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anno quattordicesimo numero trentacinque mag./ago. 2011

IN QUESTO NUMERO 150 ANNI DI UNITÀ D’ITALIA

PosteItalianeS.p.A.-Spedizioneinabbonamentopostale-D.L.353/2003(conv.inL.27/02/2004n.46) -art.1,comma1,D.C.B.Trento-Periodicoquadrimestrale registrato dal Tribunale di Trento il 9.5.2002, n. 1132. Direttore responsabile: Sergio Benvenuti - Distribuzione gratuita - Taxe perçue - ISSN 1720 - 6812


ALTRESTORIE – Periodico quadrimestrale di informazione Periodico registrato dal Tribunale di Trento il 9.5.2002, n. 1.132 ISSN 1720-6812 Comitato di redazione: Paola Bertoldi, Giuseppe Ferrandi, Patrizia Marchesoni, Paolo Piffer, Rodolfo Taiani (segretario) Direttore responsabile: Sergio Benvenuti Via Torre d’Augusto, 35/41 Hanno collaborato a questo numero: Roberto Bianchi, Luigi Blanco, Stefano Chemelli, Alessandro de Bertolini, 38122 TRENTO Alice Manfredi, Marco Pellitteri, Francesca Rocchetti, Elena Tonezzer, Marta Villa Tel. 0461.1747000 Fax 0461.1860127 Progetto grafico: Graficomp – Pergine (TN). Stampa: Publistampa – Pergine (TN) info@museostorico.it In copertina: particolare di un dipinto del pittore lombardo Girolamo Induno www.museostorico.it Per ricevere la rivista, o gli arretrati, fino a esaurimento, richiedere alla Fondazione Museo storico del Trentino. I lettori interessati ad acquistare o a informarsi sull’insieme della pubblicazioni della Fondazione Museo storico del Trentino possono collegarsi all’indirizzo internet http://www.museostorico.it o scrivere all’indirizzo di posta elettronica bookshop@museostorico.it

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anno quattordicesimo numero trentacinque mag./ago. 2011

IN QUESTO NUMERO 150 anni di Unità d’Italia

Editoriale Essere italiano: testimonianza autobiografica di Ezio Raimondi raccolta da Stefano Chemelli La storia e la politica: passato e presente dell’Unità d’Italia: interviste con Alberto M. Banti e Marco Boato a cura di Paola Bertoldi

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Tradizione, identità e nazione dal Risorgimento al Fascismo: una lettura antropologica di Marta Villa

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Governare l’Unità: i lineamenti amministrativi dello Stato unitario italiano di Luigi Blanco

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Fumetti d’Italia di Marco Pellitteri

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Risorgimento, patria e nazione nei fumetti di Roberto Bianchi

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Nella penombra della storia: i primi passi delle donne trentine sulla scena pubblica di Elena Tonezzer

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“Maledet garibaldin”: Alfonso Ciolli (1804-1885) di Alessandro de Bertolini

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Celebrare fa rima con comunicare: i 150 anni fra tradizione e innovazione di Alice Manfredi 34 L’Unità in esposizione: eventi e mostre speciali in occasione del centocinquantesimo di Layla Betti

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Quale Unità? Opinioni e commenti nelle lettere ai quotidiani trentini di Paola Bertoldi 40

Infomuseo 42 Edizioni FMST

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Nell’anno che sta per concludersi è stato celebrato un importante anniversario: il Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. Le manifestazioni a corredo di questa ricorrenza sono state innumerevoli. In tutta la penisola si sono succeduti convegni e incontri pubblici. Si sono prodotti film e sceneggiati televisivi. Si sono realizzati progetti espositivi ed editoriali. Insomma un’ampia fetta del paese è stata investita da un vero e proprio fervore “patriottico” che ha visto nel presidente della Repubblica Giorgio Napolitano un energico propulsore e indiscusso punto di riferimento. Un fatto di “cronaca”, dunque, che ha occupato le pagine dei giornali e dei notiziari e che ha contribuito a rianimare la discussione su temi da troppo tempo derubricati a mero esercizio retorico. A questo coro di voci eterogeneo abbiamo voluto aggiungere anche il modesto contributo della nostra rivista Altrestorie, forti sia del progetto editoriale, sia della tradizionale attenzione storiografica espressa nei confronti dei temi del Risorgimento e dell’unificazione italiana da parte dell’Istituzione di riferimento. Nelle pagine che seguono si cercherà così di offrire alcuni spunti di approfondimento, che si spera possano catturare l’attenzione dei nostri affezionati lettori. Si parla allora di Unità, ma non tanto del processo sto-

rico che ha portato nel 1861 a questo passaggio fondativo della nazione italiana, quanto soprattutto dei tanti significati dei quali si è nutrita nel tempo l’affermazione “essere italiani”. La bella testimonianza di Ezio Raimondi, così come le interviste allo storico Alberto M. Banti e al politico-intellettuale Marco Boato, la riflessione sul concetto di identità in chiave storico-antropologica o la rassegna di varie opinioni tratte dalle lettere ad alcuni giornali trentini offrono, in questa prospettiva, più di una suggestione e, soprattutto, introducono alla comprensione della complessa situazione odierna originata proprio dalla molteplicità di eventi che hanno concorso a quel più ampio processo genericamente etichettato come d’unificazione. Una complessità frutto dunque di quanto ereditato dalla situazione preesistente, ma arricchitasi via via di nuovi elementi legati alla successione degi eventi. Primo fra tutti la nascita, al termine del secondo conflitto mondiale, della nuova compagine repubblicana costruita sui valori democratici garantiti dalla carta costituzionale. Un contributo, quello nostro, che trova proprio in questi valori il suo fondamento ideale e gran parte delle motivazioni per cui si è voluto realizzarlo (rt).

Editoriale

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Essere italiano

periferia e ho questo riLa mia infanzia è quella di cordo singolare di essermi un bambinetto del mondo testimonianza autobiografica trovato in piedi sopra una popolare che segue un sedia per recitare con una doppio binario: scolaro abdi Ezio Raimondi specie di trasporto, perché bastanza esemplare e nello mi sentivo al centro dell’atstesso tempo partecipante tenzione. alla vita di una famiglia di raccolta da Stefano Chemelli Mi sembrava di essere in artigiani. Mio padre calzoBressanone, 10 dicembre 2010 una sequenza di Ombre laio ma senza bottega, mia Rosse, dove a un certo madre donna di servizio ma punto una persona anziana di straordinaria qualità. Mi recita sopra una sedia, ma sono ritrovato a vivere tra si dimentica la parte e uno questi due poli, il polo della dei protagonisti la integra. lingua italiana a scuola, e In questo modo paragoil polo del dialetto a casa. navo le cose piccole alle Nel momento in cui ricordo cose grandi. quel linguaggio è fatto tutto Ricordo nella mia adoledi nomi propri, vivi. scenza di essermi fatto Questo doppio binario mi male a un piede giocando al ha portato a vivere una pallone, ma c’erano dei dispecie di doppia espevieti da parte di mio padre. rienza: l’esperienza intelCamminavo per una delle lettuale, i maestri, le cose strade vicine via del Borgo, che si imparano in classe, un pomeriggio, zoppicando e l’esperienza domestica come Dio la mandava, e di servizio, di ragazzino di all’improvviso di lontano bottega. Ezio Raimondi è nato a Lizzano Belvedere vedo mio padre e allora mi Proprio per questo ricordo (BO) il 22 marzo del 1924. Professore emeraddrizzai di colpo, cammiun episodio particolare: rito nell’Università di Bologna, già titolare nai rigido rigido come in un facevo il fattorino di mio di Letteratura italiana dal 1955 presso la racconto di Massimo d’Apadre e i clienti erano una Facoltà di Magistero e dal 1975 presso la zeglio. specie di grande villagFacoltà di Lettere e Filosofia. Socio ordiLa casa dove abitavo era gio che ruotava attorno nario dell’Accademia Nazionale dei Lincei una di quelle con le baa via del Borgo, una vecdi Roma. Dal 1968 visiting professor alla laustre interne, quindi ci si chia strada di Bologna, un Johns Hopkins University di Baltimora, parlava come in un film. mondo popolare tutto diaal Graduate Center della City University C’era una specie di filettale, con personaggi da di New York, alla University of California schiata particolare e un mio racconto o da romanzo ne(Berkeley) e alla University of California compagno, Gino Carboni, orealista. (Los Angeles). Tra i primissimi animatori mi insegnò che si poteva Come fattorino mi presendella casa editrice Il mulino, Raimondi è andare dal pasticciere nei tavo nelle varie famiglie autore di studi fondamentali su Manzoni, pressi di Via Irnerio, dove dove ero noto come “el fiol si poteva acquistare per del calzuler”. Tasso, Serra, Machiavelli, d’Annunzio, pochi soldi un cartoccetto Pare che imparassi parecGadda, ma il suo magistero è vastissimo di resti di paste, e si giunchie poesie durante il pee di respiro europeo. Su Calvino, Gadda, geva sul ponte della ferroriodo natalizio, con questo Rilke e Slataper ha tenuto a Bressanone via a osservare passare i rapporto di mercato e allo corsi a Scienze della Formazione (Lezioni treni come in un vecchio stesso tempo di affetto e Brissinesi, Lavis 2008). film, mentre si sbocconcelamicizia, mi presentavo nelle case e venivo trattenuto per recitare una poesia. lavano le paste. La cosa non mi andava sempre giù; non ero così La mia educazione domestica è un’educazione di vanitoso da presentarmi per dire la poesia, e qual- comportamento più che di cultura. che volta ricordo di avere detto delle bugie, perché Non entravano libri in casa nostra, se non una vecdichiaravo a mio padre che non c’era nessuno a chia copia dei Miserabili che mia madre conservava rispondere, mentre invece era il mio umore che gelosamente come una specie di breviario, e questo dice già qualche cosa dell’indirizzo della nostra casa. andava di traverso. I miei zii che mi portarono in una parrocchia della La cosa singolare è che la mia famiglia non era pra-

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ticante, però l’unica forma di assistenza – siamo nel città a zona di macerie, e tra quelle c’era casa mia. periodo fascista – veniva dalla parrocchia, e quindi Nella scuola superiore ricordo il professor De Lisa che mi trovai figlio di miscredenti che si presentava la veniva da Napoli. Era un grande letterato di finezza domenica a messa, un cattolico in terra di infedeli. anche poetica, ma questo lo scopersi molto più tardi. È anche vero che mia madre aveva una sua morale Fu il primo a parlarmi dell’università e vicino a lui una libera e sosteneva che il fare bene, l’occuparsi del professoressa che veniva da Reggio Emilia: la Pignaprossimo, è cristiano, è già sufficiente come atto di gnioli che aveva il gusto della intuizione, che preferiva i maschi un poco disordinati ma inventivi nel fedeltà e di credenza. La mia iniziazione culturale viene tutta dalla scuola. creare problemi e inventare soluzioni, mentre invece La mia fortuna è stata d’avere avuto dei maestri di trovava difettoso in matematica il mondo femminile. eccezione. In quarta e quinta elementare il maestro Fu così generosa che mi diede anche delle lezioni Formigini, un israelita straordinariamente gentile e aggiuntive gratuite per preparare al meglio la matucapace, veniva dalla vecchia scuola positivista, con rità. Stimava in me lo studente attentissimo e – a suo un’educazione ferma e nello stesso tempo di garbo. dire – intelligente, ma non ero un secchione. Mettevo a frutto con Ci aveva fornito un una certa memoria taccuino sul quale quello che ascolannotava i nostri tavo, ma dall’altra comportamenti, parte ero un ragazquindi si stabiliva zino che giocava un rapporto con e si faceva ogni la scuola. Quando tanto male dando mia madre dovette qualche preoccudecidersi per il copazione ai miei. siddetto esame di Nella classe ero ammissione, cioè l’amico dei ripeil passaggio dalla tenti, perché si era scuola elementare stabilito un pasalla scuola media, saggio complesso che comportava di compiti che mi una tassa, doveva faceva benvolere. come una buona Non ero il sapiente economista acche nascondeva la certare che l’inpropria sapienza, vestimento fosse positivo. La scena 29 febbraio 1968: Ezio Raimondi (il primo a destra) parla durante l’incontro “Le due era una piccola è ferma nella mia culture”. Gli sono a fianco a partire dalla sua destra Giorgio Prodi, Alberto Pasquinelli vena cristiana che memoria: mia e Cesare Luporini (Cineteca Bologna, Archivio fotografico, Miscellanea Bologna 900) mi veniva ancor madre che raggiunge il maestro per chiedergli se va- prima che dalla chiesa, dall’esempio straordinario di lesse la pena di puntare su di me come studente. La mia madre che è morta nel massimo di tangenza del mio riconoscimento. risposta fu positiva. Ho avuto di fatto due famiglie. Due padri e due madri. Mio padre aveva dichiarato che mancavano i soldi Ciò che non veniva da una parte veniva dall’altra. Il per farmi studiare, mia madre aveva deciso lei di insecondo padre era un operaio specializzato: si chia- tegrare con il proprio lavoro. Dovrei dire che sono mava Baratta. Nel linguaggio infantile era il mio nato due volte attraverso mia madre, incuteva ri“dado”, che era a modo suo un piccolo inventore, spetto nelle persone colte che, a poco a poco, mano corista, acculturato, leggeva il Corriere della sera a mano che studiavo, frequentavano la mia casa. Era e La stampa, era lui che investiva di più nella mia una sorta di socialista cristiana intuitiva, che aveva educazione portandomi a teatro, facendomi sentire chiaro che esiste il prossimo, al quale si dà la propria mano, quando è necessario, in caso di bisogno. i melodrammi. Ognuno in via del Borgo aveva un cognome e una L’etica mi veniva dalla casa. Mio padre era un operaio professione, ci si conosceva. Ero “el fiol del calzu- di qualità. Introverso. Non ricordo lunghe conversaler”, un mondo rurale catapultato dentro una città, zioni fatte con lui, ma era un calzolaio rifinito, era con una strana topografia: via del Borgo si immet- capace anche di adattare le scarpe ortopediche, ma teva in via Irnerio dove mia madre prestava servizio non aveva mai voluto fare il passaggio del negozio. nei palazzi liberty, ben diversi dai portici bassi di via Il proprio lavoro ben compiuto corrispondeva a prendel Borgo che andarono distrutti nel settembre del dersi sul serio, era un’educazione istintiva, che nella 1943, quando un grande bombardamento ridusse la valutazione postuma attraverso la mia vecchiaia ri-

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conosco in misura maggiore, di quanto potevo arguire in gioventù. All’università Lorenzo Bianchi fu un grande professore che mi introdusse nel mondo tedesco, tramite le sue lezioni di letteratura e filologia germanica, disponibilissimo anche verso chi proveniva da un mondo popolare, e questo mi aiutò a vincere le timidezze e le incertezze che portavo con me in quegli anni dei primi quaranta del Novecento. Mi sentivo di un mondo diverso, allora le differenze sociali si avvertivano anche nel vestire, non appartenevo al mondo borghese, mi mancavano certi referenti, ma mi sono sempre sentito testimone del mondo da cui provenivo, con quel sentimento, quel calore, come se fosse un modo per tenere viva una memoria, attraverso un’imitazione che diventava

anche spirituale, del lavoro ben fatto che richiede una distinzione nel momento della concentrazione. In un tempo odierno in cui l’oscenità prende il sopravvento, nella nostra temperie la parola dura apparteneva ai momenti drammatici, aveva un peso, non veniva sprecata magari nel gossip come accade ora, nel mondo popolare alla parlata senza freno corrispondeva il riserbo, e ciò mi sono portato dietro di quel mondo, come testimonianza e riconoscenza distribuita nel tempo. Sono stato fortunato anche quando si parla di amicizie. Ho riflettuto a lungo e direi che una persona si può giudicare fortunata quando può ricordare che nella sua vita ha avuto alcuni amici con i quali ha condiviso qualche cosa di profondo, una specie di cammino comune, e questo è capitato a me con due personaggi: da una parte Giuseppe Guglielmi che diventò poeta e traduttore, con il quale abbiamo lavorato a molti libri di Céline, un grande narratore. Dall’altra invece Franco Serra, nipote di Renato Serra, letterato del primo Novecento, morto nella prima guerra mondiale. Debbo a loro un’educazione integrata. A Guglielmi, il poeta, debbo il senso della poesia, l’idea della parola alta con la quale si può abbordare il mondo contemporaneo; a Franco Serra debbo l’impegno civile: era stato volontario in guerra, medaglia d’argento, della quale si scusò una volta parlandone senza volerlo, e questo dà il segno della sua nobiltà d’animo. Aveva vissuto il periodo del fascismo come impegno morale, aveva pagato di persona con una ferita, era di per sé filosofo con una bellissima biblioteca. Con Franco Serra ci si intendeva in silenzio. Quando si usciva in bicicletta dalla città, e si andava verso le colline, ce n’era una fuori porta alla quale eravamo legati, si scendeva di bicicletta, ci

Lizzano in Belvedere, sull’Appennino emiliano, paese natale di Ezio Raimondi

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si sedeva sulla collina e di lì, con il paesaggio che diventava di solito tramonto, si parlava di filosofia, e dalla filosofia si parlava delle cose correnti. Debbo a lui le prime visite alle mostre di Venezia e anche l’iniziazione pittorica. Un’amicizia è formazione, è arricchimento. Con Giuseppe Guglielmi si traducevano i libri, per quasi venti anni Guglielmi saliva la collina e veniva a trovarmi a casa in via Santa Barbara, la letteratura diveniva nello stesso tempo amicizia, così come la discussione filosofica con Franco Serra era un’apertura d’orizzonte, un modo di pensare più in grande, con questa sua straordinaria dignità. La persona più nobile che ho conosciuto è probabilmente Franco Serra. In lui passavano certi modi di Renato Serra, lo zio, che il caso volle divenne poi materia di studio per una serie di concomitanze. Posso dire che in molti casi gli oggetti scelti come materiali del professore di letteratura italiana non avevano soltanto un contesto di studio, avevano dei rapporti esistenziali, portavano a contatto di fenomeni di vita corrente. Ho avuto due grandi amici, parlare di loro è come continuare a dare loro vita e continuare a ringraziare per ciò che ho avuto. Può darsi che qualche cosa abbia dato anch’io, ma ciò che ho avuto da loro è sicuramente maggiore di quanto possano avere ricevuto da me. Gli anni quaranta corrispondono agli anni della guerra, dei quattro anni che vanno dal 1941 al 1945 due sono stati dedicati agli studi universitari. Università piccola Bologna, ci si conosceva tutti, una scuola domestica, si studiava molto, molte prove scritte, prove che ponevano dinanzi alla misura della cultura, lì il ragazzino di bottega ha incontrato molti degli amici scrittori di una vita, nelle pagine dei libri. Pare che fossi uno scolaro non comune. Non me ne rendevo conto, vivevo come un automa la mia parte, cercando di colmare le mie mostruose ignoranze. Gli studi universitari mi avevano portato alle biblioteche, la biblioteca universitaria, la biblioteca dell’Archiginnasio furono i grandi luoghi con i quali si allargava la conoscenza dal libro scolastico al libro della grande ricerca. Nel 1942 passai anche un mese a Heidelberg e forse da quella specola potei misurare che cosa voleva dire essere un italiano, quali erano i difetti della nostra tradizione, quali i nostri compiti. Mi trovai a misurare la mia realtà umana e morale con altre, diverse. Ma che cos’è un italiano lo capì l’8 settembre del 1943 quando arrivarono i tedeschi nelle nostre strade, i soldati si trasformarono in borghesi fuggiaschi, i carri armati arrivarono nel centro di Bologna, capii che l’Italia era un paese disgraziato, in quel momento colpito dalla sventura, e tornava più forte nel ragazzino di via del Borgo la volontà di sentirsi parte di un mondo più ampio. Se il racconto non si piega alla comodità della convenienza, mi sentii italiano nel

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patire una realtà mostruosa straordinaria. Nel settembre 1943 la casa nostra venne distrutta, tagliata in due, coperta di macerie, dovevo caricarmi della mia parte di sofferenza come tutti in un tempo di catastrofe. Un italiano come sofferente, con il senso di una dignità vilipesa, con la volontà – ma non vorrei introdurre parole troppo fiere – di non piegarmi, con la volontà di testimoniare qualche cosa. Il ricordo dell’8 settembre 1943 si lega al 21 aprile 1945, quando a Bologna arrivano in centro i soldati polacchi. Mi trovavo di fianco alle Due Torri quando vidi i soldati polacchi dell’armata inglese che avanzavano ancora in azione di guerra, seguiti poco dopo dai carri armati americani. L’Italia in quel momento non era più la sofferenza, ma era ciò che si poteva fare: la necessità di vivere ancora allo scoperto senza l’odio, senza il male, senza la violenza. Seguono anni straordinari, con lo sviluppo l’Italia rinasceva dalle macerie, con la volontà di fare e diventare europea. Solo più tardi avrei ricordato la Storia della letteratura italiana del De Sanctis, un protagonista del nostro Risorgimento, quando parlava della necessità per l’Italia di diventare europea: avvicinarsi al centro Europa e al mondo anglosassone. Essere italiano voleva dire essere contemporaneamente europeo, e portare una dignità che era quella del nostro paese. Italiano e europeo diventavano per me un binomio, l’uno significava l’altro, portare la propria dignità, la propria libertà, il proprio intendere la vita che potesse servire anche ad altri. Le prospettive cambiano nel tempo e nei contesti, oggi il discorso è diverso. Qualcuno ha messo in discussione il valore della nostra unità, bisognerebbe invece rimeditare a lungo su quel fatto straordinario che fu il Risorgimento nei suoi limiti. Non si tratta di riconoscere i limiti del Risorgimento, ma di cancellare quei limiti e portarli a una nuova misura, a un nuovo significato, a una nuova intensità. Anziché venire meno il compito, essere italiani vuol dire paradossalmente essere anche non italiani, parlare una lingua doppia: da una parte portando avanti il senso del nostro luogo, la tradizione che ci viene dai padri lontani, senso di una solidarietà che si sviluppa nel tempo, e che porta – insieme – a due problemi che potrebbero essere la dignità e la nobiltà (due parole usurate dalla retorica). Quando Alessandro Manzoni, che è uno dei grandi scrittori della nostra unità risorgimentale, parlava di verità e di giustizia, la giustizia nella verità, la verità nella giustizia, diceva qualche cosa che vale e che non basta logorare attraverso il grigio della convenienza: ridare alle parole i loro significati profondi, la loro semplicità, che riporta al modo di intendere la vita e sentire la nostra parte in un compito che si svolge nel tempo, e che vede succedersi anche nei contrasti il dialogo dei padri e dei figli.


La storia e la politica passato e presente dell’Unità d’Italia Interviste con Alberto M. Banti e Marco Boato a cura di Paola Bertoldi

Alberto Mario Banti (Pisa 1957) insegna Storia del Risorgimento all’Università di Pisa. Dopo la laurea in lettere, ha ottenuto una borsa di perfezionamento alla Scuola Normale Superiore di Pisa e nel 1985 una borsa di dottorato all’Istituto Universitario europeo di Firenze. Nel 1992 è diventato Professore associato di Storia del Risorgimento all’Università di Pisa dove, dal 2001, è Professore ordinario di Storia contemporanea. Fra le altre cose, ha insegnato all’Università di Girona (Spagna) e all’École Normale Supérieure di Parigi. Dal 2004 è membro dell’advisory board di European History Quarterly. Si è occupato prevalentemente di storia sociale e politica dell’Ottocento italiano ed europeo. Tra i suoi lavori più recenti Sublime madre nostra: la nazione italiana dal Risorgimento al Fascismo (Bari, Laterza, 2011).

Marco Boato (Venezia 1944) ha fatto parte, durante il periodo universitario, del Movimento studentesco ed è stato uno dei leader del Sessantotto trentino e italiano. Dopo aver partecipato al movimento e collaborato al quotidiano Lotta continua, dal 1973 è stato membro dei Cristiani per il socialismo e nel 1978 ha fondato, insieme ad Alexander Langer, il movimento politico Nuova Sinistra-Neue Linke. Nel 1979 è stato eletto per la prima volta al Parlamento italiano come indipendente nelle liste radicali. Alla fine del 1982, con Alexander Langer, ha promosso in Trentino-Alto Adige la nascita del movimento ecologista dei Verdi, che si è poi diffuso anche a livello nazionale. Nelle sei legislature affrontate, ha fatto parte delle Commissioni Affari costituzionali, Giustizia, Ambiente, Lavoro e Industria.

