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Il Settimanale di M.S.O.I. Torino


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MSOI Torino M.S.O.I. è un’associazione studentesca impegnata a promuovere la diffusione della cultura internazionalistica ed è diffuso a livello nazionale (Gorizia, Milano, Napoli, Roma e Torino). Nato nel 1949, il Movimento rappresenta la sezione giovanile ed universitaria della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (S.I.O.I.), persegue fini di formazione, ricerca e informazione nell’ambito dell’organizzazione e del diritto internazionale. M.S.O.I. è membro del World Forum of United Nations Associations Youth (WFUNA Youth), l’organo che rappresenta e coordina i movimenti giovanili delle Nazioni Unite. Ogni anno M.S.O.I. Torino organizza conferenze, tavole rotonde, workshop, seminari e viaggi studio volti a stimolare la discussione e lo scambio di idee nell’ambito della politica internazionale e del diritto. M.S.O.I. Torino costituisce perciò non solo un’opportunità unica per entrare in contatto con un ampio network di esperti, docenti e studenti, ma anche una straordinaria esperienza per condividere interessi e passioni e vivere l’università in maniera più attiva. Cecilia Nota, Segretario M.S.O.I. Torino

MSOI thePost MSOI thePost, il settimanale online di politica internazionale di M.S.O.I. Torino, si propone come un modulo d’informazione ideato, gestito ed al servizio degli studenti e offrire a chi è appassionato di affari internazionali e scrittura la possibilità di vedere pubblicati i propri articoli. La rivista nasce dalla volontà di creare una redazione appassionata dalla sfida dell’informazione, attenta ai principali temi dell’attualità. Aspiriamo ad avere come lettori coloro che credono che tutti i fatti debbano essere riportati senza filtri, eufemismi o sensazionalismi. La natura super partes del Movimento risulta riconoscibile nel mezzo di informazione che ne è l’espressione: MSOI thePost non è, infatti, un giornale affiliato ad una parte politica, espressione di una lobby o di un gruppo ristretto. Percorrere il solco tracciato da chi persegue un certo costume giornalistico di serietà e rigore, innovandolo con lo stile fresco di redattori giovani ed entusiasti, è la nostra ambizione. Jacopo Folco, Direttore MSOI thePost 2 • MSOI the Post

N u m e r o

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REDAZIONE Direttore Editoriale Jacopo Folco Direttore Responsabile Davide Tedesco Vice Direttori Giusto Amedeo Boccheni, Pilar d’Alò Caporedattori Giusto Amedeo Boccheni , Luca Bolzanin, Pilar d’Alò, Luca Imperatore, Pauline Rosa Capi Servizio Rebecca Barresi, Giusto Amedeo Boccheni, Luca Bolzanin, Lucky Dalena, Pierre Clement Mingozzi, Sarah Sabina Montaldo, Daniele Pennavaria, Leonardo Scanavino, Chiara Zaghi Media e Management Daniele Baldo, Guglielmo Fasana, Anna Filippucci, Vladimiro Labate, Jessica Prietto Editing Lorenzo Aprà, Adna Camdzic, Amandine Delclos Copertine Virginia Borla, Amandine Delclos Redattori Gaia Airulo, Erica Ambroggio, Elena Amici, Amedeo Amoretti, Andrea Bertazzoni, Micol Bertolino, Luca Bolzanin, Davide Bonapersona, Maria Francesca Bottura, Fabrizia Candido, Daniele Carli, Debora Cavallo, Emanuele Chieppa, Giuliana Cristauro, Andrea Daidone, Lucky Dalena, Alessandro Dalpasso, Federica De Lollis, Francesca Maria De Matteis, Ilaria di Donato,Tommaso Ellena, Guglielmo Fasana, Anna Filippucci, Alessandro Fornaroli, Corrado Fulgenzi, Francesca Galletto, Lorenzo Gilardetti, Lara Amelie Isai-Kopp, Luca Imperatore, Michelangelo Inverso, Vladimiro Labate, Giulia Marzinotto, Simone Massarenti, Rosalia Mazza, Davide Nina, Pierre Clement Mingozzi, Alberto Mirimin, Chiara Montano, Sveva Morgigni, Virginia Orsili, Daniele Pennavaria, Barbara Polin, Jessica Prieto, Luca Rebolino, Jean-Marie Reure, Valentina Rizzo, Giacomo Robasto, Clarissa Rossetti, Federica Sanna, Martina Santi, Martina Scarnato, Edoardo Schiesari, Jennifer Sguazzin, Stella Spatafora, Elisa Todesco, Francesco Tosco, Tiziano Traversa, Leonardo Veneziani, Alessio Vernetti, Elisa Zamuner. Vuoi entrare a far parte della redazione? Scrivi una mail a thepost@msoitorino.org!


EUROPA DICHIARAZIONE CONGIUNTA TRUMP-JUNCKER Maggiore cooperazione e dialogo tra Usa ed UE

Di Giuliana Critauro Il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump e il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker si sono incontrati a Washington D.C. per lanciare una nuova fase di cooperazione tra Stati Uniti e Unione Europea, al fine di raggiungere una maggiore e generale collaborazione, attraverso una dichiarazione congiunta.

il funzionamento interno dell’economia transatlantica. L’esito dell’incontro rappresenta il tentativo di riaffermare la centralità della relazione USAUE nel nuovo mondo globalizzato e la consapevolezza che una chiusura protezionista potrebbe condurre ad una guerra commerciale senza vincitori.

L’incontro segna una riapertura verso un partenariato transatlantico che ricorda il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP). L’impegno bilaterale riguarda principalmente l’integrazione dei rispettivi mercati, attraverso la riduzione dei dazi doganali e la rimozione delle barriere non tariffarie esistenti. Negli intenti della dichiarazione rientra anche la volontà di superare la questione dei dazi su acciaio ed alluminio.

Un’intesa transatlantica faciliterebbe la libera circolazione delle merci, il flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati di beni, servizi e appalti privati e pubblici. Si verrebbe a creare la più ampia area di libero scambio esistente dato che le economie degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, insieme, rappresentano circa il 50% del PIL mondiale ed 1/3 del commercio internazionale. La creazione di mercati aperti favorirebbe, inoltre, agricoltori e lavoratori, permettendo un incremento degli investimenti e scambi più equi.

Il raggiungimento di un accordo transatlantico rappresenterebbe indubbiamente uno degli aspetti maggiormente innovativi e rilevanti della cooperazione tra Stati Uniti ed Unione Europea perché, nonostante vi sia già una forte partnership commerciale, non esiste ad oggi un accordo che disciplini

Il programma congiunto prevede la necessità di avviare un maggiore dialogo riguardo la rimozione di norme e procedure amministrative che ostacolano gli scambi commerciali, riducendo le difficoltà burocratiche e tagliando i costi. Ulteriore obiettivo della dichiarazione è quello di unire

le forze per tutelare le imprese americane ed europee da pratiche commerciali sleali a livello mondiale. Uno dei temi centrali è il furto di proprietà intellettuale e la necessità di superare i limiti imposti dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), una questione molto delicata in ambito internazionale. Un gruppo di lavoro operativo composto dai più stretti consiglieri si occuperà di portare avanti il programma congiunto. L’opportunità di raggiungere una concreta attuazione del programma non è scevra da rischi, riguardanti soprattutto la necessità di rispettare standards elevati di garanzia per la salute, la sicurezza dei cittadini e dell’ambiente. Le trattative per il partenariato transatlantico per il commercio e per gli investimenti si erano interrotte nel 2015, anche a causa di un’opposizione pubblica molto forte coordinata dalla campagna Stop TTIP e da Greenpeace che avevano ritenuto che l’accordo fosse caratterizzato da una costante assenza di “trasparenza” mirata a gettare ombre di legittimità. Tuttavia ai fini della piena liberalizzazione del commercio è necessaria la definizione di nuove regole che riflettano un comune minimo denominatore.

