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rivista periodica a cura del museo storico in trento, www.museostorico.it - info@museostorico.it

anno sesto

numero quindici

dicembre 2004

IN QUESTO NUMERO Memorie di Natali passati di Alberto Folgheraiter

I simboli del Natale: il viaggio di Anna Maria Finotti

Il Natale sui giornali di un secolo fa

Natali di guerra a cura di Quinto Antonelli

Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) - art. 1, comma 1, D.C.B. Trento - Periodico quadrimestrale registrato dal Tribunale di Trento il 9.5.2002, n. 1132. Direttore responsabile: Sergio Benvenuti - Distribuzione gratuita - Taxe perรงue - ISSN 1720 - 6812


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Memorie di Natali passati di

Dicembre era il mese dei balocchi. Chiusa l’annata agricola, che coincideva Alberto Folgheraiter pressappoco con la conclusione dell’anno liturgico – 11 novembre, S. Martino, si pagavano i debiti e gli affitti – dicembre era il mese del riposo: per gli uomini e per la campagna. Da S. Nicolò (6 dicembre) all’Epifania (6 gennaio) era un susseguirsi di occasioni di festa e di scambio di doni. Nella maggior parte dei paesi del Trentino l’appuntamento dei piccoli era S. Lucia,

il 13 dicembre. Un’attesa che, un tempo, durava un anno intero perché, allora, non c’erano “babbinatale” e mille altre occasioni da regalo. Non si sa con esattezza quando prese piede il mercato cittadino. Di certo, nei primi decenni dell’Ottocento era già attiva un’esposizione di “banchetti” nelle vie della parrocchia di S. Pietro nella cui chiesa c’è una statua della patrona dei ciechi. Nel 1828 l’imperial Regio Capitanato del Circolo di Trento sollecitò il Magistrato politico economico della città (l’attuale sindaco) “a toglimento di sussurri e schiassi molesti ai pacifici cittadini, che il giorno 12 corrente destinato per la fiera di S. Lucia la medesima debba cessare, rispettivamente ai banchetti, all’Ave

Maria in modo che nissun proprietario di banchetti possa far uso del lume. Ai negozianti sarà però permesso, bramandolo, di tenere aperte le loro botteghe anche la sera facendo uso dei lumi”. La fiera di S. Lucia, a Trento, cominciava di solito la mattina del 12 dicembre. Le bancarelle occupavano tutto il centro storico. Un tempo, per l’occasione, dalla Val di Cembra e dal Pinetano arrivavano i venditori di oggetti di legno. Le donne di Albiano scendevano in città portando al collo lunghe collane di marroni, infilati in uno spago (“le sfilze de castègne”), che vendevano come prodotto tradizionale. A Trento i sacchi di castagne erano allineati sul marciapiede, davanti al municipio, in via Belenzani. Nel giorno della fiera di S. Lucia, sulle bancarelle c’era il “mandorlato” e si vendevano i “sughini”. La sera del 12 dicembre, i piccoli mettevano sul davanzale un piatto (el piatèl) con un pugno di farina gialla ed uno di sale (per l’asinello della Santa).


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L’indomani avrebbero trovato: un paio di calzettoni o di babbucce di lana, alcune carrube, un quaderno, due matite, nespole, un grappolo d’uva rinsecchita, noci, castagne. I mandarini e qualche arancia sarebbero arrivati solo dopo il 1960. Così come, per trovare nel piatto i giocattoli, che S. Lucia – classista! – portava soltanto ai figli dei ricchi, bisognerà attendere gli anni Settanta. Chi si era comportato male, al posto dei dolci poteva trovare “na visc’ia” o “na bachéta”, insomma una verga che sarebbe stata usata dai genitori. La sera della Vigilia, prima di andare a letto (perché era impossibile vedere S. Lucia, diversamente se ne sarebbe andata senza doni), ai piccoli si cantavano o recitavano filastrocche. Passata S. Lucia ci si preparava alla novena del Natale. Nelle quattro settimane dell’Avvento, prima dell’alba, tutti dovevano andare a messa. La vigilia di Natale, non c’era,

