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Il Settimanale di M.S.O.I. Torino


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MSOI Torino M.S.O.I. è un’associazione studentesca impegnata a promuovere la diffusione della cultura internazionalistica ed è diffuso a livello nazionale (Gorizia, Milano, Napoli, Roma e Torino). Nato nel 1949, il Movimento rappresenta la sezione giovanile ed universitaria della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (S.I.O.I.), persegue fini di formazione, ricerca e informazione nell’ambito dell’organizzazione e del diritto internazionale. M.S.O.I. è membro del World Forum of United Nations Associations Youth (WFUNA Youth), l’organo che rappresenta e coordina i movimenti giovanili delle Nazioni Unite. Ogni anno M.S.O.I. Torino organizza conferenze, tavole rotonde, workshop, seminari e viaggi studio volti a stimolare la discussione e lo scambio di idee nell’ambito della politica internazionale e del diritto. M.S.O.I. Torino costituisce perciò non solo un’opportunità unica per entrare in contatto con un ampio network di esperti, docenti e studenti, ma anche una straordinaria esperienza per condividere interessi e passioni e vivere l’università in maniera più attiva. Elisabetta Botta, Segretario M.S.O.I. Torino

MSOI thePost MSOI thePost, il settimanale online di politica internazionale di M.S.O.I. Torino, si propone come un modulo d’informazione ideato, gestito ed al servizio degli studenti e offrire a chi è appassionato di affari internazionali e scrittura la possibilità di vedere pubblicati i propri articoli. La rivista nasce dalla volontà di creare una redazione appassionata dalla sfida dell’informazione, attenta ai principali temi dell’attualità. Aspiriamo ad avere come lettori coloro che credono che tutti i fatti debbano essere riportati senza filtri, eufemismi o sensazionalismi. La natura super partes del Movimento risulta riconoscibile nel mezzo di informazione che ne è l’espressione: MSOI thePost non è, infatti, un giornale affiliato ad una parte politica, espressione di una lobby o di un gruppo ristretto. Percorrere il solco tracciato da chi persegue un certo costume giornalistico di serietà e rigore, innovandolo con lo stile fresco di redattori giovani ed entusiasti, è la nostra ambizione. Jacopo Folco, Direttore MSOI thePost 2 • MSOI the Post

N u m e r o Redazione Direttore Jacopo Folco Vicedirettore Davide Tedesco Caporedattore Alessia Pesce Capi Servizio Rebecca Barresi, Giusto Amedeo Boccheni, Luca Bolzanin, Sarah Sabina Montaldo, Silvia Perino Vaiga Amministrazione e Logistica Emanuele Chieppa Redattori Benedetta Albano, Federica Allasia, Erica Ambroggio, Daniele Baldo, Lorenzo Bardia, Giulia Bazzano, Lorenzo Bazzano, Giusto Amedeo Boccheni, Giulia Botta, Maria Francesca Bottura, Stefano Bozzalla, Emiliano Caliendo, Federico Camurati, Matteo Candelari, Emanuele Chieppa, Sara Corona, Lucky Dalena, Alessandro Dalpasso, Sofia Ercolessi, Alessandro Fornaroli, Giulia Ficuciello, Lorenzo Gilardetti, Andrea Incao, Gennaro Intocia, Michelangelo Inverso, Simone Massarenti, Andrea Mitti Ruà, Efrem Moiso, Daniele Pennavaria, Ivana Pesic, Emanuel Pietrobon, Edoardo Pignocco, Sara Ponza, Simone Potè, Jessica Prieto, Fabrizio Primon, Giacomo Robasto, Clarissa Rossetti, Carolina Quaranta, Francesco Raimondi, Jean-Marie Reure, Clarissa Rossetti, Michele Rosso, Fabio Saksida, Leonardo Scanavino, Martina Scarnato, Samantha Scarpa, Francesca Schellino, Giulia Tempo, Martina Terraglia, Elisa Todesco, Francesco Tosco, Tiziano Traversa, Fabio Tumminello, Martina Unali, Alexander Virgili, Chiara Zaghi. Editing Lorenzo Aprà Copertine Mirko Banchio Vuoi entrare a far parte della redazione? Scrivi una mail a thepost@msoitorino.org!


EUROPA 7 Giorni in 300 Parole GRECIA 29 novembre. Segnali di distensione fra Grecia e UE. Il commissario europeo per gli Affari Esteri Pierre Moscovici, in visita nella penisola ellenica, si dice “ottimista sulla conclusione del programma greco”, anche se non esclude la possibilità di un quarto piano di intervento. Moscovici si dice fiducioso sull’esito dell’eurogruppo di lunedì, nel quale Atene chiederà un’azione politica concreta per il prosieguo delle trattative. MOLDAVIA 29 novembre. La Moldavia in piena crisi istituzionale. Il neo presidente filorusso Igor Dodon, infatti, ha deciso di cessare temporaneamente ogni tipo di relazione con l’UE, riportando così il Paese in uno stato di isolamento. L’Europa, infatti, ha assicurato, nel caso di prosieguo dei contatti, lo stanziamento di 100 milioni di euro, dei quali 40 sono sovvenzioni.

PAESI BASSI 30 novembre. La camera bassa approva la legge che vieta l’uso del burqa. La proposta avanzata dal premier Mark Rutte prevede una sanzione minima di 410 euro per tutte le donne che indosseranno il velo islamico integrale, che secondo una ricerca sono ad oggi quasi 150. Il progetto passerà ora al Senato per l’approvazione definitiva.

LA MERKEL PRONTA PER IL QUARTO MANDATO

Il Cancelliere scioglie le riserve e punta al record del suo predecessore

Di Matteo Candelari Angela Merkel ha deciso di ricandidarsi alla guida del Paese per la quarta volta. L’annuncio ufficiale, arrivato la settimana scorsa, sarà seguito dal voto formale sulla sua ricandidatura da parte dei membri della CDU, al congresso del 6 dicembre. Il Cancelliere tedesco è in carica dal 2005 e, in caso di vittoria nell’autunno del 2017, raggiungerebbe il record di 16 anni da Cancelliere, finora detenuto solo dal suo predecessore Helmut Kohl. Al momento sembra essere nettamente favorita per la vittoria: gli ultimi sondaggi ci dicono che il 55% dei tedeschi è favorevole a un suo quarto mandato. Tuttavia, in quest’ultimo anno, la sua popolarità è calata notevolmente rispetto al passato, a causa delle scelte fatte in politica migratoria. Il partito di destra euroscettico Alternative für Deutschland ha beneficiato in termini elettorali del malcontento per le politiche di accoglienza e ha ottenuto ottimi risultati alle ultime regionali. Il Cancelliere, d’altronde, pare più preoccupata per le insidie che potrebbero arrivare da destra piuttosto che da sinistra, come dimostrano le recenti dichiarazioni riguardo una campagna elettorale difficile perché “saremo attaccati dalla destra come non mai”.

La Merkel ha, inoltre, precisato di volersi impegnare per “difendere i valori della democrazia: la libertà e il rispetto delle persone a prescindere dalla loro razza, dal loro orientamento sessuale e dalla loro opinione politica”. Dopo la Brexit e l’elezione di Trump negli USA, in molti vedono Merkel come l’ultimo baluardo dei valori comuni dell’Occidente contro la crescita dei populismi e dei nazionalismi. Tuttavia, analizzando la questione dalla prospettiva opposta, viene da chiedersi se l’ascesa dei populismi in Europa non sia causata anche dalla politica di rigore e austerità promossa dalla Germania. Una ricetta economica che in diversi Paesi ha portato a un peggioramento delle condizioni sociali e a una disoccupazione ormai insostenibile, cui ha fatto seguito una crescita dei partiti anti-sistema. Come scrive Bernard Guetta su Internazionale, la Merkel si trova a un bivio e qualsiasi decisione prenda non sarà facile. “Se la cancelliera accetterà di fare un passo indietro rispetto alla pretesa di ridurre il deficit europeo, rischia di scatenare la rivolta della corrente più ortodossa del suo partito. Se invece rifiuterà di farlo, alimenterà l’avanzata degli estremisti e un’ostilità crescente contro la Germania, che potrebbe colpirla in pieno”. MSOI the Post • 3


EUROPA LA FRANCIA DELLA VERITÀ E DELL’AZIONE Un programma rivoluzionario e radicale

POLONIA 29 novembre. Faccia a faccia positivo fra Beata Szydlo e Theresa May. Il Primo Ministro inglese, alla fine di un colloquio dai toni concilianti, garantisce la protezione dei diritti dei cittadini polacchi e degli altri stati UE residenti nel Regno Unito, mentre l’omologa polacca si dice soddisfatta della “fiducia reciproca che lega i due Paesi”.

