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Il Rosario:

storia e devozione di P. Angelico Iszak o.p.

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LA PREISTORIA DEL ROSARIO Il Rosario non nacque in modo miracoloso Secondo Alano de la Roche o.p. ( 1475), il primo a predicare il Rosario sarebbe stato S. Domenico, fondatore dell'Ordine dei frati predicatori; egli l'avrebbe ricevuto per rivelazione dalla Madonna stessa. Molte persone, sia private sia rivestite di autorità, e diversi documenti ufficiali continuano, da allora, a ripetere l'affermazione di Alano. È vero che la nascita e la diffusione di questa forma di devozione deve molto allo spirito di S. Domenico, incarnato nei suoi figli. Esso però non nacque in modo miracoloso per una rivelazione, ma sotto una ispirazione mariana nella quale confluivano varie forme di culto della santa umanità di Gesù e di devozione filiale verso la Madre del Salvatore e a cui collaborarono, più o meno direttamente, molte generazioni di cristiani a cominciare dall'alto Medioevo. Ne deriva la ricchezza spirituale e la complessità di questo modo di pregare così semplice e accessibile a tutti. Origini antiche: dalle preghiere... Le più lontane radici del Rosario devono essere cercate nelle preghiere ufficiali imposte ai religiosi laici che non sapevano leggere il breviario e che erano destinati ai lavori manuali necessari nei conventi. Le preghiere loro prescritte consistevano in un certo numero di Pater noster che, ad imitazione dell'ufficio divino, venivano distribuiti lungo la giornata. A cominciare dal secolo XII, al Pater si aggiunse anche l'Ave Maria. ... Ai misteri... Un altro modo di pregare precedette la nascita del Rosario: fin dall'alto Medioevo era in uso, presso religiosi e anche secolari devoti, la contemplazione dei misteri della redenzione secondo che veniva suggerita dai tempi liturgici e dalle feste cristiane. Mentre venivano contemplati i misteri, si recitavano 1000 Pater o altra preghiera più corrispondente al mistero; per es. S. Margherita d'Ungheria o.p. ( 1270) recitava 1000 Pater alla vigilia di Natale, 1000 Veni Sancte la vigilia di Pentecoste e 1000 Ave Maria alla vigilia delle feste mariane. ... Alle quindici decine Un terzo elemento che contribuì alla nascita del Rosario fu il desiderio che avevano molti laici di imitare l'ufficio divino (i centocinquanta salmi) recitato ogni giorno dai chierici e religiosi. Molti però o non avevano denaro per poter comprare il Salterio o non sapevano leggere. Per loro venne costituito un "salterio" composto dalle preghiere più frequentemente recitate dal popolo cristiano. Così il certosino Enrico Eger di Kalkar (1328-1408) compose un "salterio" di centocinquanta Ave Maria, ripartite in quindici decine ad ognuna delle quali aggiunse un Pater noster. Lo stesso Alano de la Roche ne conosce tre forme: il Salterio di Maria che consiste nella recita di centocinquanta Ave e quindici Pater, il Salterio di Gesù che consta di centocinquanta Pater con l'aggiunta di quindici Pater e Ave, e il Salterio di Gesù e Maria composto di centocinquanta Pater e Ave con l'aggiunta di cinquanta Credo, Pater e Ave. Preghiere e spiritualità individuale Le dette tre forme di preghiera sono in rapporto più o meno stretto con i tempi liturgici e con le feste cristiane. Ma altri modi di pregare (più indipendenti dai tempi liturgici e accentrati intorno alla umanità di Gesù e alla sua Madre, manifestazioni di una spiritualità più individuale che comunitaria), sono da mettere in relazione con la nascita del Rosario.

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Il nome di corona La pia fantasia dei devoti della Madonna si compiaceva nell'ornare spiritualmente la Regina del cielo con un diadema di preghiere, soprattutto con un certo numero di Ave Maria. Questa devozione diede origine al nome di "corona del Rosario" (secondo altri, che preferiscono una spiegazione più spirituale, il nome "corona" significherebbe il fatto che i misteri da meditare costituiscono un "cerchio spirituale" che ben si adatta a celebrare le lodi di Maria). In seguito, il termine "corona" venne attribuito anche al mezzo usato per contare le preghiere recitate in onore della Madonna. Altri devoti cristiani preparavano un mantello regale a Maria, meditando sulla sua bellezza spirituale, ricamando con la fantasia e recitando in onore dei suoi privilegi regali un certo numero di Ave Maria (onde i termini latini pallium, capelletus e il francese chapelet). Il nome di Rosario All'origine del Rosario contribuirono anche altre consuetudini di origine profana, ma secondo una reinterpretazione spirituale. Una corona di rose (in latino rosarium o sertum rosarium), simbolo di gioia, era il distintivo delle autorità cittadine e religiose nelle cerimonie in cui si radunavano gli abitanti del comune, per es. in una processione. Corona di rose era anche il dono simbolico che il cavaliere donava alla sua dama: la rosa, regina dei fiori, era anticamente (e anche oggi) il simbolo dell'amore; e donare un mazzo o una corona di questo nobile fiore era come indicare chi dovesse essere considerata la vera regina dell'amore cavalleresco di colui che la offriva. Si sa, inoltre, che in certi paesi si chiamava "corona di fiori" (in tedesco Kriinzlein) una serie di canzoni d'amore che, in determinati giorni, i giovani cantavano davanti alla casa delle loro belle (aveva dunque lo stesso significato che la corona di rose dei cavalieri). Queste consuetudini vennero usate dai cristiani devoti, in senso spirituale, per dichiarare che avevano scelto per loro regina la Madre tutta pura e per manifestarle il loro amore con una corona mistica, in cui le rose diventavano preghiera (soprattutto un certo numero di Ave Maria recitate in suo onore). La corona Poiché in tutti questi modi di pregare aveva importanza simbolica il numero precedentemente fissato, s'impose fin dall'inizio un metodo per contare il numero delle preghiere recitate. Se il numero era piccolo, bastavano le dieci dita. Ma le pratiche che richiedevano un numero più grande di preghiere esigevano anche dei mezzi più adatti. Si adoperavano perciò i nodi di una cordicella oppure grani di varia materia infilati in una cordicella o catenella. Questi mezzi, poiché alle origini servivano per contare i Pater noster, per lungo tempo (anche quando con essi si contava il numero di altre preghiere) continuarono a chiamarsi "paternoster". Così già Guglielmo Malmesbury ( 1143) parla di un paternoster di perle della nobile dama Godiva; così nel 1261 venne proibito ai domenicani di portare dei paternoster di ambra o corallo; era però loro permesso averne uno di materia meno preziosa, come quello di Romeo de Livia o.p. ( 1261). Abbiamo così tutti gli elementi, essenziali e accessori, del Rosario. Ma non è ancora nato il Rosario: bisognerà aspettare fino al secolo XV.