almeno sino agli anni Sessanta, la messa di mezzanotte; né era d’uso in Trentino il cenone di Natale. Anche perché, prima del Concilio Vaticano II, la vigilia era d’obbligo il digiuno e l’astinenza. Fino alla Vigilia, le famiglie erano impegnate a far “fioretti” – i bambini venivano educati a piccoli sacrifici “per far piacere a Gesù bambino” – ed alle pulizie di fino. Si lucidavano gli oggetti di rame e di ottone con un composto di farina gialla, sale e aceto, detto “el belét”. I ragazzi andavano nel bosco per muschio e “dase”, rami di abete, meglio se “avez”, l’abete bianco. Poche, misere cose ma allestite con tanto amore. C’era una gara tra famiglie nel predisporre il presepe più originale. La capanna era rinnovata ogni anno con cortecce di larice. Gli zampognari arrivarono “dall’Ita-

lia” negli anni Trenta. Finita la misera cena della Vigilia, la gente partecipava al Vespro. Il parroco distribuiva grani di incenso che sarebbero serviti ancora quella sera quando, tornati in famiglia, si faceva il giro della casa a “fumentàr” i locali. Mentre si passava da un locale all’altro venivano recitate orazioni. Se non c’era incenso si bruciavano i rami d’olivo, benedetti la domenica delle Palme, dentro il ferro da stiro o in un braciere. In mancanza dell’uno o degli altri si usavano “balote de rasa”, palline di resina di pino o “bagole de ginéoro”, bacche di ginepro, che emanavano un fumo intenso e profumato. L’incensazione della casa avviene ancora in Alto Adige. La notte di Natale, nella “fornasella” veniva messo un ceppo che avrebbe dovuto bruciare lentamente. Per tutta la notte. La “zoca” doveva riscaldare la cucina ma anche, si credeva, Gesù bambino che era nato in una mangiatoia “al freddo e al gelo”. All’alba del giorno di Natale molti si recavano a messa. Anzi, quel giorno c’erano addirittura tre messe per cui si diceva: “trei messe, trei panéti”, a significare che quel giorno si faceva festa anche a colazione. Per l’occasione, i genitori toglievano


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“dal cassabanc” (cassettone a tre o quattro ripiani) il “vestì dala festa” che era una rara alternativa all’abito “da dì d’opra”. Si indossava, infatti, soltanto in poche circostanze: “Da Pasqua, da Nadàl e al funeràl del prinzipàl”. I bambini non trovavano doni sotto l’albero. Li avevano già ricevuti da S. Lucia e poi l’albero fu introdotto negli ultimi decenni del Novecento. Invece, scrivevano a genitori e padrini biglietti e lettere augurali piene di buoni propositi. Tali promesse sarebbero state regolarmente dimenticate di lì a poche ore. Davanti al presepe, i piccoli recitavano orazioni e filastrocche. Non si addobbava l’abete ma con la raccolta del muschio per il presepe si portavano a casa anche rami di vischio. Nonostante fosse un semiparassita del pino silvestre (e di altre piante) era considerato portatore di abbondanza. Il pranzo di Natale era più vario e abbondante del consueto. Sulla tavola compariva la carne (di coniglio o di gallina) accompagnata dall’immancabile polenta che per l’occasione era “mora”, di grano saraceno. Talvolta c’era anche qual-

che pezzo di quel maiale che, in prossimità del Natale, era stato “conciato per le feste”. Quando “i copàva el porco” era una festa per tutta la famiglia. E proprio per Natale si mandava un pezzetto di carne o qualche “brust” (sanguinaccio) ai vicini che non avevano allevato il maiale. Si faceva “part” con i più poveri. Le nonne preparavano “la torta de fregoloti” o “’l zèlten”, corruzione dal tedesco “selten” che significa: raramente, di rado. Infatti era un dolce costoso che veniva infornato per l’appunto soltanto a Natale. Seguite le funzioni in chiesa, nel pomeriggio del 25 dicembre ci si riuniva in casa, gli adulti bevevano “vin cot”, i piccoli giocavano a tombola o uscivano a slittare sulla neve. Allora, l’inverno era fatto di nevicate abbondanti e non servivano i “cannoni” per innevare le piste che erano ricavate sulle pubbliche strade. Quando passava “el slitón a far la rota”, lo spazzaneve, apriva un varco ma lasciava uno strato ben battuto, l’ideale per le slitte (“el slitòt”) e per i ruzzoloni. Nonostante fosse proibito anche allora, i ragazzini più vivaci (e chi scrive faceva il capobanda) rovesciavano sulla strada secchi d’acqua in modo da trasformarla in una lastra di ghiaccio. Diventava una pista olimpica e creava non pochi problemi alla peraltro scarsa viabilità. Questo era Natale. Poi arrivava S. Stefano, ma era una festa minore. Le vacanze da scuola correvano veloci come le slitte su quelle piste ghiacciate. Il 31 dicembre, S. Silvestro, era d’obbligo partecipare al Te Deum di ringraziamento per l’anno che finiva. Non si sa-

