 familiari, vivevano e risiedevano in valle, gli altri 180, con i relativi 102 familiari, risiedevano in altre località del Sudtirolo o del Tirolo austriaco, a testimonianza del legame economico che continuava a mantenersi ben vivo e che non si era mai spento, come già abbiamo avuto modo di accennare, tra la comunità fassana e quello che era il suo reale retroterra culturale ed economico austro-tirolese. Significative sono infatti le professioni dichiarate da questi optanti imprevisti: pittore decoratore in 50 casi e muratore in 18; quelle professioni che erano caratteristiche cioè delle migrazioni temporanee nelle terre tedesche del defunto impero autro-ungarico, e che ora, comunque sia, trovavano una continuità nel Sudtirolo. Solo in 26 casi tra gli optanti fassani troviamo qualcuno che dichiari qualche proprietà in possesso; 19 risiedono già nel Reich, per lo più ad Innsbruck, e 110 sono nati prima del 18983. Condizioni molto simili presentavano gli optanti residenti in valle, tra i quali, come abbiamo visto, anche il pittore Francesco Ferdinando Rizzi, più alla ricerca di una sistemazione materiale che di un bisogno

) ISTAT 1937. I dati danno per la valle di Fassa 5.638 presenti, 436 assenti e 5.602 residenti. A tutte le cifre sono sommati gli abitanti della frazione di Forno, nel comune di Moena, non appartenente alla comunità ladina.

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) Dei 180 residenti fuori valle 38 sono donne che dichiarano le seguenti professioni: 17 casalinghe, 5 domestiche, 3 stiratrici, 3 cameriere, 2 cuoche, 2 cucitrici, 2 albergatrici, 1 impiegata, 1 bidella. Tra gli uomini le altre professioni dichiarate sono le seguenti: 8 operi, 7 falegnami, 4 autisti, 4 albergatori, 4 sarti -3 fabbri, 3 contadini, 2 calzolai, 2 panettieri, 2 elettricisti, 2 barbieri, 2 servi, 2 agricoli, 2 commercianti, 2 bottai, 2 facchini, 1 lattoniere, 1 impiegato, 1 guida, 1 telefonista, 1 maestro, 1 meccanico, 1 vigile, 1 minatore, 1 scalpellino, 1 macellaio, 1 cameriere, 1 portiere, 1 artista, 1 commesso viaggiatore (ASB, schedario dell’ex Alto commisariato per le migrazioni e la colonizzazione, delegazione per l’Alto Adige).

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CAPITOLO SETTIMO –––––––

Il trasferimento la fine della propaganda l’inizio della realtà Il trasferimento nel Reich non fu per molti quell’evento festoso e tanto atteso che le immagini ufficiali dei giornali e della propaganda tedesca tendevano a proporre. Per gli immigrati, raggiunta Innsbruck, o Klagenfurt se provenienti dalla val Canale, iniziava il problema della sistemazione nei nuovi alloggi, non sempre confacenti ai bisogni e alle aspettative e non sempre di immediata consegna, con la conseguenza di periodi più o meno lunghi di residenza in campi d’accoglienza. Anche la sistemazione lavorativa, per tanti tanto attesa, non era sempre immediata. Se, dato il grosso fabbisogno dell’industria bellica nella Germania in guerra, non sussistevano grossi problemi per l’impiego di lavoratori specializzati, come i 77 minatori di Rajbl prontamente occupati dalla Bleiberger Bergwerks Union di Klagenfurt per le proprie miniere in Carinzia e nel Tirolo1, per molti altri si trattava di acettare occupazioni assai diverse rispetto ai settori professionali di provenienza, con immancabili disagi per l’optante e relative insoddisfazioni dei datori di lavoro. Per gli uomini in età di leva, ad attenderli c’era l’immediato arruolamento nelle forze armate tedesche e la prospettiva del fronte o delle forze

) ASTS, Miniere di Rajbl, b. 20; elenco degli operai presi in esame per un’eventuale assunzione alla Bleiberger Bergwerk Union in data 22 aprile 1940. Per l’occupazione di questi 77 operai, il carteggio evidenzia le sollecitazioni germaniche per un rapido trasferimento, a fronte dell’evidenziato problema da parte della direzione della miniera di gradualizzare le partenze dei suoi dipendenti.