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EUROPA POLONIA, CONFLITTO TRA POTERI SEMPRE PIÙ ASPRO L’UE avvia una procedura di infrazione

Di Alessio Vernetti Malgorzata Gersdorf, l’attuale Presidente della Corte suprema polacca che rifiuta di lasciare l’incarico, come invece sancisce una controversa legge varata dal Parlamento all’inizio di luglio, da tempo denuncia con forza le ingerenze del Governo conservatore sul potere giudiziario in Polonia. Poiché la nuova legge polacca abbassa da 70 a 65 anni l’età pensionabile obbligatoria per i giudici della Corte suprema, ben 27 dei 72 giudici, ossia più di uno su tre, rischiano di essere forzatamente collocati in pensione. Tale misura si applica anche alla Presidente della Corte Suprema, che vedrebbe terminare in anticipo i suoi 6 anni di mandato, in violazione del terzo comma dell’articolo 183 della carta costituzionale polacca. È per questo che le opposizioni, e in particolare Piattaforma Civica, hanno sostenuto che questo progetto di riforma miri a rimuovere i giudici non graditi all’esecutivo, sostituendoli con altri filogovernativi. La Commissione Europea ha deciso pertanto di avviare una procedura di infrazione contro la Polonia, ritenendo 4 • MSOI the Post

che “queste misure ledano il principio di indipendenza della magistratura, in particolare nell’aspetto dell’inamovibilità dei giudici e che la Polonia venga quindi meno agli obblighi assunti con l’art. 19, par. 1, del Trattato sull’Unione europea (TUE) in combinato disposto con l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. Il governo, guidato dal premier Mateusz Morawiecki, ha giustificato la riforma spiegando di voler cacciare gran parte della “casta” dei giudici, reputandola inefficiente e legata alla vecchia classe dirigente comunista. Il numero di giudici della Corte sarà inoltre aumentato a 120, e tutte le nuove nomine – sia quelle volte a sostituire i giudici mandati in pensione, sia quelle volte ad assegnare i nuovi seggi – verranno decise dal Governo, che potrebbe ampiamente controllare due terzi della Corte. Il 26 luglio scorso, migliaia di manifestanti polacchi si sono riversati di fronte al palazzo presidenziale di Varsavia protestando contro la volontà del Presidente della Repubblica Andrzej Duda, eletto nel 2015 come candidato del partito di Governo (Diritto e Giustizia), di firmare la legge sulla riforma

della Corte Suprema. Tale riforma garantirebbe allo stesso Capo dello Stato, secondo quanto previsto da un emendamento passato al Senato, alcune prerogative nella nomina dei giudici della Corte. Il 2 agosto la Corte suprema ha annunciato la sospensione dei pensionamenti dei propri giudici di almeno 65 anni, sollevando davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea cinque “quesiti pregiudiziali” in merito a questa procedura. La prima questione, in particolare, verte sulla conformità della riforma polacca con il principio di inamovibilità dei giudici. “La Corte suprema presenta dei dubbi a un organo indipendente, straniero, creato conformemente ai trattati dell’UE per risolvere tali dubbi”, ha dichiarato alla stampa Michal Laskowski, portavoce della Corte suprema polacca. Parlando a Strasburgo, la Presidente Gersdorf ha non farsi sottolineato di illusioni sull’esito dello scontro: “Qui il potere esecutivo vuole imporsi e si impone sul diritto, sull’autonomia della magistratura. Allora forse diverrò la prima Presidente in esilio del tribunale supremo”.


NORD AMERICA “LA DIVERSITÀ È LA NOSTRA FORZA”

La politica d’inclusione targata Trudeau tra polemiche e nuovi obiettivi

Di Erica Ambroggio Da anni, sul tema dell’immigrazione, il Canada si distingue per la promozione di valori quali accoglienza e inclusione. Una politica chiara e diretta all’integrazione di coloro che raggiungono lo Stato nordamericano in cerca di opportunità, è stata la chiave per il mantenimento di un ordine e di un equilibrio, divenuti un modello per le società investite dal medesimo e imponente fenomeno migratorio. Ogni anno, il Ministro canadese per l’Immigrazione, i Rifugiati e la Cittadinanza presenta in Parlamento un rapporto sull’immigrazione, effettuando una previsione e una pianificazione delle ammissioni dei residenti temporanei o permanenti nel Paese per l’anno successivo, indicando con lo status di residente permanente coloro che otterranno uno stabile permesso di lavoro o studio in Canada, salvo in presenza di gravi violazioni delle norme locali. L’attuale programma sull’immigrazione dello Stato canadese è, inoltre, conosciuto per l’attenzione riservata al reinsediamento di coloro che detengono lo status di rifugiato e alle attività di ricongiungimento familiare. Nel 2016, il Canada

ha ammesso 296.346 residenti permanenti. Tra questi, il 20% è stato rappresentato da rifugiati e, come aveva ricordato il ministro canadese per l’Immigrazione, Ahmed Hussen, “Più di 62.000 persone sono state ammesse in Canada come rifugiati reinsediati”. Numeri, questi, caratterizzati da un ulteriore aumento nel 2017. “A quelli che fuggono dalla persecuzione, dal terrore e dalla guerra, i canadesi daranno il benvenuto. La diversità è la nostra forza”. Parole pronunciate dal primo ministro canadese Justin Trudeau e divenute slogan della propria linea politica. Esse hanno contribuito non solo a fortificare l’immagine di una società aperta, ma anche a segnare una netta contrapposizione con le politiche statunitensi. I nuovi programmi proposti per il futuro non sembrano, d’altra parte, cambiare rotta. A partire dal 2018, il Canada ha dato avvio a un Piano pluriennale per l’immigrazione con scadenza fissata nel 2020. Il programma determinerebbe l’aumento graduale dei residenti permanenti all’interno del Paese, prevedendo di passare dalle 310.000 ammissioni, previste per l’anno 2018, alle 340.000 fissate per il 2020.

Tuttavia, le polemiche sulle politiche adottate dal Premier canadese non sono mancate, alimentando critiche e opinioni contrastanti sulle modalità di gestione del fenomeno migratorio. Inoltre, le politiche di Donald Trump hanno pesantemente contribuito a innalzare il numero dei migranti, provenienti dagli Stati Uniti. Protagonista indiscussa delle cronache degli ultimi mesi è stata, in particolare, la Roxham Road, linea di confine tra lo Stato di New York e la provincia del Québec. Un luogo di speranza, nel quale viene meno l’applicazione del Safe Third Country Agreement in vigore tra Stati Uniti e Canada. A partire dal 2017, è iniziata un’ondata di arrivi dai vicini USA che ha investito molte province canadesi, registrando un numero di attraversamenti irregolari del confine superiore rispetto agli anni precedenti. Il premier Trudeau ha sempre e solo parlato di “sfida”, mai di “crisi”. Il pericolo di un sovraccarico del sistema sembrerebbe, tuttavia, essere il cavallo di battaglia dell’opposizione al fronte liberale; una questione delicata, che potrebbe modificare ulteriormente il sentimento dell’opinione pubblica in vista delle elezioni del 2019.

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NORD AMERICA 3D GUN PRODUCTION AND DEVELOPMENT HALTED

District Judge orders temporary stop for 3D gun blueprint release

By Kevin Ferri On July 31st, a federal judge blocked the publication of 3D-printed gun blueprints that lawmakers around the country fear would lead to a wave of easily produced, untraceable firearms. United States District Judge Robert Lasnik released a restraining order in Seattle that effectively halted a company’s plans to release the designs, arguing, “There is a possibility of irreparable harm because of the way these guns can be made”. Furthermore, wherever guns come into the equation so does politics. President Donald Trump managed to follow up on the court ruling and made comments raising concerns about 3D-printed guns. Trump had tweeted: “I am looking into 3D Plastic Guns being sold to the public. Already spoke to N.R.A., doesn’t seem to make much sense!” Even though the N.R.A. is recognized as the most influential gun lobby in the U.S., now it seems to be worried about gun-building companies it can’t control. Creating a 3D-printed gun is rather easy. It requires a 3D printer, a specific type of high quality plastic, and a blueprint. The main concern is that

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3D-printed guns will make it easy to bypass federal laws. In fact, printing a gun does not require a background check or any documentation, offering a workaround for people who are legally prohibited from buying a gun due to a criminal record or history of mental illness. A 3D-printed gun can also be easily made without a serial number or anything that would make these firearms easily traceable if they are used in a crime. The release of 3D-printed gun blueprints, however, has become an issue now in large part due to the Trump administration. The previous one, under President Barack Obama, had forced Cody Wilson, the founder of Defense Distributed, to stop publishing these blueprints on its website. However, Wilson sued the government in hopes of republishing the codes needed to print the guns. The case seemed like an easy win for the government, with multiple courts initially ruling in the government’s favor. But once the Trump administration came in, with its gun-friendly politics, the Department of Justice almost immediately agreed to a settlement. Wilson basically obtained everything he wanted. The deal allowed Wilson to publish his blueprints starting Au-

gust 1st, and  paid him $40,000 to cover for his legal costs. The federal court, however, put Wilson’s plans on hold. It remains unclear as to what should happen next. Even if the court order holds up, how long can the government really stop 3D-printed guns from becoming a new viral wave? The main issue is that the internet has, from piracy to blueprints for other kinds of weapons, always found a way to quickly spread information. In fact, there already are websites hosting 3D-printer designs for guns, and sites dedicated to hosting files. As soon as the blueprints were released, many files were uploaded to sharing sites such as uTorrent, The Pirate Bay, and GitHub. This logically means that everybody surfing the Web is able to acquire the files and create the 3D plastic guns and rifles if capable of retrieving a suitable 3D-printer. In conclusion, it is for sure that technological progress in the arms sector must have well defined boundaries, ordered by the government, not just to limit the outflow of weapon construction information towards other nations, but also possibly reducing the probability of mishandling by its own citizens.


