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Sommario Prefazione di Casimira Grandi – Parte prima: «Curriculum vitae meae in domo daementiae»; Introduzione; Il diario; – Parte Seconda: Abitare la soglia; Postfazione di Giacomo Di Marco; Glossario; Riferimenti bibliografici.

GRENZEN CONFINI

a cura di Felice Ficco e Rodolfo Taiani

abitare la soglia

Quella di Bruno è stata una delle molte esistenze che si sono consumate nel mondo parallelo alla codificata normalità che stava oltre la cinta degli ospedali psichiatrici. La lettura dei suoi diari non è agevole, poiché si tratta di inseguire l’esposizione frammentata di un’esistenza vissuta sbocconcellando sprazzi di vita. La volontà autobiografica, distillata giorno dopo giorno dalla difficoltà di quel vivere, rappresenta la costante preoccupazione di dare testimonianza di sé e di quanti lo circondavano in una rappresentazione corale, non ultimo con fini rivendicativi. E questo fine è stato sicuramente raggiunto, lì dove sopravvive anche l’inconsapevole messaggio di dolore insito in ogni parola di questa rilevante fonte per la storia degli itinerari biografici dei folli nella stagione manicomiale della nostra storia.

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abitare la soglia

scene di vita in un interno manicomiale 1949-1977 a cura di Felice Ficco e Rodolfo Taiani

Felice Ficco, lavora come psichiatra presso il Distretto sanitario di Arco (provincia di Trento), svolgendo prevalentemente attività psicoterapeutica ad orientamento junghiano. Le sue pubblicazioni concernono le modalità di intervento nella riabilitazione dei pazienti psicotici. Rodolfo Taiani, è responsabile dell’area editoria e servizi presso la Fondazione Museo storico del Trentino. Le sue pubblicazioni vertono perlopiù su temi di storia sanitaria.

ISBN 978-88-7197-104-9 E 16,80

Museo storico in Trento onlus www.museostorico.it – info@museostorico.it telefono 0461.230482 – fax 0461.237418

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grenzen confini


Abitare la soglia scene di vita in un interno manicomiale 1949-1977 a cura di

Felice Ficco e Rodolfo Taiani con contributi di

Giacomo Di Marco, Valerio Fontanari e Casimira Grandi

2008

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Prefazione La biografia di Bruno è una postilla nella storia universale dei manicomi, nulla di più. La sua è stata un’esistenza incompiuta, trascorsa «guardando ciecamente» quel mondo che non voleva vedere nell’isolamento dell’emarginazione, perché «l’accezione medica della gestione della follia non si è sostanzialmente discostata dalla continuità della linea dell’esclusione»1 finché sono stati in attività gli ospedali psichiatrici. È l’ennesima vita folle, oggi gratificata dalla specificità di un nome – seppure fittizio – che la fa rilevare tra le centinaia di migliaia di anonimi che hanno strascicato i loro giorni ciabattando negli «spazi della follia», con quell’andatura particolare che Giuseppe Pantozzi ha definito «camminata psichiatrica»2, fatta di disperata rassegnazione spenta nella noia di un orizzonte inesistente. Come le biografia di Antonio piuttosto che di Chiara3, memorie consegnate ad un mondo variamente distratto dove «ricordare perché non si ripeta» appartiene sovente ad un logoro frasario, quasi una moda cui ci si adegua per conformismo e convenienza sociale o politica. Ma quanto c’è di autentico nelle molte narrazioni impressionistiche sul passato degli ospedali psichiatrici sovente lasciate all’improntitudine di improvvisati pennaioli esperti di storia, di psichiatria e di tutto un po’? Sicuramente solo il dolore dei protagonisti e le loro umiliazioni, il resto è dubitabile; il propagarsi di una storia manicomiale modaiola e urlata – a volte in maniera contraddittoria –, affollata dai personaggi di quell’umanità minore che ha popolato il passato della follia istituzionalizzata, appare non ultimo come una perniciosa assenza di pudore: un sentimento che non dovrebbe mai abbandonare chi scrive delle vicissitudini umane. Non sono tanto sconvenienti le nudità del corpo proposte da fotografie o dipinti sulla gente che 1 2 3

Toresini 2005: 19. Pantozzi 1989. Antonio 2003; Roat [s.d.].

