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Mensile distribuito tra Modena, Bologna, Ferrara, Finale Emilia e Camposanto

MUMBLE: Mensile a gratis

NumeroUNO III|nove


Il manifesto dei propositi stabili È per il perduto senso critico e per la gioventù che ci attraversa

Cambiamento nella speranza della ribalta Scrivere, poesia, scrivere Educare al movimento le persone Agitando la curiosità Eccitante Facciamo dell’amore A gratis Che

siamo tutti ugualmente umani

Diciamo di imparare dalla

Farsi tentare dal giusto Abbiamo le nostre priorità Che ci si voglia bene bellezza...la nostra Terra

ascoltandosi Mangiare bene La fantasia, le sue contraddizioni

Credere nella storia e progettarsi l’avvenire e la tecnica Lo sviluppo sostenibile del mondo

Come scopo sociale guardare il diverso Sport dell’aggregazione

Scrivere un giornale Non dire bugie


Quello che avete in mano è il primo numero di

MUMBLE:

IL CANE DI PAVLOV (NON) É MORTO GIOVANE

In copertina: Federico Ferfoglia, Dosato ha il suo perchè.

internoTRE


: CON NOI GIACOMO VINCENZI

Questa storia del giornale inizia fumosamente, per così dire. Almeno per quanto mi riguarda. Non so disegnare, non ho la costanza dell’artista per vocazione; ma un tarlo critico s’infila continuamente tra i nodi del legno quotidiano, ed a lui volevo lasciare la parola. L’espressione va promossa anche per chi come me non riesce a trarne un’arte limpida. Per fortuna la foschia intorno all’idea primitiva si dipana col passare del tempo in maniera naturale; e la storia del giornale prosegue con l’intervento amico di certe considerazioni divenute abbastanza imprescindibili. Innanzitutto, un bisogno d’essere immediati quando si parla: voglio riuscire a condividere quanto di prezioso nasconde la parola: con la mia amante, col mio pubblico. Voglio che ci capiamo: voglio che dalla parola si passi al cuore. Voglio simpatia. Leggiamo i giornali quotidianamente, ma capiamo sempre meno: l’informazione non passa dalla parola all’emozione, e le parole più internoQUATTRO MUMBLE:

giuste del più sincero leader politico sono irretite dal pregiudizio dell’oggettività. Esse rimangono solamente slogan, e noi siamo i primi a strumentalizzarle. Così, con le parole sospese a mezz’aria sopra le nostre teste, le vicende personali non ci toccano più eppure vengono sempre più esasperatamente mostrate; gli errori dei governanti “ci sono sempre stati” ma le tasse le ha messe il governo precedente; l’università pubblica è uno spreco ma l’ignoranza è la peggiore povertà; e così via, ad libitum. Mi piacerebbe semplicemente poter parlare sinceramente, che non significa imparzialmente: io, signor firmatario autore, sono sempre una parte di tutto quel che c’è. Quindi, innanzitutto: se vogliamo scrivere perché qualcuno ci legga capendo quello che diciamo, dobbiamo riappropriarci delle parole. Il che vuol dire ridimensionarle tanto verso l’alto quanto verso il basso, a seconda dei casi. Certo, si deve convenire sulla loro natura soggettiva e parziale, sulla loro sostanziale illusorietà: essendo per loro stessa costituzione falsificabili, esse non devono solamente mostrarsi, ma devono incarnarsi prima nell’autore, poi nel suo pubblico, se vogliamo dialogare. Io proporrò quello che penso da

queste pagine; chi mi leggerà potrà trovare spazio sulle stesse oppure a mezzo internet nel caso abbia qualcosa da dire in merito. Occupandomi del dato cronachistico ed attuale l’obiettivo modesto è quello di andare oltre alla chiacchiera da bar. E perché? Perché al bar ci vado poco, ecco. Ma pure questa è una mezza verità. È per raccontare le cose senza compiere violenza alcuna sul mio pubblico, come sulla mia amante: riuscire cioè a suscitare la critica personale senza dover mettere le parole in bocca ad alcuno prima che costui abbia capito. Solamente in questo modo avrà un senso riservare uno spazio alla “attualità” in un giornale che esce mensilmente.