MEDIO ORIENTE AHED TAMIMI: IL SIMBOLO DELLA LOTTA PALESTINESE Libera dopo 8 mesi la 17enne simbolo della resistenza palestinese

Di Maria Francesca Bottura Per Ahed Tamimi, come per molte altre ragazze palestinesi, rinunciare ad una vita normale non è stata una scelta. Così come non poter vivere la serenità dei suoi 16 anni. La sua è una famiglia di attivisti: sin da bambina si è ritrovata a lottare al fianco dei suoi genitori, a partire dal 2009, quando nel suo villaggio, Nabi Saleh in Cisgiordania, sono cominciate le proteste contro le forze militari israeliane per avere libero accesso ad una fonte d’acqua. A 11 anni ha ricevuto un encomio dal presidente palestinese Mahmoud Abbas per il coraggio dimostrato nell’aver cercato di impedire l’arresto della madre, coraggio che ha dimostrato anche 3 anni più tardi, durante l’arresto del fratello. Poi a 16 anni, lo scorso dicembre, suo cugino, di un anno più giovane, viene colpito in viso da un proiettile di gomma

durante una protesta nella sua città natale e lei si scaglia contro i fautori dello sparo: un gruppo di soldati israeliani. Scatta l’arresto, assieme alla madre Nariman e, nonostante le proteste dei familiari e di parte della comunità internazionale, viene incriminata con diversi capi d’accusa, tra cui incitamento alla violenza e lancio di pietre. Ahed patteggia, come la maggior parte dei minorenni palestinesi processati nei tribunali militari, per evitare una pena più severa. Viene così condannata a 8 mesi di reclusione e al pagamento di 5.000 shekel. Secondo un rapporto redatto da UNICEF nel 2013, nel 70% dei casi con minori a processo non viene concessa la cauzione per il rilascio: e così è stato per Ahed Tamimi, chiusa in carcere per 8 mesi senza la possibilità di uscita anticipata. Il 29 luglio scorso è stata infine scarcerata. Ma Ahed non è l’unica giovane

impegnata nell’attivismo contro l’occupazione israeliana. A ricordarlo è sua madre in un’intervista all’agenzia Anadolu: “[...] probabilmente è per il suo aspetto che ha ottenuto solidarietà da tutto il mondo. E questo razzista”. Secondo la donna, la pelle chiara, i capelli biondi e gli occhi azzurri della figlia avrebbero aiutato a rendere Ahed Tamimi l’icona della lotta pro-Palestina. Un aspetto lontano dai classici canoni fisici dei bambini palestinesi, cosa che renderebbe la solidarietà internazionale dimostrata nei confronti della ragazza alquanto “razzista”. Nel corso degli ultimi anni, sono stati numerosi i ragazzi arrestati dai soldati israeliani, ma nessuno prima di loro era mai riuscito a raggiungere la fama di Ahed. Il volto di nessuno di loro era mai stato dipinto sul muro che divide lo stato di Israele dalla Palestina: nessuno è mai stato arrestato per averlo fatto, come nel caso dell’artista Jorit.

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MEDIO ORIENTE GUERRE COMMERCIALI PER PACI DURATURE Le nuove sanzioni commerciali imposte all’Iran dagli USA riscuotono poco successo fra gli alleati

Di Jean Marie Reure Dopo i dazi imposti alla Cina, al Canada e all’Europa, “The Donald” torna a rivolgere il suo sguardo ad Oriente. Dopo essersi ritirato dall’accordo sul nucleare stretto con Teheran dal suo predecessore, le nuove – tanto annunciate – sanzioni sono entrate in vigore martedì 7 agosto scorso. L’efficacia di questa nuova ondata di sanzioni è tuttavia decisamente dubbia: il principio sul quale questo genere di ritorsioni si regge è difatti la risposta unanime della comunità internazionale. Se in precedenza questa aveva adottato all’unisono misure sanzionatorie nei confronti della politica nucleare iraniana, oggi la situazione è assai diversa. In primo luogo l’Europa non solo non ha denunciato l’accordo, ma ha pure, per voce dell’alto rappresentante Mogherini, esortato le sue imprese a fare affari con l’Iran constatando che Teheran ha, sino ad ora, rispettato gli accordi presi. I Paesi membri dell’UE sono dunque liberi di commerciare con la Repubblica Islamica. 8 • MSOI the Post

La Russia si è poi impegnata a mantenere in vigore il trattato siglato nel 2015 e la Cina non sembra avere alcuna intenzione di rinunciare ai business con l’Iran. Capofila nel caldeggiare le sanzioni sono invece Israele e Arabia Saudita, sempre più sulla “stessa lunghezza d’onda”. Baghdad invece, per quanto “rispettosa della volontà americana” si dichiara contro le sanzioni e decide di non allinearsi.

Burt replica “Questa volta gli americani davvero non ci hanno preso”. Mentre l’Iran raccoglie dichiarazioni di sostegno, gli USA sembrano proseguire sempre più soli.

Nel complesso, quindi, l’atteggiamento della comunità internazionale nei confronti di queste nuove sanzioni è tutt’altro che unanime, e la divisione fra oppositori del regime iraniano e fautori di un riavvicinamento si fa sempre più netta.

Lo scacchiere globale sta cambiando rapidamente grazie al contributo di Cina e Russia, eppure in Medio Oriente gli assi della politica americana continuano ad essere esclusivamente Israele e Arabia Saudita. Lungi dal presumere che sia stata proprio questa “triplice alleanza” a causare il sanguinoso conflitto in Yemen e le tensioni fra Qatar e casa Saud, è evidente che gli equilibri geopolitici della regione stanno cambiando. Se davvero l’obiettivo fosse quello della pace mondiale, forse i diversi attori dovrebbero iniziare a tenerne conto.

In un tweet il presidente USA, annunciando l’entrata in vigore di sanzioni “più rigide che mai” afferma di “non volere nulla di meno che la pace nel mondo” e, a tal proposito, chi continuerà a fare affari con l’Iran non potrà più fare affari con gli USA. Le minacce però non spaventano i partner, peraltro già colpiti da dazi imposti dagli USA, tanto che il ministro degli esteri inglese

Il ministro degli esteri Iraniano Zarif è chiaro in proposito: “non saranno dei diktat tweettati a far cambiare le cose, basta con l’unilateralismo americano: chiedetelo all’Europa, alla Cina, alla Russia e ai nostri altri partner commerciali.” La pace, soprattutto in Medio Oriente, sembrerebbe richiedere condivisione di potere, non l’asfissia di un attore emergente.


RUSSIA E BALCANI IL NUOVO CENTRO DI SMISTAMENTO DELLA DROGA

Le nuove rotte della droga verso i Paesi europei passano per l’Azerbaijan

Di Davide Bonapersona È ormai dal 2006 che in Azerbaijan si registra un’escalation nel consumo di droga tra la popolazione e dal 2015 la situazione è peggiorata ulteriormente. Ma il problema della droga sta diventando ancora più preoccupante: il Paese, infatti, è oggi uno snodo fondamentale per il traffico della droga che dall’Afghanistan e dall’Iraq raggiunge l’Europa e la Russia. Queste due problematiche, evidentemente collegate, sono, purtroppo, ancora troppo spesso ignorate o, quanto meno, sottovalutate dalle autorità azere e internazionali. Osservando le statistiche ufficiali fornite dall’Azerbaijan e dalle Nazioni Unite, si può notare come, negli ultimi 10 anni, il numero di persone definite “dipendenti da droghe” in Azerbaijan sia più che raddoppiato. La notizia è ancora più triste se si considera che molto spesso, in questi casi, le statistiche ufficiali fotografano solo parzialmente la realtà. È immaginabile quindi che il numero di tossicodipendenti sia decisamente superiore a quello registrato. Il 2015 è da molti identificato come l’anno nel quale il Paese è stato definitivamente risucchiato nel vortice della droga.

