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Il Settimanale di M.S.O.I. Torino


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MSOI Torino M.S.O.I. è un’associazione studentesca impegnata a promuovere la diffusione della cultura internazionalistica ed è diffuso a livello nazionale (Gorizia, Milano, Napoli, Roma e Torino). Nato nel 1949, il Movimento rappresenta la sezione giovanile ed universitaria della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (S.I.O.I.), persegue fini di formazione, ricerca e informazione nell’ambito dell’organizzazione e del diritto internazionale. M.S.O.I. è membro del World Forum of United Nations Associations Youth (WFUNA Youth), l’organo che rappresenta e coordina i movimenti giovanili delle Nazioni Unite. Ogni anno M.S.O.I. Torino organizza conferenze, tavole rotonde, workshop, seminari e viaggi studio volti a stimolare la discussione e lo scambio di idee nell’ambito della politica internazionale e del diritto. M.S.O.I. Torino costituisce perciò non solo un’opportunità unica per entrare in contatto con un ampio network di esperti, docenti e studenti, ma anche una straordinaria esperienza per condividere interessi e passioni e vivere l’università in maniera più attiva. Cecilia Nota, Segretario M.S.O.I. Torino

MSOI thePost MSOI thePost, il settimanale online di politica internazionale di M.S.O.I. Torino, si propone come un modulo d’informazione ideato, gestito ed al servizio degli studenti e offrire a chi è appassionato di affari internazionali e scrittura la possibilità di vedere pubblicati i propri articoli. La rivista nasce dalla volontà di creare una redazione appassionata dalla sfida dell’informazione, attenta ai principali temi dell’attualità. Aspiriamo ad avere come lettori coloro che credono che tutti i fatti debbano essere riportati senza filtri, eufemismi o sensazionalismi. La natura super partes del Movimento risulta riconoscibile nel mezzo di informazione che ne è l’espressione: MSOI thePost non è, infatti, un giornale affiliato ad una parte politica, espressione di una lobby o di un gruppo ristretto. Percorrere il solco tracciato da chi persegue un certo costume giornalistico di serietà e rigore, innovandolo con lo stile fresco di redattori giovani ed entusiasti, è la nostra ambizione. Jacopo Folco, Direttore MSOI thePost 2 • MSOI the Post

N u m e r o

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REDAZIONE Direttore Editoriale Jacopo Folco Direttore Responsabile Davide Tedesco Vice Direttori Giusto Amedeo Boccheni, Pilar d’Alò Caporedattori Giusto Amedeo Boccheni , Luca Bolzanin, Pilar d’Alò, Luca Imperatore, Pauline Rosa Capi Servizio Rebecca Barresi, Giusto Amedeo Boccheni, Luca Bolzanin, Lucky Dalena, Pierre Clement Mingozzi, Sarah Sabina Montaldo, Daniele Pennavaria, Leonardo Scanavino, Chiara Zaghi Media e Management Daniele Baldo, Guglielmo Fasana, Anna Filippucci, Vladimiro Labate, Jessica Prietto Editing Lorenzo Aprà, Adna Camdzic, Amandine Delclos Copertine Virginia Borla, Amandine Delclos Redattori Gaia Airulo, Erica Ambroggio, Elena Amici, Amedeo Amoretti, Andrea Bertazzoni, Micol Bertolino, Luca Bolzanin, Davide Bonapersona, Maria Francesca Bottura, Fabrizia Candido, Daniele Carli, Debora Cavallo, Emanuele Chieppa, Giuliana Cristauro, Andrea Daidone, Lucky Dalena, Alessandro Dalpasso, Federica De Lollis, Francesca Maria De Matteis, Ilaria di Donato,Tommaso Ellena, Guglielmo Fasana, Anna Filippucci, Alessandro Fornaroli, Corrado Fulgenzi, Francesca Galletto, Lorenzo Gilardetti, Lara Amelie Isai-Kopp, Luca Imperatore, Michelangelo Inverso, Vladimiro Labate, Giulia Marzinotto, Simone Massarenti, Rosalia Mazza, Davide Nina, Pierre Clement Mingozzi, Alberto Mirimin, Chiara Montano, Sveva Morgigni, Virginia Orsili, Daniele Pennavaria, Barbara Polin, Jessica Prieto, Luca Rebolino, Jean-Marie Reure, Valentina Rizzo, Giacomo Robasto, Clarissa Rossetti, Federica Sanna, Martina Santi, Martina Scarnato, Edoardo Schiesari, Jennifer Sguazzin, Stella Spatafora, Elisa Todesco, Francesco Tosco, Tiziano Traversa, Leonardo Veneziani, Alessio Vernetti, Elisa Zamuner. Vuoi entrare a far parte della redazione? Scrivi una mail a thepost@msoitorino.org!


EUROPA 7 Giorni in 300 Parole FRANCIA 5 novembre. Crollati due edifici a Marsiglia in Rue d’Aubagne. 2 immobili adiacenti sono sprofondati verso le nove del mattino nel quartiere popolare di Noailles; nel tardo pomeriggio la Protezione civile ha abbattuto un terzo edificio per problemi di sicurezza. Il corpo dei soccorritori, formato da oltre 120 pompieri e unità cinofile, ha estratto 6 vittime dalle macerie.

GRECIA 6 novembre. Atene è stata nominata Capitale europea dell’Innovazione 2018. La città greca, vincitrice del concorso European Capital of Innovation Awards finanziato dal programma europeo di ricerca e innovazione Horizon 2020, si è aggiudicata un premio di 1 milione di euro. 7 novembre. Raggiunto uno “storico” compromesso tra lo Stato e la Chiesa ortodossa. Alexis Tsipras e l’arcivescovo Ieronymos hanno raggiunto un accordo che determinerà la separazione temporale dei due poteri. Con l’attesa riforma costituzionale i preti non saranno più considerati dipendenti pubblici e le proprietà della Chiesa, da includere in un grande fondo immobiliare, verranno gestite da entrambe le parti. ITALIA 7 novembre. Il decreto sicurezza è stato approvato in Senato con 163 voti favorevoli e 59 voti contrari. Nel passaggio

BILATERALE CONTE-PUTIN

Rafforzato il dialogo per “un’interlocuzione stabile”

Di Giuliana Cristauro Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte e il leader del Cremlino Vladimir Putin si sono incontrati a Mosca. Durante il colloquio sono stati toccati diversi temi: la cooperazione economica, la necessità di dialogo, l’energia. Uno dei principali argomenti è stato quello delle sanzioni contro Mosca, che il premier italiano Conte ha definito “non un fine, ma uno strumento da superare il prima possibile attraverso il dialogo”. L’incontro si è svolto nella sontuosa sala verde del Gran Palazzo, dove Conte ha invitato il presidente russo a tornare in Italia, perché “manca da troppo tempo”. Il Presidente del Consiglio ha poi evidenziato come entrambi i Paesi siano riusciti a mantenere alta la qualità dei loro rapporti, malgrado le difficoltà del contesto internazionale. Putin ha rassicurato Conte, affermando che i legami tra i due Paesi non sono tesi, sebbene l’Italia abbia perduto le sue posizioni sul mercato russo. Al termine del colloquio, si è svolta la conferenza stampa, durante la quale il capo di Stato russo ha espresso il proprio apprezzamento per gli sforzi dell’Italia nell’affrontare la crisi in Libia. Ha poi aggiunto che non potrà partecipare

personalmente alla Conferenza organizzata a Palermo, ma che invierà comunque una delegazione di “alto livello”. Durante la conferenza stampa Conte ha chiarito che la sua visita a Mosca non era finalizzata al convincimento del governo russo all’acquisto dei titoli di Stato italiani, attualmente sotto pressione a causa della sfiducia degli investitori nei confronti dell’Italia. A tal riguardo Putin ha espresso fiducia nei confronti dell’attuale governo italiano, ha affermato che l’economia italiana ha basi molto solide e che sicuramente i problemi saranno risolti. Il capo del Cremlino ha preferito non parlare della vicenda sulla manovra finanziaria italiana e del confronto con la Commissione europea. Con i giornalisti, Conte ha per dichiarato che non esistono remore di carattere politico sull’acquisto dei titoli di stato italiani dal fondo sovrano russo e ha confermato che l’argomento non è stato trattato durante il colloquio. L’esito del bilaterale ha confermato una grande sinergia tra il governo italiano e quello russo. Sono stati firmati 13 accordi commerciali per un valore di 1,5 miliardi di euro. Il premier Conte ha dichiarato che l’incontro con Putin ha rafforzato il dialogo nella prospettiva di “un’interlocuzione stabile”.

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EUROPA successivo il provvedimento passerà all’attenzione della Camera. Lega e M5S favorevoli, ad eccezione di 5 senatori pentastellati, usciti dall’aula al momento del voto. Pd, LeU e Svp schierati contro il decreto. Tale provvedimento è stato fortemente voluto dalla Lega e dal suo leader Matteo Salvini che ha esultato: “Ci stiamo lavorando da questa estate. Sono contento”.