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ALLE ORIGINI DEI MISTERI Non recitare soltanto... I termini "Rosario", "corona" e "salterio", usati anticamente per designare certe forme di devozione mariana, che prepararono la nascita del Rosario, si riferivano a un determinato numero di preghiere che venivano contate con l'aiuto di un "paternoster" (filo con nodi o catenella con grani infilati). Questo, però, non era che il corpo della pia pratica: l'anima che dava vita alla recita delle Ave Maria era costituita dalla meditazione (o contemplazione) di quei misteri della redenzione nei quali era più o meno direttamente coinvolta la Madonna. Le lontane origini dei misteri del nostro Rosario le riscontriamo nei vari modi di venerare le gioie di Maria, molto diffusi nel Medioevo. Le gioie di Maria Si pensa che l'ispirazione di questa devozione nei confronti delle gioie di Maria sia venuta dalla seguente antifona dell'Ufficio votivo della Madonna, in uso nei secoli XI-XII: «Gioisci, Madre di Dio, vergine immacolata; gioisci tu che dall'Angelo ricevesti l'annuncio di gioia; gioisci tu che mettesti al mondo lo Splendore dell'eterna luce; gioisci, o Madre; gioisci, santa vergine Madre di Dio, tu sola vergine e madre. Ti loda ogni creatura, o Madre della luce, intercedi per noi». Il tema dell'antifona è la gioia di Maria e dei suoi devoti, espressa col termine "gioisci" ripetuto cinque volte. Il motivo di questa gioia è chiaramente espresso: è la divina maternità e, di conseguenza, il privilegio che in Lei unisce la maternità con la verginità illibata. Il fedele invita Maria a rallegrarsi e con Lei gioisce anche lui; soltanto alla fine, timidamente, quasi per non guastare la letizia del cielo, si alza una voce di supplica: «intercedi per noi»: come a ricordarLe che il suo devoto non si trova ancora con Lei nella gioia celeste e perciò ha bisogno della sua intercessione per arrivarci. Dai cinque "gioisci" alle cinque" Ave" Poiché il termine "gioisci" dell'antifona era considerato equivalente al termine "Ave" del saluto dell'Angelo (i dotti, infatti, trovano nel termine "Ave" il corrispondente del termine greco "chaire" = rallegrati) e poiché il tema dell'antifona era la gioia per la maternità di Maria, ben presto, quasi con naturale spontaneità, si cominciò a sostituire ai cinque "gioisci" cinque "Ave Maria", in cui l'espressione "Dominus tecum" (il Signore è con te) costituisce il pensiero dominante e, insieme, il motivo della gioiosa "Ave" che l'Angelo portò nell'abitazione di Maria. La stessa gioia e il medesimo motivo di gioia sono evidenti nelle parole che rivolse a Lei Elisabetta: «Tu sei benedetta fra le donne» (ecco la gioia) «e benedetto è il frutto del seno tuo » (eccone il motivo, la maternità). Questa comunanza di temi oltreché la tradizione manoscritta del Medioevo che fa terminare il saluto dell'Angelo con le stesse parole «Tu sei benedetta fra le donne») con le quali comincia quello di Elisabetta - facilitò la fusione delle parole dell'Angelo e di quelle di Elisabetta (nell'antifona all'offertorio della quarta domenica di avvento, sec. VI) dando così origine alla Salutazione Angelica, entrata nell'uso comune verso il 1200 (ad essa si aggiungerà nel sec. XIII il nome di "Gesù" e in questa forma sarà usata comunemente dal 1300). Le gioie "liturgiche" Perché la recita delle cinque "Ave Maria" in onore delle gioie della Madonna non diventasse una pratica puramente meccanica, si pensò di dare a ognuna di esse un motivo proprio, liturgico e quasi biografico, ispirato cioè alle cinque feste principali nelle quali vediamo la Madonna in stretta unione ai misteri del Figlio. Sono le feste che ricordano la gioia della sua maternità divina (Annunciazione e

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Natale) e della glorificazione di Gesù (Pasqua e Ascensione) e il gaudio che Ella provò nel rivedere in cielo il Figlio glorificato (Assunzione). Verso la fine del secolo XII si volle aumentare il numero delle "Ave", con nuovi motivi di gioia, scoperti nei temi di altre feste che evocano quei fatti della Redenzione nei quali è innegabile la presenza di Maria (Epifania e Pentecoste) o in altri avvenimenti della vita e passione del Signore che, in qualche modo, potevano essere collegati con la Madre del Redentore. Così anche la Passione divenne motivo di gioia per Maria e per il suo devoto, poiché in effetti essa è una passione redentrice e perciò causa di vera letizia cristiana. Le quindici gioie meditate C'erano però anche altri modi di venerare le gioie della Madonna, modi meno legati alle feste e ai dati biblici. Di questo tipo è il metodo elaborato dal monaco cistercense Stefano di Easton ( 1252). Egli compose una meditazione per ognuna delle quindici gioie di Maria. Divise le quindici gioie in tre gruppi (tres quinari). Perché la pratica, a causa della sua durata, non diventasse troppo pesante, fra i singoli gruppi inserì una pausa più o meno lunga. È molto significativa la divisione in tre gruppi. Le prime cinque gioie comprendono: la nascita e adolescenza di Maria, l'annunciazione, la nascita e la vita nascosta di Gesù. Il secondo gruppo ha per oggetto le gioie che la Madonna ebbe dal battesimo del Figlio fino alla Sua passione. Il terzo gruppo riguarda la glorificazione del Salvatore e della Sua Madre assunta in cielo. Il numero di quindici e la divisione in tre gruppi che, grosso modo, corrispondono al numero e alla divisione dei misteri attuali, fanno di Stefano un precursore del Rosario. È significativo anche il metodo che egli consigliava di seguire: in primo luogo si doveva meditare su ognuna delle quindici gioie; seguiva poi il "gaudium" (invito rivolto alla Madonna a gioire della sua prerogativa su cui si stava meditando) e la "petitio" (domanda indirizzata a Maria perché ottenesse al fedele di partecipare alla sua gioia); infine si recitava la Salutazione Angelica, con l'aggiunta di qualche parola. A chi non avesse tempo per fare tutti questi atti (specialmente la meditazione che esige un certo tempo) raccomandava di limitarsi al "gaudium" e alla "petitio". Per quanto si sia tentati di considerare le quindici meditazioni di Stefano di Easton come la prima forma, storicamente accertata, del Rosario, dobbiamo rifiutargli tale qualifica, poiché - a differenza del nostro Rosario - egli ci presenta: 1.