peva, allora, che cosa fosse il cenone. Dopo le devozioni si tornava a casa e si andava a letto. Non c’erano i botti e non c’erano brindisi di mezzanotte. L’indomani invece era una gara a chi avrebbe pronunciato per primo il “bon an, bon dì, la vossa bona man a mi”, o “le vosse beghenàte a mi”. La risposta era: “L’ho dit ‘nanzi levàr che chi che me le vénze me le cògn ridàr” (L’ho detto prima di alzarmi che chi le vince a me, me le deve ritornare). A Capodanno, la prima persona che s’incontrava, uscendo di casa, avrebbe dato – così si credeva – l’impronta ai mesi seguenti. Se era una femmina sarebbe stato un anno poco fortunato; se era un maschio avrebbe portato abbondanza. Il massimo era l’incontro mattutino con un frate o con un gobbo. Se te ‘ncrosi ‘n gobét l’è ‘n an benedét, se te ‘ncrosi en fratón l’è ‘n an propri bon. Il primo gennaio, al termine del pranzo, la nonna tirava fuori da un armadio gli ultimi grappoli d’uva, rinsecchiti ma particolarmente gustosi. Non era solo per far festa. Consentiva in tal modo di adempiere ad un gesto propiziatorio: Se te magni en po’ de ua el prim de l’an te te sbésoli tut l’an. Questo era il Natale, queste le tradizioni fino agli anni Sessanta del secolo scorso. Poi il mondo, anche trentino, è cambiato. Troppo in fretta, probabilmente, perché la poesia del Natale fosse risparmiata dagli uragani dei consumi e della “rivoluzione culturale”.


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I simboli del Natale: il viaggio di Anna Maria Finotti

Anna Maria Finotti è psicologa e psicoterapeuta di formazione umanistica interessata in particolare alla lettura simbolica oltre che psicologica del fenomeno umano. Vive e lavora a Bolzano. È socia didatta e docente presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della società Italiana di Psicosintesi Terapeutica con sede a Firenze. Re Magi, la mangiatoia, il bue e l’asinello. Sono solo alcune delle figure del Natale, simboli di una festa vecchia di secoli. E a questi simboli, Anna Maria Finotti, psicologa e psicoterapeuta che vive e lavora a Bolzano ha dedicato un saggio: “La grotta interiore. Simbologia e psicologia del Natale” (Ancora editrice; 14 euro). A lei la parola. “Mi sono resa conto che tutto avviene all’interno di un viaggio. Sono partita da questa considerazione. Il Natale, cioè, è un viaggio all’interno di noi stessi per arrivare alla “grotta della nascita interiore” ovvero alla scoperta che noi siamo un’anima, oltre che una personalità, che dentro di noi c’è un principio divino”. Se ci guardiamo intorno, però, il Natale, appare tuttaltro che questo. “E’ vero. Ormai il consumismo lo sta inquinando e deprivando del

suo significato profondo. Il Natale si caratterizza per essere diventato il consumismo del sacro. Ma io sono convinta che siamo pellegrini, viandanti, chiamati a ritornare alla città delle origini, a riscoprire il significato profondo del Natale, a farci le domande fondamentali: “Chi sono? Da dove vengo?”. Le contraddizioni, lei stessa lo mette in risalto, sono palesi: consumismo da una parte, interiorità dall’altra. E non sempre, a dire il vero, così distinte. E allora, come districarsi, almeno per chi crede in una dimensione più spirituale del Natale? “Penso che sia necessario risvegliarsi alla coscienza. Capire che il senso da dare alla vita sta tutto nell’esprimere l’aspetto spirituale che è forte dentro di noi. Per fare questo è necessario essere in viaggio, come tutti i personaggi che stanno