In quell’anno, infatti, in Azerbaijan è scoppiata una forte crisi economica, causata dal crollo del prezzo del petrolio e del gas naturale, che ha comportato un deciso aumento della disoccupazione e dell’inflazione. Ciò ha avuto la conseguenza di indurre la popolazione, in particolare quella giovanile, in un grave stato di depressione. L’incertezza sulle prospettive future, la mancanza di assistenza da parte dello Stato ed un flusso di droghe sempre maggiore nel Paese hanno fatto dell’Azerbaijan un terreno fertile per il consumo di sostanze stupefacenti. Quanto al ruolo di Paese di transito della droga, va sottolineato che la situazione è peggiorata drasticamente dal 2014. Infatti, per lungo tempo, la via preferita dai corrieri della droga è stata la penisola anatolica, per via del suo collegamento diretto con i Balcani e l’Europa. Tuttavia, la situazione politica del Medio Oriente, ha portato la Turchia a decidere di bloccare le sue frontiere nel 2014, rendendo così i il traffico molto p ù arduo. Per questo motivo, i trafficanti hanno deciso di spostare la loro rotta verso l’Azerbaijan, sfruttando il fatto che al confine con l’Iran i controlli sono sempre stati scarsi o inesistenti. Un rapporto delle Nazioni Unite

ha, infatti, evidenziato che oggi l’Azerbaijan è divenuto un anello essenziale della catena che collega i campi di oppio dell’Asia Centrale con le principali città europee e russe. In questo contesto, il grave stato di corruzione delle istituzioni del Paese ha ulteriormente facilitato il lavoro dei trafficanti. Negli ultimi anni, questi fenomeni si sono acuiti a causa dell’inerzia delle autorità azere che hanno fallito nel tentativo di sorvegliare le frontiere e che hanno ignorato, o fatto finta di non vedere, l’aggravarsi della situazione. Inoltre, varie inchieste hanno denunciato la totale inadeguatezza del sistema di assistenza a coloro che sono finiti nella ragnatela della dipendenza. A onor del vero, va detto che, soprattutto negli ultimi mesi, l’Azerbaijan ha firmato degli accordi di cooperazione per la lotta al traffico di droga sia con Paesi vicini come l’Iran, la Georgia e la Turchia, sia con Paesi più a valle nel traffico di droga come, ad esempio, l’Ucraina. Tuttavia, al momento, queste misure hanno sortito poco effetto e probabilmente per una drastica riduzione del problema sarebbe auspicabile un intervento diretto delle autorità europee e russe.

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RUSSIA E BALCANI RUSSIA 2018: RISVOLTI POLITICI DI UN EVENTO SPORTIVO

Turismo, economia, relazioni internazionali: bilancio extra calcistico del Mondiale

Di Ilaria Di Donato Per un mese gli occhi del mondo sono stati puntati sulla Russia, sede dei Mondiali di calcio 2018. Lo Stato guidato da Vladimir Putin ha investito ingenti somme per la costruzione di dodici nuovi stadi, strutture ultra moderne che hanno diffuso un volto nuovo della Russia: non più Paese autoritario e repressivo ma dinamico e inclusivo, pronto ad accogliere milioni di spettatori giunti per assistere dal vivo alla più importante competizione calcistica. Ma lo sport, si sa, si presta ad essere strumentalizzato a fini politici. Le partite disputate sono state un efficace pretesto per incontrare altri Capi di Stato e per cercare di rompere l’isolamento internazionale in cui la Russia si trova. Sui campi russi si è giocata, a ben vedere, un’importante partita diplomatica prima che calcistica. I rapporti della Russia con i Paesi europei e con gli Stati Uniti, da sempre tesi, si sono ulteriormente irrigiditi nel marzo scorso, a seguito dell’avvelenamento di Skripal, ex spia dei servizi segreti russi, portando a un ulteriore allontanamento del Cremlino dall’Occidente. L’Inghilterra, teatro del caso 10 • MSOI the Post

Skripal, ha manifestato il proprio malcontento non solo espellendo diplomatici russi in odore di spionaggio, ma anche attraverso il boicottaggio da parte degli esponenti del governo dei Mondiali. Tuttavia, la tecnica del boicottaggio non ha sortito l’effetto sperato, come accadde nel 2014 per i Giochi olimpici di Soči. L’edizione dei Mondiali 2018 si chiude, infatti, con un risultato notevole, sintetizzabile in un paio di cifre: tre milioni di turisti giunti in Russia per l’occasione e 12 miliardi di euro spesi, cifra che impallidisce di fronte agli oltre 42 miliardi stanziati per le Olimpiadi del 2014. Ad un mese di distanza dal fischio finale di Russia 2018, si possono tirare le somme di questo seguitissimo evento. Le forze di polizia, distanziandosi dagli stereotipi di rigidità da sempre attribuitigli, sono state al contrario indulgenti nei confronti non solo dei tifosi che bevevano birra per strada, ma anche degli stessi residenti. La tolleranza è stata il leit motiv della manifestazione, si pensi alla possibilità concessa ad associazioni per i diritti umani di organizzare un torneo di calcio tra immigrati irregolari all’ombra del Cremlino. In generale, le autorità hanno veicolato il messaggio che la Russia è una

nazione sicura e ordinata ma al contempo aperta e festosa. Bilancio positivo anche per il turismo: si stima un aumento del 15% di visitatori stranieri, attratti dalle bellezze della nazione e ricredutisi sui luoghi comuni che dipingevano i russi come un popolo inospitale. All’indubbio successo esterno non si affianca, tuttavia, un risultato interno altrettanto positivo. Sebbene la popolarità del presidente Putin resti molto alta, si rivela comunque in calo rispetto ai precedenti sondaggi. Il Paese è in ripresa economica, ma i guadagni sono quasi esclusivamente legati all’industria petrolifera ed anche le cifre spese per il Mondiale non riusciranno a rimpinguare in modo consistente le casse dello Stato: a fronte degli oltre 12 miliardi spesi per organizzare l’evento, solo 3 ne sono stati incassati. È vero che la competizione calcistica ha generato una serie di posti di lavoro, ma si è trattato di contratti temporanei e anche alberghi e ristoranti non beneficeranno più del flusso di clienti avuto nel mese passato. Risultati troppo deboli per essere destinati a durare nel tempo.


ASIA E OCEANIA IMPRIGIONATI PER AVER SVOLTO IL PROPRIO LAVORO

Al vertice ASEAN, appelli per la liberazione di Wa Lone e Kyaw Soe Oo

Di Micol Bertolini 237 giorni in prigione: il calvario di due giornalisti di Reuters imprigionati a dicembre 2017 sembra non avere fine. Wa Lone e Kyaw Soe Oo, entrambi birmani, stavano investigando sul massacro di 10 uomini rohingya nello Stato di Rakhine, sul versante occidentale del Myanmar, prima di essere arrestati dalla polizia locale con l’accusa di aver violato Act l’Official Secrets . Introdotto dai colonialisti inglesi nel 1923, tale atto, posto a protezione dei segreti di stato, prevede una pena di 14 anni di prigione per chiunque trasmetta segreti di stato a nemici del Myanmar, danneggiandolo. La legge è priva di ogni requisito di determinatezza e permette virtualmente di ricondurre alla fattispecie una vastissima casistica. L’Official Secrets Act è stato tuttavia applicato raramente: l’ultimo caso risale al 2014, quando il direttore dell’Unity Journal e quattro suoi giornalisti furono condannati a 10 anni di prigione per aver pubblicato un articolo relativo ad una fabbrica segreta di armi chimiche gestita dall’esercito. Al momento dell’arresto i due giornalisti di Reuters erano in possesso di documenti

collegati ai massacri della popolazione rohingya di Rakhine da parte delle forze armate birmane, e contenenti informazioni per localizzare le basi di questi ultimi. Stando alla testimonianza di Wa Lone, le fonti sarebbero state loro fornite durante un incontro richiesto da due poliziotti in un ristorante a Yangon, i quali hanno successivamente negato di aver consegnato informazioni riservate ai giornalisti, arrestati qualche minuto dopo lo scambio al ristorante. Stando alla testimonianza del capitano di polizia Moe Yan Naing, le forze dell’ordine birmane avrebbero orchestrato l’incriminazione di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, attentando alla libertà di stampa per ridurre la risonanza mediatica della questione rohingya. Secondo poi lo stesso Wa Lone, gli interrogatori a cui lui ed il collega sono stati sottoposti, invece di vertere sui documenti in questione, hanno riguardato la loro azione investigativa nel Rakhine, svolgendosi inoltre con forme di tortura, quali privazione del sonno per più di due giorni o costrizione a restare in ginocchio per ore. Le sanzioni alla libertà di espressione che i giornalisti erano costretti a subire sotto

