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Le storie che hanno Te s t i e f o to d i S i m o n e La n c i o t t i

costruito Specialized


Si stanno per aprire le porte. Katie Sue Gruener mi fa da guida. So già che è un giorno che ricorderò...

Tutto è nato nel garage di Sinyard La Enduro 29 è un’idea di Sloan Overend: la storia della Mtb Egger: creare ogni giorno Facciamo un giro nel museo Guardate come si lavora qui


Morgan Hill

Specialized non è solo un marchio di bici, ma soprattutto è una grande storia, anzi, un insieme di storie delle persone che hanno reso celebre il marchio della “S”. Ognuna di esse ha dato un contributo cruciale e nel corso dei 39 anni di esistenza Specialized è sempre stata avanti. Il motto “Innovate or die” che si trova stampigliato sui telai non è uno slogan come un altro, ma un principio ispiratore. Un vero mantra. Entrare a Morgan Hill nei reparti dove hanno accesso solo i dipendenti è un privilegio che viene concesso a pochi e sapevo che varcando la soglia avrei iniziato un viaggio nelle meraviglie, anche se non tutte le meraviglie che avrei voluto vedere mi sarebbero state mostrate, perché, appena stretta la mano a Katie Sue Gruener, la mia guida, mi viene spiegato che

non tutto sarà fotografabile. C'è un know-how importante da tutelare e si può comprendere la loro apprensione. Sto per entrare attraverso una porta che è accessibile solo tramite un badge magnetico, ma presto scoprirò che qui lo sono tutte, tranne quella di ingresso. La scaletta degli incontri è molto serrata. Sono emozionato. Sono curioso, come sempre, di conoscere questi americani che guidano, in un modo o nell'altro, la nostra concezione di mountain bike. Tutto sta per iniziare. Prima Mike Sinyard. Poi Brandon Sloan. Ned Overend. E per finire Robert Egger. Quattro personaggi che hanno fatto e che continuano a fare la storia della bicicletta moderna. Iniziamo dal primo, il fondatore. Katie Sue mi dice che ha il tempo contato. Sinyard è molto impegnato di ritorno dalla La hall (nella foto grande) insieme al museo è l’unica area della sede Sea Otter Classic. di Morgan Hill accessibile al pubblico. Il resto è strettamente riservato «Preparati tre domande» mi dice la ai dipendenti. Sopra, esempi di creatività di Robert Egger. Gruener. Solo? Porca miseria, ok.

Le storie che hanno costruito Specialized


Importava componenti dall’Italia. Ha iniziato a farne di suoi, partendo dalle gomme, e poi il boom.

Tutto è iniziato nel garage di

Mike Sinyard


Morgan Hill

Mike Sinyard si presenta alla sua maniera. Fa di tutto per non farti pesare la sua personalità. Ti mette a tuo agio, ti chiama per nome (storpiandolo all’americana) e ti invita a considerarlo alla stregua di un compagno di uscite in bici. Ma attenti a non lasciarsi troppo andare. Quello sguardo attento, tipico di chi sa ponderare bene le parole, riporta il colloquio ad una dimensione più reale: un incontro fra un giornalista e un Ceo-founder di un marchio leader. Solo tre domande mi aveva detto la Gruener. Me le devo giocare bene...

- Raccontami quali sono stati i tre step cruciali nella tua carriera. - Wow, questa è una bella domanda. Direi che il primo momento significativo è stato quando appena finita la scuola ho iniziato a viaggiare in Europa con la bici per tre mesi. Sono stato in Italia e proprio lì ho conosciuto la "grandezza ciclistica" dell’Italia che all’epoca per me erano Cino Cinelli e Tullio Campagnolo. In qualche modo volevo lavorare con loro e loro me lo hanno consentito nonostante io fossi solo un tizio qualunque che viaggiava in bici attraverso l’Europa. Andai lì e gli dissi: "Io vorrei comprare i vostri prodotti e venderli negli States". Mi dissero ok e in quel momento smisi di viaggiare all’istante e iniziai subito la mia attività. Super subito! Un altro momento importante fu quando nel 1976 decisi di iniziare a fare copertoni con il mio marchio. In quel momento negli States c’erano pessimi copertoncini e ottimi tubolari (che però erano troppo costosi) e niente fra questi due estremi. E questa fu una vera svolta, anche a livello economico.

Sotto, Sinyard posa nel museo con la prima Mtb prodotta in serie: la Stumpjumper. In basso, una parete decorata con le bozze di Egger: strabilianti.