un metodo di pregare individuale che difficilmente si presta a diventare una pratica comunitaria; 2. un'ispirazione più leggendaria che biblica, almeno per ciò che riguarda la nascita e l'adolescenza della Madonna; 3. l'Ave Maria recitata una sola volta alla fine delle singole gioie, con la funzione di chiudere ognuna delle meditazioni.

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LE GIOIE DI MARIA NEL SALTERIO MARIANO Fra i vari metodi di meditare sulle gioie della maternità divina di Maria ha una storia a parte il cosiddetto "Salterio mariano". Si ispira all'Ufficio corale delle feste mariane. In esse come del resto anche nelle altre feste - sono scelti determinati salmi i quali, per mezzo di antifone speciali, adattano il senso dei salmi al mistero o al fatto storico celebrato; inni mariani e un "oremus" speciale rendono completa l'atmosfera mariana della celebrazione liturgica. La salutazione del nome di Maria Un modo ingenuamente delicato di celebrare le gioie della Madre di Dio è rappresentato da quei brevi componimenti che mettono insieme cinque salmi e cinque antifone in modo tale che il loro acrostico, e cioè le lettere iniziali, dia il nome venerato "Maria". Tali componimenti vengono chiamati "Salutazioni del nome di Maria". Fra le varie "Salutazioni" è conosciuta ancor oggi quella che è attribuita al B. Giordano di Sassonia o.p. ( 1237). La "Ave Maria" apre e chiude il breve componimento; essa s'inserisce anche fra i singoli salmi, non per separarli o per dare ad ognuno di essi una propria fisionomia mariana, ma per collegarli in un'unica salutazione e celebrazione della medesima gioia. Il Magnificat, che figura come primo salmo, e la sua antifona «Maria, Vergine, rallegrati sempre...»), mettono in primo piano l'unico mistero di cui si intende meditare con gioia: la maternità divina. Gli altri quattro salmi, con le rispettive antifone, non fanno che raggruppare attorno a questa gioia fondamentale le gloriose prerogative e le conseguenze che da essa derivano: la gioia della verginità immacolata e della protezione celeste sui suoi devoti. Ne segue con naturalezza la continua invocazione a Maria, perché nella sua beatitudine si ricordi del suo devoto e fedele servitore che si trova ancora in questa valle di miserie spirituali e temporali. La gioia celebrata con centocinquanta salmi mariani Molti non si accontentarono dei cinque salmi della "Salutazione del nome di Maria". Essi vollero servirsi di tutto il Salterio di Davide per ricordare i misteri della redenzione, causa di gioia per Maria SS. Ad ognuno dei centocinquanta salmi si aggiunsero antifone che davano loro un senso mariano. Così nacque il "Salterio mariano". Esso era in uso già intorno al 1200, come risulta dalla vita della B. Maria d'Oignies ( 1213), soprattutto nel ceto femminile della bassa Renania. Ci furono però altri che, nel comporre salteri mariani, seguirono criteri diversi. Così, per esempio, il Salterio della SS. Vergine Maria, attribuito a S. Anselmo d'Aosta ( 1109). L'autore sceglie quel versetto dei singoli salmi di Davide che meglio si adatta ad esprimere un mistero del Verbo Incarnato. Da questo versetto prende ispirazione un'antifona ritmica, generalmente in quattro versi, indirizzata alla Madre del Salvatore con un invito a rallegrarsi (Ave = gioisci) per qualche motivo particolare. Per esempio: (antifona) «Ave, Madre, il cui Figlio chiese a Dio Padre e ottenne in eredità le nazioni da Lui redente». (Salmo 2, 8) «Fammene domanda, e ti darò in eredità le nazioni e in dominio i confini della terra ». Oppure: (antifona) «Ave, Maria, il cui Figlio al prezzo del suo sangue ottenne che il battezzato fosse segnato con la luce di Dio». (Salmo 4, 7-8) «Lo splendore del tuo volto è fisso su noi: o Signore, tu hai messo nel mio cuore la letizia». L'autore vuole comporre un Salterio mariano di centocinquanta salmi; non utilizza però alcuni salmi di Davide (per esempio il Salmo 100) che difficilmente si prestano ad un'interpretazione gioiosa, mentre ad altri salmi ricorre più volte (per esempio il Salmo 90, 2 citato ben sei volte). . Come spesso si divideva il Salterio di Davide in tre serie di cinquanta salmi ciascuna, così anche il nostro Salterio mariano è diviso in tre gruppi di cinquanta componimenti: i primi cinquanta celebrano le gioie di Maria che vengono dall'Incarnazione e dai benefici da essa procurati all'umanità redenta; il