SVIZZERA 27 novembre. La Confederazione boccia il referendum contro il nucleare. Più del 54% degli elettori svizzeri ha, infatti, respinto il referendum dei Verdi che chiedeva di vietare la costruzione di nuove centrali e di limitare a 45 anni la vita delle centrali esistenti. Il Paese ha però in programma un piano per il graduale abbandono del nucleare nel periodo 2019-2034. A cura di Simone Massarenti

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Di Giulia Ficuciello Con il 66,5% dei voti vince le primarie del centro destra francese François Fillon, superando l’avversario Alain Juppé, dato per favorito prima dello svolgimento delle elezioni. Politico dal 1981, Primo Ministro durante la presidenza di Nicolas Sarkozy, 62 anni e cattolico, è dunque Fillon, ribattezzato French Thatcher, il candidato dei Républicains per le elezioni presidenziali del 2017. Fillon ha presentato un programma che vuole essere pragmatico, liberista e conservatore al tempo stesso; un programma scritto, secondo il candidato della destra, con il “linguaggio della verità”, ma che tuttavia non è privo di passaggi ambigui. Da un lato, infatti, Fillon ha promesso di non eliminare la riforma socialista riguardante l’adozione per le coppie omosessuali, ma dall’altro lato ha dichiarato, se verrà eletto Presidente, di voler ridurre il diritto loro concesso per l’adozione semplice. Questo, oltre a creare una discriminazione tra le coppie in base al loro orientamento sessuale, darebbe anche origine a una ineguaglianza tra le

coppie che hanno beneficiato di questa riforma e quelle che non potranno più farlo. In politica estera Fillon è dichiaratamente filorusso. Auspica l’eliminazione delle sanzioni economiche imposte alla Russia a seguito dell’annessione della Crimea e una più stretta collaborazione per la lotta contro Daesh. A tal fine, inoltre, si è detto favorevole alla riapertura di un’ambasciata a Damasco e alla cooperazione con Bashar alAssad, attuale presidente della Siria. Tra le proposte troviamo anche la limitazione dell’aiuto sanitario di Stato. Questo sostegno, indirizzato principalmente agli stranieri indigenti residenti in Francia da almeno tre mesi, copre soltanto l’assistenza medica essenziale. Dal punto di vista finanziario, Fillon risparmiare 100 miliardi di euro del budget statale, tagliando su sanità, pensioni e budget delle collettività territoriali. Infine, oltre a prevedere un abbassamento delle imposte, Fillon intende anche ridurre il deficit pubblico fino allo 0% nel 2022.


NORD AMERICA 7 Giorni in 300 Parole STATI UNITI 24 novembre. Il Partito dei Verdi, con la sua candidata alla presidenza Jill Stein, ha chiesto il riconteggio dei voti dell’ultima tornata elettorale. Dopo aver raccolto le 2 milioni di firme necessarie per avviare il recount in Wisconsin, l’obiettivo è quello chiederlo anche in Michigan e Pennsylvania. 26 novembre. “Sarà la storia a ricordare e giudicare le enormi conseguenze che questa figura singolare ha portato nella vita delle persone e del mondo attorno a lui”. A dirlo è il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, riferendosi alla morte di Fidel Castro. Più duro il commento del presidente eletto Donald Trump, che su Twitter esulta “Fidel Castro è morto!”. 26 novembre. Centinaia di esuli cubani si sono riversati nelle strade di Miami per festeggiare la morte del leader e dittatore cubano Fidel Castro. Sono migliaia, infatti, i cittadini cubani esuli che negli ultimi decenni sono dovuti scappare dall’isola a causa del regime comunista instaurato dal Lider Maximo. 28 novembre. Un attacco armato nel campus dell’Ohio State University ha causato 10 feriti e la morte dell’assalitore. Il fatto si è compiuto a Columbus e ha tenuto l’America con il fiato sospeso per almeno due ore. L’attentato è stato rivendicato da Daesh, ma gli inquirenti non escludono l’ipotesi che si tratti di un “lupo solitario”. 30 novembre. La squadra di governo del presidente eletto Donald Trump è quasi ultimata. Elaine Chao è stata nominata

RITRATTO DI STEPHEN BANNON

Chi è il nuovo consulente strategico di Donald Trump? Di Lorenzo Bazzano Quando, il 14 novembre, Donald Trump ha nominato Stephen Bannon consigliere strategico, la comunità ebraica e la comunità musulmana hanno protestato a gran voce, accusandolo di essere razzista. Ma anche all’interno del Partito Repubblicano la nomina ha suscitato sconcerto: basti pensare a un tweet di John Weaver, consigliere del governatore dell’Ohio, che lo ha definito parte della destra estrema e fascista. Ma chi è esattamente Stephen Bannon? E quanto è importante la sua figura per il presidente Trump? Die Ziet ha pubblicato un ritratto eloquente del nuovo consigliere strategico della Casa Bianca. Steven Bannon ha curato la campagna elettorale di Donald Trump e per questo suo sforzo è stato premiato con la nomina a consigliere. Ma non solo. Bannon è stato molto importante per Trump dal punto di vista ideologico e propagandistico. Egli dirige da quattro anni il sito di informazione di destra Breitbard News, che è la sua piattaforma ideologica principale. È anche la stessa piattaforma ideologica della alt right, la destra alternativa ai Repubblicani tradizionali in cui si è identificato molto Donald Trump, una destra che comprende soprattutto maschi bianchi che vedono nell’immigrazione e nel multiculturalismo un pericolo

per gli Stati Uniti. Basta dare un’occhiata alla home page di Breitbard News per rendersi conto di quanto siano riscontrabili questi elementi: molti titoli si riferiscono a immigrati e a clandestini, specialmente islamici; compare anche uno studio che sostiene che gli ufficiali di polizia neri siano quelli che più spesso uccidono i sospettati. Secondo quanto riporta Die Ziet, la piattaforma di Bannon ha unito molti statunitensi contro un nemico comune: la classe politica di Washington. Bannon, poi, ha visto in Trump l’uomo potenzialmente in grado di incarnare questo sentimento. Stando sempre al giornale tedesco, l’eco che ha avuto il sito è stata molto significativa. Gli articoli di Breitbard News sono più letti e più condivisi rispetto a quelli dei giornali tradizionali e il sito progetta di espandersi anche in Europa. Dal 2014 ha una sede a Londra, dove ha appoggiato la campagna del Leave nel referendum dello scorso giugno. La rete, quindi, rappresenta un elemento fondamentale per la propaganda del nuovo chief strategist della Casa Bianca. Stephen Bannon ha indubbiamente avuto un’impronta determinante nell’indirizzare i toni e i temi della campagna di Donald Trump. Resta però ancora da vedere quanto i suoi ideali saranno davvero decisivi nella politica della prossima amministrazione.

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NORD AMERICA nuovo Segretario per i Trasporti. Steven Mnuchin, che ha lavorato per 17 anni presso Goldman Sachs, sarà Segretario del Tesoro, mentra la delega al commercio sarà affidata a Wilbur Ross, miliardario soprannominato “Re della bancarotta”.