Della lunazione poco ci frega, se riusciamo a godere delle stelle ogni sera: l’importante è uscire, alzare la testa e aprire gli occhi. La prossima volta qualcuno verrà nosco.


e dĂŹ la tua no?! info@mumble.it

internoCINQUE


’ Italia non è un paese per giovani. Penso che i motivi che mi spingono a fare parte della redazione di un giornale come questo possano essere riassunti in questa frase. Mi ritrovo spesso a pensare di vivere in un paese gerontocratico, governato da persone vecchie che dicono cose vecchie, in cui più si va avanti e meno spazio per i giovani si trova; un paese lanciato ai cento all’ora verso l’egemonia del pensiero unico, in cui la pluralità d’opinione è sotto assedio. Ma la cosa che più mi rattrista e fa incazzare è vedere che, spesso, di questo la gente italiana non si cura; nello specifico è gran parte della popolazione sotto i trent’anni a non curarsene, forse addirittura la maggioranza. Non se ne cura, o forse, più semplicemente, non ritiene che esista alcun pericolo concreto nel nostro paese per la libertà e per la diversità di pensiero. E’ questo ciò che vedo quando mi guardo intorno. A mio avviso, l’esistenza in Italia di realtà come queste - giornali, ma anche siti internet, stazioni radio - gestite da giovani è fondamentale, importantissima, e farne parte è appagante.

internoSEI MUMBLE:

L’intenzione deve essere quella di aprire menti e cuori, di fare circolare idee nuove, di ridare il giusto valore a quelle vecchie se meritevoli, di incuriosire, di spingere i lettori a vedere le cose in modo differente da come vengono proposte dalla maggioranza dei media nazionali, di essere da megafono a chi ci legge, a quelli che la pensano come noi e a quelli che la pensano in maniera diametralmente opposta. La speranza è di riuscire a farlo bene e in modo originale.

Donato gAGLIARDI


Perché scrivere su un giornale? nicola SETTI Sono in fila al supermercato. La signora davanti a me impila cracker su scatole colorate mentre io mi allungo per raggiungere la barra di ferro con su scritto “cliente successivo”.

Perché dovrei scrivere su un giornale? Si prospetta un sabato sera da passare in casa in compagnia della “Propedeutica al latino universitario” di Traina e ad un film appena preso a noleggio. Sopra i pochi prodotti ritenuti necessari al finesettimana, spiccano due quotidiani. Pensavo di ritagliarmi una mezzoretta, prima di mangiare, per bermi una birra e leggere con calma il giornale sgranocchiando ciccioli frolli. Sovrappensiero mi avvicino alla cassa e noto una certa immobilità attorno a me. Avverto come la sensazione che stia per succedere qualcosa ma non ho il tempo di rendermene conto. Alzo lo sguardo. La cassiera mi sta fissando. Tiene ciascuno dei due quotidiani in una mano diversa. Nei suoi occhi scorgo un panico misto a curiosità. Una cosa tipo “primi spettatori del cinematografo”, ma molto più rapida. Appoggia uno dei due rotoli di carta stampata e mi mostra l’altro. Si trasforma in un avvocato da film di serie b. Reperto numero 1 all’attenzione della corte, che poi