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ha abitato i manicomi, quanto invece quelle delle loro sofferenze e rattrista l’esternazione di dolorose situazioni personali date in pasto ad un pubblico impreparato, è mortificante l’incapacità di rispetto. La discutibile spettacolarizzazione – nel senso deteriore del termine – della vita manicomiale non ferisce tanto la sensibilità quanto attira la curiosità morbosa, prodotta dalla mancanza di una giusta conoscenza di quell’insondabile abisso di sofferenza che sono state le terapie e i mezzi di coercizione. Così come si esula solitamente dall’esporre l’aspetto asilare che i manicomi hanno rappresentato: unico rifugio per i molti rifiutati dal mondo. L’ospedale psichiatrico di Pergine Valsugana è stato il rifugio di Bruno, giovane ragioniere di madrelingua tedesca che non riusciva ad affrontare la sua realtà di vita, sino ad inabissarsi nei meandri del percorso manicomiale che lo avrebbe fatto approdare ad una esistenza sospesa tra l’interno segregante e l’esterno di solitudine vissuta nell’emarginazione della miseria4. Dalla difficile lettura dei suoi diari, una scrittura smozzicata e talvolta angosciante per chi l’affronta, si evince tutto l’orrore di quel mondo che fortunatamente abbiamo perduto e dove Bruno ha ucciso il suo avvenire; è una delle tante storie smarrite nelle patologie che hanno uno sfondo sociale ben definito ma altrettanto mal compreso: infatti, nel soggetto in esame è nitido lo scenario di un’emblematica vicenda di fallimento esistenziale piagato dalla povertà e dalle fragilità dell’ambiente altoatesino nel difficile secondo dopoguerra, che stentava a recuperare la normalità della nuova situazione proposta/ imposta dalla pace5. E nessuno, forse, aveva adeguatamente considerato lo spaesamento del borghese ragioniere iscritto alla prestigiosa Bocconi, qualcosa si era inceppato nel percorso di questo studente; era incespicato di fronte al sovvertimento dei suoi schemi di vita, dovuti probabilmente al progressivo impoverimento famigliare che aveva segnato inesorabilmente il declino di quel rassicurante ambiente connotato dalla certezza degli affetti, in cui si credeva nell’istruzione e nelle convenzioni. 4

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Anche nella malattia, anche nel disturbato mentale vive l’identità ed il percorso socio-culturale di una persona. Bruno rappresenta la personalità annullata, l’obbedienza alla disciplina, l’accettazione di quegli schemi istituzionali che facevano parte della follia. Bruno rappresenta la volontà di ricordare un passato, il suo passato, per non cadere nel calderone degli anonimi e dei pazzi. Questa sua volontà di rivivere la propria identità la propria cultura, lo porta ad immergersi sempre di più nel suo mondo, solo nel suo mondo, esaudendo tutto ciò che lo circonda, lo porta a dissociarsi e la dissociazione spesso è patologia (devo questa riflessione a Piera Ianeselli con la quale ho avuto spesso occasioni di confronto). Agostini 2003.