SI È RIUNITA LA COALIZIONE GLOBALE ANTI-ISIL

Esaminato il resoconto della campagna militare contro lo Stato Islamico

30 novembre. Una volta entrato in carica, il presidente eletto Donald Trump delegherà a terzi l’amministrazione delle aziende a lui riconducibili. I dettagli di questa operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa indetta per giovedì 15 dicembre. CANADA 26 novembre. Il premier canadese Justin Trudeau ha espresso “profondo dispiacere” per la morte del leader cubano Fidel Castro. I rapporti tra le due nazioni hanno le proprie basi negli anni del governo di Pierre Trudeau (padre di Justin), che aveva stretto un profondo legame di amicizia con Castro. 30 novembre. Dopo l’annuncio dello stop all’utilizzo di centrali a carbone entro il 2030, il Canada si conferma attento al tema ambientale e vara la pista ciclabile più lunga al mondo. The Great Trail – questo il nome del progetto – sarà un percorso ciclabile e pedonale che con i suoi 20.000 km di lunghezza si pone l’obiettivo di unire tutto il Canada. A cura di Federico Sarri

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Di Martina Santi La coalizione globale anti-ISIL si è riunita lo scorso 28 novembre a Washington per valutare l’operato della campagna anti-terrorismo. A essa aderiscono 68 Stati, fra cui anche alcuni Paesi del Medio Oriente, come la Libia. La formazione di una coalizione internazionale era stata annunciata dal presidente Obama nel settembre del 2014. Essa nasce con lo scopo di sconfiggere le truppe dell’ISIL e liberare i territori dell’Iraq e della Siria ancora in mani nemiche. In occasione della riunione plenaria, l’inviato speciale degli Stati Uniti per la coalizione anti-ISIL, Brett McGurk, ha individuato alcuni indicatori chiave, sulla cui base è stato possibile evidenziare i progressi finora realizzati nella battaglia contro l’ISIL. McGurk sottolinea come, grazie agli sforzi congiunti volti a frenare il flusso di informazioni immesse sul cyberspazio dall’ISIL, il numero dei foreign fighters diretti verso i territori dello Stato Islamico stia oggi diminuendo. Se infatti nel 2014 la cifra stimata di foreign fighters si aggirava

intorno ai 1000 al mese, già nel 2015 i dati erano in netto calo (500 al mese). Le azioni militari attuate dalla coalizione hanno permesso la riconquista, rispettivamente, del 56% e del 27% del territorio iracheno e siriano inizialmente nelle mani dell’ISIL. Fra gli obiettivi non ancora ultimati dalla coalizione rimane centrale la liberazione della capitale dello Stato Islamico, Mosul, e della città di Raqqa, roccaforte del centro operativo e amministrativo islamico. Localizzando importanti stabilimenti di petrolio in territorio nemico, la coalizione anti-ISIL è inoltre riuscita a ridurre significativamente l’accesso dello Stato Islamico alle risorse finanziare. Tuttavia, sebbene i progressi realizzati finora siano significativi, sono ancora molte le popolazioni che continuano a subire le violenze dello Stato Islamico. Per questo rimane risoluto l’impegno della coalizione globale anti-ISIL alla cooperazione internazionale, fino al pieno conseguimento degli obiettivi prefissati.


MEDIO ORIENTE 7 Giorni in 300 Parole IRAN 26 novembre. Si arresta a 44 il bilancio dei morti in un incidente ferroviario nella provincia del Semnan. IRAQ 25 novembre. Un’autobomba miete 97 fedeli sciiti in ritorno da un pellegrinaggio nella zona sud della capitale Baghdad. 26 novembre. Il governo iracheno, con una legge ordinaria, legalizza le milizie sciite. Secondo il premier Abadi, queste difenderanno “tutti gli Iracheni”, in risposta alle accuse di parte sunnita. 27 novembre. Vicino a Shababit, nel nord-ovest dell’Iraq, sono state rinvenute delle fosse comuni. I resti sono stati identificati come facenti parte della minoranza Yazida. Il bilancio attuale è di 49 morti. 30 novembre. 650.000 persone a Mosul sono rimaste senz’acqua a causa degli scontri con le forze dell’ISIL. ISRAELE 25 novembre. Israele annuncia la costruzione di 500 nuovi insediamenti nella zona est di Gerusalemme. SIRIA 25 novembre. In una conferenza stampa, l’ONU dichiara di avere il via libera delle fazioni ribelli alla distribuzione di aiuti umanitari nella zona di Aleppo. 26 novembre. I Caschi Bianchi di Aleppo, allorché le condizioni climatiche si fanno più rigide, richiedono a gran voce aiuti umanitari dopo “10 giorni di digiuno”.

THE POWER OF YOUTH

I giovani dimenticati del Kuwait in lotta per i loro diritti

Di Lucky Dalena Quando parliamo delle primavere arabe, associamo questi movimenti alla Tunisia, all’Egitto, alla Libia. Nessuno racconta ciò che succede al di là del Mediterraneo, in quei Paesi del Golfo che a volte, troppo spesso, sappiamo a malapena collocare su una mappa. Quei Paesi di cui conosciamo ben poco, che identifichiamo con stereotipi sul greggio e i petroldollari. Un esempio è il Kuwait. Tra i Paesi dell’area, è un caso peculiare: oltre alla famiglia regnante, è dotato di un sistema parlamentare definito. Questo, stabilito dopo l’indipendenza dall’impero britannico (1961), assicura una discreta rappresentanza e limita il potere della famiglia al-Sabah. Le altre famiglie, invece, godono dei ricavi provenienti dal petrolio, che fanno del Paese ciò che viene chiamato un rentier state, uno Stato in cui la maggior parte degli introiti deriva dallo sfruttamento di risorse, come quelle energetiche. Il Kuwait è un Paese molto piccolo, con poco più di un milione di abitanti. Più di 100.000 tra i residenti nelle zone rurali, inoltre, sono bedun (da bedun jinsyya, “senza cittadinanza”), perché non furono registrati come cittadini al momento dell’indipendenza. Il tessuto

socio-economico è molto frammentato: si trovano a convivere islamici e non islamici, popolazione urbana e rurale. Recentemente, però, il contrasto più forte è quello generazionale. Grazie a un alto tasso di natalità, il Paese è ringiovanito negli ultimi decenni. Al giorno d’oggi, circa il 70% dei kuwaiti ha meno di 30 anni. Questi giovani hanno un’elevata cultura, spesso acquisita in università occidentali, e sono la spina dorsale delle tribù rurali. Nel 2006, infatti, ben prima delle primavere del Maghreb, un gruppo di giovani che avevano studiato insieme negli Stati Uniti ha deciso di sfidare il regime vigente, contestandone la legittimità. Che cosa succederà quando sarà finito il petrolio? E quali sono gli effettivi guadagni in questo settore? Queste le domande dei giovani di Hizb al-Oumma (“il Partito del Popolo”). L’inizio della cosiddetta “rivoluzione arancione” ha avuto un’eco che è durata fino al 2011, quando proteste più importanti - e violente - sono scaturite a seguito del contagio da parte degli altri Paesi. Il governo, però, ha cercato di reprimere il movimento. Ad oggi, nonostante le repressioni, i giovani kuwaiti stanno ancora lottando per i propri diritti.

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MEDIO ORIENTE 27 novembre. I ribelli denunciano nuovamente l’uso di armi al cloro contro la popolazione da parte del regime di Assad.

SHHH, DO NOT DISTURB! Israele contro l’adhan

28 novembre. Le forze governative prendono il controllo di due quartieri chiave di Aleppo: Jabal Badro e Baadeen. Di Martina Terraglia 29 novembre. Un pool di avvocati tedeschi dichiara di Il 13 novembre è stato presenvoler intentare causa al governo tato alla Knesset, il Parlamento di Bashar Al Assad per crimini di israeliano, un decreto legge che guerra e atrocità. interdirebbe alle moschee l’utilizzo di altoparlanti per 30 novembre. Le forze ribelle l’Adhan, la chiamata alla preperdono la parte Nord-est di ghiera musulmana. La proposta Aleppo, mentre si intensificano di legge, fortemente appoggiata i bombardamenti russi e lealisti. da Netanyahu, ha acceso polemiche in Parlamento e nelle TURCHIA strade. 25 novembre. 3 soldati turchi morti e 10 feriti perché confusi Tra la popolazione si è assistito con le forze ribelli dall’aviazione all’alleanza tra ebrei ultra-orsiriana. todossi, palestinesi israeliani e sinistra israeliana. 27 novembre. Sale la tensione nelle trattative UE-Turchia E in Parlamento si sono sussesulla questione dei migranti, guite affermazioni ugualmente Erdogan minaccia di rompere sorprendenti. le trattative. Yaakov Litzman del partito United Torah Judaism si è opposto 29 novembre. Erdogan al decreto, soprattutto per tidichiara che difendere la more che esso possa in futuro “Gerusalemme araba” è un riguardare anche le sirene che obbligo di tutti i musulmani segnalano l’inizio dello Shabbat. Tuttavia, una volta rassicurato YEMEN che lo Shabbat sarà esentato 29 novembre. I ribelli Houti dal rispetto del provvedimento, formano un nuovo governo. Per Litzman ha ritirato l’appello. il presidente Hadi si tratterebbe di un “insulto al popolo yemenita Khaled Meshaal, leader di Hae alla comunità internazionale”. mas in esilio in Qatar, secondo quanto riportato dall’agenzia A cura di Jean-Marie Reure turca Andalou, ha accusato Israele di “giocare col fuoco”, lasciando intendere la possibilità di reazioni da parte dei palestinesi. Dello stesso avviso è Mahmoud Abbas, appena rieletto alla direzione di Fatah: il Presidente dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) ha anch’egli riba8 • MSOI the Post