Alberto M. Banti: “Pur con sfumature diverse fra i vari storici, c’è oggi un’attenzione alla costruzione delle culture politiche, al contesto valoriale, agli elementi simbolici”.

di contatto con il movimento patriottico. Un altro elemento importante ha invece a che fare con l’impostazione interna del Regno dei Savoia, che aveva un esercito organizzato e un’amministrazione ben strutturata. Infine, va tenuta presente la grandezza strategica di una figura come Camillo Benso, conte di Cavour. Quindi, è stato per questo insieme di fattori che l’unificazione è partita dal Regno di Sardegna e non da altre entità presenti sulla penisola. Per fare un paragone, anche il Regno delle due Sicilie aveva una struttura solida e organizzata, ma non aveva una costituzione, né personaggi come il conte Cavour.

A metà Ottocento la penisola italiana era frammentata e divisa in molte unità territoriali e amministrative. In questa complessa situazione, come mai furono proprio i Savoia del Piemonte i fautori dell’unità nazionale? Per inquadrare la questione ci sono diversi aspetti da esaminare. Anzitutto vanno prese in considerazione le scelte dei sovrani: Carlo Alberto ebbe un ruolo essenziale quando decise di avvicinarsi al movimento patriottico per cercare di estendere l’influenza del Regno di Sardegna verso il Lombardo-Veneto, e questo è un primo punto. In secondo luogo va ricordato che il Regno di Sardegna, dopo le rivoluzioni del 1848, era l’unico stato della penisola ad aver adottato una costituzione (lo statuto Albertino) e questa era una condizione indispensabile per trovare un punto

Dal punto di vista della storiografia, com’è cambiata negli ultimi decenni l’analisi del processo di unificazione d’Italia? Quali sono state le diverse interpretazioni e le differenze fra gli storici italiani e quelli stranieri? Più che differenze fra italiani e stranieri, ci sono state stagioni storiografiche diverse che possiamo riassumere in tre periodi principali. Dagli anni cinquanta

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agli anni settanta circa, l’attenzione degli storici del Risorgimento (Rosario Romeo, Franco Della Peruta, Denis Mack Smith, per fare degli esempi) si è concentrata sulle biografie dei grandi personaggi, sui leader politici protagonisti di un’epoca. Successivamente, negli anni settanta e ottanta, abbiamo avuto un periodo di studi molto ricco di analisi sulla storia sociale: classe borghese e classi popolari, carboneria, movimenti democratici e così via. Infine, ci sono gli studi più recenti che caratterizzano gli anni novanta e duemila, che si concentrano sui valori simbolici che hanno animato il Risorgimento, sull’idea di nazione, sulla mentalità e sul contesto culturale. Anche il mio lavoro rientra in questo filone; uno dei miei libri, La nazione del Risorgimento, affronta proprio questi temi e si avvale di una metodologia di studio diversa, che attinge anche alle risorse di analisi dell’antropologia culturale. In questo tipo di nuove interpretazioni rientrano anche aspetti poco studiati, come il rapporto fra la vita pubblica e privata dei personaggi e la questione femminile dell’epoca. Pur con sfumature diverse fra i vari storici, c’è oggi un’attenzione alla costruzione delle culture politiche, al contesto valoriale, agli elementi simbolici: era un vuoto che doveva essere colmato. La storia non si fa con i se, ma secondo lei sarebbe stato possibile immaginare un cammino verso l’Unità diverso, magari più simile a quello avvenuto in altri paesi europei? È difficile fare ipotesi di questo tipo, anche perché gli storici, per la loro impostazione, diffidano da analisi contro fattuali, lavorano solo su quello che è documentato. Però, per cercare di rispondere alla domanda, certamente nel Risorgimento si sono aperte ipotesi diverse con visioni molto differenti da quelle che si sono poi avverate. Per esempio, nel 1843 Gioberti teorizzava la possibilità di costruire la nazione italiana come una confederazione degli stati esistenti: secondo lui era cioè possibile una forma non traumatica di unificazione. E in effetti fra il 1846 (anno di elezione di Pio IX) e i primi mesi del 1848 questo è sembrato possibile; poi però i sovrani hanno seguito strategie politiche diverse e l’ipotesi giobertiana non si è concretizzata. Ci sono naturalmente anche altri scenari possibili che si sono aperti, ma le condizioni interne della penisola, i rapporti fra gli stati, la congiuntura diplomatica interna e altri fattori hanno portato ai fatti che oggi possiamo documentare. Al di là della retorica che spesso accompagna le celebrazioni, quali insegnamenti può dare ai politici di oggi il processo di unificazione? Su questo punto ci possono essere diversi livelli di analisi. Sono naturalmente ammirevoli le doti come la serietà, l’impegno, l’etica degli uomini del Risorgi-

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mento: Mazzini e Garibaldi hanno fatto una vita dura, vissuto esperienze come sanguinosi combattimenti l’uno e l’esilio l’altro. Il tutto senza arricchirsi o senza pensare al proprio tornaconto personale, aspetto questo che dovrebbe sicuramente essere una lezione per i nostri governanti. Ma c’è anche un’altra prospettiva da considerare e cioè che 150 anni sono tanti e che queste persone, che noi oggi studiamo e celebriamo, sono molto diverse da noi. La loro mentalità e sensibilità vengono da una cultura e da un contesto che è difficile paragonare alla nostra epoca, difficile da capire per noi. Danno grande importanza alla guerra, la considerano il metodo migliore per risolvere le questioni politiche, credono che la politica sia solo per gli uomini, vogliono le donne a casa accanto al focolare. Il Risorgimento è un movimento molto nazionalista: si basa su valori come il suolo, il sangue, il martirio. Questa linea di nazionalismo risorgimentale ha una sua continuità con il nazionalismo fascista. Si tratta ovviamente di due momenti storici diversi, il primo si ispirava ai valori della libertà, il secondo era un regime totalitario, ma ciò che li accomunava è l’idea di nazione. Anche il Fascismo basava la propria idea di patria sui valori come il sangue, il suolo, il bellicismo. Quindi, in conclusione, credo sia giusto trarre insegnamenti dal passato, ma anche mettere in guardia verso un’esaltazione acritica dell’eredità del Risorgimento perché, lo ribadisco, i suoi protagonisti appartengono a un’epoca troppo lontana dalla nostra, soprattutto per quanto attiene al sistema valoriale. All’interno della sua analisi storica, come è cambiata la percezione dell’Unità nel tempo? Ci sono cioè stati dei momenti storici in cui il valore dell’Italia unita è stato più forte che in altri? Analizzando questo aspetto, ci troviamo in realtà di fronte a quadri paradossali perché il sentimento di italianità risulta molto forte in momenti politicamente molto diversi. Tocca il culmine fra il 1929 (Patti Lateranensi) e la Guerra di Etiopia, quando, cioè, il consenso al regime di Mussolini è al massimo. Il Fascismo, che ha ereditato dal Risorgimento una certa idea di nazione, ha gli strumenti e la forza per imporre una comune idea di patria. Una politica che, come sappiamo, ha avuto conseguenze molto gravi, ad esempio sulle colonie o sulle minoranze linguistiche e confessionali. Ma un altro momento in cui il sentimento di italianità ha raggiunto l’apice lo troviamo nella Resistenza, un periodo che si oppone nettamente al Fascismo. A questo proposito Claudio Pavone ha spiegato che fra il 1943 e il 1945 ci sono state tre guerre: civile, di classe e patriottica. Infine, vanno menzionati anche degli avvenimenti poco studiati dagli storici, ma fondamentali per cementare il valore dell’essere italiani: gli eventi sportivi. I mondiali di calcio riescono a cata-


lizzare l’attenzione di milioni di persone con sentimenti “patriottici” emotivamente molto forti. Un altro esempio di questo genere è rappresentato dalla televisione: Tullio De Mauro ha fatto notare che la lingua italiana si è affermata definitivamente solo quando si è diffusa la televisione, in grado di imporre l’italiano come unico strumento di comunicazione linguistica. Sono fenomeni che gli storici, sbagliando, considerano meno importanti, ma si tratta di meccanismi sotterranei basilari che meriterebbero più attenzione. Da sempre esiste una grande differenza economica, sociale, culturale fra le diverse regioni d’Italia, e il meridione viene spesso considerato, specie nell’immaginario del nord, una specie di “zavorra”. Tutte queste differenze possono essere analizzate come risorse non ancora sfruttate? La nostra penisola è un paese fatto di molteplici strutture economiche, sociali, culturali e la diversità è senza dubbio una ricchezza. Il concetto di “zavorra” è purtroppo legato al fenomeno della mafia e di

altre organizzazioni criminali, una piaga che segna nel profondo un territorio. In certe aree del mezzogiorno hanno operato organizzazioni criminali fin dal tardo Ottocento, spesso in sinergia con lo Stato

italiano. Basti pensare che anche alcuni sostenitori di Giolitti si facevano aiutare da organizzazioni criminali per raccogliere i voti necessari a essere eletti in Parlamento. Ma, al di là di questo aspetto, le diversità rappresentano una straordinaria ricchezza: permettono vari apporti e sensibilità, sviluppano sinergie positive, come peraltro si può vedere bene se solo si analizzano i 150 anni di storia della penisola e i benefici apportati dall’Unità (crescita economica, alfabetizzazione, scolarizzazione e dal 1946 garanzie costituzionali e democratiche). Il Risorgimento è tendenzialmente analizzato, anche nei programmi scolastici, come una specie di “età eroica”. Quali sono i pro e i contro di questa concezione? Va detto che molti dei manuali scolastici di oggi riportano per fortuna una ricostruzione abbastanza fedele di quel periodo storico, anche se è vero che in qualche caso si tende all’esaltazione dei fatti e dei personaggi del Risorgimento. Specialmente quando si tratta di testi per la formazione dei ragazzi, i giudizi di valore devono essere rigorosamente evitati. Io credo sia sbagliato guardare con attonita ammirazione a un periodo e mitizzarlo, anche perché c’è il rischio di alimentare valori e sentimenti pericolosi, come per esempio il bellicismo maschilista. Come ho ricordato prima, i leader del Risorgimento sono uomini profondamente diversi da noi, persone vissute in un contesto in cui non possiamo calarci. Solo per rendere l’idea, basta citare un’affermazione di Garibaldi il quale era convinto che “la guerra è la vera vita dell’uomo”, un programma ideale che ben pochi, oggi, vorrebbero sottoscrivere. Come giudica l’attuale dibattito sul federalismo? Vorrei premettere che le forme attuali di federalismo teorizzate dalla Lega Nord sono ben diverse, anzi opposte, rispetto alle proposte di personaggi come Gioberti, Ferrari o Cattaneo. Questi ultimi ipotizzavano una struttura federale per unire un insieme di piccoli stati, mentre l’obiettivo della Lega è piuttosto quello

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di dividere. Le mosse del Carroccio sono una strategia furbesca per arrivare a una secessione, come, tra l’altro, si legge nel loro statuto. Di fronte a queste rivendicazioni dobbiamo fare molta attenzione allo scopo ultimo, che, purtroppo, sembra più quello di indebolire la coesione della Repubblica che di rafforzarla. In occasione delle celebrazioni di marzo, c’è stata una polemica fra il Presidente altoatesino Luis Durnwalder e Giorgio Napolitano perché il governatore dell’Alto Adige si è opposto alla partecipazione ai festeggiamenti dicendo che nel 1861 il Trentino-Alto Adige era ancora parte dell’Impero austroungarico. Come commenta questo fatto? Quando ho letto la notizia, ho giudicato la cosa con sdegno. Poi però ho pensato che forse gli altoatesini non erano proprio nel torto. Se celebriamo l’Unità nazionale, non possiamo pretendere che tutti condividano il sentimento di italianità. È chiaro che chi ha vissuto traiettorie storiche diverse e parla una lingua diversa, non può unirsi con sincero fervore al sentimento patriottico. Trovo che l’imperativo di celebrare la memoria storica, tirando magari in ballo Dante o altri personaggi e fatti “mitici” sia discuti-

Cristina di Belgiojoso Trivulzio ritratto del pittore Francesco Hayez

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bile. Forse sarebbe più giusto spostare l’attenzione su un altro momento maggiormente rappresentativo dell’unità del paese, e cioè il 2 giugno del 1946. Io credo che il vero collante istituzionale sia piuttosto la Costituzione, l’alleanza nella quale tutti si possono riconoscere, non il fatto che qualcuno si senta di “sangue italiano” oppure che si ritenga discendente del Sommo Poeta. Nessuno può criticare il patriottismo costituzionale, il patto che lega tutti gli italiani; al contrario, se a prevalere sono le battaglie, gli eroi e le epiche gesta, allora reazioni come quella di Durnwalder diventano più che comprensibili. Marco Boato: “Nelle macerie politico-istituzionali della crisi attuale, l’istituto ‘Presidente della Repubblica’ è l’unico che si sia salvato rispetto al crollo di credibilità che ha colpito le altre istituzioni e lo stesso sistema dei partiti”. Che cosa pensa delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità? Tanta retorica o anche reali insegnamenti per la classe politica e per i cittadini? La retorica in questo tipo di celebrazioni appare sempre, per così dire, ad esse connaturata. Tuttavia bisogna riconoscere che sia il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sia il presidente del Comitato dei garanti Giuliano Amato (succeduto a Carlo Azeglio Ciampi, dopo le sue polemiche dimissioni) hanno saputo imprimere alle molte manifestazioni e iniziative un carattere meno “paludato” e una capacità di rapportare l’evento storico con i drammatici problemi della realtà attuale. Questa impostazione, assai meno retorica del prevedibile, ha permesso, a livello nazionale, ma soprattutto nelle molte città che ne sono state protagoniste, di realizzare un’ampia partecipazione popolare e di promuovere anche eventi non effimeri per le rievocazioni delle tappe salienti del processo unitario. Il principale insegnamento è stato sicuramente quello di ravvivare nella classe politica e soprattutto nelle popolazioni il senso dell’unità nazionale, mettendo sempre in rapporto – nello spirito dell’articolo 5 della Costituzione – l’identità nazionale con il riconoscimento e la valorizzazione delle autonomie locali, temperando l’originaria “piemontesizzazione” centralistica dell’Italia monarchica con l’impianto autonomistico della Repubblica. Lei ha alle spalle 23 anni in Parlamento, ma è stato molto presente anche sulla scena trentina. In relazione a questa sua, diciamo, doppia appartenenza, come ha vissuto le polemiche sui festeggiamenti avanzate in provincia di Bolzano, ma anche da alcune fette della popolazione trentina? Nella nostra regione Trentino-Alto Adige/Südtirol la ricorrenza assumeva indubbiamente un carattere più difficile e complesso. Questa regione è entrata a far


parte dell’Italia unita soltanto dopo la prima guerra mondiale, nel 1919. E mentre per il Trentino si trattava della conclusione di un’antica aspirazione che ha avuto il principale punto di riferimento nella figura storica di Cesare Battisti (ma non solo, perché si può risalire molto più indietro nel tempo e a molte altre personalità), per il Sudtirolo si è trattato di una vera e propria “annessione” da parte della potenza vincitrice, nella dissoluzione dell’impero austroungarico. A mio parere, tuttavia, Luis Durnwalder avrebbe potuto sia ricordare questo “vizio d’origine”, con la successiva forzata “italianizzazione” perseguita dal regime fascista, sia rivendicare positivamente tutto ciò che è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale. L’avvento della Repubblica, l’Accordo Degasperi-Gruber, la Costituzione italiana con l’articolo 6 (secondo cui “la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche” inserito tra i principi fondamentali), il primo Statuto di autonomia del 1948, la “Commissione dei 19” voluta da Aldo Moro negli “anni delle bombe”, il “Pacchetto” del 1969, il secondo Statuto di autonomia del 1972, le innumerevoli Norme di attuazione, la “quietanza liberatoria” concessa dall’Austria nel 1992 e altre Norme di attuazione successive, l’ulteriore potenziamento dello Statuto nel 2001 (di cui io stesso sono stato uno degli artefici): tutto questo avrebbe dovuto consentire a Durnwalder di partecipare alle celebrazioni rivendicando la peculiarità dell’Alto Adige/Südtirol nell’ambito della Repubblica italiana, senza nulla rinnegare delle critiche al passato fascista e nazionalista. Non averlo fatto è stata un’occasione persa di ergersi a rappresentante di tutta la comunità sudtirolese, cittadini di madrelingua italiana compresi, in un confronto critico, ma propositivo con l’intera comunità nazionale. Per quanto riguarda il Trentino, mi è sembrato un po’ patetico da parte di alcuni settori voler rincorrere i sudtirolesi con reminiscenze “austriacanti”, sulla scia delle enfatizzate celebrazioni di Andreas Hofer e del moltiplicarsi artificioso di neonate compagnie di Schützen. Il Trentino non ha mai goduto, neppure in minima parte, nell’ambito dell’impero austroungarico e del Tirolo storico, del livello di autonomia politico-istituzionale e finanziaria di cui ha goduto e gode nella Repubblica italiana. Uno storico sudtirolese come Claus Gatterer è stato, a suo tempo, molto più equilibrato nelle sue ricostruzioni, anche rispetto alla figura di Cesare Battisti. Può ricordare alcuni dei momenti più importanti e cruciali, nel bene e nel male, di cui è stato testimone in Parlamento? È difficile farlo in poche parole, essendo entrato in Parlamento nel 1979 ed essendone uscito – dopo varie interruzioni – per l’ultima volta nel 2008: quasi trent’anni di storia! Nella mia prima legislatura, 19791983, i momenti salienti hanno riguardato soprat-

tutto tutte le vicende legate al terrorismo politico, negli “anni di piombo” italiani. Bisognava combattere il terrorismo senza permettere la degenerazione “emergenziale” dello Stato di diritto. Ma ricordo anche lo choc dell’emergere dello scandalo P2. Nella mia seconda legislatura, al Senato nel 19871992, ricordo (erano entrati per la prima volta i Verdi) la sequenza di innovazioni legislative in materia ambientale: le leggi-quadro sui Parchi e sulla caccia, la legge sulla difesa del suolo, le prime leggi sulle energie alternative. Ma anche la prima legge antitrust, che segnò una svolta in materia di tutela della concorrenza. Straordinaria la partecipazione alla “Commissione Stragi” con le vicende di Ustica, il “caso Moro”, Gladio, e il terrorismo in Alto Adige, di cui fui relatore incontrando molte resistenze nei settori più nazionalisti. Nella mia terza legislatura, 1992-1994 alla Camera, ricordo l’esplosione di “Tangentopoli” e la drammaticità del “caso Craxi”, ma anche la nuova legge sull’elezione diretta dei Sindaci e la nuova legge elettorale maggioritaria per l’elezione del Parlamento, dopo lo straordinario referendum del 18 aprile 1993. Vi fu anche la mia partecipazione alla prima Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, la De Mita-Iotti, i cui lavori però “abortirono” a causa dello scioglimento anticipato delle Camere dopo soli due anni. Nella mia quarta legislatura, 1996-2001, emerge la straordinaria esperienza del primo Governo Prodi (fatto cadere nel 1998 da Rifondazione comunista di Bertinotti) e l’altrettanto straordinaria esperienza della seconda Bicamerale, presieduta da Massimo D’Alema, nella quale io fui relatore sui temi della giustizia e del sistema delle garanzie. Quel lavoro si interruppe, ma subito dopo approvammo la riforma costituzionale dell’articolo 111 della Costituzione, con l’introduzione dei principi del “giusto processo”, la riforma costituzionale del Titolo V in materia di “forma di Stato” e la legge costituzionale per la riforma dei cinque Statuti delle autonomie speciali. Nella legislatura successiva, 2001-2006, dominata interamente da Berlusconi, ricordo il duro lavoro di opposizione sui temi politici e istituzionali (col successivo referendum che bocciò le modifiche costituzionali imposte dal centrodestra) e l’inutile tentativo di impedire la “controriforma elettorale”, che ha totalmente snaturato il nostro sistema politico (e su cui ci sarà forse, nel 2012, un nuovo referendum, per abrogarla). La mia ultima legislatura, assai breve, dal 2006 al 2008, è stata segnata dalle difficoltà del secondo Governo Prodi, con una risicatissima maggioranza sottoposta a tutti i ricatti, mentre nella Commissione Affari costituzionali stavamo tentando di portare in porto le leggi sulla libertà religiosa, sull’emigrazione, sui diritti di cittadinanza, sulla riforma del Parlamento stesso. Ma tutto si è concluso anticipatamente, senza esito, salvo la riforma dei servizi segreti.

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Come sono cambiate le forme del dialogo nelle aule parlamentari? La dialettica, lo scambio, l’atteggiamento nei confronti degli elettori? Avendo fatto parte del Parlamento sia nella cosiddetta “Prima” che nella “Seconda” Repubblica, ho rilevato un degrado del confronto parlamentare, nella crisi del sistema politico e istituzionale che ha segnato la transizione dei primi anni novanta. Luci e ombre c’erano sia prima che dopo, ma dopo c’è stato un progressivo deterioramento dello stesso linguaggio parlamentare, un confronto-scontro privo di legittimazione reciproca, la quale dovrebbe essere la precondizione per qualunque dialettica parlamentare non degenerata. Ed essendo venuti meno sia il metodo delle preferenze (pur con i rischi del clientelismo) della Prima Repubblica, sia il metodo dei collegi uninominali (pur con i rischi dell’imposizione dall’alto di certi candidati) della Seconda Repubblica, il rapporto con gli elettori dei parlamentari “nominati” e non eletti è venuto progressivamente meno: non si viene più eletti per il proprio rapporto col territorio, ma per il rapporto di sudditanza rispetto al segretario di partito. Non ci si può lamentare allora del distacco dei cittadini dalla politica. Come considera il ruolo del Presidente della Repubblica, anche in relazione agli attuali dibattiti sul federalismo? Nelle macerie politico-istituzionali della crisi attuale, l’istituto “Presidente della Repubblica” è l’unico che si sia salvato rispetto al crollo di credibilità che ha colpito le altre istituzioni e lo stesso sistema dei partiti. E l’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – come in parte già i predecessori, ma oggi più di ieri – ha dovuto sempre di più esercitare

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non solo il ruolo di garante dell’unità nazionale e della Costituzione, ma anche una funzione di “supplenza” rispetto agli squilibri e alle omissioni delle altre istituzioni politiche, rappresentative e di governo, oltre che rispetto al funzionamento della giustizia e alla drammatica situazione delle carceri. Consapevole delle difficoltà di un sistema eccessivamente centralistico nonostante la rilevanza costituzionale del sistema delle autonomie, il Presidente Napolitano ha cercato di agevolare le riforme in direzione del federalismo, ma ha anche alzato un muro invalicabile rispetto alle ricorrenti tendenze “secessionistiche”, rilanciate dalla Lega Nord anche a causa della propria crisi di consensi e delle proprie dilacerazioni interne. Può ricordare le reazioni e gli effetti suscitati in Parlamento dalle richieste di secessione della Lega Nord? I ricorrenti tentativi della Lega Nord di rivendicare la secessione della “Padania” dal resto dell’Italia hanno sempre trovato una reazione molto dura in Parlamento, anche da parte dei propri alleati. Del resto, ricordo la lunga tensione – all’inizio della legislatura 1996-2001 – con l’allora Presidente della Camera dei deputati, Luciano Violante, perché questi voleva impedire che la linea secessionista venisse inserita addirittura nel nome del Gruppo parlamentare; e in effetti venne imposta una diversa denominazione del Gruppo stesso. La propaganda “secessionistica” della Lega Nord è stata ripresa a fasi intermittenti, per lo più legate a situazioni di difficoltà interne al partito, ma si è sempre svolta più all’esterno che all’interno del Parlamento. Non ricordo iniziative legislative al riguardo, mentre si moltiplicavano le iniziative esterne, tipo lo pseudo Parlamento della Padania, poi finito nel nulla. In epoca più recente l’ipotesi


secessionista è stata rilanciata per tacitare le tensioni interne dovute alle corresponsabilità nel Governo Berlusconi. Ma finora si è sempre trattato più di propaganda populistica nei comizi e nelle manifestazioni che di azione politica conseguente, la quale del resto – qualora venisse messa in atto – porterebbe anche a precise ipotesi di reato, come ha ricordato il Presidente Napolitano rievocando le vicende giudiziarie del movimento separatista siciliano subito dopo la seconda guerra mondiale. Che ricordi ha della sua esperienza nella Commissione Affari costituzionali? Si è discusso anche di formule alternative di governo e di amministrazione del territorio, ci sono state proposte che mettevano in discussione l’unità del paese? La Commissione Affari costituzionali è quella a cui io ho partecipato più a lungo e continuativamente, nella mia lunga esperienza parlamentare. È in quella Commissione che si sono sempre esaminate tutte le proposte di riforma della Costituzione anche in materia di “forma di Governo” e “forma di Stato”. Ma va anche ricordato che per due bienni – nel 1993-1994 e nel 1997-1998 – tutti questi problemi sono stati demandati all’esclusiva competenza delle due Commissioni bicamerali per le riforme istituzionali (De Mita-Iotti e D’Alema), delle quali ho fatto parte, nella seconda anche con la funzione di relatore. Non sono mai state avanzate esplicitamente proposte che mettessero in

discussione l’unità del paese, anche perché la Lega Nord non ha mai avuto un peso rilevante in queste commissioni. C’è stato invece un tentativo da parte sua di far approvare, nella legislatura 2001-2006, una proposta di riforma costituzionale, per introdurre un nuovo tipo di referendum che avrebbe potuto bloccare il processo di integrazione europea. All’epoca feci invitare in audizione in Commissione anche due illustri costituzionalisti della nostra regione: il prof. Roberto Toniatti e il prof. Francesco Palermo. Anche grazie al loro apporto dottrinale, riuscimmo a bloccare questo tentativo pericolosissimo, nonostante in quella legislatura fossimo all’opposizione. La Lega Nord aveva capito che – con l’ingresso dell’Italia nell’area dell’euro – era fallito il primo tentativo secessionista della seconda metà degli anni novanta e aveva anche capito che la piena permanenza dell’Italia in Europa avrebbe bloccato in futuro ulteriori tentativi in questa direzione. Per questo era tornata alla carica cercando di minare le basi dell’appartenenza piena dell’Italia all’Europa di fronte alla nuova fase costituente (era in discussione il nuovo Trattato costituzionale, non a caso poi bloccato con referendum in Francia e in Olanda). Ma anche quel tentativo fallì di fronte alla nostra opposizione. E la riesumazione recente di ipotesi secessionistiche ha trovato una durissima stroncatura prima di tutto da parte del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non a caso garante dell’unità nazionale e della Costituzione.