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di occupazione; il tutto, in più di qualche occasione, passando direttamente dalla divisa dell’esercito italiano a quella della Wehrmacht2. La stessa accoglienza dei «fratelli di razza» non sempre era entusiastica. I sudtirolesi ammassati nelle città finivano per essere vissuti come degli intrusi, dei privilegiati cui venivano garantiti casa e lavoro, e oltrettutto come dei fanatici hitleriani per aver volontariamente deciso di trasferirsi nel Reich3. Questa è la situazione che già nel dicembre del 1939 descrivono i primissimi trasferiti, i quali, con affannose corrispondenze, cercavano di dissuadere parenti ed amici a dar corso alla partenza o addirittura, se possibile, a rivedere la propria scelta4. I rapporti consolari italiani di quello stesso periodo, pur non potendo essere assunti quali osservatorii imparziali, descrivono pietose situazioni di sudtirolesi sprovvisti di mezzi abbandonati a se stessi, visti addirittura chiedere l’elemosina per le strade di Innsbruck e contornati dal malumore dei locali che ne dovevano subire la presenza. Anche per i valcanalesi, da questo punto di vista, le cose non andavano diversamente. Nel dicembre del 1941 il podestà di Tarvisio scriveva che molti cercavano di ritardare la partenza, perché poco soddisfatti «dei provvedimenti addottati dalle autorità germaniche nei riguardi della sistemazione di molti di coloro che erano già emigrati. È opinione dello scrivente che moltissimi tra gli optanti per la cittadinanza germanica non ripeterebbero la dichiarazione di rinuncia alla cittadinanza italiana, come risulta da recrimi-

) Su questo aspetto fu senz’altro più difficile la posizione di molti membri delle minoranze tedesche dell’est Europa e degli optanti per l’Italia dopo l’8 settembre 1943. Infatti, in base ad un decreto di Hitler del 17 agosto 1939, nelle Waffen SS, i reparti combattenti delle SS, non poteva essere arruolato più del 5% degli iscritti nelle liste di leva, al fine di non urtare la sensibilità dei comandi della Wehrmacht. Il limite fu comunque aggirato proprio con l’arruolamento forzato di molti Volksdeutsche non ancora in possesso della cittadinanza germanica e perciò non ancora iscritti nelle liste di leva. Tra questi, appunto, molti tra i «rimpatriati» a forza dai paesi dell’est Europa passati sotto controllo sovietico, e dopo l’occupazione dell’Italia anche diversi Dableiber (BALDINI 1991: 1819).

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) ALEXANDER 1986: 194-234. Nel testo viene data una descrizione molto precisa delle varie fasi del trasferimento e dell’apparato organizzativo allestito per gestirlo. La condizione di intollerati, nella quale si vennero a trovare molti sudtirolesi o valcanalesi emigrati, non dovette essere molto dissimile da quella di altre situazioni drammaticamente analoghe, come ad esempio quella delle migliaia di italiani profughi dall’Istria e dalla Dalmazia dopo il 1946.

3

) ASMAE, Archivio di Gabinetto, 23-43, serie N.CO.GE, 1940, b. 3, Questioni relative all’Alto Adige, classe 1, sottoclasse 6; rapporto del consolato italiano ad Innsbruck al ministro degli esteri in data 18 dicembre 1939.

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CAPITOLO OTTAVO –––––––

Gottschee, provincia di Lubiana l’esperienza esportata

Risolto almeno sulla carta il problema del Sudtirolo e della val Canale con il trasferimento in corso degli optanti, nel 1941, a seguito degli sviluppi delle vicende belliche, tra l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista venne inaspettatamente ad interporsi, ad alleanza ormai consolidata e a guerra parallela intrapresa, la presenza di una minoranza tedesca connotata da spinte irredentiste, e finita improvvisamente e contro voglia sotto sovranità italiana. Si trattava della comunità tedesca della provincia di Lubiana, presente nel capoluogo, ma soprattutto in una costellazione di piccoli villaggi nei distretti di Kocevje, Crnomelj e Novo Mesto nella zona a sud est della provincia nota come Gottschee; una parte consistente delle 28.054 persone di origine tedesca presenti in tutta la Slovenia secondo i dati del censimento del 19311. Come l’Italia fosse pervenuta all’occupazione di questa parte della Slovenia è cosa ben trattata in altri testi2. Qui ne diamo solo un breve cenno, preoccupandoci piuttosto di vedere come l’accordo sulle opzioni per il Sudtirolo e la val Canale abbia avuto qui una piccola appendice fuori

) BIBER 1987: 147; KARNER 1998.

1

) FERENC 1994. Nel testo sono contenuti tutti i necessari riferimenti sull’argomento relativi alla storiografia di parte jugoslava. Per la parte italiana citiamo: COLLOTTI 1967; COLLOTTI - SALA 1974.