dito come i Palestinesi non possano accettare un simile divieto. Il decreto è stato definito da Nasreen Haddad Haj-Yahya dell’Israel Democracy Institute come un tentativo di dar vita a un dibattito “che lederà tutta la società e gli sforzi di stabilire una realtà sana tra ebrei e arabi”. Contro il decreto si erano espressi in Parlamento anche i cristiani, in particolare Basel Ghattas della Joint List, che ha promesso che l’Adhan risuonerà dai campanili di tutte le chiese. Ciò che fa riflettere è la tempistica del decreto. Presentato, infatti, per la prima volta alla Knesset nel marzo 2016, era stato respinto per mancanza di voti a favore. Esso è poi ritornato alla Knesset proprio dopo la decisione dell’UNESCO di iscrivere l’Haram al-sharif nella lista delle eredità culturali arabe e dopo l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, salutata da esponenti politici israeliani come la fine dello Stato palestinese. Intanto, il 13 novembre è stato approvato il controverso disegno di legge che legalizzerebbe gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Aleggia quindi lo spettro del tentativo, da parte di Israele, di minare le basi culturali dei palestinesi. O forse si tratta solo di coincidenze.


RUSSIA E BALCANI 7 Giorni in 300 Parole MONTENEGRO 30 novembre. In seguito alle elezioni parlamentari di ottobre, Duško Marković, ex capo dei servizi segreti, è il nuovo Primo Ministro. Considerato vicino al premier uscente Djukanovic, Marković ha ottenuto l’appoggio del suo partito, il Partito Democratico dei Socialisti (DPS), dei socialdemocratici e di alcuni partiti minori. L’opposizione ha boicottato il voto e si è detta pronta per nuove proteste. RUSSIA 25 novembre. Il ministro della Difesa Sergej Shoigu ha protestato per il piano dell’Ucraina di effettuare, l’1 e il 2 dicembre, test missilistici nella regione di Kherson, al confine con la Crimea, e ha allertato le forze di difesa antiaerea nella penisola. Per Kiev, però, i test sono legittimi e verranno condotti nel rispetto dei trattati e degli accordi internazionali. 29 novembre. Il governo russo ha imposto alla compagnia petrolifera statale Rosneft di presentare le proprie proposte per la privatizzazione. Il Cremlino ha intenzione di vendere, entro la fine dell’anno, il 19,5% delle proprie quote azionarie dell’azienda per trovare fondi che impediscano un eccessivo aumento del deficit del bilancio statale. 30 novembre. Il presidente Putin ha nominato Maxim Oreshkin, 34enne vice-ministro delle Finanze, nuovo ministro dello Sviluppo economico. Questa nomina arriva due settimane dopo l’incarcerazione dell’ex ministro Alexei Ulyukayev, accusato di aver ricevuto una

IL PARLAMENTO EUROPEO CONTRO MOSCA Strasburgo parla di “guerra ibrida”, ma per Putin l’occidente è più antidemocratico che mai

Di Giulia Bazzano Il 23 novembre 2016 il Parlamento Europeo si è pronunciato a favore di una risoluzione che potrebbe far sì che Mosca, in futuro, si ritrovi a pagare ulteriori sanzioni. Alcuni osservatori hanno parlato di un “clima da Guerra Fredda”, considerate le continue crepe nel rapporto tra Europa occidentale e orientale. Mosca è accusata, infatti, di alimentare i dubbi e creare odio all’interno dell’UE, di finanziare partiti e centri di ricerca e creare agenzie stampa semi-fasulle che diffondano notizie altrettanto false per mettere in cattiva luce l’Occidente. Nel documento dell’assemblea vengono citate Russia Today, Sputnik e altri social media e troll, che sembrerebbero avere tutti un obiettivo comune: “sfidare i valori democratici e dividere l’Europa”. Viene, inoltre, evidenziato come questa pratica sia mirata soprattutto a destabilizzare i Paesi orientali dell’Unione Europea, spesso carenti di mezzi che permettano di distin-

guere tra flussi di notizie vere e false. Qui, gruppi e partiti filorussi raccolgono consensi sempre più consistenti. Si tratta di una pratica che diventa particolarmente pericolosa nei Paesi in cui Mosca è presente anche militarmente. Strasburgo progetta di rispondere alla strategia russa rafforzando la task force per la comunicazione strategica già presente a Bruxelles e investendo per “diffondere consapevolezza nel campo dei media”. L’UE sembra determinata a scendere in campo in quella che è stata definita “una guerra ibrida”. La risoluzione è stata approvata con 304 voti a favore, 179 contrari e 208 astensioni. Nel corso di dicembre l’Unione Europea sarà chiamata a decidere se estendere le sanzioni contro la Russia o se optare solamente per sanzioni contro i suoi media. Per Putin, invece, il vero ostacolo alla democrazia sarebbe l’Occidente stesso, che sta cercando di reprimere brutalmente le opinioni contrarie. MSOI the Post • 9


RUSSIA E BALCANI tangente dalla compagnia petrolifera statale Rosneft. TURKMENISTAN 28 novembre. Il presidente del Turkmenistan, Gurbauguly Berdymukhamedov, e quello dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, hanno inaugurato una nuova linea ferroviaria che collegherà i due Paesi, favorendone le relazioni commerciali. Secondo Berdymukhamedov, “la nuova strada presenta significative opportunità” per tutta la regione. UCRAINA 28 novembre. L’ex presidente filo-russo Viktor Ianukovich, che adesso si trova a Rostov, in Russia, è accusato di alto tradimento e di complicità con la Russia. Lo ha annunciato il Procuratore Generale di Kiev a margine di un processo contro 5 ex agenti dei corpi antisommossa in cui Ianukovich è testimone. 29 novembre. Si è tenuto a Minsk un nuovo incontro tra i Ministri degli Esteri di Francia, Germania, Russia e Ucraina. L’obiettivo del meeting era quello di implementare gli accordi del febbraio 2015 e il cessate il fuoco tra le truppe ucraine e i separatisti filo-russi del Donbass, ma per il ministro russo Lavrov “non c’è stata nessuna svolta” nelle trattative. A cura di Vladimiro Labate

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IL PAESE DEI “FAVORI”

L’Ucraina fra la corruzione endemica e il sogno della normalizzazione

Di Elisa Todesco In Ucraina, una mamma sa che se suo figlio, un giorno, dovesse svegliarsi con la febbre e lei volesse portarlo da un bravo dottore, dovrebbe avere da parte qualche risparmio per pagare “il favore”. In Ucraina, un genitore sa che spesso nelle scuole può essere gentilmente richiesto un “contributo volontario” affinché suo figlio possa avere i libri di testo. In Ucraina, una studentessa universitaria sa che il suo relatore potrebbe chiederle fino a $200 per approvarle la tesi. In Ucraina, un Paese dove il salario minimo garantisce uno stipendio mensile di $56 e dove i servizi essenziali sono drasticamente sottofinanziati, ogni cittadino sa che per condurre una vita dignitosa deve avere un “tesoretto” da parte, necessario per corrompere le persone giuste. Benvenuti nel Paese della corruzione endemica. Questo è il quadro che bisogna avere in mente quando si legge il resoconto del 18° summit UE-Ucraina, svoltosi martedì 24 novembre. Non sorprende, allora, che fra i punti su cui l’Europa ha maggiormente insistito ci sia proprio un piano di riforme, volte al miglioramento della pubblica amministrazione (per cui sono stati stanziati 104 milioni di euro) e a combattere la corruzione (obiettivo per il quale si è siglato l’accordo EU Anti-Corruption Initiative in