Proclamazione della Repubblica a Venezia (1848)

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Tradizione, identità e nazione

in cui spesso ci rispecchiamo, Subito dopo il 1861 l’unità non sono diversi da quelli che d’Italia era rappresentabile e noi vediamo come africani: pipercepibile solo sulla carta geografica: né lingua, né tradiziodal Risorgimento al Fascismo grizia, familismo, venalità, corruzione, propensione al tradini, né, tanto meno, una storia una lettura antropologica mento, inefficienza, ma anche condivisa costituivano elemensolarità, erotismo, giovialità, ti che tutti i sudditi del neonato creatività, senso artistico, amoRegno d’Italia potevano rivendi Marta Villa re per la vita. Non si tratta tanto dicare come propri. “E voi vi di chiedersi se queste rapprestate divisi – scriveva Giuseppe sentazioni siano vere o false, Mazzini agli operai italiani –, sese rispecchino un soggiacente parati da leggi, da dogane, da carattere nazionale o modello barriere, da soldatesche, mal noti gli uni agli altri, anzi spesso ostili tra voi, ubbi- culturale, una configurazione tendenzialmente stabidienti a vecchie e solfe rivalità fomentate, perché le di tratti psicologici, mediamente condivisi da una siate sempre deboli, da vostri padroni, e vi dite ro- certa comunità. L’idea che esista qualcosa come un magnoli, genovesi, piemontesi, napoletani, quando carattere nazionale è stato uno degli strumenti con non dovreste dirvi ed esser che italiani” (Giuseppe cui si sono costruiti gli stati nazionali e si è realizMazzini, Agli italiani e specialmente agli operai italia- zata la nazionalizzazione delle masse. Nel pensare le ni. In: Scritti editi e inediti. Imola: Galeati, 1935: XXV, società come tipi irriducibili e matrici di personalità 10-11). La costruzione di un’identità nazionale italiana specifiche, se ne è ridotta, in modo politicamente sembrava pertanto scontrarsi contro mille difficoltà: interessato, la complessità, eterogeneità e mutabilima cosa si deve intendere per identità e costruzione tà. È tuttavia proprio a questo titolo che i caratteri nazionali o etnici esistono: non come un genius podella stessa da un punto di vista antropologico? L’antropologo italiano Ugo Fabietti aiuta a spiegarlo puli tendenzialmente atemporale, ma come produnel seguente modo: “L’antropologia ha messo ormai zioni discorsive storicamente situate, come risultato da molto tempo in luce il fatto che gruppi umani han- dei discorsi reificanti che gli uni fanno sugli altri e no la tendenza a elaborare definizioni positive di sé, ciascuno su sé stesso: discorsi che diventano veri mentre producono invece definizioni negative dell’al- nella misura in cui sono creduti, presi per veri” (Ivan tro. […] L’identità etnica è una definizione del sé e/o Bargna, “A futura memoria d’Italia”. In: Il Bel Paese dell’altro collettivo che ha le proprie radici in deter- dell’Arte: catalogo della mostra”. Bergamo: s.e., minati rapporti di forza. […] Più che essere il rispec- 2011: 172-173). Le considerazioni di Fabietti e Bargna trovano fondamento in chiamento, nella linprecedenti studi come gua, di realtà naturali, Giovanni Fattori, Garibaldi a Palermo quelli di Benedict Anl’etnia e l’etnicità sono derson (Comunità imdelle vere e proprie comaginate: origine e struzioni simboliche, il diffusione dei nazionaprodotto di circostanlismi. Roma, Manifesto ze storiche, sociali e Libri, 1996), Michael politiche determinate” Herzfeld (Intimità cul(Ugo Fabietti, L’identità turale: antropologia e etnica: storia e critica nazionalismo. Genova, di un concetto equiL’ancora, 2003), Eric J. voco. Roma: La nuova Hobsbawm e Terence Italia scientifica, 1995: Ranger (L’invenzione 13-18). della tradizione. ToriA sua volta l’antropolono, Einaudi, 1987) o go africanista Ivan BarFederico Chabod (L’igna illustra con precidea di nazione. Bari, sione quanto l’identità Laterza, 1961) – per sia il risultato di discorcitare solo i più famosi sività e di attribuzione –, che hanno analizzadi senso dei caratteri to il complesso di sennazionali fatta da noi timenti legati al senso stessi o da altri: “Molti di nazione e all’idea di dei tratti caratteriali che comunità. gli altri attribuiscono e

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Questi autori hanno rilevato quegli elementi chiave utili a ricostruire i processi storici e culturali che hanno operato le diverse nazioni ai fini della creazione della propria epica identitaria. Importanti contributi che hanno avuto, tuttavia, scarsa eco nell’esperienza di studio italiana. Non si può dire, infatti, che il concetto d’identità nazionale sia stato oggetto, in Italia, di particolare interesse né da un punto di vista storico né da quello antropologico. Alberto M. Banti nel suo La nazione del Risorgimento: parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita (Torino, Einaudi, 2000) ha affermato: “Per molto tempo l’identità nazionale italiana è stata una sorta di oggetto perduto della storiografia” (p. IX). Ricorda, inoltre, che forse la nascita e lo sviluppo di questa identità non sono mai stati annoverati come oggetto di studio nemmeno da quella storiografia risorgimentale che avrebbe almeno dovuto contribuire a infiammare il dibattito o alimentare la ricerca. Neppure l’antropologia italiana ha ritenuto d’indagare questo terreno, restando per così dire intrappolata in una gabbia di pregiudizi che l’ha relegata alla pura indagine folklorica ed etnografica e che trae alimento forse dal sostegno offerto alla politica razziale del Regime fascista tesa a definire peculiarità e specificità della razza italiana.

Ma cos’è l’identità italiana? Hobsbawm e Ranger accennano allo sviluppo del processo di costruzione identitaria in Italia nel seguente modo: “Diversi nuovi stati e regimi potevano attingere, come la Terza repubblica francese, al bagaglio del precedente simbolismo repubblicano, oppure, come l’impero tedesco di Bismarck, potevano fondere un richiamo all’antico impero germanico con i miti e i simboli del nazionalismo liberale popolare tra i borghesi, e con la continuità dinastica della monarchia prussiana, alla quale nel 1860 si vedeva assoggettata la metà degli abitanti della Germania bismarckiana. Tra i grandi stati solo l’Italia partiva da zero […]. La tradizione politica del regno di Savoia non diceva nulla, al di fuori dell’angolo nordoccidentale del paese, e la chiesa si opponeva al nuovo stato italiano. Non sorprende, dunque, che il nuovo regno d’Italia, per quanto entusiasta all’idea di fare gli italiani, si dimostrasse assai più tiepido quando si trattò di concedere il voto a più dell’uno o due per cento di loro, rinviando la decisione fino a quando non parve assolutamente inevitabile” (Eric J. Hobsbawm – Terence Ranger, L’invenzione della tradizione. Torino: Einaudi, 1987: 257). Quando fu necessario costruire un’idea di nazione forte e un senso di appartenenza radicato fu utilizzato anche in Italia un procedimento simile a quello spie-

Gioacchino Toma, Piccoli patrioti

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gato da Giulio Bollati: “In questo ambito l’essenza, la natura, il carattere, è la forma con cui un gruppo etnico tende a rappresentarsi a se stesso rispondendo al bisogno di costruire e difendere la propria identità. Questo bisogno sorge in presenza di un altro gruppo, la cui diversità costituisce un pericolo esistenziale: l’identità propria si definisce per differenza e si sostiene sulla svalutazione o la negazione dell’identità dell’altro” (Giulio Bollati, L’italiano: il carattere nazionale come storia e come invenzione. Torino: Einaudi, 1983: 40). L’italiano era diverso dagli altri e solo in tale diversità poteva trovare la sede della propria identità, un’invenzione, dunque, di tradizioni culturali, di sentimenti, di valori. Furono riesumati così quei concetti sacri al lessico patriottico, anche prerisorgimentale quali terra, sangue, patria. Furono rafforzati tutti quegli elementi che fondavano il senso di sentirsi italiano che lo stesso Manzoni in Marzo 1821 aveva elencato con precisione e lucidità. Lo scrittore, che più di tutti era stato cofondatore del senso di nazione, così enunciava in una famosissima sequenza ternaria: “una d’arme, di lingua, d’altare,/ di memorie, di sangue e di cor: unità di armi, necessaria per la rinascita; ma poi unità di lingua, di confessione religiosa, di ricordi storici, di sangue comune, di comune densità emotiva; e non basta: poco più avanti, nello stesso testo, tutti questi elementi sono collocati in una unità spaziale ben precisa, il suolo, la terra, un dominio ereditario che l’Italia – forte della sua millenaria identità – torna a riprendersi” (Alberto M. Banti, Sublime madre nostra: la nazione italiana dal Risorgimento al fascismo. Bari: Laterza, 2011: 18). Possiamo pertanto affermare con certezza che l’idea d’identità e di patria italiana non può essere precedente al Risorgimento: il termine di patria, nel Settecento, poteva indicare tutt’al più il luogo di nascita, un’entità, dunque, territorialmente assai ristretta che al massimo espandeva i propri confini a un ambito geografico regionale oppure culturale. Il primo sentore di sentimenti “patriottici” e quindi di una certa consapevolezza che l’Italia fosse un’unica nazione, si deve a personaggi, altrimenti classificabili come intellettuali, che erano stati infiammati dagli ideali della Rivoluzione Francese, ma che non erano ancora collegati col resto del popolo. Dal patriottismo a un’idea di identità comune dovevano passare, tuttavia, ancora diversi decenni. Solo dopo il 1861 si assistette alla nascita di un nuovo lessico diffuso anche tra le masse popolari: la nazione viene descritta come una grande famiglia accomunata quindi dalla parentela e dalla medesima discendenza. Viene ingigantito il sentimento di appartenenza a un’unica genealogia che ha inoltre una storia comune e specifica. L’Italia viene rappresentata come una madre alla quale tutti i sudditi devono essere figli devoti. Ecco perché i mezzi di propaganda utilizzano sempre più frequentemente concetti quali sangue o lignaggio per unire

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ciascun individuo a una comunità più vasta e affratellata. “T’amo patria sacra! – scrive Edmondo De Amicis in Cuore – E ti giuro che amerò tutti i tuoi figli come fratelli; che onorerò sempre in cuor mio i tuoi grandi vivi e i tuoi grandi morti; e che se verrà giorno in cui dovrò dare per te il mio sangue e la mia vita, darò il mio sangue e morrò, gridando al cielo il tuo santo nome e mandando l’ultimo bacio alla tua bandiera benedetta”. Sicuramente uno degli elementi che poteva aver suscitato la celebre frase “Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani”, attribuita dai più a Massimo D’Azeglio, fu la constatazione che gli italiani tra di loro non si comprendevano affatto: utilizzavano, infatti, tante lingue locali che poco assomigliavano all’italiano. Il problema linguistico fu sicuramente uno dei più urgenti che l’Italia postunitaria dovette affrontare. L’italiano, ricostruisce Alberto M. Banti, era una lingua usata solo da una percentuale ridottissima della popolazione della penisola. I linguisti che hanno studiato i dati relativi al periodo immediatamente postunitario hanno concluso che gli italofoni – cioè coloro che ricorrevano abitualmente all’italiano per le esigenze della comunicazione quotidiana – variavano tra il 2,5% e il 9,5% del totale della popolazione della penisola. Tutti gli altri facevano uso di dialetti lessicalmente e sintatticamente molto diversi l’uno dall’altro, o perfino di una lingua straniera, come per esempio il francese in aree geografiche e sociali del Piemonte (Alberto M. Banti, Sublime madre nostra: la nazione italiana dal Risorgimento al fascismo. Bari: Laterza, 2011: 7). Molti allora furono gli strumenti utilizzati per creare l’italianità cui concorse sicuramente l’obbligatorietà scolastica e quindi la diffusione sempre maggiore di una lingua comune attraverso libri, fumetti, pubblicità… Banti nell’epilogo del suo Sublime madre nostra ricorda un processo attuale molto interessante: “La nazione è stata presentata da Ciampi e dai suoi collaboratori di nuovo come una comunità di parentela, all’interno della quale i valori nazional-patriottici classici hanno rilanciato un complesso discorsivo che sembra porsi in linea di continuità con l’universo simbolico del nazionalismo italiano. Paolo Peluffo ha ricordato che gli elementi fondamentali che hanno orientato l’iniziativa neo-patriottica, consentendo di identificare la nazione italiana, sono stati l’epos (la memoria collettiva), il logos (la lingua), l’ethos (l’insieme di valori), il ghenos (i legami di sangue e parentela), e il topos (un territorio iconizzato in una immagine simbolica della patria)” (Alberto M. Banti, Sublime madre nostra: la nazione italiana dal Risorgimento al fascismo. Bari: Laterza, 2011: 206). E proprio a proposito della comunanza linguistica, che è stata una delle dimensioni attorno alle quali è stata costruita la nostra identità, riporto un passo


Gaetano Belvederi, Ballo intorno all’albero della libertà

illuminante di Anderson: “Esiste un particolare genere di comunità contemporanea che può essere suggerita solo dalla lingua, soprattutto nella forma di poesie e canzoni. Prendete, ad esempio, gli inni nazionali cantati nelle festività nazionali. Non importa quanto banali siano le parole e mediocre la musica, in queste canzoni si prova sempre una sensazione di simultaneità. Nello stesso identico momento, individui completamente estranei tra loro uniscono le stesse parole alla stessa melodia. L’immagine: totale consonanza. Cantare la Marsigliese, Waltzing Matilda o Indinesia Raya offre un’occasione di consonanza, di una realizzazione fisica echeggiata della comunità immaginata (così come avviene nell’ascoltare, e magari ripetere a bassa voce, la lettura di una poesia cerimoniale, come ad esempio brani del libro della preghiera comune). Come sembra altruistica questa consonanza! Se pure siamo consapevoli che altri stanno cantando queste canzoni esattamente quando e come le cantiamo noi, non abbiamo però idea di chi essi siano, né dove, fuori portata d’orecchio, essi si trovino. Niente ci connette più tranne il suolo immaginato” (Benedict Anderson, Comunità immaginate:

origine e diffusione dei nazionalismi. Roma: Manifesto Libri, 1996: 148). Si può concludere allora affermando che uno studio sistematico sulla nascita e lo sviluppo dell’idea identitaria in Italia sia stato per il momento felicemente avviato da alcuni intellettuali come Giulio Bollati o storici come Alberto M. Banti e Mario Isnenghi (Mario Isnenghi, Storia d’Italia: i fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo. Bari, Laterza, 2011), che hanno cercato di penetrare questo muro di reticenze che la storiografia ufficiale ha tentato di affrontare forse troppo timidamente. Resta, però, ancora molto da fare. Sicuramente, citando ancora Bollati, si può affermare che la questione identitaria in Italia sia ancora problematica perché non è stata ancora raggiunta una sicurezza di sé della nazione e, aggiungerei, anche una maturità del processo. Le scienze antropologiche preposte a questi studi sono tutt’ora sofferenti perché non hanno potuto, nella nostra nazione, tenere il passo di altre scuole europee. Sono state inoltre, quasi per un tabù non esplicitato, impedite dall’affrontare questioni interne come quelle della nascita del sentimento nazionale.

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nistrativo del nuovo Stato. ProEsiste un legame molto stretto blema già affrontato, e risolto tra il profilo costituzionale del nel medesimo modo, nel caso nuovo Stato italiano che sorge i lineamenti amministrativi dell’annessione della Lombaral termine del faticoso processo dello Stato unitario italiano dia, che tanti strascichi polemici di unificazione nazionale e il proe tanti malumori e risentimenti filo amministrativo dello stesso. di Luigi Blanco aveva lasciato sul tappeto. L’anCome sul primo versante il nessione della Lombardia e processo si compie ereditando l’estensione a essa dell’ordinadalla compagine statuale più mento amministrativo sabaudo avanzata, il Regno di Sardegna assume anzi, in tutta la vicenda dei Savoia-Carignano, lo Stadell’unificazione amministrativa tuto che Carlo Alberto aveva italiana, un valore esemplare e concesso, sull’onda del moviparadigmatico. mento quarantottesco, nella primavera di quell’anno, così sul piano amministra- Come noto, nel caso della Lombardia fu istituita al tivo la soluzione si trova, quasi naturalmente, nell’e- termine della seconda guerra d’indipendenza una stensione dell’ordinamento amministrativo sabaudo commissione incaricata di predisporre le misure più convenienti al fine di conciliare la peculiare traal resto dei territori della penisola. Se sul piano costituzionale non si ritenne opportuno, dizione amministrativa lombarda con il sistema nel 1861, avviare alcun processo costituente, nono- amministrativo piemontese. La cosiddetta commisstante che la richiesta di un’assemblea costituente sione Giulini, dal nome del suo presidente, il conte fosse stata avanzata sin dal 1848 dalle province lom- Cesare Giulini della Porta, all’interno della quale si barde e venete e tradotta in legge dai due rami del fronteggiarono aspramente due schieramenti, quello Parlamento subalpino, risolvendo il problema della filo-piemontese e quello filo-lombardo, elaborò uno legittimazione della nuova compagine statale con schema di ordinamento provvisorio per la Lombardia il ricorso allo strumento dei plebisciti, così pure sul che appariva una onesta soluzione di compromesso terreno amministrativo le scelte vennero modellate tra i due sistemi amministrativi. Lo schieramento sull’esempio di quella monarchia costituzionale che filo-lombardo, che riteneva di poter vantare un’amsi era posta alla guida del processo di unificazione ministrazione locale particolarmente efficiente e rappresentativa degli interessi delle comunità, risennazionale. Un solido e lineare collegamento con l’esperienza tiva però di un pesante handicap: come sostenere, costituzionale e amministrativa sabauda si riscontra infatti, le ragioni dell’amministrazione locale asburpertanto nella formazione dello Stato unitario. Prose- gica quando contro la potenza degli Asburgo si era cuzione che ha poi ugualmente caratterizzato tutte le combattuta e si sarebbe continuato verosimilmente successive fasi della nostra storia unitaria, arrestan- a combattere la guerra per l’indipendenza e l’unità dosi, ma solo parzialmente, di fronte all’esperienza nazionale? della dittatura fascista e neppure totalmente con Anche quell’ordinamento provvisorio, al vertice la rinascita democratica all’indomani del secondo del quale era posto un governatore, che avrebbe conflitto mondiale. In quest’ultimo caso, alla pro- potuto partecipare al Consiglio dei ministri quando fonda discontinuità costituzionale fa riscontro una si sarebbero affrontate questioni di interesse della continui­ tà amministrativa evidente, nonostante la Lombardia, non durò più di pochi mesi. Il 23 ottobre rinascita delle libertà comunali, con lo Stato liberale. 1859, il ministro dell’Interno Urbano Rattazzi si fece Un altro elemento, oltre a quello già individuato promotore di una nuova legge comunale e provindella continuità, domina la storia amministrativa (ma ciale. Utilizzando i “pieni poteri” concessi al governo, anche costituzionale), soprattutto se si intende l’am- come già del resto nel 1848 quando venne emanata ministrazione, sulla scia di Lorenz von Stein, come la legge comunale e provinciale sarda, Rattazzi ema“costituzione vivente” dell’Italia unita. Mi riferisco al nava un pacchetto di riforme politiche e amminidato dell’emergenza – politica, militare, sociale –, che strative (i nuovi codici penale, di procedura penale caratterizza le diverse fasi storiche dello Stato unitario e civile, una nuova legge elettorale, la riforma del e che opera in una duplice, ma confluente, direzione: Consiglio di Stato giudice d’appello del contenzioso dilazionare le scelte strategiche ritenute necessarie amministrativo, l’istituzione della Corte dei conti), in un futuro più o meno lontano; risolvere i problemi che comprendeva il nuovo ordinamento amministraconcreti con gli strumenti immediatamente a dispo- tivo che si sarebbe applicato anche alla Lombardia, così come agli antichi stati (tranne il Granducato di sizione e di sperimentato utilizzo. È ciò che si verifica allorché, dopo le annessioni Toscana) che sarebbero stati annessi nel corso del dell’Emilia e della Toscana, emerge in tutta la sua 1860. La legge Rattazzi non si discostava molto, nello importanza e urgenza il problema dell’assetto ammi- spirito e nella lettera, dalla legge comunale e pro-

Governare l’Unità

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vinciale sarda del 1848; mutavano le denominazioni degli ambiti territoriali (le divisioni diventavano province e le province circondari), ma immutato restava l’assetto complessivo d’impronta franco-napoleonica (agli “ordini amministrativi” del Regno italico si richiamava del resto esplicitamente Rattazzi stesso nella “Relazione” presentata al Re il 23 ottobre 1859, allorché affermava che pure dai lombardi essi erano considerati come “il migliore dei reggimenti”). L’obiettivo di fondo posto dalla nuova legge era quello, come si legge sempre nella Relazione, di “accentrare nell’ordine politico” e di “emancipare nell’ordine amministrativo”; obiettivo che avrebbe però dovuto superare le non poche contraddizioni insite nella stessa legge. L’architrave su cui poggiava l’impianto complessivo della legge, tanto da far dire a Gianfranco Miglio, in occasione delle celebrazioni per il centenario della legge di unificazione amministrativa, che in essa erano racchiusi “il segreto e insieme il destino dell’ordinamento politico-amministrativo dell’Italia unita”, era costituita da una combinazione molto stretta tra rappresentanza elettiva e rappresentanza ex officio, che avrebbe rappresentato anche una contraddizione di fondo per tutto il corso dell’età liberale. Al vertice dei due enti di carattere elettivo, in cui trovava espressione il potere locale, il comune

e la provincia, si registrava, infatti, una pericolosa e grave confusione di ruoli e di funzioni. Il sindaco, di nomina regia ma al contempo espressione del Consiglio comunale, nel cui seno veniva individuato, continuava a svolgere contemporaneamente, coadiuvato da una Giunta municipale, le funzioni di “capo dell’amministrazione comunale” e di “Uffiziale del Governo”; al vertice della provincia era invece un governatore (non ancora prefetto), di nomina statale e di designazione politica, il quale presiedeva anche la Deputazione provinciale, l’organo esecutivo dell’ente provinciale. In entrambi i casi si registrava un’insanabile contraddizione e una pericolosa confusione di ruoli: il sindaco era appunto al vertice dell’amministrazione locale ma al contempo anche ufficiale dello Stato; il governatore era parimenti il rappresentante periferico dell’amministrazione centrale e contemporaneamente il presidente della Giunta esecutiva dell’ente autonomo provinciale. Anche per superare questa confusione e le contraddizioni che da essa scaturivano, Cavour istituì nel giugno del 1860 una Commissione temporanea di legislazione presso il Consiglio di Stato con il compito di rivedere l’assetto complessivo dei poteri locali. I lavori della Commissione fecero registrare i momenti più alti e significativi del dibattito sul decentramento e sull’organizzazione del potere locale