il regime militare riemergono quindi con Aung San Suu Kyi, per quanto lontane dalla censura preventiva su ogni forma di libera espressione messa in atto dal governo birmano dal 1962 al 2012. La stampa internazionale e numerosi politici come Boris Johnson, ex ministro degli esteri inglese, e recentemente Mike Pompeo, segretario di Stato degli Stati Uniti, si sono appellati al governo birmano per il rilascio dei due giornalisti e per risolvere quello che è stato definito dagli USA un caso di pulizia etnica della minoranza musulmana del Paese. L’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU si unisce alla condanna e Reuters, che nel frattempo ha pubblicato i lavoro di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, dichiara ingiusto il “trattenere i due solo per aver svolto il proprio lavoro”. In risposta ai commenti di Pompeo durante l’incontro ASEAN, il portavoce del governo birmano, Zaw Htay, ha affermato che la decisione spetta ai giudici: “La nostra magistratura è indipendente, Reuters e le famiglie dei giornalisti sono trattati equamente secondo la legge, nel rispetto di tutte le procedure”. MSOI the Post • 11


ASIA E OCEANIA HUN SEN ELIMINA L’OPPOSIZIONE E DOMINA LE LEGISLATIVE Guerra ai media e agli oppositori politici, il PPC ottiene il 77,5% dei voti

Di Virginia Orsili Domenica 29 luglio i cittadini cambogiani si sono recati alle urne per le elezioni legislative. Hun Sen, leader del Partito del Popolo della Cambogia (PPC) e Primo Ministro dal 1985, è stato rieletto alla guida del Paese. Il portavoce del partito, Sok Eysan, ha dichiarato di aver vinto con il 77,5% dei voti, conquistando 114 dei 125 seggi disponibili all’Assemblea Nazionale. I restanti sono stati conquistati da FUNCINPEC, partito monarchico alleato del PCC, che se n’è aggiudicati 6, e dalla Lega per la Democrazia, partito progressista di opposizione, che ne ha ottenuti 5. Sam Rainsy, leader del maggior partito d’opposizione alle legislative del 2013, il Partito Cambogiano di Salvezza Nazionale (CNRP), ha dichiarato: “Queste elezioni-farsa vogliono legittimare l’uccisione della democrazia compiuta da Hun Sen”. Negli ultimi mesi il regime ha dispiegato i propri mezzi al fine di debellare ogni tipo di opposizione e dissenso. I principali organi di stampa e d’informazione indipendenti, come il Cambodia Daily e il 12 • MSOI the Post

Phnom Penh Post, sono stati infatti costretti alla chiusura, o ad allinearsi alla chiave di lettura imposta dal regime. Diversi giornalisti sono stati arrestati o costretti a rifugiarsi all’estero. Il venerdì prima delle elezioni i servizi informatici sono stati incaricati di bloccare alcuni siti web critici del regime, tra cui Radio Free Asia, Voice of America e Voice of Democracy. Inoltre, il CNRP è stato costretto a sciogliersi. Alle elezioni legislative del 2013 il partito si era aggiudicato il 44% dei voti e aveva lanciato una protesta contro presunti brogli elettorali portati avanti dal PPC. A settembre 2017 il leader del gruppo, Kem Sokha, è stato arrestato per presunto tradimento, mentre gli altri membri si sono rifugiati all’estero in cerca di sostegno. Nel novembre dello stesso anno la Corte Suprema ha deciso di dissolvere il partito, con il pretesto di una sua presunta collaborazione con gli Stati Uniti per far cadere il governo. Il CNRP ha perso così i 55 seggi all’Assemblea Nazionale e la possibilità di partecipare alle imminenti legislative. Il PPC ha corso quindi senza alcun concreto rivale, nonostante la

presenza di 19 partiti minori, inseriti per lasciare ai cittadini l’illusione di una scelta. Sebbene Hun Sen temesse una scarsa affluenza a causa dell’appello lanciato dall’opposizione per l’astensione, alle urne si è presentato l’82,71% della popolazione, rafforzando le sue pretese di legittimità. In realtà, numerosi cittadini hanno dichiarato di aver ricevuto intimidazioni o promesse, venendo indotti così al voto. Una volta entrati nei seggi, i votanti sono stati invitati a tingersi le dita con inchiostro indelebile. Così facendo, le autorità hanno facilmente potuto riconoscere chi ha preso parte al voto e chi no. Stati Uniti ed Unione Europea hanno deciso di ritirare i fondi destinati all’organizzazione delle elezioni e di non inviare osservatori, arrivati invece per la prima volta dalla Cina, ormai principale investitore nel Paese. La RPC, da cui non arrivano richiami al rispetto dei diritti umani, è stata infatti scelta da Hun Sen come nuovo principale alleato, svincolandosi così da obblighi e restrizioni imposte da UE e USA.


AFRICA QUANDO SAPERE SIGNIFICA MORIRE

Triplo omicidio di giornalisti in Centrafrica: vittime del caso o della volontà?

Di Guglielmo Fasana Per quale motivo tre giornalisti russi avrebbero dovuto trovare la morte nel cuore del territorio ribelle della Repubblica Centrafricana? È questo l’interrogativo che ormai da lunedì 30 luglio si pongono i colleghi di Kirill Radchenko, Alexander Rastorguyev e Orkhan Dzhemal, tre giornalisti uccisi ad un posto di blocco da una banda armata. I tre facevano parte della redazione di una testata giornalistica riconducibile ad un magnate russo del petrolio in esilio, Mikhail Khodorkovsky. I dettagli emersi finora non hanno contribuito a dare certezze, quanto piuttosto a proiettare nuove ombre sulla vicenda, tra le quali si profila, sullo sfondo, la sempre più incombente sagoma del Cremlino sullo Stato centrafricano. Il mestiere di giornalisti e reporter che investigano conflitti in divenire spesso comporta grandi rischi e questi possono provenire da diversi tra gli attori coinvolti. In questo caso è accaduto il peggio e per di più, ai contendenti locali, ossia i ribelli e il governo della CAR, si è aggiunta una variabile esterna.

La Russia ha infatti notevolmente intensificato le relazioni con diversi Paesi africani, tra cui proprio la Repubblica Centrafricana. Gli scambi diplomatici vertono soprattutto sul ruolo russo di partner militare, sia come fornitore di equipaggiamenti sia come advisor dal punto di vista tattico e strategico nella lotta ai gruppi ribelli, data la situazione di guerra civile in corso nel Paese. In questo quadro di azione bilaterale, favorito dall’operato del presidente centrafricano Faustin-Archange Touadéra, si inserisce il ruolo delle compagnie private di contractors, unità di mercenari altamente addestrate, simili a eserciti in miniatura. I tre giornalisti russi stavano indagando proprio sul coinvolgimento nel conflitto centrafricano di una di queste società, la Wagner Group, prima di venire assassinati. Questa compagnia privata non è però uguale alle altre: il presunto proprietario, Yevgeniy Prigozhin, è infatti un oligarca, amico del Presidente Vladimir Putin. La Wagner viene spesso indicata come l’esercito fantasma della Russia, impiegata in diversi punti

strategici, Siria.

dal

Donbass

alla

È solo di qualche mese fa la notizia di un giornalista caduto dal quinto piano del suo palazzo: anche lui indagava sulla Wagner. Il Cremlino, d’altro canto, smentisce ogni collegamento tramite la portavoce del Ministero degli Esteri, che insiste sul fatto che i tre si siano spinti in territorio ribelle contro il parere della sicurezza, oltre al fatto di aver utilizzato un semplice visto turistico per entrare nel Paese, senza ottenere l’appropriato accreditamento. Resta da considerare che la zona in cui si è consumato il crimine è molto lontana dalla capitale Bangui, il fulcro dell’autorità statale in Centrafrica, e la stessa è contesa tra diversi gruppi ribelli e terroristici. Diverse di queste organizzazioni non vedono di buon occhio l’ingerenza di potenze straniere sul territorio centrafricano. Per quanto sia probabile che i tre giornalisti siano stati presi di mira per fungere da monito a chi verrà dopo di loro, l’interrogativo sulla responsabilità del loro assassinio resta senza risposte certe.

MSOI the Post • 13


AFRICA PROSAVANA

Il progetto di sviluppo che espropria i contadini mozambicani.