Ukraine, finanziato con oltre 15 milioni di euro). Nonostante l’Ucraina stia cercando di migliorare la situazione, molto c’è ancora di irrisolto e ciò determina anche crisi politiche. Ne è un esempio il caso che ha visto protagonista Mikheil Saakashvili, governatore della regione di Odessa, il quale, pochi giorni dopo le dimissioni dell’ex-capo della polizia del medesimo distretto, ha rinunciato alla sua carica, accusando il presidente Poroshenko di sostenere ufficiali corrotti. Questo avrebbe impedito, a suo dire, l’implementazione di riforme fondamentali per la regione da lui amministrata. Cercando di risolvere una questione sempre più spinosa, recentemente sono stati creati un nuovo ufficio anti-corruzione, una nuova forza di polizia, nuovi sistemi elettronici per la tracciabilità e sistemi di controllo sulle proprietà di politici e funzionari. Tuttavia, nonostante le buone intenzioni, i problemi persistono: a capo di questa nuova task force, infatti, è stata posta Anna Kalynchuk, avvocato di 23 anni. La scelta, che è stata giustificata nell’ottica di un rinnovamento dirigenziale volto a combattere la corruzione, ha creato non poche perplessità, poiché la giovane età della Kalynchuk potrebbe essere sinonimo di inesperienza.


ORIENTE 7 Giorni in 300 Parole COREA DEL SUD 30 novembre. Seul e Tokyo hanno deciso di siglare un patto di intelligence militare volto allo scambio di informazioni sensibili. Questo avvicinamento rappresenta la concretizzazione di un’esigenza sorta sotto la minaccia nucleare da parte della vicina Corea del Nord. Il ministro della Difesa cinese Yang Yujun ha affermato che il suo Paese è contrario a tale vantaggio e che la Repubblica Popolare ha, dunque, l’intenzione di entrare nell’orbita di alleanze americane.

INDIA 27 novembre. Il capo della marina militare indiana Sunil Lanba è in visita in Sri Lanka per consolidare ulteriormente la cooperazione militare tra i due Paesi. Durante il viaggio, che terminerà il 1° dicembre, l’Ammiraglio incontrerà il presidente Maithripala Sirisena per rinnovare gli appalti di forniture militari in suo favore e per invitare nuovamente il Governo singalese a condurre esercitazioni militari congiunte al fine di accrescere l’interoperabilità dei due eserciti CINA 30 novembre. L’agenzia giornalistica cinese Xinhua ha annunciato che 21 taiwanesi, responsabili di frode transfrontaliera

LA FLEUR DE PASSION ARRIVA IN AUSTRALIA

La nave monitorerà l’oceano e la Grande barriera corallina.

Di Luca De Santis Una spedizione scientifica di ricerca sull’inquinamento causato da plastica e rumore negli oceani del mondo trascorrerà quattro mesi in Australia. L’imbarcazione Fleur de Passion, 33 metri di lunghezza, convertita a partire da una nave della marina tedesca, è arrivata a Brisbane a novembre, dopo 7 mesi di crociera nel Pacifico. L’Ocean Mapping Expedition, guidata dalla Fondation Pacifique con sede in Svizzera, sta registrando i livelli di rumore e la quantità di pezzi di micro-plastica nei mari di tutto il mondo. Migliaia di ore di registrazioni sottomarine, effettuate utilizzando due idrofoni di bordo, contribuiscono a indagare l’impatto che l’inquinamento acustico ha sulla vita marina. Inoltre, sono stati presi 87 campioni di acque superficiali, che verranno analizzati per il loro contenuto di micro-plastica. La nave sarà oggetto di manutenzione annuale presso il Rivergate Marina prima di partire per la prossima tappa del viaggio quadriennale. Si navigherà verso nord, lungo la Grande Barriera Corallina, e l’approdo a Townsville e Cairns è previsto per l’aprile 2017. Secondo Pietro Godenzi, presidente della Fondation Pacifique, l’Australia, Paese molto sensi-

bile alle tematiche ambientali, ha risposto positivamente al progetto. In particolare, sono state accolte con favore le proposte relative al riscaldamento globale e all’acidificazione degli oceani, fenomeni che provocano sulle barriere coralline conseguenze drammatiche, soprattutto nel caso della Grande Barriera. La spedizione, ispirata a quella dell’esploratore portoghese Ferdinando Magellano, è iniziata nel mese di aprile dello scorso anno a Siviglia e continuerà, dopo la tappa in Australia, verso le isole Salomone. I cittadini, invitati a visitare la nave mentre è ormeggiata a Brisbane, hanno dimostrato un forte interesse per la missione ambientale. Il 25 novembre, durante il forum ministeriale sulla Grande Barriera Corallina, il ministro federale per l’Ambiente e l’Energia Josh Frydenberg ha dichiarato che il governo è orgoglioso dei risultati raggiunti nei primi 18 mesi di un piano di 35 anni, che vedrà investiti per la barriera corallina 2 miliardi di dollari australiani nel prossimo decennio. Il primo rapporto annuale, pubblicato all’inizio di quest’anno, ha espresso dinanzi al Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO l’impegno a continuare a tutelare questo straordinario patrimonio naturale.

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ORIENTE ai danni della Malesia e della Repubblica Popolare, sarebbero stati deportati nella regione centrale dello Wuhan. FILIPPINE 28 novembre. La polizia di Manila ha fatto brillare un borsone sospetto all’intero di un bidone della spazzatura a pochi metri dall’ambasciata americana. A rinvenire l’ordigno sarebbe stata una netturbina, la quale ha affermato di aver chiamato la polizia subito dopo aver visto un dispositivo elettronico collegato a un cilindro metallico attraverso cavi elettrici. La portavoce della polizia Marissa Bruno ha dichiarato, inoltre, che tale ordigno artigianale sarebbe stato fatto esplodere dopo aver sgomberato l’intera area per evitare coinvolgimenti civili.

TAILANDIA 29 novembre. La Tailandia ha iniziato ufficialmente il processo di nomina regale del principe Maha Vajiralongkorn come nuova guida del Paese. Dopo la morte di re Bhumibol Adulyadej avvenuta il 13 ottobre, il Parlamento ha invitato formalmente il figlio per la successione. L’Assemblea Legislativa Nazionale ha delegato per il periodo transitorio, l’ex primo ministro Prem Tinsulanonda. A cura di Alessandro Fornaroli

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LA COREA DEL SUD NON ABBASSA LA TESTA Sempre più decisa la contestazione a Park Geun-hye.

Di Carolina Quaranta Ancora manifestazioni di protesta a Seoul: nella notte tra sabato 26 e domenica 27 novembre quasi un milione di persone si è riversato nelle strade della capitale, per partecipare a quella che è la quinta settimana di proteste per la Corea del Sud. A prendere parte alla manifestazione questa volta non solo attivisti e militanti, in precedenza, ma anche famiglie e studenti, sempre più indignati dal comportamento della presidente Park Geunhye, coinvolta in uno scandalo con l’amica e consigliera Choi Soon-sil. L’istituto di statistica Gallup Korea stima che negli ultimi giorni la popolarità della leader sudcoreana sia scesa sotto il 4%; grazie alle inchieste dei media locali è stato rivelato come Choi Soon-sil risulti la principale artefice di discorsi, decisioni e flusso di denaro attorno alla Presidente, che sarebbe così stata più volte circuita dal suo braccio destro. Scendendo in piazza armata soltanto di candele, in quella che è la più grande manifestazione del Paese dagli anni ’80, la popolazione coreana chiede pacificamente le dimissioni di Park, una richiesta sostenuta dai partiti di opposizione, che hanno promesso di portare la proposta di impeachment ai voti entro i primi giorni di dicembre.

