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“il primo free-press senza pubblicità”

m‘p AVANGUARDIA CULTURALE Anno 3 numero 16, Dicembre 2008

Un Americano a Londra APPROFONDIMENTI cinema underground JR, un fotografo per le vie di Parigi INTERVISTE Juan Mordecai

FUMETTO DEL MESE “La Mongolfiera” di Fulvio Risuleo

(la svolta europea di Woody Allen)

ALL’INTERNO: PLANET, il nostro inserto multilingue e multiculturale


La
storia
continua,
itinerante, all’interno
della
rivista... meltinpotonweb.com/maybephoto/blog

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m‘p -cinema

Lente

d’ingrandimento

barcandosi poi in ardimentose scelte stilistiche dalla mania sperimentale, con risultati non sempre accettabili, ma in ogni caso capaci di rimettere in discussione la dinamica e la cinetica della rubrica a cura di Tommaso Ranchino narrativa cinematografica odierna, film farraginosi si sono alternati ad altri roboanti, in un insieme di visioni che non hanno mai portato gli spettatori esigenti ed innamorati a pentirsi della Torino è finito da poco, e con lui il tran tràn che, causa una scelleratezza sin troppo italiota, vede il trittico delle maggiori mani- seduta in poltrona. Confrontarsi con un qualcosa che, anche festazioni festivaliere cinematografiche della penisola (con quando è malfatto e peggio riuscito, rivela comunque e sempre Venezia e Roma) consumarsi nel giro di poco più di due mesi e una ricerca di dialettiche e strutture narrative e comunicative mezzo. Dulcis in fundo, allora. Sì perché quest’anno il gelido Pie- nuove, è immensamente più fruttuoso dell’ennesimo assistere a monte ha offerto una merce di cinema di rara complessità e fat- scialacquamenti di talento, mezzi e tempo portati avanti nel protura. Merito di Moretti? Merito di un’intensità comune di tutti gli durre roba già vista e ancor meglio digerita a tempi debiti. organizzatori rinverdita dal suo arrivo? Merito di un’attenzione diversa da parte degli sponsor, vedi l’ingente intervento di Ferrero? Poco importa. Oggi ci si trova davanti ad un Festival che, contraddicendo i facoltosi cugini maggiori, porta in Italia il miglior cinema, per intenditori, del momento internazionale. Un concorso che annovera tra i partecipanti ben il 70% dei registi esordienti: gente nuova, gente coraggiosa, gente brava. Gente come Sean Baker , Premio Speciale della Giuria per l’eccezionale “Prince of Broadway”. Gente come quel 32enne Pablo Larraìn che con il suo grottesco e surreale “Tony Manero” ha trionfato ed ha (parole sue) “descritto con cinismo un Paese (il Cile ndr) che ha voltato le spalle a sé stesso in cambio di un sogno di progresso”. Un panorama festivaliero assurdamente variopinto, che, partendo sempre dalla famiglia come tematica comune ai film in concorso, si sporca le mani a fondo, lutto e omosessualità i costanti elementi tangenti, che a visione (complessiva) terminata riformulano il ruolo e la carcassa strutturale della famiglia. Una famiglia sovvertita dalla socialità odierna, figlia di un drappello d’artisti imberbi che non temono scuotimenti reazionari nel proprio pubblico, facendo dell’indipendenza incondizionata una condicio sine qua non della loro deontologia filmica. Una lezione alla manifestazione capitolina che non è gravoso notare, il rondiano incoraggiamento prefestival alla celebrazione delle famiglie italiane (De Sica, Tognazzi, Manfredi, Vanzina) rattrista ancor più ripensandoci oggi. In quel dell’Auditorium una manifestazione in perenne crisi d’identità si appiglia alla scolastica e sragionata convinzione che per trascinare il pubblico ai Festival si debbano, comunque e sempre, inscenare raccapriccianti siparietti quali le ‘parate’ di teens per le oceaniche presentazioni di “High School Musical 3” e di un quarticino d’ora di un “Twilight” qualsiasi oppure si debba dar lustro al Concorso ripescando in zona Cesarini l’iperhollywoodiano “Pride and Glory”, mentre a Torino le sale venivano maniacalmente e regolarmente affollate da prodotti come “Die Welle” o “Lake Tahoe”. Spettatori che, diversamente dai 15enni adepti del fenomeno vampiresco/romantico istantaneo, vanno a vedere i film e non a guardare, e sognare, attori feticci di glamour e popolarità. Un’attenzione volta imprescindibilmente alle pellicole, quella di Moretti e i suoi, e non agli interpreti. Questo la dice lunga, discriminare i titoli sovente per la cassa di risonanza dei nomi coinvolti non è un modus operandi serio che può portar lontano una manifestazione, la disaffezione Che Roma impari, che sfrutti le potenzialità di una città zeppa di di pubblico e critica è uno spettro dovuto ed onnipresente se la cinefili di vecchia e nuova militanza, delle sue faraoniche risorse qualità del prodotto è così manchevole e mal rinnovata, soprat- economiche, che imbocchi una via per non lasciarla più almeno, tutto quando, come quest’anno, viene anche depotenziata la vena anche fosse quella del glam o dell’italianità a tutti i costi, ma che glamour del red carpet. Il profilo sbiadito di un cinema vecchio, non si divida più tra le sue multiple bramosie. Il festival bamboccione in cerca di sé stesso deve ora più che mai diventar grande, rattrappito, in crisi di mezz’età. L’autarchia di Torino ha invece concesso una varietà formale e vi- prima di rischiare di spingersi al punto di doversi chiedere se ci sia siva davvero spiazzante, opere che rubano ai grandi maestri im- più la ragion d’essere e d’esserci.

Torino illumina, Roma si spegne sensazioni contrastanti dai i due festival

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m‘p

visioni di cinema sperimentale e sotteraneo

Underground

rubrica a cura di Valentino Catricalà

Il documentario è un romanzo di fantascienza (sempre) di Claudio Fora Wiseman:cinema micropolitico e teatro dell’assurdo. “Frederick Wiseman. Il Mondo (realmente) rovesciato”. E’ questo il titolo del libro, curato da Fulvio Baglivi, e della rassegna dedicata al cineasta americano dal cinema Trevi e dalla Cineteca Nazionale. E infatti è il rovescio del mondo il cinema di Wiseman. O il rovescio che è il mondo. Cede qui ogni patetica differenziazione tra documentario e fiction. Il suo cinema è oltre ogni sceneggiatura:dal ’63 Wiseman ci mostra (e basta!niente dimostrazioni pedestri alla Michael Moore) l’assurdo del reale entrando nelle istituzioni e ritrovando gli uomini, i gesti, la drammaturgia incredibile che è il mondo. Cinema-repertorio degli U.S.A. rivelati come macchina kafkiana; la burocrazia come palcoscenico beckettiano, il mondo come burlesque. Cinema micropolitico; cinema della molecolarità,della lotta ai sistemi e alle generalizzazioni; dello sguardo come lotta. Ma anche cinema dell’utopia democratica,del lavoro molecolare dell’uomo per l’uomo. Wiseman gira ogni volta chilometri di pellicola e al montaggio reinventa il mondo liberando dalle immagini una molteplicità di sensi che mai esclude e sempre stimola chi guarda con un misterioso procedimento dialettico. Microcinema della micropolitica. Dell’uomo con la macchina da presa che vuole vedere il mondo e farci i conti. E il rispetto per lo spettatore, che è uno che un cervello e due occhi ce li ha… Informazioni:www.snc.it

Un mese al femminile per il GRAUCO

Rob Carter: Reseed, landscaping

di Leonardo Birindelli Prima mostra personale dell'artista in Italia: collage e animazioni costruiscono nuovi paesaggi Alla Fondazione Pastificio Cerere fino al 20 novembre animazioni e foto di Rob Carter (www.robcarter.net). Nel video Reseed: il modellino di Wimbledon si trasforma in un giardino in cui la vegetazione cresce a vista d'occhio fino a ricoprire completamente la visuale dello stadio di carta. Quest'ultimo è vuoto, animato dai suoni di una partita di tennis: la pallina rimbalza, l'arbitro, gli applausi. Si aggiungono i suoni di semina e coltura delle piante: fruscii, sgocciolii, che preludono alla nascita del vegetale e lo accompagnano nel suo sviluppo. Spazio vegetale e urbano si incrociano: uno contraendo il tempo (9 settimane di girato per la crescita delle piante stretti in 9 minuti), l'altro svuotando lo spazio dei suoi soggetti viventi e lasciandone il fantasma sonoro. Su questa linea anche le due serie di foto Landscaping; la carta ricostruisce architetture reali, e viene sovrastata dallo stesso elemento naturale che possiede l'ingrediente base per la sua fabbricazione: la cellulosa. Se l'ipotesi appare azzardata è certo invece che in questi lavori vi è la suggestione di un paesaggio da archeologia industriale, da città fantasma, accostata alla vitalità ipertrofizzata delle piante. In occasione della mostra, lo spazio indipendente 26cc (www.26cc.org) ricostruisce lo studio dell'artista evidenziando il suo rapporto con l'ambiente in cui lavora, e come esso determina e influenza la sua creatività, fino al 26 novembre.

Visioni urbane al Detour

di Valentino Catricalà Con la collaborazione della scuola di cinema Sentieri Selvaggi e la cooperativa COTRAD onlus, si terrà nei primi giorni di Ottobre, al Detour, la prima edizione del festival ZTL. La mostra- evento di cinema e arti video ha come soggetto la metropoli (ZTL è l’acronimo di zona a traffico limitato). L’intento è infatti quello di mostrare itinerari, percorsi, metropolitani, che suggeriscano nuove capacità di visione della città di Roma. Il festival sarà suddiviso in due parti: ZTL/ CentroInCorto e Varco Non Attivo. Il primo si focalizza sul centro storico di Roma, prendendo quelle opere che riescono meglio a far emergere l’ unicità di un luogo come questo, da tutti i suoi punti di vista: sociale, antropologico, artistico, urbanistico. Il secondo ha invece direttive più libere. Ci si apre infatti a tutta la polifonia metropolitana: borgate, rioni storici, periferie ecc. Il bando è aperto a tutti e non richiede alcun tipo di ristrettezze creative, tranne, come dicono gli organizzatori stessi, la “propensione alla sperimentazione, una visione critica dell’esistente, e un certo dosaggio di (auto-)ironia”. Si richiede insomma una certa malleabilità creativa fuori da etichette restrittive e inoltre un profondo senso critico nella produzione di queste visioni urbane. La scadenza per la consegna delle opere è per il 28 Novembre. Per maggiori informazioni riguardanti il bando e la scheda di partecipazione www.cinedetour.it

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di Massimo Andreoni Va avanti la stagione al cineclub GRAUCO; in Via Perugia 34, al Pigneto, sarà possibile passare piacevoli momenti di svago e di riflessione (una volta tanto, fortunatamente, le due cose si accompagnano l’una all’altra) in un luogo accogliente e familiare. Il posto è attivo come biblioteca e sala lettura; nei locali dell’associazione, che dal 1975 si sforza di portare avanti un utilissimo lavoro socioculturale di base, sono presenti circa duemila libri; gli argomenti spaziano dal teatro alla storia, dalla psicologia al cinema. Per quanto riguarda l’argomento rassegne cinematografiche (che resta l’attività principale dell’associazione), il mese di Novembre 2008 propone un percorso di ricerca e di studio della realtà sociale attraverso la rappresentazione cinematografica; ed in particolare attraverso lo sguardo femminile. Verranno dunque proiettate pellicole che per diversi aspetti hanno come protagoniste le donne (nelle vesti di regista, di attrice, di fotografa, di sceneggiatrice, ecc…). Venti paesi del mondo sono rappresentati in questa rassegna attraverso i propri film: Algeria-3, Argentina-6, Australia-1, Canada-1, Danimarca-1, Francia-14, Germania-2, Gran Bretagna-5, India-3, Iran-2, Italia-8, Libano-1, Mexico-1, Pakistan-1, Russia-2, Spagna-9, Svezia-1, Uruguay-1, USA-11, Venezuela-1. Per informazioni precise sul programma della rassegna, oltreché su tutte le altre attività dell’associazione, segnaliamo i contatti del GRAUCO: *sito internet: http//graucocineclub.it/ *e-mail: info@graucocineclub.191.it *telefono: 06\70300199.