- Innovate or die: questo motto dove porterà Specialized nel futuro? - Speriamo, come amo pensare, che questo sia solo l’inizio. O al massimo la fine dell’inizio. Siamo sempre al lavoro, siamo di fianco ai rider per capire di cosa hanno bisogno. Il nostro focus infatti è una domanda: di cosa hanno bisogno i rider? Lo abbiamo scritto in un libro. Enduro? Xc? Ognuno è piuttosto differente. E noi cerchiamo proprio di entrare nei dettagli. Per capirci, Simone, è un po’ come quando vai al

- Fino adesso abbiamo parlato di bici da strada e non di Mtb… - Sì, perché non esisteva ancora. E infatti il terzo momento cruciale è stato proprio la Mtb. Fra il 1979 e il 1980 ho iniziato ad

Sinyard ha 63 anni, pedala tutte le volte che può e incentiva i suoi collaboratori a fare altrettanto. Specialized è costituita da persone capaci ma soprattutto da ciclisti di grande passione.

importare tubi in acciaio da Columbus e componenti Tommaselli e conoscevo diversi costruttori di telai che facevano un po’ di bici, tipo le Schwinn e le usavano poi per andarci fuoristrada. Come abbiamo fatto tutti da ragazzini, no?

- Qual è stata la persona più prolifica con la quale hai lavorato? - Prolifica? Robert Egger, senza dubbio. Mi piace molto la sua frase: se è impossibile, richiede solo un po’ più di tempo. Se ti guardi intorno qui (e si riferisce a tutte le bici prototipo più o meno serie) capisci che è uno che ha davvero tante idee.

- Che cosa ti ha impressionato di più di lui? - La velocità con la quale guarda le cose. Non serve troppa analisi, lui guarda, ci si mette e boom. E di solito il "boom" è molto interessante. Ma qui intorno, se chiedi ad altre persone che lavorano in Specialized, ci sono anche altri elementi prolifici come lui. Come Brandon Sloan e il suo staff per quanto riguarda la Mtb. Loro stanno cambiando il modo in cui la Mtb viene percepita nel mondo. E lo stesso sta facendo Mike McAndrews per quanto riguarda le sospensioni.

Tutto èiniziato nel garage di Mike Sinyard

ristorante e ti chiedono: come la vuoi la pasta? Al dente? Al ragù? Parmigiano o no? Dettagli, quindi. E se vai nella Formula 1 trovi anche lì l’attenzione per i dettagli. Ad alti livelli si cresce millimetro dopo millimetro. Mike Sinyard sorride, come se nei miei occhi rivedesse la grandezza ciclistica dell’Italia. Mi parla di Nibali, mi chiede di Vincenzo, se mai vincerà un Giro. «Ha talento, vero?» Confermo, ma io sono già con il pensiero a chi ha concepito la Enduro 29er...


Ex agonista, sognatore, rider di talento e fissato per la Mtb. La rivoluzione 29er èanche merito suo

La Enduro 29, sotto sotto, è un’idea di Brandon Sloan


Morgan Hill

Pochi lo sanno, ma in bici con lui è meglio non uscire proprio. Non è un tipo normale, è impallinato, vive solo per una cosa, si alza al mattino pensando ai suoi schemi, alla sua things-to-do-list, ti guarda in faccia, anzi, ti fissa come se fossi lì a fargli perdere tempo inutilmente. Brandon Sloan, da fuori, sembra un folle, ma poi appena sale in bici, capisci tutto. È un inventore, un po’ scienziato. Sembra che il motto Innovate or die lo abbia coniato lui, ma, no, lui è solo uno dei tanti fenomeni che lavora in Specialized. In bici va come un treno, ecco perché è meglio non averlo dietro. Ha 41 anni e nel suo background ci sono il college e le gare di Xc che riusciva a fare mentre studiava. Finito il college ha continuato a gareggiare, ha trovato un lavoro in Diamondback, poi un po’ in Giant e dal 2001 è in Specialized. È stato lui a rendere possibile, fra le tante cose, il carro da 43 cm della Enduro 29. Ecco perché un personaggio come Brandon Sloan va conosciuto più a fondo.

- Se la massa dei biker ha iniziato a convertirsi alle 29er è merito soprattutto di Specialized. E ovviamente anche il tuo... - Anche se non è stata Specialized a creare le 29er, quello che abbiamo fatto è capire cosa si doveva fare per renderle meno ingombranti e goffe.

- Specialized è stato il marchio più grande ad aver abbracciato la 29er. - Esatto. Noi le abbiamo trasformate per farle diventare qualcosa che fosse in linea con lo stile Specialized, ossia agili, leggere e facili da guidare. Quindi, all’inizio abbiamo aspettato un po’ proprio per capire che cosa fare ed uscire solo quando eravamo perfettamente convinti. Tutti siamo stati coinvolti in questo cambiamento e tutta la gamma adesso è 29er. Cinque giri nella pump track dietro la factory senza un solo colpo di pedale. E guadagnava velocità ad ogni passaggio. - Che ruolo avranno le 29er Sotto, mentre racconta la sua passione per l’enduro e le 29er. nel futuro se si considera l’arrivo