L’INFLUENZA DI ANGELA MERKEL L’eredità della figura politica più importante della recente storia europea

Di Luca Pons

REGNO UNITO 4 novembre. Il corteo degli antifascisti a Liverpool ha impedito lo svolgimento della manifestazione del gruppo di estrema destra North West Frontline Patriots, che, ritrovandosi in netta inferiorità numerica, ha rinunciato alla marcia. Gli estremisti sono stati respinti alla stazione di Moorsfields all’insegna dei cori “No pasarán” e “no al razzismo” intonati dai militanti guidati dal sindaco laburista Joe Anderson, il quale, soddisfatto, ha dichiarato: “Persone pacifiche hanno cacciato i fascisti dalle nostre strade”. SPAGNA 8 novembre. Fallito l’attentato alla vita al Premier spagnolo Pedro Sánchez da parte di un esponente dell’estrema destra. Il piano omicida è stato bloccato dall’intervento della polizia, la quale ha rilevato numerose ricerche, da parte dell’attentatore, sui programmi e sugli spostamenti del leader socialista. L’uomo, anche in carcere, ha rivendicato il proprio intento, affermando: “ero disposto a sacrificarmi per la Spagna.” A cura di Diletta Sveva Tamagnone 4 • MSOI the Post

“Finito il mio mandato, non ricoprirò altri incarichi politici”. Così ha detto pochi giorni fa Angela Merkel, cancelliera tedesca dal 2005 e leader del partito di centro-destra CDU dal 2000, che rimarrà a capo della Germania fino alle prossime elezioni federali, previste nel 2021 Nei 13 anni passati al governo, molte sono state le sfide affrontate da quella che Forbes ha spesso definito la “donna più potente al mondo”, che ha peraltro esercitato un’influenza decisiva sull’Unione europea in più di un’occasione. Nel 2007, Merkel era la presidente del Consiglio europeo e giocò un ruolo chiave nelle trattative per il Trattato di Lisbona. Questo rappresentò per l’UE un passo importante verso l’integrazione politica ed economica, garantendo tra le altre cose, maggiori poteri al Parlamento europeo. In seguito alla crisi economica e finanziaria del 2008, la Germania promosse la linea dell’austerity, offrendo aiuti finanziari agli altri Paesi europei in cambio di riforme che andassero in tale direzione. Fu tra i principali sostenitori, nel 2012, del trattato relativo al Fiscal Compact, con cui i Paesi UE si impegnarono a non superare, nei loro bilanci

annuali, un deficit pari al 3% del PIL. Se alcuni economisti hanno elogiato gli effetti a lungo termine delle politiche di austerity, già efficaci in Germania, altri hanno accusato tali politiche di soffocare le economie dei Paesi più in difficoltà, favorendo la crescita dei movimenti populisti. Nel 2015, nel pieno della crisi migratoria, il governo Merkel sospese di fatto la Convenzione di Dublino: molti rifugiati siriani furono accettati a prescindere dal loro Paese d’ingresso nell’UE. Questa mossa, mirata a stimolare iniziative simili in altri Stati europei, è stata poi indicata come una delle cause della popolarità del partito di estrema destra AfD. Berlino appoggiò anche un sistema di ridistribuzione dei migranti, proposto dalla Commissione europea con l’intento di alleggerire la pressione sui Paesi più esposti alle migrazioni, come Italia e Grecia. L’approccio alla politica della Merkel, pragmatico e immediato, più che idealistico e a lungo termine, è stato considerato da più parti come la salvezza dell’Europa, mentre altri hanno visto in tale approccio un segnale della debolezza europea. Qualunque sia il giudizio che se ne dà, è impossibile negare l’enorme importanza della cancelliera nel decennio passato.


NORD AMERICA 7 Giorni in 300 Parole

STATI UNITI 2 novembre. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato che gli Stati Uniti reintrodurranno tutte le sanzioni contro l’Iran. Trump prosegue, dunque, lo smantellamento dell’eredità politica del predecessore Obama, che con l’accordo sul nucleare del 2015, le aveva ritirate. 4 novembre. La carovana di migranti proveniente dall’Honduras è arrivata a Città del Messico. I migranti sono stati accolti dalle autorità in uno stadio cittadino e la stessa cittadinanza si è mobilitata per la loro assistenza. I migranti hanno dichiarato di essere intenzionati a proseguire verso il confine con gli Stati Uniti. 5 novembre. Le principali emittenti televisive CNN, NBC e Fox News, sempre molto vicina a al Presidente statunitense, si sono rifiutate di trasmettere uno spot elettorale di Trump, giudicato eccessivamente razzista. Lo spot in questione collegava, senza alcuna prova, la carovana di migranti dell’Honduras al processo di un uomo messicano immigrato irregolarmente. 6 novembre. Si sono svolte le elezioni di Midterm. I democratici hanno riconquistato la Camera, senza, tuttavia, ottenere una maggioranza consistente. Da segnalare la

IL DILEMMA DI JUSTIN TRUDEAU Il caso Khashoggi riaccende i riflettori sulle relazioni fra Canada e Arabia Saudita

Di Erica Ambroggio Le polemiche nate dall’uccisione dell’editorialista Jamal Khashoggi, avvenuta lo scorso 2 ottobre, e le perplessità sorte dalle indagini sul caso continuano a costellare le cronache internazionali, originando commenti e reazioni politiche sulla vicenda. L’Arabia Saudita è, infatti, costantemente sottoposta a richieste di “maggior chiarezza” da parte di numerosi leader mondiali, tra i quali figura anche il premier canadese Trudeau. Oggetto del dibattito politico interno sono i rapporti commerciali tra i due Paesi: a ritrovarsi di nuovo sotto i riflettori delle accuse è un contratto del valore di 15 miliardi di dollari canadesi. Stipulato nel 2014 dalla precedente amministrazione, riguarda la vendita a Riyad di oltre 900 veicoli corazzati costruiti in Canada. Un accordo controverso e soggetto a una specifica normativa, la quale prevede per contratti di vendita di equipaggiamenti militari, l’inserimento di clausole che ne vietano l’utilizzo contro i civili e di disposizioni in caso di violazioni dei diritti umani. Alla luce, quindi, del brutale omicidio di Khashoggi, di fronte alle numerose indagini effettuate sull’uso improprio

delle armi canadesi in territorio saudita e dinnanzi all’andamento del conflitto in Yemen, parte della popolazione canadese e numerosi gruppi di attivisti per i diritti umani richiedono da tempo un netto stop alle relazioni commerciali con Riyad. La crisi diplomatica tra Canada e Arabia Saudita continua, dunque, a essere fonte di grandi tensioni. Nel mese di agosto, Justin Trudeau si era espresso sull’arresto di 2 attiviste saudite impegnate nella battaglia per i diritti umani, dando luogo a una serie di repliche in ambito commerciale, fino all’espulsione dell’ambasciatore canadese, da parte di Riyad. Nelle ultime settimane, il Premier ha promesso “conseguenze” in seguito al caso Khashoggi, con richiami al destino dell’accordo commerciale del 2014. Fiato sospeso, dunque, durato per qualche giorno, fino al momento delle ritrattazioni. La strada verso uno scenario economico privo di un apporto saudita sembra, infatti, essere difficile da percorrere. Infatti, l’accordo commerciale messo in discussione porterebbe alla sola cittadina di London, in Ontario, 3.000 posti di lavoro. Trudeau ha, inoltre, successivamente affermato che lo smantellamento di tale contratto costerebbe al Paese “miliardi di dollari”. Caro sarebbe, infine, il prezzo da pagare alle prossime elezioni del 2019, verso le quali il premier Trudeau si avvia con incertezza e preoccupazione. MSOI the Post • 5


NORD AMERICA presenza di numerosi giovani candidati, di donne e anche di appartenenti a minoranze etniche e alla comunità LGBT+. Il Partito Repubblicano è riuscito, invece, a mantenere la presa sul Senato. Donald Trump si ritroverà, quindi, senza il controllo su una camera del Congresso, elemento di grande ostacolo per il Presidente. 6 novembre. In diversi Stati si sono svolte le votazioni per diversi referendum. In Michigan è stato legalizzato l’uso della marijuana a scopo ricreativo, il voto è invece fallito in North Dakota. In Alabama e in West Virginia voto favorevole sugli emendamenti restrittivi sull’aborto, referendum respinto in Oregon. 7 novembre. Trump ha rimosso dall’incarico, il capo del Dipartimento di Giustizia, verso il quale era critico da tempo, nominando al suo posto, provvisoriamente, il fedelissimo Whitaker. Tale decisione potrebbe incidere sul proseguimento delle indagini sul Russiagate di Muller. CANADA 3 novembre. Dure contestazioni durante il dibattito di Toronto tra Steve Bannon e il commentatore politico conservatore David Frum. Si sono registrati ben 12 arresti tra i manifestanti e 2 agenti feriti. Gli stessi spettatori hanno deriso le due figure durante i loro interventi e hanno mostrato striscioni denigratori. 6 novembre. L’impresa multinazionale Parmalat ha acquisito per 1,1 miliardi di euro il colosso dei formaggi “natural cheese” di Kraft Heinz Canada. A cura di Luca Rebolino