Di Jessica Prieto ProSavana è il nome di un progetto di cooperazione tra Mozambico, Brasile e Giappone, finalizzato allo sviluppo agricolo della regione del Corridoio di Nacala: una lingua di terra compresa tra 13° e il 17° parallelo terrestre, inglobante le province di Cabo, Delgado, Nampula, Zambézia, Niassa e Tete. Sul sito ufficiale, www.prosavana. gov.mz, il progetto viene dipinto come una grande opportunità per il Paese, che permetterà la modernizzazione dell’agricoltura e creerà nuovi posti di lavoro, grazie agli investimenti stranieri.

Mentre il coordinatore nazionale del ProSavana, Antonio Limbau, afferma che il programma ha come finalità quella di migliorare le tecniche di coltivazione della regione, “per promuovere la sicurezza alimentare e nutrizionale del corridoio di Nicala”, i contadini coinvolti hanno invece accusato Giappone e Brasile di “land grabbing”, ovvero accaparramento delle loro terre. Secondo quest’ultimi, lo Stato mozambicano avrebbe svenduto quasi gratuitamente agli agricoltori del Brasile 14 milioni di ettari di terra, pari a tre volte lo Stato brasiliano del Sergipe.

Nello specifico il programma prevede la bonifica per mezzo di moderne tecnologie brasiliane delle aree nord del Mozambico, affidando in seguito la commercializzazione dei prodotti alle compagnie nipponiche. Questa cooperazione tra Brasile e Giappone non è una novità. Già dagli anni ’70 fino al 2000, i due Paesi hanno trasformato l’area carioca di Cerrado, la più estesa foresta-savana sudamericana, in un’enorme piantagione di semi di soia destinata alla vendita internazionale. Lo stesso modello che si voleva esportare anche in Mozambico.

Grazie alla resistenza dei contadini mozambicani, il progetto è stato bloccato e ha scatenato una mobilitazione a livello internazionale. “La campagna contro il ProSavana è stata la più grande vittoria della società civile contro l’accaparramento delle terre in Africa”, così ha commentato Stefano Liberti, giornalista italiano che ha recentemente girato un documentario dal titolo Soyalism, un viaggio alla scoperta della coltivazione della soia nel mondo. E proprio la soia, come in Sudamerica, sarebbe stata la coltivazione prescelta per il progetto, insieme a cotone

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e granoturco. I contadini intervistati da Liberti spiegano che la loro volontà di opporsi al progetto non è da leggere come opposizione allo sviluppo o alla crescita economica. Per gli abitanti di quelle province il progetto avrebbe peggiorato la loro condizione di povertà, trasformandoli in braccianti, e aumentato le tensioni sociali per mancanza di terre coltivabili ad uso famigliare. Costa Estevao, Presidente dell’unione contadini di Nampula, afferma che il Governo ha commesso l’errore di non aver consultato gli agricoltori, dimenticandosi che il popolo “non mangia semi di soia, ma le colture locali”. In pratica, ciò che hanno sostenuto le organizzazioni che tutelano i contadini mozambicani è che il ProSavana sarebbe diventato un progetto ombrello, ovvero una porta aperta agli investitori globali per accaparrarsi terre, acqua e risorse naturali, allontanando gli agricoltori dal corridoio di Nacala. Di fronte a progetti simili, la vera domanda è se questa sia la via di sviluppo che si vuole seguire. Uno sviluppo che, invece di aiutare le popolazioni africane, le sfrutta per interessi commerciali stranieri.


AMERICA LATINA IN ARGENTINA L’ABORTO RIMANE REATO Il Senato boccia la proposta di depenalizzazione e legalizzazione

Di Pilar d’Alò ed Elisa Zamuner

o l’offrire la tutela dello Stato.

Il recinto del Senato è rimasto aperto sino a notte fonda, 17 ore di dibattito in cui 60 dei 70 senatori presenti hanno preso la parola argomentando il proprio voto a favore o contro la proposta di legge sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Anche in tema di diritto umanitario, gli argomenti “pro-vita” sono stati contestati evidenziando come la stessa Corte Interamericana abbia riconosciuto che il diritto del “bambino non nato” è progressivo, e che, entro le prime 12 settimane di gestazione prevarrebbe il diritto della donna.

Oltre al forte intervento della Chiesa e della prevalenza della morale giudeo-cristiana, due sono stati i principali argomenti a motivazione del voto contrario. In primis, la convinzione scientifica secondo cui la vita inizia dal concepimento, in secundis la sua inevitabile deriva nel campo del diritto umanitario: il diritto della donna non può prevalere su quello del “bambino non nato”. Appellandosi all’incostituzionalità del progetto di legge e appoggiandosi alla Corte Interamericana dei Diritti Umani, 38 fra Senatori e Senatrici hanno votato la bocciatura della proposta di legge auspicando interventi in termini di educazione sessuale e adozione. Con una retorica fortemente pragmatica, invece, i favorevoli al progetto di legge hanno messo l’accento su come l’aborto sia una pratica consolidata tra le donne argentine: non si tratta di una questione morale ma di sanità pubblica. La scelta sarebbe quindi stata tra il perpetuare pratiche clandestine

Nonostante l’esito negativo, l’umore dei 2 milioni di manifestanti è rimasto alto. Come hanno sottolineato diverse Senatrici e Senatori, e le portavoce delle organizzazioni e movimenti “pro-choice”, il risultato è da considerarsi storico sia per l’Argentina sia per l’America Latina. In primo luogo, il fatto stesso che il Paese abbia affrontato 5 mesi di dibattito serio, approfondito e rispettoso, mettendo la questione sul tavolo e parlandone apertamente per strada, in famiglia e in politica, potrebbe significare che i venti sono cambiati e che, a differenza di soli due anni fa, il tema non è più tabù. L’importanza di questo dibattito, inoltre, trascende lo scenario nazionale. In America Latina tre quarti dei 6,5 milioni di aborti avvengono in clandestinità: solo Cuba e Uruguay tutelano pienamente il diritto della donna. A seguito della discussione in

Argentina, però, i movimenti a favore dell’aborto hanno ripreso vigore in tutta la Regione. Questa stessa settimana la Corte Suprema brasiliana ha portato a termine due udienze volte a decriminalizzare l’aborto. Nel frattempo, Catalina Martínez, direttrice per l’America Latina e i Caraibi del Centro per i Diritti Riproduttivi, ricorda che la decisione argentina è importante perché all’interno della Regione il Paese è sempre stato leader in materia, legalizzando il matrimonio tra coppie dello stesso sesso e la libera determinazione dell’identità di genere. La proposta di legge è stata bocciata, ma un gruppo di senatori ha immediatamente presentato una proposta per depenalizzare l’aborto, un modo per venire incontro alle richieste e “ideologie” delle due parti in causa. Il progetto verrà votato in Senato il prossimo 21 agosto, e, almeno secondo le dichiarazioni d’intenti, l’approvazione sembra essere cosa certa. Inoltre, la strada alla legalizzazione potrebbe non essere chiusa: il progetto di legge potrebbe essere ripresentato in Senato a partire da marzo 2019. D’altronde, uno degli slogan cantati dai manifestanti, ripetuto con veemenza dai senatori favorevoli alla legalizzazione, era proprio “Se non è oggi, sarà domani”. MSOI the Post • 15


AMERICA LATINA Il VENEZUELA IMPORTA MONETA DAL BRASILE

Il clima politico è mutato, ma il Brasile si tiene strette le relazioni commerciali

Di Davide Mina Quest’anno il Brasile ha iniziato a esportare un prodotto fortemente richiesto dal Venezuela: denaro contante. La Casa da Moeda do Brasil (CMB) sta stampando Bolivar (la moneta del Paese vicino). La domanda è grande a causa dell’iperinflazione in cui imperversa il Venezuela: secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), quest’anno potrebbe arrivare al 1.000.000%. Non è la prima volta che il Brasile stampa moneta straniera. Lo ha già fatto per Argentina, Paraguay e Haiti. Secondo i dati risultanti dalla bilancia commerciale, i bolivar in banconota sono oggi il settimo principale prodotto esportato dal Brasile verso il Paese vicino. Da gennaio a giugno, le vendite hanno raggiunto i 6,8 milioni di dollari, da sommare ai 4,6 milioni di dollari di carta da stampa. A marzo Maduro ha annunciato una riforma del sistema monetario: 1.000 bolivar sarebbero diventati 1 bolivar, mantenendo però il medesimo potere di acquisto. Cambierebbe anche il nome della moneta: “bolivar sovrano”. 16 • MSOI the Post