della 27,5 pollici? - Bella domanda: per quanto riguarda la 29 pollici posso dirti che nessuno di noi all’inizio si aspettava che si sarebbe arrivati ad una Enduro 29 con 155 mm di travel e un carro così corto. Quindi, difficile dire che cosa possiamo aspettarci nel futuro. Forse la Dh? Forse il freeride? Difficile dirlo adesso. La 27,5 pollici è un’idea che sta prendendo piede parecchio. Ci abbiamo pensato e per un attimo la Enduro 29 poteva diventare una Enduro 650B, ma poi abbiamo detto, aspetta un attimo, la differenza rispetto ad una 26 pollici è solo di un pollice e poco più. Non è quello che ci serve e poi Specialized non vuole proporre tre diametri di ruota perché complicherebbe troppo il mercato e la vita dei dealer. È vero che ad oggi di componenti per la 650B se ne trovano tanti, ma non penso che questa sia la misura che “ucciderà” la 29 pollici, piuttosto in futuro vedremo soprattutto la 27,5 pollici rimpiazzare la 26. La 27,5 pollici, per quanto riguarda Specialized, non verrà utilizzata sulla piattaforma delle bici da Xc, perché lì le 29 pollici vanno benissimo. Vedo la 650B piuttosto per le trail bike.

La Enduro 29, sotto sotto, èun’idea di Brandon Sloan

- Se dici che la 27,5 pollici rimpiazzerà la 26 pollici significa che Specialized ci sta lavorando? - Diciamo che dobbiamo tenere gli orizzonti aperti. Non so se gli utenti chiedono la 27,5 pollici, ma di sicuro l’industria della Mtb la sta proponendo con decisione. E credo che questo cambiamento sia alimentato da quei marchi che non hanno creduto subito nella 29 pollici e non vogliono ora perdere l’occasione della 27,5 pollici. Ecco perché secondo me è l’industria che sta spingendo per questo nuovo diametro di ruota.

- Mi puoi spiegare gli step che hanno portato al disegno della sospensione della Enduro 29? - Prima di tutto c’è un lavoro di confronto continuo con tutti i rider più forti. Siamo a stretto contatto con loro. Alcuni chiedono di essere più veloci, altri di potersi divertire di più. Ogni settore della Mtb ha delle esigenze differenti. Un esempio molto interessante è proprio il processo che ha portato alla creazione della Enduro 29. Sapevamo che molti apprezzavano le ruote da 29, ma nessuno avrebbe voluto una full con un interasse lunghissimo, più lungo magari di quello di una bici da Dh. E questo ci ha imposto di cambiare tutto il modo di costruire la bici per farla più compatta possibile. Un dettaglio che può sembrare banale è l’attacco Taco


passato, è più reattiva e molto più divertente. Il mio obiettivo è stare dietro ai rider per dare loro il miglior mezzo possibile.

- Quali saranno le caratteristiche standard di una bici da enduro nel prossimo futuro? - Dipende molto a quale enduro ci si riferisce. Negli States la Stumpy Evo potrebbe essere una bici anche migliore della stessa Enduro, ma se parliamo di Italia e di Finale Ligure allora serve la Enduro che in futuro sarà sempre più aggressiva. Per quanto riguarda le caratteristiche standard il travel sarà fra 150 e 165 mm e poi lo stile Specialized, ossia movimento centrale basso, tubo orizzontale abbastanza lungo, angolo di sterzo abbastanza contenuto e infine la sospensione posteriore che ha una funzione di importanza pari a quella della geometria. Sul carro troviamo foderi bassi il più corti possibile (grazie al Taco Blade) e ci impegniamo molto a mettere anche un portaborraccia nella posizione canonica (cosa rara sulle bici da enduro), nonostante le Enduro abbiano travel di 155 e 165 mm. Un piccolo dettaglio che però è molto apprezzato dagli utenti di tutto il mondo.

- Il più grande cambiamento che hai visto nel mondo della Mtb negli ultimi 10 anni? Se ne va così, dopo aver salutato, in sella alla sua Enduro 29 e se ne torna nel suo ufficio. Brandon Sloan sta lavorando agli ultimi dettagli della gamma 2014.

- Freni a disco e reggisella telescopico, direi. Entrambi hanno permesso di guidare la Mtb in maniera più aggressiva e sicura allo stesso tempo.

- Quale ruolo avrà l’elettronica sulla Mtb in futuro?

Blade per il deragliatore che permette di accorciare tanto i foderi bassi e non interferire con il funzionamento della sospensione.