dentro la grotta”. Ma chi non crede non darà questo significato di ricerca al Natale. E allora? “Guardi, si potrà anche non credere nel senso della rivelazione cristiana, ma, in assoluto, in qualche cosa, penso proprio che non si possa non credere. Ecco, se vi sono degli ideali saranno quelli a diventare la stella che potrà guidare alla grotta della nascita”. Ritornando ai simboli, ai personaggi, che lei descrive nel suo saggio, che cos’altro dire? “Innanzitutto che nella grotta i personaggi non sono molti. E poi che tutti, da Maria e Giuseppe ai Re Magi, sono modelli da evocare dentro di noi. Il Natale è una festa universale che riguarda ogni uomo che voglia riconoscersi nel principio spirituale. E’ il ritorno della luce sulla Terra, la rinascita della coscienza di ogni uomo”. [Pa. Pi.]


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Il Natale sui giornali di un secolo fa

Buon Natale (da: “L’Eco del Baldo” di sabato 24 dicembre 1904) La mistica e simbolica festa, che fa sorridere di gioia e di speranza i bimbi e fa sospirare tristamente i vecchi, è tornata! Credenti e scettici si preparano egualmente a festeggiarla con enormi provviste di alimenti ghiotti e succulenti. Guardan-

do le mostre delle vetrine ci si domanda se proprio la gente comincia adesso a mangiare o se Gargantua, con un seguito numeroso di amici, sia tornato in terra. E’ il trionfo della gola! e, se si arguisce dalle esposizioni dei negozi e dalla vendita enorme dei generi di culinaria, si finisce per immaginare che l’uomo ferocemente intento a divorare, sbranare e distrugge-

re quanto arriva in abbondanza sulla sua tavola, sia simile ad una belva civilizzata. Ma appunto la civilizzazione ci ha portato alla moderazione, e al dì d’oggi una persona che si rispetta, si vergognerebbe di ridursi alle condizioni di un qualunque illustre epicureo dell’antica Roma. E’ ben vero che ci sono ancora gli sbornioni… ma quella è razza che risale ai tempi di Noè e che rimarrà fedele ancora per molti secoli all’immortale beone. La parte maggiore e più eletta dei viventi però sa dare a questa festa un carattere di genialità, festoso e simpatico – e specialmente riveste un carattere di alta poesia nelle famiglie ove vi sono dei piccini che un giorno saranno dei grandi e che rammenteranno con infinito rimpianto la gioia infantile procurata da un lavoruccio, la prima lettera scritta a sghimbescio sulla carta dipinta e ricamata, al babbo ed alla mamma; e la declamazione incerta e stentata della poesia imparata di nascosto e recitata in fine del pranzo fra la consolazione dei nonni, i sorrisi dei genitori e gli applausi di tutti. Oh i bei tempi in cui un nonnulla bastava a farci ridere, ad asciugare le nostre lagrime, a renderci felici! Oggi ancora, dopo tanti anni all’avvicinarsi del Natale ci s’illude che d’esso possa portarci ancora un po’ di quella gioia, un po’ di quell’allegria e con tutta la buona voglia, ci si raduna in famiglia, s’invitano parenti ed amici, che con speranze ed entusiasmi pari alle nostre vengono magari di lontano, si passano molte ore accanto al fuoco chiacchierando e ridendo ed altrettante a tavola… Ma non ostante il nostro proposito di voler esser lieti, pur non volendolo confessare neppure a noi stessi, mentre sentiamo in fondo all’anima un indefini-


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bile sentimento di tristezza e di sconforto, ostentiamo un’allegria rumorosa e strana che non sentiamo, che non sentono forse neppure coloro che vi fanno eco… e alla sera allorché ci riduciamo nella nostra stanzetta tiriamo fuori uno di quei sospironi che nella loro muta eloquenza dicono tante cose; come per esempio: Se Dio vuole anche questa è finita e… finita la festa… gabbato lo Santo! Ma il male si è che i gabbati siamo noi! Nell’epoca di profondo scetticismo in cui viviamo chi mai si occupa più della bella leggenda che è passata attraverso i secoli conservando un’aureola di luminosa poesia? Eppure quel soave bambino che è Uomo-Dio, che è Re del mondo, e preferisce nascere in una capanna povero e profugo, che col crescer degli anni si dedica tutto all’umanità, che per essa soffre e muore è sempre l’esempio più grande e mirabile, di carità e d’amore, di sacrificio e di fede che vanga esposto dalla Chiesa ai suoi credenti! Oh beate le anime semplici che sanno credere, che non sono tormentate dal dubbio! Beati coloro che non sono afflitti dalla smania della ricerca del vero; è così bello e così dolce il credere! Fortunati i bimbi che sognano il Celeste infante circondato dagli angeli intonanti il canto dolcissimo della “pace in terra agli uomini di buona volontà!“ Abbiatela anche voi, benigni lettori, questa buona volontà come sento d’averla anch’io, onde a voi ed a me sia pace, pace, pace e, coll’augurio consueto: Buon Natale! Santo Natale! (da: “IL POPOLO” di sabato 24 dicembre 1904) Luigi Biasciconi, mercante di cavoli, e, a tempo perduto, commerciante di cordami, as-