Ma Maduro ha realizzato che con tali livelli inflazionari la misura si sarebbe rivelata insufficiente ad armonizzare i prezzi con gli standard degli altri Paesi. Così, mercoledì 25 luglio, il Governo venezuelano annunciato che la riforma taglierà 5 zeri – 100.000 bolivar saranno convertiti in un bolivar – e diverrà effettiva il 20 agosto. Il comunicato del Governo venezuelano ricorda che il Paese non è il solo ad aver adottato misure simili per la lotta all’inflazione. Il Brasile, per esempio, tagliò 3 zeri dalla moneta nel 1989, 1993 e 1994, tagliando un totale di 12 zeri in un decennio. In verità, la riforma del 1994 non riguardò semplicemente il taglio di 3 zeri, ma va inserita nel più ampio contesto del passaggio dal cruzeiro al real. Il Governo poi cita altri casi nella regione, come Argentina, Colombia e Paraguai. Le spese sostenute dal Venezuela per importare moneta dal Brasile sono esorbitanti, soprattutto per un Paese in crisi (anche se dati della bilancia commerciale mostrano una prevalenza degli alimenti nel commercio bilaterale). Il sottosegretario generale per

l’America Latina e i Caraibi del Ministero degli Esteri Paulo Estivallet de Mesquita ha svelato che l’intenzione del Governo non è mai stata di impedire il commercio con il Venezuela, ma si è dichiarato sorpreso che ci sia ancora un commercio, considerate le difficoltà o di pagament che soffre il Venezuela. Il Vicepresidente del Centro Brasileiro de Relações Internacionais (CEBRI), l’ambasciatore José Botafogo Gonçalves, ha aggiunto che il Brasile ha rafforzato le sue relazioni economiche e commerciali con il Venezuela durante il governo del PT (Partido dos Trabalhadores), con l’obiettivo di sostenere il regime di Hugo Chavez. E, nonostante il clima politico sia mutato, tali relazioni commerciali sono lacci duraturi, che non possono essere sciolti da un momento all’altro. La politica estera, ha continuato l’ambasciatore, deve essere condotta attraverso azioni multilaterali, come il processo di sospensione del Venezuela, per violazione delle norme interne, da Mercosur e dall’Organizzazione degli Stati Americani (OEA).


ECONOMIA GRECIA: SCATTA L’ORA DELLA MATURITÀ

Mancano pochi giorni al termine del programma di aiuti europei: il Paese è pronto?

Di Alberto Mirimin Era lo scorso 21 giugno quando il primo ministro della Grecia Alexis Tsipras annunciò ufficialmente al presidente della Grecia Pavlopoulos la decisione dell’Eurogruppo di individuare nel 20 agosto 2018 la data in cui porre fine al programma di aiuti al Paese da parte della Troika, definendo tale accordo come “storico”.

dini dure e impopolari misure di austerità che hanno minato la crescita economica del Paese. Di conseguenza, la domanda che viene spontaneo porsi è se a oggi la Grecia sia realmente pronta a riacquisire la sovranità finanziaria.

E probabilmente lo è, visto che la Grecia tornerà ad essere completamente indipendente nelle questioni relative alla politica economico-finanziaria dopo ben otto anni in cui si sono susseguiti quattro governi e tre programmi di aiuti, per un ammontare totale di circa 260 miliardi di euro, cifra che, per rendere l’idea, nell’intera storia della finanza globale mai nessun Paese ha ricevuto. L’accordo prevede, comunque, un periodo di agevolazioni di 10 anni per i pagamenti di interessi e un’estensione per 10 anni della durata dei prestiti ricevuti dal Fondo europeo di stabilità finanziaria.

Alexander Criticos, professore di economia all’Università di Potsdam che si occupa dell’economia e della politica greca, ha pubblicato, congiuntamente ad alcuni esperti, le ultime valutazioni sulla situazione attuale in Grecia. L’alto tasso di disoccupazione, unito a un calo di retribuzioni e pensioni, ha portato al crollo del potere d’acquisto, che a sua volta ha causato il fallimento di molte piccole e micro imprese in Grecia, tanto che solo le medio-grandi e grandi imprese sono riuscite a resistere. Inoltre, nonostante gli ingenti aiuti europei e internazionali, il rapporto debito pubblico/PIL è vertiginosamente aumentato, arrivando a toccare quota 178%, il più alto in Europa secondo Eurostat.

Chiaramente, fin dal primo salvataggio del maggio 2010, gli interventi europei hanno avuto forti ripercussioni sul popolo greco: nel corso degli anni, infatti, sono state imposte ai citta-

A questi dati si aggiungono quelli del think tank Dianeosis, secondo i quali i livelli di povertà estrema sono passati dall’8,9% del 2011 al 15% del 2015, e ciò viene aggravato dal

fatto che, delle persone interessate, 1 su 4 sono giovani fra i 18 e i 29 anni, i quali o hanno perso il lavoro o più spesso non ne hanno mai avuto uno. Altro elemento negativo della situazione ellenica è il tasso di natalità, il quale, dopo la Bulgaria, risulta essere il più basso dell’Unione Europea. Una nota positiva è, invece, rappresentata dal settore navale, in cui la Grecia è riuscita a mantenere una posizione di assoluta eccellenza. Infatti, gli armatori greci controllano oltre un quarto della flotta mondiale di petroliere e nel 2017 il commercio marittimo è aumentato circa del 17% rispetto all’anno precedente, per un giro d’affari che si aggira intorno ai 9 miliardi di euro. Come si può scorgere, quindi, da queste informazioni, la situazione nella Repubblica Ellenica ancora oggi non è delle più rosee. A partire dal 20 agosto, quando gli aiuti termineranno, dovrà essere avviato un nuovo piano di riforme, che possano coadiuvare la crescita economica e rafforzare l’imprenditorialità. Il tutto, ovviamente, sotto la lente d’ingrandimento dell’UE, sempre pronta ad intervenire nuovamente. MSOI the Post • 17


ECONOMIA LA VALUTA LOCALE AI MINIMI STORICI METTE IN ANSIA L’ECONOMIA TURCA Sulla Turchia si abbatte lo spettro di una crisi finanziaria senza precedenti

Di Giacomo Robasto

Banca Centrale.

Mentre il Regno Unito, in vista di una possibile Hard Brexit, è in questi giorni alle prese con il maggior tracollo della sterlina degli ultimi nove mesi, vi è un’altra valuta che sta destando timori ben più grandi sui mercati internazionali: la lira turca.

La situazione finanziaria del Paese, che è critica ormai da molti mesi, è infatti la conseguenza di una politica monetaria imprudente che affonda le radici nei tassi di interesse ridotti al minimo e nei gravi rischi di speculazione da essi derivanti. Inoltre, il presidente turco Erdogan, prima con annunci su un progressivo controllo sulla Banca Centrale turca e poi con la scelta del genero, Berat Albayrak, come ministro delle Finanze, non sta dando prova di serietà e indipendenza in un contesto che appare ogni giorno sempre più incerto.

La valuta turca, infatti, da inizio anno ha perso oltre il 29% del proprio valore sul dollaro statunitense, con notevoli conseguenze per famiglie e imprese locali, che presto potrebbero vedere nuovi dazi imposti sulle esportazioni negli Stati Uniti. La lira turca è, al momento, ancorata ai minimi storici dopo il crollo di lunedì scorso (-5,5%) che ha fatto scivolare il cambio a 5,4250 contro il dollaro. Un crollo che, per un Paese storicamente in disavanzo nei conti con l’estero, prelude al concreto rischio di iperinflazione (l’indice dei prezzi al consumo sfiora già il 16%) e che richiederebbe una drastica stretta monetaria, se non fosse che il presidente Erdogan, rieletto nel giugno scorso, è da sempre nemico del rialzo dei tassi di interesse ed esercita forti pressioni in tal senso sulla

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A far precipitare una situazione già critica, negli ultimi giorni, è stato lo scontro diplomatico con gli Stati Uniti dopo che l’amministrazione Trump ha adottato sanzioni contro due ministri turchi per la detenzione di un pastore evangelico statunitense. Erdogan ha risposto con misure analoghe, facendo salire la temperatura delle relazioni bilaterali in una crisi diplomatica che diventa finanziaria, visto il forte indebitamento di banche e imprese turche sui mercati in dollari. In questi giorni, una delegazione diplomatica turca andrà in missione a Washington

per cercare una via d’uscita a una situazione inedita tra i due alleati NATO. Un’altra causa della crisi turca è il debito estero. Infatti, nella bilancia commerciale turca, le importazioni sono di gran lunga superiori alle esportazioni di beni e servizi, motivo per cui la Turchia risulta tra i Paesi con il più alto deficit verso l’estero. L’economia turca, infatti, almeno da quando Erdogan ha preso potere per la prima volta nel 2003, ha fondato la propria crescita su forti investimenti esteri nel settore privato, con un progressivo aumento dell’indebitamento di banche e aziende turche in valuta estera. Con il tasso di inflazione che si è attestato al 15% a dicembre 2017, previsto in ulteriore aumento entro la fine di quest’anno (potrebbe arrivare a oltre il 18%), per i diversi attori dell’economia turca potrebbe divenire sempre più difficile ripagare il debito estero. Ora, gli occhi sono ora puntati sulla Banca Centrale turca, il cui primo strumento per allontanare una vera crisi finanziaria è il rialzo del costo del denaro, a cui seguirà senz’altro una pronta risposta dei mercati internazionali.


DIRITTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO DIRITTI DI PROPRIETÀ E SPACE LAW

Tra azioni unilaterali e gestione condivisa: proposte per un nuovo dibattito

Di Luca Imperatore Fra i settori in ascesa del diritto internazionale figura, senza ombra di dubbio, quello c.d. Space Law. Per lungo tempo, la dottrina ha continuato a sostenere la tesi dell’analogia tra il diritto spaziale e altre branche del diritto internazionale pubblico (fra le quali il diritto del mare, il regime speciale dell’Antartide e quello dei fondali marini e oceanici). Una comparazione, questa, non scevra di perplessità e contestazioni, incapaci però di superare gli ostacoli derivanti dal sostanziale insuccesso dei primi trattati in materia, in particolare il c.d. Moon Agreemente l’Outer Space Treaty (di seguito OST). Suscettibile di essere percepita come una disciplina dalla lontana applicazione pratica, appannaggio forse di pochi “futuristi”, il diritto spaziale rappresenta, invece, secondo molti una frontiera non così distante nel tempo, meritevole di un’attenzione preventiva anche alla luce di alcune recenti azioni unilaterali. Recentemente, il Lussemburgo ha adottato un provvedimento che attribuisce diritti di proprietà sulle risorse raccolte nello spazio, azione analoga a quella intrapresa nel dagli Stati Uniti. In un interessante articolo pubblicato sullo European Journal of International Law, Lorenzo Gradoni si interroga sulla licei-

tà di tali atti in conformità con il diritto internazionale vigente. L’articolo II OST stabilisce che lo spazio non può essere fatto oggetto di appropriazione nazionale tramite pretese sovranistiche, ma non fa alcun riferimento alla proprietà privata. Al contempo, però, l’articolo VI OST impone che qualsiasi attività condotta nello spazio sia sottoposta ad autorizzazione e a continua supervisione dallo Stato parte competente. Come nota Gradoni, lo Stato che nell’esercizio della sua giurisdizione conceda un’autorizzazione di questo tipo, agisce de facto esercitando una certa forma di sovranità sulla porzione spaziale interessata. Tale condizione condurrebbe ad un duplice risultato caotico: da un lato l’azione degli Stati rimarrebbe del tutto priva di coordinamento, con il rischio di voler condurre azioni simultanee sul medesimo luogo o di veder autorizzata dallo Stato B un’azione preventivamente vietata dallo Stato A; dall’altro non impedirebbe ai privati cui venisse negata l’autorizzazione ad operare – eventualmente concessa ad un concorrente – di considerare tale esito come il prodotto di un’azione illegittima di sovranità da parte dello Stato autorizzante, data l’assenza di regole unitarie in materia. In futuro, grandi compagnie private potrebbero avere le risorse ed il know-how neces-

sari per condurre operazioni nello spazio, le stesse potrebbero – sempre secondo Gradoni – affidarsi alla legge naturale secondo la quale coloro che lavorano una terra in precedenza non occupata, maturano sulla stessa diritti di proprietà. Indipendentemente da quanto appena affermato, secondo alcuni, le dimensioni dello spazio aperto ed il ristretto numero di attori in grado di condurre azioni nello stesso sarebbero condizioni sufficienti a garantire una coesistenza pacifica.Una sorta di spontaneo ordine privatistico, per sé diverso dal vuoto normativo ma ugualmente incapace di garantire una gestione sostenibile, condivisa ed egualitaria di ciò che dovrebbe essere un common heritage of humankind. Al contempo, anche la redistribuzione (auspicata all’articolo I OST) dei profitti derivanti dallo sfruttamento di tali risorse risulterebbe alquanto ardua da realizzare. Forse, è giunto il tempo di interrogarsi sulla necessità di costituire un’istituzione realmente indipendente e universalmente riconosciuta, in grado – un domani – di fornire risposte a questi interrogativi. Si auspica un dibattito costruttivo, prima che il fugit irreparabile tempus di virgiliana memoria venga proiettato verso un futuro ormai imminente. MSOI the Post • 19


DIRITTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO “PROSTITUZIONE DEBITRICE”

Il potere del rito sulle vittime della tratta

Di Stella Spatafora È difficile trovare una definizione univoca di riti e rituali. Ogni cultura possiede vari riti di riferimento che legittimano valori collettivi e rinforzano i legami interpersonali. Il rito è composto da una serie di atti formalizzati e condivisi. Coloro che ne prendono parte eseguono una serie di azioni simboliche, che combinano elementi sovrannaturali, sacri e profani, attraverso espressioni e linguaggi corporei, sensibili e materiali. Si tratta di atteggiamenti ripetitivi, spesso effettuati con l’ausilio di una figura centrale, come uno stregone o uno sciamano. Il carattere cadenzato della cerimonia è fondamentale per animare il rito stesso, forgiando un messaggio ricco di valore che si trasmette e si traduce in azioni, condizionando pensieri e comportamenti futuri. Lo sfruttamento della prostituzione ha trovato nel rito l’elemento cardine, creando nelle ragazze inserite nelle reti criminali l’obbligo di pagare il debito di viaggio mediante la prostituzione, mantenendo fede all’impegno preso con gli sfruttatori. La Nigeria è uno dei principali Paesi coinvolti nella tratta delle donne, molte ragazze vengono reclu20 • MSOI the Post

tate, trasportate e trasferite al di fuori del loro paese d’origine attraverso la migrazione illecita, costrette a prostituirsi una volta giunte a destinazione. Lo sfruttatore è dunque colui che si adopera per “procurare, al fine di ricavare, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o materiale, l’ingresso illegale di una persona in uno Stato Parte di cui la persona non è cittadina o residente permanente” (Art. 3 Protocollo di Palermo, 2000), creando un rapporto di sottomissione da parte della stessa nei suoi confronti. Il consenso della vittima viene ottenuto attraverso la coercizione e mediante tecniche di manipolazione psicologica, usufruendo di pratiche rituali, creando una condizione di schiavitù. In Nigeria viene chiamato “Juju” ed è il giuramento rituale che crea un rapporto di sottomissione tra le ragazze ei loro sfruttatori. Il giuramento non è negoziabile ed è vincolante indipendentemente dal luogo in cui si trovano le vittime. È un giuramento difficile da spezzare, questo rende le vittime di tratta restie a collaborare con le autorità, depotenziando le azioni legali contro la rete criminale. La Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato (1951) identifica una ragazza in condizione di

manipolazione, sottomissione e sfruttamento della prostituzione come appartenente a un gruppo sociale in quanto donna vittima o potenziale vittima di tratta, rientrante nel riferimento normativo dell’Art.1 (2). Inoltre, la condizione di vulnerabilità e schiavitù rende doveroso un esame in via prioritaria della domanda di protezione internazionale. Quella della prostituzione è una condizione truce in cui gravi violazioni dei diritti umani non conoscono limiti, né fisici, né psicologici. Per contrastare il fenomeno, il 9 marzo scorso, l’Oba del Benin, re e capo religioso rispettato e stimato nella cultura del popolo Edo, ha riunito tutti i medici tradizionali obbligandoli a non praticare giuramenti rituali per costringere giovani donne nigeriane a restituire soldi alle organizzazioni criminali mediante la prostituzione in Europa. L’Oba ha inoltre effettuato un “contro rituale” per liberare le donne dal giuramento e metterle nelle condizioni di denunciare gli sfruttatori. Ebbene il rituale, per quanto appaia una pratica sovrannaturale, esoterica e astratta, produce invece conseguenze rilevanti e concrete per la persona, soggiogandone i diritti e dominando la libertà.


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Msoi thePost Numero 112  
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