Significativamente Basaglia ha scritto che «la malattia – come condizione comune – viene ad assumere un significato concretamente diverso, a secondo del livello sociale di chi è malato»6. Sulle macerie dell’Italia della ricostruzione tanti destini erano stati travolti da un turbine di eventi difficili da gestire per i fragili, fra i quali quello di Bruno, incapace di reggere il cambiamento imposto dai tempi perché incapace di adeguare le proprie aspettative di vita al mutare della condizione economica. Si era avviato così il graduale abbandono del perbenismo in cui era stato educato, sino a precipitare nell’abiezione dell’alcool e dei dormitori pubblici, vivendo di sussidi e della generosità di chi lo ricordava in tempi migliori, sino a farne l’uomo che aveva bisogno dell’istituzione psichiatrica non solo in termini di cura, bensì perché in essa ritesseva in qualche modo una trama di vita, certamente alternativa rispetto a quella che avrebbe potuto essere la sua normalità, ma era pur sempre un progetto esistenziale – seppure proiettato verso l’indefinito – e dove tutto era subordinato all’agognata dimissione. Ma questo, non ultimo, significava pure avere un principio di speranza nel suo mondo oramai fatto di nulla. L’impegno di Bruno nelle attività lavorative interne all’ospedale in cui era apprezzata la sua cultura, come le traduzioni dal tedesco ad esempio, ritengo che non rappresentassero solo un piccolo cespite per lui, erano soprattutto un modo per ritrovare se stesso e il mondo che gli era proprio, per definirsi in quella realtà appiattita e consentirgli di vivere recuperando ciò che era stato: un individuo di cultura certamente superiore alla gran parte dei malati – e degli infermieri – con cui condivideva la quotidianità. Continuare ad esercitare un’attività collegata alla vita antecedente il ricovero significava dare continuità all’esistenza lasciata, era un legame con la propria normalità smarrita, che egli non aveva lasciato nella fardelleria all’atto del ricovero assieme agli effetti personali: spersonalizzato e privato di tutto ciò che era stato da una cartella clinica, il suo «sapere» era l’unica cosa di cui nessuno lo poteva privare. Quella di Bruno è una storia senza riguardi, come altre in quel microcosmo di cui siamo soliti considerare la distruzione sociale del ricoverato, l’umiliazione per una condizione di oggettiva subalternità alle gerarchie del personale di assistenza, dove il malato era costretto a prostrarsi per conquistare ciò che gli era banalmente dovuto come si legge nei diari del 6

Basaglia 1968: 120.

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Nostro. E questo ci fa comprendere le strategie di sopravvivenza – non sempre ortodosse – messe in atto, in cui la delazione o il ricatto perdevano la connotazione moralmente negativa per divenire semplicemente il sistema di autoconservazione di una persona che poteva contare solo su se stessa. L’iconografia di maniera ci ha trasmesso immagini impietose di questa situazione di totale abbruttimento, tanta fotografia d’inchiesta sugli internati psichiatrici propone volti precocemente invecchiati nell’inconsapevole trascorrere del tempo, gente distrutta da pesanti terapie, creature perse in mondi accessibili solo a loro: una folla di individui omologati nel dolore nei quali si può ravvisare il ritratto di Bruno, divenuto «l’uomo altro» prodotto dall’istituzione, smarrito nella sua «follia proletaria» dopo la perdita del ruolo sociale dovuta ai ripetuti internamenti in un ospedale psichiatrico provinciale, fatto che lo aveva espulso dal quadro sociale di appartenenza. Escludendolo così dalla sua storia, recuperata oggi come una storia di esclusione. Fra le crisi che affliggono in questi tempi complicati la nostra società l’amnesia sociale rappresenta uno dei tanti sintomi del decadimento, che si evidenzia anche nella perdita del ricordo di ciò che è stato il manicomio e la biografia di Bruno si propone come un contributo contro questo pervasivo oblio. Quella di Bruno è solo una delle molte esistenze che si sono consumate nel mondo parallelo alla codificata normalità che stava oltre la cinta degli ospedali psichiatrici, un racconto che avrei preferito non conoscere. E la lettura dei suoi diari è stata ardua, perché è l’esposizione frammentata di un’esistenza vissuta sbocconcellando sprazzi di vita, ma che ha prodotto una fonte rilevante per la storia degli itinerari biografici dei folli nella stagione manicomiale della nostra storia; la volontà autobiografica – forte – distillata giorno dopo giorno dalla difficoltà di quel vivere, rappresenta la costante preoccupazione di dare testimonianza di sé e di quanti lo circondavano in una rappresentazione corale, non ultimo con fini rivendicativi. E questo fine lo ha sicuramente raggiunto, come pure l’inconsapevole messaggio di dolore insito in ogni sua parola. Casimira Grandi

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Coordinatrice del seminario permanente «Alla ricerca delle menti perdute»


Parte Prima

«Curriculum vitæ meæ in domo dæmentiæ»

«Signor Dottore! Io scrivo diario più che altro per legittima difesa – indifeso e senza testimoni di me può venir affermato tutto. Io non ho passato una giornata in manicomio senza veritieramente riprodurla per iscritto» (Bruno).