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secondo gruppo trae motivo di gaudio dalla passione e risurrezione del Signore; gli ultimi cinquanta hanno per oggetto la gioia della glorificazione di Gesù e della sua presenza nella Chiesa, sia durante il suo pellegrinaggio terrestre sia alla fine dei tempi, quando si realizzerà la Gerusalemme celeste. Questo Salterio mariano si chiude con un inno alla Madonna: ognuna delle sue tre strofe incomincia con un' "Ave", per celebrare Maria come gemma in cui sono scolpiti i misteri di Gesù, nostro Pontefice eterno, poi come lamina d'oro in cui è inciso il Nome propiziatore "Gesù" e, infine, come Vergine-Madre che ha dato al mondo Dio stesso. Tutto poi termina con l'antifona mariana dei cinque gaudii (vedi cap. II p. 14) e con l'Oremus della festa dell' Annunciazione. Questo Salterio mariano ci sembra una piccola somma poetica dei titoli che la Madre di Gesù possiede per gioire e, con lei, anche noi. Però, malgrado la bellezza e densità di pensieri, non riuscì ad affermarsi nella devozione popolare: infatti la forma ritmica ne ha, alle volte, reso oscuro il pensiero; poi, non è facile mantenere per tutto il tempo che richiede la sua recita quell'atmosfera di gioia e di esaltazione spirituale che ispirò l'autore; infine, supponeva la lettura del testo che a molti devoti della Madonna non era possibile. Non era che un pio esercizio di qualche dotto monaco. Il Salterio Mariano delle centocinquanta Salutazioni Angeliche Per fare del Salterio mariano una devozione popolare, bisognava semplificarlo come lo richiedeva la cultura religiosa del popolo cristiano. In un primo tempo si pensò dunque a tralasciare i versetti dei salmi di Davide, conservando soltanto l'antifona mariana. Dato però che anche questo modo richiedeva la lettura di un testo, si fece una sostituzione: l'Ave con cui cominciavano le centocinquanta antifone suggerì a qualche pia persona che al posto delle antifone si recitasse centocinquanta volte l'Ave Maria, ad ognuna delle quali si aggiunse la breve dossologia, e cioè «Gloria al Padre e al Figlio...». Così nacque la nuova formula del Salterio Mariano che intorno al 1243 ebbe già una certa diffusione negli ambienti spirituali della Renania, dove troverà un ulteriore sviluppo, in gran parte sotto l'influsso dei predicatori domenicani.

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ALLE ORIGINI DEI MISTERI DOLOROSI Dalle gioie ai dolori Il Salterio mariano e il Rosario, nella loro forma più antica, erano meditazioni sulle gioie di Maria. Perfino la passione del Signore fu considerata come fonte di gioia e i misteri della Passione come misteri gaudiosi. Ma durante il secolo XIV sorse una specie di Salterio o Rosario dei dolori che, verso la fine del secolo, unendosi ai precedenti diede origine ad una sola devozione mariana in cui, accanto alla Salutazione angelica, si recitava il Padre nostro, e ai misteri gaudiosi e gloriosi vennero aggiunti quelli dolorosi. La devozione alla Passione Le sue origini risalgono all' “umanesimo devoto” del secolo XII che, con S. Bernardo di Chiaravalle ( 1153), si nutriva di una affettuosa devozione alla santa umanità del Redentore e ai pellegrinaggi di Terra Santa che permisero ai cristiani di meditare con lacrime le varie tappe della Passione sugli stessi luoghi sacri, testimoni dell'eccesso d'amore mostrato verso di noi dal Signore. Nacque pure un intero Ordine religioso, quello dei Servi di Maria, per venerare la Compassione della Madonna, inseparabile dalla Passione del Figlio. Ma anche singoli religiosi e gruppi di religiosi appartenenti a vari Ordini praticavano e diffondevano la devozione della Passione e dell'Addolorata. Così, fra gli altri, i domenicani della Renania. Un'importanza particolare ebbe in questo movimento il B. Enrico Susone o.p. ( 1365): la terza parte del suo Libretto dell'Eterna Sapienza, col titolo "Cento Meditazioni", è quasi interamente dedicato alla meditazione della Passione. Le cento meditazioni del B. Enrico Susone Il titolo non è del tutto esatto: infatti non si tratta di cento meditazioni distinte, ma di un'unica meditazione in cento punti. In questi cento punti viene considerato un solo mistero - la crocifissione e morte in croce - e si contemplano le sofferenze fisiche e spirituali del Crocifisso. I primi dieci punti - le sofferenze dal Getsemani al Calvario - non sono che la parte introduttiva; il corpo della meditazione è costituito dai punti 11-90; gli ultimi dieci ne sono la conclusione: preghiera presso la tomba del Salvatore, per ottenere i frutti della redenzione (punti 91-95), il ritorno di Maria dal Calvario e il ritorno alla vita quotidiana del fedele (punti 96-100). Al centro c'è il Crocifisso. Il fedele gli sta davanti e medita la sua passione parlando direttamente a lui: «Ricordati, dolce Signore, di tale o tal altro dolore sofferto in croce ». Dopo questa formula introduttiva, si elencano uno per uno i vari dolori fisici e morali, raggruppati a cinque o a dieci; alla fine di ogni serie di punti, è suggerita una preghiera affettuosa per ottenere le grazie corrispondenti ai dolori meditati. In modo del tutto naturale, il B. Enrico passa dalla passione di Gesù alle sofferenze spirituali di Maria: il semplice vedere le sofferenze della Madre, aumenta le sofferenze spirituali del Figlio (cfr. punti 5, 51-55), e, poiché lo scopo della meditazione è la partecipazione alla Passione che Maria ha vissuto in modo straordinariamente perfetto, vengono meditati anche in se stessi i dolori della Madre di Gesù (punti 56-65, 81-90). Dopo aver letto (o rievocato a memoria) un punto da meditare, se la meditazione verte sulla Passione del Signore, è proposta contemporaneamente la preghiera vocale del Padre Nostro. Se invece, si meditano i dolori della Madre di Gesù, è suggerita l'Ave Maria o la Salve. In tutti e due i casi, l'atteggiamento esterno richiesto è la prostrazione. La prostrazione è una parte integrale della pia pratica: una partecipazione alla Passione, poiché è un atto di umiliazione e penitenza, ed allo stesso tempo un segno di “devozione”, cioè di amore pronto al servizio del Signore