altri non è che la signora dopo di me. Oggi la cosa che più desidero è che quest’aria di novità non venga fre“Questo cos’è?” mi chiede con un nata per l’ennesima volta dalle siepi velo di disgusto misto a meraviglia. dei nostri giardinetti e che, filtrando, Ispeziona il giornale passandoselo possa muovere qualcosa. Un qualche tra le mani mentre cerca un codice a mulino. In effetti l’idea che scrivere barre. “E’ un supplemento di Repubblica?”. “No guardi, è l’Unità. Un quo- su un giornale oggi possa essere ritenuto di una qualche utilità è tidiano. L’altro è Repubblica. Sono alquanto donchisciottesca. Ma tant’è. due cose separate. Ne ho presi due.” Mi guarda come se fossi un pazzo che Se scrivessi mi piacerebbe parlare di cose belle e vicine. Mi spiego meglio: si aggira per la foresta amazzonica mostrare che di cose interessanti ce ridendo, mentre tiene in mano una ne sono (esistono!!!) e spesso sono sega elettrica. “Vabbè”. Il movimento attorno a me riprende come se niente molto più vicine di quanto non si pensi. Per passione e studi mi indifosse accaduto, anche perché probarizzerei verso avvenimenti artistici bilmente non è avvenuto nulla di e culturali. Ce ne sono tanti nella ché. Finisce di pistolare le ultime nostra zona: alcuni, a mio parere, cose. Mi porge lo scontrino. Pago. davvero stupendi e di cui la maggior Mi sorride. Olè. “Buona sera” e mi parte delle persone non sospetta da pure i bollini. Ora, non ho voluto nemmeno l’esistenza. Partire dalle reraccontare questo fatto per additare l’ignoranza, più che legittima, di una altà per cercare di arrivare alla realtà, innanzi tutto per me stesso, poi, cassiera di supermercato. Né tanto se qualcuno vorrà accompagnarmi, meno per fare sfoggio gratuito delle tanto meglio. Non che io abbia, in mie paranoie o delle mie conoscenze da settimana enigmistica. È solo che, verità, nessuna autorità in materia. Il mio discorso è: io ne ho bisogno e non so per quale strana associazione se non lo fa nessuno allora lo farò io, di idee, quando sono uscito da quel malgrado i miei limiti. Ora mi sembra luogo, quando il freddo è entrato davvero giunto il momento della dalla porta automatica, si è chiarita birra e dei ciccioli e ripensandoci non la risposta alla domanda che avevo sono sicuro di avere capito bene cosa all’inizio. Vorrei scrivere su un giornale per scuotere dall’indifferenza. La c’entri la storia della cassiera. Forse è solo un inizio. Uno come tanti. Ma vittoria di Barack Obama negli Stati Uniti è stata la notizia che più di almeno è l’inizio. altre negli ultimi giorni mi ha colpito Buona sera. a livello emotivo. E’ come se nel mondo stesse arrivando

un vento nuovo, che poi chissà se e in che modo cambierà la Storia, ma è il sentore di un inizio di cambiamento (change, bhè sì…) internoSETTE


S

i può vivere benissimo anche senza leggere i giornali, senza letteratura

(mia nonna usa Dante per fermare le porte, a lei serve), senza recensioni di buoni dischi, poesie, racconti, notizie locali. Si può vivere in definitiva anche senza informazione; del resto gli italiani ne sono una prova vivente: il nostro paese è tra gli ultimi in Europa come tiratura media di quotidiani, preferiamo di gran lunga la televisione, i titoli sulla home page di libero.it, e sopra ogni cosa l’immancabile “ho sentito dire che…”. Insomma si può vivere senza tutto questo, eppure il giornale che avete tra le mani nasce con un sentimento letteralmente opposto. E dunque: perché scrivere un

giornale, e perché leggerlo? Perché siamo curiosi, non esiste un motivo più nobile. Io sono curioso e voglio conoscere la realtà che mi sta intorno, dal parere politico alla ricetta di cucina. E perché essere curiosi e non lasciare questo inappagamento del sapere a qualcun altro? Perché ci interessa la vita. Mi interessa la vita, la vita dell’Uomo. Conoscere l’Uomo, che in sostanza anch’io sono. Conoscere l’Uomo in Italia, a Modena, a Camposanto, nel mondo. E scriverò, se possibile, dell’Uomo e di ciò che più mi appassiona di lui: la società, la musica, la poesia e la tradizione. E invito chiunque ad appoggiare, criticare o contraddire qualsiasi mio intervento.