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Introduzione

L’esperienza descritta nel diario di Bruno si riferisce a un periodo di grande fermento e cambiamento nella psichiatria italiana, che portò nel nostro paese, unica realtà del mondo occidentale, alla chiusura dei manicomi. Figura centrale e significativa di questi anni fu certamente Franco Basaglia. Il suo pensiero e il senso della sua azione – e quelle dei suoi seguaci dell’associazione Psichiatria democratica, tutt’oggi attiva – vengono, però, di solito ampiamente fraintesi1. È convinzione diffusa, ad esempio, che Basaglia abbia sostenuto una teoria sociogenetica della malattia mentale, del tipo «la gente esce fuori di matto perché la nostra società è cattiva». In realtà Basaglia non solo non ha mai sostenuto teorie del genere, ma si è sempre ben guardato dal formulare qualsiasi ipotesi esplicativa sulle cause della malattia mentale. Un altro equivoco consiste nel riportare l’opera di Basaglia alle tesi degli anti-psichiatri anglo-americani, come Ronald Laing, Aaron Esterson, David Cooper, Thomas Szasz. Per questi anti-psichiatri, la malattia mentale in quanto tale non esiste, è una costruzione storico-culturale, una questione di interpretazione sociale. Basaglia, che ammetteva l’esistenza della malattia mentale, si è proclamato semmai – differenza cruciale – psichiatra antiistituzionale, non anti-psichiatra2, in quanto, per lui, un’istituzione curativa rappresentava una contraddizione in termini. Questa posizione anti-istituzionale derivava da una formazione prevalentemente fenomenologica, sia filosofica che psichiatrica: autori come Edmund Husserl, Karl Jaspers, Ludwig Binswanger e Eugène Minkowski erano stati i punti di riferimento di Franco Basaglia. Da qui anche la scelta del suo nemico essenziale, ossia la tecnica. «Il vero grande nemico – sostiene Sergio Benvenuto – contro cui Basaglia si è battuto tutta la vita non è stato tanto l’O.P., la psichiatria accademica 1 2

Benvenuto 2005. Benvenuto 2005: 186.

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o la società segretativa, ma è stata in fondo, da fenomenologo qual era, la tecnica. Un giorno mi disse: ‹sono convinto che l’elettroshock in molti casi è efficace, ad esempio nelle crisi della melanconia. Ma qui non la usiamo per la sua connotazione violenta e repressiva› […]. A Trieste si usavano molti psicofarmaci, e allora io, in modo impertinente gli chiesi ‹lei è contrario ad ogni tecnica? ma non a quella farmaceutica›. Mi rispose che gli psicofarmaci erano un aiuto per superare la segregazione manicomiale […]. A Trieste mi resi conto dell’importanza della psicofarmacologia; mi chiedo infatti se sarebbe stata possibile l’eliminazione progressiva degli ospedali psichiatrici – e non solo in Italia – se non si fossero inventati psicofarmaci un tantino efficaci. La storia della psicofarmacologia e quella della demanicomializzazione, contrariamente a quel che si crede, sono tra loro indissolubili»3. Altre indicazioni per comprendere la posizione di Franco Basaglia emergono dagli scritti successivi all’approvazione della legge 180 del 1978. L’anno dopo Franco Basaglia parte per il Brasile, dove tiene una serie di conferenze raccolta successivamente nel volume Conferenze brasiliane4. Si tratta di una delle ultime occasioni di riflessione pubblica dello psichiatra italiano che di lì a breve, nel 1980, sarebbe prematuramente scomparso. Costituisce al contempo un’importante testimonianza circa il cammino, i contenuti e le prospettive che la legge 180 si era prefissati. Nel volume, che raccoglie i testi di quattordici interventi pubblici, sono numerosi i passaggi che consentono d’intuire la portata innovatrice che quella riforma avrebbe avuto sul sistema di assistenza psichiatrica italiana e l’enorme suggestione che avrebbe in seguito esercitato anche all’estero. In occasione della conferenza a Rio de Janeiro del 28 giugno 1979, Basaglia afferma come «la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare». Per Basaglia il manicomio andava chiuso ed al suo posto creata una rete