2

245


campo (nessuno dei due contraenti poteva infatti vantare il diritto di decidere questa ulteriore limata etnica se non per diritto di conquista), a dimostrazione del convincimento tra i contraenti della bontà dei metodi adottati per la soluzione del problema delle minoranze tedesche in Italia, anche se, come vedremo, con gli stessi intoppi, le stesse difficoltà, lo stesso gioco delle parti che anche nella Slovenia occupata, e dopo più di un anno di esperienza opzioni, vedranno l’Italia fascista subire di nuovo gli interessi e la volontà del più potente e temuto alleato. Nell’aprile del 1941 un colpo di stato aveva rovesciato in Jugoslavia il governo filotedesco che aveva portato all’adesione al patto tripartito. La nuova compagine si era affrettata a stipulare un patto di non aggressione con l’URSS, ma in meno di ventiquattro ore truppe tedesche, italiane, ungheresi, bulgare e rumene avevano occupato il paese portandolo alla resa nel giro di undici giorni. La partecipazione diretta dell’Italia aveva momentaneamente comportato delle ripercussioni dirette nella val Canale, zona a ridosso del possibile fronte dove, vista la particolare e delicata situazione etnica e la presenza di popolazione di origine slovena, la prefettura di Udine aveva predisposto lo sgombero di tutti gli allogeni sloveni optanti per l’Italia o con l’opzione in sospeso, lasciando facoltà agli sloveni optanti per il Reich di decidere la partenza immediata per la Germania o, diversamente, l’essere sgomberati a loro volta verso l’interno del regno3. Per gli optanti di origine tedesca avrebbero provveduto le organizzazioni germaniche che avevano per intanto organizzato il trasporto verso l’interno della Carinzia, in zone più sicure, dei figli degli optanti per il Reich, tra i quali anche i figli di Thomas Martinz, nel ricordo dei quali l’episodio ha conservato il sapore di una collettiva ed inaspettata vacanza, quasi un soggiorno in una colonia estiva con giochi di gruppo, canti e lunghe passeggiate lungo le rive del Längsee a pochi chilometri da Sankt Veit an der Glan4. Il 18 maggio e l’8 luglio, all’indomani della conclusione della breve guerra con il regno jugoslavo, gli stati aggressori firmarono gli accordi che ne sancivano la spartizione e fissavano i vari confini che, relativamente alla

) ASU, Prefettura di Udine, b. 28, f. 95, «Provvedimenti stato di guerra con la Jugoslavia»; fonogramma della Prefettura di Udine al commissariato di Pubblica sicurezza di Tarvisio. Nelle istruzioni veniva tra l’altro stabilito che eventuali elementi infidi, pur se optanti per la Germania, in caso di mancato immediato trasferimento da parte delle autorità germaniche, venissero comunque internati alla stregua degli altri sospetti.

3

) Testimonianza orale, di Giuseppe Martinz e della sorella Liliana, raccolta nell’inverno del 1996 a Coccau.

4

246


Indice Premessa Introduzione

pag. pag.

5 9

Capitolo Primo Tra etnia e patria, le minoranze in Europa

pag.

27

Capitolo Secondo Nuove provincie nuovi problemi L’Italia e le minoranze ai confini

pag.

49

Capitolo Terzo Stranieri in casa propria

pag.

79

Capitolo Quarto Germania-Italia: amici-nemici-semplici concorrenti. Le minoranze tra due dittature

pag. 103

Capitolo Quinto 1939 - Le opzioni. La patria in un modulo

pag. 133

Capitolo Sesto Fassani, Lusernesi, Mocheni, Italiani e Sloveni le opzioni al di fuori degli accordi

pag. 189

Capitolo Settimo Il trasferimento: la fine della propaganda

pag. 229

Capitolo Ottavo Gottschee, provincia di Lubiana; l’esperienza esportata

pag. 245

Bibliografia

pag. 265

381


Allegati Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato Allegato

pag. 277 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Indice dei nomi

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279 282 284 291 301 308 311 313 314 316 333 354 363 372 374

pag. 375


COLLANA DI PUBBLICAZIONI DEL MUSEO STORICO IN TRENTO onlus

Dopo aver consultato molto approfonditamente archivi e

letteratura soprattutto italiane, fra i quali spiccano l’archivio storico del Ministero degli affari esteri in Roma e gli archivi locali di Trento, Bolzano, Udine e Trieste come pure quello sloveno di Ljubljana, Mauro Scroccaro ci fornisce un’ampia descrizione dei problemi culturali innanzitutto, ma anche politici ed amministrativi, che l’Italia liberale prima e quella fascista poi furono costrette ad affrontare con l’annessione di ampi territori abitati in maniera compatta da forti minoranze «allogene»: più di 620.000 tra sloveni, tedeschi, croati e ladini secondo il censimento del 1921, oltre ai circa 888.000 italiani «redenti» dei territori di Trento e Trieste. Sia per gli slavi che per i tedeschi gli stati nazionali (o multinazionali) d’oltreconfine rappresentavano una forte attrazione condizionando con ciò ulteriormente l’operato dell’Italia fascista perennemente assillata da problemi di prestigio nazionale ed internazionale. Mauro Scroccaro si è occupato a lungo della «questione ladina», pubblicando nella collana del Museo due volumi dedicati all’identità e al movimento autonomistico ladino: De Faša ladina. La questione ladina in Val di Fassa dal 1918 al 1948, Trento 1990; Guido Iori de Rocia e la grande utopia dell’unità ladina (1945-1973), Trento 1994. 2

€ 18,08 (L. 35.000)

ISBN88-7197-051-9

Dall’aquila bicipite alla croce uncinata: Trentino, Sudtirolo, Val Canale, 1919-1939  

620.000 tra sloveni, tedeschi, croati e ladini e circa 888.000 italiani dei territori di Trento e Trieste: queste le cifre inerenti l’anness...

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