L’importante è che ci muova un unico stimolo: la curiosità. La curiosità verso l’Uomo. La curiosità verso noi stessi. SANTE CANTUTI

internoOTTO MUMBLE:

Ma tu la guardi la tv? Spesso non lo ammettiamo, ma è uno strumento italiano irrinunciabile. Ecco perché «Ma tu guardi la tv?» «No, solo qualche volta, faccio un giro di canali ma non c’è mai niente». Gli autori di questo dialogo, ormai cristallizzato nei vari libri sui luoghi comuni, sono tutti gli italiani. Dunque non guardiamo quasi mai la scatola magica? Strano: secondo il Censis, il 98 per cento degli italiani, evidentemente, non riesce ad evitarla. Eppure davanti alla fatidica domanda «Ma tu la guardi?» siamo subito pronti a difenderci e ad assicurare che capita molto raramente e se capita succede un po’ per caso. E un po’ per caso in Italia esistono 640 reti televi-


sive (secondo la Federazione Radio Televisioni), l’equivalente delle reti statunitensi, vale a dire un quinto delle reti mondiali! Non parliamo poi del record di spot televisivi. Ma la vera domanda è Cos’ è la TV italiana, e perchè la guardiamo? Prendiamoci un “faticoso” minuto per capirci qualcosa. È dagli anni 70 circa che la televisione italiana non è più rappresentata da Carosello, dai varietà, dal maestro Manzi. Cos’è successo? Il mutamento lo si deve indubbiamente alla celeberrima loggia massonica P2, il cui programma (il “Piano di rinascita democratica”) fu scoperto solo nell’81. Il secondo punto di tale programma, oltre all’impegno a controllare politicamente i quotidiani, recita così: «coordinare molte TV via cavo con l’agenzia per la stampa locale; dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna ex art.21 Costit.». E proprio in mezzo ai “fratelli” piduisti era presente Maurizio Costanzo (fascicolo 626, che assieme alla moglie occupa da anni i programmi più seguiti), un numero consistente di ex-direttori RAI, e Silvio Berlusconi (fascicolo 625, tessera n° 1816). Senza addentrarci nel rapporto tra quest’ultimo e l’allora Maestro Venerabile Gelli, Berlusconi riesce a realizzare questo obiettivo fondamentale. Infatti nel ‘78, anno della sua iscrizione alla loggia, nasce Telemilano cavo (il programma piduista prevedeva appunto una «TV via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese»), poi,

grazie alle sentenze della Corte Costituzionale, si trasmette in via etere. La mossa successiva fu l’acquisto e poi la cessione di film e programmi, a prezzi modici, a reti locali in cambio del loro ingresso nell’orbita controllata da Berlusconi (un coordinamento già previsto dal famigerato Piano). Infine la creazione di grandi società (Canale5) e l’acquisizione di Italia1 e Rete4. Ecco tre reti nuove, potenti e piene di programmi moderni con balletti seducenti, dibattiti sportivi e altre distrazioni. Un’ultima domanda: Perché controllare la tv? La risposta più esauriente fu sicuramente di Pasolini «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta» invece la tv di oggi è riuscita ad attuare «la peggiore repressione della storia umana» perché «non si accontenta più di un “uomo che consuma” ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo». Così ragionando appare chiaro come il concetto di “tv che fa male” non è appena retorica o luogo comune. Ma la realtà è che non riusciamo a sbarazzarcene. Subiamo l’ebbrezza dell’accendere la tv, del lasciarci cullare in uno spazio in cui non è richiesto riflettere, fare scelte, prendere reali posizioni, ma che in realtà condiziona la nostra vita: la tv non è specchio degli italiani, ma gli italiani hanno come modello la tv, modello

che «realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura». Davanti a un quadro così inquietante (che in maggior parte è Storia e non opinione) la nascita di un giornale, cartaceo o virtuale che sia, come quello che state leggendo, è a mio avviso un sistema “sano” e “scomodo” (non nel senso che infastidisce i grandi poteri, ma l’italiano stesso) per informare, per essere informati, per comunicare. Per pensare, anche se è fatica.


iviamoun momento storico molto importante:

il presente.

popolare. Di questi tempi l’onere della notizia si fa greve e si crede d’uopo una restaurazione nella ribalta degli ingegni e delle posizioni prese con o senza cautela, per instaurare un dialogo oltre l’umbratile dinamica sociale di oppiacei per la ragione e stimolanti per l’istinto.