Rimarrebbe comunque il problema del diametro della corona: molti disegni di sospensione subiscono notevoli interferenze dalla misura della corona e variano di conseguenza la loro efficienza. Il nostro schema Fsr è uno dei migliori da questo punto di vista. Piuttosto credo che se un domani si facesse definitivamente a meno del deragliatore ne guadagnerebbe soprattutto il triangolo anteriore che potrebbe diventare più rigido e leggero e magari chissà cos’altro. Di sicuro ad oggi ci sono ancora molte persone che preferiscono una trasmissione 2x10 o 3x10, ma posso dire che in futuro ci saranno diverse ottimizzazioni sui telai Specialized per le trasmissioni 1x.

piacevole ed efficace. Oggi il carbonio ci dà grandi opportunità, soprattutto parlando di 29er. Qui le ruote devono essere rigide per consentire una guida veloce, ma non troppo altrimenti si penalizza il grip sui terreni rocciosi. Un altro aspetto cruciale è la lunghezza della forcella: se diventa troppo lunga diventa anche meno precisa e si va incontro agli stessi problemi che si incontrano sulle forcelle da Dh. Quindi occorre pensare al tubo di sterzo come un elemento ancora più importante su una Mtb moderna. La rigidità è un equilibrio che cambia di continuo e le nostre priorità si adeguano di conseguenza.

- Pensi che l’XX1, per l’assenza del deragliatore, possa influenzare (positivamente) il modo in cui viene progettata una sospensione posteriore?

- Hai menzionato la rigidità: ma dove è davvero necessaria su una Mtb?

- Ci potrebbero essere dei benefici sulla geometria in certi casi, soprattutto per i modelli di sospensione che si mostrano già adesso poco influenzati dagli effetti della pedalata.

- Anche questa è una bella domanda. Di sicuro è molto facile costruire una bici che sia troppo rigida, ma il bello è riuscire ad arrivare ad un compromesso che funzioni e che renda la guida

- Probabilmente nella stessa direzione in cui lo erano in passato: riuscire a capire che cosa vogliono i rider. Ci sono stati un marea di cambiamenti negli ultimi anni. Il freeride oggi lo puoi fare con le bici da Dh e l’enduro ha cambiato il modo di intendere il freeride. Oggi una Enduro si pedala meglio che in

- Quanto vi ha richiesto il processo di sviluppo della nuova Enduro? - È stato piuttosto veloce in realtà perché molte delle parti e delle tecniche costruttive, come ad esempio quella che riguarda il tubo di sterzo, sono le stesse della Enduro 26 e la Enduro 26 esiste da circa 10 anni, quindi possiamo dire di conoscerla molto bene. Il nostro obiettivo era dare alla versione da 29 una geometria aggressiva e un interasse compatto. E ci siamo riusciti.

- In che direzione sono rivolti i tuoi sforzi come product manager?

La Enduro 29, sotto sotto, èun’idea di Brandon Sloan

- Di sicuro ce ne sarà sempre di più, su sospensioni e forse anche sul cambio. Il ruolo che vedo per l’elettronica è semplificare l’uso della Mtb. Non vedo l’utilità in un componente elettronico che sostituisce uno meccanico, ad esempio il lock-out elettronico azionato dal rider non mi sembra una cosa interessante. Lo diventa invece quando l’elettronica fa qualcosa che oggi il rider non riesce a fare mentre pedala. Un po’ come il nostro Brain: è lì e funziona da solo, migliorando l’esperienza di guida di una Mtb. Quindi l’elettronica quando arriverà su una Specialized dovrà essere più "smart" di un Brain e migliorare la qualità dell’uscita in Mtb. Oppure alleggerire la bici o velocizzare al massimo la cambiata. Ma se l’elettronica farà le stesse cose che un rider può fare con un comando remoto meccanico, allora non è di grande interesse. Ma comunque l’elettronica sta arrivando... Il pensiero di Brandon Sloan ricalca quello di Jeremiah Boobar di Rock Shox. A breve, a quanto pare, l’elettronica cambierà le carte in tavola nella Mtb e sin da ora sappiamo che per essere davvero utile ed efficace dovrà fare cose che noi adesso non riusciamo a fare stando in sella. Interessante... Salutato Sloan mi aspetta Ned Overend giù nella hall. È stato impegnato nelle riprese di un video. È sempre magro come nel settembre del 1990, quando entrò nella storia della Mtb vincendo il primo titolo mondiale Xc. Anche con lui scordatevi di fare una pedalata. Ha un regime minimo accelerato...