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SANCTIONS ARE COMING

L’amministrazione Trump reintroduce le sanzioni contro l’Iran

Di Alessandro Dalpasso L’amministrazione Obama si era battuta per giungere alla firma del JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), l’accordo sul nucleare iraniano. Contestualmente alla sua firma erano state sospese tutte le sanzioni economiche e commerciali che colpivano direttamente e indirettamente lo Stato degli Ayatollah. Lo scorso 8 maggio, il presidente Trump ha annunciato che le avrebbe reintrodotte, nonostante il parere contrario degli altri firmatari dell’accordo (Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito). Essendo mancata una vera opposizione interna, dal 5 novembre sono state ripristinate nella loro integrità. Andranno a colpire settori strategici per l’economia iraniana tra cui quello energetico, e petrolifero in particolare, oltre che al sistema bancario e finanziario, quello legato all’aviazione civile, il commercio di beni di lusso e di minerali preziosi e il comparto automobilistico. Saranno dirette contro persone fisiche e giuridiche legate all’establishment della Repubblica Islamica, ma andranno a colpire anche tutte le aziende che continueranno a intrattenervi rapporti commerciali. Alcuni Paesi sono stati esentati in questa prima fase e potranno mantenere i propri rapporti

commerciali con l’Iran per i prossimi 6 mesi. Tra di essi figurano, oltre all’Italia, anche Cina, Corea del Sud, Turchia, Grecia, Giappone, India e Taiwan. Questa decisione è stata spiegata dal Segretario di Stato Mike Pompeo come “un riconoscimento degli sforzi nella riduzione delle importazioni di greggio iraniano”. Ha, inoltre, aggiunto che l’obbiettivo dichiarato è “restaurare la democrazia in Iran” attuabile tramite “un auspicato regime change”. L’obbiettivo non dichiarato è, invece, triplice. Innanzitutto, che il governo iraniano ponga fine immediatamente al suo programma di arricchimento dell’uranio. In secondo luogo, che il governo stesso del Paese crolli a causa del peso delle sanzioni. Infine, che i partner europei degli Stati Uniti si ritirino anch’essi dal JCPOA, permettendo così agli Stati Uniti di negoziare un accordo a condizioni più favorevoli per l’economia statunitense. Se i primi due obiettivi hanno un esito incerto, l’Unione Europea sta già attivando un meccanismo di difesa per poter continuare a commerciare con l’Iran: si tratta del ‘blocking statute’ che l’Unione usò negli anni Novanta per annullare gli effetti extraterritoriali delle sanzioni che avrebbero colpito le aziende del continente che conducevano affari con Libia, Iran e Cuba.


MEDIO ORIENTE 7 Giorni in 300 Parole ARABIA SAUDITA 4 novembre. Liberato il principe Khaled bin Talal dopo 11 mesi di reclusione. Quasi un anno fa era stato messo in stato di fermo a causa delle pesanti accuse di corruzione mosse dall’erede al trono dei Saud, Mohammed bin Salman. BAHREIN 4 novembre. Condannato all’ergastolo con l’accusa di spionaggio, Ali Salman. L’oppositore del governo sunnita del Bahrein, è stato dichiarato colpevole delle accuse dopo che, lo scorso giugno, era stato assolto in primo grado. EGITTO 2 novembre. Un autobus diretto verso un monastero nel deserto, con a bordo un gruppo di pellegrini copti, è esploso uccidendo 11 persone, tra cui 3 bambini e 7 donne. A rivendicare l’attentato è stato il sedicente Stato Islamico.

IRAN 2 novembre. Ripristinate le sanzioni da parte degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran. Cresce, inoltre, il malcontento nel Paese, a causa della grave crisi economica fonte del deprezzamento, di quasi il 50%, del valore del Rial.        3 novembre. Dopo il ripristino delle sanzioni, migliaia di

SANZIONI, SANZIONI, SON TUTTE SANZIONI Gli effetti delle nuove sanzioni USA sull’Iran

Di Jean-Marie Reure Alle prese con le elezioni di mid-term, l’amministrazione Trump continua imperterrita con la sua ‘nuova’ ricetta per il medio oriente, tutta a base di sanzioni. Effettivamente, secondo una dichiarazione di Mike Pompeo, saremmo alla diciannovesima tornata di sanzioni dell’era Trump. Questa volta i bersagli sono più di 300 imprese nel settore petrolifero, bancario, assicurativo e logistico iraniano. Inutile dire che la risposta iraniana non si è fatta attendere e, quanto al suo tenore, certo non si può parlare di originalità: dal capo delle forze armate della Repubblica Islamica giungono minacce e ammonimenti contro una possibile guerra che sarebbe destinata a fallire. Da Rohani, invece, arrivano più miti rassicurazioni, come “bypasseremo le sanzioni”, “l’accordo sul nucleare del 2015 è ancora in piedi” e via dicendo. Tuttavia, in Iran si iniziano a sentire gli effetti di questa guerra fatta più di parole che di fatti. Gli scorsi 12 mesi si sono rivelati infatti piuttosto faticosi, come ci rivelano una forte svalutazione della moneta locale e un rimpasto significativo nel team economico del presidente. Stando ai dati diffusi dall’OPEC, le esportazioni iraniane di petrolio iniziano ad accusare il colpo, anche se i partner più importanti (fra cui la Cina)

non sembrano tirarsi indietro. Nondimeno il volume degli scambi con l’India, per fare un esempio, è passato da 690.000 barili al giorno ad appena 400. Questo per quanto concerne i ‘grandi dati’, gli elementi economici in senso lato. Tuttavia ci si accorge che, nonostante le dichiarazioni secondo le quali “le sanzioni non colpiscono il popolo iraniano verso il quale va tutta la solidarietà degli USA”, sarà principalmente la classe media iraniana a pagarne lo scotto. Le fluttuazioni valutarie causano una forte perdita del potere d’acquisto e, per le famiglie, beni di prima necessità quali pannolini, assorbenti ed altri prodotti - perlopiù beni di importazione, in Iranscarseggiano. Sebbene l’Europa, d’intesa con Teheran, intenda creare dei meccanismi ad hoc per eludere le sanzioni, i tempi saranno comunque tutt’altro che rapidi. In questa spirale di tensione che non sembra fermarsi, a pagare il peso delle sanzioni è quindi soprattutto il popolo iraniano. La banderuola della ‘minaccia iraniana’ si rivela sempre più uno specchietto per le allodole, dietro cui si celano gli interessi nazionali di alcuni Stati, che certo non vedrebbero di buon occhio l’emergere di una nuova potenza in medio oriente. Mentre le urne confermano il successo di certe politiche assertive, resta da vedere quale sarà il loro effetto sulla stabilità di questa parte del globo.

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MEDIO ORIENTE persone sono scese in piazza a Teheran e in altre città iraniane. Nella capitale il numero maggiore di manifestanti si è concentrato davanti all’ex palazzo dell’ambasciata statunitense, dove sarebbero state bruciate la bandiera degli Stati Uniti e quella israeliana. IRAQ 6 novembre. 200 fosse comuni, riconducibili al sedicente Stato Islamico, sono state ritrovate in Iraq. Secondo quanto riportato dalla missione ONU e dalla televisione irachena al-Iraqiya, il numero dei resti ritrovati oscillerebbe tra le “6 e le 12 mila vittime”. ISRAELE 3 novembre. A 23 anni di distanza dall’uccisione del premier Yitzhak Rabin, il popolo israeliano è sceso in piazza per ricordarlo e protestare contro il clima politico particolarmente teso degli ultimi anni. 6 novembre. Una bambina di appena 18 mesi è morta dopo aver contratto il morbillo. Si tratta dell’ultima vittima di altri 1300 casi simili. Il governo israeliano discute su possibili sanzioni nei confronti dei genitori che rifiutino di vaccinare i propri figli. SIRIA 2 novembre. Terminata la tregua in Siria. 2 raid aerei su Jarjanaz, a sud-est Idlib, hanno interrotto quelli che, operativi dallo scorso 15 ottobre, erano stati gli accordi presi con Russia e Turchia. Il bilancio delle vittime civili ammonterebbe a 10, ma non ci sono conferme ufficiali. A cura di Maria Francesca Bottura

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L’OLP SOSPENDE IL RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI ISRAELE Israele ribatte: “Palestinesi non interessati alla pace”.

Di Martina Scarnato Dopo una riunione durata 2 giorni, a causa della “continua rottura da parte di Israele degli accordi firmati”, il Comitato centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) ha deciso di sospendere il riconoscimentodello Stato di Israele sino a quando quest’ultimo non riconoscerà lo Stato palestinese entro i confini del 1967, con capitale Gerusalemme est. Inoltre, verranno cessati anche gli accordi sul coordinamento alla sicurezza e i “Protocolli economici di Parigi” del 1994.

un Comitato nazionale superiore atto a gestire il processo, che, secondo quanto affermato dal Segretario generale dell’Olp Saëb Erekat, avverrà gradualmente.

Tali decisioni sono state approvate anche dal Comitato esecutivo dell’Olp e dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, a capo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp): la conseguenza è l’annullamento de facto degli Accordi di Oslo del 1993 e del 1995, con i quali Israele riconosceva il diritto della Palestina a governare sui territori occupati, mentre l’Olp si impegnava a riconoscere Israele come Stato.

Sono state comunque sollevate alcune perplessità, dato che non riconoscere Israele comporterebbe per le istituzioni palestinesi una perdita dicredibilità a livello internazionale; una su tutte quella della giornalista Miriam Barghouti, per la quale si tratterebbe dunque di un mero atto politico volto a far riguadagnare legittimità all’Olp e all’Anp nei confronti degli stessi palestinesi. Nel frattempo, Israele non avrebbe dato troppo peso alla notizia. Infatti, secondo il Jerusalem Post, non sarebbe sorprendente che una decisione del genere sia stata presa in un momento in cui le relazioni tra la Palestina e gli Stati Unitisono ai minimi storici, anche in seguito al rifiuto tassativo del Presidente Abbas di accettare l’“Accordo del secolo” proposto da Trump.