M’p underground

di Leonardo Birindelli Cinema Underground: sottoterra, ad indicare movimenti tellurici, sotterranei e invisibili, ma che lentamente modificano visibilmente la superficie, a volte perdendo la loro forza vulcanica, magmatica, esplosiva, a volte rimanendo vulcani attivi, minacciosi, a ricordarci le forze invisibili che trasformano il visibile. Underground è termine fin troppo usato ed inflazionato, etichetta di comodo per categorizzare qualunque cosa sia anche minimamente difficile da categorizzare. E' divenuto in tal modo un categoria dello spettacolo della superficie: l'alternativo; l'underground è diventato il fantasma di una negazione allo status quo che sia veramente altra e sotterranea, innocuo folklore, ribellismo di maniera. C'è un underground “superficiale”, e uno veramente “sotteraneo”. Anche in questa sede il termine è usato vagamente, nel suo termine più ampio, ma è una scelta consapevole, la scelta di occuparsi di qualcosa che sfugge a generalizzazioni, categorizzazioni, omologazioni, e distinzioni varie, e proprio per questo si definisce come “underground”. Si dirà che ho ribaltato la frittata, ma non è esattamente così: questo ribaltamento porta ad allontanarsi dalla violenza insita nel definire. Non esiste un Cinema, e non esiste un Underground, di conseguenza l'oggetto (il soggetto?) di questa rubrica è molteplice e in sostanza indefinito. In via pratica possiamo dire che ci si occuperà, di tutto quel materiale video che non passa attraverso canali convenzionali, che non rientra negli interessi del grandi testate giornalistiche, e che riflette sul mezzo audiovisivo senza limitarsi ad esso. Dal cine-amatore, all'amante, al sacerdote della videoarte, definiamo il nostro campo per negazione: ciò che non viene proiettato nelle solite sale, nei multiplex, megaplex (al massimo qualcosa da Drive in); ciò che non si piega definitivamente alle logiche del mercato e dell'intrattenimento, dello spettacolo. Non è certo una scelta snob, o aristocratica, ma piuttosto appassionata, nel voler parlare e affrontare varie realtà che pur dovendo (volendo) per definizione rimanere “Altre”, nascoste, emarginate, meritano sicuramente un'attenzione maggiore di quella che gli viene data.


m‘p -cinema

Quella sporca (mezza) dozzina

rubrica a cura di Pietro Salvatori

Sei film visti e giudicati

Max Payne Nessuna Verità Il videogioco più cinematografico della storia. Ma ovviamente la trama non bastava, bisognava aggiungere draghi, mostri e complotti di buonichediventanocattivi e cattivichediventanobuoni. Il trailer, invogliantissimo per la splendida musica, illude lo spazio di un paio di sequenze, per poi far naufragare il pubblico pagante nel mare della droga e della noia dai colti riferimenti alla mitologia norvegese. Nel videogioco accadevano cose, una dietro l’altra. Nel film ci si riflette un pò su, con una buona dose di pigrizia. Se il bullet time giace nel cassetto, l’effetto ralenty, purtroppo, no.

Martyrs

Viulenza!, urlava quello. Basterebbe per Martyrs, solido horror di uno come Laugier che si ricorda per lo più per sane schifezze, che richiama in qualche modo fascini e stratificazioni argentiane. Questo i primi quaranta minuti, perchè poi le ragazzine carnefici diventano vittime di una Scientology con la mannaia e il coltello (non figurato) tra i denti, e la violenza esibita è quasi un intermezzo fra la fantasia di dissolvenze in nero. Un pò di Hostel, di Aja e del lontano e mai troppo dimenticato Das Experiment, condiscono una delle cose più violente viste al cinema da qualche anno in qua.

Death Race

A metà tra Mario Kart e Carmageddon, Death Race, film dal cast di cani maledetti ma dal ritmo e divertimento assicurati dalla semplice linearità di una storia senza fronzoli, è un delirio feticista per amanti dei giochi di macchine. Punti attivi per sbloccare le armi, mitragliatrici a prua come nel migliore degli sparatutto, belle figliuole discinte. C’è tutto in quello che è un film senza pretese ma realizzato bene, di quelli che ti citano indirettamente Ben Hur con corsa delle bighe annessa e che poi diffidano da prendere a sportellate o usare Rpg contro i vicini di corsia nelle didascalie finali.

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Metti insieme Ridley Scott, Leo Di Caprio e Russel Crowe. Condisci con lo sceneggiatore di Gangster Movie e otterrai un cocktail che non rinuncia nemmeno per un istante alla propria vocazione spettacolarizzatrice del reale, ma che insieme vuole scrutare la complessità del mondo moderno. Americani buoni, americani cattivi, giordani buoni e siriani cattivi. Tutti vengono annichiliti dalla battuta ad effetto o dall’irruzione del secondo prima dello sparo. Solo il povero Crowe si salva, sconfitto com’è in partenza dalla panza strabordante e dall’acconciatura sale e pepe alla Prodi.

Un Gioco da Ragazze

Albakiara non era sufficiente. La pruriginosa voglia di raccontare ragazzine un pò mignotte e maledette (inseguendo scioccamente il mito di James Dean) coglie anche Matteo Rovere, che almeno si inventa la trovata sensazionalistica di prestare il fianco alla censura facendosi vietare ai minori di 18 anni. Il tutto ammantato da una pseudo critica sociale alla disfunzione di una società che attraverso il prof di turno arriva fin dentro i portapasticche ed il letto delle giovani gigolò in erba. Roba che il film, per il suo valore artistico, dovrebbe essere proibito ai minori di 108 anni.

Pride and Glory

Un film piacione, d’accordo. La scena finale della scazzottata è falsa e furbescamente ammiccante. Ma O’Connor ha il pregio di raccontare una storia in cui succedono cose, senza troppe elucubrazioni di contorno, fotografandola in un bel contrasto di bianchi e di blu e, udite udite!, usando spesso e volentieri la profondità di campo non come vezzo ma in modo strettamente funzionale alla storia. Poi Farrel fa Farrel e Norton fa Norton, ma entrambi lo fanno al meglio delle proprie possibilità. L’”irish mode on” non soffoca nemmeno troppo la narrazione, rimanendo tranquillamente in un angolo.


m‘p -cinema: il personaggio

Un americano a Londra

approfondimento a cura di Valentina Ariete

La svolta europea di Woody Allen. Dopo tante variazioni sul tema Manhattan, Woody Allen sceglie Londra come sua città adottiva e crea una delle trilogie più interessanti degli ultimi anni:“la trilogia londinese” composta da “Match Point” “Scoop” e “Sogni e Delitti” seguita dalla vacanza spagnola “Vicky Cristina Barcelona”.

foto di http://www.flickr.com/photos/cswan/

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eywood Allen Stewart Konigsberg, alias Woody Allen, a quindici anni già scriveva pezzi comici per i cabarettisti di New York. A diciassette scriveva per pezzi grossi della tv americana, a diciannove aveva già sperimentato il matrimonio e il divorzio e a ventisei debuttava come one-man-show al Greenwich Village. Autore, regista, attore, musicista, scrittore, comico e intellettuale, Woody Allen è uno dei talenti più poliedrici e inossidabili del ‘900, che ha saputo creare un suo stile inconfondibile e che da quarant’anni fa discutere e appassionare.

Ma nel 2005 arriva la svolta: Woody si sposta a Londra, trova, dopo Diane Keaton e Mia Farrow, una nuova musa ispiratrice, che ha le curve generose di Scarlett Johansson, e gira un dramma decisamente nero. E’ uno shock: l’umorismo ha lasciato il posto all’imprevedibilità del caso, la risata è sostituita dall’amarezza per le ingiustizie che rimangono impunite e tutto è pervaso da un senso tragico di morte. E’ una rinascita. Il film convince pubblico e critica e Allen trova una nuova fonte d’ispirazione.

Dagli esordi agli anni ’90. Alla stregua di un vero artista, come un pittore o un musicista, Allen ha avuto diversi “periodi” in cui è stato influenzato da temi differenti: abbiamo lo spirito da cabarettista dei primi film, le nevrosi e i rapporti di coppia delle commedie anni ’70, la maggiore introspezione dei film degli ’80, fino al lavoro discontinuo e non sempre ispirato degli anni ’90. Il suo periodo d’oro è costituito dai decenni ’70/’80 segnato da capolavori come “Io e Annie”, “Manhattan”, “Zelig”, “La rosa purpurea del Cairo”, “Hannah e le sue sorelle”, “Crimini e misfatti”. Gli anni ’90 invece, nonostante qualche ottima pellicola come “Mariti e mogli”, “Pallottole su Broadway” e “Accordi e disaccordi”, sono quelli forse meno ispirati del regista americano, che ha pagato il prezzo di voler fare un film l’anno dopo una carriera in cui sembrava aver già detto e fatto tutto.

La trilogia londinese. In “Match Point” un arrampicatore sociale senza scrupoli fa di tutto per entrare nell’alta borghesia a costo di sacrificare persone innocenti. Tutto ruota intorno alla crudeltà del caso: nel giro di un istante un uomo può essere salvato o rovinato, indipendentemente dalla sua volontà. Alcune persone reagiscono con dignità a questa condizione, altre non se ne rendono conto e altre ancora, come il protagonista del film, cercano di manipolare il caso a proprio vantaggio, con ogni mezzo. L’Allen intellettuale, appassionato di letteratura russa e di Bergman, trova finalmente sfogo, regalando una pellicola complessa e matura, importante spunto di riflessione sulla società di oggi, così frenetica e a volte disumana. Segue “Scoop” sempre con Scarlett Johansson come protagonista e con Allen anche davanti alla macchina da presa. Allen riprende lo stesso tema di “Match Point” analizzandolo in chiave comica. Divertente ma mai superficiale, pervaso anzi da un senso perenne di morte - che compare anche fisicamente sullo schermo -, Allen crea una commedia dallo humour nero, in cui questa volta è l’aristocratico a celare segreti in-

I primi anni del 2000 e la svolta con “Match Point”. I primi anni del 2000 sembravano confermare la piega presa da Allen negli ultimi anni ’90: a cominciare dal tiepido “Criminali da strapazzo” fino al decisamente poco convincente “Melinda e Melinda”.

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m‘p -cinema Un lavoro sicuramente ben confezionato e con un ottimo cast, su tutte la straripante Penelope Cruz, ma forse meno interessante rispetto alla trilogia londinese, capolavoro degli anni 2000 di Allen. Dopo tanta Europa, che l’ha sempre amato e venerato, pare che Allen abbia intenzione di tornare a girare in America, nella sua New York, che, a pensarci bene, non ha mai lasciato, nemmeno nella sua parentesi europea, anche quando la città era un’altra.

I magnifici 10 di Woody Allen. quietanti. Non si salva nessuno insomma: non è la ricchezza o la povertà a spingere l’uomo, quanto il suo desiderio di auto-affermazione e la spinta istintiva e brutale al possesso e alla violenza.

1969 - Prendi i soldi e scappa Esordio cinematografico di Allen che sconvolge il modo di fare satira e umorismo: parodia dei film carcerari americani, è costruito come un documentario – con tanto di interviste – ed è pieno dell’umorismo feroce che ha reso Allen celebre. Memorabile la gag della rapina al negozio di animali.

A concludere il trittico arriva “Sogni e delitti”, il più nero dei tre capitoli: questa volta è la famiglia ad uscirne a pezzi. Due fratelli vengono assoldati dallo zio per uccidere un uomo in cambio di un ingente prestito. Allen snocciola definitivamente il suo punto di vista: l’umanità oggi più che mai è vanesia, corrotta e pronta a qualsiasi cosa pur di avere successo. Qualsiasi cosa. Anche ad uccidere. E la cosa terrificante è che, secondo Allen, ormai stiamo superando dei confini da cui difficilmente potremo tornare indietro e, anche se i più storceranno il naso di fronte a queste riflessioni, la verità è proprio questa: siamo pronti a sacrificare qualsiasi cosa, anche altri esseri umani, persino il nostro stesso sangue, e la prospettiva peggiore è che lo facciamo con un certo distacco, come se fosse naturale.