Overend ha vinto il primo titolo mondiale Xc. E non ha mai smesso di gareggiare. Nemmeno a 58 anni

Nella mia storia c’èla storia della Mtb

Ned Overend


Morgan Hill

“Deadly Nedly” è cresciuto sui campi di gara. Cross country e ciclocross ed è l’anima racing di Specialized. È stato il primo ed è ancora il più attivo degli agonisti del marchio di Morgan Hill. Ha 58 anni e a rallentare il passo non ci pensa proprio. Ha visto l’evoluzione della Mtb nel corso dell’ultimo ventennio ed è interessante allora chiedergli qualcosa sul futuro della specialità olimpica della Mtb.

fuori. Stesso discorso per il carro: se flette vai fuori traiettoria e perdi il controllo. Per quanto riguarda invece l’efficienza di pedalata occorre una zona del movimento centrale molto rigida. Quindi, per una full serve rigidità, la giusta rigidità, sulla parte anteriore, il movimento centrale e il posteriore. Per una hardtail, invece, a questa rigidità va aggiunta una certa tolleranza alle sollecitazioni verticali e un reggisella in carbonio, magari da 27,2 mm di diametro, che, flettendo, può aiutare molto. In generale su una Mtb la rigidità serve per migliorare l’handling.

- Come vede il futuro dell’Xc il primo campione del mondo di questa disciplina?

- Pensi che ci sarà interesse per il reggisella telescopico nell’Xc?

- È affascinante. È una specialità in continuo cambiamento. All’inizio le gare di Xc erano lunghissime: tre ore. Poi in Coppa del mondo hanno iniziato a diventare non più lunghe di un’ora e mezza. Poi è venuto fuori il fenomeno delle Marathon, quello delle 24 Ore che adesso stanno perdendo appeal in generale. Insomma si stanno riducendo i tempi di gara, guarda anche l’Xc Eliminator e lo short track. Adesso c’è l’enduro che sta spopolando alla grande e credo che questa disciplina sia un mix perfetto fra Xc e Dh, senza gli eccessi dell’una e dell’altra specialità. In futuro ci saranno altre specialità che adesso non conosciamo ancora e credo che molte di queste dipenderanno dal tipo di evoluzione che subirà la Mtb. Io credo che se l’enduro è così diffuso adesso è perché ci sono un sacco di trailbike capaci di andare forte sia in salita che in discesa. In generale è migliorata l’efficienza della sospensione posteriore.

- Se guardi alla prova olimpica di Xc di Londra, dove a tratti il percorso era molto ripido, il reggisella classico ha fatto perdere velocità ai rider e alcuni dei più forti sono anche caduti. È qualcosa che aiuta molto, ma deve essere molto veloce e leggero. Credo che il reggisella telescopico arriverà anche lì.

- Secondo te sarà solo un vantaggio oppure potrebbe esporre a rischi maggiori come conseguenza di velocità più elevate? - Non puoi controllare la velocità in una gara. Questa è la tecnologia. Sono arrivate gomme più larghe e di prestazioni maggiori, cerchi più resistenti, sospensioni più efficienti. In generale la tecnologia permette ai rider di andare più veloci. E di correre anche meno rischi. Prova a salire su una Mtb di 20 anni fa e a fare le stesse velocità che faresti su una Mtb di oggi. Magari raggiungi la stessa velocità, ma non hai alcun controllo della situazione. Se le velocità dovessero aumentare allora chi produce telai e componenti reagirà di conseguenza.

- Credi che l’enduro possa sostituire l’Xc in termini di popolarità? - Il discorso è un altro: nella Mtb, come in molti altri sport, ci sarà sempre un gruppo molto nutrito di praticanti che privilegeranno l’aspetto endurance rispetto a quello potenza. L’enduro, se ci riferiamo alle speciali, dura poco, molto meno di una gara di Xc. Quindi continueremo ancora ad avere Xc e Marathon anche se ci saranno molte persone che proveranno l’enduro.

- Cosa ne pensi dell’elettronica su una Mtb? - Ho provato il cambio elettronico su una bici da strada e mi viene da pensare che su una Mtb si deve L’enduro non è la disciplina più indicata, secondo Overend, trovare una per far iniziare i giovani con la Mtb. Meglio l’Xc che forma una base soluzione per di resistenza molto utile per il futuro atletico dei giovani. rendere la cambiata avvertibile dal biker. Faccio un esempio: se sei su un terreno molto sconnesso è difficile che il dito riesca a percepire il “click” della cambiata di un cambio elettronico. Non credo che si possa prendere un cambio da strada e metterlo su una Mtb senza adeguarlo alle necessità di un biker. Però è interessante.

- Ma fra enduro e Xc, cosa consiglieresti ad un teeneager? - Ci sono molti sport che possono introdurti nell’ambito endurance, soprattutto per un giovane che sta iniziando a costruire il proprio corpo. Parlo del nuoto, della corsa, del calcio, del football e sicuramente anche del ciclismo. L’enduro richiede tecnica di guida, ma credo che prima di tutto si debba allenare la propria capacità di resistenza e quindi costruire il proprio fisico con un’attività come l’Xc.