Non si tratta della prima volta che viene presa una decisione simile: già nel 2015 l’Olp aveva votato per sospendere il riconoscimento di Israele e laproposta è stata rinnovata anche nel gennaio di quest’anno, tuttavia tali misure non erano mai state adottate. Questa volta, però, si istituirà

Secondo il ministro dell’Istruzione Naftali Bennett ciò significa che “i palestinesi non sono interessati alla pace e mai lo saranno”,tuttavia, a causa di una serie di circostanze, come l’assenza di un mediatore neutrale tra i due interlocutori, almeno per ora è molto difficile poter parlare di pace.


RUSSIA E BALCANI 7 Giorni in 300 Parole ALBANIA 6 novembre. Il presidente dell’Albania, Ilir Meta, si è recato in Calabria in occasione del 550° anniversario della morte di Scanderbeg, eroe nazionale albanese molto caro alle comunità albanofone locali. Meta ha incontrato il governatore Mario Oliverio, con il quale ha discusso dei legami storici e culturali intercorrenti tra i due popoli. Il leader albanese ha, inoltre, preso parte a un incontro con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha sottolineato l’importanza della comune vocazione europea per i due Paesi. BULGARIA 2 novembre. Si è tenuto nella città di Varna il vertice tra Bulgaria, Grecia, Romania e Serbia focalizzato sulla discussione di alcuni temi legati al futuro dell’area balcanica e alla sicurezza comune. Progresso energetico, infrastrutture e digitale sarebbero tra i progetti da sviluppare tramite il rafforzamento della cooperazione regionale. Ospite dell’evento è stato il premier israeliano Netanyahu, che ha sottolineato l’importanza strategica di un partner come la Bulgaria nello scenario politico dell’area.

KOSOVO 5 novembre. Per il centenario dalla fine della Prima Guerra Mondiale, nella cattedrale parigina di Notre Dame sono state esposte le bandiere di tutti i Paesi invitati alle celebrazioni, tra

A DICEMBRE, ELEZIONI ANTICIPATE IN ARMENIA L’Assemblea Nazionale non trova l’accordo sul nome del Primo Ministro

16 ottobre 2018, si è dimesso, forte degli ottimi risultati ottenuti nelle elezioni del Consiglio comunale di Yerevan che hanno stabilito la vittoria della coalizione Yelk, di cui fa parte il partito Contratto Civile di Pashinyan.

Di Amedeo Amoretti Giovedì 1 novembre scorso, l’Assemblea Nazionale armena non è riuscita a raggiungere un accordo per l’elezione del nuovo Primo Ministro. I parlamentari si erano già riuniti il 24 ottobre, senza però ottenere alcun risultato. Pertanto, ai sensi degli articoli 149.3 e 149.4 della Costituzione armena, l’Assemblea Nazionale, avendo fallito due volte consecutive nel compito di eleggere il Primo Ministro, è stata sciolta e sono state indette elezioni anticipate. Ciò che auspicava Nikol Pashinyan, dunque, si è avverato. Egli, già giornalista, era stato nominato Primo Ministro a maggio del 2018, dopo aver guidato la “rivoluzione di velluto”. La popolazione armena era insorta contro la diffusa corruzione politica e, soprattutto, in seguito al tentativo dell’ormai ex presidente della Repubblica Serž Sargsyan di divenire Primo Ministro con poteri esecutivi accentrati nelle sue mani. Pashinyan così ha guidato l’Armenia per i mesi successivi con l’obiettivo di portare il Paese a elezioni anticipate. Il

Pashinyan si è eretto come difensore della rivoluzione e del malessere popolare. L’ex giornalista ha avviato una lotta indiscriminata alla corruzione, obiettivo che perseguiva fin dai suoi primi articoli sul quotidiano Haykakan Zhamanak. La campagna ha portato immediati risultati come l’accusa di frode fiscale nei confronti dell’oligarca proprietario di Yeravan City, la più grande catena di supermercati del Paese, e le dimissioni del sindaco di Yerevan, arricchitosi illegalmente tramite abuso di potere. La Commissione Centrale Elettorale ha così indetto le elezioni anticipate che si terranno il 9 dicembre. Pashinyan manterrà i poteri governativi ad interim fino all’elezione del prossimo Primo Ministro. Finora, Pashinyan è il solo in lista per il posto, forte della sua alleanza con il partito Armenia Prospera che ha affermato di non voler presentare alcun candidato. Sul piano internazionale, il leader della rivoluzione di velluto sembrerebbe godere anche di buoni rapporti con Putin, sebbene non vi sia identica visione tra i due leaders su tutte le questioni politiche. MSOI the Post • 9


RUSSIA E BALCANI i quali anche il Kosovo. L’esposizione della bandiera kosovara ha scatenato le polemiche dei vertici serbi, i quali hanno definito l’accaduto un “grande scandalo”, non avendo Belgrado mai riconosciuto l’indipendenza di Pristina. Il ministro degli Esteri serbo Dacic ha manifestato il proprio disappunto alle autorità francesi, annunciando, tuttavia, che non ci sarebbero state reazioni, considerato l’immediato interesse ad avere buone relazioni con la Francia, in vista della visita di Macron in Serbia prevista a dicembre.

RUSSIA 7 novembre. Il generale libico Haftar ha incontrato a Mosca il ministro della Difesa russo Shoigu, discutendo di questioni di sicurezza e di lotta al terrorismo internazionale in Medio Oriente e Nord Africa, come reso noto in un comunicato del Ministero della Difesa russo. UCRAINA 4 novembre. Morta, dopo mesi di agonia, la 33enne attivista ucraina Kateryna Handzyuk, aggredita e ferita, lo scorso luglio, con acido solforico. Si era battuta contro la corruzione dilagante tra le forze dell’ordine locali. Nonostante l’arresto di 5 presunti autori dell’aggressione, non sono ancora noti i mandanti. La Commissione europea ha richiesto l’avvio di un’indagine “rigorosa”. Secondo alcune ONG, dal 2017 sarebbero stati almeno 55 gli attacchi ad attivisti avvenuti in Ucraina. A cura di Mario Rafaniello 10 • MSOI the Post

UN ESERCITO CONTESTATO

A dieci anni dall’indipendenza nasce l’esercito kosovaro

Di Lara Aurelie Kopp-Isaia Il 19 ottobre il Parlamento kosovaro ha approvato diversi disegni di legge che prevedono la creazione di un esercito regolare, a sostituzione della Kosovo Force Security (KFS), forza speciale che dovrebbe intervenire solamente in caso di disastri. Dalla fine della guerra del Kosovo, sono state le forze internazionali della NATO (KFOR) a garantire stabilità e sicurezza alla regione. Le disposizioni presentate in Parlamento non richiedono modifiche della Costituzione. Secondo la Costituzione, la formazione di esercito nazionale richiederebbe in Parlamento una maggioranza di due terzi e ciò permetterebbe a gruppi parlamentari minori di bloccare il progetto. Il disegno di legge è stato approvato da quasi la totalità dei gruppi parlamentari, ad eccezione dei rappresentanti della minoranza serba. Quest’ultimi, al momento della votazione, hanno abbandonato l’aula in segno di protesta. Per i deputati serbi, la formazione di un esercito è in contraddizione con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevede che nessuna forza militare possa stazionare in Kosovo ad eccezione della KFOR. Il ministro delle forze di sicu-

rezza del Kosovo Berisha ha dichiarato che l’esercito prenderà il nome di Forza Armata del Kosovo. Tra fine di novembre e inizio di dicembre, il governo kosovaro dovrà approvare ufficialmente la formazione dell’esercito. Le reazioni degli altri Paesi balcanici sono state discordanti. Il primo ministro dell’Albania Rama ha espresso felicità per quanto riguarda la votazione del Parlamento, dichiarando in un post di Facebook: “Gloria ai martiri del Kosovo e sia benedetto l’esercito appena nato della Repubblica Kosovara”. Il leader del principale partito d’opposizione albanese, Basha, ha anch’esso accolto con gioia la formazione dell’esercito dichiarando: “Il Kosovo con il suo esercito, in stretta cooperazione con gli alleati, costituirà un ulteriore contributo alla pace e alla sicurezza nei Balcani”. In Serbia, il ministro della difesa Vulin ha definito inaccettabile la creazione di un Esercito regolare del Kosovo, poiché metterebbe in pericolo la sicurezza e la stabilità dell’intera regione. Ha inoltre dichiarato che, nel caso in cui la “missione Onu in Kosovo dovesse lasciare il territorio, ciò metterebbe la Serbia in una posizione difficile in cui non avremo altra scelta se non proteggere il nostro Paese e il nostro popolo”.