1977 - Io e Annie Il capolavoro di Allen. New York, coppie, crisi di coppie, psicanalisi e nevrosi: Diane Keaton, allora compagna del regista, diventa una star e Allen vince quattro Oscar (film, regia, sceneggiatura, migliore attrice protagonista). Il monologo finale sull’ovetto fresco è da storia del cinema. 1978 - Interiors La vera svolta drammatica di Woody Allen: dopo l’enorme successo ottenuto con il precedente film, “Io e Annie”, Allen cambia registro, per la prima volta non compare come attore in un suo film, e parla di una famiglia americana agiata e intellettuale sull’orlo di una crisi di nervi.

In questa trilogia Allen ha colto un aspetto importante del clima attuale: ormai non ci si può fidare di nessuno, specialmente di quei bravi ragazzi con la faccia pulita e la camicia ben stirata che sono gentili soltanto all’apparenza ma che in realtà sono pronti a qualsiasi cosa pur di raggiungere i propri obbiettivi. Anche la famiglia non è più il porto sicuro in cui trovare conforto: siccome tutto è diventato merce e gli altri sono solo pedine da manovrare non c’è posto per i legami sinceri, perfino per quelli di sangue. Protagonista importante e onnipresente di tutte le tre pellicole è Londra, silenzioso palcoscenico delle miserie umane: livida e decadente nel primo e terzo capitolo e appena più soleggiata nel secondo.

1979 - Manhattan Secondo capolavoro di Allen dopo “Io e Annie”. Le vicende sentimentali e nevrotiche del protagonista accompagnate dalla musica di Gershwin sono la scusa per fare una vera e propria dichiarazione d’amore all’unica grande passione del regista americano: Manhattan. 1983 - Zelig Finto documentario sulla vita di un uomo degli anni ’30 che assume l’aspetto e la psicologia di chi gli sta accanto. Metacinema, filosofia, morale, riflessione sull’arte, sulla religione, condita con il caratteristico humor di Allen.

Un lavoro importante e interessante, attuale e universale: tre film da tenere in considerazione e da rivedere per rendersi conto delle tante sfumature che contengono.

1984 - Broadway Danny Rose Storia di un agente teatrale e della sua scalcinata compagnia d’attori. Grande riflessione sullo spettacolo – soprattutto su quello che succede “dietro le quinte” – e sulla religione.

La vacanza spagnola. E poi tutto cambia di nuovo: dopo aver ammutolito e fatto disperare il pubblico per tre anni di fila, il ragazzaccio che è in Woody ha fatto l’ennesimo colpo di teatro. Messa da parte Londra e i toni tragici, Allen si sposta nella caliente Barcelona, recupera la Johansson, che aveva lasciato in America in “Sogni e delitti”, e dirige un quartetto amoroso in cui un pittore spagnolo si barcamena tra tele e tre donne diverse. Più spensierato e decisamente meno impegnato delle pellicole londinesi, con questo film Allen sembra essersi preso una vacanza dopo tutto quel senso di morte e di riflessione sul caso, ritornando a temi già trattati in passato: il rapporto di coppia, la riflessione sull’arte e la figura dell’artista.

1985 - La rosa purpurea del Cairo Cecilia, una fantastica Mia Farrow, vede sempre lo stesso film al cinema e intraprende una relazione con l’attore protagonista del film che, letteralmente, esce dallo schermo. Una delle più grandi dichiarazioni d’amore all’arte cinematografica. 1986 - Hannah e le sue sorelle Due anni della vita di tre sorelle, Hannah, Lee e Holly e dei personaggi che sono loro accanto. Primo vero e proprio racconto cinematografico di Allen, con una struttura compatta e conclusa, ottimo cast e sempre Manhattan sullo sfondo. Per la seconda volta pioggia di Oscar: sceneggiatura e attori non protagonisti (Michael Cane e Dianne Wiest). 1994 - Pallottole su Broadway Commedia fintamente leggera ambientata negli anni ’20. Gangster, spettacolo e riflessioni sulla creatività artistica. Uno dei migliori film dell’Allen anni ’90. 2005 - Match Point Primo capitolo della “trilogia londinese” e rinascita di Allen dopo il lavoro sottotono svolto tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2000. Svolta in tutti i campi: non più Manhattan ma Londra a fare da sfondo, niente ironia – nemmeno velata – ma temi tragici e attuali. Allen dopo la Keaton e la Farrow trova la sua nuova musa ispiratrice, la biondina tutta curve Scarlett Johansson.

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Il Disco del Mese Album: Fantasy Black Channel Artista: Late of the Pier Etichetta: Parlophone Records Genere: Nu-Rave Anno: 2008

Voto: 8,5

di Federico Romagnoli I Late Of The Pier nascono a Castle Donington nel 2001, e attraverso una lunga gavetta di concerti, un demo autoprodotto e alcuni singoli in edizione limitata, riescono a attirare l'attenzione della Parlophone Records, che pubblica oggi il loro album di debutto. Il quartetto è composto da Samuel Eastgate, Andrew Faley, Sam Potter e Ross Dawson, quattro teste sorprendenti che nonostante la giovane età riescono tutte a destreggiarsi con maestria ai rispettivi strumenti (Eastgate, cantante/chitarrista/tastierista, è impressionante al riguardo). Chiariamo subito un equivoco: tutti i paragoni che potrete leggere con band mediocri come i Klaxons, ma anche con altre brillanti come i Franz Ferdinand, lasciano il tempo che trovano. Far rientrare i Late Of The Pier nella schiera di band recenti che cercano di unire rock e dancefloor è limitante e poco onesto, vista la concentrazione di input presenti della loro proposta. Escludendo "Broken" (un punk-funk vagamente Bloc Party), il resto dell'album è pesantemente influenzato da Gary Numan, John Foxx, Devo (ma non quelli di "Are We Not Men?", bensì quelli assai meno celebrati di "Duty Now For The Future"), tutti nomi che non rappresentano certo il massimo della popolarità per il target dell'attuale pop-rock britannico. Sono semmai figure di riferimento per la scena electro, ma quanti dischi rock suonati da-e-per indiekids sapreste indicare, che vi rimandino? Praticamente nessuno, visto che il trend è tutto rivolto verso Television, Joy Division, punk-funk, mutant-disco e via dicendo. A livello strumentale è un disco a dir poco labirintico, il sound synth-pop sembra quasi una scusa per suonare un quasi-prog tutto cambi di tempo e piccoli assolo a sorpresa. Diversi brani sono formati da più sezioni melodiche, e più che canzoni sembrano trasposizioni musicate di frenesia e stupore. A ogni ascolto si scova un elemento che in precedenza era passato inosservato, mentre i ritornelli si appiccicano addosso che neanche la carta moschicida. Un plauso va al produttore Erol Alkan, che ha contribuito a accentuare alcuni elementi-chiave del sound, conferendovi una profondità e una perfezione formale impressionanti, soprattutto se paragonate ai risultati ottenuti dalla band due anni fa con lo "Zarcorp Demo", che già ne metteva in mostra la fantasia e le doti tecniche, ma risultava penalizzato dai non entusiasmanti mezzi di registrazione e mixaggio che all'epoca la band aveva a disposizione: oggi quegli stessi brani assumono una nuova prospettiva e si arricchiscono di ulteriori particolari. Concedete quindi al disco la possibilità di rivelarsi pienamente, in modo da riuscire a elaborare tutto ciò che in questa imperfetta presentazione può esserci sfuggito... c'è talmente tanta carne al fuoco che potrete rimuginarci per mesi e mesi. Album: Dig out your soul Artista: Oasis Etichetta: Big Brother Genere: Pop/Rock Anno: 2008 Voto: 6,5

di Andrea Pergola

Primi ascolti: voto 7. Poi i Kings of Leon partoriscono il quarto album, che è un 7 pieno. Ahi. Riprendo in mano DOYS, mi accorgo di qualche graffio, mamma deve aver fatto le pulizie, perdindirindina. Il sound misticheggiante ed ovattato mi ha già reso stufo di questa giornata. Mumble mumble… è un lavoro buono, persino molto buono per quello che mi aspettavo dai maculiani, ma nulla di più. Non sciapo, ma scevro delle giuste spezie. Multistratico e complesso, pieno di risvolti e risvoltini. In bilico. Tra Be here now e e Standing on the shoulder. Tra “ottimo disco signora, glielo consiglio per suo figlio” e “scusi me lo cambia, mio figlio ne ha già 23 di dischi come questo”. Un condensato di ciò che oggi è indie-rock-pop-do-re-ciakgulp, un po’ Kasabian, un po’ velatamente ipnotico. Fresco ma non troppo. Scenario verosimile: se DOYS l’avesse inciso un gruppo senza etichetta parleremo di entusiasmante miracolo, di rinascita della musica? Per gli amanti delle ballate e delle canzoni che iniziano con un “la-la-la-la-la” soffocato: I'm Outta Time, ballata per piano e voce, e dove per voce intendo la voce di Liam, che in studio non sembra il latrato di un cane senza orecchie. Per gli amanti di “questo non è un plagio, ma una citazione ammiccante”: The Turning, con Dear Prudence sul finale. E per Dear Prudence sul finale intendo che Noel ha preso lo spartito di Dear Prudence e l’ha sostituito a quello di The Turning sul suo leggìo. Una gioia per noi fab-four-fans. Meglio le crepes nutella e cocco.

Album: Death Magnetic Artista: Metallica Etichetta: Warner Bros Genere: Metal Anno: 2008 Voto: 6-

di Leonardo Rumori

E’ evidente che questo album rappresenta, in modo piuttosto goffo, la saggia quanto ingenua decisione di molte band dall’esperienza ventennale come i Metallica di tornare “back to the roots”. In Death Magnetic si possono intuire dei tentativi di rianimare la band del tempo che fu, ma con risultati poco convincenti; vuoi per la masterizzazione penosa per assecondare – in modo per altro fallimentare - la loudness war tra case discografiche, manovra commerciale che mira ad avere un disco dal suono più potente possibile, vuoi per la voce da aerosol di Hetfield che graffia come uno stilista al quale è stato servito un mokaccino troppo freddo. Va detto che la struttura e la lunghezza dei pezzi adempiono alla funzione di recupero del passato, scopo che la band si era preposta e sperando di riuscire a essere sopportabili alla fine di questi anni Duemila, dove una canzone che supera i 3:30 viene cassata dalla casa discografica ancor prima dell’ascoltatore. E’ del tutto evidente che stavolta i Metallica più che farsi ascoltare, hanno voluto farsi perdonare dai fan più fedeli che in questi ultimi dieci anni si sono sentiti continuamente traditi da un’infilata di obbrobri. Voto appena sufficiente per dei Metallica che sembrano una buona cover band dei Metallica.