MANUELE PALAZZI Non mancano motivi né mezzi per espandere la propria voce alle orecchie del popolo, le genti. Così nasce il progetto comune di amici, fratelli uniti per l’elegante causa di dare corpo alla cultura ed al sapere nella tradizione, allo spirito del tempo e del luogo. Un movimento roboante nella storia, un automatico disporsi di empatie locali per designare uno spettro di funzioni da regalare al folclore, la sua essenza. Così gli ambiti di discorso, rendendo grazia, marcheranno il tempo come attributi costanti in evolversi con i paradigmi della storia. L’editoria giornalistica fondamentale (*) sincrono degli avvenimenti. Portatrice di dibattito isomorfo. Ideale inarrivabile poiché in continuo mutamento grazie al progresso dei suoi fattori. Un progresso inattaccabile giacché:

internoDIECI MUMBLE:

come natura crea, l’artefatto s’ingegna. Noi figli di una storia evolutiva, fratelli dell’informatica e della telematica, cresciute con noi e come noi aperte ad un potenziale impalpabile. Luttuosi figli delle voi più imponenti e lucide della nuova Italia: Enzo Biagi fra tutti come maestro per la ricerca della verità; Luciano Pavarotti voce tonante dell’italianità e della solidarietà artistica; Gianfranco Funari per il suo cinismo e la sagace guittezza

Un conforto per chi anela, uno spunto in cui riflettersi e riflettere. Un supporto per osare e dar conto ai fenomeni del possibile.


Salve a tutti, mi chiamo Alessio MORI ho ventitré anni, sono uno studente di Scienze Politiche, lavoratore stagionale, vivo in famiglia (ma ho sogni d’indipendenza) e, nonostante la crisi in arrivo, posso definirmi un appartenente alla classe media (principalmente per meriti altrui). Ritengo che questo quadro generale sia importante poiché può essere utile a far luce e a motivare molte delle mie prese di posizione che emergeranno nel corso di questa nuova esperienza del giornale. Uno dei miei interessi principali, purtroppo o per fortuna, è la politica: dapprima sotto forma di infatuazioni non ben motivate, poi, sempre più coscientemente, ritengo di essere diventato un osservatore abbastanza attento anche se schierato e quindi non sempre obiettivo. Il mio credo politico traspare anche in quello che scrivo, e le “analisi” dei fatti che accadono sono frequentemente compiute attraverso l’occhio e la mente di un osservatore parziale. Sono un elettore di sinistra, come a me piace definire me stesso, o di centro-sinistra, secondo la politologia attuale: alle ultime elezioni ho votato PD ma continuo ad essere attento ai movimenti dell’ormai ex-alleato Di Pietro, in quanto ormai il più forte oppositore del governo in carica e in particolare del nostro premier. L’antiberlusconismo è uno dei principali motivi del sempre più forte

interesse alla politica e questo, nonostante ritengo che sia un aspetto assai limitante, mi porta ad essere assai critico se non prevenuto in merito alle decisioni prese dagli esponenti di quella parte politica. Ho deciso di prendere parte a questa iniziativa per poter, nel mio piccolo, contribuire a creare un nuovo spazio di informazione che riesca a dare punti di vista e opinioni differenti, viste da chi non fa il giornalista di professione ma che possa essere utile a creare qualche spunto di riflessione, qualche risata o anche qualche incazzatura ai lettori. Quello di cui intendo occuparmi è chiaramente quel grande spazio che è l’attualità, sia essa politica, cronaca o quant’altro; c’è però un altro tema che mi sta particolarmente a cuore: la salvaguardia e la diffusione, specie tra i più giovani, delle tradizioni emiliane, nella fattispecie modenesi. Per fare ciò pensavo allo sviluppo di articoli in dialetto e sul dialetto, uno sguardo alle tradizioni contadine ormai in disuso e una saltuaria rubrica di cucina tradizionale. La mia partecipazione, oltre ai temi principali che verranno concordati in redazione, sarà quindi dettata dall’ispirazione e dalla curiosità; ritengo che questo sia un modo per proporre un pezzo nel modo più interessante possibile, trattando solamente quello che più interessa veramente e cercando di ottenere un risultato il più appassionante possibile.