La situazione è, inoltre, complicata dalla posizione poco chiara assunta dalla Presidente, la quale in un breve discorso pronunciato il 29 novembre non ha espresso apertamente l’intenzione di lasciare l’incarico, né si è detta pronta per una tale eventualità. I tre partiti all’opposizione hanno spinto affinché anche il partito al Governo, il Saenury Party, appoggiasse la mozione, per l’approvazione della quale è richiesta una maggioranza qualificata di 2/3. Un voto positivo implicherebbe in ogni caso la necessità di revisione da parte della Corte costituzionale, nell’ambito di un processo che può richiedere fino a 180 giorni. Dietro tanta indignazione si cela uno scandalo dalle molte sfaccettature: sfruttando la propria vicinanza a Park, Choi Soon-sil avrebbe, insieme ad un socio, indotto grandi aziende del Paese a effettuare donazioni multimilionarie in favore delle sue fondazioni personali. Da Cheongwadae, la “Casa Blu”, residenza della Presidente, monitorano la situazione senza sbilanciarsi: “Teniamo costantemente sotto osservazione le proteste […] e stiamo considerando una serie di azioni in vista degli eventuali avvenimenti futuri” ha trasmesso un portavoce all’agenzia locale Yonhapnews.


AFRICA 7 Giorni in 300 Parole BURUNDI 28 novembre. Attentato alla vita di Willy Nyamitwe, responsabile della comunicazione e consigliere del Presidente Pierre Nkurunziza. È accaduto mentre Nyamitwe tornava a casa dopo una riunione istituzionale. L’uomo si è salvato, ma è rimasto ferito. Durante lo scontro ha perso la vita un poliziotto. Non sono stati identificati gli assalitori e la polizia ha aperto una indagine a proposito. RWANDA 30 novembre. Il Procuratore generale del Paese ha aperto una inchiesta sul ruolo di 20 cittadini francesi durante il genocidio del popolo Tutsi. Il presidente ruandese Paul Kagame nei giorni precedenti aveva accusato la Francia di aver preso parte al massacro avvenuto in Ruanda. SOMALIA 26 novembre. Sono stati uccisi 10 civili da un autobomba esplosa a Mogadisco nei pressi del mercato della città. Si sta facendo spazio l’ipotesi che l’obiettivo del colpo fosse il Presidente somalo Hassan Sheikh, che si trovava nella zona dove è esplosa l’autobomba. L’azione non è stata rivendicata da nessuno e non ci sono state dichiarazioni ufficiali sull’accaduto. 30 novembre. Le elezioni presidenziali sono state rinviate per la terza volta dalla Commissione elettorale. La decisione è stata giustificata con l’annuncio dell’assenza dei Parlamentari alla votazione. Non è stata resa nota la data in cui avverranno le elezioni, ma è chiaro che dovranno essere presenti tutti i 275 membri del Parlamento.

CONTRADDIZIONI MALGASCE Tra corruzione, povertà e crisi umanitaria

Di Guglielmo Fasana Il Madagascar ha ospitato, fino al 27 novembre, il 16° Summit della Francophonie, un grande evento diplomatico che ha riunito nella capitale, Antananarivo, più di 40 tra delegazioni, capi di Stato e di governo. L’avvenimento rappresenta, sotto diversi punti di vista, un’opportunità unica per il Paese. Per l’isola, infatti, ospitare un evento di tale portata è segno di un’avvenuta reintegrazione nella comunità internazionale, in seguito all’espulsione, nel 2009, dall’Organisation Internationale de la Francophonie (OIF), che conta 80 membri. All’epoca, un colpo di Stato ai danni dell’allora presidente Mark Ravalomanana aveva innescato una crisi politica e istituzionale, durata poi fino al 2013. In quei 5 anni di instabilità, le difficoltà economiche e sociali si sono naturalmente inasprite, portando a una massiccia perdita di posti di lavoro. “Patria, Libertà e Progresso”, recita il motto della Repubblica; tuttavia, è inevitabile che una retorica dai toni così altisonanti si confronti con la realtà dei fatti. Il Madagascar, quinto tra i Paesi più poveri del mondo, resta economicamente e socialmente

arretrato, malgrado una facciata di presentabile e affidabile attore internazionale. In questo senso, l’Indice di Sviluppo Umano (ISU) è indicativo delle pessime condizioni in cui versa lo Stato: con un valore assegnato di 0.510, la Repubblica malgascia si colloca al 154° posto su una classifica di 188 Paesi. Si faceva riferimento al Summit della Francophonie come a un’occasione irripetibile per il Madagascar. Quantomeno, tale incontro è servito a sollevare il velo che celava ai più il suo contesto socio-politico disastrato e che contribuiva a lasciare nell’oblio una situazione umanitaria giunta ormai in prossimità del punto di rottura. Stiamo parlando di uno Stato privo di infrastrutture, abbandonato nelle mani di una classe dirigente corrotta, non dotato di alcun sistema di sicurezza, del tutto mancante di un sistema giudiziario e sanitario al servizio dei cittadini. Secondo i dati forniti dalla FAO, circa 1,4 milioni di persone vivono in una situazione di insicurezza alimentare, risultato di tre anni di raccolti perduti a causa della siccità, e complessivamente il 70% degli abitanti vive sotto la soglia di povertà. MSOI the Post • 13


AFRICA SUDAFRICA 29 novembre. Il Congresso Nazionale Africano, dopo tre giorni di riunioni, ha deciso che non appoggerà le dimissioni del presidente Jacob Zuma, nonostante gli innumerevoli scandali in cui è coinvolto e la rivolta interna di cui il Partito ha sofferto. Alla fine del 2017 il Partito voterà il proprio nuovo leader, ma fino al 2019 il Presidente sudafricano in carica resterà Jacob Zuma.

SUDAN 28 novembre. In Sudan il personale dell’ONU ancora ad alto rischio. Sei uomini armati non identificati hanno infatti rapito tre membri dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) a El Geneina, in Darfur. UGANDA 27 novembre. Ancora forte tensione in Uganda. A Kasese ci sono stati violenti scontri tra la polizia e alcuni militanti, probabilmente legati al monarca Charles Wesley Mumbere. Nei giorni precedenti, il Presidente Yoweri Museveni aveva avvisato il monarca, il cui regno di Rwenzururu è stato ufficialmente riconosciuto nel 2009, della necessità di smantellare questa milizia, ma il Re si è opposto. Durante gli scontri hanno perso la vita più di 100 persone. A cura di Chiara Zaghi 14 • MSOI the Post

IL DESTINO DEL BIAFRA

A quasi 50 anni dalla fine della guerra civile, in Nigeria la questione del Biafra rimane irrisolta.

Di Jessica Prieto Nel 1970 si concludeva la sanguinosa guerra civile tra il governo nigeriano e le forze indipendentiste della Repubblica del Biafra. Nonostante siano trascorsi quasi 50 anni, la questione dell’indipendenza delle province di etnia Igbo continua a far discutere. Nell’immediato dopoguerra, dopo la vittoria delle forze governative, vennero prese diverse misure discriminatorie nei confronti degli Igbo, in ambito sia pubblico sia privato. Il governo venne accusato di sfruttare le risorse economiche del Paese a esclusivo vantaggio delle regioni nord, riducendo in povertà le etnie dell’ex Biafra. Per questo motivo la tensione etnica in Nigeria non si è mai veramente smorzata, risvegliandosi nel 2015 con l’elezione dell’attuale presidente Muhammadu Buhari, che in un discorso pubblico dichiarò: “se gli Igbo interferiranno […] parlando di Biafra, nonostante abbiano già avuto milioni di morti […], non lo tollereremo”. Inoltre, l’arresto di Nnamdi Kanu, animatore di Radio Biafra e voce della propaganda indipendentista, ha riacceso la scintilla degli scontri. Il giugno scorso, in seguito alla sua incarcerazione, migliaia di

persone sono scese in piazza per protestare. Durante la manifestazione, definita “uno degli scontri più preoccupanti di un’incessante repressione militare”, almeno 60 persone sono state uccise dalle forze armate. L’organizzazione Amnesty International ha denunciato in uno dei suoi rapporti le numerose violenze perpetrate dal governo nigeriano nei confronti dei manifestanti proBiafra. In particolare, l’ONG sostiene che dal 2015 il governo abbia ucciso più di 150.000 persone durante diverse manifestazioni, attraverso la politica del “grilletto facile”, e che abbia messo in atto vere e proprie esecuzioni extra-giudiziali. Alcuni testimoni raccontano che la notte precedente la Giornata della Memoria del Biafra le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in diverse abitazioni, rendendosi artefici di ulteriori uccisioni. Nonostante le numerose denunce, i responsabili di queste gravi violazioni continuano a rimanere impuniti. Buhari ha più volte promesso che i rapporti presentati dalle diverse organizzazioni a sostegno dei diritti umani sarebbero stati approfonditi, ma nulla è stato fatto, mentre il numero delle vittime continua a salire.