- Ci sarà spazio per un nuovo diametro di ruota oltre alla 29 pollici? - Io credo che la 27,5 sia già il presente. Lo abbiamo visto alla Sea Otter Classic quanta attenzione ci sia intorno a questa misura. Al momento però non c’è ancora una grande proposta di forcelle, ruote e gomme, ma non appena arriveranno allora il mercato si sposterà su questo diametro. A discapito della 26" che è un diametro di ruota che ha fatto il suo tempo. Io ho da tempo una Epic 29 e mi ci trovo molto bene. Ho avuto modo di provare le 650B e devo dire che sono più veloci di una 26, ma mai quanto una 29er. Guardiamo con molta attenzione ciò che succede nell’industria della Mtb e credo che la 650B abbia il potenziale giusto per sostituire in futuro la 26”.

- Soprattutto su una sospensione... - Su una sospensione l’elettronica ha grandi potenzialità. Un po’ come il Brain, magari anche meglio. Credo che sarà il futuro.

- Secondo la tua esperienza dove c’è davvero bisogno di rigidità su una Mtb? - È una bella domanda. Di sicuro una fullsuspension dovrebbe essere molto rigida perché questo può migliorare l’assorbimento degli urti, ma in generale una Mtb dovrebbe essere rigida nella

parte anteriore del telaio, per migliorare la precisione nei cambi di direzione. Immagina di essere in discesa su un terreno molto sconnesso e magari anche in contropendenza: se la tua bici fosse troppo “morbida” e incline a flettere tu perderesti la traiettoria e finiresti

Ned Overend: nella mia storia c’è la storia della Mtb

Ned torna alle riprese di un video dalle quali lo avevamo sottratto per 10 minuti. A Morgan Hill, il lunedì dopo la Sea Otter Classic, è davvero molto impegnato. Katie Sue, la guida dentro la factory, mi fa cenno di salire. La persona che si occupa del design di Specialized si è liberata. Robert Egger mi aspetta.


“Se èuna cosa impossibile richiede solo un po’più di tempo”. Ecco lo spirito del designer di Specialized

Ogni giorno ho una sfida: creare

Robert Egger


Morgan Hill

Secondo Sinyard, Robert Egger è la persona più prolifica con la quale abbia lavorato. Egger è a capo del design in casa Specialized e le forme che hanno reso famosi i prodotti della casa americana sono passate sul suo tavolo. Egger è un visionario, un po’ filosofo, un grande ciclista, un amante delle auto sportive ed è la persona giusta al posto giusto. Non capita spesso, ma quando questo succede possono accadere cose che segnano la storia.

- Quando hai iniziato ad essere un designer? - A quattro anni. Ho una storia da raccontare a tale proposito. Io vengo dal Wisconsin e a quell’età avevo 10 sorelle e fratelli.

Ha iniziato a creare bici con le sue mani all’età di 4 anni. Robert Egger continua a farlo ogni giorno. È un amante delle auto sportive, è un ciclista e un grande motivatore per lo staff con cui lavora.

La mia era una famiglia molto numerosa e cattolica e io ero il più giovane di tutti. Quindi ero abituato a indossare i vestiti dei miei fratelli e soprattutto di mia sorella che era la più vicina a me come età. E di conseguenza mi toccò anche la sua bici, che io ovviamente odiavo. Sognavo invece una Schwinn rossa con manubrio cromato, ma mio padre mi diceva: «Ce l’hai una bici, è quella di tua sorella!». Ma io continuavo a chiedere la Schwinn a mio padre che non aveva i soldi per comprarmela. Un giorno tornò a casa e mi disse: «Ho la tua bici nel pick-up!», corsi fuori e andai a guardare, immaginando di trovare quella dei miei sogni. Ma invece nel cassone c’erano solo pezzi di bici rotte, arrugginiti, brutti e scassati.

Robert Egger. Ogni giorno ho una sfida: creare

Era stato dal ferrivecchi e aveva rimediato un po’ di roba. Mi diede un po’ di attrezzi, tipo una sega, un cacciavite e mi disse: «Lì c’è la tua nuova bici...».

- E l’hai costruita? - Sì, l’ho costruita. Aveva una ruota più grande davanti e una più piccola dietro. Una specie di Frankestein, ma questo mi portò alla conclusione che non avrei mai avuto la Schwinn rossa, bensì una bici completamente diversa dalle altre. Avevo solo quattro anni. E da allora disegno bici, è diventato il lavoro dei miei sogni perché ho una passione sfrenata per la bicicletta.

- Ma a quell’età, oltre ad essere diventato un designer, sei diventato anche un ciclista... - Io sono cresciuto in una fattoria e la bici era un momento di

evasione. Ho lavorato a lungo in quel posto e ogni giorno, appena finito il lavoro con le mucche e cose del genere, salivo in sella e giravo intorno a quella fattoria. Sapevo che con la bici un giorno me ne sarei andato da quel posto e sarei arrivato a vederne di nuovi e a incontrare nuove persone. La bici era la libertà, anzi, è la libertà. Non è più quindi solo qualcosa da disegnare e costruire, ma anche un’avventura.