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nell’Italia liberale, anche per via dei due progetti regionalistici presentati da Luigi Carlo Farini prima e da Marco Minghetti poi. La portata innovativa dei due progetti registrò, in entrambi i casi, un notevole ridimensionamento nel corso dell’iter parlamentare, nonostante il tiepido e moderato atteggiamento di Minghetti; molto ampio fu l’orientamento politico nettamente contrario all’introduzione dell’ordinamento regionale, per quanto le regioni fossero state previste da Minghetti stesso, nel suo progetto, solo come “consorzio permanente di province”, private quindi di qualsiasi carattere elettivo. Al punto che sarà Bettino Ricasoli, arrivato alla guida del governo dopo la precoce scomparsa di Cavour, a ritirare definitivamente il progetto di riordinamento del potere locale. I progetti regionalistici, e più in generale il riordinamento amministrativo, erano naufragati però sull’onda della paura per il risorgere degli antichi stati (che per molti sembravano celarsi dietro le regioni) e soprattutto a causa dell’annessione dei territori meridionali. Furono soprattutto i timori per i possibili contraccolpi derivanti dalla rapidissima annessione del Mezzogiorno a determinare prima il ritiro dei progetti di riordinamento amministrativo e poi la conferma dell’opzione centralistica con l’estensione della legge Rattazzi alla Sicilia e al Regno di Napoli e il rafforzamento del ruolo politico dei rappresentanti periferici dell’amministrazione statale (decreti Ricasoli dell’ottobre 1861, con i quali viene reintrodotta la denominazione franco-napoleonica di prefetti). Ma anche negli anni successivi all’unificazione nazionale, caratterizzati anch’essi da un dibattito molto interessante, ancorché sterile, sulle questioni amministrative del nuovo Stato unitario (si pensi al disegno di legge del ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi, l’unico prima delle riforme crispine che sia stato oggetto di dibattito parlamentare), le scelte che portarono alla legge di unificazione amministrativa del 1865, applicata ora anche alla Toscana, confermarono l’impianto centralistico della legge Rattazzi. Anche la legge del 1865, poi estesa al Veneto e a Roma, lasciava insolute molte questioni amministrative cruciali, destinate a rimanere tali sotto i governi della Destra storica ma anche della Sinistra, nonostante che gli esponenti di quest’ultima si dichiarassero sostenitori di un programma autonomistico, almeno fino alle riforme crispine: dall’estensione dell’elettorato amministrativo, stranamente meno ampio di quello politico, all’eleggibilità dei sindaci e dei presidenti della Deputazione provinciale, all’ampiezza delle circoscrizioni, al sistema dei controlli amministrativi, all’ordinamento regionale, alla finanza locale. In questo quadro, di cui ho sottolineato, oltre al dato dell’emergenza, la continuità delle scelte di fondo, due importanti innovazioni vengono introdotte verso

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la fine del secolo, in corrispondenza con il progetto di governo cesarista di Crispi e con i primi segnali di crisi dello Stato liberale. Il pacchetto delle riforme crispine, considerate come una sorta di “seconda unificazione amministrativa”, per quanto concerne l’ordinamento comunale e provinciale, oltre a parificare l’elettorato amministrativo a quello politico, introduce (provvedimento, a dire il vero, non più dilazionabile) l’elettività del sindaco (anche se solo nei comuni con più di 10.000 abitanti) e del presidente della Deputazione provinciale (anche se a queste novità di segno democratico fa riscontro un inasprimento dei controlli e della tutela sugli enti locali, sottratta alla Deputazione provinciale e affidata ora a un nuovo organo, la Giunta provinciale amministrativa presieduta dal prefetto); la legge voluta da Giolitti nel 1903 sulla municipalizzazione dei pubblici servizi rappresenta la seconda fondamentale novità e uno dei provvedimenti più incisivi che vengono a mutare la legislazione sugli enti locali. Quest’ultimo atto legislativo, che porta alla creazione di moltissime aziende municipalizzate, segna il momento più importante di quella rinascita comunale nella quale si traduce il nuovo protagonismo delle forze politiche organizzate di ispirazione cattolica e socialista. Non a caso l’ente comunale sarà il primo bersaglio della violenza del movimento fascista e non a caso proprio la cancellazione dell’autonomia comunale sarà uno dei punti centrali del programma autoritario fascista. D’altronde anche a livello teorico e dottrinario, i giuristi avevano da qualche tempo cominciato a sostituire al concetto di “autonomia” (anche per Rattazzi i comuni erano “il nido delle libertà moderne”) quello di “autarchia”, per evidenziare la funzione esclusiva degli enti locali di terminale periferico dello Stato. La rinascita democratica e l’instaurazione del nuovo Stato repubblicano sono indubbiamente debitrici, sul piano dell’organizzazione del potere locale, alle idee della resistenza e all’affermazione piena del principio autonomistico che informa lo spirito e il dettato della carta costituzionale. Tale spirito ha infine trovato la sua consacrazione piena dapprima nella possibilità data al comune (legge 142/1990) di dotarsi di proprio statuto (come per gli statuti cittadini di età medievale), e successivamente nella riforma del Titolo V della Costituzione, varata definitivamente dal governo Amato nel 2001 e fatta oggetto del primo referendum confermativo della storia repubblicana, che ha riformulato l’articolo 114 della carta adottando uno schema ascendente, invece che discendente; al testo originario secondo cui “La Repubblica si riparte in Regioni, Provincie e Comuni”, è stata, infatti, sostituita, ribaltando lo schema organizzativo, la formulazione: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”.


Fumetti d’Italia

Nel 2011, in occasione del del paese fra le due guerre, centocinquantesimo dell’Unità 1914-1918, 1932-1938 e 1942d’Italia, sono state proposte in 1944 e annate analoghe per di Marco Pellitteri edicola e in libreria moltepliesempio della rivista fascista Il ci iniziative editoriali a fumetti Balilla (fondata come Giornale in tema. Anche il mondo delle dei Balilla nel 1923 e chiusa nel strisce, insomma, ha cercato di 1944) ci si può rendere conto di contribuire a sottolineare e difcome l’Unità fosse stata nelle fondere un sentimento di Unità pubblicazioni per l’infanzia e la nazionale attraverso alcuni cicli gioventù un tema ben più che di storie o di racconti satiricoricorrente: direi fondativo. documentali, che ripercorrono I fumetti sull’Unità o sui proi momenti cruciali della storia cessi che portarono all’Unità preunitaria e unitaria del nostro d’Italia furono impregnati fino paese. Più avanti si accennerà a tali iniziative recenti; alla caduta di Mussolini di quell’esplicita propaganprima è opportuno proporre una rassegna rappre- da che, nel progetto culturale fascista di distorsione sentativa (pertanto, non completa) dei fumetti italiani della Storia ai propri fini, voleva vedere l’intero pasche nel passato hanno provato a raccontare, a modo sato della penisola, dalla fondazione di Roma in poi, loro, l’Unità italiana dal Risorgimento ai giorni nostri. come una fatale premessa al fascismo o, compleSia chiaro, in via preliminare, che il fumetto come lin- mentarmente, inquadrava il fascismo come ripresa guaggio, anche se ancora non formalizzato nelle sue e punto culminante del glorioso passato della Caput convenzioni più comuni, fa capolino in Italia già alla mundi, passando per Carlo Magno, il Rinascimento, fine del XIX secolo in alcuni periodici per bambini e Lorenzo il Magnifico, i moti rivoluzionari antiasburin riviste satiriche per adulti. È però, con la nascita gici e il Risorgimento. Per converso, molti racconti a del Corriere dei Piccoli (il cui primo numero uscì il 27 fumetti di epoca postfascista di ambientazione “stodicembre 1908), che si parla della sua effettiva intro- rica” (diremmo noi col senno di poi), usciti a partire duzione, con le strisce di autori italiani come Antonio dal 1949 e incentrati sugli eventi della Resistenza e Rubino, Attilio Mussino e Sergio Tofano e con quelle del dopoguerra in generale, manifestano la precisa di autori statunitensi, pesantemente riadattate e sce- volontà di comunicare ai lettori l’importanza dell’Uverate – per uniformarle a quelle nostrane – delle nità del paese strettosi a difendere i valori antifascinuvolette, sostituite dalle classiche terzine in rima sti appena emersi alla luce, dopo la strenua battaglia baciata. dei Partigiani nei momenti più bui del periodo bellico Quello era già “fumetto”, per come viene oggi indi- subito precedente e contemporaneo alla capitolazioviduato dagli storici della materia, perché il quid del ne dei nazifascisti. Serie a fumetti come Sciuscià (di fumetto non sta nelle nuvolette, ma nella sequenza Tristano Torelli et al., 1949-1952) e le storie della riimpaginata di disegni volta a raccontare una storia. vista Pioniere (1950-1962), poi Il Pioniere dell’Unità Il nome fumetto insomma è una sineddoche pro- (1963-1966), incentrate le prime, con piglio neorealipria quasi solo all’Italia, dato che quest’arte narrati- sta, sulle vicende fittizie di un giovane aiutante della va è definita in altri paesi ponendo l’accento su altre Resistenza e le altre, con approccio più documentaparti di questo linguaggio. Ciò per dire che, quando rio, sulle vere imprese dei Partigiani e degli Alleati, venne introdotto in Italia il fumetto d’avventura in appaiono oggi come una vera rivincita fumettistica di stile grafico-naturalista – dal 1934 con la rivista L’Av- segno opposto rispetto alle storie dal taglio fascista a venturoso dell’editore Nerbini e le storie statunitensi esse antecedenti; benché, a onor del vero, in questo di Alex Raymond (Flash Gordon, Jim della Giungla, caso i valori espressi in storie come Genova insorge Agente segreto X-9), Lee Falk (L’Uomo Mascherato), (Zena fu la prima città a liberarsi, da sola, dai naziLee Falk con Phil Davis (Mandrake) e altri autori – fu fascisti), pubblicata sul Pioniere del 26 aprile 1959, fatta rivivere in modo massiccio e definitivamente la o tante altre dal tenore simile, siano senza ombra nuvoletta e fu introdotto un nuovo modo d’intendere di dubbio quelli giusti (lo sottolineo apertamente) il fumetto: avventure sfrenate in altri mondi, polizie- rispetto alla follia valoriale imposta nei fumetti di schi a base di magia, vicende coloniali o pseudoco- epoca fascista. loniali in terre lontane. I fumetti, tuttavia, avevano cittadinanza in Italia Il Risorgimento almeno da quindici anni, sebbene in altre forme e Uno dei più importanti fumetti sulle vicende risorgiindirizzandosi per lo più ai bambini della borghesia mentali è certamente il filofascista I ragazzi di Portourbana e mediamente istruita. Ciò indica come una ria (di Luigi Romagnoli e Ferdinando Vichi, Giungla!, più completa ricognizione sulle relazioni tra fumetti 1937-1938), in cui si ricostruisce, strumentalizzandonostrani e Unità d’Italia dovrebbe partire dall’analisi la, la vicenda leggendaria del giovane Giovan Battiaccurata delle riviste per bambini contenenti fumetti sta Perasso, detto Balilla, il quale per primo scagliò edite fra il 1908 e il 1944: passando in rassegna le il famoso sasso fischiante contro l’invasore asburannate del Corriere dei Piccoli più cruciali per la storia gico nella Genova del 1746. A questo seguirono il

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fumetto di Cesare Zavattini e Pier Lorenzo De Vita La Primula Rossa del Risorgimento (Paperino, 1938), quello di Olga Visentini e Sergio Carpi Anche l’ombra è luce (Topolino formato giornale, 1942) e soprattutto Cuore Garibaldino, su L’Intrepido (1939-1943), con i testi di Lauro e i disegni di Ferdinando Vichi e poi ripreso da Luciana Peverelli e Vittorio Cossio (Intrepido, 1945-1946) e La fiamma che non si spegne (La Patria, 1940), dal romanzo di Enzo Gemignani e con i disegni di un Aurelio Galleppini prima che assurgesse ai fasti di Tex. La caratteristica fondamentale di questi fumetti, così come dei pochi realizzati in seguito con tema insurrezionale, è che mancano quasi sempre i reali protagonisti del Risorgimento, i quali il più delle volte vengono semplicemente evocati; tranne che in rari casi, come nel 1959-1961 in una storia, non a caso scritta in guisa di omaggio nel centenario dell’Unità (1861), in cui compare Giuseppe Mazzini (Arriba gringo!, di Antonino Mancuso, Cesarina Amoretti Putato e Carlo Savi, su L’Intrepido). Nel 1961, sulla rivista Flash Gordon viene pubblicato un fumetto a puntate, intitolato W L’Italia: la storia del Risorgimento, con i disegni di Paolo Piffarerio, serie però inconclusa; e nello stesso anno appare, sul Corriere dei Piccoli, un’altra storia risorgimentale a opera di Domenico Natoli. Il Corriere dei Piccoli in ogni caso in quegli anni fu molto attivo nel raccontare ai suoi giovani lettori il Risorgimento, così come lo fu anche un’altra grande testata settimanale per bambini, Il Giornalino, con romanzi illustrati e schede informative. Qualche altra storia appare qua e là nel corso degli anni settanta, ma si tratta di fumetti poco significativi, se si escludono il piccolo gioiello Perché brigante di Mino Milani e Sergio Toppi (sul Corriere dei Ragazzi n. 10 del 1975, in un “Inserto Avventura”), che spiega con insolita chiarezza le ragioni del cosiddetto brigantaggio antiunitario nel Sud d’Italia nel periodo post-risorgimentale, e pochi altri, sui quali si veda l’articolo di Nicola Spagnolli sulla rivista Zapruder n. 25. La vicenda del «brigantaggio» è stata recentemente riesumata con grande qualità nel 2011, con il volume a fumetti Il brigante Grossi e la sua miserabile banda (di Michele Petrucci, Tunué), storia tragica e realmente accaduta di Terenzio Grossi, brigante del pesarese negli anni 1860-1862 (informazioni in parte riprese da Pier Luigi Gaspa, «Fratelli… d’inchiostro! Il Risorgimento nel fumetto», articolo in due parti, Cartoonist Globale, 12 e 14 maggio 2011, <http://lucaboschi.nova100.ilsole24ore.com/2011/05/my-entry.html> e <http://lucaboschi.nova100.ilsole24ore. com/2011/05/fratelli-dinchiostro-il-risorgimento-nelfumetto-ii-parte-di-pier-luigi-gaspa.html> ultima consultazione settembre 2011). Storia dell’Italia e del suo percorso verso l’Unità Il Risorgimento trattato sopra è un periodo storico che in momenti diversi della parabola del fumetto italiano è stato affrontato più volentieri di altri, proprio perché fortemente costitutivo dei sentimenti

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di coesione nazionale. Ma esso, giocoforza, è solo parte di una vicenda storica molto lunga, narrata (più o meno…) integralmente nel fumetto italiano solo in un caso, la celebre e famigerata Storia d’Italia a fumetti ideata, scritta e coordinata da Enzo Biagi con i disegni di molti importanti fumettisti. Celebre per ovvi motivi: uno sforzo titanico da parte dell’editore Mondadori e del giornalista, ma anche dei disegnatori coinvolti, perché dovettero concentrare in poche vignette eventi di enorme importanza per il territorio italiano, dal periodo pre-romano al presente. Famigerata perché i suoi tre volumi iniziali in grande formato, editi nel 1978, 1979 e 1980, sono presenti nelle case di moltissimi ex ragazzi italiani cresciuti in quegli anni ma non per un atto d’acquisto autonomo (visto anche il prezzo e il soggetto) bensì come poco graditi regali di compleanno, di Natale, di Prima comunione, di promozione scolastica. Sta di fatto che le vendite dell’opera sono sempre state molto alte, a causa dell’equivoco in cui sono incappate generazioni di genitori, zii e nonni: che il fumetto sia ipso facto una lettura in grado di convogliare le attenzioni dei bambini su un argomento “alto” come l’apprendimento visuale delle nozioni essenziali di storia nazionale. E, infatti, negli anni successivi sono stati editi un quarto volume sulla storia repubblicana (1986) e in seguito varie riedizioni e rielaborazioni, fino all’ultima, “definitiva”, del 2004. Evidentemente gli anni settanta erano un buon terreno per parlare di storia d’Italia a fumetti, anche in modo più divertente, con la satira di Alfredo Chiappori: il brillante vignettista nel 1977 diede alle stampe per i tipi di Feltrinelli Storie d’Italia 1860/1870 (riedita nel 2011 da Black Velvet come Storie d’Italia 18481896), volume satirico con cui l’autore sbeffeggia l’Italia del passato e, così facendo, quella del presente. Si ricorda che Chiappori già anni prima aveva saputo parlare egregiamente dell’Italia con le strisce di Up il sovversivo (1968). Non che questo fosse stato un lavoro isolato: diversi autori hanno raccontato negli scorsi decenni “pezzi” d’Italia, in un modo o nell’altro. Si pensi, fra gli altri, alla Lea Martelli di Marco Tomatis e Cinzia Ghigliano del 1978 (una donna magistrato per il settimanale femminile Amica), alla Valentina Mela Verde di Grazia Nidasio, sul Corriere dei Piccoli e poi sul Corriere dei Ragazzi dal 1969 al 1976 (un’adolescente fittizia in un’Italia degli anni settanta altrettanto fittiziamente spensierata, intento nobile ma risultati a volte stucchevoli), al Commissario Spada di Gianluigi Gonano e Gianni De Luca (per Il Giornalino, 1970-1982), spaccato invece lugubre, intenso e realistico della vera Italia di quegli anni, e per questo pedagogicamente encomiabile. In questi ultimi anni editori con un preciso progetto editoriale, in primis BeccoGiallo e in secundis Round Robin, hanno dato e stanno dando alle stampe libri a fumetti dal taglio e dagli scopi eminentemente giornalistici, cronache documentate e solitamente (purtroppo, non sempre) ben narrate di eventi drammatici e di protagonisti dell’Italia recente: la strage di Bologna, la parabola


di Fausto Coppi, gli attentati a Falcone e Borsellino, il massacro del Circeo e molti altri. A prima vista non si direbbe che questi libri giornalistici a fumetti trattino specificamente dell’Unità d’Italia, ma in realtà, a mio avviso, è vero l’opposto: le sezioni a fumetti di questi lavori sono corroborate molto spesso da interviste ai protagonisti o ai testimoni e da approfondimenti storico-critici redatti da esperti dell’argomento; e dalle vicende narrate spesso emerge l’Unità nazionale come valore coesivo realmente diffuso, malgrado tutto, per l’intero paese, perché in vicende come quella del martirio di padre Puglisi, di Ustica, di Piazza Fontana, dell’uccisione di Aldo Moro, non è possibile non sentire, tangibile, l’emozione di un’unitarietà che nel tessuto della società civile (dunque anche in quella dei lettori di questi fumetti di nuovo genere) riemerge e si consolida proprio al cospetto di fatti tragici di tale, oggettiva, collettiva enormità. Il 2011 e i fumetti del centocinquantenario Nel vuoto istituzionale che ha caratterizzato la ricorrenza 1861-2011, il mondo del fumetto ha invece dimostrato la sua consueta propositività, grazie alla collaborazione fra editori, direttori editoriali e valenti autori. L’iniziativa forse maggiore a livello qualitativo, e per fortuna anche in termini di riscontri da parte del pubblico e della critica, è quella dei due volumi editi da Il Giornalino in collaborazione con il Museo italiano del fumetto e dell’immagine di Lucca (MUF). Lo sceneggiatore Francesco Artibani, uno dei massimi scrittori europei di fumetti per ragazzi, è l’autore delle diverse storie che, grazie ai disegni dei celebri fumettisti Sergio Toppi, Carlo Ambrosini, Ivo Milazzo, Pasquale Frisenda, Giorgio Cavazzano, Marco Nizzoli, Corrado Mastantuono, Sergio Tisselli e Renzo Calegari, raccontano il farsi dell’Italia dai punti di vista di persone comuni: un soldato, un medico, un sacerdote, un operaio,

una madre, un carabiniere e una classe di ragazzi in gita scolastica. Quella più curiosa e intelligentemente iconoclasta (ma con buona documentazione storiografica) è comunque l’opera di Tuono Pettinato, talentuoso autore di Risorgimento di Garibaldi: resoconto veritiero delle sue valorose imprese, ad uso delle giovini menti (Rizzoli-Lizard). Il progetto celebrativo a fumetti che ha riscosso il maggior impatto mediatico è però quello che ha visto impegnati Topolino e Paperino in svariati viaggi nel tempo e rievocazioni alla scoperta dei momenti salienti che hanno fatto dell’Italia una nazione; la rassegna, composta in totale da sei storie, si è dipanata sulla rivista Topolino per due numeri a partire dal n. 2883 (uscito l’1 marzo) con il ciclo di storie Topolino e l’Italia ri-unita, sceneggiato da Marco Bosco e disegnato da Paolo Mottura, e poi per altri quattro dal n. 2894 (uscito l’11 maggio) con il ciclo Le avventure di Monsù Paperin e della giovane Italia, sceneggiato da Alessandro Sisti e disegnato da Giorgio Cavazzano, Alessandro Perina, Andrea Freccero e Marco Gervasio. Il 27 settembre è uscita nelle edicole La donna che cambiò la storia d’Italia, una storia speciale di Martin Mystère, il celebre “detective dell’impossibile” creato da Alfredo Castelli nel 1982 per la Sergio Bonelli editore e titolare di una serie prima mensile, oggi bimestrale; la storia, scritta da Carlo Recagno con la collaborazione di Castelli, i disegni di Sergio Giardo e la copertina di Giancarlo Alessandrini (che di Martin Mystère è il papà grafico), è la quattordicesima uscita della collana “Storie da Altrove” e si concentra sul Risorgimento, con una vicenda “fantastorica” che coinvolge alcuni padri (ideologici e culturali) della patria, come Giuseppe Verdi e Giuseppe Garibaldi. Infine è il caso di accennare a Soldato Regio, un fumetto fantascientifico e fantastorico realizzato da Simone Sarasso ai testi e Daniele Rudoni ai disegni. Opera ancora in cerca di editore, desta già interesse per lo scenario “super­ eroico-retrò”: protagonista della storia è un contadino piemontese di metà Ottocento, Paolo Ferrari, che

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scopre di avere dei superpoteri e che viene chiamato alle armi per andare a combattere il brigantaggio al Sud. Notevolmente ispirato (forse troppo) al romanzo Gladiator (1930) di Philip Wylie, il libro che costituì il modello primigenio dell’intera epica supereroica a fumetti da Superman in poi, Soldato Regio traduce in termini fantastico-epici, e forse un po’ mistificatori benché nell’ironia, alcuni snodi cruciali del processo di unificazione italiana. La speranza è che il taglio fantascientifico non costituisca una banalizzazione o, peggio, un messaggio reazionario. Aspettiamo dunque di leggerlo, un po’ perplessi ma cautamente ottimisti. Il volto nascosto della storia d’Italia Chiudo questa carrellata sui mutevoli rapporti tra fumetto italiano e storia unitaria del paese citando un autentico gioiello del fumetto degli ultimi anni, la miniserie in 14 puntate Volto Nascosto di Gianfranco Manfredi, edita da Bonelli fra l’ottobre del 2007 e il novembre del 2009 e disegnata da vari artisti di alto calibro della scuderia dell’editore milanese, fra cui Massimo Rotundo e Goran Parlov. Volto Nascosto è una colta avventura ambientata nei possedimenti coloniali italiani in Africa alla fine dell’Ottocento; la vicenda, pur fantasiosa, è incastonata fra eventi

realmente accaduti e molto ben documentati dal raffinato Manfredi, già autore dell’affascinante e amata serie western-mistica Magico Vento, sempre per Bonelli. È davvero interessante, per i lettori di oggi, rispecchiarsi nei personaggi di Volto Nascosto, all’apparenza obsoleti eppure così plausibilmente carichi dei vizi e delle virtù dei loro odierni discendenti: l’Italia e gli italiani tratteggiati in questa serie, già invischiati nella sciagurata follia coloniale e prossimi al baratro del fascismo, sono ancora abbastanza postrisorgimentali e al contempo solidamente unitari da rientrare a pieno titolo in questa trattazione, anche perché Manfredi non è solo un capace scrittore – è, oltretutto, autore di apprezzati romanzi – ma anche un erudito conoscitore della storia nazionale. Al di là della validità dei molti fumetti interessanti e celebrativi avvicendatisi negli scorsi decenni, ritengo che quest’opera a puntate di Manfredi e della Bonelli, insieme a poche altre, come i citati Il Commissario Spada, Perché brigante e le Storie d’Italia di Chiappori, accomunate da simile attenzione critica, siano quelle più importanti da leggere e su cui riflettere per notare come anche il fumetto, oltre a decantare in modo forse un po’ troppo retorico le lodi dell’Unità nazionale, sia stato capace di mostrarci i lati oscuri di una vicenda non sempre brillante e gloriosa.