SUD AMERICA 7 Giorni in 300 Parole BRASILE 30 novembre. La camera bassa del congresso ha approvato una legge che rafforzerebbe l’immunità parlamentare e indebolirebbe il potere dei pubblici ministeri. Non hanno tardato le risposte del potere legislativo. “Abbiamo in programma di dimetterci collettivamente se questa proposta di legge verrà approvata dal Presidente Michel Temer” ha affermato il procuratore Carlos Fernando Lima. CILE 28 novembre. Il cancelliere cileno Heraldo Munoz ha accolto il presidente peruviano Pedro Pablo Kuczynski (PKK) a Santiago de Chile. Durante l’incontro, che aveva lo scopo di rafforzare la collaborazione dei due Paesi, Il presidente peruviano ha sottolineato che le preoccupazione dei due paesi sono relative al mondo esterno. “La questione per noi, Perù e Cile, è ciò che accade all’interno del commercio internazionale. Si stanno avvertendo venti protezionistici e ciò ci preoccupa” ha asserito il capo di Stato peruviano.

CUBA 25 novembre. Il leader maximo cubano Fidel Castro, che nel 1959 rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista, è scomparso all’età di 90 anni. Sono stati indetti 9 giorni di lutto nazionale in cui i mezzi d’informazione rispetteranno una programmazione storica ed informativa. L’annuncio del decesso è stato dato dal fratello Raùl, presidente del Consiglio di Stato della

INCUBO PER LO STATO DI RIO DE JANEIRO Mondiali e Olimpiadi hanno affondato lo Stato brasiliano

Di Stefano Bozzalla Il fatto che il Brasile soffra di difficoltà economich e e politiche è ormai noto. I Mondiali del 2014 e le Olimpiadi del 2016 hanno sì aumentato l’attenzione del mondo verso questo Paese, ma hanno anche contribuito a peggiorarne la situazione generale, in particolar modo dello Stato di Rio de Janeiro. L’enorme quantità di denaro che ruota intorno a queste manifestazioni è stata spesa in progetti avveniristici di colossale imponenza. Per molti cittadini, uno spreco di risorse e un’occasione persa, quella di ridare al Paese lo slancio perso durante gli ultimi anni di crisi del settore petrolifero (settore da cui il Brasile, e particolarmente lo Stato di Rio, dipendeva economicamente). Oggi la situazione appare critica. Il governatore Luiz Fernando Pezão ha dichiarato che Rio de Janeiro si trova in uno stato di “calamità pubblica”. A sottolineare questo deficit (stimato di 4.9 miliardi di euro), l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha declassato il debito dello Stato di Rio a “default selettivo”, il penultimo gradino prima del fallimento.

La situazione del Paese non è dovuta soltanto alla crisi del settore petrolifero e allo scandalo di corruzione che ha colpito la più grande azienda petrolifera nazionale, ma anche ai casi di corruzione che hanno coinvolto i vertici di governo. Il popolo è esasperato: a metà novembre hanno avuto luogo manifestazioni in cui migliaia di funzionari pubblici - soprattutto poliziotti, insegnanti e medici - sono scesi in piazza per protestare contro il governo e le misure d’austerità che ha recentemente proposto. Se il pacchetto verrà approvato, i conti dello Stato potrebbero migliorare, ma la popolazione affronterebbe un periodo di difficoltà e sacrifici. Considerato l’arresto recente di due ex governatori, lo sfarzo degli eventi appena conclusi, gli stipendi bassi e la forte rabbia accumulata nell’ultimo decennio, il ritorno al potere dei militari, nonostante il terribile passato, sarebbe gradito a un gran numero di brasiliani. Secondo il quotidiano Folha de Sao Paolo, molti sostengono, infatti, di preferire un regime militare, piuttosto che continuare a sopportare una classe politica “corrotta e incompetente”.

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SUD AMERICA Repubblica di Cuba dal 2008. Il leader cubano ha terminato il comunicato con l’asserzione “Hasta la victoria, siempre”. HAITI 30 novembre. La polizia di Haiti ha affrontato centinaia di persone intenzionate a manifestare contro il risultato delle elezioni del 20 novembre. In alcuni dei quartieri più poveri di Puerto Principe, capitale haitiana, si sono verificati violenti scontri tra i sostenitori di Maryse Narcisse del Partido Lavalas e quelli di Jovenel Moise, vincitore delle elezioni con il 55,7% delle preferenze elettorali. PERU 28 novembre. Pedro Pablo Kuczynski ha promesso che il Paese andino, alla fine del suo mandato, diventerà membro dell’Organizzazione Economica e dello Sviluppo.

VENEZUELA 30 novembre. Rialzo dei bond in Venezuela. L’accordo siglato a Vienna fra gli Stati appartenenti al OPEC ha nuovamente dato slancio alle quotazione dei titoli di Stato e alle obbligazioni della compagnia petrolifera statale venezuelana Petroles de Venezuela. A cura di Sara Ponza

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EL SALVADOR E IL PROBLEMA DELLE MARAS Rimpatri forzati dagli USA aggravano la questione sicurezza nell’America Centrale

Di Viola Serena Stefanello Erano gli anni ‘80 quando a Los Angeles si cominciava a parlare di “maras”. La California era diventata la meta di tantissimi immigrati in fuga dal Centro America, e in particolare da El Salvador, per via della crisi economica e della guerra civile iniziata nel 1979. Non accettati come membri delle gang in città, gli ultimi arrivati andarono a creare due organizzazioni criminali che avrebbero poi fatto molto parlare di sé: Barrio 18, composta principalmente da messicani, e la Mara Salvatrucha (o MS13), i cui membri originari erano di El Salvador. Diffuse oggi dal Canada al Messico passando per il Vecchio Continente alcuni atti di aggressione a Milano degli ultimi tempi sono riconducibili, infatti, alla MS13 - le maras contano oltre 120.000 membri, quasi tutti molto giovani. Sono uno dei motivi, tra l’altro, per cui al primo posto tra le città più pericolose al mondo c’è San Pedro Sula, in Honduras, mentre la capitale di El Salvador, San Salvador, si trova in 13^ posizione. Come mai, però, dopo essere nate negli USA, le maras ora terrorizzano i propri Paesi d’origine?

La causa va imputata a una riforma statunitense del 1996, l’Illegal Immigrant Reform and Immigrant Responsability Act, che implica la deportazione dei clandestini verso i Paesi d’origine. Si stima che l’applicazione di tale norma abbia quintuplicato il numero di criminali rimpatriati a El Salvador, Honduras e Guatemala dal 1995 al 2013. Questi tre Paesi sono noti come northern triangle, il triangolo geografico dove le maras operano più intensamente, tra estorsione, spaccio e omicidi su commissione. Secondo una recente inchiesta del giornale salvadoregno El Faro, però, l’effettiva portata delle entrate e del potere economico delle maras sarebbe ampiamente sopravvalutata, sia dagli Stati Uniti - che nel 2012 hanno dichiarato la MS13 organizzazione criminale e hanno creato nel 2014 una task force per contrastarne l’espansione - sia dalle autorità locali, incapaci di arginare il fenomeno. Si ritiene, è vero, che il 70% delle attività commerciali di El Salvador subisca estorsioni da parte delle maras, ma dai documenti relativi all’ultima retata contro la MS-13 emerge che l’organizzazione raccoglie circa $600.000 alla settimana: molto pochi, per essere una gang che conta oltre 40.000 membri.