- E dove andasti la prima volta con una bici? - Ricordo la prima volta che dissi a me stesso che avrei percorso 20 miglia. Una decisione presa con me stesso. 20 miglia non erano poche, considerato che avevamo solo strade sterrate all’epoca. Fu una bella sfida. Partii alle 6 di mattina, ci misi quattro ore e


avevo solo sette anni. Fu la prima avventura. Ma lo faccio ancora oggi. Venerdì scorso mi sono fatto 90 km con la mia Mtb per arrivare alla Sea Otter Classic e poi sono tornato indietro. Riesco ancora a divertirmi a fare quello che mi piaceva fare quando ero un bambino. Mi sento fortunato a lavorare in Specialized, perché qui ho trovato persone che hanno compreso la mia folle passione per la bici. Dal 1986.

- Da dove viene la tua ispirazione? - Da diverse parti. Amo tutto ciò che ha un motore, in particolare le auto da corsa. Mi piace il disegno delle Porsche perché è così fluido e pulito. Passo molto tempo dentro ad un negozio-museo qui nei paraggi ad ammirare le linee di una Porsche 907. Adoro le moto e le muscle-car perché mi ispirano molto, nel momento in cui ti ci siedi dentro.

- Qual è il componente di una bici che ti ispira di più? - Tutto parte dal telaio. L’importante per me è riuscire a dargli le linee che mi emozionano. Io comincio dal telaio poi il manubrio, le ruote e cerco di Niente ispira libertà come una bici. Per Egger è stato lo strumento farne un insieme che che gli ha permesso di evadere dalla fattoria dei genitori e approdare funzioni al meglio. Pensa alle in Specialized nel 1986. Da allora è a capo del design. Ducati: se guardi ogni singolo dettaglio di quelle moto ti accorgi di quanto siano tutti sexy e perfettamente integrati gli uni con gli altri.

- Dammi un’idea di ciò che potrebbe diventare la Mtb nel futuro. - Wow, penso che potrebbe essere tutto ciò che si riesce ad immaginare. Di sicuro la Mtb va avanti molto velocemente. Se pensi che tutto è iniziato poco più di 20 anni fa e se pensi che oggi una bici con 10 anni sulle spalle sembra così vecchia... Immagina quindi di trovarti alla Sea Otter Classic fra 20 anni. Che tipo di bici vedresti? Forse non ci saranno più i cavi e forse ci sarà un sacco di elettronica, ma tutti ci chiediamo: chissà come diavolo sarà la Mtb del futuro? Forse i copertoni cambieranno in base al tipo di terreno: se è liscio diventano scorrevoli e se è mosso diventano tassellati. E magari il cambio funzionerà da sé. Io credo che nel futuro tutto cambierà nella direzione di rendere le cose più divertenti e facili per chi pedala. Se penso a quando ho iniziato a pedalare, le suole delle scarpe erano di legno e se pioveva ci si metteva i calzini di lana. E adesso? Entri in negozio e trovi un paio di scarpe che ti calzano subito perfettamente, le tacchette si centrano da sole, insomma in questi ultimi 20 anni di cose ne sono successe tante e questo mi porta a pensare che potrebbero cambiare anche di più nei prossimi 20.

- Qual è la sfida più difficile nel tuo lavoro? - Svegliarsi la mattina e tirare fuori le gambe dal letto... (ride) Ne ho molte di sfide da portare avanti, ma soprattutto per me è cruciale creare un gruppo che sia disposto sempre a spingersi oltre il proprio massimo. Ognuno di noi può fare molto di più di quanto non creda. Se pensi di fare una cosa, molto spesso la puoi fare davvero. Ok, non puoi volare o cose del genere, ma se hai un’idea in testa molto spesso puoi fare in modo che accada. Porsi degli obiettivi che sono sopra la propria portata ti permette di superare i tuoi limiti.

- Innovate or die: ti spaventa qualche volta? - Direi piuttosto che non esiste mai il design perfetto perché ogni volta, a lavoro finito, penso che avrei potuto fare questo, questo e quest’altro per migliorare ancora. Quindi sul design c’è un grande lavoro ed è difficile innovare ogni anno nel settore del ciclismo. Di anno in anno la cosa diventa sempre più difficile. In passato non c’erano nemmeno le sospensioni anteriori e tutti dicevano che nessuno le avrebbe mai volute su una bici. Oggi parliamo di fullsuspension in campo Xc e quindi potrei dirti che il settore del ciclismo è comunque molto conservativo. Non accetta subito le grande novità. Il mio obiettivo come designer è quello di realizzare bici che ispirino le persone a pedalare. E magari quelle bici diventano una parte di te in maniera emozionale. Un oggetto dal quale non riuscirai mai più a separarti, neppure se lo vendessi a peso d’oro. Il ciclismo diventa una sorta di religione per le persone. Hai visto alla Sea Otter Classic quanto entusiasmo?