ASIA E OCEANIA 7 Giorni in 300 Parole

IL NUOVO TTP SENZA GLI USA AD UN PASSO DALL’ENTRATA IN VIGORE L’Australia è il sesto Paese a ratificare il nuovo Trattato Trans-Pacifico

Di Micol Bertolini

AUSTRALIA 6 novembre. In occasione della visita a Pechino, il ministro degli Esteri australiano, Marise Payne, ha dichiarato di essere risoluta nel sollevare “serie preoccupazioni” riguardo alla situazione nell’area di Xinjiang. Secondo le informazioni riportate dagli attivisti, la regione sembra contare oggi più di 1 milione di persone, per la maggior parte Uygurs e appartenenti ad altre minoranze islamiche, detenute senza regolare processo all’interno di campi di “rieducazione politica”. COREA DEL NORD 7 novembre. L’incontro tra il segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, e Kim Yong Chol, braccio destro di Kim Jong-un, è stato cancellato. “Le trattative in atto continuano”, ha dichiarato il Segretario statunitense a margine dell’annuncio del rinvio dell’incontro a data da destinarsi. Tuttavia, permangono i dubbi sulle motivazioni di una scelta, che sembrerebbe frenare drasticamente le trattative per il disarmo nucleare della Corea del Nord. GIAPPONE 2 novembre. La Guardia Costiera giapponese ha avviato una missione esplorativa nel tentativo di ritrovare l’isola di Esanbehanakitakojima, svanita inaspettatamente sotto il livello del mare,

Come Steve Ciobo, Ministro australiano per il Commercio dell’epoca, amava ripetere a marzo 2018, “il mondo berrà più vino australiano, mangerà più carne australiana e utilizzerà più servizi australiani grazie al TTP-11”. L’Australia, infatti, l’1 novembre 2018 si è aggiunta ai Paesi che hanno già ratificato il nuovo Trattato Trans-Pacifico, rinominato Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTTP). Firmato a Marzo da 11 Paesi (Australia, Vietnam, Singapore, Giappone, Canada, NuovaZelanda, Messico, Cile, Brunei, Perù e Malesia), il cosiddetto TTP-11 per entrare in vigore deve essere ratificato da tutti gli Stati firmatari. Fino ad ora Canada, Giappone, Singapore, NuovaZelanda e Messico hanno portato a termine la ratifica, e, dopo l’Australia, dovrebbe toccare al Vietnam. Si prevede che l’accordo entri in vigore il 30 dicembre 2018. Grandi assenti risultano essere gli Stati Uniti. Questi ultimi si sono ritirati dal trattato originale, firmato nel 2016, per decisione di Donald Trump, non appena entrato in carica, dal momento che, stando alle parole del Presidente, i termini negoziati sotto il suo predecessore Barack Obama erano svantaggiosi per gli interessi americani. Su pressione di Australia e Giappone, il TTP, invece di venire abbandonato come

previsto con timore da molti, fu allora rivisto e temperato in alcuni suoi precedenti punti, come ad esempio la protezione della proprietà intellettuale in ambito farmaceutico. Nonostante l’accordo preveda la possibilità di re-join per gli USA, è evidente che gli States abbiano così facendo indebolito la propria posizione nella regione dell’Asia-Pacifico. Allo stesso tempo, l’assenza americana lascia ampio margine di manovra alla Cina, che potrebbe approfittare della situazione favorevole per estendere ancor più la sua influenza sulla regione. Il nuovo Trattato Trans-Pacifico prevede l’eliminazione del 98% dei dazi tra i Paesi segnatari e quindi una maggiore apertura dei loro rispettivi mercati. Per l’Australia, nello specifico. il TTP comporterebbe un incremento delle esportazioni di carne, vino, cotone, lana, formaggio e zucchero, ma soprattutto introdurrebbe un nuovo sistema normativo in ambito commerciale, essenziale in un momento in cui Donald Trump sembra voler dettare unilateralmente le regole del gioco. Il Trattato resta comunque aperto all’adesione di nuovi membri. In particolare, l’attenzione è rivolta al Regno Unito, in una prospettiva postBrexit. La ratifica del TTP-11 darebbe quindi nuova linfa al commercio internazionale, a dispetto delle politiche protezionistiche di Trump.

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ASIA E OCEANIA presumibilmente a causa dell’erosione da parte del vento e della neve. Il riconoscimento dell’isola come confine giapponese, teoricamente vietato dal diritto internazionale per territori al di sotto della superficie marina, risulterebbe particolarmente significativo per i rapporti diplomatici tra Giappone e Russia. Essa, infatti, sarebbe posizionata in prossimità delle isole Curili, striscia situata nel Mar di Okhotsk, che da decenni rappresenta oggetto di disputa tra i due Paesi. PAKISTAN 7 novembre. A quasi una settimana dal ribaltamento della condanna a morte da parte della Corte Suprema pakistana, Asia Bibi, accusata di blasfemia, rimane nel limbo tra la libertà e la detenzione. A tal proposito, il primo ministro pakistano, Imran Khan, ha acconsentito al riesame della legge in merito. Il caso risale ad un incidente del 2009 quando Bibi, venne accusata di blasfemia e punita per aver bevuto dell’acqua da un pozzo “a lei proibito in quanto cristiana”. SRI LANKA 6 novembre. Sulla scia della contestata estromissione di Ranil Wickremesinghe dalla carica di Primo Ministro, prosegue la crisi istituzionale nello Sri Lanka. A tal proposito, Il ministro del Lavoro pakistano, Manusha Nanayakkara ha rassegnato le proprie dimissioni. L’accaduto rischia di complicare i piani del nuovo primo ministro, Mahinda Rajapaksa, dinnanzi alla necessità di ottenere la maggioranza parlamentare. A cura di Daniele Carli

PAKISTAN: UCCISO IL “PADRE DEI TALEBANI”

Haq era conosciuto come teoreta e guida dei talebani afghani

Di Virginia Orsili Maulana Sami-ul Haq, meglio noto come “il padre dei talebani”, è stato ucciso venerdì 2 novembre scorso. Al momento dell’omicidio, Haq si trovava nella sua casa a Rawalpindi, a 15 km dalla capitale Islamabad. Al momento, l’intera vicenda resta un mistero. Versioni contrastanti sono apparse su come l’uomo sia stato ucciso. Suo figlio, Maulana Hamid ulHaq, ha dichiarato che Haq sarebbe stato ucciso a coltellate. È stato proprio lui a ritrovare il corpo del padre nel suo letto, in un bagno di sangue. Secondo il nipote, Muhammad Bilal, sul corpo sarebbero stati ritrovati anche segni di colpi di pistola. Restano ignoti anche gli agenti e il movente dell’omicidio. Esperto di dottrina islamica, Haq deve la sua fama al seminario Darul Uloom Haqqania, da lui fondato e condotto. Fu proprio in quella che verrà poi ribattezzata l’‘Università della jihad’ che furono formati alcuni leader del movimento talebano afghano. Il suo progetto politico prevedeva l’applicazione della Sharia, complesso di norme religiose, giuridiche e sociali fondate sulla dottrina coranica, in ogni sfera della società. Tra i suoi discepoli spicca il nome del mullah Mohammad

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Omar. Dopo aver militato tra i mujahidin nel periodo della resistenza afghana contro i sovietici, Omar divenne il leader supremo del movimento talebano e governò il Paese fino al 2001. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle, l’Emiro fu sospettato di aver dato riparo a Osama Bin Laden e alle reti di Al-Qa’ida, ragione addotta da Washington per intervenire e rovesciare il suo regime. Negli ultimi mesi, Haq era stato scelto dai dirigenti afghani come possibile intermediario tra il governo e il movimento talebano, con l’obiettivo di convincere quest’ultimo a sedersi al tavolo delle trattative. Personalità politica importante in Pakistan, Maulana Sami-ul Haq è stato due volte senatore e tra i leader del partito islamista Jamiat-e-Ulema Islam. Inoltre, Haq era vicino al primo ministro Imran Khan e al suo partito, il Pakistan Tehreeke-Insaf (PTI), fin da quando nel 2013 aveva conquistato il potere nella provincia di KhyberPakhtunkhwa. È in questa zona nel nord del Pakistan, ai confini con l’Afghanistan, che si svolgeva il suo seminario. Nel 2016, il governo provinciale ha stanziato fondi pari a 300 milioni di rupie (più di $2 milioni) per far prosperare la sua attività. Diverse proteste hanno animato le strade di Mardan, città vicina al seminario di Haq, per chiedere giustizia. In visita ufficiale a Pechino, Khan ha espresso il suo cordoglio per la morte di Haq: “Con il martirio di Maulana Sami ul Haq, il nostro paese ha perso un importante capo politico e religioso”.


AFRICA 7 Giorni in 300 Parole ERITREA 7 novembre. Confermata la visita in Etiopia per il presidente eritreo, Isaias Afwerki. Le tappe del viaggio saranno la regione dell’Amhara, la capitale storica Bahir Dar e la città di Gondar. Dall’accordo di pace, siglato con l’Etiopia lo scorso 8 luglio, si sono verificate 2 visite del presidente Afwerki nello Stato, in una delle quali è stata riaperta l’ambasciata eritrea ad Addis Abeba. La reciprocità delle visite tra i due Capi di Stato, manifesta un’intensificazione della collaborazione fra i due Paesi.