Per approfondimenti sui temi affrontati in questo articolo si rimanda ai seguenti contributi bibliografici: Il fascismo a fumetti di Claudio Carabba (Firenze-Rimini, Guaraldi, 1973), un testo classico e ancor oggi estremamente valido a livello argomentativo e iconografico; il libro di Pier Luigi Gaspa Per la libertà: la Resistenza nel fumetto, Pistoia, Settegiorni Editore, 2009; il libro-catalogo Tavole di Resistenza, a cura di Sergio Badino (Rapallo, Associazione culturale Rapalloonia!, 2010, che peraltro contiene, oltre a diversi interventi critici, anche la citata storia Genova insorge); il n. 25 (maggio-agosto 2011) della rivista Zapruder, dedicato a “La patria tra le nuvole: il Risorgimento nei fumetti”, il quale, a dispetto del titolo, si occupa egregiamente anche di altri temi dell’Unità e dell’identità italiana per come rappresentati e narrati nel nostro fumetto (si legga l’intervento di Roberto Bianchi) e infine il breve articolo “Dal ‘Pioniere’ a Enzo Biagi”, pubblicato su internet a cura dell’Anpi di Voghera <http://lombardia.anpi.it/voghera/resistenzafumetti/ pionierebiagi.htm> ultima consultazione 14 novembre 2011). Sia anche concesso rinviare al mio “Comics in Italy under the fascist regime: general outlook and remarks”, saggio presentato come relazione al secondo seminario internazionale su fumetti e politica, dal tema “Comics, Censorship and Freedom of Expression”, organizzato con il sostegno della Fondazione “Konrad Adenauer” dal Centro studi di politica e società europee della Università Ben-Gurion del Negev, Israele, 16-17 maggio 2011 (gli atti del convegno sono in corso di stampa in inglese e il saggio sarà inoltre edito in italiano, prossimamente, sulla rivista Archivio Trentino), e si prenda nota di un volume di prossima pubblicazione: Livio Leone, Il fumetto e il fascismo: narrativa a fumetti italiana durante il regime 1923-1945, Latina, Tunué (in corso di stampa).

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Risorgimento, patria e nazione nei fumetti

maturo fumetto d’autore, che Il numero 25 del quadrimestrale negli anni del terzomondismo Zapruder propone un’ampia poteva attingere alla migliore analisi delle rappresentazioni di storiografia critica. Al tramonto Risorgimento, patria e nazione del secolo questi temi sarebnei fumetti e nella stampa periobero tornati nel dimenticatoio dica per ragazzi (La patria tra di Roberto Bianchi prima di riemergere, in tempi le nuvole: il Risorgimento nei recentissimi e con altri intenti, fumetti, maggio-agosto 2011, in pubblicazioni di stampo neopagine 160, euro 12,00). borbonico. I saggi e gli articoli scritti da Non al linguaggio, ma alla storici, linguisti, storici dell’arte, lingua dei fumetti è dedicato il insegnanti, archivisti, cultori del saggio del linguista Neri Binazzi fumetto, confermano che riflettere sul rapporto tra fumetti e storia è cosa diversa sulle storie di stampo risorgimentale pubblicate negli dall’analizzare la relazione tra fumetti e storia del anni trenta dal periodico Giungla!, mettendo a fuoco fumetto. L’assenza di punti di riferimento storiografici aspetti della politica linguistica del fascismo, volta a mostra la necessità di rispondere a problemi meto- formare balilla e giovani italiane. Forme retoriche, dologici stringenti, sapendo che lo stile artistico è un tipologie di rappresentazioni che il fascismo ridefinì indicatore problematico delle trasformazioni sociali e e trasformò in modo originale, in un rapporto oscilculturali, soprattutto nel caso del fumetto: prodotto lante fra continuità e rotture con opere precedenti, a che deve vendere, figlio della società di massa e di cominciare da quelle proposte dal Corriere dei Picun mercato dominato da colossi dell’editoria, ma coli negli anni della Grande Guerra, come segnala il anche arte povera dalle radici antiche che a prezzi contributo di Fabiana Loparco. contenuti può rappresentare, con immagini e parole, Si tratta di stereotipi narrativi presenti non solo in Italia, come si evince dagli articoli di Olivier Roche scenari e mondi infiniti con grande libertà. Nella storia del Novecento i fumetti sono stati tanto sul rapporto tra patria e nazione in Tintin e di Antonio importanti per la formazione e l’alfabetizzazione Lenzi sui fumetti Marvel, e che si sarebbero mostrati culturale di più generazioni, quanto sottovalutati in duri a morire. Il dato emerge chiaramente dal conambito storico, spesso anche negli studi più attenti tributo di Alfredo Goffredi e Gianluca Maestri sulla al fare gli italiani, alle dinamiche di lungo periodo Storia della Lombardia a fumetti (Milano, Macchione, nella costruzione del consenso e dell’educazione alla 2007), finanziata generosamente dal Consiglio regioPatria o alla cittadinanza. In questo celebrato e trava- nale della Lombardia per essere distribuita nelle gliato centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, ci siamo scuole; una storia “padana” che solo in apparenza dunque domandati quale ruolo formativo abbiano fa da contrappunto alla riproposizione di fumetti avuto i giornalini, da chi, come e perché sono stati sul grande brigantaggio meridionale in siti Internet prodotti fumetti volti a mobilitare, sollecitare una par- di stampo neoborbonico e alle storie d’Italia protecipazione alla vita pubblica con tavole costellate di mosse dalla Regione Lazio pochi anni fa (ad esempio eroi ispirati alla mitologia risorgimentale, alle remote I Grandi d’Italia o Mazzini e il Risorgimento, Roma, origini preromane, latine, medievali o moderne Alfabook, 2004 e 2005). Prodotti accomunati, tra l’aldell’Italia unita e della sua inafferrabile identità, con tro, da scarsa qualità artistica e inaffidabilità storica, periodizzazioni che rinviano a interpretazioni storio- come dagli ingredienti retorici che concorrono a costruire grandi narrazioni nazionali attraverso riprografiche o a esigenze politiche e commerciali. Nell’età della cultura di massa, i fumetti sono stati uno posizioni di quelle “figure profonde”, obsolete e abudei più praticati strumenti di svago e formazione per sate fin dall’Ottocento, studiate da Alberto M. Banti e una quantità imprecisata di lettori e lettrici, di varie Paul Ginsborg (Annale 22 della Storia d’Italia, Torino, età, come mostrano i pur frammentari dati sulle tira- Einaudi, 2007). ture di albi e giornalini: destinati a passare di mano In un’ottica diversa, il rapporto fra permanenze e in mano fino al consumo delle loro carte fragili, che novità emerge anche dallo studio di Juri Meda sulle oggi è arduo poter consultare in modo sistematico. rappresentazioni della Resistenza come “secondo La trasformazione del fumetto nel corso del Nove- Risorgimento”, nei fumetti pubblicati tra dopoguerra cento risulta evidente sia dal saggio di Emilio Caval- e miracolo economico. leris sul Risorgimento nei fumetti del centenario Si tratta di filoni d’indagine che mostrano le potenziadell’Unità, che apre lo “Zoom” di Zapruder, sia dall’a- lità offerte dall’analisi di una fonte rimasta per lungo nalisi di Nicola Spagnolli delle opere sul grande bri- tempo ignorata dagli storici. L’auspicio è che questo gantaggio dal fascismo ai giorni nostri; un filone che numero di Zapruder possa contribuire a sollecitare avrebbe potuto fornire materia per un’epopea e che nuove e più approfondite ricerche sulla storia dei invece si è affacciato solo con l’affermarsi del più fumetti e sui fumetti nella storia.

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libero e della pratica politica Nel 1861 il processo dell’unità che queste nuove società proitaliana non era del tutto conponevano ai loro soci. cluso; l’Impero austro-ungaL’analisi della composizione dei rico conglobava ancora ampie i primi passi gruppi dirigenti delle associafette di territorio abitate da zioni sportive trentine di fine popolazione di lingua italiana delle donne trentine Ottocento non dà adito a mare che sarebbero entrate a far sulla scena pubblica gini di dubbio: il fenomeno fu parte del Regno d’Italia solo maschile. Degli statuti delle alcuni decenni dopo. In Trenassociazioni sportive trentino, a Trieste e lungo il Litorale di Elena Tonezzer tine approvati tra il 1870 e il adriatico le società sportive si 1914 dichiaravano di accettare posero in questa fase come signore solo la Società degli agenzie per nuove occasioni di apprendimento culturale nazionale e come luoghi alpinisti tridentini (1872; l’unica che non prevede di aggregazione di quei gruppi sociali (in partico- nessuna limitazione alle attività delle socie), la Fedelare la borghesia laica) che guidavano il movimento razione ginnastica del Trentino (1885), la Società autonomista e nazionalista italiano dentro i territori gioco del pallone, il Veloce Club Trentino (Trento, 1887, 1890, ma non negli statuti successivi del 1902 asburgici. Ecco come la polizia di Trieste, ma le osservazioni e 1905), l’associazione sportiva cattolica Il Giovane sono valide anche per il caso trentino, descrive la dif- Trentino (1902), la Rododendro e la Società Pagafusione di questo ‘morbo’ nazionale: «I ragazzi ven- nella. Quest’ultima associazione aveva stabilito una gono condotti già nella più tenera età, col pretesto tariffa differenziata per le signore e gli studenti unidella educazione fisica, nella Palestra, dove vien loro versitari, che potevano pagare la metà del canone iniettato a stilla a stilla il veleno irredentista. Dive- normale. nuti più grandi, essi si ritrovano quasi giornalmente Si può ipotizzare che la partecipazione delle donne in Palestra o nella canotteria, e diffondono ovunque si risolvesse nell’accompagnare il marito nelle occale influenze subite. Le feste sociali dimostrano con sioni più “mondane”, nel prestarsi come supporto quale incredibile esaltazione sia considerata da gio- negli aspetti più decorativi, come gettare dai balconi i cartoncini colorati, e in attività tradizionalmente femvani e vecchi questa sistematica educazione». Con l’espressione «giovani e vecchi» la solerte spia minili. È il caso ad esempio della gita della società austriaca intende «tutti», ma è un tutti che trascura sportiva cattolica Il giovane Trentino organizzata nel una buona metà della popolazione, quella femminile. 1911 per raccogliere i bucaneve ai laghetti di Cei, Le donne trentine erano estranee ai processi politici vicino a Rovereto, dove le socie vengono impiegate ufficiali perché non potevano esprimersi con il voto, per preparare il pranzo. Le signore sono ricordate né tantomeno essere elette nelle aule dei consigli anche nelle inaugurazioni di bandiere e gagliardetti, comunali e parlamentari; solo in alcuni casi pote- spesso frutto del loro lavoro di ricamo, come nel caso del nuovo vessillo della Federazione ciclistica vano votare ma per procura, cioè potevano ‘affitrentina, che, come si legge sull’Alto Adige del dare’ la loro preferenza all’uomo di casa, che 10 agosto 1909 era «a forma di labaro, recante la esprimeva nel seggio. Anche la storia della una ruota di bicicletta intrecciata d’alloro sullo comunicazione politica informale, praticata sfondo bianco e celeste – bellissimo lavoro nelle piazze, nelle palestre e lungo i sentieri di mani gentili – viene dalla madrina di montagna, fatica a mettere a fuoco il ruolo (la gentile signorina Maria Alberti) femminile, perché la presenza delle donne fu consegnato all’alfiere realmente scarsa, difficile da scorgere, spesso in un uragano di ai margini delle sale pubbliche, talvolta neppure applausi». ufficialmente ammessa. Talvolta la presenza Ciononostante le donne c’erano e la loro pardelle signore è poco tecipazione ai rituali collettivi che divulgavano diversa da quella delle l’appartenenza della popolazione trentina decorazioni delle sale, alla nazione italiana nei decenni posti tra come sembra sosteil 1861 e il 1918 va finalmente svelata. nere Antonio Stefenelli nel Si potrà così aggiungere qualche elediscorso che tenne in occamento di conoscenza alla storia sione dell’inaugurazione della dell’emancipazione femminile palestra della Società Conlocale almeno attraverso cordia e Ginnastica di Riva del la lente dell’associaGarda nel 1894. Descrivendo zionismo, del tempo

Nella penombra della storia

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la sala gremita, Stefenelli parla di un tempio dove gli eroi sono posti al centro e intorno stanno le loro donne-ancille: «quanto v’è nel Trentino di patriottico, di nobile, di buono, ha ora i suoi rappresentanti nell’ampia sala della Concordia e Ginnastica; ivi ha voluto il Trentino che oggi palpitasse il suo cuore. E intorno intorno, sull’alta loggia che circonda la sala, fa graziosa e degna corona tutto quanto racchiude in sé di bello e cortese il mondo femminile della perla del Garda». L’Unione ginnastica di Trento sembra cogliere i suggerimenti di un generale interesse verso la ginnastica femminile e nel 1906 annuncia d’istituire dei corsi di ginnastica per i figli e le figlie dei soci. Gli organizzatori non devono essere molto sicuri del risultato considerato che la tariffa di queste lezioni (due ore in settimana) andava pagata anticipatamente e costava il doppio del corso maschile. Forse contrariamente alle loro stesse attese, l’esperimento riesce così tanto che nell’adunanza pubblica del 1909 viene annunciato che quell’anno si sono iscritte 50 allieve al corso di ginnastica femminile, con una presenza media di 34 ragazze a lezione. Una cartolina dell’Unione ginnastica del 1913 ritrae quello che potrebbe essere il saggio conclusivo del corso e vi si possono contare ben otto file composte da nove bambine ciascuna, tutte in divisa, nessuna delle quali sembra superare i dieci anni di età. Che ci fosse una certa sensibilità al tema della ginnastica femminile è testimoniato anche da un lungo articolo illustrato pubblicato nel 1907 sul quindicinale Vita Trentina, diretto dal socialista Cesare Battisti, in cui con descrizioni e disegni si suggeriscono esercizi che le signore possono svolgere a casa, non nel luogo pubblico della palestra! Il titolo “Ginnastica ed eleganza” è in sé una risposta a una delle principali critiche che venivano rivolte alla ginnastica femminile, quella che vedeva in un corpo robusto e forte la perdita di una delle caratteristiche della bellezza muliebre, la fragilità. Il ciclismo rimane più estraneo della ginnastica alla pratica femminile: di tutte le associazioni ciclistiche trentine, solo lo statuto del Veloce club Trento del 1890 accetta «quali soci anche i non residenti e le signore». Al di là di questo permesso formale però non vi è traccia di una pratica femminile. Un’idea di quale potesse essere l’opinione corrente a proposito del legame tra problemi medici e l’uso della bicicletta la si trova nell’Almanacco d’igiene popolare pubblicato nel 1861 da Paolo Mantegazza – che pure era favorevole alla ginnastica femminile –, che a questo proposito scriveva: «le figlie d’Eva non montino mai in velocipede, se almeno vogliono conciliare igiene e moralità».

Nonostante questo (o forse proprio per scalfire questa opinione), un lungo articolo comparso sul periodico Sport Trentino nel 1898, sostiene che «il miglior regalo che il secolo decimonono abbia fatto alla donna è certo la bicicletta». L’articolo si dilunga a confutare una delle paure più radicate, il timore per le conseguenze che avrebbe potuto avere l’uso della bicicletta sulla salute degli organi sessuali femminili e riporta i risultati favorevoli di una ricerca svolta in Germania su un campione di 24 donne. Nonostante l’illustrazione dei benefici influssi del ciclismo, non sembra che questo sport si sia diffuso tra le donne trentine. L’unico episodio riscontrato si ha in occasione del ventennale del Veloce Club Trentino, quando solo il quotidiano socialista Il Popolo dà la notizia del conferimento a Maria Tasca di una medaglia d’argento «d’incoraggiamento». La Società degli alpinisti tridentini accetta fin dall’anno della fondazione l’adesione di donne. In base agli elenchi dei soci e ai verbali delle sedute del consiglio di direzione della società, Riccardo Decarli ha ricostruito nel volume Pareti rosa (2006) la presenza femminile nella SAT giungendo a conclusioni per alcuni versi sorprendenti se confrontati con associazioni alpinistiche del Regno d’Italia. Dopo due anni dall’istituzione della società, le donne iscritte nel 1874 sono 5 su 153 soci, un numero esiguo ma comunque più significativo che nel Club alpino italiano, dove le signore iscritte nel 1872 sono tre, o quello inglese, al quale le donne non potevano neppure iscriversi. Nel decennio 1880-1890 le socie della SAT sono il 4% del totale, una percentuale simile a quella registrata nella Società alpina delle Giulie di Trieste, mentre la sezione di una città importante e industriale come Milano è minore, il 2%, e quella di Bologna era l’1%. I primi anni del XX secolo segnano un aumento complessivo delle adesioni alla SAT anche nella componente femminile, che nel 1903-1904 era il 10% del totale (156 socie su 1.567), superiore alla sezione del CAI di Firenze, che nel 1912 contava 186 iscritti, di cui 10 erano signore (5%). Una presenza femminile relativamente consistente, dovuta presumibilmente alla vicinanza con l’ambiente montano, ma non spiegabile solo con questo dato. Esiste un gustoso resoconto pubblicato sull’Annuario Sat 1891-92 dell’ascensione alla Marmolada scritto dalle signorine Luigina e Giulietta Piscel di Rovereto, in cui all’entusiasmo per l’ascesa e la scoperta si mescola anche il piacere per la perplessità che la loro presenza di ragazze aveva generato negli uomini incontrati:

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il curato del paese di Soraga, che aveva cercato di convincere le ragazze a non intraprendere l’impresa, una guida alpina perplessa, escursionisti tedeschi che avevano raccontato che altre alpiniste avevano provato imprese del genere ma che la visione del ghiacciaio le aveva convinte a rinunciare. Non è il caso delle due Piscel, che tornano a casa vittoriose: «la mamma ci venne incontro e baciandoci sfavillava negli occhi, un po’ per la gioia di rivederci sani e salvi, un po’ per un certo sentimento di soddisfazione materna». Nel 1902 viene fondata l’associazione sportiva cattolica Il Giovane Trentino. La questione femminile cominciava ad assumere un ruolo rilevante anche nel mondo cattolico locale, che, pur tenendosi a distanza dalle posizioni del femminismo laico e socialista, che tendeva a coinvolgere anche il piano politico-legislativo, cercava di promuovere obiettivi magari poco audaci ma diffusi, come l’aggregazione femminile. Nell’estate del 1907 si registra la prima traccia di una discussione a proposito della partecipazione delle donne alle attività de il Giovane Trentino. In calce all’articolo che annuncia una gita sull’altopiano di Lavarone, si trova una riflessione a sé stante dal carattere di boutade: viene riportato il desiderio “di parecchi” che alla gita fossero ammesse anche le signore, anzi queste venivano invitate calorosamente a iscriversi, seguendo l’esempio di alcune “distinte signorine roveretane” che lo avevano già fatto. Un annuncio ambiguo perché se da un lato chiedeva l’ammissione delle donne (che prima non avevano potuto partecipare?), dall’altro sembra cercare più che altro conferme per rafforzare l’azione delle iscritte di Rovereto, che forse hanno voluto segnare una piccola ma significativa rivoluzione con questo atto deliberato e cercano aiuto in altre donne per mostrare la validità della loro scelta. La presenza ufficiale femminile è segnalata sulle pagine del quotidiano Il Trentino a partire dal convegno dell’associazione tenuto all’inizio di ottobre di quello stesso anno. Gli interventi principali della manifestazione sono proprio di due donne, la signora Giuseppina de Gentili – sorella di Guido, professore del seminario, deputato, uomo di punta del movimento cattolico – e la signora Deiaco – moglie di Pio Deiaco, direttore del manicomio di Pergine – che esprimono quello che avrebbe dovuto essere il ruolo della donna cristiana di fronte a una platea che “in massima parte non aveva ancora visto una donna presentarsi quale oratrice in un pubblico comizio”. Come nelle assemblee delle società sportive di area liberale, lo sport non è presente nei temi dei discorsi, perché l’obiettivo era comunque sempre un altro: la pedagogia nazionale, il passatempo civile, i rudimenti della vita sociale. I discorsi consentono la nascita della sezione fem-

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minile de Il giovane Trentino e nel marzo del 1908 il Comitato diocesano permette alle iscritte anche di frequentare il circolo di lettura della società quattro volte alla settimana dalle 15.00 alle 19.00, separatamente dagli uomini, che invece vi potevano accedere tutte le sere. La presenza femminile cattolica non si limita ai convegni e alla lettura. La stampa segnala e enfatizza la partecipazione delle donne alle escursioni, soprattutto quando coincide con quelle più impegnative. È il caso della salita alla cima Tosa dell’agosto del 1908, bagnata da una pioggia interminabile che decima i soci de Il Giovane Trentino ma non scoraggia Maria Zieger. Gli stessi articoli che segnalano la presenza delle iscritte non mancano mai di specificare anche il legame di parentela delle signorine con altri soci, presenti alla gita o all’evento. Non si tratta di presenze autonome, rimangono sempre legate a un esponente maschile della famiglia, padre, fratello o marito che sia. Maria Zieger, ad esempio, è sorella di don Francesco Zieger, che – come si evince dalla presentazione del giornale – era un bravo alpinista e geografo, arrivato per celebrare la messa del 16 agosto, e rinuncia a continuare la scalata non perché stanca ma solo perché il fratello decide di tornare indietro. L’intervento nella vita sociale delle socie de Il Giovane Trentino assume anche forme del tutto inedite e esplicitamente politiche con un comizio femminile in favore dell’Università italiana, “fatto nuovo fin qui e indice della coscienza nazionale delle nostre donne cattoliche”, scrive la stampa, e con la costituzione di una Società operaia cattolica femminile, annunciata alla fine del 1908. Negli anni successivi il protagonismo delle iscritte alla società sportiva si spegne, la voce delle donne tace e la loro presenza è segnalata ancora una volta solo come “prezioso decoro di eleganza e gentilezza” nel pubblico dei concerti. Quello che emerge da questi episodi, che le fonti dell’epoca riportano quasi per sbaglio, ai margini dei temi principali, sono i primi momenti del lungo percorso della crescita della presenza femminile sulla scena politica pubblica. Le attività delle associazioni sportive trentine erano molto spesso il paravento per coprire un’opera di sensibilizzazione sul tema dell’italianità della popolazione, per coltivare la memoria del Risorgimento italiano e tenere vivo il desiderio di unirsi al Regno d’Italia. In questa politica fatta di brindisi e merende, gite in bicicletta e montagna, anche le donne poterono trovare piccoli momenti di visibilità pubblica: alcune pronunciarono i primi discorsi, molte uscirono dai salotti e dalle cucine per muovere i primi passi sul palco della politica, seppure ancora informalmente. Per entrare a pieno titolo da elettrici e da elette nelle aule della rappresentanza politica dovevano attendere il 1948.