- Jonathan Yve (designer di Apple): che cosa rappresenta per te? - Non credo che sia un bravo designer, penso che potrei fare di meglio di lui... (ride) È un grande talento, ho tutta l’ammirazione del mondo per lui. Le sue creazioni sono molto vicine allo stile di alcuni elettrodomestici degli Anni ‘50. Quando compri un prodotto Apple ti senti di aver comprato qualcosa di speciale. Apple è riuscita a far funzionare l’equazione “se un oggetto è bello allora funziona anche bene”. Pensa anche alla confezione: chi di noi vorrebbe buttarla via?

Robert Egger. Ogni giorno ho una sfida: creare

Io credo che la natura stessa dell’uomo sia piuttosto insicura e ciò non lo spinge mai davvero abbastanza verso la conoscenza delle proprie capacità. Pochi scoprono di poter andare oltre e lo sport ti insegna molto in tal senso. «Non riuscirò mai a fare questa salita!» ma poi sei lì e ci riesci, con le tue forze.

- Il più grande miglioramento negli ultimi 10 anni? - Io credo sia l’arrivo della sospensione nell’Xc. Nessuno credeva che sarebbe mai successo. La Epic ha reso possibile tutto ciò e io sono stato felice di essere stato coinvolto nel progetto di questa bici. Sulla quale pedalo in maniera regolare. Stretta la mano a Robert Egger finisce la mia “missione” in casa Specialized. Katie Sue Gruener mi chiede se è andato tutto ok. Sì, è andato tutto ok, ma mi sto incamminando verso l’uscita con la sensazione di essere passato vicino al gigante e di averne visto solo l’ombra. Non ho il badge magnetico di Katie Sue e a San Francisco c’è un aereo che mi riporterà in Italia. «Ho tanto da raccontare» mi dico e una parte fantastica di California da far conoscere a tante persone. L’esempio di un’azienda che funziona. Che esige tanto, ma che sa anche dare tanto a chi merita. Meritocrazia? Ok, godiamoci questi ultimi istanti di America...

http://youtu.be/nusDovfm4Rg


Davanti la bici di Shaun Palmer e dietro quella di Cipollini. Due momenti storici molto diversi...

Prendete un biglietto, si entra nel museo


Un altro pezzo di storia: il copertone Ground Control (in basso) che Overendo portò alla vittoria iridata nel 1990. Sopra, scatole di indubbia provenienza italiana.

Ecco la ricostruzione del garage di Sinyard, dal quale iniziò a vendere componenti italiani in California. Sotto, la bici di Burry Stander, l’atleta Specialized scomparso a inizio anno.

La prima Stumpjumper: tre corone sulla guarnitura Specialites di dimensioni... d’antologia. A sinistra, il cambio e il passaggio del cavo sopra il fodero basso. Altri tempi...

Prendete un biglietto, si entra nel museo


Il museo è una delle poche aree visitabili a Morgan Hill. Sotto, i primi esperimenti sui freni cantilever per aumentarne la potenza. A destra, la prima Stumpjumper di tutti i tempi.

Il primo business per Specialized furono le gomme, nel 1976. A destra, la prima campagna pubblicitaria: non è solo una nuova bici, è tutto un nuovo sport. Proprio vero...

Le leve freno (in basso) sono italiane, Tommaselli; i comandi cambio sono i thumbshifter (chi li ricorda?) senza indicizzazione (ancora non esisteva). CosĂŹ erano le prime Mtb.

Prendete un biglietto, si entra nel museo


Pranzo: si pedala o si va nella mensa. Ma chiamarla mensa è riduttivo... Quasi non sembra piÚun lavoro

Ecco dove lavorano quelli che

creano le Specy...


Sam Benedict, anche lui è uno da tenere davanti quando si va in bici. Veloce di brutto... Il motto Innovate or Die campeggia ovunque: cosÏ è ben chiara la missione quotidiana di ognuno dei 300 dipendenti.

I dipendenti se possono si spostano in bici dentro la sede. E i caschi appesi alla rete lo confermano. E cosa sarebbe questo posto senza le idee strambe di Robert Egger?

Ecco dove lavorano quelli che creano le Specy...


Serve qualcosa alla propria bici? C’è il negozio con l’officina (sopra). Prezzi ragionevoli... Sotto, Kulhavy a pranzo e, a sinistra, il campanaccio ideato da Egger.

Una linea di demarcazione netta fra ieri e oggi. Sono passati 37 anni e tante idee che hanno segnato la storia del ciclismo moderno. E il lavoro continua...

Ecco dove lavorano quelli che creano le Specy...


Specialized factory visit  

Quattro interviste, quattro storie e un giro nella factory più influente nel mondo del ciclismo moderno. Copyright www.mtbcult.it

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