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crocifisso. Qualche precisazione Le cento meditazioni non sono una pia pratica specificamente mariana, poiché al centro sta il Crocifisso e a Maria non tocca che un posto secondario. E' tuttavia chiaro che il B. Enrico non sa meditare sulla Passione, senza sentirsi costretto a rivolgere il suo sguardo alla Madre addolorata: lei sta sotto la croce, soffre col Figlio e gli resta vicina, soffrendo, anche dopo la morte di Lui. E poi, non è possibile dimenticarla anche perché è divenuta madre della nostra salvezza. Perciò sono ben venticinque i punti (56-65, 81-90, 96-100) dedicati direttamente alla sua compassione. Il rapporto fra il fedele e la Madre sotto la croce si esprime non con la formula «A Gesù per Maria», ma piuttosto con l'altra «A Gesù con Maria». La preghiera vocale è parte organica della pia pratica: non solo misura la durata della meditazione, ma appartiene allo stile diretto della meditazione che è dialogo fra il fedele e il Crocifisso (e allora si recita, come è naturale, il Padre nostro) o tra il fedele e la Madre di Gesù (e allora si recita, non meno naturalmente, l'Ave Maria o la Salve Regina). Questo dialogo diretto, intensificato nelle preghiere finali della serie di punti e conservato nella preghiera vocale, dà alla meditazione una straordinaria vivacità e efficacia affettiva. Questi affetti vengono accresciuti dalla partecipazione di tutto l'uomo orante: il corpo cento volte si prostra, la bocca pronuncia le preghiere vocali, la fantasia forma dialoghi devoti, la memoria ricorda i fatti della Passione, l'intelletto ne ragiona, la volontà e i sentimenti si commuovono. I punti da meditare sono raggruppati a dieci o a cinque, non in modo uniforme, ma secondo criteri pratici, e cioè in base alle necessità spirituali del fedele. Il numero delle preghiere vocali non viene contato per mezzo di cordicelle con grani, poiché non ce n'è bisogno: basta la lettura dei punti o la memoria che li rievoca. È il nostro quinto mistero doloroso? A questa domanda rispondiamo con una distinzione: 

se per Rosario (o un mistero del Rosario) intendiamo un modo di meditare i misteri della redenzione in compagnia di Maria, le cento meditazioni del B. Enrico sono il nostro quinto mistero doloroso (anche se l'elemento materiale - numero delle preghiere vocali, prevalenza del Padre nostro sull'Ave Maria, libertà di scegliere fra l'Ave Maria e la Salve

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e la durata della meditazione non sono

affatto quelli di una decina del nostro Rosario mariano); se per Rosario intendiamo una pia pratica completa alla quale è essenziale che ogni mistero sia, in qualche modo, completato dalla meditazione degli altri misteri, le cento meditazioni del Susone non sono Rosario, ma una pia pratica a sé, completa, con finalità propria; indubbiamente rappresentano però una fase importante nell'ulteriore sviluppo del Rosario verso la formulazione definitiva, per quanto riguarda il completamento dei misteri della gioia con i misteri del dolore.

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LA VIGILIA DELLA NASCITA DEL NOSTRO ROSARIO La devozione alle gioie di Maria SS. era, nel Medioevo, una pia pratica distinta, anzi separata da quella che ebbe per oggetto la partecipazione di lei alla passione redentrice del Figlio divino. E tuttavia, fin dal secolo XI, c'erano dei tentativi per unire la devozione alle gioie e il culto della Passione, in quanto la Passione era considerata motivo di gioia, perché causa di redenzione e di gloria. Il dolore di Maria nella celebrazione delle sue gioie Conosciamo alcune composizioni devote che riescono, in modo delicato, ad unire le gioie e i dolori della Madonna: mentre ci invitano a ricordare col pensiero le sofferenze spirituali di lei sotto la croce del Figlio, con le parole che ci mettono in bocca - quasi per consolare la Madre addolorata - esprimono soltanto la gioia che proviene dalla passione e morte del Redentore. Una di queste è la leggenda del chierico che spesso cantava l'antifona del quintuplice Gaude. Si canta - dice il pio autore dell'anonimo Mariale - cinque volte Gaude (gioisci) alla Madonna in riferimento all' «enorme spada» che trafisse la sua anima, mentre Gesù crocifisso soffriva gli atroci dolori delle cinque piaghe per espiare le colpe commesse dai peccatori con i cinque sensi. L'influsso di questa pia pratica sembra indiscutibile nel Medioevo, come l'attestano i manoscritti risalenti ai secoli XII, XIII e XIV. Il medesimo spirito si rivela nella preghiera introduttiva ad un «Esercizio delle cinque gioie in compenso delle cinque piaghe», abbastanza popolare, come risulta dai manoscritti che lo riportano (fra il secolo XII e il secolo XV). Le gioie e i dolori nel Salterio mariano. Fra i tentativi di fondere in un unico grande esercizio devozionale il culto delle gioie e dei dolori di Maria, il Salterio mariano di Engelberto, abate benedettino di Admont in Austria ( 1331) ha un posto particolare. La maggior parte delle sue centocinquanta strofe è dedicata a celebrare le gioie della Madre di Gesù. Però ventisei strofe (88-113) sono consacrate alla compassione della Vergine. Ognuna di queste ventisei strofe, è vero, comincia con il saluto "Ave, rosa", ma - a differenza di simili composizioni di altri autori

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in esse si tratta della sola compassione, senza alcun riferimento alle gioie e senza scopi

consolatori. Engelberto può trattare così i dolori di Maria per il fatto che la sua salutazione segue un ordine che non è suggerito dall'ispirazione poetica e devozionale, ma dalla storia evangelica, e cioè saluta la Madonna contemplandone la partecipazione ai misteri della redenzione nell'ordine in cui vengono presentati dagli evangelisti. Ciò permette di considerare i singoli fatti nel clima spirituale - gioioso o doloroso o glorioso - che è proprio ad ognuno. Dato l'ordine storico-biblico che segue l'abate di Admont, è possibile distinguere bene i fatti dolorosi da quelli che più direttamente sono gaudiosi o gloriosi. Notiamo però che egli non divide il suo Salterio in tre cinquantine, né in quindici decine, ma ad ogni mistero dedica quel numero di strofe che la narrazione evangelica suggerisce alla sua pietà mariana e ispirazione poetica. Osserviamo, inoltre, che il Salterio di Engelberto non prevede la recita dell'Ave Maria ad ogni strofa (e perciò non è un diretto precursore del nostro Rosario mariano). Nuove vie per celebrare le gioie e i dolori di Maria La soluzione dell'abate di Admont, in sé bella e devota, non era adatta a diventare una pia pratica popolare. Per il fatto che doveva essere letto, questo Salterio mariano era escluso dall'uso di moltissimi devoti della Madonna i quali non erano in grado di leggere né sempre potevano essere presenti ad adunanze in cui fosse letto da qualche chierico o monaco. I fedeli si accontentavo della recita di centocinquanta Salutazioni angeliche: questo era il loro