NIGERIA 6 novembre. Il Principe Carlo d’Inghilterra e sua moglie Camilla hanno concluso il tour del continente africano in Nigeria, con 3 giorni di incontri con personalità politiche e religiose. L’Emiro di Kano, soddisfatto dal dialogo con i reali, ha riferito alla stampa le tematiche toccate durante le loro conversazioni, tra le quali la valorizzazione del ruolo dei giovani all’interno della società, il terrorismo di Boko Haram e la condizione di povertà che affligge gran parte del Paese. SUDAFRICA 8 novembre. Nel maggio del 2019 i sudafricani si recheranno alle urne. Il partito African National Congress e il suo leader, il presidente Ramaphosa, stanno tentando di spegnere il diffuso malcontento causato dalle difficili condizioni

LA TANZANIA INASPRISCE LE POLITICHE ANTI-OMOSESSUALI

Centinaia di cittadini vivono nella paura dopo le ultime decisioni

Di Barbara Polin Dar Es Salaam, Tanzania. Dal 4 ottobre, per centinaia di tanzanesi i vetri e il legno di case sbilenche possono costituire la differenza tra la libertà e una violenta prigionia. Avere un nascondiglio sicuro è una priorità, dopo che Paul Makonda, governatore della città, ha istituito un’apposita task force per individuare e punire gli individui omosessuali. In tutta la città, i vetri vengono infranti e le porte divelte nell’applicazione della legge nazionale che criminalizza l’omosessualità, mentre il Ministro degli Esteri tanzanese dichiara che l’approccio di Makonda riflette le opinioni personali di quest’ultimo e non quelle del governo. In particolare, Makonda ha rivolto un appello alla cittadinanza affinché denunciassero attività e individui omosessuali e ha disposto la costituzione di una squadra di agenti specializzata nel sorvegliare i social network per individuare eventuali utenti gay. Nonostante la posizione assunta dal Ministro, le politiche del Presidente John Magufuli fanno presumere una solida congruenza tra le decisioni locali e nazionali. Dalla sua elezione del 2015, infatti, Magufuli ha creato le condizioni per rendere l’intero Paese un territorio

nemico per gli omosessuali. Nel 2016, per esempio, ha vietato l’ingresso alle ONG impegnate in campagne di prevenzione contro l’AIDS, che prevedevano la distribuzione gratuita di preservativi, e ha dato voce a una retorica omofoba che ha trovato un ampio riscontro nella società tanzanese, mai messa alla prova con una campagna di educazione riguardo ai diritti LGBT. Insieme al contenimento dell’omosessualità, l’agenda politica di Magufuli ospita anche la lotta contro la corruzione e il rafforzamento dell’economia statale. Soprannominato ‘Bulldozer’ per l’atteggiamento duro e deciso, il consolidamento del suo potere ha corrisposto alla sparizione di diversi membri dell’opposizione e alla messa in stato di accusa di molte imprese multinazionali, che avrebbero truffato lo Stato. Le politiche di Magufuli hanno provocato le forti critiche dell’ambasciatore Unione Europea (UE) Roeland Van der Geer, che a sua volta è stato invitato dalle autorità a lasciare il Paese. L’UE, come il resto dei partner della Tanzania, medita una strategia su come affrontare un dilemma dai risvolti scivolosi. Come aiutare il popolo tanzanese e allo stesso tempo contenere gli eccessi minacciosi delle politiche di Magufuli? MSOI the Post • 13


AFRICA economiche in cui riversa il Paese. Le elezioni saranno l’occasione per conoscere l’opinione della popolazione sull’operato del partito che governa dalla fine dell’apartheid e che ha vissuto un periodo di difficoltà nel 2016, terminato dopo lo scandalo dell’ex presidente Zuma, sostituito dall’attuale Ramaphosa. I partiti di opposizione, Democratic Alliance e Economic Freedom Fighters, cercheranno di fare leva sulle gravi discriminazioni razziali ancora presenti e sulla crescente disoccupazione, che al momento raggiunge un tasso del 28%.

SUD SUDAN 8 novembre. Nonostante l’accordo di pace, sarebbero migliaia i bambini-soldato destinati a rimanere, per un tempo ancora imprecisato, nelle mani delle milizie. Tra le motivazioni, vi è la carenza di fondi delle agenzie umanitarie per la cura e la reintegrazione dei minori, con conseguente esposizione dei bambini a possibili e costanti abusi. Finora sarebbero stati liberati 900 bambini-soldato e altri 1000 dovrebbero essere rilasciati entro la fine dell’anno. ZIMBABWE 7 novembre. Tragico incidente tra due autobus. L’impatto tra i due veicoli è avvenuto nella città di Rusape. Le vittime sarebbero 47, tra le quali 2 bambini. Solo 30 corpi sono stati, tuttavia, identificati. A cura di Federica De Lollis 14 • MSOI the Post

WEAH ALLA RICERCA DI FONDI PER LA SUA PRO-POOR AGENDA Il nuovo governo alle prese con una delle sue più grandi promesse elettorali

e che comporterebbe ulteriori afflussi di denaro nelle casse dello Stato liberiano.

Di Valentina Rizzo Lo scorso settembre si è tenuto in Cina quello che ormai è diventato uno dei più importanti summit internazionali: il Forum on China Africa Cooperation (FOCAC). In quest’occasione, il presidente Xi Jinping ha annunciato un piano di finanziamento di ingenti dimensioni, che i Paesi africani riceveranno nei prossimi anni, pari a 60 milioni di dollari. Al vertice era presente anche il neo-presidente liberiano George Weah, al potere dal gennaio 2018. L’obiettivo della delegazione liberiana alla conferenza era quello di accaparrarsi una consistente fetta dei fondi - 3 milioni di dollari - per finanziare la cosiddetta Pro-poor Agenda, uno dei cavalli di battaglia con cui Weah si è presentato alle elezioni, vinte con oltre il 60% dei voti. Il ministro dell’Informazione Lenn Nagbe, ha riferito alla stampa che la strategia del governo è quella di procacciare risorse per i progetti dell’Agenda tramite diverse fonti. Oltre il già citato FOCAC, Manrovia sarebbe in trattativa anche con la Banca Africana per lo Sviluppo e mirerebbe anche ad entrare nell’ambiziosa Belt and Road Initiative, piano di sviluppo per il quale la Cina ha investito 126 miliardi di dollari

Le relazioni tra i due Paesi sono state instabili per molti anni. Da quando, nel 1977, vennero create le prime connessioni diplomatiche, le diverse prese di posizione dei governi liberiani sulla questione delle ‘due cine’ hanno determinato allontanamenti e riavvicinamenti. Dal 2003, tuttavia, Pechino è tornata ad essere un alleato della Liberia, in virtù dell’allineamento taiwanese contro il regime Charles Taylor, oggi sotto processo presso la Corte Speciale per la Sierra Leone. Il governo ha indicato come priorità la necessità di investire nella costruzione di infrastrutture, a partire da strade, porti e rifornimento di energia elettrica. Segnale positivo per un Paese che ha solo il 12% delle strade asfaltate e in cui solo il 4% della popolazione ha accesso a luce e acqua potabile. Front Page Africa, quotidianoonline indipendente, ha indicato nella corruzione la principale causa delle difficoltà nell’allocazione dei soldi pubblici. La corruzione è un male che non ha accennato a diminuire negli scorsi undici anni di presidenza di Ellen Johnson-Sirleaf. In campagna elettorale, Weah aveva promesso di voler combattere la corruzione nella pubblica amministrazione. Sta ora a lui prendere il toro per le corna e condurre il Paese in acque meno torbide.


AMERICA LATINA 7 Giorni in 300 Parole

HAITI TRAVOLTA DALLO SCANDALO PETROCARIBE Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza chiedendo le dimissioni del presidente Moise

Di Tommaso Ellena

ARGENTINA 5 novembre. Il deputato Alfredo Olmedo, omofobo, di estrema destra, dichiaratosi fedelissimo alla Chiesa evangelica e accusato di sfruttamento del lavoro e di schiavismo, ha stupito i giornali affermando che “l’errore di Videla con i desaparecidos fu di lasciarli senza nome”. Non si tratterebbe della prima dichiarazione di questo tenore. Dalla candidatura di Bolsonaro, il suo obiettivo si è concentrato nel guadagnarsi una fortuna politica diventando l’omologo argentino del leader brasiliano. 5 novembre. La giustizia spagnola ha rifiutato, a causa della prescrizione, di consegnare all’Argentina Jean Bernard Lasnaud, accusato di contrabbando di armi. Indagato, inoltre, per aver venduto armi argentine in Croazia negli anni ‘90, nonostante il divieto imposto a causa del conflitto nell’ex Jugoslavia. BRASILE 2 novembre. Il vicepresidente del Brasile, Hamilton Mourao, si è scagliato contro “l’anti-americanismo infantile”, proponendo, inoltre, di stringere una “relazione strategica e non solo commerciale”, tra i due Paesi americani, soprattutto in materia di difesa. Infatti, una delle prime conversazioni telefoniche del neoeletto Jair Bolsonaro si è svolta con il presidente Trump, con il quale avrebbe discusso di difesa militare.

Dalla scorsa metà di ottobre è in corso una feroce protesta da parte del popolo di Haiti, scoppiata in seguito alla notizia della scomparsa di oltre 3 miliardi di dollari dal fondo di Petrocaribe. La Unión de Petróleo del Caribe è un’alleanza nata nel 2005 per iniziativa del governo venezuelano di Hugo Chávez, che permette ad alcuni Paesi situati nel mar dei Caraibi (tra cui Haiti) di acquistare il petrolio venezuelano a prezzi vantaggiosi. Ben 3 miliardi di dollari a disposizione del governo haitiano per acquistare il grezzo venezuelano si sono dissolti nel corso di circa 10 anni, dal 2008 ad oggi: oltre all’attuale presidente Jovenel Moise sono quindi sotto accusa anche i governi degli ex-presidenti René Préval (in carica dal 2006 al 2011) e Michel Martelly (in carica dal 2011 al 2016). Questa appropriazione di fondi coinvolgerebbe 12 ex ministri, che avrebbero utilizzato il denaro sottratto al fondo Petrocaribe per finanziare opere lussuose come lo sfarzoso Hotel Marriott, situato nella capitale Port-au-Prince. Il presidente Moise ha promesso che farà tutto il possibile affinché i colpevoli vengano puniti, dichiarando che “quando si rubano i fondi del governo, sia che si faccia parte del governo stesso, dell’opposizione, o della popolazione, bisogna affrontare la giustizia”.