Vedo un giornale come uno spazio libero

con idee fresche, senza pregiudiziali ma con forte spirito critico ,

dove per critica non si intenda essere contro per partito preso

ma riuscire ad analizzare le cose e trovarvi i lati positivi e quelli negativi. Non sono infatti una di quelle persone che ritiene che la stampa in Italia sia da buttare in toto: è indubbio che vi siano esempi di giornalismo troppo assoggettato alle sfere del potere, ma penso che vi siano altresì giornali e giornalisti affidabili che forniscano ai lettori buoni punti di vista sulla situazione del nostro paese e del mondo. Per concludere, posso affermare che la mia voce sarà sostanzialmente un elemento “conformista”, difficilmente totalmente anti-sistema, attenta a formulare critiche nel mio piccolo costruttive, ma se serve pronta ad argomentare i lati positivi delle notizie discusse. internoUNDICI


il

cane di Pavlov (NON) É MORTO GIOVANE PIERPAOLO SALINO Finalmente si inizia a pensare che sta succedendo qualcosa che non va. Elencare le singole difficoltà che coinvolgono una società globale molto complessa come la nostra non è di grande aiuto: sterili etichette consunte non meritano nessuna attenzione.// Invece di un futile elenco quello che invece va considerato è l’origine dei nostri problemi sociali. Quindi ancor prima di macchinose ipotesi sul come e perché risolverli, azzardiamo subito la loro soluzione: il nostro comportamento.// E’ a questo proposito che è utile analizzare l’atteggiamento umano e confrontarlo con Midic, meglio conosciuto come il cane di Pavlov. La storia di Midic è nota ai più: dopo una serie di prove in una gabbia elettrizzata questo cane ha imparato ad associare a uno stimolo dannoso una risposta adeguata per migliorare il suo benessere. Geniale. Midic ha risolto il suo problema semplicemente comportandosi in maniera diversa. E con questo ci dimostra, internoDODICI

MUMBLE:

facendo onore alla sua specie, come i cani riescono a fare quello che noi non riusciamo più a ricordare: porre rimedio alle situazioni quando riconosciamo che sono dannose. E’ dannoso non ricevere una adeguata istruzione. E’ dannoso l’inquinamento. E’ dannosa la Mafia. E’ dannoso Andreotti. Il cane di Pavlov ci guarda e se la ride. Non riconoscere questi e altri problemi è sintomo di ignoranza: totale non sapere. Più difficile è riconoscere invece che tra questi problemi c’è lui, Midic, che a quattro zampe ghigna. Prendiamocela, la rivincita sul cane di Pavlov. E’ ora di correggere certi comportamenti per stare tutti meglio. Partendo con l’informare. Informare non vuol dire avere la pretesa di possedere un assoluto, un postulato, la Verità. Ma con umiltà proporre un punto di vista, anche nei campi più

siamo siamo siamo siamo siamo

militanti ma parleremo dei partiti giudici ma parleremo di giustizia cattolici ma parleremo di Dio comici ma proveremo a far ridere reporter ma scriveremo su una rivista

diversi, cercando sempre di essere interessanti. Facendo pure ridere. Un grande giornalista, nel descrivere il suo lavoro, una volta ha detto: “Mia madre, terza elementare, mi diceva: “Mai dire bugie”. Ho sempre cercato, e cercherò, […] di darle retta”. Aderendo in prima persona a questa dichiarazione, a questo giuramento di Ippocrate, è innegabile supporre che di critiche ce ne saranno. Va bene. Ma con mano ferma sempre si deve soste-

nere il pensiero ché nasce su questa promessa.