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Salterio mariano. Però questa forma di devozione rischiava di diventare una preghiera puramente vocale, meccanica, senza nutrimento spirituale. Per porvi rimedio, alcuni propagatori della riforma cristiana dei fedeli nel secolo XV indicarono, come argomenti da meditare, fatti conosciuti della vita di Gesù e di Maria che, nello stesso tempo, rappresentavano anche le principali verità riguardanti la nostra redenzione. Questi riformatori battevano due vie distinte che noi con un certo semplicismo e perciò anche con un largo margine di inesattezza designiamo come metodo certosino, il cui principale rappresentante fu Domenico di Prussica ( 1461), e metodo domenicano, legato al B.Alano de la Roche ( 1475). Il Rosario dalle cinquanta clausole Caratteristiche principali del "metodo certosino", inaugurato (o soltanto rimaneggiato?) da Domenico di Prussia, della Certosa di Treviri: continua non la tradizione del Salterio mariano delle centocinquanta Ave Maria, ma quella del Rosario (corona, chapelet) di cinquanta Ave Maria; 2. i punti da meditare sono espressi in "clausole" (proposizioni subordinate introdotte con un pronome relativo). In aggiunta al nome di Gesù Cristo con cui, allora, si terminava la Salutazione angelica; per es.: « ... benedetto il frutto del seno tuo Gesù Cristo che hai concepito da Spirito Santo »; . 3. ognuna delle cinquanta Ave Maria ha una clausola propria (l'autore avverte però che il lettore potrà, secondo la sua devozione, aumentare o diminuire il numero delle clausole e anche modificarne il testo); 4. le clausole ricordano i vari fatti e momenti della redenzione, così divise: clausole 1-14 corrispondono ai nostri misteri gaudiosi, 15-21 abbracciano la vita pubblica di Gesù, 22-43 sono dedicate alla passione, 44-48 sono i primi quattro dei nostri misteri gloriosi, 49 è una supplica perché la Madonna ottenga ai cristiani il regno celeste, 50 è la solenne dossologia e chiusura della pia pratica: «benedetto il frutto del tuo seno Gesù Cristo, il quale insieme al Padre e allo Spirito Santo e a te, sua Madre gloriosissima, regna invitto e glorioso per tutti i secoli dei secoli ». 1.

Osservazioni al Rosario di Domenico di Prussia È ammirevole la ricchezza di contenuto biblico di questo Rosario: è, perfino nel suo testo, ispirato ai libri del Nuovo Testamento. La forma di clausole è ispirata ai "tropi" che, nel Medioevo,spesso completavano il testo del Kyrie eleison. Tutta la composizione ha una grande unità devozionale, non interrotta da divisione in decine, né da aggiunta di altre preghiere vocali. Comincia con la Salutazione angelica che viene ripetuta cinquanta volte. Le clausole che l'arricchiscono vanno dall'annunciazione al raduno finale degli eletti che, insieme, intonano l'eterno "Gloria". Sperando la vita eterna, a questa lode uniamo la nostra glorificando Gesù col Padre e con lo Spirito Santo. È una composizione armoniosa: una cinquantina di salutazioni, rivolte direttamente a Maria. Il sereno colloquio con la Madre del Salvatore non viene turbato da preghiere vocali di altra provenienza (Padre nostro; Gloria al Padre; Santa Maria madre di Dio che, oggi, costituisce la seconda parte dell'Ave Maria). Tutto è dedicato alla contemplazione dell'opera della redenzione, della parte che in essa ebbe Maria e che continua ad avere per mezzo della sua intercessione celeste finché non sia compiuto il numero degli eletti. La supplica che noi ripetiamo nella seconda metà di ogni Ave Maria è rimandata alla 49° Ave. Il Gloria Patri che, per noi, chiude ogni decina, è la conclusione del Rosario del certosino di Treviri. Questo "metodo certosino" ebbe una certa diffusione durante i secoli XV-XVI e soltanto nel secolo XV venne, quasi dappertutto, sostituito dal "Rosario domenicano" di Alano de la Roche. Non è però completamente spento neppure oggi: i quindici misteri del nostro Rosario, nei paesi di tradizione germanica, vengono anche oggi formulati in quindici clausole, inserite in ogni Ave Maria dopo il nome di Gesù. Anzi ci sono oggi devoti della Madonna che vogliono rinnovare il nostro Rosario nello spirito di

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Domenico di Prussia.

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ALANO DE LA ROCHE E IL ROSARIO Non di rado leggiamo, in studi recenti sulle origini del Rosario, che Alano ne fu l'inventore. Nel presente capitolo vedremo chi era Alano e cosa egli pensava delle origini del Rosario, e in un capitolo successivo quale è stato il suo contributo al Rosario della Madonna. Chi era Alano de la Roche? Bretone di nascita, da giovane entrò nel convento domenicano di Dinan (Bretagna) al quale appartenne fino al 1462, quando cioè ottenne la sua definitiva incorporazione al convento di Lilla. Compì i suoi studi di teologia nel convento di Parigi. Pòi insegnò in vari altri conventi e infine, nel 1473, ottenne il titolo di maestro in teologia all'Università di Rostok (sul Mare Baltico, nella Germania settentrionale). Nello stesso tempo si dedicava alla predicazione e dal 1460 al rinnovamento spirituale dei conventi dell'Ordine nell'ambito della Congregazione Olandese alla quale egli apparteneva, anche ufficialmente, dal 1462. Morì nel convento di Zwolle (Olanda) nel 1475. Era un religioso esemplare, menzionato spesso col titolo di Beato: coltivava con fervore la propria vita interiore e, secondo lo spirito domenicano, gli studi sacri, si dedicava pure con ardore alla salvezza delle anime per mezzo della predicazione. Le visioni che ebbe negli anni 1463-68 l’indussero a lavorare per la diffusione del Salterio di Maria, considerato da lui