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Benvenuto 2005: 189. Basaglia 2000.


di servizi territoriali che provvedesse all’assistenza delle persone malate di mente. In questo modo la psichiatria doveva smettere di assumersi un ruolo nel processo di esclusione del «malato mentale», voluto da un sistema ideologico convinto di poter negare ed annullare le proprie contraddizioni allontanandole da sé ed emarginandole. E ciò che si poteva fare da subito era, per l’appunto, impostare altre forme di intervento, alternative al manicomio, per assistere la persona folle. Era necessario in altri termini guardare al malato mentale come ad una persona bisognosa di cure al pari di qualsiasi altro infermo. Chiudere i manicomi non significava rifiutare l’esistenza della malattia mentale, ma contrastare l’uso dell’emarginazione, dell’allontanamento o della segregazione come metodo terapeutico, negando alle persone malate mentalmente di aspirare se non alla guarigione almeno ad un sensibile miglioramento della loro condizione clinica ed umana. Concetti semplici, che introducono in Italia alcune delle tesi di Goffman sulle «istituzioni totali» e che rappresentavano un cambiamento netto di pensiero e mentalità, in un’Italia, ancora «psichiatricamente» legata a posizioni di matrice positivista e «lombrosiana». Come scrive Galimberti (La Repubblica, 8 marzo 2000) «l’operazione di Basaglia è un’operazione utopica, non rivoluzionaria», intendendo come differenza tra i due concetti l’aspetto temporale, nel senso che la rivoluzione ha un carattere esplosivo mentre l’utopia ha bisogno di futuro. E quindi Galimberti invita a non considerare la chiusura dei manicomi come il risultato maggiore dell’opera e delle intenzioni di Basaglia, per considerare invece che «il cammino che Basaglia voleva avviare era un sommovimento della società e una rivisitazione dei rapporti sociali a partire dalla clinica, proprio da quella clinica che a suo tempo era nata per tutelare la cattiva coscienza della società, la quale per garantire la sua quiete e i rapporti di potere in essa vigenti, non aveva trovato di meglio che incaricare la clinica a fornire le giustificazioni scientifiche che rendessero ovvia e da tutti condivisa la reclusione dei folli entro mura ben cinte». «La chiusura dei manicomi non era lo scopo finale dell’operazione basagliana, ma il mezzo attraverso cui la società potesse fare i conti con le figure del disagio che la attraversano» e quindi con «l’accettazione da parte della società di quella figura, da sempre inquietante, che è il diverso». Dalle prime esperienze di apertura verso l’esterno condotte presso l’ospedale psichiatrico di Gorizia e successivamente proseguite presso l’ospedale di

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Trieste, l’intera esistenza di Basaglia è dimostrazione esemplare di un assiduo impegno vissuto con grande dispendio di risorse fisiche e intellettuali, in difesa di questa semplice verità. Ed è a questa verità, alle tante pulsioni espresse, che si riconduce anche questo volume. Un testo che pone al centro della propria storia il diario di un paziente, quello di Bruno e che proprio la chiusura dei manicomi permette oggi di far riaffiorare, per avvicinarsi al mondo della follia e scorgervi un riflesso dell’umanità intera e non solo la rappresentazione di una sua fetta sfortunata. In questa prospettiva si sono moltiplicate negli ultimi decenni le pubblicazioni che hanno proposto scritti di pazienti psichiatrici. Si tratta di testimonianze che svelano un mondo di sofferenze cui la legge 180 avrebbe voluto porre riparo. Il manicomio, sorta di spazio a sé stante, apparentemente sospeso e ignorato dalla società, è, tuttavia, al tempo stesso, luogo nel quale si sono riflesse e riprodotte le contraddizioni e le difficoltà della società esterna. Un mondo in cui nascevano relazioni umane e si sviluppavano sentimenti di solidarietà e dedizione nei confronti del prossimo, ma dove si registravano anche quotidianamente soprusi e violenze non sempre riconducibili alle sole difficoltà della malattia mentale e del suo trattamento. Di questo mondo eterogeneo intende render conto questo volume. Per farlo si è scelta la trascrizione del diario di un paziente, chiamato convenzionalmente Bruno, accompagnato da una serie di approfondimenti e documenti in grado di contestualizzare l’intera vicenda. La scansione delle scene proposta da Bruno nel suo diario assume un’espressività e una sensibilità di tipo quasi filmico. Bruno annota, infatti, ossessivamente, giorno dopo giorno, azioni ed emozioni sempre identiche. Nulla sembra poter e dover interrompere la monotonia di una vita scandita dai ritmi della somministrazione del medicinale, dei cambi turno infermieristici e delle operazioni quotidiane, dal pranzo alla pulizia delle sale… Nulla sembra mutare se non l’attesa che la richiesta di dimissioni venga alla fine accolta e deliberata. Un diario attento più a rendere le situazioni vissute da un punto di vista rappresentativo che non emotivo. Solo a conclusione si riportano alcune considerazioni di Giacomo Di Marco, lo psichiatra che ebbe in cura Bruno e che per primo fu depositario dei quaderni. Costui fornisce anche la spiegazione del titolo che si è voluto dare a questo volume, abitare la soglia, o forse le soglie, poiché è più di