p.s. i nomi o i riferimenti ad animali o Santi sono frutto della fantasia dell’autore. Purtroppo però le percosse ricevute prima di imparare la lezione causano la morte del cane Midic all’età di soli 6 anni. Alla Terra ne danno meno.


filosofica mente senza dubbio per dimostrare cose ovvie. per fare in modo che ciò che è chiaro lo sia di certo. per togliere i dubbi su quel pochino che si dirà. per pensare qualcosa scrivendolo senza dover sentenziare la vita o la morte, o cose del genere. e semmai il discorso dovesse giungere così in alto, di certo staremo farneticando, statene certi. vorrò mostrare, con lucidità, la chiarezza che i dubbi sulle poche cose della vita semplice posseggono. tutto questo al solo scopo di perdere tempo. per riempire la bella vita che ci è capitata, senza dimenticarsi di riderci sù. parlerò spesso con terminologia filosofica di nicchia, per rendermi più inutile ai più. cercherò di far in modo che la lettura del giudice più spietato, io stesso, non abbia che compiacersi di un siffatto articolo. cercherò soprattutto di parlare di voi; di quello che mi sembrate, del mondo che vi costruite attorno e di quello che già vi trovate costruito.

ognuno dei bassi argomenti che tratterò, lasciando ai miei colleghi di questo giornale tutto il resto. farò in modo che il mio percorso universitario coincida spesso con ciò di cui tratterò, dimodochè se ne possa trovare una sorta di stimolo senza dover esser tutti azionisti dell’alma mater. abbiate cura di noi, voi che ci concedete questo gradito lusso.

francesco dottor grimaldi

parlerò di uomini e donne, politica e religione, attualità e antichità. talvolta di alimentazione, mai di golf. avrò la malizia del giovanotto e il distacco del vecchio. snocciolerò filosoficamente internoTREDICI


Mercoledì

7 Gennaio in una serata emiliana come un’altra, non c’era niente di meglio da fare che una bella larvata in casa con la propria signora. Ad un certo punto la mia attenzione è stata attratta da una notizia in tv. Nel Tgcom delle 22:00 (per chi non lo sapesse, un breve spazio di pseudoinformazione all’interno dei programmi di prima serata di Canale 5) in allegato con le notizie catastrofiche delle insostenibili nevicate di Milano e Torino, viene pubblicizzato un articolo de “il Giornale” in uscita il giorno seguente, in cui viene svelata la cosiddetta bufala del riscaldamento globale. Sorpreso, ho controllato che non stessi guardando Crozza Italia Live su La7, programma satirico di Maurizio Crozza in cui uno degli scatch consiste nel rimontaggio di notizie del TG5 per ridurle a fini ironici. Ebbene no, stavo veramente guardando Canale5. Il giorno seguente incuriosito e indignato mi sono recato immediatamente in edicola per acquistare una copia de “il Giornale”. La prima pagina era dominata da una foto di Milano imbiancata (incredibile! Visto che è l’ 8 Gennaio) con un sarcastico titolo: “Ecco il pianeta surriscaldato” e ancora, più in piccolo “mezza Italia al gelo”. All’interno, da pagina due a pagina cinque, un collage di articoli descriveva l’apocalittica nevicata che aveva colpito Milano ed enunciava la grande bufala del riscaldamento globale,

internoQUATTORDICI MUMBLE:

perfino, a pagina due in basso, il commuovente racconto di Alfonso Signorini (si proprio l’opinionista del GF) “Da giovane facevo lo spalatore per poche lire ed una focaccia”. Tutto il gigantesco articolo, non faceva altro che demolire pezzo per pezzo le teorie per le quali l’attività umana apporta danni allo stesso ambiente nel quale l’uomo deve vivere : la Terra. E’ quindi una bufala quella dell’effetto serra che causa il global worming (il surriscaldamento globale). E’ una bufala perciò lo scioglimento dei ghiacciai artici, antartici, e montani. É una bufala quella del buco dell’ozono, quella della desertificazione, quella della deforestazione, quella del progressivo inquinamento delle acque, dell’aria e dei suoli. Insomma... siamo stati tutti presi in giro! Io per primo che questi argomenti li ho approfonditi durante il mio percorso universitario, ma anche l’intera Unione Europea che ha deciso di aderire con l’80% degli altri stati mondiali al protocollo di Kyoto del 1997.