Album: Forth Artista: Verve Etichetta: Parlophone Genere: Brit Rock / Rock psichedelico Anno: 2008 Voto: 8,5 di Edoardo Iervolino I Verve sono tornati e i pericoli di disco spazzatura sono scongiurati del tutto. Dopo l’uscita del patinato singolo “Love Is Noise” abbiamo temuto il peggio, che Ashcroft avesse venduto l’anima al dio del mainstream. Ma non avevamo fatto i conti con il buon McCabe, chitarra storica del gruppo, e anima psichedelica d’altri tempi. “Forth” è suo come di nessun altro: è un album dilatato su orizzonti lisergici, scorrevole, con quell’anima “pigra” adatta ai pomeriggi di nullafacenza e alle bevute “riflessive”. Il menu è ricco e accontenta i palati dei vecchi fan e dei nuovi ascoltatori: la magnifica apertura compostamente rock di “Sit and Wander”, il ritmo catchy del successo radiofonico “Love Is Noise”, la quiete di “Rather Be”, l’onirica “Judas”, la plumbea “Numbness” con il suo ritmo lento e le note melliflue di chitarra. Il vertice del disco è senz’altro la cavalcata acida “Noise Epic”, gorgo spiraliforme di più di sette minuti colmo di reminiscenze blues psichedeliche e della voglia del rock più semplice e genuino. Una canzone molto composita ma che arriva subito dritto alle orecchie dell’ascoltatore, senza concedere dubbi d’interpretazione. La conclusione di “Forth” è affidata alla calma pop di “Valium Skies”, alle atmosfere rarefatte e cariche di LSD di “Columbo” e la splendida e conclusiva “Appalachian Springs”, prova magna di Ashcroft che con la sua voce commuove e turba il nostro animo. Uno degli album dell’anno.


m‘p -musica Album: The Hawk is howling Artista: Mogway Etichetta: Matador records / Rock action records Genere: Post-rock Anno: 2008 di Gabriella Scafuri Voto: 8 Signori indiscussi del post-rock puro e semplice, i Mogwai hanno raggiunto con ”The Hawk Is Howling”, album interamente strumentale, una notevole destrezza nell’uso di furia e calcolo, pur sfiorando i limiti della prevedibilità e di un qual certo manierismo. Senza sorprese; il marchio di fabbrica è quello, tipico, che ci si aspetterebbe dai Nostri. Quelli che usano i segni per confondere le idee, che non hanno mai ricorso al concettualismo, ma giocano con le immagini. Basti dare un’occhiata al falco che domina la cover. Il suo sguardo altero cela una sorta di ipnosi: il rapace appare statico, ma in realtà è sul punto di urlare. Eppure non lo fa. Proprio come “The Hawk Is Howling”: così inquieto, così sublimemente amaro, cede alle ritrosie delle chitarre esplosive. Un disco introverso e febbrile. Brani oscuri, con strutture elaborate, iridescenti, complesse. L’album si apre coi pattern fluidi sospesi sul velluto (“I’m Jim Morrison, I’m dead”), segue la forza dominata dalla tensione in "Daphne And The Brain", avanza con chitarre acide traccianti archi sonori perfetti (il singolo “Batcat”), poi con melodie abilmente condotte da xilofoni e sonagli (“Local Authority”), e ancora, i richiami velati alle sonorità metal (“Scotland’s Shame”), ritornelli di facile ascolto (“The Sun Smells Too Loud”) e momenti in cui il sound si fa più massiccio - come nel caso degli arabeschi assoli di chitarra di "I Love You, I'm Going To Blow Up Your School" - lunghe divagazioni basso-pianoforte (“Thank you space expert”) che si accompagnano a incerti retaggi elettronici ("Kings Meadow"); in chiusura si insinua una ballata malinconica definita da un’attitudine a stratificare il suono arrivando ai margini del caos senza caderci dentro (“The Precipice”).

Album: Third Artista: Portishead Etichetta: Island Records Genere: Trip hop Anno: 2008 Voto: 8,5

Album: Dear Science Artista: Tv on the Radio Etichetta: Interscope Genere: Unknow Anno: 2008 Voto: 8,5

di Raffaele Saggio

Ibrido. Un concetto spesso difficile da definire, specialmente in musica. Poi, ovviamente, esistono anche eccezioni e finisci con il trovarti davanti gruppi che mischiano, sintetizzano, affinano generi musicali assolutamente eterogenei, generando equilibri di impressionante qualità. Prendete i Tv on The Radio ad esempio: Gruppo Newyorkese, Brooklyn per l’esattezza. La prima difficoltà ascoltando la loro musica consiste nel cercare di collocarla in una delle categorie preesistenti a cui siamo soliti pensare. Questi NERD di colore hanno infatti inciso tre album, tre piccoli capolavori, dove elettronica, black, pop, rock e altri, innumerevoli, generi riescono sempre ad incontrarsi, a completarsi a vicenda. Il risultato sono canzoni che sorprendono per la loro intrinseca originalità. Dear Science, ultimo lavoro della band, sintetizza alla perfezione qual’è l’impronta Tv on the Radio sulla scena musicale odierna. L’album cattura fin da subito, merito soprattutto delle prime tracce: l’opening track “Halfway Home” ti si stampa letteralmente nella testa per non parlare del ritmo travolgente di “Dancing Choose”. Splendido anche il passaggio a metà del disco con il brano “Family Tree”, canzone di classe pura che sotterra in un lampo molte delle uscite (mediocri) che finora hanno accompagnato quest’annata musicale e che al tempo stesso rendono “Dear Science” il candidato più probabile come il disco dell’anno del 2008.

di Alessandra Paolicelli

Son trascorsi quattordici anni dal lavoro “definitivo” del diamante più fulgente di Bristol, cuspide di uno dei generi divenuti cari ad un'intera generazione. Ed è stato detto e ridetto una miriade di volte: non è un sogno, i Portishead son tornati regalandoci un vero e proprio gioiello dalle strane sfumature, così diverso da "Dummy" nel suo essere meno-noir ma non per questo meno intenso. Una sorta di dialogo interiore in tutta libertà, in cui la splendida Beth da' ancora una volta il meglio di sè. Spietata e consolatoria al contempo, ci conduce pian piano nelle viscere della città mostrandoci un cuore pulsante in una stanza buia chiusa a chiave. Meccanica in musica, muscoli morsi da glaciali note in chiave industrial, sangue brillante come l'ispirazione che muove certi sentori progressive (emblematica "Small"). Questo sono ora e sempre i Portishead: la mano ben oliata che muove le corde di una Musica che non è soltanto l'assoluta immagine di una generazione, di un'epoca alienata e completamente rinchiusa in un guscio freddo come l'acciaio. Ma un qualcosa che si eleva al di sopra delle parole, delle convenzioni, di descrizioni e tentativi di comunicare, fino a toccare il cielo e ciò che c'è Oltre. Abbiamo atteso parecchio, persino nella scoperta delle più piccole sfaccettature che possiede quest'album. E la felicità ci batte nel cuore perchè Loro son di nuovo fra noi: son questi i ritorni che meritano applausi, lacrime ed elogi.

Album: Attack and release Artista: The Black Keys Etichetta: Nonesuch Genere: Anno: 2008 Voto: 8

di Giuseppe Paxìa

All’inizio del 2007 Brian "Danger Mouse" Burton, l’altra metà dei Gnarls Barkley e produttore di gente come Sparklehorse, Gorillaz e Beck, aveva chiesto ai Black Keys di scrivere le canzoni per un album di Ike Turner. Con la morte di quest’ultimo a dicembre, però, il progetto naufraga inevitabilmente. I nostri non si perdono d’animo, decidono di interpretare essi stessi i pezzi e se ne escono con un album variopinto sfaccettato prodotto proprio da Burton. Si tratta di un ibrido vagamente psichedelico di Seventies Rock di sapore Southern, old-style R&B, British Invasion Rock-Blues, il tutto condito con un po’ di spensieratezza molesta alla White Stripes. Come i fratellini White, pure i BK sono un duo chitarra/voce e batteria, anche se compaiono qua e là piano, rhodes, in un caso addirittura un flauto di jethrotulliana memoria. Il timbro caldo e intenso della voce di Dan Auerbach che a tratti ricorda il Paul Rodgers dei tempi d’oro (quello del periodo Free per intenderci, non quello dei redivivi Queen) si sposa perfettamente sia con i riff grassi e taglienti della chitarra al fuzz nei pezzi più trascinanti (I Got Mine, Strange Times), che con le atmosfere più morbide e soulful (Remember When (Side A), Things Ain't Like They Used to Be). Rimarrà per sempre inappagata la curiosità di sentire questi pezzi interpretati da Ike Turner, ma ho il sospetto che difficilmente sarebbero potuti essere migliori di così.

Album: Only by the night Artista: Kings of Leon Etichetta: Columbia Genere: Southern Rock Anno: 2008 Voto: 6,5

di Edoardo Iervolino

La macchina è sempre la stessa, il viaggio è verso una meta nuova, già vista ma con gli occhi degli altrui racconti. I Kings of Leon tornano ad un anno di distanza dallo splendido “Because of the Time”, incrocio puro di blues e southern rock, virando con questo “Only By the Night”, quarto road trip musicale della loro carriera, verso lidi più morbidi e accoglienti. Le armonie sono molto soft, hanno eliminato quasi ogni overdrive di chitarra, tipico della tradizione southern a cui appartengono, e hanno aggiunto orchestrazioni pop che non gli si confanno. I fratelli Followill si sono ripuliti, è vero, hanno smesso di vivere secondo il motto “sex, drugs & rock’n roll”. Hanno messo la testa a posto ma escono dall’esperienza della vita selvaggia con le ossa rotte. Sono rilassati, si sente, ma anche molto meno incisivi rispetto al periodo in cui vivano tra delle lenzuola sgualcite e della polvere bianca nella loro, parzialmente distrutta, camera d’albergo. “Only By the Night” è un album discreto, su tutte spicca il terzetto iniziale composto dalla morbida “Closer”, dalla ritmata “Crawl” e dal singolo “Sex on Fire”, in cui si risente finalmente la voce di Anthony stridere come un tempo ormai remoto (è davvero lontana “Trani”, canzone dal loro primo “Youth and young Manhood”). Il cd fila liscio, senza troppe pretese, troppo quieto per degli scalmanati come i Kings of Leon. Carino ma anche pressoché inutile.


m‘p -musica

Intervista agli Juan Mordecai: tra deserto, società ed Afterhours

Testo di Edoardo Iervolino Illustrazione da Rocklab

Due parole con un supergruppo italiano passato inosservato ai più

Gli Juan Mordecai sono stati la vera sorpresa italiana del 2007: il loro “Songs of Flesh and Blood”, brillante unione di ballate desertiche e psichedelica western, è rimasto nel nostro stereo per moltissimo tempo. Ora, dato che ci troviamo al cospetto di tre dei più importanti musicisti italiani della storia recentissima (David Moretti, Andrea Viti e Xabier Iriondo), ci siamo tolti lo sfizio di intervistarli. E non potete capire che gentilezza che abbiamo trovato nei loro modi e nei loro atteggiamenti. Si vede che hanno trovato la pace a livello professionale. David Moretti: ex membro e leader dei Karma, gruppo italiano di stampo grunge e uno dei pochi che è riuscito, qui da noi, a farlo bene. L'album omonimo e "Astronotus" sono due gioiellini dell'underground italiano, poche storie. Il dubbio che ci attanaglia è il seguente: rivedremo mai un cd dei Karma sugli scaffali delle novità dei nostri centri commerciali? Gli Juan Mordecai sono per te un side project o hanno ormai monopolizzato i tuoi sforzi creativi? Karma è stato per noi, agli inizi degli anni 90, una sfida data per molti persa in partenza: poter proporre un progetto fortemente allineato alle tendenze internazionali, senza cedere a pressioni e compromessi. Naturalmente in italiano, guadagnando un rapporto diretto con un pubblico che fino a quel momento aveva avuto poche proposte e quasi tute ancorate ancora troppo a suoni e stili vecchi di quasi 10 anni. Mi riferisco alla new wave italiana, che tanto aveva fatto, ma era ormai tagliata fuori da una contemporaneità che aveva i suoi riferimenti nel drum n bass inglese e nel punk grunge americano. In italia c'era una grande voglia di creatività, di uscire dalle restrizioni dei generi e dell'omologazione. Non è stato un caso che intorno ad un piccolo studio come il Jungle Sound si siano ritrovati gruppi come Ritmo Tribale, Casino Royale, Afterhours, La Cruz e noi. L'idea era chiara: fare fronte comune, creare una scena, rafforzare l'impressione che non fosse solo un periodo fortunato, ma ci fosse la volontà di creare un'alternativa reale, non limitata a un genere musicale, ma ad una proposta di musicisti nuovi, con un'attitudine ben diversa dai soliti noti. Anni dopo lo stesso Manuel Agnelli tentò con il suo Tora Tora di fare lo stesso: fare quadrato e passare il testimone alle nuove realtà. Ma i tempi adesso sono assai diversi, come pure le aspettative di chi ascolta. Juan Mordecai è stata una liberazione. Un dono. Una pace ritrovata. Non so se definirlo un progetto parallelo, perchè non esiste più un gruppo ufficiale. L'essere qui a suonare insieme è già per noi una grande felicità. Non mi piacciono le reunion, i ritorni o roba del genere. Stiamo finendo i provini del prossimo disco, ma sinceramente non sappiamo con che nome uscirà... Andrea Viti: ex bassista degli Afterhours, turnista con Lanegan e Dulli e con i loro Gutter Twins (album splendido tra l'altro). Insomma uno che ha vissuto con il miglior gruppo italiano della storia recente per ben dieci anni come mai decide di met-