uno il limitare sul quale i soggetti storicamente rappresentati nel manicomio si trovano a stazionare, attraversandole in direzioni alterne.

Il diario Le annotazioni di Bruno sono raccolte in due quaderni a righe di tipo scolastico di dimensioni mm 150x200. Il primo quaderno è ricoperto con un foglio bianco tipo protocollo anch’esso a righe. Sulla prima pagina appare scritto: «III QUADERNO nuovo dopo furto nell’O.P. Pergine diari/quaderni Antecedenti il 20.9.74 e 5.3.1975». Il secondo quaderno riporta il seguente titolo: «Curriculum vitae meæ in domo dæmentiæ – Manicomio di 38057 Pergine (TN) IV Quaderno dal 23.6.1975 al 22.7.1975, da pag. 560 a 696». La numerazione III e IV svela l’esistenza di almeno due quaderni precedenti andati persi. Questa circostanza è peraltro confermata sia nel diario sia nella cartella clinica dove si fa riferimento ad un’intensa attività scrittoria di Bruno, regolare e continuativa nel tempo fin dai primissimi ricoveri. Quasi tutte le pagine dei quaderni sono numerate. Il primo quaderno va da pagina 349 a pagina 559 cui seguono due pagine scritte non numerate. Il secondo va da pagina 560 a pagina 696 cui seguono quattro pagine scritte non numerate. Nella trascrizione il numero di pagina viene riportato fra parentesi quadre preceduto in corrispondenza del cambio pagina stesso da doppia barra (//). Tutti i nomi propri di infermieri, medici e pazienti sono stati omessi e sostituiti da parentesi quadre e puntini sospensivi. Inoltre sono stati rispettati sia l’uso delle maiuscole che degli a capo. Si è scelto infine di sciogliere il segno abbreviativo con cui Bruno rende normalmente la doppia m. Talvolta Bruno ricorre a caratteri stenografici in stile Gabelsberger: si riporta la trascrizione fra parentesi tonde. I passaggi in tedesco, la lingua madre di Bruno, sono stati trascritti rispettandone la forma e proponendone la traduzione in nota.

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Parte Seconda

Abitare la soglia

«Nella coscienza comune le soglie significano: passaggio da un ambiente all’altro. E forse non siamo tanto consapevoli che la soglia è anche un ambito a sé, o meglio un luogo particolare, di prova o di protezione» (Peter H andke , Il cinese del dolore. Milano: Garzanti, 1988: 79).