“Maledet garibaldin”

amministrare il territorio. Il 3 “Ciolli dr. Alfonso, Cavaliere d’Igiugno 1814 l’Austria aveva talia, patriota, operoso, modeAlfonso Ciolli ottenuto dalla Baviera la cessto, avvocato, poeta, cacciatore sione del Tirolo, resa nota con esimio”. Recita così il suo epitaf(1804-1885) proclama il mese successivo. fio, senza metafore, semplice e Da questo momento, fino descrittivo. Lo troviamo a Tione, di Alessandro de Bertolini alla prima guerra mondiale il scritto sulla lapide nel cimitero Trentino fa parte dell’Impero del paese, a far data dall’11 genaustriaco come porzione della naio 1885, quando, all’affetto Contea principesca del Tirolo, dei suoi, mancò Alfonso Ciolli, istituita ufficialmente il 7 agosto sposato con Emilia Vedovelli di 1815. Ciolli vive quest’epoca. Breguzzo e padre di Itala SpeNon fa tempo a conoscere gli ranza. esisti della Grande Guerra, che Ma chi era Alfonso Ciolli? Il con il trattato di Saint Germainsuo nome è legato alla storia en-Laye sancisce il 10 setdel secolo XIX in terra trentina tembre 1919 il passaggio del negli anni in cui il Tirolo storico Trentino all’Italia, ma vive abbaera propaggine meridionale stanza per assistere a tre guerre dell’Impero d’Austria, prima, e di indipendenza e all’Unità di Austria-Ungheria, poi. Tra i d’Italia, compreso quel 1866 personaggi minori del Risorgiche, se per il Regno di Italia mento trentino, Alfonso Ciolli decretava il coronamento del è sicuramente tra i più imporprocesso di unificazione naziotanti. Figura perlopiù dimentinale, per i trentini rappresentò cata, poco trattata, scarsamente all’opposto l’anno della “grande approfondita, nacque a Samodelusione”. Nella aspettative clevo in val di Sole nel 1804 e dei patrioti che, come Alfonso conobbe di prima mano il domiCiolli, si erano spesi sin dai nio austriaco sul Tirolo meridiorivolgimenti del Quarantotto nale di lingua italiana. Persona per la causa nazionale, il Sescolta e determinata, di buona santasei fu un epilogo amaro famiglia, diremmo benestante, da digerire. E apparve subito seppe investire tutto – tempo, chiaro che nel neonato Regno affetti e denaro – per un ideale. di Italia, all’indomani dell’Unità, Tale prerogativa, come un pensiero fisso, si lega a doppio nodo con il segno di un ben altri erano i problemi all’ordine del giorno che secolo che parla a gran voce della libertà dei popoli, non la questione irrisolta della minoranza tirolese di del loro diritto all’autodeterminazione e dell’obbligo, lingua italiana “abbandonata” entro i confini dell’Imquasi morale, di affrancarsi dai vincoli di soggezione pero austriaco. allo straniero. In Alfonso Ciolli, questo ideale fu la L’occasione di una vita, il momento cruciale, le giorvolontà di liberare il Trentino dal “giogo austriaco” nate in cui Alfonso Ciolli si gioca tutto si presentano sottraendosi alle politiche di Casa d’Austria e al polso nell’aprile 1848, nel pieno della prima guerra di indifermo delle autorità austriache, che egli vede come pendenza. Il clima era maturo per una grande rivol’invasore, dislocate nelle province dell’Impero per luzione. Sul piano nazionale i primi disordini si regiDi Alfonso Ciolli tratta estesamente Clara Nardon nel suo volume Cioli e Ciolli della val di Sole: documenti. Il libro, edito nel febbraio 2005, riporta la storia dei nati Cioli e Ciolli in val di Sole dal 1500 al 1900. In particolare, Clara Nardon si sofferma su 33 persone. E, tra questi, vi è anche Alfonso Ciolli. Sulla figura di Alfonso, la curatrice dell’opera offre un breve profilo biografico, cui fa seguire l’elenco di centinaia di documenti dei quali è citata la collocazione archivistica e, in certi casi, la trascrizione di qualche passo: si passa dall’Archivio antico dell’Università di Padova all’Archivio storico del comune di Trento, fino al materiale archivistico depositato presso la Fondazione Museo storico del Trentino, dove si trova una parte importante degli incartamenti su Alfonso Ciolli. Proprio sulla base della ricerca di Clara Nardon e dei documenti conservati presso la Fondazione Museo storico del Trentino è stato possibile costruire una biografia di Alfonso Ciolli di carattere divulgativo che sarà prossimamente pubblicato per iniziativa del Gruppo Culturale Bondo Breguzzo.

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La battaglia di Bezzecca del 21 luglio 1866: copia dall'originale di Fausto Zonaro dipinta da Cesare Bittanti (Trento, Fondazione Museo storico del Trentino)

strano all’inizio degli anni venti con i moti di Nola, la rivolta di Napoli e i moti di Piemonte. Poco dopo, su scala europea si assiste alle ondate rivoluzionarie di Spagna, Austria, Germania, Francia, Portogallo, Svizzera e Polonia. Nel 1831, dopo la “rivoluzione di luglio” francese, altri moti scoppiano nel ducati padani (Modena, Reggio, Parma e Piacenza) e nelle legazioni pontificie. Sempre nel 1831, a Marsiglia, Giuseppe Mazzini fonda la Giovine Italia e nel 1834, in Svizzera, la Giovine Europa. Così si giunge alla rivoluzione del 1848, che nei territori del Tirolo meridionale vede il tentativo di liberazione del Trentino mediante insurrezione armata da parte dei Corpi franchi, un esercito di volontari. I Corpi franchi invadono il Trentino per la via della Valvestino passando il confine, tra l’altro, dalle Giudicarie e penetrando in val di Sole. Proprio nelle Giudicarie si trova Alfonso, che abbraccia le armi insieme ai rivoltosi. Con lui, anche i suoi fratelli Paride e Cesare. Ma in poche settimane il tentativo fallisce. E non appena gli austriaci si danno agio per riorganizzare la controffensiva la rivolta viene soppressa non soltanto nelle Giudicarie e in val di Sole, dove si trovavano i fratelli Ciolli, ma anche su tutti gli altri fronti. Con i fatti del 1848 Alfonso si era irreparabilmente compromesso. Egli fu tra le figure chiave della rivolta nel Trentino nord-orientale. Tant’è che di lì in avanti, agli occhi dei funzionari del governo austriaco, Ciolli rimase sempre un traditore, uomo pericoloso, di comprovata fede antiaustriaca, inviso alle autorità, bersaglio di sanzioni, pedinamenti, interdizioni, procedimenti

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e provvedimenti a suo carico. Sotto il profilo strettamente biografico, Alfonso Ciolli trascorre gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza in val di Sole. Poi inizia a spostarsi. Dapprima per ragioni di studio, poi a causa della professione e dei suoi affetti. Tra il 1820 e il 1832 studia a Trento, a Innsbruck e a Padova. Qui si laurea in legge e torna in Trentino all’inizio degli anni trenta in cerca di lavoro. A Tione vince un concorso per un posto di avvocato giudiziale. E le Giudicarie divengono la sua patria adottiva, non soltanto per motivi professionali. Nel 1845 Alfonso sposa Emilia Vedovelli di Breguzzo, 14 anni più giovane di lui. Tra il 1848 e il 1849 si trasferisce a Breguzzo. Dalla moglie ha due figli. La primogenita è Emma Itala Speranza, che vive a lungo e seguirà il padre negli ideali dell’irredentismo trentino. Nel nome stesso della figlia Alfonso ripone le sue apprensioni, le speranze, gli stati d’animo. A Tione e a Breguzzo Ciolli è membro eccentrico della vita associativa della comunità, alla quale partecipa con i suoi fratelli. Tra la popolazione Alfonso è noto quale avvocato abile e rispettato. La situazione non cambia fino al 1848, quando, nel più ampio quadro della prima guerra di indipendenza, Alfonso partecipa alla spedizione dei Corpi franchi. Fallita la spedizione, Ciolli non troverà più pace. Nel 1859 e nel 1866, in occasione delle successive due guerre risorgimentali, egli si batte per la causa dell’italianità del Trentino, si compromette ulteriormente nei confronti dell’Impero austriaco ed è costretto a fuggire. Nonostante i numerosi spostamenti, le Giudicarie rimangono il suo principale punto di riferi-


mento. Ciò dipese sia dal legame affettivo che egli mantenne con la famiglia, sia dal ruolo fondamentale che le Giudicarie, due volte terra di confine, hanno ricoperto nella storia del Risorgimento trentino. A uno sguardo di insieme, tra il 1848 e la fine dell’Ottocento la biografia del Ciolli è come un libro giallo dalle tinte fosche e poliziesche, avvincenti, ricche di colpi di scena: le fughe improvvise, improvvisate o premeditate, le delazioni e i tormenti, i tradimenti, le paure, le angosce e gli episodi di spionaggio. Si va dal frodo al contrabbando d’armi, di informazioni, di munizioni. Dalle condanne agli accanimenti giudiziari. Partigiano dell’ideale d’italianità, Alfonso Ciolli si scontra con i funzionari austriaci che lo considerano un oppositore. A far data dal 1848, ritroviamo Alfonso Ciolli spesso disoccupato, che s’improvvisa commerciante, che patisce numerose interdizioni economiche e misure di sicurezza ordinate del Tribunale. Cambia sovente Paese. Prende la via dell’esilio. Sarà ricercato e amnistiato, riabilitato, fuggiasco. Lavora alle dipendenze del Regno di Sardegna, prima, e del Regno di Italia, poi, per il quale svolge diversi incarichi perlopiù di spionaggio allo scopo di indebolire la posizione dell’Austria. Scrive poesie, alcune dedicate a Vittorio Emanuele. Pratica la caccia, con passione, per i cui meriti ottiene in dono un orologio d’oro dal Re d’Italia stesso. Paga a caro prezzo le sue idee. Vive in povertà, ciclicamente, alla prese con ristrettezze economiche dovute non soltanto alle avversità che gli procurano i suoi convincimenti politici ma anche alla sua condotta, non sempre misurata. Ama la famiglia, sempre, nei confronti della quale nutre un affetto imperituro e più forte di ogni difficoltà e circostanza. Ha molti amici, anche importanti, come Oreste Baratieri, con i quali intrattiene fitti carteggi che, a distanza di 150 anni, ci permettono di fare luce non solo sulla sua figura ma anche su quella di altri personaggi minori del Risorgimento. Come spesso accade con le biografie, nelle vicende per-

sonali di un individuo si leggono quelle simili di altri, che, come lui, hanno vissuto le medesime circostanze, i medesimi ideali, gli afflati, la medesima epoca storica nel medesimo spazio geografico e culturale. Così è per Alfonso Ciolli. La sua figura è esemplificativa non soltanto di una fase ben determinata del Risorgimento trentino e della nascita, nella seconda metà dell’Ottocento, dell’irredentismo in seno a una minoranza della popolazione del Tirolo storico di lingua italiana, ma anche, e soprattutto, della questione ben più ampia che vede nel Tirolo meridionale, oggi come ieri, una terra di confine. Alfonso Ciolli è quindi figura di non facile definizione sulla quale, vuoi per motivi fortuiti, vuoi per motivi legati al suo carattere, alle sue inclinazioni e alle scelte personali, è possibile rileggere una pagina di storia del Trentino quanto mai attuale nell’anno delle celebrazione del centocinquantesimo dell’Unità di Italia.

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Celebrare fa rima con comunicare

che rientrano in questa catego“Rossellini voleva evitare l’aria. E anche a voler considerare giografia scolastica, ma gli è un concetto più pratico e meno venuto proprio un film da cenfilosofico di comunicazione, tenario”. Così recita Il Merei 150 anni fra tradizione limitandosi insomma a quei ghetti: dizionario dei film a e innovazione messaggi che un emittente proposito di Viva l’Italia, un’ocerca di controllare, le possibipera commissionata al regista lità sono ancora molte. dalla Presidenza del Consiglio di Alice Manfredi Gli organizzatori delle celebranel 1961. Una stroncatura che, zioni non hanno mancato di senza entrare nel merito, è cercarle e di coglierle. C’è, per significativa per due motivi. esempio, uno strumento antico, Il primo: il giudizio rileva un fatto che, nelle sue caratteristiche storico e cioè che la comunicabasilari, è rimasto costante. È zione visiva – già cinquant’anni il discorso ufficiale. Cambiati fa – fosse un tratto tanto impori filtri e le possibili mediazioni, tante nelle celebrazioni da tirare è però rimasto fondamentale in ballo persino il cinema. come strumento che marca il Il secondo: si parla, in chiave momento rituale, ne scandisce negativa, di film da centenale diverse fasi e ne dà l’interrio. Si sottende, insomma, che pretazione che gli organizzatori esista un linguaggio, una grammatica per le celebrazioni. E che tale retorica sia, per considerano privilegiata. Tale interpretazione è poi normalmente sintetizzata negli slogan dei manifesti altro, dal punto di vista artistico, davvero brutta. Naturalmente non ci fu solo il cinema. Per celebrare il e della pubblicità su stampa e radio. A partire dalle Cinquantenario prima e il Centenario dell’Unità d’Ita- celebrazioni del Centenario, si è aggiunta la comulia poi, gli organizzatori si servirono di molti e diversi nicazione audiovisiva veicolata attraverso il cinema strumenti di comunicazione. Nel 1911 si puntò sulle prima e la televisione poi. Emblematico è inoltre il grandi esposizioni – a Torino e a Roma in particolare caso delle mostre. Le grandi esposizioni sono state – così come sulla trasformazione urbana della capi- il leit motiv di ognuna delle celebrazioni. Non vanno tale. Le mostre furono al centro anche di “Italia 61” infine scordati i convegni, la valorizzazione dei luoghi volta a ricordare le radici storiche dell’Unità. Molti della memoria, spettacoli ed eventi. eventi ebbero come teatro Torino, città fulcro del fer- Discorsi ufficiali. Stampa, radio, cinema e tv. Espovore industriale di quegli anni. La vera novità fu in sizioni ed eventi. Questi sono stati nella storia delle quel caso l’uso del nuovo mezzo – la televisione – in celebrazioni i mezzi principali. E lo sono ancora oggi. Nulla di nuovo dunque? un contesto pubblico celebrativo. Tanto nel 1911, quanto nel 1961, la comunicazione, Qualcosa di nuovo c’è, almeno nelle intenzioni. Si intesa nel senso più ampio – e proprio – di messag- chiama Internet. gio rivolto a un pubblico, è stata insomma attentamente pianificata e controllata. Come si collocano, Il centocinquantesimo virtuale rispetto a queste tendenze, le celebrazioni del 2011? Non è sfuggita agli organizzatori dei festeggiamenti per i 150 anni l’importanza di essere on line. La ricorrenza virtuale conta su una notevole varietà di siti La diversificazione dei mezzi C’è una caratteristica evidente che accomuna la dedicati all’evento. comunicazione del Cinquantenario, del Centenario e Esiste – e non poteva essere altrimenti – la pagina quella più recente dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Non ufficiale <http://www.italiaunita150.it>. È un conteesiste lo strumento di comunicazione. Ma piuttosto nitore di tipo per lo più informativo. Notizie di caratun mix diversificato di mezzi che funzionano se inte- tere storico, appuntamenti principali, descrizione grati. Cioè se il messaggio che si vuole trasmettere è dello sforzo organizzativo e della mission delle inilo stesso pur declinato rispetto alle specifiche di ogni ziative. Sono questi gli elementi principali di <http:// www.italiaunita150.it>. Si aggiunge a tali tratti la singolo strumento. Quando si parla di comunicazione, purtroppo il richiesta agli utenti di partecipare con contenuti autocerchio delle ipotesi immediate tende a stringersi prodotti. Nonostante questa dichiarazione di intenti, attorno a quelli che abitualmente consideriamo sono però pochi gli strumenti che consentono vera“media”. Eppure questa è un’interpretazione ridut- mente l’interazione. tiva. A ben vedere, comunicazione altro non è che Anche la RAI (Radiotelevisione italiana) ha contril’incontro di un qualche messaggio con un qualche buito in modo evidente a produrre comunicazione pubblico. Sono perciò innumerevoli le azioni umane dedicata alla ricorrenza. E non solo di tipo televisivo.

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Anzi, in questa occasione, si è sperimentato un connubio tra comunicazione televisiva e on line dedicata a uno specifico evento. Una programmazione ad hoc era, infatti, visibile sia sul piccolo schermo sia su un altro sito dedicato: <http://www.italia150.rai. it>. La RAI ha colto così l’occasione per rilanciare se stessa utilizzando il veicolo di un messaggio di per sé forte e noto. L’intenzione è dichiarata anche nella stessa descrizione del progetto “RAI per i 150 anni”: “L’obiettivo è quello di raccontare l’identità e le trasformazioni del nostro Paese […]. Un traguardo fondamentale per rilanciare la RAI come patrimonio comune dell’Italia e degli italiani e per ridefinire il ruolo del servizio pubblico”. Esperienza originale è quella del “Comitato Italia 150”. Alcuni enti tra cui il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione Piemonte, la Provincia di Torino e l’Università hanno messo a punto un gruppo di lavoro che dal 2007 si è impegnato per organizzare le celebrazioni nel 2011 a Torino. Da questa collaborazione è nato – tra gli altri – anche il progetto “150 digit. L’Italia delle scuole”. Un’iniziativa pensata – e questa è una novità – per essere interamente virtuale. Si tratta, infatti, di un ambiente on line in cui studenti e insegnanti hanno a disposizione il materiale raccolto per realizzare quattro mostre e possono aggiungere nuovi tasselli a questo sistema. “Fare gli Italiani”, “Il futuro nelle mani”, “Stazione futuro” e “La bella Italia” sono le quattro esposizioni cui gli utenti possono accedere. Ci sono i documenti raccolti dai ricercatori, la mappa degli allestimenti e un video tridimensionale per visitare la mostra. A tutto questo, studenti e insegnanti possono aggiungere nuove ricerche. L’obiettivo è quello di creare una community e un piccolo social network dedicato alle celebrazioni torinesi dei 150 anni. L’operazione,

che forse non è riuscitissima in termini di effettiva partecipazione, è però apprezzabile perché introduce una cifra di innovazione in un insieme di iniziative – anche virtuali – piuttosto ingessate. Internet è sicuramente uno strumento di comunicazione in più. Di per sé ha portato una qualche innovazione nel sistema della comunicazione per le celebrazioni dei 150 anni. Si tratta però in qualche modo di un’innovazione monca. L’uso di una nuova interfaccia non ha, infatti, comportato in automatico una modifica dello stile. Anzi, i messaggi su internet dedicati ai 150 anni sono stati, in qualche modo, impoveriti del linguaggio più caratteristico di questo mezzo. Un linguaggio multimediale – e nelle sue apparizioni più peculiari – tendenzialmente informale. Al contrario, il tono celebrativo tipico della comunicazione cerimoniale è stato per lo più importato dai discorsi ufficiali nei vari mezzi che normalmente utilizzano stili diversi. Internet compreso. Il motivo di questa operazione forse necessaria o addirittura inconsapevole è evidente. Il linguaggio informale che ha fatto la fortuna di Internet e di altri media è considerato del tutto inadeguato per un contesto celebrativo. E perciò non utilizzato. Tanto che laddove questa autocensura del linguaggio si attenua – è il caso di “150 digit” – l’effetto di novità è del tutto evidente. Non sono mancati, per altro, i tentativi di utilizzare in chiave “150 anni” anche altri nuovi strumenti, considerati probabilmente persino più innovativi – in un contesto celebrativo – di Internet stesso. Ci sono state le applicazioni di “Italia 150” per iPhone, oppure i videogiochi. Ma anche questi non sono sfuggiti alla retorica “da centenario” che del resto non risparmiò, secondo il Mereghetti, nemmeno Rossellini.

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Le microcomunicazioni Discorsi ufficiali. Stampa. Cinema. Televisione. Internet. Eventi. Questi sono stati alcuni degli strumenti di comunicazione messi in campo dagli organizzatori dei 150 anni. Ma, in realtà, almeno altrettanti sono stati utilizzati da altri soggetti organizzati non espressamente incaricati a farlo. Nei mesi che hanno preceduto e seguito le celebrazioni una quantità di voci ha dato vita a una sorta di nube di microcomunicazioni. Ognuna di queste ha caratteristiche peculiari, ma alcuni aspetti di continuità si possono individuare. Per esempio, quando tale comunicazione proviene da aziende o enti, molto spesso l’accento è solo apparentemente sul messaggio del genere Festeggiamo l’Unità d’Italia. Ciò che si dice è piuttosto un veicolo per promuovere l’emittente. È questo il caso dei vari x, y per i 150 anni. Supermercati, negozi, emittenti radiofoniche e televisive – solo per fare qualche esempio – si sono serviti di tale strumento. Ciò non toglie che l’insieme di queste voci abbia di fatto veicolato la sensazione di una celebrazione plurale e collettiva. La comunicazione informale Comunicazione formale da parte degli organizzatori. Comunicazione formale da parte di altri soggetti. A completare il quadro manca almeno un altro elemento. È la comunicazione informale. Non si può immaginare che un messaggio, così come pensato e confezionato da un’emittente, arrivi inalterato al pubblico. Esistono molti filtri lungo questa strada. Il più potente è sicuramente quello della comunicazione informale. Le persone vivono in reti di relazioni attive sia nel mondo per così dire “reale”, sia in quello virtuale di Internet. Qui si scambiano informazioni, indicazioni, giudizi. Anche grazie a questi tasselli formano le proprie opinioni. Cercare di analizzare la comunicazione informale rela-

tiva ai 150 anni dell’Unità d’Italia – così come quella di qualsiasi altro contesto – è un’impresa del tutto impossibile. Però è possibile individuare alcuni elementi. Sia negli scambi di opinioni faccia a faccia che in quelli in ambienti virtuali, il tono ingessato dell’ufficialità viene a cadere. I messaggi celebrativi vengono decostruiti, criticati e restituiti del tutto modificati. Internet, in particolare nel settore dei social network, ha delle caratteristiche che ripropongono il contesto della conversazione faccia a faccia ma aggiunge la cifra della collettività, della comunicazione di massa. Non è un caso che in Internet siano cresciute e si siano diffuse le polemiche e il dibattito su alcuni strumenti di comunicazione dei 150 anni – come i videogiochi – e sulla festa stessa. Naturalmente i giudizi negativi non sono una novità di questa celebrazione ma lo sono la continuità e la risonanza del dibattito che Internet consente. Una risonanza che anche gli altri media – televisione in prima linea – non possono ignorare. Tra continuità e novità La comunicazione ufficiale per i 150 anni mantiene dei tratti evidenti di continuità con quella delle celebrazioni precedenti, il Cinquantenario del 1911 e il Centenario del 1961. Se di novità si può parlare per l’introduzione di un nuovo mezzo – Internet – certo non si rileva una rottura in termini di linguaggio. Lo stile “da centenario” imputato a Rossellini, insomma, rimane. Del resto forse non è nemmeno corretto ricercare la vera innovazione in celebrazioni che, per loro stessa natura, devono mantenere dei legami con i toni del passato. Di innovazione si può invece certo parlare per la comunicazione informale. Internet ha cambiato il modo di scambiarsi queste informazioni e ha moltiplicato la loro rilevanza per gli altri media. Ma del resto, anche questa non è ormai più una novità.

Proposte di lettura a cura della Biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino Gian Luigi Beccaria, Mia lingua italiana, Torino, Einaudi, 2011. Quante sono state le mancanze e i ritardi nel processo, forse non del tutto ancora riuscito, che ha portato l’Italia a essere una nazione unita giusto centocinquanta anni fa? Ma se l’Italia è giovane e fragile, l’italiano è una lingua che trova la sua forza e la sua ricchezza in una fulgida tradizione letteraria, una lingua che ci ha insegnato cosa significasse essere italiani, e non soltanto fiorentini o lombardi, piemontesi o siciliani. Le diversità sarebbero rimaste tali se non ci fossimo confrontati e uniti sotto il segno di una lingua comune. Gian Luigi Beccaria percorre con passo leggero la storia delle patrie lettere con l’obiettivo di mostrare che le radici del nostro paese affondano innanzitutto nella continuità e nella durata di una lingua, nei grandi capolavori del passato, nella ricchezza dello scambio tra la lingua colta e i dialetti materni.