siduo affezionato della Voce Cattolica, siede a tavola imbandita, assieme a un redattore del foglio prediletto. Siamo alla vigilia della grande festa e il discorso cade naturalmente sul grande avvenimento. - Queste, queste – tuona il signor Biasciconi – sono feste ideali. L’animo si raccoglie in mistiche contemplazioni, lo spirito sale… sale al di sopra di tutte le miserie della vita! - Precisamente, risponde Don Tabalori. Meno male che in questi tempi di liberalismo, di utilitarismo e di socialismo, almeno una volta all’anno si dimenticano i godimenti materiali della vita e si vive… di una beatitudine, direi quasi imponderabile. - Imponderabilissima dite bene, dite benissimo. Queste feste ideali sono ancora necessarie per reagire contro la rea propaganda socialista la quale (alzando la voce) fa consistere tutto il suo ideale in una questione di ventre. Vogliamo che ci sia da mangiare, da mangiare per tutti, ecco il loro grido fatidico. Miseria! - Degenerazione! - Vituperio! - Ma se ve lo dico io che i socialisti sono la peste dell’umanità… (Interrompendosi). Marietta! Ma, dunque, Marietta, non te ne sei ancora accorta che ti abbiamo vuotato la zuppiera ? (La cameriera accorrendo dalla cucina) Già votata? E sì che li ho proprio contati: erano duecento cappelletti! - Tira via, tira via, briccona, e portaci quella faraoncina allo spiedo. Vi dicevo dunque (animandosi) che i socialisti minacciano di ridurre tutti gli ideali dell’umanità ad una miserabile questione di ventre. Bisogna reagire! - E con tutta energia! - Senza dar loro quartiere. - Già ho visto che sulla Voze

ne stampate delle belle. Ma non basta mio caro. La migliore propaganda è quella dell’esempio. Bisogna mostrare a questo povero popolo che minaccia di essere traviato, come si possano vincere le tentazioni, migliorarsi, spiritualizzarsi, ridursi leggeri e tenui come una piuma e volare nelle altissime sfere celesti. Ma , date retta a me, ci vuole… - L’esempio salutare di ogni giorno… - Magari di ogni ora. Io, per conto mio, sono sempre disposto a sacrificarmi… (Interrompendosi di nuovo) Marietta! Marietta, dico! Ma ci vuol tanto a portare questo arrosto di storione ? - Eccolo, signor padrone, è cotto al punto! Dopo due ore di lavori… non forzati il negoziante di cavoli e il giornalista impenitente s’alzano da tavola tondi e ben pasciuti. Infilano i soprabiti ed escono per fare quattro passi. La conversazione continua ancora sullo stesso argomento: - E smodati sono quei birbanti, senza ritegno e senza misura. Ah! se domani fossero al potere loro… - Dio ce ne liberi! - Ci mangerebbero vivi! - Oh, v’è! guarda un po’ ove siamo venuti a finire! Proprio davanti al Carloni! Una idea! M’è venuta una idea! - Sempre sante idee, le vostre! - Se entrassimo a fare ancora una tappa? C’è qui dentro un salamino da sugo! Una delizia! - Entriamo, entriamo! Salame più salame meno, il mondo non cambierà per questo. Cinque minuti dopo l’assiduo della Voze e il redattore della medesima sono seduti ad un tavolo del Carloni nel mezzo del quale troneggia un enorme salame da sugo. La conversazione si riaccende: - L’ideale! Ah! L’ideale….