tersi in proprio? Non c'era più armonia con Agnelli e co.? Andre: lasciare gli afterhours è stata una decisione presa in un momento molto complesso per me. Con il tempo ho avuto modo di far comprendere questa mia difficile scelta. Tra i crediti leggiamo un altro nome prezioso (anch'esso ex Afterhours): Xabier Iriondo. Come è nata la collaborazione con lui? David: Xabier è un amico prezioso, un'amicizia di lunga data, continua nella pagina seguente

colonne sonore GLEN HANSARD & MARKETA IRGLOVA

ONCE (Music for The Motion Picture)

di Alessandra Paolicelli

Diciassette giorni trascorsi per le strade di Dublino fra vecchi amici, storie ed una sana passione musicale. Questo il tempo impiegato da John Carney nella realizzazione della piccola “Once”, film che narra la storia d’amore marcatamente platonica fra i due protagonisti in un’Irlanda che assurge quasi a Voto davanzale su cui posare le proprie vite in attesa di fuggire altrove per coltivare il proprio talento, o semplicemente per tornare da qualcuno. Glen Hansard, leader dei Frames, e la Markéta Irglovà presente nel suo album solista del 2006 (“The Swell Season”) sono sia gli attori che hanno permesso al regista (pure lui bassista nella band irlandese) di realizzare questa storia in chiave autobiografica, sia le due menti da cui è nata la musica-filo conduttore dell’intero film. Una colonna sonora onesta nel suo essere spoglia e priva di fronzoli che, probabilmente, scalderà alcuni anche mesi e mesi dopo la visione del film; caratterizzata da quelle tinte boriose tipiche di certa “musica d’autore” e per questo perfettamente in linea con l’umore della pellicola, capace di conquistare sia il pubblico indipendente che quello hollywoodiano (non a caso grazie al brano apripista, “Falling Slowly”, è stato vinto l’Oscar per la miglior canzone originale) così poco abituato a storie d’amore contemplative e per nulla carnali. Consigliata a chi confida nella semplicità e a chi non ha timore di stufarsi della mielosità in salsa pseudo-romantica.

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con JM è un'esperienza intensa e vera, legata tanto al rock od alla psichedelia quanto alla forma canzone, ... se dovessi definire in due parole il tutto: "pura magia".

cover art

The Velvet Underground & Nico di valerio celletti

“Velvet Underground & Nico” è il primo disco della band di Lou Reed e compagni, ma è passato alla storia con il ben più confidenziale “Banana Album”. Datato 1967, il disco d'esordio dei Velvet Underground fu prodotto e soprattutto promosso dall'eclettismo di Andy Warhol, in uno dei momenti più luminosi della sua carriera. L'artista fu letteralmente folgorato da questa band trasgressiva e irriverente della scena newyorkese durante un live al Café Bizarre. Decise così di intraprendere con loro una collaborazione che trasformò i live dei Velvet Underground in una performance - piuttosto all'avanguardia per l'epoca - chiamata The Exploding Plastic Inevitable, che comprendeva la presenza di due ballerini e proiezioni di folli clip video. Ma il guru della pop art mise la sua firma soprattutto sulla copertina dell'album di esordio: su questa non appariva né il nome della band né il titolo del disco, ma solo la firma dell'autore e una “semplice” banana. Nella prima edizione, un invito esplicito invitava a "sbucciare lentamente e vedere": rimuovendo un’apposita pellicola si scopriva che la banana era in realtà di colore rosa. Per realizzare in serie con tale pellicola le cover fu progettato un macchinario apposito: ciò produsse un drastico incremento del prezzo del disco, che ne limitò ulteriormente il successo iniziale. Non fu la prima copertina che ebbe la firma di Warhol: il collezionista Paul Marechai ne raccolse oltre 50 e, probabilmente, sono anche più numerose. Questa, come tutte le altre, dimostra la sempre maggiore importanza che stava avendo l'impatto visivo della merce-album. L'artista intraprese - una provocazione visionaria, e sottovalutata- un percorso praticamente opposto al resto delle sue opere: svilire a oggetto di consumo quotidiano l'arte. E così il disco che si acquista nel piccolo negozio o nelle nascenti grandi distribuzioni divenne ipermerce, oggetto liminale nel suo essere tra il concreto e l'astratto, esoterico e deperibile, eterno ma con stampigliata la data di scadenza. Il disco ebbe un successo discreto che divenne straordinario solo molti anni dopo il lancio, ma la copertina divenne una vera e propria icona pop, package di una merce realizzato da chi della merce e del suo essere di massa aveva scoperto la straordinaria capacità di raccontare il presente e una qualche vaga nobiltà artistica.

con noi oggi a tutti gli effetti un discepolo (come lui stesso ama definirci) di Juan Mordecai. Xabier: il mio incontro con il progetto JM è avvenuto non del tutto casualmente... da diversi anni conoscevo David Moretti, Andrea Bacchini, Diego Besozzi e Alessandro "Pacho" Rossi e per 5 anni ho suonato dal vivo ed in studio di registrazione con Andrea Viti negli Afterhours. David venne nel mio negozio per sapere se ero interessato a partecipare ad un nuovo progetto musicale al quale stava lavorando insieme ad Andrea, si trattava di registrazioni di materiale molto intenso e passionale, in lingua inglese ... da subito mi sentii attratto da queste musiche e pensai di poter dare un mio contributo con qualche sonorità "altra". Poi si passò al live... l'idea era di avere un sound ricco ed articolato, elettroacustico ed estremamente elettrico al tempo stesso. con il primo concerto capii immediatamente di essere a casa, con amici con i quali condividere watt ed emozioni ... suonare

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Gli Juan Mordecai sono stati uno dei progetti più interessanti e sottovalutati del 2007, e non stiamo parlando della sola scena italiana. Andate a toccare i cuori dei vecchi nostalgici dello slide blues, del southern rock e degli amanti di Sergio Leone. Raccontateci un po' come siete arrivati a questo sound a "stelle e strisce" e come avete vissuto i giorni di registrazione. Come siete giunti a questo sound? Quali sono le vostre influenze? David: Dopo tanti anni di silenzio, ci siamo ritrovati con una quantità impressionante di registrazioni, idee e abbozzi di canzoni. Quando abbiamo incrociato i nostri lavori, alcuni pezzi si sono per così dire allineati naturalmente. La vena facustica era incredibilmente costante sia dei mie lavori che di quelli di andrea. Il resto è stato semplice. Abbiamo chiamato le persone che più stimavamo, tra i quali tutti i karma naturalmente, e abbiamo diretto a modo nostro le registrazioni, costringendo il più delle volte i musicisti a improvvisare, facendo ascoltare loro solo piccoli spezzoni o togliendo dagli ascolti le tracce portanti. Forse se il disco suona così "live" e "in presa diretta" lo si deve a questa nostra follia. è stato un lavoro lungo, registrato nelle ore libere di andrea, che a quei tempi con gli After girava praticamente ogni giorno. Per quanto riguarda i riferimenti sono stati quelli di sempre, impressi nel nostro dna dalla nostra adolescenza: Johnny Cash, Neil Young, Stooges, Mc5, Pink Floyd, Iggy Pop... Vorremmo due parole sul lavoro di Taketo Gohara (già tra gli altri con Verdena, Capossela e Marta Sui Tubi), autore del mixaggio presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani. Andre: Taketo è l'anima razionale di Juan, l'assemblatore, il nostro guru. Davd: Lavorare con fonici "sensibili", come Fabio Magistrali con i Karma e Taketo adesso, è da sempre una nostra priorità. Una scelta primaria, più importante di studi di registrazione e strumentazione. Almeno per noi.

L'album è senza dubbio molto immaginifico: abbiamo visto che anche per voi lo è. A conferma della nostra tesi vediamo che sul vostro MySpace ci sono molte immagini sabbiate e si parala di un progetto di nome "A Shaved Mint". Ci spiegate qualcosa in più? JM: Molti amici si sono uniti a noi in quest'avventura: Alessandro Scotti, un grande fotografo, membro onorario delle Nazioni Unite, famoso per i suoi reportage, ha realizzato una serie di scatti che rendessero visivamente lo spirito di questo disco. Claudio Sinatti invece ha scelto demon lover, l'ultimo brano di Song of Flesh and Blood, in versione non editata (una ventina di minuti circa) per sonorizzare un'installazione video davvero impresionante, A Shaved Mint, appunto. Da qui il progetto di suonare live durante la proiezione, remixando live immagini e improvvisazioni sonore. Sul sito di Claudio trovi comunque tutto e puoi visionare il lavoro. Partiamo con qualche domanda un po' più sociale: anche in Italia c'è il deserto a nostro giudizio, ma quello intellettuale. Convenite con noi? JM: La cultura è l'unico vero investimento di sicura rendita per qualsiasi Paese. Formare una coscienza civile e civica, di rispetto e coinvolgimento personale è di primaria importanza. Sono rigurgiti e deliri di vecchi anarchici, ma vista la rassegnazione e l'ipocrisia che domina questo paese... Investire in cultura significa crescere le generazioni alla critica, nell'utopica ma sempre vitale certezza che può avvenire sempre un cambiamento. è abbastanza evidente l'impoverimento culturale che da un decennio a questa


parte banalizza le potenzialità del nostro Paese, ma se in Italia esiste un deserto lo si deve anche ad una generazione che ha profetizzato la rivoluzione e adesso vuole mantenere i privilegi senza restituire quello che ha avuto. Forse davvero l'alternativa è la fuga, di cervelli, di inventiva, di creatività. Forse resteremo un paese di signororotti e baroni... Se senza colpo ferire si passa dalla democrazia alla deimocrazia è la ragione e la cultura a perdere a guadagno della paura e della desertificazione sociale. Amen La scena musicale italiana: diteci la vostra. JM: è una forma geometrica aperta che spreca le proprie energie e non si autoalimenta come ci piacerebbe: locali, radio, etichette indipendenti, marketing virale, un'economia di sussistentza che permettesse di aumentare la proposta, la longevità dei progetti e creasse indotto, anche minimo, ma sufficiente a mantenere una scena alternativa "naturalmente" italiana. No, non vediamo nessuna scena adesso. Ne tantomeno il rinascere di quella controcultura che dovrebbe essere la sola cosa buona da ricordare degli anni 80, oltre alle drum machine e i jeans neri attillati. Gruppi e singolarità valide invece molte: Verdena, Teatro degli Orrori, Moltheni, le luci della centrale... e mille altri ancora.

stione di antenne, di ricezione... Viene in mente il titolo di un grande album dei GodSpeedYouBlack Emperor!: Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven. Il problema sono le interferenze. Anche se Xabi con una buona interferenza è capace di ipnotizzarti per ore.... Il resto è disciplina. Dura, semplice, metodica applicazione.

Se vi dico "Università" a voi cosa viene in mente: esamificio o cultura? David: Io ed Andrea abbiamo condiviso la stessa facoltà e molti esami. il primo concerto dei karma è stato alla Statale nei giorni dell'occupazione della "Pantera". Ho ricordi meravigliosi di compagni e docenti con il dono dell'incanto. Per me è stata un'ottima palestra, un luogo per la costruzione e confronto di menti e di buon allenamento al fare. Un'ubriacatura di sapori "gymnasiali" e iniziazioni massoniche. Di febbri e amori mistici e di cumuli di letture adesso sinceramente inavvicinabili.

Tiriamo le somme siete soddisfatti dalla vostra esperienza targata Juan Mordecai e dal calore con cui è stato accolto "Songs of Flesh and Blood"? JM: Come da un camino a legna di un piccolo chalet di montagna dopo una lunga camminata al gelo. calore, santo calore.. dopo tanti anni ancora molti amici con i quali condividere le nostre canzoni. è stato davvero emozionante. Ritagliarci un angolo di alternativa nel quale continuare a proporre la nostra musica, questo ci basta e avanza.