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e non a torto

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come un mezzo efficace di

riforma spirituale e morale dei religiosi, del clero e del popolo cristiano. Questa era la sua missione personale con la quale si identificava fino a non saper quasi pensare e parlare se non con gli schemi del Rosario. Gli scritti di Alano e il Rosario Per i religiosi, soprattutto domenicani, scrisse dopo il 1468 un commento alla Regola di S. Agostino. Lo scopo dello scritto è la riforma interiore del religioso per mezzo della pratica delle virtù secondo le esigenze del suo stato e, in particolare, l'acquisizione dello spirito di preghiera. Il commento si divide in un prologo, che contiene quindici articoli in cui sono indicati i quindici doveri fondamentali del religioso, corrispondenti ai quindici Pater noster del Rosario, e in quindici capitoli che trattano delle quindici virtù principali dello stato religioso (e sono come i quindici misteri del Rosario della vita religiosa) ognuno dei quali comprende dieci articoli dedicati ai dieci aspetti particolari della rispettiva virtù (in corrispondenza alle dieci Ave Maria di ogni mistero). Il commento dottrinale di ogni capitolo della Regola è inquadrato nella preghiera: è preceduto da una preghiera con cui si vuole ottenere la grazia della virtù trattata nel capitolo stesso, ed è seguito da dieci suppliche più o meno lunghe per chiedere di essere aiutati nella realizzazione dei dieci aspetti particolari di quella virtù. Ogni capitolo, poi, si chiude con la recita di una decina del Rosario. Gli scritti sul Rosario o, come lui stesso preferiva chiamarlo, sul Salterio, composti negli ultimi sette anni di vita, vennero raccolti e pubblicati (e purtroppo rimaneggiati dagli editori) dopo la sua morte. L'edizione più conosciuta è quella del domenicano tedesco Giovanni Andrea Coppenstein del 1619, ristampata poi più volte. La prima parte di questa edizione che contiene la Apologia del Rosario e della omonima confraternita, presentata nel 1475 al vescovo di Tournai, è lo scritto più sistematico di Alano sull'argomento. La seconda, terza e quarta parte dell'edizione del Coppenstein sono raccolte da altri diversi scritti che egli lasciò spesso non rifiniti né da lui ordinati in vista di una eventuale pubblicazione. Esse sono utili: spiegano, ulteriormente sviluppano e illustrano ciò che si trova brevemente presentato nell'Apologia. La quinta parte è una raccolta di miracoli che dovevano dimostrare l'efficacia del Rosario. Egli parla e scrive con profonda convinzione sul Salterio. L'esposizione riflette, con le frequenti divisioni e suddivisioni e con la terminologia scolastica, l'abitudine alla chiarezza e alla precisione dottrinale. Paragoni, immagini, racconti miracolosi e visioni rendono lo stile abbastanza vario. Le visioni

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descritte alle volte sono autentiche, altre volte semplici artifizi letterari. Non intendiamo esaminare la natura delle sue visioni; ci sembra però che in esse, o almeno nel racconto e nell'interpretazione che ne dà, abbia avuto una parte considerevole l'immaginazione. Le altre visioni che racconta e che sono semplici generi letterari, mostrano che la sua immaginazione spesso (per esempio parte II, cap. 8) riflette lo schema dei drammi sacri del Medioevo; altre volte (ad esempio la rivelazione secondo la quale afferma di aver avuto il testo delle prediche da S. Domenico) segue il gusto del tempo di colpire con lo straordinario l'animo dello ascoltatore. Le origini del Rosario, secondo Alano... Alano si difende contro l'affermazione di certuni di avere inventato il Rosario o Salterio di Maria. Esso - afferma - sotto il nome di Salterio di Gesù e Maria risale agli Apostoli. Ma ogni volta che si affievoliva la fede dei cristiani venne abbandonato anch'esso o ridotto ad una recita puramente esteriore; e ogni volta che si ritornò all'antico fervore, si ritornò anche alla fervente preghiera del Salterio. Così Padri del deserto lo ristabilirono dopo un periodo di rilassamento che seguì la fine delle persecuzioni. In seguito S. Benedetto e i suoi monaci lo tennero vivo, S. Beda lo, trapiantò fra gli inglesi dove perseverò, ferventemente praticato, fino al secolo XIII. Altrove, decaduto, venne restaurato per opera di S. Domenico che l'aveva imparato da sua madre che - secondo Alano - era originaria della Britannia. Il Santo di Caleruega venne invitato dalla Madonna a farsi apostolo di questa devozione salutare. Dopo un nuovo periodo di decadenza, venne un nuovo araldo del Rosario - evidentemente Alano stesso incaricato dalla Madre del Salvatore di ripristinare il Salterio e la sua confraternita. ... e secondo la storia

Alano non ha tutti i torti affermando l'antichità del Rosario: infatti i suoi inizi -l'abbiamo già visto

precedentemente- sono anteriori di alcuni secoli al nostro domenicano bretone. Egli però, per mancanza di senso storico, in base a leggeri indizi e somiglianze superficiali, erroneamente identifica certe pratiche devote col Rosario. Così, per esempio, dal fatto che nostro Signore invitò gli Apostoli a pregare nello spirito del Pater noster, egli crede di poter dedurre che gli Apostoli stessi ne abbiano elaborato una specie di Salterio (centocinquanta Pater e, evidentemente, centocinquanta Ave); Alano sapeva che alcuni eremiti del deserto contavano il numero delle preghiere recitate con l’aiuto di sassolini e, erroneamente, l'interpretava come un modo di recitare i Padre nostro e le Ave Maria del Salterio di Gesù e Maria; sapeva che S. Domenico nutriva in sé una filiale venerazione per la Madonna e che in tempi a lui più o meno vicini si praticava un Salterio di centocinquanta Ave Maria; egli, senza temere di sbagliare, l'identificò col Rosario che stava propagando e considerò S. Domenico suo restauratore. E tuttavia Alano ha ragione negando di essere l'autore del Salterio mariano. Esso infatti si formò lentamente durante i secoli XI-XV; e in esso convergono da una parte la recita di centocinquanta Ave (ossia il cosiddetto Salterio mariano) e, dalla altra, la meditazione dei misteri di vita, morte, glorificazione di Gesù e della partecipazione ad essi della sua madre. L'unione di questi due rivoli della pietà mariana avvenne già prima di Alano: Domenico di Prussia, benché nella forma ridotta di una corona di cinquanta Ave con cinquanta clausole, ne è un testimone indiscutibile. Alano restaurò il Salterio mariano in quanto abbandonò la corona ridotta del certosino di Treviri e adottò il Salterio di centocinquanta Ave Maria. E malgrado tutto, Alano era anche un innovatore: egli fissò in quindici il numero dei misteri da meditare, assegnò ad ogni mistero dieci Ave Maria e - qui si trova la vera novità da lui introdotta - ad ogni decina premise, in onore delle piaghe del Signore, un Padre nostro. Un'ulteriore novità da lui introdotta è l'istituzione della confraternita del Salterio che in seguito ebbe una parte non indifferente nella storia del Rosario.