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Natali di guerra a cura di Quinto Antonelli

Il 25 dicembre 1914 la terra era ghiacciata. A Nomesino soffiava un vento freddo, quando Cecilia Rizzi Pizzini ha il regalo di avere la visita del marito mobilitato per la guerra. Mettono a bollire i vestiti, mangiano, si raccontano le novità, arrivano gli amici. “Il venti cinque dicembre festa solenissima del santo Natale e benche la terra copperta di neve che da cinque giorni cade a grande copia e il fredo riffi-

dissimo Gesù Bambino mi fa la grazia di vedere mio marito. Il vento soffia la terra aghiaciata percio dopo la colazione mi ritiro nella stala assieme ai miei bambini. Quando mia sorella Palmira prende il mio Anselmo e salle le scale sento sendere in fretta mia sorella Pierina giunta su la porta dice è arivato tuo marito erra verso le undici del matino mafreto salisco lo vedo col picollo in bracio lo baciava e piangeva. Entriamo in cucina le preparo da ristorarsi. Si cambia i vesti-

ti che subito vengono bolliti. Appena si sepe della sua venuta acorsero tutti i suoi amici a salutarlo. Le miserie dalui racontate sonno indescrivibili”. [Museo storico in Trento, Archivio della scrittura popolare, Cecilia Rizzi Pizzini, Il Mio Diario. Edito in “Scritture di guerra” 5, 1996, p. 173] Il 25 dicembre 1916 Giuseppe Masera, contadino di Besenello e ora soldato dell’Imperatore, si trova nel paesello


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di Kadlubiska nella Galizia orientale, a contrastare i reparti russi. Lui e i suoi compagni hanno fatto un piccolo albero di Natale e il tenente ha scattato per l’occasione una fotografia. Hanno mangiato pane bianco, formaggio e noci e bevuto tre bicchieri di vino. Ma il cannone ha continuato a tuonare. “Natale 1916 Kadlubiska Questo è il III Natale che passo in campo. Ma voglio sperare che sia l’ultimo. Il primo 1914 proprio la note del medesimo fui ferito a Zmigrad in Galizia. Il secondo lo passai a Luzch in Volinien. Ed il terzo, qui a Kadlubiska presso la stazione di Zablotce. Non cè male però. Ieri la vigilia ricevemmo i regali consistenti in un pezzo di pane bianco, circa 30 Sigaretti, 4 sigare un po’ di noci, un Notes, un pezzettino di formaggio, ed altre bazzecole. In più circa 3 bicchieri di vino. Ed oggi abbiamo riposo. Abbastanza bene a ragione di campo. Ma Messa niente. Questa scorsa notte consumai una candela in onore di Natale, e qui presso è pure un bel-

l’albero che abbiamo costruito noi. Ma il cannone nemmeno oggi volle rimanere in silenzio. Al sentire qualche colpo pare che piombi sul cuore. Perche sarebbe ora di finire questo massacro di carne umana. Tanti infelici nell’interno in questo giorno sacro, in altri tempi di gioia famigliare Oggi dovranno rimanersene quasi digiuni, in mancanza di nutrimento. Noi pure non riceviamo che ciò che basti per restare in piedi, per non morir di fame. Fin qui si trovò patate e cosi si calmava l’appetito ma l’avvenire fa paura davvero. Noi dalla compagnia riceviamo poco. Quasi giornalmente prima mezza pagnocca. Alla mattina un po’ di aqua calda che chiamano caffè. A mezzogiorno un poco di aqua torbida con entro qualche pezzetto di patata, e qualche volta acompagnata da un pezzetto di carne, e questo lo chiamano managgio. Alla sera poi, un’altra porzione di aqua calda come la mattina. E questo è il caffè della sera. Vi lascio inmaginare che razza di appetito che abbiamo, e terminate

le patate non ci resta più speranza di poterlo calmare. Se la guerra non si termina presto, bisognerà prendere qualche risoluzione, oppure rassegnarsi a morire di fame. Per il lavoro però non cè male. Abbiamo proprio qui comandante della mia squadra un tenente di nazionalità Boema che si chiama Zucchi. Questo è il miglior uficiale che io conobbi in tutto il servizio militare che feci. Se qualche rara volta viene per la comp. O rum o Vino egli non lo lascia trascorrere in altre mani, e lo divide eguale per tutti. I regali di ieri gli divise lui pure giustamente senza parzialità. Prima ci augurò a tutti un buon Natale, e che presto presto (disse) possiate tutti sani e salvi ritornare in seno alle vostre famiglie. Oggi vuole fare di tutta la squadra una fottografia. Questo infine e veramente un uomo che considera per la povera gente”. [Museo storico in Trento, Archivio della scrittura popolare, Giuseppe Masera, Riccordi. Edito in “Scritture di guerra” 1, 1994, pp. 63-64]