Le proteste all’interno della capitale haitiana hanno causato violenti scontri tra manifestanti e polizia: il bilancio è al momento di almeno un morto tra le fila dei dimostranti e decine di feriti. La polizia ha fatto ricorso ai gas lacrimogeni per contrastare i manifestanti. La protesta della popolazione, inizialmente diretta contro i ministri coinvolti nello scandalo, si è rapidamente trasformata in una rivolta contro l’intero governo attualmente in carica: il popolo chiede ora le dimissioni del presidente Moise e la costituzione di una conferenza nazionale composta da diverse forze politiche, allo scopo di elaborare un progetto popolare per costituire un nuovo governo. Spetterà al presidente Moise cercare di recuperare la fiducia della popolazione per far sì che il governo resti al comando del Paese. Le prime drastiche decisioni non si sono fatte attendere: il capo del gabinetto ed il segretario generale della presidenza, entrambi accusati di essere almeno in parte responsabili della cattiva gestione dei fondi Petrocaribe, sono stati sostituiti. Anche 16 funzionari governativi sono stati licenziati. Attraverso questi cambiamenti il governo spera di sedare le proteste, ma è ancora presto per valutare se la popolazione darà ancora fiducia all’esecutivo di Moise o se proseguiranno gli scontri.

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AMERICA LATINA STATI UNITI E CUBA: CONVIVENZA DIFFICILE

Nuovo scontro all’ONU: non passa l’emendamento americano

5 novembre. Il movimento evangelico, il cui appoggio è stato decisivo per la vittoria del presidente eletto Jair Bolsonaro, ha chiesto l’istituzione di un Ministero della Famiglia e di una serie di riforme che preoccupano la comunità LGBT+. Anche per tale ragione, molte coppie omosessuali stanno cercando di anticipare la data del proprio matrimonio per il timore che possa entrare in vigore una riforma in materia. COLOMBIA 7 novembre. Il governo colombiano ha denunciato una violazione territoriale da parte della Guardia Nazionale del Venezuela consegnando a Caracas una nota di protesta in quanto “violata la sovranità colombiana”. I fatti sono accaduti il 1 novembre in una zona rurale nel Nord-Est del Paese. PARAGUAY 4 novembre. Il presidente del Paraguay Mario Abdo Benítez si è recato, per la prima volta, in visita e ufficial in Europa, dove è arrivato per un incontro a Roma con Sergio Mattarella e per un soggiorno di 2 giorni in Italia. A cura di Davide Mina

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Di Natalie Sclippa Il 31 ottobre scorso, l’assemblea delle Nazioni Unite ha adottato per il ventisettesimo anno consecutivo una risoluzione che chiede la fine dell’embargo statunitense nei confronti di Cuba: 189 Paesi hanno votato a favore, 2 si sono astenuti, mentre soltanto Stati Uniti e Israele si sono espressi in maniera contraria. Soltanto un’ora dopo il voto, il consigliere di sicurezza nazionale americano John Bolton ha annunciato che decine di imprese cubane sono state aggiunte alla lista delle già oltre cento compagnie bandite, cui è interdetto il commercio con gli Stati Uniti. La decisione arriva in seguito al rifiuto, da parte dell’Assemblea ONU, della proposta di emendamento avanzata il 23 ottobre dalla rappresentante permanente degli USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, contro la violazione dei diritti umani a Cuba. La diplomatica americana aveva denunciato le difficoltà di accesso all’informazione, la mancanza di libertà di espressione, l’assenza di indipendenza giuridica e condannato gli arresti arbitrari e le detenzioni illecite. Tuttavia, era stata attaccata sia da parte cubana, sia da alcuni rappresentanti degli Stati: in particolare, Cuba sottolineava che la povertà dell’isola è in larga parte dovuta all’embargo economico

statunitense, che aveva visto un momento di distensione con l’amministrazione Obama, ma che da due anni è ripiombato in una tensione pericolosa per il continente. In un suo articolo al Miami Herald, Haley si spinge a constatare come, nonostante la portata mediatica dell’assemblea ONU, la decisione spetti al Congresso e al popolo americano. Inoltre, citando gli Obiettivi ONU per uno sviluppo sostenibile, sottopone all’attenzione le gravi mancanze del governo cubano, specialmente per quanto riguarda la promozione di una società pacifica ed inclusiva e per l’uguaglianza di genere. Haley ha attaccato le stesse Nazioni Unite, sostenendo che la risoluzione anti-embargo non cambierà nulla, non avrà nessuna conseguenza positiva sulla popolazione ma, al contrario, servirà a legittimare il trattamento riservato dal regime ai propri cittadini. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez ha criticato la presa di posizione statunitense, sottolineando come il governo americano “manchi di autorità morale” per esprimersi sulla difesa dei diritti umani in qualsiasi Paese, e che l’embargo stesso sia “una violazione degli scopi e dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”.


ECONOMIA EBA: PUBBLICATI I RISULTATI DEGLI STRESS TEST 2018 Le quattro maggiori banche italiane promosse dall’Autorità Bancaria Europea

Di Francesca Maria De Matteis Il 2 novembre scorso, l’EBA ha annunciato in conferenza stampa la pubblicazione dei risultati degli stress test condotti sulle principali banche dell’EU-15. Di questo raggruppamento fanno parte i quindici Stati membri che, al 31 dicembre 2003, facevano parte dell’Unione Europea. Essi sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia and Regno Unito. L’Autorità Bancaria Europea (EBA), insieme all’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (EIOPA) e all’Autorità europea per i valori mobiliari (ESMA), costituisce il Sistema europeo delle autorità di vigilanza, che, dal 2011, rientra in un sistema di prevenzione della destabilizzazione del sistema finanziario dell’Unione. Come ogni due anni, infatti, un esame congiunto di EBA e BCE, in collaborazione con le autorità di vigilanza nazionali, ha sottoposto 48 banche di Paesi UE e dell’EEA a test di resistenza a eventuali shock macroeconomici. La resilienza e la capacità

di assorbimento di situazioni di stress sono state valutate sui risultati ottenuti da simulazioni, quali la caduta dei prezzi degli immobili e la discesa dei corsi azionari. L’Autorità Bancaria Europea stessa descrive così l’obiettivo: “to assess, in a consistent way, the resilience of banks to a common set of adverse shocks. The results are an input to the supervisory decision-making process and promote market discipline.” Tale operazione rientra nei compiti di vigilanza macroprudenziale attribuiti alla Banca Centrale Europea dal Meccanismo Unico di Vigilanza, vigente dal 2014. Condotto secondo il principio del ‘bilancio statico’, definito da EBA, a partire dai bilanci di fine 2017, il test ha riguardato due possibili scenari: di base (baseline) e avverso (adverse). In merito a quest ultimo, il sito ufficiale dell’EBA riporta: “ the adverse scenario has an impact of -395 bps on banks’ CET1 fully loaded capital ratio (-410 bps on a transitional basis), leading to a 10.1% CET1 capital ratio at the end of 2020 (10.3% on a transitional basis)”. Inoltre, il calcolo dei risultati ha preso in considerazione sia gli effetti riscontrati in una simula-

zione fully loaded (a regime), sia su base transitional (transitoria). La banca italiana più salda si è rivelata essere IntesaSanPaolo con un rapporto Capital Equity Tier 1 (CET1) del 10,4% su base transitoria, contro una media del 10,3% in Europa. Tale media scende al 10,05% sui dati da regolamentazione fully faced, e con essa anche le performance delle banche italiane: in testa sempre IntesaSanPaolo con 9,66%, seguita da Unicredit con 9,34%, UBI con 7,46% e Banco BPM Spa con 6,67%. La britannica Barclays Bank è la banca che ha registrato il CET1 ratio più basso, con 6,37%. Quasi in contemporanea, Francoforte ha provveduto a condurre test di resilienza su banche minori. Il campione italiano si compone di sei banche: Bper, Mediobanca, Popsondrio, Iccrea, Credem e Carige. Nonostante non saranno pubblicati i risultati degli stress test condotti, pare che tutti gli enti bancari abbiano superato la prova. Solo Carige ha dimostrato qualche fragilità, riportando un rapporto CET1 inferiore al 5,5% - l’EBA prevede, infatti, che tutte le banche raggiungano un rapporto superiore al 4,5% entro il 2019. MSOI the Post • 17