Caspita! Solo dopo aver letto quell’articolo capisco quanto siano stati intelligenti gli statunitensi, che facendosene un baffo di Kyoto (già molto che non l’abbiano rasa al suolo insieme ad Hiroshima e Nagasaki), hanno continuato ad essere i maggiori produttori di gas serra. A questo punto, tralasciando la retorica, le domande sono sorte spontanee: l’ effetto serra esiste veramente? E se sì, in che misura viene provocato dalle attività antropiche? Sappiamo definire il concetto di sostenibilità? E in che modo la sostenibilità può aiutare l’uomo a integrarsi nell’ambiente in cui vive? I quotidiani che leggiamo, o i notiziari che ascoltiamo, ci parlano di catastrofismo o realismo?

GIORGIO PO


Il

vendemmiaio

parole

delle nostre

SAMUELE PALAZZI

Se potessi trascrivere i pensieri che mi attraversano da tempia a tempia mentre rigiro ad occhi chiusi le lenzuola attorno a me e ai cuscini... Ma ogni volta sono convinto che sì, tanto quella frase me la ricorderò. E al mattino quella frase non è più. Mica facile combattere la pigrizia e vincere la “svoglia” di alzarsi. Accendere la luce. Prendere un pezzo di qualcosa di scrivibile. Dov’è una penna? Datemi un qualcosa la cui punta non sia rotta! Scrivere. Per poi inciamparci al mattino dopo mezzogiorno, rileggere, e non capire più perché tutto quell’entusiasmo per una frase così mediocre. Magie del dormiveglia. Incastri del buio col cervello. Genio addormentato, o poeta fallito? Non necessariamente voglio risposte, anzi, il più delle volte mi piacciono le domande. Perché poi passa un indeterminato lasso di tempo, e dal disordine quella frase decide di uscirne. Ed è bella! Lo sforzo, unito alla stagionatura, ha dato i suoi frutti. L’uva di quella notte s’è fatta vino. E me lo bevo.

Poi nella malinconia rimane il rammarico di tutto il succo mai imbottigliato, che potrebbe essere ancora nella botte della mia memoria, ma che il più delle volte trovo vuota,

Le parole invece non hanno di questi problemi una volta scritte. Mi ubriacano, ma non svaniscono. Alzarsi per scriverle è raccoglierne il grappolo. E la stagione s’è fatta per unirne tanti, di questi grappoli. E’ giunto il “vendemmiaio” delle parole! Delle nostre parole. di botti di vero vino realmente svuotate. Il principio dei vasi comunicanti mi si applica alla perfezione fra alcool e pensieri. Spesso mi capita di pensare in opposizione a tutta la fila di lettere di tutti i libri, di tutti i fascicoli, di tutti i giornali, opuscoli e opuscoletti che sono stati scritti fino ad ora. Una fila lunga lunga di piccole letterine nere (scegliete voi carattere e dimensione del testo) che non si vede la fine. Dove arriveranno, tutte le parole del mondo unite insieme? Ma (scrivevo di opposizione

senza controparte) dove arriverebbero però, tutte le parole che non sono mai state scritte se le mettessimo in fila? Non sempre ho bisogno di risposte. A volte mi accontento di girare il lenzuolo attorno a me e ai cuscini. Senza rispondermi a: “Perché stiamo scrivendo un giornale?”

internoQUINDICI


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MUMBLE: Marzo 2009  

numero di presentazione del mensile a gratis Mumble:

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