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INFOMUSEO

NOVITÀ EDITORIALI DEL MUSEO STORICO IN TRENTO Maurizio Visintin, La grande industria in Alto Adige tra le due guerre mondiali (Vesti del ricordo, 4), pp. 280, euro 18,00 Nel periodo compreso tra le due guerre mondiali la nascita della grande industria sconvolse l’assetto tradizionale dell’Alto Adige. È in quella fase che affondano le radici economico-sociali della «questione altoatesina». A quasi sessant’anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, per la prima volta un’opera complessiva descrive analiticamente la genesi delle monumentali centrali idroelettriche – a partire da quella di Cardano che fu la più grande d’Europa – i primi passi della Montecatini di Sinigo e l’impianto della zona industriale di Bolzano con le Acciaierie, la Lancia, l’Alluminio ed il Magnesio. La ricerca – basata su un’ampia bibliografia – valorizza le connessioni tra gli avvenimenti locali ed il quadro nazionale, con particolare riferimento alla politica economica del governo e dei principali gruppi industriali e finanziari.

Anna Menestrina, Scritti autobiografici. Vol. I: diario da una città fortezza: Trento 1915-1918. A cura di Quinto Antonelli (Archivio della scrittura popolare. Testi, 15*), pp. 253, euro 18,00 Dal suo doppio punto di osservazione (il piano alto della casa in piazza Duomo e la sede della Croce rossa) Anna Menestrina (Trento, 1883-1964) vede e sente molto di ciò che succede in città: vede partire i soldati per la Strafexpedition; vede snodarsi giù dalla torre civica il corteo che accompagna Cesare Battisti e Fabio Filzi alla fossa del Castello; ascolta negli ospedali i racconti dei reduci

dalle tante battaglie sull’Isonzo. E poi registra nel suo diario l’inesorabile processo di spoliazione materiale, il progressivo depauperamento, la requisizione di beni personali (oggetti, abitazioni), il controllo poliziesco, il clima di sospetto, gli internamenti coatti. Fino a quando il 3 novembre non giungono, a rompere «l’assedio», i primi reparti dell’esercito italiano.

Mattia Pelli, Dentro le montagne: cantieri idroelettrici, condizione operaia e attività sindacale in Trentino negli anni cinquanta del Novecento, pp. 332 (Vesti del ricordo, 5), euro 20,00 Per tutto il corso degli anni cinquanta il Trentino fu lo scenario di imponenti lavori di costruzione delle grandi opere idroelettriche, rese necessarie dai bisogni energetici di un’Italia in piena ricostruzione dopo le distruzioni provocate dalla guerra. Si trattò di lavori che cambiarono il volto di molte valli trentine e che ebbero un impatto notevole dal punto di vista ambientale; ma soprattutto raggrupparono negli enormi cantieri un grandissimo numero di lavoratori provenienti da tutta Italia. Questo libro cerca di ricostruire la loro vicenda umana attraverso la testimonianza di un sindacalista – Rino Battisti – che dedicò parte della sua attività alla organizzazione dei lavoratori dei cantieri idroelettrici delle Giudicarie e grazie alla documentazione di archivio descrive il duro faticare di operai e minatori. Una vicenda dalle dimensioni nazionali, che si dipanò per un intero decennio nel silenzio della politica trentina, che non seppe o non volle cercare di governarla e che nonostante i terribili costi sociali e ambientali non fu sufficiente a fare da volano a una economia allora al limite del sottosviluppo.