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sulla progressiva conquista di 17 marzo 2011: centocinquanun’identità nazionale grazie al tesimo anniversario dell’Unità concorso di tante piccole realtà d’Italia. Tra polemiche, parate eventi e mostre speciali e soprattutto per mezzo dei militari e infinite discussioni, in occasione del media. L’imponente complesso anche numerosi musei hanno della Venaria Reale non è da celebrato la ricorrenza, offrendo centocinquantesimo meno quanto a offerta: candimostre di natura eterogenea e, dato per tutto l’anno a Reggia in alcuni casi, originale. di Layla Betti d’Italia sotto l’alto patronato È soprattutto Torino, naturaldella Presidenza della Repubmente, a vivere un particolare blica, lo splendido complesso fermento per l’occasione. Fra barocco ospita alcune mostre le tante attrazioni offerte dalla sulle eccellenze italiane nel prima capitale del Regno d’Italia, si distingue il Museo del Cinema, ospitato nella mondo. La Venaria mette in vetrina l’arte italiana monumentale Mole Antonelliana. Non poteva esserci in “La bella Italia”, una mostra realizzata tra Torino, cornice più adatta per la mostra dal titolo “Noi cre- Roma, Firenze, Palermo e altre città d’arte alla scodevamo”, curata dal direttore Alberto Barbera e perta delle capitali della cultura in epoca preunitabasata su fotogrammi e scatti dell’omonimo film ria. Curata a più mani da storici dell’arte ed esperti sul Risorgimento italiano diretto da Mario Martone. museali, tra cui Antonio Paolucci e Andrea Emiliani, Inoltre, il Museo del Cinema ha indetto la rassegna la mostra rappresenta un aiuto alla riflessione circa cinematografica “Fare gli Italiani”: un viaggio nella gli apporti che le varie città italiane hanno saputo storia del nostro Paese attraverso le pellicole dei dare alla nostra cultura, partendo proprio dall’analisi grandi classici. La Mole ospita infine una rassegna, delle opere dei maggiori pittori, scultori, letterati e tutta incentrata sui film che raccontano il Risorgi- artigiani italiani. Altra esposizione pensata per commento, intitolata “Nascita di una Nazione? Il Risorgi- memorare l’anniversario nazionale è “Leonardo: il mento nel cinema italiano”, la cui programmazione genio, il mito”, tutta incentrata sulla figura del genio è durata fino a ottobre. La vivacità torinese non si toscano. Attraverso documenti cartacei e compendi ferma alla Mole Antonelliana, ma vede protagonista video si segue un percorso alla scoperta di come sia anche le OGR, letteralmente Officine grandi ripara- nato il mito di Leonardo e quale influsso il grande zioni. All’interno di questa immensa ex officina per artista ancora eserciti sull’arte contemporanea. La treni e locomotive, attualmente riconvertita in vivace riflessione giunge infine a fare luce su quale sia stato spazio culturale, si celebra l’anniversario italiano con il ruolo dell’Italia nel periodo in cui visse il genio di la mostra intitolata “Fare gli Italiani: 150 anni di storia Vinci. Non solo le arti figurative, ma anche la moda nazionale”. Attraverso un lungo percorso a cura degli è di scena alla Venaria Reale in occasione del centostorici Giovanni De Luna e Walter Barberis, si riflette cinquantesimo: il cartellone degli eventi torinesi pre-

L’Unità in esposizione

Pietro Senno, I toscani a Curtatone e Montanara

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vede, infatti, “Moda in Italia: 150 anni di eleganza”, ovvero un viaggio alla scoperta della moda in Italia a partire dal 1861. Partendo dai costumi delle donne in epoca risorgimentale fino ai giorni nostri, “Moda in Italia” vuole stimolare la riflessione sull’abito, da status symbol delle classi nobili dell’Ottocento a elemento di distinzione dell’identità nazionale. Chi fosse curioso di compiere un viaggio all’insegna dell’abito, troverà la mostra aperta fino a gennaio 2012. In occasione dell’anniversario dell’Unità, sono nati altri progetti interamente dedicati al Risorgimento. È il caso di M800, il Museo diffuso del Risorgimento, ubicato in Lazio e finalizzato a raccogliere le memorie degli eventi nei luoghi dove si sono svolte le vicende salienti del processo di unificazione. Tra i siti che fanno capo a questo progetto c’è il Parco del Gianicolo. In occasione del 17 marzo, infatti, la Soprintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale ha inaugurato gli interventi di restauro presso i luoghi del Risorgimento nel Parco del Gianicolo. La splendida terrazza ospita un’imponente statua di Garibaldi a cavallo, scolpita nel 1895 da Emilio Gallori. Al fianco di Garibaldi, anch’essa a cavallo, Anita, in una statua scolpita più tardi, nel 1932 da Mario Rutelli. Oltre alle statue equestri, sono stati restaurati anche gli 83 busti che accompagnano la passeggiata sul colle e che sono stati oggetto di atti vandalici nel corso del 2010. In occasione del centocinquantesimo è stata posta sul Gianicolo anche una statua prima collocata nella zona di Ripetta: si tratta del monumento a Ciceruacchio, oste e patriota italiano che seguì Garibaldi a Venezia all’indomani della caduta della Repubblica Romana. Per festeggiare il centocinquantesimo, infine, il Comune di Roma ha promosso la realizzazione, presso Porta San Pancrazio, del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina, che conterrà busti, dipinti e plastici relativi alle vicende risorgimentali del 1848 e 1849 e che costituirà un trait d’union con le statue e l’ossario presenti sul Gianicolo. Le celebrazioni della capitale coinvolgono non solo musei e luoghi legati alla storia: presso il MACRO Testaccio, precisamente nella Pelanda, è allestita la mostra dal titolo “Unicità d’Italia: made in Italy e identità nazionale”. La Pelanda ospita spesso mostre e installazioni che riflettono

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sulla contemporaneità e questa volta la riflessione si coniuga all’anniversario dell’Unità. “Unicità d’Italia” invita a una riflessione sulla costruzione dell’identità nazionale attraverso i prodotti e le eccellenze della produzione italiana. Un viaggio tra storia e design in una location evocativa che fa riflettere sul riutilizzo degli spazi industriali. L’epoca risorgimentale è scandagliata a fondo sotto molti aspetti, non solamente quello storico ma anche artistico e musicale: nel calendario ufficiale degli eventi sono compresi eventi espositivi che raccontano l’Italia delle arti. A Roma, presso le Scuderie del Quirinale è stata allestita la mostra intitolata “1861: i pittori del Risorgimento”, un’occasione per ripercorrere le tappe principali del Risorgimento attraverso la pittura di grandi Maestri quali Francesco Hayez, Gerolamo Induno e molti altri. La capitale non è l’unico luogo dove si ospitano mostre d’arte in occasione dell’anniversario. Anche la Pinacoteca di Brera a Milano ospita una grande mostra che punta ad analizzare l’atmosfera culturale milanese dell’Ottocento, non solo attraverso i dipinti di Hayez, ma anche tramite la letteratura di Manzoni e l’opera di Verdi. In Toscana, il Complesso Museale Santa Maria alla Scala di Siena ospita “Insieme sotto il tricolore: professori e studenti in battaglia: l’università di Siena nel Risorgimento”. Questa mostra propone una riflessione circa il ruolo dell’università senese nel percorso di unificazione: dal patriottismo degli insegnanti agli studenti che presero parte alla battaglia di Curtatone e Montanara. Inoltre, l’allestimento vuole mettere in luce le personalità emergenti dell’università senese che potenziarono il processo di modernizzazione relativa al campo dell’informazione e allo sviluppo dei mezzi di comunicazione. La scultura è protagonista in una mostra patavina: Palazzo della Ragione a Padova, infatti, è sede di “Scolpire gli eroi: la scultura al servizio della memoria”, che vede esposti i bozzetti di sculture e monumenti dei più importanti eroi risorgimentali. Un’operazione interessante è stata fatta a Roma, dove numerose sedi espositive, tra le quali il Complesso del Vittoriano, Castel Sant’Angelo e l’Aeroporto di Fiumicino T3 hanno ospitato la mostra “Regioni e Testimonianze d’Italia”. I curatori, ovvero


Lucio Villari, Louis Godart e Giuseppe Tornatore, intendono far leva sulle differenze regionali che caratterizzano l’Italia di oggi. Ciascuna regione dispone di un proprio bagaglio culturale, linguistico e artistico che ne caratterizza la ricchezza e assicura all’Italia un fascino insito proprio in questa varietà. Molte regioni hanno preso parte a questo grande allestimento, presentando ciascuna la propria storia e la cultura, le industrie e il patrimonio tecnologico, riflettendo in particolare sugli ultimi quarant’anni. “Regioni e testimonianze d’Italia” vuole riprendere le fila delle due grandi mostre precedenti, concepite rispettivamente per il cinquantenario (Roma, 1911) e per il centenario (Torino, 1961) dell’Unità e dedicate anch’esse alle realtà regionali. Tra le proposte che si contraddistinguono per originalità, è da segnalare l’offerta del Museo del Fumetto e dell’Immagine di Lucca (MUF), che ha proposto una serie di eventi e mostre molto singolari. Entro ottobre è possibile per le scuole di ogni ordine e grado partecipare al progetto “Un’immagine, una storia: ridisegna la storia d’Italia dall’unificazione ai giorni nostri”, un concorso dedicato alle scuole per rileggere la storia recente del nostro Paese attraverso i fatti storici affrontati in aula che più hanno colpito i ragazzi. Un’altra iniziativa dedicata alle scuole è “La storia d’Italia in figurine”: a tutte le scuole che hanno aderito è stato distribui­to un album in formato digitale, sul quale attaccare di volta in volta le figurine, anch’esse digitali, che il Museo ha inviato alle scuole nel corso del 2010

e del 2011. Le singole scuole, inoltre, hanno avuto l’opportunità di scambiare le figurine digitali con altre scuole, entrando così in relazione secondo il principio di “Ce l’ho, ce l’ho, mi manca!”, tipico della raccolta di figurine. Per le scuole che termineranno la raccolta (termine ottobre 2011) sono stati previsti vari premi, tra cui la “Biblioteca della memoria disegnata”, ovvero la storia del nostro Paese disegnata dai più famosi autori di comics italiani, tra cui Milo Manara, Sergio Toppi, Giorgio Cavazzano, Pasquale Frisenda e molti altri. La “Biblioteca della memoria disegnata” contiene una rilettura della storia d’Italia dall’Unità ai giorni nostri rivista attraverso la satira, la cronaca illustrata e il cinema d’animazione. Nell’ambito degli eventi dedicati all’Unità ideati dal MUF, c’è anche l’originalissima mostra “150 anni dall’Unità d’Italia: un lungo viaggio di gente comune per costruire una nazione”, che raccoglie in svariati pannelli i fumetti che raccontano la storia dell’unificazione del nostro Paese. Aperta a febbraio 2011, l’esposizione, concepita come itinerante, sarà ospitata in varie sedi lungo tutta la Penisola. Infine, un’altra mostra, questa volta la personale di un famoso artista della satira e della vignetta: Forattini. Dal 24 giugno e fino al 18 settembre era visitabile presso il Museo Carlo Bilotti, nell’Aranciera di Villa Borghese a Roma la mostra dal titolo “Viva l’itaglia!”, una raccolta di vignette che ripercorreva la carriera di Forattini negli ultimi quarant’anni e che dedicava un’intera sezione al Risorgimento italiano.

Proposte di lettura a cura della Biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino Alberto M. Banti, Sublime madre nostra: la nazione italiana dal Risorgimento al Fascismo, Bari, Laterza, 2011. La nazione non è un dato di natura. L’idea che una comunità di uomini e donne, uniti da una serie di elementi condivisi, possieda la sovranità politica che fonda le istituzioni di uno Stato, è molto recente e basa la sua capacità di attrazione sul lessico usato, sulle parole per nominare questa nazione. Quando sulla scena politica compare il discorso nazionale, le forme comunicative scelte sono estremamente seducenti. Le narrative nazionali sanno emozionare. Sanno comunicare. Sanno toccare il cuore di un numero crescente di persone. Alberto M. Banti in questo volume indaga qual è stato l’eccezionale potere comunicativo della retorica nazionale nell’Italia risorgimentale e indica in alcune “figure” del discorso usato le immagini, i sistemi allegorici e le narrative che hanno avuto un maggiore impatto sulle donne e gli uomini che fecero l’Italia. Rileva in particolare tre figure profonde che hanno accompagnato il discorso nazionale dal Risorgimento al fascismo: la nazione come parentela/famiglia, la nazione come comunità sacrificale, la nazione come comunità sessuata, funzionalmente distinta, cioè in due generi diversi per ruoli, profili e rapporto gerarchico. Cambieranno i contesti e le forme di governo, ma la struttura del discorso nazionale resterà identica, nonostante diversi siano gli obiettivi politici che su di essa si fondano.

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Quale Unità?

baldi, e non l’ho trovata, perché Sulle celebrazioni per il cenda nessuna parte c’è la scritta tocinquantesimo anniversaopinioni e commenti Piazza Garibaldi. Ma è il modo rio dell’Unità d’Italia si sono questo di celebrare i 150 anni espressi moltissimi personaggi nelle lettere ai nel luogo dove i garibaldini illustri e intellettuali e nei mesi quotidiani trentini hanno vinto la battaglia sugli scorsi abbiamo letto gli interaustriaci? Sono rimasto estreventi di scrittori, politici, filosofi, mamente deluso”. Mentre, da storici, politologi e così via. Ma di Paola Bertoldi una prospettiva diversa, Maria cosa ne pensano i cittadini? Teresa Floriani osserva: “Tra Come hanno vissuto questa tutti quei personaggi che hanno ricorrenza? Con partecipazione fatto, in un modo o nell’altro, o indifferenza? Con sincero spigrande la nostra Nazione, manrito patriottico o con un attegcano le immagini di mariti, figli, giamento critico? Abbiamo cercato di capirlo analizzando le lettere pubblicate padri, fratelli che, dopo l’8 settembre ’43, sono stati sui quotidiani locali (l’Adige, Trentino e Corriere del abbandonati dal loro Paese e sono finiti prigionieri Trentino) nelle settimane precedenti e successive il dei campi nazisti tra indicibili sofferenze e torture”. 17 marzo 2011. In queste lettere, naturalmente, l’o- Spostandoci a questo punto al terzo insieme citato pinione del cosiddetto “cittadino comune” si trova sopra, a questa categoria appartengono coloro i accanto al punto di vista del parlamentare, dell’e- quali, prendendo spunto dalle discussioni sul censperto o dell’autorità, rendendo più ricco e interes- tocinquantesimo, invitano a riflettere su altri argosante il dibattito. Indipendentemente dalla fonte, le menti, di vario interesse. È il caso, per esempio, di lettere inviate ai quotidiani si possono dividere in tre Annibale Salsa (antropologo e già presidente del categorie: i favorevoli ai festeggiamenti, i contrari, e Club alpino italiano), che approfondisce il ruolo delle chi prende spunto dal tema per affrontare altri argo- Alpi nella rappresentazione mentale del territorio, o menti. Per quanto riguarda i primi due schieramenti, di Pierangelo Giovanetti (direttore del giornale l’Aè curioso osservare che, in entrambi i casi, gli spunti dige), che invece invita a riscoprire le ragioni dello di partenza per arrivare alle diverse posizioni sono stare assieme, cioè “l’unica prospettiva che ci può molto spesso gli stessi. Il riferimento ai fatti storici è, garantire un futuro”. Oppure si possono citare anche ad esempio, il principale argomento portato a soste- Alessandro Pietracci, con il suo racconto delle inigno delle teorie tanto dei sostenitori quanto dei con- ziative dei socialisti, “il più antico partito politico itatrari ai festeggiamenti. Troviamo, infatti, interventi liano, fondato a Genova nel 1892” o Claudio Broz che come quello di Roberto Adami, che ricorda, con critica l’operato del governo italiano. numeri e dati, le migliaia di trentini che si batterono Un capitolo a parte, in questa rassegna delle lettere per l’unità italiana, dal 1848 in poi. Dall’altro lato, a ai quotidiani trentini, va infine riservato alla polemica pochi giorni di distanza, Rosa Maturi ritiene invece innescata dal governatore altoatesino Luis Durnwalgiusto “restituire un po’ di memoria dispersa a quei der, che il 7 febbraio 2011 dichiara: “Per quanto tanti Kaiserjäger trentini che inquadrati nel IV Corpo riguarda la popolazione di lingua tedesca dell’Alto d’armata insieme con le truppe tedesche sono stati Adige non c’è nessun motivo per festeggiare l’unità d’Italia […]. Per noi i 150 anni non rappresentano mandati a combattere sul fronte della Galizia”. Allo stesso modo, abbiamo chi invita a festeggiare in soltanto Garibaldi e i moti di fine Ottocento ma ci nome dello spirito patriottico e chi invece lo critica, ricordano la separazione dalla nostra madre patria denunciandone l’eccessiva retorica. Ecco quindi che austriaca”. A questo episodio segue una risposta l’invito di Giovanna Giugni – “l’occasione è quella del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, giusta: appendiamo il tricolore ai balconi, in questa il quale esprime sorpresa e rammarico e auspica giornata di festa” – si contrappone alla messa in guar- che l’intera popolazione della provincia di Bolzano dia di Alberto Sommadossi che dice: “Per quanto mi possa riconoscersi pienamente nelle celebrazioni riguarda, temo l’obbligo al dichiararsi ‘patrioti’ pena della nascita dello Stato italiano. Pronta la risposta la condanna alla pubblica gogna, temo la tendenza di Durnwalder: “Il gruppo linguistico tedesco non a confondere lo stato repubblicano e la sua Costi- ha nulla da festeggiare. Nel 1919 non ci è stato chietuzione”. E, sempre ragionando sulle contrapposi- sto se volevamo fare parte dello Stato italiano e per zioni, un altro filone è quello della memoria, dove questo non parteciperò ai festeggiamenti”. c’è chi lamenta la scarsa attenzione verso i perso- Da queste rispettive prese di posizione nasce un naggi passati alla storia e chi invece vorrebbe che dibattito molto vivace fra i lettori che, anche in fossero ricordati i più umili. Abbiamo quindi lettere questo caso, si dividono in chi concorda con l’uno e come quella di Mario Pedrotti che, recatosi a Bez- chi dà ragione all’altro. È fra l’altro interessante, oltre zacca, scrive: “Addirittura ho cercato Piazza Gari- alla differenza di posizioni, osservare anche la diffe-

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Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato

renza di toni. Gli autori delle lettere contro Durnwalder esprimono la loro posizione o con toni accesi e scandalizzati, oppure con più pacate argomentazioni. Mario Amadori, ad esempio, ricorda lo stipendio di Durnwalder e afferma: “Il fanatico presidente sudtirolese con i suoi 27.228 euro al mese guadagna più di Obama […]. Forse è per il fatto che lui spalanca la bocca più di tutti e, fra l’altro, si pensa austriaco!”. E Giacomino Argento di Milano dichiara che “la mia famiglia terrà conto, oggi e in futuro, di questo sentimento dannoso per l’amor patrio. Comunico che è nostra intenzione non trascorrere il periodo estivo in tutto il Trentino Alto Adige”. Sempre critiche, ma diverse, lettere come quella di Alessandro Delpiano il quale, rivolgendosi al Landeshauptmann spera che “più attente riflessioni la porteranno a saper rappresentare degnamente la sua comunità intera, e quindi a cambiare una decisione che rischia di lasciare una traduzione solo sprezzante delle sue parole”. Sulla stessa linea anche Giacomo Santini che afferma: “Sul merito del rifiuto di Durnwalder vorrei ricordargli che finché ricopre quella carica deve sentirsi in dovere di rappresentare egualmente tutte le sensibilità dei cittadini che amministra”. Allo

stesso modo, anche chi concorda con il governatore altoatesino motiva le proprie convinzioni con differenti argomentazioni e gradi di intensità. Per esempio, Enrico Froner dichiara: “Finalmente! Nel silenzio assordante che si ascolta, nel nostro Trentino, le grancasse neo-irredentiste degli italiani plaudenti al 150° della cosiddetta ‘unità nazionale’, mancava uno scossone, un tuono che ci risvegliasse tutti […]. Luis Durnwalder […] ha detto quello che molti di noi pensano: lasciateci in pace con la festa dell’Unità d’Italia, è una cosa che non ci riguarda”. Mentre Stefano Maraner e Milena Cattoni osservano: “Nel 1861 non appartenevamo al Regno d’Italia. Ci sembra quindi assurdo dover celebrare una ricorrenza che non ci riguarda. Nel 2019, chi vorrà, potrà al limite festeggiare i cento anni di annessione, che avvenne in seguito a un avvenimento bellico, e non a un plebiscito popolare”. Diverso è invece l’approccio di Luigi Sardi il quale, dopo un’analisi storica riconosce che “non si può pretendere di invitare a far festa chi non vuol festeggiare. Sarebbe anche contrario allo spirito libero, anche se svanito, del Risorgimento che vide il sacrificio dei nostri padri e dei nostri nonni italiani”.

Proposte di lettura a cura della Biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino Donne del Risorgimento, a cura del gruppo Controparola, Bologna, Il mulino, 2011. Quando si parla del Risorgimento le donne dove sono? La memoria di quelle, non poche, che lo animarono è pressoché cancellata. Eppure si trattò spesso di figure di grande notorietà, poi celebrate da statue e lapidi. Questo volume presenta al lettore alcune di queste protagoniste dimenticate: in quattordici capitoli di taglio narrativo, le autrici ricostruiscono il profilo biografico e l’azione di altrettante donne, da Georgina Saffi a Giara Maffei, da Sara Nathan ad Anita Garibaldi, dalla nobile Cristina di Belgioioso alla capraia palermitana Teresa “Testa di lana”. Rileggendo insieme la vita di lavandaie e giornaliste, aristocratiche e massaie, italiane e inglesi, il libro riconosce in queste “donne del Risorgimento” anche una comune disposizione in certo senso protofemminista che le portò volta a volta a impegnarsi in battaglie sociali, a lottare contro la prostituzione, a prendere le armi vestite da uomini, accanto agli uomini.

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INFO M USE O

MAGGIO 2011

In questo incontro sono state raccolte e discusse proposte e idee relative alla comunicazione audiovisiva della storia e della memoria da parte di singole persone, associazioni e giovani, in particolare studenti universitari, partecipanti ai progetti dei Piani giovani. Il terzo cantiere, dedicato a scuola e formazione, si è tenuto il 19 maggio; l’ultimo appuntamento, rivolto al territorio, è stato l’8 giugno. Gli uomini della luce Mercoledì 4 maggio, nell’ambito del LIX TrentoFilmFestival, presso il cinema Modena, è stato proiettato il film-documentario di Katia Bernardi “Gli uomini della luce: storie di centrali idroelettriche in Trentino”. Il film, che ripercorre oltre mezzo secolo di storia insieme ai testimoni che hanno vissuto in prima persona l’impresa umana e ingegneristica della costruzione delle centrali idroelettriche, è stato prodotto anche con la collaborazione della Fondazione Museo storico del Trentino.

La strada di De Gasperi Il 3 maggio l’Associazione culturale Dante Alighieri ha organizzato, presso il centro culturale “Antonio Rosmini” di Trento, la proiezione del documentario “La strada di De Gasperi”, prodotto dalla Fondazione Museo storico del Trentino con la regia di Elena Negriolli. Assieme alla regista è intervenuto Vincenzo Calì. Il documentario racconta la parabola umana di Alcide Archivi migranti De Gasperi, il suo rapporto con la natura e la popolazione, ma anche Si è tenuto a Palazzo Trentini nelle con la fede e la politica. giornate del 5 e 6 maggio il convegno internazionale “Archivi I cantieri di HistoryLab migranti: tracce per la storia delle migrazioni italiane in Svizzera nel secondo dopoguerra”, promosso dalla Fondazione Museo storico del Trentino e dalla Provincia autonoma di Trento. Il convegno è stato occasione d’incontro e confronto tra i principali studiosi italiani e svizzeri che si occupano non solo di storia dell’emigrazione in senso lato, ma anche, e soprattutto, di quei giacimenti documentali fondamentali per lo studio di questi fenomeni: gli archivi. Nella serata del 5 maggio, a conclusione degli interventi dei vari relatori si è Si è tenuto il 4 maggio il secondo tenuto presso il teatro San Marco di appuntamento con i “cantieri” Trento un omaggio ad Alvaro Bizdi HistoryLab, il nuovo progetto zarri, regista e migrante. Morena della Fondazione Museo storico La Barba, presidente dell’Associadel Trentino realizzato in collabo- zione “Les amis d’Alvaro Bizzarri”, razione con l’Opera Universitaria. ha introdotto la proiezione del film

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“Pagine di vita dell’emigrazione”; al termine, Lorenza Servetti (Istituto Parri dell’Emilia-Romagna) e Vincenzo Mancuso (Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico) hanno dialogato con il regista. Come due fosse in viso La Biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino ha ospitato il 5 maggio la presentazione del libro di Carlo Marchi “Come due fosse in viso: une rêverie de Solferino”, libro che trae il suo argomento dalla battaglia di Solferino, avvenuta il 24 giugno 1859, durante la seconda guerra di indipendenza, fra le truppe francesi di Napoleone III e gli austriaci di Francesco Giuseppe. Con l’Autore sono intervenuti Vincenzo Calì e Maria Giovanna Bertoldi Portinari.

Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia: da un 17 marzo all’altro L’Associazione Museo storico in Trento, in collaborazione con il Museo Alto Garda, il Comune di Riva del Garda e il Comune di Arco, il 6 maggio presso il Museo di Riva del Garda, ha organizzato la conferenza dal titolo “150° dell’Unità d’Italia: da un 17 marzo all’altro”. Dopo le relazioni introduttive di Monica Ronchini (Museo di Riva del Garda) e Patrizia Marchesoni (Associazione Museo storico in Trento), si sono succeduti gli interventi di Vincenzo Calì (“Da un 17


marzo all’altro: l’Italia in cammino e il Trentino”), Fabrizio Rasera (“Italiani siam non tirolesi”) e Graziano Riccadonna (“Studenti e amor di patria”). Festa di San Martino Il 7 maggio il rione di San Martino a Trento è stato animato dalla tradizionale festa di quartiere giunta alla sua terza edizione. Per l’occasione la Fondazione Museo storico del Trentino ha allestito una mostra fotografica dal titolo “Il borgo di San Martino e le porte della città” e ha messo a disposizione un operatore per accompagnare tutti gli interessati in una visita guidata.

Una storia romantica È stata inaugurata sabato 7 maggio nelle sale del Circolo pensionati e anziani di Besenello la mostra “Una storia romantica: gli anni sessanta dall’archivio di Gigliola Cinquetti”, curata da Quinto Antonelli e Giorgio Mezzalira. L’esposizione, aperta fino al 22 maggio, ha cercato di riannodare il filo della storia del successo della Cinquetti con quello della storia del costume e della società italiana negli anni sessanta del Novecento. Trento under construction: mostra e forum di discussione Le Gallerie di Piedicastello hanno ospitato, l’11 maggio, l’inaugurazione della mostra “Trento under construction: un reportage fotografico di Paolo Sandri”, curata da Alessandro Franceschini e promossa dal Laboratorio urbano di Trento casaCittà, dalla sezione Trentino dell’Istituto nazionale di

urbanistica e dalla Fondazione Museo storico del Trentino. La mostra, aperta fino al 30 giugno, si è interrogata sulle potenzialità e sulle criticità dei nuovi assetti urbanistici che stanno ridisegnando lo spazio della città di Trento. L’esposizione è stata anche l’occasione per discutere di alcune questioni cruciali per il futuro della città. Nel mese di maggio sono stati organizzati tre incontri monotematici su argomenti all’ordine del giorno nelle trasformazioni urbane, interessanti dal punto di vista strategico, urbanistico, sociale e ambientale: “I poli museali a Trento: nuove opportunità e reti consolidate” (11 maggio), “La destra Adige: un sistema da riqualificare” (20 maggio), “Le aree ex caserme: una nuova città nella città” (27 maggio). I risultati dei dibattiti sono stati sintetizzati da tre giornalisti-moderatori in un incontro finale dal titolo “Strategie per la Trento del futuro”, che si è tenuto il 10 giugno alla presenza dei rappresentanti istituzionali e politici della città.

Democrazia proletaria

Il 12 maggio è stato presentato presso la Biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino il libro di William Gambetta “Democrazia proletaria: la nuova sinistra tra piazze e palazzi” (Edizioni Punto Rosso, 2010). Assieme all’Autore hanno partecipato Paolo Tonelli (ex Democrazia Proletaria del Trentino) e Fiammetta Balestracci (Fondazione Bruno Kessler, Trento). Ha moderato Vincenzo Calì.

Le pubblicazioni della Fondazione al Salone del libro di Torino Come ogni anno, la Fondazione Spettacolo sull’emigrazione Museo storico del Trentino era Il 14 maggio la Fondazione Museo presente con le proprie pubblicastorico del Trentino, in collabora- zioni al Salone internazionale del zione con Etre-Esperienze teatrali di residenza, Promoarte-Teatro periferico, Mnemoteca del Basso Sarca e Cooperativa sociale Kaleidoscopio, ha proposto lo spettacolo teatrale “Un’altra terra” (regia di Paola Manfredi, Dario Villa, Laura Montanari e Giorgio Branca; direzione artistica di Paola Manfredi). libro di Torino giunto alla XXIV Lo spettacolo, che si è svolto nella edizione (12-16 maggio). suggestiva ambientazione delle Gallerie di Piedicastello, nato da Le due vite di Elsa due laboratori teatrali organizzati Il 20 maggio si è tenuta, nella Bibliocon gli ospiti del Centro servizi teca della Fondazione Museo stoanziani di Trento e con gli studenti rico del Trentino, la presentazione dei licei “Giovanni Prati”, “Galileo del libro di Rita Charbonnier “Le Galilei” e “Alessandro Vittoria” di due vite di Elsa” (Piemme, 2011). Trento, ha messo in scena la realtà Assieme all’Autrice ha partecipato dell’emigrazione: l’arrivo in terra all’incontro Donata Zoe Zerbinati, straniera, i ricordi della terra d’ori- presidente di Sillabaria, associagine, i timori e le speranze, la diffi- zione di promozione sociale per la coltà della lingua, l’adattamento a scrittura femminile come espresuna vita del tutto nuova. sione e conoscenza.

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Spettacolo sulla Galleria Adige Garda Il 28 maggio le Gallerie di Piedicastello hanno ospitato lo spettacolo “Galleria Adige Garda: la luce in fondo la tunnel”, scritto e diretto da Lanfranco Barozzi con la collaborazione di Maurizio de Zanghi. Attraverso l’elaborazione teatrale della corposa raccolta di testimonianze, curata dall’associazione Culturale l’Araba Fenice di Arco in collaborazione con il Circolo Arci di Mori e il contributo dell’Associazione Castel Penede, la rappresentazione ha narrato il significato e l’importanza che la galleria Adige Garda, costruita fra il 1939 e il 1959, ha avuto per il Trentino e in particolare per la Vallagarina e l’Alto Garda. Serata sull’autonomia Nell’ambito del ciclo di conferenza storiche “L’autonomia in tre serate: la storia dalla T di Trentino alla A di Autonomia” il Comune di Sanzeno, la Commissione culturale di Sanzeno e la Fondazione Museo storico del Trentino hanno proposto la serata dal titolo “Dall’ASAR all’autonomia”. All’incontro, tenuto a Casa de Gentili di Sanzeno il 31 maggio, è intervenuto il direttore della Fondazione Museo storico del Trentino Giuseppe Ferrandi.

GIUGNO 2011 “Gli uomini della luce” allo Spazio Off Dopo la première al TrentoFilmFestival della Montagna a inizio maggio, il film di Katia Bernardi “Gli uomini della luce: storie di centrali idroelettriche in Trentino”, prodotto anche in collaborazione con la Fondazione Museo storico del Trentino, è stato proiettato per tre serate allo Spazio Off di Trento. Ogni proiezione è stata introdotta da un ospite che ha discusso del film da un’angolazione diversa. Il 9 giugno Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione Museo

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storico del Trentino, ha affrontato la storia e l’evoluzione, anche in chiave ambientale, sociale e lavorativa, degli anni cinquanta del Novecento, momento chiave nella realizzazione delle centrali idroelettriche in Trentino.

Premio Walter Micheli Mercoledì 1 giugno, presso la Biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino, sono stati consegnati i premi per le migliori tesi di laurea che hanno partecipato al “Premio Walter Micheli”, promosso dalla Fondazione. Il Premio, dedicato alla figura del grande politico trentino scomparso tre anni fa, era riservato a elaborati riguardanti la storia del socialismo e del movimento dei lavoratori in Trentino, oppure la storia dei rapporti tra le comunità e i territori di riferimento, con particolare attenzione all’arco alpino. Tra i lavori pervenuti sono stati selezionati gli elaborati di Giordana Anesi (“Dalle Comunità di Regola al Comune moderno: gli accorpamenti comunali nel dipartimento dell’Alto Adige, 1810-1813) e di Alessia Giuliani (“La prima guerra mondiale in Val di Gresta: effetti e trasformazioni su popolazione e territorio).

Conferenza su Emilio Lussu Si è tenuta il 18 giugno alla Biblioteca comunale di Lavarone la conferenza dal titolo “Figli di un Dio minore: il sacrificio dei figli della Sardegna nella prima guerra mondiale”, proposta dalla Fondazione Museo storico del Trentino e dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, in collaborazione con il Comune di Lavarone, l’Istituto sardo per lo studio dell’Autonomia e della Resistenza e il Centro di Documentazione di Luserna. Durante l’incontro, cui hanno partecipato Giangiacomo Ortu, presidente dell’Istituto sardo per lo studio dell’Autonomia e della Resistenza, Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione Museo storico del Trentino, Michele Nardelli, presidente del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Salvatore Dui, presidente del Circolo culturale ricreativo sardo del del Trentino “Giuseppe Dessì”, è stata presentata l’opera completa dello scrittore Emilio Lussu. Le pubblicazioni della Fondazione alle Feste vigiliane e “La grande mappa di Trento”

In occasione delle tradizionali feste vigiliane, la Fondazione Museo storico del Trentino è stata presente anche quest’anno con uno stand promozionale in via Mazzini a Trento nelle serate di sabato 18 e domenica 19 giugno. Coloro che hanno visitato la bancarella hanno potuto sfogliare e conoscere più da vicino i libri e le riviste edite dal Museo nonché informarsi sui servizi offerti. Sempre nell’ambito delle festività per il patrono, il Laboratorio di


formazione storica della Fondazione ha proposto, nei pomeriggi del 24, 25 e 26 giugno, il gioco a squadre “La grande mappa di Trento”, riservato ai bambini dai 5 ai 13 anni. L’iniziativa intendeva far scoprire la storia, i luoghi e le principali trasformazioni della città di Trento attraverso l’uso di una grande mappa-tappeto che riproduce la zona urbana alla metà dell’Ottocento. Inaugurazione della mostra “DiStilla InStilla” e “La magica notte di San Giovanni” Il 24 giugno, nelle sale di Palazzo Eccheli-Baisi a Brentonico, è stata inaugurata la mostra “DiStilla InStilla: l’essenza segreta delle piante”, curata da Rodolfo Taiani della Fondazione Museo storico del Trentino e Francesco Rigobello del Museo di scienze di Trento.

Riprendendo in parte il percorso già proposto in occasione della mostra “Semplici di natura” è stato possibile, anche attraverso suggestioni sonore, visive, olfattive e tattili, percepire il racconto di chi si occupa di distillazione in un ininterrotto dialogo tra scienza e tradizione, tra passato e presente. Dopo l’inaugurazione della mostra, aperta fino all’8 gennaio 2012, l’attore Nicola Sordo ha proposto “La magica notte di San Giovanni”, uno spettacolo/escursione nel verde di Brentonico, un breve viaggio a piedi, magico e buffo, per grandi e piccoli esploratori alla ricerca delle erbe spontanee nella speciale notte di San Giovanni.

Convegno su Carlo d’Asburgo Si è tenuto il 25 giugno presso il polo scolastico di Borgo Valsugana il convegno “Carlo d’Asburgo, ultimo imperatore d’Austria: storia, politica, santità”, promosso dalla Provincia autonoma di Trento con il patrocinio della Fondazione Museo storico del Trentino, del Comune di Borgo Valsugana e della Comunità Valsugana e Tesino.

LUGLIO 2011 L’evoluzione del paesaggio in Val di Non All’interno del convegno “Incanto e disincanto della terra”, organizzato dai Musei di Ronzone, il 2 luglio è stato proiettato il documentario “Paesaggi in movimento: storia e agricoltura in val di Non” che, attraverso le testimonianze di chi ha vissuto la trasformazione, racconta l’evoluzione della val di Non e in particolare del mestiere dell’agricoltore. Sono intervenuti il regista Lorenzo Pevarello e Alessandro de Bertolini, ricercatore della Fondazione Museo storico del Trentino. Un convegno sulle memorie di comunità La Presidenza del Consiglio della Provincia autonoma di Trento e la Fondazione Museo storico del Trentino hanno organizzato, il 4 luglio, il convegno internazionale “Memorie di comunità”, che si è tenuto nelle sale di Palazzo Trentini. Il direttore della Fondazione Museo storico del Trentino Giuseppe Ferrandi è intervenuto con il contributo dal titolo “I protagonisti dell’emigrazione trentina: una memoria da ricostruire”. A bordo della città di Milano Il 5 luglio è stata inaugurata presso le Gallerie di Piedicastello la mostra fotografica “A bordo della città di Milano: l’impresa del dirigibile Italia di Umberto Nobile fotografata da

Carlo Felice Garbini”, aperta fino al 31 luglio. L’esposizione, curata da Enrico Fuochi e realizzata in collaborazione con il Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni di Trento, ha ripercorso, attraverso una novantina di fotografie scattate dal giovane ufficiale di origini trentine Carlo Felice Garbini, una fra le più note e dibattute spedizioni di esplorazione di tutti i tempi: il viaggio al Polo Nord del dirigibile Italia, ispirato e condotto dal generale Umberto Nobile nel 1928. A 95 anni dalla morte di Cesare Battisti Come ogni anno, il 12 luglio al Castello del Buonconsiglio, si è tenuta la commemorazione della morte di Cesare Battisti, alla presenza del direttore della Fondazione Museo storico del Trentino Giuseppe Ferrandi e del Presidente dell’Associazione nazionale alpini Sezione di Trento Maurizio Pinamonti. Al termine della celebrazione lo storico Mirko Saltori ha tenuto la conferenza dal titolo “I compagni di Battisti”. Erano presenti Marcello Bonazza, Presidente della Società di studi trenCESARE BATTISTI tini di scienze storiche e Vincenzo 4 febbraio 1875 - 12 luglio 1916 Commemorazione del 95° anniversario Calì, Vicepresidente dell’Associamorte di Cesare Battisti zione Museo storico in Trento. I COMPAGNI DI BATTISTI ASSOCIAZIONE

Conferenza

A tu per tu con il farmacista L’Associazione giovani farmacisti Trentino Alto Adige/Südtirol (AGIFAR), in collaborazione con la Fondazione Museo storico del Trentino e il Comune di Brentonico, hanno organizzato, a cornice

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delle mostre “Farmacisti di famiglia” e “DiStilla InStilla”, alcuni momenti di incontro con il pubblico nel corso dei quali presentare e realizzare insieme creme, pomate e sciroppi. I laboratori si sono tenuti nelle giornate del 16-17 luglio, 6-7 agosto, 27 agosto e 10-11 settembre. Mostra sull’Unità d’Italia Il 22 luglio presso il Castello di Stenico, nell’ambito delle iniziative organizzate per celebrare la figura del poeta, drammaturgo e combattente garibaldino Giovanni Battista Sicheri, la Fondazione Museo storico del Trentino e il Circolo culturale “G. B. Sicheri” hanno inaugurato la mostra “Il 150° ai confini dell’Unità: Trentino, Italia, Europa”. L’esposizione, curata da Patrizia Marchesoni e Alessandro de Bertolini e aperta fino al 7 agosto, ha analizzato l’ampio processo di unificazione dello Stato nazionale e ha messo in evidenza i piani differenti sui quali si è articolato il percorso risorgimentale italiano. La mostra è stata successivamente trasferita dal 10 agosto al Rifugio Caduti dell’Adamello.

AGOSTO 2011 Le pubblicazioni della Fondazione a “Librando” Nel fine settimana del 6-7 agosto la Fondazione Museo storico del Trentino ha presentato le proprie pubblicazioni a “Librando”, la prima mostra mercato del libro tenutasi nella bella cornice di Castelbrando, in provincia di Treviso. Una quindicina di case editrici hanno dato vita a questa iniziativa editoriale.

corsi espositivi che muovono dal tema della val di Non come terra di passaggio e come territorio strategicamente rilevante: “La più alta d’Europa: Santa Giustina 1951”, “Non in guerra: 1905 e 1935: le manovre militari in valle di Non” e “Paesaggi agrari: il cambiamento: cento anni di storia in val di Non”. Parte integrante del Portale è il progetto “Val di Non Lab 1” che promuove la raccolta di videointerviste per raccontare attraverso le testimonianze dei protagonisti i continui cambiamenti del territorio nel corso del Novecento. I materiali raccolti sono stati restituiti al pubblico attraverso la proiezione pubblica di 4 documentari realizzati da Marco Rauzi e Anna Sarcletti. Il 12 agosto, presso la Palazzina Edison (sede del Portale), è stato proposto il filmato “Frammenti di vita contadina”; il 19 agosto, presso il caseificio sociale di Fondo, è stata la volta di “Le economie trainanti: il cambiamento”, mentre la settimana successiva, il 26 agosto, Casa de Gentili di Sanzeno ha ospitato la proiezione del filmato “L’antropizzazione del territorio: tracce di spiritualità”. L’ultimo appuntamento, a Casa Marta di Coredo, è stato riservato al documentario “Vita di comunità: gli incontri” e si è tenuto il 2 settembre.

Il sessantasettesimo anniversario di Malga Zonta Domenica 15 agosto a Folgaria si è celebrato il sessantasettesimo anniversario dell’eccidio nazifascista di Malga Zonta. Maurizio Toller, Sindaco di Folgaria, Luigi Dalla Via, Sindaco di Schio e Giuseppe Ferrandi, Direttore della Fondazione Museo storico del Trentino hanno proposto i loro interventi; l’orazione ufficiale è stata tenuta Il Portale della storia e della da Carlo Ghezzi della Presidenza memoria della Valle di Non: 4 nazionale dell’ANPI. film-documentari Venerdì 12 agosto, nei pressi della Apertura straordinaria del forte di diga di Santa Giustina, è stato ria- Cadine perto al pubblico il Portale della Il forte di Cadine, fondamentale storia e della memoria della valle tassello della memoria trentina a di Non con i suoi tre diversi per- pochi passi dalla città di Trento, ha

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riaperto per tre giorni le porte alla cittadinanza e ha ospitato riflessioni, visite guidate e spettacoli. Si è cominciato la sera di venerdì 26 agosto con gli interventi di Giuseppe Ferrandi, Direttore della Fondazione Museo storico del Trentino e Sandro Flaim, Soprintendente per i Beni architettonici della Provincia autonoma di Trento. L’architetto Valentina Barbacovi ha informato i presenti sui lavori di restauro che hanno permesso la riapertura del forte. Il giorno successivo, sabato 27 agosto, si sono svolte le visite guidate al forte, a cura degli operatori della Fondazione Museo storico del Trentino e in serata è andato in scena lo spettacolo “Storie della Fortezza”, proposto dalla Compagnia delle Arti assieme al fisarmonicista Stefano Bragagna. Domenica 28 agosto, oltre alle visite guidate, nel pomeriggio si sono esibiti la Corale Santa Elena di Cadine e il Coro Paganella di Terlago. Alle 21.00 è stata la volta dello spettacolo “Storie di uomini” che ripercorre le vicende dei protagonisti del capolavoro di Emilio Lussu sulla vita dei soldati durante la Grande Guerra. La pièce, dopo un’introduzione di Lorenzo Baratter (direttore del Centro di Documentazione di Luserna), è stata interpretata da Andrea Brunello della Compagnia Arditodesio. Nelle giornate di sabato e domenica è stato proposto anche il trekking Cadine-Sorasass, con visita dei siti storici risalenti al 19141915.


sta della scena culturale italiana della seconda metà del Novecento, che ha consacrato la sua vita allo spettacolo e alle emozioni.

EDIZIONI

NOVITÀ

Micol Cossali e Valentina Miorandi, La fabbrica del freddo, DVD, 48’, € 8,00

Aldo Pantozzi, Sotto gli occhi della morte: da Bolzano a Mauthausen, let­ to da Lino Tommasini, AUDIOLIBRO, 171’, € 12,90

Leonardo Gandini, Daniela Cecchin e Matteo Gentilini (a cura di), L’ombra del passato: la nostalgia tra cinema e passato, pp. 128, € 11,00

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R LIB

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Angelo Longo e Michele Corona, En pizech de sal: alimentazione, memorie e ricette a Primiero, DVD, 97’, € 8,00

a cura di Leonardo gandini, daniela cecchin e matteo gentilini

L’ombra del passato

la nostalgia tra cinema e televisione La riproposizione in audiolibro della nota testimonianza d’internamento di Aldo Pantozzi, deportato a Mauthausen agli inizi del 1945 per la sua partecipazione al movimento di resistenza. Il termine nostalgia designa un’inclinazione a guardare al passato secondo una prospettiva emotiva, tale da renderlo oggetto di una (ri)considerazione particolare alla luce del presente. L’atteggiamento nostalgico implica, dunque, automaticamente una riflessione affettiva sul (e una valutazione del) tempo, inteso come modalità di raccordo fra passato e presente. Nel panorama contemporaneo il cinema e la televisione, pur avendo una storia meno lunga e gloriosa rispetto ad altre forme di visiva, sembrano inclinare spesso ad atteggiamenti nostalgici nei confronti del proprio passato. In che misura la nostalgia per altre epoche innescata sul piano mediale si configura come una nostalgia autoriflessiva, che ha oggetto non semplicemente la rappresentazione del passato, quanto la rappresentazione del proprio passato? A questa domanda cercano di rispondere gli autori dei saggi ospitati in questo volume, altrettanti interventi presentati al convegno internazionale tenutosi a Trento nel novembre 2010.

Leonardo Gandini è professore associato di Storia e critica del cinema presso l’Università degli studi di Modena-Reggio Emilia. Autore e curatore di diverse pubblicazioni sul cinema americano, si è occupato in particolare, sul piano della ricerca, del cinema noir hollywoodiano tra gli anni quaranta e cinquanta e dell’immaginario urbano nella produzione classica e contemporanea. Dal 2008 cura insieme ad Andrea Bellavita il convegno internazionale «Memoria e mass media», organizzato dalla Fondazione Museo storico del Trentino. Daniela Cecchin si occupa in particolare dell’organizzazione di eventi cinematografici legati al tema della montagna. Dal 2004 collabora con l’Archivio di cinema e storia attivo presso la Fondazione Museo storico del Trentino. Ha partecipato alla realizzazione di numerosi documentari dedicati a testimoni ed eventi del Novecento, che hanno coinvolto singole comunità della provincia di Trento.

a cura di L. Gandini d. cecchin e M. GentiLini

Grazie alle testimonianze di chi vi ha lavorato si percorre la storia della fabbrica di elettrodomestici Whirlpool attiva a Spini di Gardolo (Trento) dal 1970.

L’ombra del passato

QUADERNI DI ARCHIVIO TRENTINO

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QUADERNI DI ARCHIVIO TRENTINO

a cura di Leonardo gandini, danieLa cecchin e matteo gentiLini

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Matteo Gentilini è responsabile dell’Archivio di cinema e storia attivo presso la Fondazione Museo storico del Trentino. Negli ultimi anni si è particolarmente impegnato nella raccolta di video-interviste e ha collaborato attivamente alla realizzazione di numerosi documentari dedicati a testimoni ed eventi del Novecento, che hanno coinvolto singole comunità della provincia di Trento.

Massimo Giraldi e Laura Bove (a cura di), Massimo Baldi: cinema, cattolici e cultura in Italia, pp. 122, € 11,00 € 11,00

Diciassette persone provenienti tutte dal Primiero, area orientale del Trentino ai confini con il Veneto, rievocano attraverso altrettante interviste il loro passato alimentare.

Il profilo umano e intellettuale del regista trentino Marcello Baldi (1923-2008), protagoni-

Come e perché cinema e televisione, oggi più di ieri, sembrano voler indulgere su atteggiamenti nostalgici nei confronti del passato.

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Dalla Fondazione Museo storico del Trentino nasce HISTORY LAB: un nuovo canale televisivo dedicato alla storia e alla memoria. In onda sul canale 602 del digitale terrestre.

Informazioni +39 0461 230482 hl@museostorico.it - www.museostorico.it Facebook:48 History Lab

Se il televisore non segnala la presenza sul canale 602 di HISTORY LAB, è sufficiente avviare una nuova sintonizzazione automatica. Buona visione!

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AltreStorie n. 35  

Numero dedicato ai 150 anni dell'Unità d'Italia

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