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1. L’istituzione1 Tra la fine degli anni quaranta e l’inizio degli anni cinquanta del Novecento, periodo nel quale ha inizio la vicenda di Bruno, il paziente del quale si pubblica il diario, i manicomi sono ancora disciplinati dalla legge n. 36 del 19042. L’assistenza per i disturbi mentali più gravi è separata dal resto del sistema sanitario generale e i ricoverati sono costretti a vivere in ambienti

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Riferimenti bibliografici: Basaglia 1982; Caldonazzi – Gius 1974; Cassin 1981; Di Marco – Drigo 1979; Ferlini 1979; Ferlini 1981; Ferlini 1984; Goffman 2003; Goldwurm – De Prà 1976; Marzi 1973; Masè – Ferlini – Zini 1983: Provincia autonoma di Trento 1980. Legge n. 36 del 14 febbraio 1904 «Sui manicomi e sugli alienati», cui segue nel 1909 il Regolamento applicativo «Decreto n. 615 del 18 agosto 1909». La legge del 1904 rispecchia l’ideologia dominante alla fine dell’Ottocento, improntata su una concezione del disturbo mentale di tipo esclusivamente organicistico, e basata sui presupposti teorici della scuola positivistica di stampo lombrosiano, in cui una posizione centrale è il problema della potenziale «pericolosità» del malato mentale. Infatti, questa legge non si pone quasi nessun obiettivo terapeutico, ma principalmente si preoccupa di tutelare la società nei confronti del malato mentale. È, quindi, una legge repressiva senza alcuna possibilità di curare e prevenire i disturbi mentali. Vediamo alcuni articoli più importanti: a) l’obbligo di custodia scatta automaticamente per tutte le persone affette da malattia mentale, per qualunque causa, «quando siano pericolose a sé o agli altri o di pubblico scandalo» e non possano «essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi» (art. 1). b) Il ricovero degli alienati nei manicomi può essere richiesto dai parenti, dai tutori o da chiunque altro nell’interesse dell’infermo e della società. L’ammissione è autorizzata in via provvisoria dal Pretore e dopo un periodo di osservazione, che non può superare un mese, dal Tribunale su istanza del Pubblico Ministero in base alla relazione del Direttore dell’Ospedale psichiatrico (art. 2). c) Dispone che l’internamento nel manicomio in via provvisoria può essere ordinato direttamente dall’autorità locale di Pubblica Sicurezza, in base ad un certificato medico. La Pubblica Sicurezza ha l’obbligo di dare notizia entro tre giorni all’autorità giudiziaria. Questa modalità di ricovero costituirà la prassi dominante, dato che la maggior parte dei ricoveri presenta «caratteristiche d’urgenza». L’internato in via definitiva è anche automaticamente dichiarato totalmente incapace ed il tribunale deve nominare un tutore. d) La dimissione (art. 3) è autorizzata dal tribunale, su richiesta o sentito il parere del Direttore del manicomio. Quest’ultimo ha un enorme potere all’interno dell’istituzione sia sui degenti che sul personale (art. 4). e) Oltre all’interdizione, per il ricoverato in via definitiva, vi è l’iscrizione dell’internamento nel casellario giudiziale.

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generalmente sovraffollati e cadenti, senza alcun intervento terapeutico e/o riabilitativo minimamente efficace secondo quelle che sono le prospettive mediche odierne. Il manicomio di Pergine non fa eccezione ed è soprattutto il numero della popolazione ricoverata a costituire un problema. Dopo la diminuzione registrata durante gli anni della seconda guerra mondiale, anche a causa dell’elevata mortalità, questo numero s’incrementa notevolmente3. L’aumento maggiore si ha nel biennio 1950-1951, con un numero di ammissioni doppio rispetto agli anni precedenti. Questo fenomeno è dovuto soprattutto all’apertura, nel maggio del 1950, di un «reparto neurologico» (o reparto aperto), che ospita molti malati che prima non venivano ricoverati in Ospedale psichiatrico (OP). È in questo periodo, secondo Goldwurm e De Prà, che «s’istituzionalizza per così dire, nell’assistenza ospedaliera, la distinzione fra malati leggeri, acuti o recuperabili e malati gravi cronici o irrecuperabili. I privilegiati clinici vanno nel reparto aperto, gli altri nei reparti chiusi»4. In questo modo viene a crearsi un doppio binario di «cura»: da una parte un gruppo di malati con scarsissimo ricambio, ricoverato nei reparti chiusi; dall’altra un gruppo di pazienti con ricambio più rapido, ammessi nel reparto neurologico aperto: «Il primo gruppo […] veniva ‹curato› emarginandolo in O.P., il secondo dopo un breve ricovero ospedaliero continuava presumibilmente le terapie a domicilio e poteva essere reintegrato in qualche modo nella società»5. Gli interventi terapeutici e riabilitativi sono quelli tipici dell’epoca manicomiale. Nell’Ospedale psichiatrico di Pergine sono effettuate, tra l’inizio degli anni trenta e la fine degli anni sessanta del secolo scorso, molte terapie di shock (piretoterapia, insulinoterapia, cardiazolshockterapia, elettroshockterapia), ossia metodiche terapeutiche finalizzate a provocare brusche e 3