ECONOMIA THE SANCTION GAME

Gli Stati Uniti impongono le sanzioni, i loro alleati prendono le distanze

Di Michelangelo Inverso E alla fine arrivano le sanzioni. Il Segretario di Stato statunitenste Mike Pompeo ha salutato l’entrata in vigore delle nuove sanzioni all’Iran come “le più dure di sempre”. Pompeo ha, inoltre, spiegato che con il nuovo round di sanzioni il governo iraniano “non avrà più alcun introito da spendere in terrorismo, proliferazione missilistica, guerre per procura regionali, o programmi nucleari”. Queste affermazioni rispecchiano appieno il sistema di alleanze mediorientali di Washington che, dopo aver ampiamente fallito il proprio piano di ‘ristrutturazione politica’ in Siria, ha sperimentato una serie di insuccessi nell’area, a vantaggio dell’alleanza russo-iraniana. Queste sanzioni dunque hanno come obiettivo sia quello, ormai passato, di spronare l’elettorato Repubblicano conservatore e anti-iraniano per le elezioni di midterm, sia di concedere ulteriore vantaggio agli ultimi due solidi alleati nella regione, ovvero Israele e l’Arabia Saudita. Entrambi gli alleati, infatti, stanno molto soffrendo quest’ultima stagione geopolitica: Israele perché è stato messo all’angolo dai nuovi accordi militari tra Siria 18 • MSOI the Post

e Russia, che depotenziano il suo dispositivo di offesa bellico; l’Arabia Saudita invece perché vede continuare la sua disastrosa guerra in Yemen contro i ribelli Houti e perde di credibilità internazionale. Dal canto suo l’Iran, tramite il premier Hassan Rouhani ha risposto duramente al governo statunitense, con manifestazioni filo-governative e con la promessa di aggirare queste sanzioni e addirittura di spezzare il blocco sanzionatorio. E, in effetti, potrebbe anche riuscirci. Innanzitutto, Mikhail Ulyanov, rappresentante permanente della Russia presso le organizzazioni internazionali a Vienna, ha affermato che: “la decisione statunitense di reintrodurre le sanzioni contro l’Iran è assurda e pericolosa nelle sue conseguenze, perché fa deragliare il Joint Comprehensive Plan of Action sul programma nucleare iraniano”. Per la Turchia, membro NATO, Erdogan ha sottolineato che “le azioni degli Stati Uniti sono sbagliate e mirano a sconvolgere l’equilibrio mondiale”. Una posizione molto dura, che riflette il cambiamento di interessi in corso nell’area, con le posizioni di turchi e iraniani più vicine rispetto ad un decennio fa.

Anche l’UE, nelle parole di Federica Mogherini, l’Alto Rappresentante europeo per gli Affari Internazionali, ha assicurato che “l’Europa proteggerà  quegli attori economici che fanno legittimamente affari con Tehran, in linea con la legislazione europea” e con le risoluzioni ONU. Infine, è bene sottolineare che la stessa lista delle sanzioni esclude numerosi grandi Paesi come Cina, India, Giappone e Italia, essendo evidente l’impossibilità di sanzionare tutti, alleati e non, e considerando l’immenso impatto negativo sull’economia mondiale che avrebbe un rigoroso e totale embargo sull’Iran. L’esportazione di prodotti petroliferi iraniani, infatti, che nel solo 2017 fruttava un ammontare pari a 55 miliardi di dollari, equivalente a circa il 12% del PIL del Paese, copriva prima del 2012 circa l’8% della domanda petrolifera mondiale ed è cruciale per tutti quei Paesi che dipendono dall’importazione di petrolio. Di conseguenza, l’Iran potrebbe anche spuntarla stavolta, ma la leadership politica iraniana rischia di saltare se fallisce in questo pericoloso gioco di alleanze e sanzioni.


DIRITTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO HATE SPEECH E DIRITTI DELL’UOMO La Corte EDU e il caso Kurşun c. Turchia

Di Pierre Clément Mingozzi Il c.d. hate speech ricade sotto la protezione garantita dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo? In quale misura – e sotto quali forme – si può considerare legittimo? Su queste questioni, tra le altre, è stata chiamata ad intervenire la Corte EDU nel recente caso Kurşun c. Turchia (n. 22677/10). Il giudizio, che ha visto condannare la Turchia per violazione dell’art. 8 CEDU, si basava sul ricorso di due docenti universitari turchi i quali, a causa delle loro posizioni espresse su un rapporto riguardante la difficile situazione in cui versano le minoranze turche, si sono trovati oggetto di una campagna denigratoriaal limite della diffamazione da parte di alcuni organi di stampa, condita da veri e propri insulti e minacce. I ricorrenti, dopo aver esperito tutti i ricorsi interni come prescritto dalla Convenzione EDU, e dopo averli visti tutti re-

spinti sul piano interno in quanto, secondo i giudici turchi, la libertà d’espressione deve essere garantita, hanno deciso di ricorrere alla Corte europea, tanto più alla luce delle crescenti paure per l’incolumità della loro persona. Nello specifico, “les requérants se plaignent de ne pas avoir pu obtenir réparation du dommage moral qu’ils allèguent avoir subi en raison des articles de presse qui, selon eux, contenaient des insultes, des menaces et des discours de haine à leur encontre, portaient atteinte à leur dignité et participaient à une campagne de «lynchage moral» tendant à dresser l’opinion publique contre eux”. Inoltre, i ricorrenti hanno ritenuto che vi fosse stata anche una violazione dell’art. 10 CEDU in quanto le autorità statali turche non avrebbero ottemperato ai propri obblighi positivi: “qui leur incomberait de garantir l’exercice par eux de leur droit à la liberté d’expression face à des articles de presse qui auraient eu pour buts de les intimider et

d’étouffer le débat ouvert par le rapport relatif aux droits des minorités”. La Corte, tuttavia, nel tracciare la difficile linea di demarca zione tra la legittima libertà di espressione e la parimenti legittima protezione della vita privata e familiare, ha ritenuto che nel caso in esame vi fosse stata violazione dell’articolo 8 Convenzionale. Constatando che, “certains (…) passages sont clairement de nature à appeler directement ou indirectement à la violence ou à constituer une justification de la violence”, la Corte ha infine stabilito “donc que les attaques verbales et les menaces physiques, proférées dans ce contexte à l’encontre des requérants dans les articles litigieux, visaient à réprimer leur personnalité intellectuelle, en leur inspirant des sentiments de peur, d’angoisse et de vulnérabilité propres à les humilier et à briser leur volonté de défendre leurs idées”. MSOI the Post • 19


DIRITTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO L’UNIONE EUROPEA CONTRO LE PLASTICHE MONOUSO Divieto al consumo entro il 2021

Di Chiara Montano Lo scorso 24 ottobre, il Parlamento europeo ha approvato nuove regole sull’utilizzo delle plastiche monouso, al fine di ridurre i rifiuti marini. Infatti, secondo alcuni studi condotti dalla Commissione europea e dal Servizio di ricerca del Parlamento europeo, il 49% dei rifiuti marini è costituito da plastiche monouso, il 27% da plastiche provenienti da materiali da pesca, il 6% da altre plastiche mentre solo il 18% dei rifiuti sono non plastici. Attualmente, negli oceani sono presenti oltre 150 milioni di tonnellate di plastica, le cui conseguenze negative si riflettono non soltanto sulla vita marina, con il degrado degli habitat e i rischi per le specie animali che vivono in mare, ma anche per la salute umana, a causa dell’esposizione alle sostanze chimiche attraverso l’alimentazione. Dal punto di vista economico, il costo stimato dei rifiuti marini è di svariati milioni di euro, soprattutto a scapito dei settori ittico e turistico. Per non parlare dei danni che le plastiche causano al clima: basti pensare che, in termini di emissioni di anidride carbonica, riciclare un milione di tonnellate di plastica 20 • MSOI the Post

equivarrebbe a togliere un milione di auto dalle strade. In particolare, la proposta votata dal Parlamento europeo prevede il divieto totale del consumo nell’UE di quei prodotti monouso in plastica, di cui è già disponibile sul mercato una versione alternativa: cottonfioc, bicchieri, piatti, posate, cannucce, bastoncini per palloncini, miscelatori per bevande. Questi prodotti, infatti, costituiscono il 70% dei rifiuti marini. Gli eurodeputati hanno aggiunto alla lista dei prodotti da vietare anche i contenitori per cibo da fast-food in polistirene. La decisione del Parlamento europeo, approvata con 571 voti a favore, 53 contrari e 34 astensioni, ratifica una proposta della Commissione europea, risalente allo scorso maggio. La Direttiva impone che i prodotti usa e getta siano fabbricati esclusivamente con materiali sostenibili. È inoltre prevista la riduzione, entro il 2025, del consumo di contenitori di alimenti del 25% e del 50% per i filtri di sigaretta contenenti plastica. Tra gli obiettivi proposti, il cui raggiungimento è previsto entro il 2025, vi sono anche la raccolta del 90% delle bottiglie

in plastica, tramite il sistema del vuoto a rendere, e l’obbligo di etichettatura per gli assorbenti igienici, le salviette umidificate e i palloncini. Il fine è di informare i consumatori sulle corrette modalità di smaltimento di tali rifiuti, nonché di sensibilizzarli sugli effetti negativi dei rifiuti in plastica sull’ambiente. I singoli Stati membri, poi, devono impegnarsi a raccogliere ogni anno almeno la metà del materiale da pesca in plastica e riciclarne non meno del 15%. Inoltre, si applica ai produttori la cosiddetta responsabilità estesa per lo smaltimento di una serie di oggetti, fra cui: involucri, filtri di sigarette, salviette umidificate. Sui produttori graveranno, infatti, i costi relativi alla gestione dei rifiuti, inclusi raccolta, trasporto e trattamento degli stessi, nonché le spese per la pulizia delle coste e dei mari. Il prossimo passo verso l’approvazione del testo finale è il raggiungimento di un accordo tra i ministri degli Stati membri, cosicché si possa dare inizio ai negoziati tra il Parlamento europeo ed il Consiglio.


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MSOI thePost Numero 122  
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