Abbiamo intervistato vostri colleghi che ci hanno detto di comporre i testi camminando per strada, guidando o addirittura seduti sulla nobile tazza… JM: La musica che gira intorno, forse Platone aveva ragione, è solo que-

Ultima domanda di rito: Un disco, un libro e un film che proprio non possiamo perderci. JM: visto che è già stato citato GodSpeedYouBlack Emperor!: Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven, poi Il Monte Analogo di René Daumal e Fitzcarraldo di Herzog

live report

Teatro degli Orrori @ Roma

Testo di Edoardo Iervolino

E’ già passato un bel po’ dallo scorso concerto del Teatro degli Orrori qui a Roma. Il locale è molto più popolato, sia perchè è sabato sera, sia perchè il gruppo, grazie allo splendido “Dell’Impero delle Tenebre”, ha cominciato a circolare in un numero crescente di e stereo d’Italia. All’entrata appare da subito chiaro che Capovilla, leader e “maschera espressiva” del gruppo, sia insolitamente lucido e in forma nonostante la continuità di date e concerti che stanno tenendo dall’uscita del loro esordio a oggi. Qualcuno li chiama “stimoli”, io semplicemente “saperci fare”. E Capovilla non è il solo elemento in forma della serata: ci accorgiamo subito che, oltre al solito impagabile Favero al basso (e chitarra in “Maria Maddalena”), anche Mirai e soprattutto Francesco Valente sono in stato di grazia. L’attacco, come da copione del concerto, è identico al CD: il terzetto formato dalla Shakesperiana “Vita Mia”, da “Dio Mio” (tributo netto agli Scratch Acid di Yow) e dal Fiore del Male “E lei venne!” scuote le prime file che iniziano le danze di un pogo selvaggio. Ed è l’inferno, come presagito dall’acme di “Vita Mia”. Corpi ammassati che si calpestano sotto lo sguardo di un Capovilla luciferino, con occhi a punta e sorriso sardonico, circondato dalla sua luce rossa. Gode, lui, li sopra a guadare gli effetti della sua musica; gode nel vedere che la scossa musicale diviene componente fisica per il suo pubblico. Gode nel sapere che ormai il live è nel palmo della sua mano. Entrano gli ZU e cominciano le note dallo split delle due band con la canzone “Fallo!” (“Tra il dire e il fare c’è di mezzo il magma del mare”): due batterie, due bassi, una chitarra, un sax baritono e le espressioni fisiche e vocali di Capovilla. E’ il delirio. Buone le dinamiche chitarra-basso fatte da Mirai

e Pupillo, ottime, ovviamente, le ritmiche dei due macinini Valente-Battaglia. Ed è proprio durante questa canzone che parte l’inseguimento tra i due “martellatori” che continuerà molto dopo con l’esecuzione di “Nostalgia” (altro estratto dallo Split). Infatti, dopo le solite ottime esecuzioni del repertorio del Teatro (su tutte ci ha sorpreso l’esecuzione da manuale de “L’Impero delle Tenebre”, sicuramente il brano che dal vivo rende di più, grazie a quel giro di basso ipnotico e ad una ritmica insolita nei suoni), il vero godimento audio/video è proprio arrivato con la seconda esecuzione con gli ZU sul palco. “Nostalgia” è scintillante, unica, perversa e intima allo stesso tempo: un Capovilla imbambolato ha fatto da contraltare al vero spettacolo della doppia batteria. E’ Valente contro Battaglia. Lunghi momenti di spirali ritmiche eseguite con il tachimetro impazzito: Valente vola, picchia e pesta senza dire una parola, con il suo assetto orizzontale dei fusti e dei piatti tipico dei taglialegna reinventati membri di una band musicale. Favero ride, capisce che lo spettacolo è di serie A; ghigna e suda copiosamente. Pupillo tiene botta, cosa non da tutti. Capovilla, con sguardo all’infinito, cerca lo sguardo del pubblico e alla fine del brano si butta sulle prime file con balzo da consumato Stage-Diver: dopo qualche secondo “a galla”, cade inghiottito dalla folla. Fa un tonfo a terra, a pochi centimetri dal sottoscritto, terribile: si rialza come se nulla fosse e si fa gettare nuovamente sul palco. “Lezioni di Musica” è la fine, malinconica, di un concerto che conferma il Teatro degli Orrori la miglior band italiana su un palco.

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Planet Anno 2 Numero 9 Inserto multiculturale. A cura di studenti internazionali.

rebbe diventato per lui una passione e tale passione lo avrebbe estraniato dagli uomini e quindi anche da se stesso. Disse che il mondo poteva solo essere conosciuto per come esisteva nei cuori degli uomini. Perché per quanto sembrasse un luogo che conteneva degli uomini, in realtà era un luogo contenuto nei loro cuori e quindi per conoscerlo era lì che bisognava guardare e imparare a conoscere quei cuori, e per far ciò si doveva vivere con gli uomini e non limitarsi a passare in mezzo a essi.

Embrace the tyranny of distance

Eccetera, eccetera. Come ogni volta che ricevo un saggio consiglio, però, il mio essere un'orgogliosa testa di cazzo mi porta invariabilmente a buttarmi nella direzione opposta. E il destino me l'ha mostrata con quest'altro byroniano invito trovato in uno dei luoghi più improbabili, un pulcioso negozio di souvenir dove la quarta di copertina della Lonely Planet della Melanesia s'aprì così: Embrace the tyranny of distance.

A

ppoggiare la testa al vetro e guardare le cose scorrere via come dovrebbero sempre, in un attimo quelle piccole vicine e indifferenti, lentamente le montagne e il mare e le nuvole, lontano, è l'unica alternativa che avevo al consumarmi camminando in maniera assolutamente suicida per strade prive di ombra acqua e fish’n’chips takeaway. In più c'è il conforto che, lasciando andare la mente dove di solito non dovrebbe, il vecchio trucco di immaginarsi i cattivi pensieri, quando arrivano, correre disperatamente all'inseguimento fuori dal finestrino paonazzi tra la polvere e i campi di canna da zucchero fino a spaccarsi la testa contro qualche palo o segnale stradale, grazie a dio funziona ancora. Tim Buckley mi strilla nelle orecchie che se n'è andato a cercare i delfini nel mare e che si chiede se qualche volta pensi a lui. Di male c'è che mi trovo a contraddire l'abusato detto per cui non si deve mai tornare indietro neanche e via dicendo, col quale sono generalmente d'accordo, se non che a volte semplicemente non si ha altra scelta, specie quando per fare quel che si ha da fare di rincorsa ne serve parecchia. In un momento in cui, bloccato a Cairns davanti all'evidenza che avevo sbagliato costa dell'Australia scegliendo questo parco giochi per avventuristi diciottenni invece di Perth dove a quanto pare i pazzi, i mostri e gli sradicati sono, consideravo l'opzione di rimediare all'errore e andarmi a cercare una vita e un lavoro là, ecco cosa mi ha detto un libro: Disse al ragazzo che pur essendo huerfano avrebbe dovuto smettere di vagabondare e trovarsi un posto nel mondo, perchè quel vagabondare sa-

Ragion per cui ho preso la mia decisione, aiutato anche dal fatto che non sono riuscito a farmi cambiare il biglietto per ripartire da Bangkok invece che da Brisbane e farmela via terra fin là da Bali, come avevo anche pensato, e ne ho fatto un altro per Vanuatu. Starai già pensando: pacco di soldi, campi da golf, whisky 'n soda 'n tuca tuca, vita facile e addio onde del destino. Ti starai già sbagliando. Spero. Adesso posso stare qua a dilungarmi un'altra mezzorata su motivazioni etnosocioantropologiche, su cacciatori di teste nienteelettricità ne' copritazza ne' garanzia di non morte per malaria, sulla ferita aperta dove la civiltà non ha ancora finito di divorare la selvatichezza ed è uno spettacolo orrendo e necessario ma la verità e' una sola, ovvero che ieri ho guardato a lungo il mare e il mare mi ha guardato appena e mi ha detto mbe? e io ho detto hai ragione, adesso arrivo. Al momento il mio piano è vagamente girare l'arcipelago scroccando passaggi su chiatte battenti bandiera liberiana tirando noci di cocco ai ricconi sugli yacht. Poi si vedrà. Ho avuto terribili presagi e magnifici presagi. Piove a dirotto. Sarò solo e avrò lasciato quasi tutti i miei averi in una cassetta a tempo all'aeroporto. Sarò una delle cose più fuori posto che riesca a immaginare, a parte Veltroni in un partito di sinistra. Sarò, spero, nella condizione di non poter chiudere in alcun modo gli occhi davanti all'evidenza delle cose. Spero di imparare qualcosa. Augurami ciò. Se non altro perché poi potrò raccontartelo. con il contributo di:

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Roma a través de mis ojos Testo De Ilyhada Garcia Contreras

Cuando todavía estudiaba en la facultad de leyes en la Universidad de Sonora en México, me imaginaba realizando mis estudios de maestría y doctorado en el continente europeo. El destino definitivamente me trajo a Italia (bien dice el refrán “todos los caminos conducen a Roma”) y aquí me encuentro, viviendo en una de las ciudades más hermosas de Europa y realizando uno de mis sueños que es el de llevar a cabo estudios de doctorado. En los primeros meses de mi llegada, el principal obstáculo fue el enfrentarme al idioma: no obstante el castellano y el italiano se asemejan mucho, tardé más o menos seis meses para darme a entender y entender el italiano de manera “decente” o como dicen en Roma “famme capì’” (aunado a que me es inevitable hablar italiano con el acento romano!). Ya han pasado dos años desde que llegué a Roma y en los que ésta ciudad me ha abierto sus puertas y me ha adoptado como una hija más. Durante mi estancia he tenido la fortuna de conocer personas de todo tipo, gente amable y no tan amable, italianos y extranjeros, que de una u otra manera han enriquecido mi experiencia de vivir en este país y de hacer mi estancia más agradable y amena. Durante este tiempo he tenido también la oportunidad de entender mejor el pensamiento del ciudadano italiano, conocer la esencia del mismo, el de sentirse orgulloso de una tierra que ha dado al mundo magníficos artistas, científicos y otros personajes que hacen de Italia un pais único y fascinante. Sin embargo, me es inevitable el no hablar sobre la ola de racismo que actualmente acecha a la Italia. Creo que la grave recesión económica por la que atraviesan, no solo las grandes “potencias”, sino también los países más pobres entre los pobres del mundo (estos últimos por razones históricas, casi desde siempre) ha ocasionado que durante los años pasados, una gran cantidad de población salga de los mismos para encontrar un mejor nivel de vida e Italia es, entre otros, uno de los países geográfica y estratégicamente ubicados que lo hacen recibir un flujo migratorio considerable. Es importante mencionar que Italia es relativamente nueva y con menos experiencia en comparación a otros países como Inglaterra o Francia en relación a la recepción de migrantes. Es verdad que hay muchos inmigrantes en Italia y que tal vez el país no está preparado para un flujo migratorio tan grande como el que ha vivido el país en los últimos años, pero también es cierto que una gran cantidad de extranjeros residentes en Italia son ciudadanos miembros de la Unión Europea, que han venido a

Italia por motivos de trabajo o estudio y que hacen de Europa una “casa grande” que recibe a ingleses o españoles en tierra italiana, así como italianos en España o Alemania. Yo siempre he pensado que Italia es un país acostumbrado a “emigrar” (recordando los grandes flujos migratorios en la primera y segunda guerra mundial) pero poco acostumbrado a recibir migrantes. Tengo muchísimos amigos y amigas italianas que coinciden en lo mismo, y sin querer entrar en debate acerca de si la migración es o no buena, simplemente me limito a decir que es un “efecto” de la globalización, el punto más característico de esta doctrina económica y que sus autores efectivamente, venían venir, sin imaginarnos nosotros, ciudadanos comunes y corrientes, sus consecuencias. Es así para los ciudadanos de países en “vías de desarrollo” que han visto “invadidas” sus ciudades con empresas transnacionales o de grande capital que operan con costos de mano de obra extremadamente baratos (un obrero en América Latina no ganaría jamás lo que gana un obrero en Italia) así como a los ciudadanos de los grandes países de Europa occidental que se han visto “invadidos” por millones de extranjeros, cuyo único deseo es “sobrevivir”, porque la vida en sus países de origen es carente de dignidad o en pocas palabras, no es vida. Como miembros de una comunidad, estamos acostumbrados desde siempre a ver de mala manera al “invasor”, a alejarnos de la gente “diferente”, al que difiere de nuestras costumbres, de nuestra forma de vivir. Este pensamiento “natural” se aplica no solo para los que ven mal a los extranjeros residentes de manera legal o ilegal en Italia, sino en toda Europa, pues lo mismo habrá sucedido con los habitantes “naturales” de los países colonizados por ingleses, españoles o franceses en América o Africa.Es un poco la historia que tiende a repetirse otra vez pero que en esta ocasión crea un poco de confusión porque se presenta al revés, es decir, los “invadidos” se convierten en “invasores” no como un acto de venganza por los daños causados en siglos pasados, sino en la mayoría de los casos, por actos de “n\\ecesidad”. A final de cuentas, pese a quien le pese, en algunos años, cada uno de los países del mundo estará destinado a ser una mezcla de folclor multicolor y de costumbres que darán origen a una nueva cultura. Nadie puede permanecer aislado en la era de la globalización porque tiende directamente a su propio exterminio. El punto central es recuperar y aplicar la palabra “mágica”que necesitamos los extranjeros y ciudadanos que conviven, día a día, en un mismo lugar: tolerancia.