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Storia e fonti orali Nell’ambito del Progetto memoria attivato dalla Provincia autonoma di Trento, il Museo storico in Trento ha proposto due momenti di riflessione sul tema delle fonti e della storia orale. Il primo incontro dedicato a “Fonti orali: riflessioni ed esperienze in Italia: Guerra, fabbrica, società” si è tenuto il 29 novembre 2004 e ha registrato gli interventi di Angelo Bendotti (Istituto storico della Resistenza di Bergamo), di Alessandro Casellato (Venetica, Università di Venezia), di Giovanni Contini (Sovrintendenza archivistica per la Toscana) e di Eugenia Valtulina (Biblioteca Di Vittorio di Bergamo). Ha coordinato Fabrizio Rasera. Il secondo appuntamento, coordinato da Quinto Antonelli ha avuto luogo il 6 dicembre 2004 e si è soffermato sul tema: “Fonti orali: cantieri aperti in Trentino; il passato e il presente”. Sono intervenuti Renzo Grosselli, Diego Leoni, Fabrizio Rasera, Emanuela Renzetti, Marco Romano, Elena Tonezzer e Michele Trentini. Nel corso dei due appuntamenti sono stati proiettati il documentario di Manuela Pellarin, “Porto Marghera: gli ultimi fuochi” e alcuni brevi documentari realizzati da Michele Trentini.

Per la storia delle vie di comunicazione nell’Italia napoleonica Il Museo storico in Trento, in collaborazione con il Dipartimento di scienze umane e sociali dell’Università degli studi di Trento, ha organizzato per venerdì 17 dicembre 2004 un seminario dedicato al tema delle “Vie di comunicazione in Italia: storia e storiografia”. Sono intervenuti Luigi Blanco (Università degli studi di Trento), Giorgio Bigatti (Università Bocconi di Milano) e Aldo Di Biasio (Università degli studi di Napoli, l’Orientale). L’iniziativa, che affronta un tema rilevante nell’ambito della ricostruzione storica delle trasformazioni del territorio, ha preso spunto dalla pubblicazione di un numero monografico della “Rivista italiana di studi napoleonici” (a. 34, n.s., 1-2/2001) dedicato a Strade e vie di comunicazione nell’Italia napoleonica, a cura di Aldo Di Biasio.

Padre Emilio Chiocchetti: un filosofo francescano fra il Trentino e l’Europa Il Museo storico in Trento ha proposto un seminario di studio su Emilio Chiocchetti (Someda di Moena, 18801951), importante figura di intellettuale, che dedicò la sua esistenza allo studio della filosofia. L’incontro di Chiocchetti con la filosofia, per quanto mediato dalle letture di Pascal e dalla conoscenza indiretta del pensiero rosminiano, che tanta influenza ebbe su di lui, avvenne relativamente tardi e fu preceduto da un vivo interesse per la letteratura prima e per la scienza biblica poi. Una volta però definito il suo orientamento di studio, egli seppe profondere nell’analisi filosofica un’energia ed una capacità tali da farlo ben presto stimare e conoscere ben oltre i ristretti confini all’interno dei quali fu costretto ad operare anche a causa della sua grave malattia. L’iniziativa, che ha avuto luogo venerdì 3 dicembre 2004, ha registrato gli interventi di Sergio Benvenuti (Museo storico in Trento), Vittorio Carrara (Biblioteca di Ateneo, Università degli studi di Trento), di frate Giuseppe Consolati, di Luigi Dappiano (Museo storico in Trento), di Gianni Faustini (vicepresidente del Museo storico in Trento), di Giuseppe Ferrandi (direttore del Museo storico in Trento), di Michele Nicoletti (Università degli studi di Trento), di Germano Pellegrini (Ministro provinciale dei Frati minori e presidente della Fondazione San Bernardino), di Stefania Pietroforte (Università degli studi la Sapienza di Roma), di Nestore Pirillo (Università degli studi di Trento), di Mario Quaranta (Padova) e di Armando Vadagnini (presidente Centro studi Alcide Degasperi).

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ALTRESTORIE Periodico di informazione. Direttore responsabile: Sergio Benvenuti Comitato di redazione: Giuseppe Ferrandi, Patrizia Marchesoni, Paolo Piffer, Rodolfo Taiani Periodico quadrimestrale registrato dal Tribunale di Trento il 9.5.2002, n. 1132 ISSN-1720-6812. Progetto grafico: Graficomp - Pergine (TN) Referenze fotografiche: Museo storico in Trento e Archivio storico giornale “l’Adige” Per ricevere la rivista o gli arretrati, fino ad esaurimento, inoltrare richiesta al Museo storico in Trento.


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