ECONOMIA WikiNomics

UN’ALTRA STRADA VERSO IL SOLARE Una seconda vita per tetti e strade

IL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE Stima della riduzione dei costi prevista dalla riforma costituzionale

Di Efrem Moiso

Di Ivana Pesic Ai fini di un’analisi economico-contabile dei potenziali risparmi in caso di esito positivo del referendum del prossimo 4 dicembre, è necessario concentrarsi sui tre principali pilastri su cui poggia la proposta. Il Senato della Repubblica. La riforma del Senato produrrà risparmi principalmente attraverso tre canali: 1) la riduzione del numero dei senatori “eletti” (da 315 a 95) e l’eliminazione delle loro indennità; 2) la riduzione dei costi di funzionamento; 3) la riduzione del personale. Il ministro Boschi ha dichiarato che tale modifica comporterebbe un risparmio di circa 190 milioni di euro all’anno. Il CNEL. Per quanto riguarda il Comitato Nazionale Economia e Lavoro (previsto dall’Articolo 99 della Costituzione), la sua abolizione implicherebbe, secondo le stime governative, un risparmio di 20 milioni di euro all’anno. In questo caso, però, le stime del Governo appaiono errate: Roberto Perotti, professore ordinario all’Università Bocconi, afferma

La ricerca di tecniche per la produzione di energia pulita per limitare il consumo di combustibili fossili si sta trasformando in un re-thinking di quelle che già conosciamo. I pannelli solari - i cui costi sono diminuiti del 60% circa negli ultimi 5 anni - si stanno rapidamente diffondendo e sempre più spesso vengono integrati con materiali ed oggetti di ogni giorno, come finestre e zaini, ad esempio. A fine ottobre, l’imprenditore Elon Musk, amministratore delegato di Tesla Motors e da sempre sostenitore dell’energia pulita, ha presentato Solar Roof, uno dei suoi ultimi progetti innovativi. Letteralmente “tetto solare”, è proprio ciò di cui si tratta: un vero e proprio tetto composto da tegole del tutto simili a quelle che vediamo ogni giorno contenenti pannelli solari al loro interno. L’energia prodotta, se non utilizzata per ricaricare le batterie delle auto elettriche, verrà immagazzinata nelle batterie Powerwall, un altro interessante progetto targato Tesla, che fino ad oggi ha permesso di immagazzinare l’energia dalla rete elettrica nelle fasce orarie economicamente convenienti, per renderla disponibile in qualsiasi momento della giornata. La combinazione tra Solar Roof e Powerwall di Tesla, che ha da poco completato la fusione con

SolarCity, un importante fornitore di energia statunitense, dovrebbe consentire, a livello di nucleo familiare, il raggiungimento dell’indipendenza energetica, intesa come il progressivo allontanamento dall’utilizzo di combustibili fossili da parte dei consumatori. Ma rimane il problema del consumo di energia a livello pubblico. È proprio a questo dilemma che il gruppo francese Bouygues SA, tramite la controllata leader nella costruzione di strade Colas SA, sembra aver trovato una soluzione. Dopo cinque anni di ricerca e sviluppo, Wattway, una sub-unità della Colas, insieme a Scania e Solar Roadways, ha infatti realizzato un manto stradale nel quale sono integrati normali pannelli solari. Wattway afferma che con 2800 metri quadri del nuovo manto potrebbe essere prodotta, in modo pulito e senza intaccare le superfici dedicate all’agricoltura, elettricità sufficiente ad illuminare una cittadina di 5000 persone. Il manto, composto da vari strati di plastica per poter sopportare il peso dei mezzi, dovrebbe essere commercializzato a partire dal 2018 dopo aver superato svariati test e, sebbene la realizzazione costi attualmente tra i 2000 e i 2500 euro al metro quadro, dovrebbe raggiungere un prezzo competitivo entro il 2020. MSOI the Post • 17


ECONOMIA come il risparmio ventilato dal Governo sia stato calcolato sui costi di funzionamento del CNEL nel 2011, ovvero prima del dimezzamento del numero dei suoi consiglieri e prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità del 2015, la quale ha previsto l’abolizione dei rimborsi spese e delle indennità dei membri di tale ente. Fermo restando che il testo della riforma prevede che tutto il personale del CNEL sarà trasferito alla Corte dei Conti e considerando i costi del 2015, Perotti afferma che il risparmio potenziale dell’abolizione dell’ente sarà di 3 milioni di euro all’anno. Le province. Nel 2014, la legge Delrio ha svuotato di gran parte delle funzioni gli enti provinciali. A tale provvedimento, però, non hanno fatto seguito particolari risparmi. Viene quindi difficile pensare che, a sua volta, la decostituzionalizzazione delle province contenuta nella riforma sia in grado di farne registrare. Tuttavia, in caso di abolizione, secondo le stime del Governo, il risparmio potenziale si attesterebbe a 350 milioni di euro all’anno. Conclusioni. Al netto delle varie discrepanze fra stime governative e non, appare errato, comunque, ridurre gli effetti della riforma ai meri risparmi economici potenziali: tale riforma mette infatti mano a meccanismi legali e politici che, in caso di modifica, possono avere ripercussioni sulla stabilità politica e sull’efficacia dell’azione legislativa.

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TOYOTA SFIDA IL MERCATO

Il gruppo giapponese abbraccia una strategia inedita e ancora irrealizzata dai concorrenti

Di Giacomo Robasto Lo scandalo Dieselgate del 2015, che ha coinvolto le emissioni dei motori a gasolio prodotti dal gruppo Volkswagen nell’ultimo decennio, ha ricordato in modo netto alle case automobilistiche che la strada verso la mobilità di massa sostenibile è ancora in salita. Infatti, agli investimenti cospicui che diversi car makers effettuano tutt’oggi per sviluppare motori tradizionali meno inquinanti, spesso non corrispondono benefici apprezzabili sia in termini di prestazioni tecniche sia di emissioni nocive. Tuttavia, nel contesto attuale, non mancano alcuni aziende virtuose, tra le quali è senz’altro degno di nota il gruppo Toyota. Dopo aver lanciato il primo modello di auto “ibrida” al 1997 (Toyota Prius), che è oggi la maggiore chiave di successo aziendale, il gruppo nipponico mira, infatti, ad un altro primato: vendere sul mercato il primo modello disponibile nella sola versione a idrogeno (Toyota Mirai). Il modello Mirai, presentato all’ultima edizione del Salone dell’auto di Ginevra, è equipaggiato con due serbatoi di idrogeno ad alta pressione affiancati da un motore elettrico, ed emette soltanto vapore acqueo. Toyota prevede per la Mirai un target di produzione di 300 unità per il 2017, mentre aspira per il

2020 ad un target di vendita di almeno 30 mila vetture. Per giungere a questo ambizioso traguardo, la casa dovrà tuttavia ridurre sia i costi di produzione della vettura sia il tempo di ricarica delle celle ad idrogeno. Ad oggi, infatti, a causa dell’elevato contenuto tecnologico del modello, le poche centinaia di unità prodotte all’anno sono assemblate manualmente da un team specializzato di 13 addetti, che dedica mediamente oltre un’ora all’assemblaggio di ogni vettura, ben oltre i circa 5 minuti necessari per montare una vettura a combustibile. Il gruppo, negli ultimi mesi sta anche investendo di più nella diffusione dell’auto a propulsione elettrica, come testimonia la recente apertura di una nuova business unit aziendale. Questa scelta è maturata in seguito al lieve calo di vendite di veicoli ibridi (a doppia alimentazione elettrica e a combustibile) in particolare negli USA, dove, grazie al calo del prezzo dei combustibili fossili, i consumatori tendono a preferire i veicoli tradizionali. Se Volkswagen ha recentemente annunciato di voler vendere oltre un milione di vetture elettriche entro il 2025, gli altri concorrenti e - soprattutto - Toyota non stanno di certo indugiando: l’era della mobilità al 100% sostenibile è appena iniziata.


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Msoi thePost Numero 47  
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