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ODE to ATLANTA Text By Mary Lynn Woods

Oh, Atlanta I hear you calling I'm coming back to you one fine day No need to worry There ain't no hurry cause I'm On my way back to Georgia On my way back to Georgia.

Atlanta is the home of Coca Cola. If you ask for a Pepsi around there, you will be given a suspicious glance. This isn’t the way to make a good impression on a Georgian. In fact, Atlantans refer to all soda products as Coke. If you are drinking a Diet Coke, Sprite, Fanta, or Pepsi, a true Atlantan will call that a Coke. It is a heritage issue. There are so many more things that make Atlanta home to me. Baseball in the Spring, Football in the Fall, my grandmother’s muskidimes, and homemade pie. Just thinking about it makes me eager to get back.

Alison Krauss

It has been about two years since I left Atlanta. Rome has become a place that I dearly love, but Atlanta will always be home. It has become an epic haven for hometown memories in my mind after such a long absence. But I will be returning there in November, so I can’t stop thinking about all the things that make Atlanta a city to which I long to return. Please excuse my nostalgia. Atlanta is one of the biggest cities in the Southeast corner of the United States. A cultural center of the south, Atlanta has a dramatic history. During the Civil War, Atlanta was deeply wounded financially and materially. It was all but entirely burned down, leaving people with anger and prejudice against the Northern states. Though the Civil War was almost 150 years ago, in some pockets of the Deep South, you can still hear people refer to ‘The War of Northern Aggression’ instead of the Civil War. The camaraderie from this and other pieces of Southern history gives Atlanta a nuanced and uniquely Southern culture. In Atlanta, people are friendly and welcoming. They are steeped in their own culture. People smile at one another. Men open doors for women. And they have a distinct Southern accent. In fact, there is one word that is almost solely heard in the South: y’all. In English, there is not a different word for the plural form of ‘you.’ But in Southern English, you can always hear a proper Southerner refer in the colloquial to ‘y’all,’ the plural of ‘you.’ It is at its root a contraction of the words, you all, but when spoken by an Atlantan, it is correctly (or incorrectly) pronounced, y’all. Atlanta is the central setting for the film, Gone with the Wind. The romanticized version of Atlanta seen in the movie has been adopted into the collective memory of the city itself. Scarlett O’Hara is a typical Southern woman with a fiery temper masked by good manners. The history of that movie is a narrative in the individual histories of those who are born and bred in Atlanta. So much has changed since that Antebellum culture, but its effects are wildly felt, like ripples in a pond.

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I came to Mongolia for drinking vodka Testo Cristiana Cassano

Hello from Mongolia! My name is Cristiana and I am a Peace Corps Volunteer. I came with 60 other volunteers and we will all live here for the next 2 years to work in different areas in all parts of the country. I came here to teach English and work with local non-profit organizations. When I first arrived here in June, I lived with a family for about 3 months to learn the language and the Mongolian culture. My family and I lived together in a ger, which is a is the classic house that most Mongolians live in. Gers have been used since ancient times and they are round, made of cloth, and have a hole at the top so that the oven's smoke can escape. We had no running water and many times the electricity did not work. We had to get our water at the local well, which looks like a gas station where people pay money and a woman pours water in their buckets. We often had to chop wood so that we could put it in the oven to heat the ger and cook all our food. For holidays every family buys a live animal, brings it home, then kills it and cooks the whole animal on the fire stove. Every important occasion or holiday is also celebrated with vodka. This alcohol plays an important part in Mongolians' lives and it is drank very often. One holiday that I attended this summer was Naadaam. It is celebrated every July by everyone at the local outdoor stadium while some participate in contests of horse racing, archery, and most importantly, Mongolian wrestling. On this 3 or 4 day holiday the women cook a traditional meat stuffed fried pastry for everyone in their family. Everyone also drinks a lot of airag, fermented horse milk which has a little alcohol in it but many children drink it because it is believed to be good for your body and many older people drink many liters of it to get drunk. Mongolian people, however, are very happy and peaceful people. They love to see foreigners and invite them into their gers to eat traditional Mongolian food. Most are herders, and they care for

their goats, sheep, and cows all day. Even in the city, cars many times must stop on the road to let the animals cross, and in the parks, cows are eating grass while the children play next to them. I now teach English at a Medical College in one of the country's largest cities, Darkhan. I have been working here about 2 months and I love my job. The school system here is very different from that of Western countries and I still don't really understand it. Sometimes teachers will call me out of my class while I teach to drink a bottle of vodka in the teachers' room, sometimes all my students are absent, and sometimes I go to my class and I find another teacher teaching her class there so I must cancel mine. In general, I think Mongolia is a fascinating country. It has very ancient and traditional values that are still used today. They live simple but happy lives and I am lucky to be here.

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m‘p -cultura

L’angolo del libraio Coincidenze

di Andrea Kerbaker (2008, Bompiani, pp. 188, euro 16) “Ha ripreso ad avanzare. Punta verso di lui. Ancora dieci secondi e si siederà. Di nuovo di fronte, dopo otto anni e quattro mesi. Vorrebbe fare il conto in giorni; non c’è tempo” All’inizio c’è un’attesa. L’attesa di un aereo che partirà soltanto dopo qualche ora, e il bisogno di riempire questo tempo in uno spazio limitato che è quello d’un aeroporto qualsiasi. Anche l’uomo è un uomo qualsiasi (nell’avanzare veloce della storia lui è e sarà solo “l’ingegnere”). Niente di più ordinario di un gruppo di quasi passeggeri tesi ad ascoltare le scuse inutili di uno steward, mentre i pensieri già sorvolano l’oceano, raggiungono New York e, nel caso dell’ingegnere, un certo albergo sulla sessantaquattresima. E però, pur nella banalità della situazione, può succedere che l’uomo qualsiasi, girovagante nel qualsiasi aeroporto, si imbatta nell’andatura di una donna, e che quella, sia l’andatura dinoccolata di una donna non qualsiasi, non per lui, quantomeno. I due hanno condiviso ogni istante per quasi quattro anni, “milletrecentotrentanove giorni pieni”, e si ritrovano ora, dopo più di otto, nel ristorante d’un aeroporto che per loro non potrà mai più essere un aeroporto qualsiasi. Incontrarsi per coincidenza (questa è la spiegazione preferita, il destino non è mai scomodato) è subito, e per entrambi, il risveglio dell’attrazione e dei ricordi. Tornano viaggi fatti assieme, boccali colmi di birra, malumori. Riemergono conversazioni e parole, con un’esattezza che spaventa. Tornano il primo incontro, la prima estate, i tanti silenzi, l’ultima sera insieme prima di quegli otto anni. Torna pure, inspiegabilmente, irrazionalmente immediata, la gelosia, ed è gelosia di tutto quel che è successo nel tempo lungo del distacco, di tutto quel che l’uno non sa dell’altro. Per l’ingegnere ci sono state altre donne - nessuna importante quanto lei e una carriera di successo; per la donna anche di più: un marito, due figli, la separazione, molti spettacoli teatrali da attrice. L’attesa, allora, può diventare altro. Il banale sciopero degli assistenti di volo può essere l’occasione per riscoprire, immutata, la vecchia passione, per riprendere quel discorso che era stato interrotto, o per decidere, finalmente, di fare quel viaggio a New York, progettato quando stavano assieme, e poi sfumato. Ma possono otto anni costituire soltanto una parentesi nella vita di due persone? Davvero ci si può ritrovare identici, recuperare sguardi e gesti, riconoscerli, come se il tempo non fosse mai passato, come se in quegli anni non si fosse fatto altro che aspettare quell’incontro fortuito? Che “l’amore ama le coincidenze” lo dice anche, in questi giorni al cinema, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek, ma Kerbaker sembra controbattere che anche la più inaspettata delle coincidenze non è che un inizio e servono poi volontà, impegno, comprensione. Ancora una volta, allora, ci si ritrova a pensare che non ci sia niente di più ordinario che ricominciare. Ma ci sono romanzi che sorprendono proprio per una coincidenza, che è coincidenza del racconto con la vita, e qui non si tratta della possibilità, o facilità, di ritrovarsi, ma di quanto poco basti - una parola non detta – ad annullare tutto; di come una parentesi non sia mai solo parentesi, ma semmai nuovo discorso; di come, per un uomo e una donna qualsiasi, sia facile e banale perdersi. Testo di Michella Monferrini

Addio Hemingway

di Leonardo Padura Fuentes (2002, Marco Tropea Editore, pp. 189, euro 13) Con un solo cubetto di ghiaccio, seduto a un tavolo, da solo, per poter pensare: ecco come lo beve il rum il Conde. Al secolo Mario Conde, ex poliziotto, grande bevitore di rum, amante modesto e appassionato lettore. Solo una cosa riesce ad eguagliare il suo attaccamento alla bottiglia: Hemingway e i romanzi di Hemingway. In un’ Avana umida e appiccicosa il Conde riapre le pagine del suo passato e si ritrova nei panni di un investigatore privato. Si sente come un poliziotto a metà: ha lasciato divisa e distintivo ma è di nuovo lì, a indagare e a scervellarsi per risolvere l’ennesimo caso. Ma questa volta è diverso, è il caso della sua vita. Hanno trovato un cadavere nel giardino della casa abanera di Hemingway e solo lui può trovare il bandolo della matassa. Lui che Hemingway l’aveva incrociato da bambino e da allora non l’aveva più dimenticato. Lui che avrebbe goduto nel trovare un briciolo di colpa in quel personaggio misterioso per cui tutti avevano una parola ma che nessuno aveva conosciuto fino in fondo. Lui che in realtà avrebbe fatto di tutto per dimostrare la sua innocenza, perché non venisse infangata la memoria del più grande scrittore di tutti i tempi. Circondato da amici, aiutanti e soprattutto tanti libri e tanto rum, Mario Conde dà il via alle indagini, ricostruendo giorno dopo giorno i pezzi di un passato intrigante. Con estrema bravura Leonardo Padura Fuentes mescola al romanzo poliziesco tematiche socio-politiche più profonde e porta alla luce con realismo allarmante un’Avana viva, sporca e concreta. Padura Fuentes racconta di strada, di vizi e di solitudine senza mai dimenticare l’uomo, che è al centro della sua indagine letteraria e antropologica. “Addio Hemingway” chiude il cerchio de “Le quattro stagioni”, ciclo di romanzi che vedono come protagonista il Conde, qui ormai fuori dalla polizia e deciso ad intraprendere una nuova vita da scrittore. Ma appena appoggiamo l’ultima pagina del racconto ecco che l’autore ci fa un regalo inaspettato: appare un nuovo titolo: “La coda del serpente”. È un racconto breve, un altro caso per Mario Conde, che però allora era ancora un poliziotto con tanto di arma e distintivo. La storia si svolge nel quartiere cinese della capitale cubana e quasi senza accorgersene ci si immerge in un sincretismo culturale che abbraccia tutto il globo: la santeria negra cubana si unisce ai riti religiosi cinesi, il tutto avvolto dal profumo inconfondibile del cibo cantonese. Libro consigliato a tutti, anche ai non amanti del poliziesco. Questo giallo cubano ipnotizza e coinvolge grazie a un protagonista fuori dalle righe, in cui nessuno vorrebbe rispecchiarsi ma per il quale si prova subitamente un’inspiegabile simpatia. Testo di Angela Di Matteo