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I dati complessivi suddivisi per decenni indicano 617 ammissioni per gli anni 1919-1928, 750 per gli anni 1929-1938, 521 per gli anni 1939-1948, 1.015 per gli anni 1949-1958 ed infine 713 per gli anni 1959-1968 (Caldonazzi – Gius 1974: 35). Goldwurn – De Prà 1976: 448. In realtà la distinzione cui si riferiscono i due autori, se da una parte trova giustificazione nella nuova dimensione determinata dall’apertura del reparto neurologico, dall’altra ignora che la distinzione fra malati curabili e incurabili era già ricompresa nelle norme che regolavano l’ammissione dei malati negli istituti attivi nei territori della monarchia austroungarica. Tali normative autorizzavano il ricovero solo di coloro ritenuti pericolosi per se stessi e per gli altri, ma soprattutto di coloro in grado di raggiungere la guarigione nel periodo di degenza (Dietrich – Taddei 2008). Goldwurn – De Prà 1976: 448.


Indice

Prefazione di Casimira Grandi

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Parte prima: «Curriculum vitæ meæ in domo dæmentiæ»

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Introduzione

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Il diario

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Parte seconda: Abitare la soglia 1. L’istituzione

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2. «In domo dæmentiæ»: la testimonianza di Valerio Fontanari 154 3. L’uomo

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4. La cartella clinica

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Postfazione di Giacomo Di Marco

213

Glossario

221

Riferimenti bibliografici

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239


Sommario Prefazione di Casimira Grandi – Parte prima: «Curriculum vitae meae in domo daementiae»; Introduzione; Il diario; – Parte Seconda: Abitare la soglia; Postfazione di Giacomo Di Marco; Glossario; Riferimenti bibliografici.

GRENZEN CONFINI

a cura di Felice Ficco e Rodolfo Taiani

abitare la soglia

Quella di Bruno è stata una delle molte esistenze che si sono consumate nel mondo parallelo alla codificata normalità che stava oltre la cinta degli ospedali psichiatrici. La lettura dei suoi diari non è agevole, poiché si tratta di inseguire l’esposizione frammentata di un’esistenza vissuta sbocconcellando sprazzi di vita. La volontà autobiografica, distillata giorno dopo giorno dalla difficoltà di quel vivere, rappresenta la costante preoccupazione di dare testimonianza di sé e di quanti lo circondavano in una rappresentazione corale, non ultimo con fini rivendicativi. E questo fine è stato sicuramente raggiunto, lì dove sopravvive anche l’inconsapevole messaggio di dolore insito in ogni parola di questa rilevante fonte per la storia degli itinerari biografici dei folli nella stagione manicomiale della nostra storia.

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abitare la soglia

scene di vita in un interno manicomiale 1949-1977 a cura di Felice Ficco e Rodolfo Taiani

Felice Ficco, lavora come psichiatra presso il Distretto sanitario di Arco (provincia di Trento), svolgendo prevalentemente attività psicoterapeutica ad orientamento junghiano. Le sue pubblicazioni concernono le modalità di intervento nella riabilitazione dei pazienti psicotici. Rodolfo Taiani, è responsabile dell’area editoria e servizi presso la Fondazione Museo storico del Trentino. Le sue pubblicazioni vertono perlopiù su temi di storia sanitaria.

ISBN 978-88-7197-104-9 E 16,80

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Abitare la soglia scene di vita in un interno manicomiale 1949-1977  

I diari di Bruno, uno dei tanti internati psichiatrici che cerca di ricomporre i frammenti della sua esistenza vissuta sbocconcellando spraz...

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