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m‘p -cultura mon mon mon ogrogrogr afia afia afia

JR

Testo di Giacomo Nervegna

JRèunfotografodiParigi:zonabanlieu, nonboutique.Sembraessereunmembro ombradelcollettivo“Kutrajmé”

dove bazzicano anche Vincent Cassel e Mathieu Kassovitz, e si è palesemente nutrito di rap e graffiti. Nel 2002 comincia ad attaccare nel centro della capitale francese i volti, decisamente poco bourgeois-bohémien, di personaggi periferici più o meno noti nel mondo underground. Le foto sono molto spesso primissimi piani in bianco e nero e le espressioni simpaticamente buffe. Dimensioni e quantità dei “wheat paste” cominciano rapidamente ad aumentare in coerenza con la mentalità da vandalo tipica dei writers, fino a che un singolo scatto attaccato in strada non da più soddisfazione. Così nascono le sue “Expo2rue”, vere e proprie esposizioni pubbliche in cui diverse foto, sistematicamente incorniciate con una passata di spray rosso, vengono furtivamente attacchinate lungo le vie di Parigi, in modo da raccontare una realtà periferica che, casualmente, non sembra corrispondere con quella che verrà a breve descritta dai vari media in occasione degli scontri nelle banlieu. Nel 2004 iniziano i viaggi: Stati Uniti, Germania, Belgio, Olanda, Spagna, Italia (Roma, Bologna e Milano). Il risultato è “Carnet de Rue”, un insolito reportage fotografico dei suoi incontri con chi, come lui, ritiene che le strade non siano solamente un luogo di passaggio sempre più spesso adibito allo shopping ma, piuttosto, qualcosa di pubblico su cui poter liberamente intervenire. I nomi presenti nel libro sono importanti, infatti, stiamo parlando del pioniere Shepard Fairy (a.k.a. Obey The Giant), del fuorilegge O’Clock, del copiatissimo Blu (Bologna), della sexy Miss Van e dei nostri city-mates Sten, J.B.Rock&Diamond. L’occasione è buona per farci curiosare sulle varie tecniche utilizzate e per poter rubare degli scatti che già nella tappa successiva appaiono sui muri delle varie città. Le dimensioni, si sa, contano e JR ne è perfettamente consapevole, come del fatto che il muro di confine tra Israele e Palestina, oltre ad essere un bel foglio bianco, ha preso il posto di quello di Berlino. Su queste basi nasce “Face2Face” (2006-2007), un progetto molto chiacchierato dalla stampa internazionale, in cui il “mangiatore di baguettes” attacca enormi foto-ritratti palestinesi nel versante israeliano e viceversa. Lo scopo è quello di mostrare ai cittadini dei due Stati la loro estrema somiglianza e, di riflesso, l’irragionevolezza del conflitto esistente. Tutto questo è squisitamente sociale e piace molto. Infatti, arrivano delle belle opportunità per aumentare ulteriormente le dimensioni del suo lavoro che, tra l’altro, si sposta agilmente da un continente all’altro. Tra Brasile, Kenya, Sierra Leone, Liberia e Sudan cattura attraverso le sue lenti volti di donna con lo scopo di mostrare l’im-

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portanza del ruolo femminile ed, al tempo stesso, le difficili condizioni sociali. A Cartagena, in Spagna, i foto-ritratti sono di persone anziane e raccontano una vita lunga e non facile. Nel frattempo, fa una scappata a Londra per intervenire sulla facciata della Tate Modern con l’ormai consueto formato di dimensione architettonica. Esatto, JR, partito attaccando scatti della dimensione di una locandina, ora incolla foto grandi come un intero palazzo e se decide di non calcare troppo la mano, vola a Rio de Janeiro e cura l’esterno delle baracche arroccate di un’intera favela.

m‘p numero 16, 8 dicembre 2008 DIRETTORE EDITORIALE Tommaso Ranchino CO-DIRETTORE Nicola Liguori DIRETTORE RESPONSABILE Giorgio Cortellessa

IN REDAZIONE Edoardo Iervolino (musica) Valentina Vivona (planet) Valerio Celletti (cultura) Tommaso Ranchino (cinema) Valentino Catricalà (underground) Pietro Salvatori (quella sporca mezza dozzina)

SEGRETARIO DI REDAZIONE/ART DIRECTOR Andrea Pergola CONTRIBUTI DI: Pietro Salvatori, Claudio Fora, Leonardo Birindelli, Massimo Andreoni, Angela di Matteo, Valentina Ariete, Federico Romagnoli, Leonardo Rumori, Gabriella Scafuri, Giuseppe Paxia, Alessandra Paolicelli, Raffaele Saggio, Ilyhada Garcia Contreas, Mary Lynn Woods, Cristina Cassano, Michela Monferrini, Luigia Bersani RELAZIONI ESTERNE Beatrice Mosele VIGNETTISTA Fulvio Risuleo STAMPATORE MULTIPRINT – Via Braccio da Montone, 109 00176 ROMA Questo periodico è registrato come testata giornalistica Meltin’Pot – testata giornalistica mensile autorizzazione tribunale civile di Roma n. 493/2006 del 29/12/2006 proprietà ed editore: A.C. MELTIN’POT Sede legale: Via Taurianova, 64 – 00178 Roma email: REDAZIONE.MP@GMAIL.COM


m‘p -cultura Titolo Marilyn and friends - fotografie di Sam Shaw Luogo Il Margutta Ristorarte - via Margutta, 118 Periodo dal 16 ottobre al 23 novembre 2008

Gli unici amici di Marilyn Testo di Michela Monferrini

Uno sguardo a Marilyn Monroe attraverso l’obiettivo di Sam Shaw, fotografo ufficiale delle star americane negli anni ’50 - ’60 Il titolo non inganni: dei friends non v’è traccia. Delle foto – non più di quindici – che Sam Shaw le scattò tra il 1956 e il 1958, Marilyn è assoluta protagonista (salvo un paio di scatti che la vedono in compagnia di Arthur Miller e Frank Sinatra). Sensualità e solitudine: non c’è stato artista che sia riuscito a raffigurare o raccontare il ciclone Marilyn senza fare i conti con l’ingombrante binomio che rappresentava tutto il suo modo d’essere. Nel racconto “Una bellissima bambina”, Truman Capote la ricordava con indosso un abito degno della “badessa di un convento in udienza privata dal Papa” (si era vestita in quel modo per non farsi riconoscere dai passanti) e però radiosa come “una vergine pubescente”, e così irrequieta e timorosa, come se le lacrime fossero sempre sul punto di scenderle sulle guance. In quello stesso racconto–intervista, Marilyn si lasciava andare a piccole confessioni (in parte, o completamente frutto dell’estro di Capote) che ne rivelavano la fragilità: “La Hepburn è una persona straordinaria, sul serio. Mi piacerebbe averla come amica. Così qualche volta potrei telefonarle”, o anche “Gli uomini mi trattano bene. Quasi come se fossi un essere umano”. Ecco, Capote e Sam Shaw incontravano Marilyn a distanza di pochi mesi, e ne coglievano i medesimi tratti. Anche quando, in queste foto, è colto il famoso attimo del vestito bianco che si solleva (e “fa scorrere saliva in bocca all’uomo che la sta guardando”, come scrive Erri De Luca in una delle sue ultime poesie), è pur sempre percepibile l’ inquietudine che ne ha accompagnato la breve vita, forse anche perché l’obiettivo del fotografo amico riusciva a cogliere la donna più che l’attrice. A colori o in bianco e nero, tra le onde del mare – esplosiva nel suo costume bianco – così come immersa nella schiuma d’una vasca da bagno, o al parco, in automobile, in sala trucco: comunque e dovunque l’abbia colta, Shaw è rimasto lontano anni luce dalle

zoomate che dal 1962 avrebbe realizzato sul suo volto Andy Warhol, contribuendo a rafforzarne il mito (fondato poco prima dalla misteriosa morte di lei). È lontanissimo, Shaw, dall’artificialità della ripetizione; dai colori pop che ne facevano una maschera o peggio, un cartoon; dall’acconciatura da star con cui Marilyn s’è fissata nell’immaginario collettivo. Emblematica dell’intera esposizione è la foto che la ritrae in Central Park, seduta su una panchina, intenta a leggere un giornale che però non la nasconde. Accanto a lei, sulla stessa panchina, due innamorati si scambiano effusioni e sorrisi. Nella realtà non sarebbe accaduto niente di tutto ciò. Nella realtà le avrebbero subito chiesto un autografo da portare a qualche parente, o una fotografia, come accade nel racconto di Capote. E però, pur nella sua infondatezza, è questo lo scatto più sincero: con Marilyn a pochi centimetri dalla felicità eppure esclusa da quella condizione. Noi, gli spettatori, adesso lo sappiamo e la capiamo. E siamo friends in ritardo.

To repeal ghosts “SAMO© SAVES IDIOTS”. Probabilmente possono essere riassunte in queste tre parole munite di copyright la filosofia e l’arte ermeticamente provocatoria di Jean-Micheal Basquiat, uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano. L’artista statunitense, sulla scia di affermazioni quali « Io non penso all'arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita », localizza il suo lavoro proprio nelle strade metropolitane, teatro perfetto di vita, sui cui muri a Manhattan hanno preso forma opere definite, un trentennio fa, prive di senso, oggi avanguardiste. La poliedricità di Basquiat ha fatto sì che nella sua breve vita si siano alternate diverse aspirazioni artistiche: dalla street art che ha visto i frutti della sua ribellione firmati SAMO, “SAMe Old Shit”, traduzione lasciata alla libera interpretazione del lettore, alle gallerie d’arte che lo vedono collaborare con il precursore della pop art, Andy Warhol. Ciò che risalta inevitabilmente nelle opere di Basquiat sono l’inconfondibile rozzezza e infantilità che le caratterizzano, accompagnate dall’enigmaticità di parole, frecce e schemi indecifrabili che trasformano le stesse da grossolane a, io direi, curiose, ma c’è chi preferisce dire intriganti. La collezione proposta in mostra a Palazzo Ruspoli è incentrata su opere

Titolo Fantasmi da scacciare Luogo Palazzo Ruspoli, Via del Corso 418 Periodo dal 2 ottobre al 1 Febbraio Testo di Luigia Bersani

create su collage di fogli di carta , pezzi di travi, porte rotte raffiguranti la visione frammentata del corpo umano, tema ricorrente a seguito di un incidente automobilistico subito dal pittore che ha influenzato tutti i suoi lavori successivi all’evento. “Fantasmi da scacciare” il titolo della mostra, descrittivo di una serie di tele su sfondo blu che riproducono sinteticamente le semplici ed emblematiche parole “To repeal ghosts”, accompagnate come sempre dal simbolo di ©opyright, inevitabile influenza di pop-art che incorpora l’arte nell’oggetto e l’oggetto nell’arte trasformando di volta in volta l’una nell’altro e viceversa. Si potrebbe intuire il pensiero dell’artista nascosto nelle sue opere intravedendo la sua concezione della personalità umana come qualcosa di fratturato, frutto dell’alienazione vissuta da un nero nella società razzista che più tardi lo avrebbe accolto con la stessa rapidità con cui lo avrebbe respinto qualche anno dopo, quando la dipendenza dalla droga lo fece diventare persona non gradita tra la maggior parte dei galleristi e dei collezionisti. Si potrebbero trovare una serie di interpretazioni plausibili nella miriade di parole e simboli presenti nelle sue opere, forse sconclusionati, forse frutto di attenti studi, forse chissà. Si potrebbe, ma chi oserebbe criticare l’arte di chi afferma “Non conosco nessuno che ha bisogno di un critico per capire cos'è l'arte”?

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m'p # 16  

mensile avanguarda culturale

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