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IL ROSARIO DI ALANO DE LA ROCHE Il nome Tutti gli studiosi che si sono occupati della vita e dell'opera rosariana di Alano sono unanimi nell'affermare che, fra i vari nomi che si attribuivano allora alla nostra devozione mariana, egli preferiva, perché più devoto e più biblico, quello di Salterio di Maria o, semplicemente, Salterio; gli altri nomi più recenti - Rosario, corona e simili - non gli piacevano, perché gli sembravano di origine profana e, perciò, meno adatti a qualificare una preghiera (cfr. Apologia, cap. 3). Malgrado questa preferenza, non è però così ostile agli altri nomi come farebbero credere alcuni studiosi. Una volta, per esempio, parla di una corona di centocinquanta rose, poiché ognuna delle Ave Maria è una bella rosa e ogni cinquantina di esse è un diadema di rose (rosarium sive sertum) della Vergine (Apologia, cap. 1); e altrove: la Vergine Madre porta una triplice corona, e cioè: una di cinquanta rose, l'altra di cinquanta gigli e la terza di cinquanta perle preziose (Apol., cap. 5) o, secondo un altro testo, di cinquanta rose e gigli, di cinquanta perle preziose e di cinquanta stelle (Apol., cap. 18). Egli ammette che si parli di tre corone (tria serta) ognuna delle quali è composta di cinquanta Ave Maria (Commento alla Regola di S. Agostino). Non usa però indistintamente i vari nomi: quando parla del Rosario in quanto preghiera preferisce il termine di "Salterio" (Apol., capp. 1 e 3); quando vuole indicare la terza parte di essa, facilmente ricorre al termine di corona o Rosario (sertum, Rosarium - Apol., capp. 1 e 5) e per designare il mezzo di contare le Ave Maria usa le espressioni: paternoster (patriloquium) e "corona di rose" (corona rosaria - Apol., capp. 20 e 21). La definizione del Rosario Tutta l'opera di Alano non è che una spiegazione - un po' confusa, in verità - di che cosa è il Rosario della Madonna. Troviamo però anche una breve definizione della natura di questa devozione: il Salterio della Vergine

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o, Salterio dell'Angelo, poiché consta di centocinquanta Salutazioni angeliche

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è una

bella corona di preghiere. Infatti ogni parola della Salutazione angelica è una bella rosa. Recitandola, i fedeli ricordano, contemplano con devozione qualche fatto della redenzione e compongono un Salterio, vale a dire una corona di centocinquanta rose che offrono a Dio per mezzo di Maria (Apol., cap. 12). In questa definizione c'è chiara l'allusione alla pia consuetudine del Medioevo di offrire alla Madre di Dio una corona di preghiere; solo che Alano fa questo atto di omaggio non a Maria, ma a Dio per mezzo di Maria. La preghiera vocale che resta essenziale al Rosario, è la Salutazione angelica, la prima parte dell'Ave Maria, e cioè le parole dell'angelo Gabriele e di Elisabetta, alle quali viene aggiunto il nome del Redentore «Gesù Cristo». Di altre preghiere vocali non parla la definizione, benché - come vedremo subito - Alano riteneva necessario premettere ad ogni decina di Ave Maria un Padre nostro. Non ci si deve arrestare alla semplice recitazione vocale della Salutazione angelica, essa dev'essere accompagnata e vivificata dalla pia meditazione dei misteri della redenzione umana. La parte del Padre nostro nel Salterio mariano Benché la definizione sopraddetta non ne faccia cenno, l'Orazione insegnata da Gesù è parte integrante del Rosario di Alano de la Roche. Nei suoi scritti ne troviamo due giustificazioni: una teologica e l'altra devozionale. La giustificazione teologica è l'eccellenza dell'Orazione insegnata dal Signore: essa è il fondamento della Chiesa e della vita cristiana, poiché contiene la richiesta di tutti i beni desiderabili (Apol., cap. 6), per cui l'Ufficio divino, preghiera ufficiale della Chiesa e modello delle preghiere private, comincia sempre con la recita del Padre nostro (Apol. cap. 4). Ci sembra però che, per Alano, sia stato più decisivo un motivo devozionale, e cioè la venerazione che

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egli praticava per la Passione di Nostro Signore. Il Padre nostro attira l'attenzione dell'orante al Cristo sofferente, contemplando o le cinque piaghe che sono come cinque porte del cielo (Apol., cap. 2) o i quindici fatti dolorosi della Passione, a cominciare dall'ultima cena fino alla sepoltura del Redentore (ivi, cap. 14 dove si trova l'elenco dei quindici punti da meditare). Egli in ciò segue una pia credenza del Medioevo, fondata - come si riteneva - su qualche rivelazione privata: recitando ogni giorno per un intero anno bisestile quindici Padre nostro si sarebbero venerate tutte le ferite del corpo martoriato del Salvatore (ivi, cap. 4): esse erano esattamente 15 volte 366 (Commento alla Regola). Il Padre nostro, aggiunto alla decina di Ave Maria, è dunque richiesto, perché: 1. la meditazione dei misteri che sono misteri di Gesù Cristo e della redenzione da Lui compiuta, abbia una corrispondente orazione vocale (il Rosario infatti unisce l'orazione mentale a quella vocale); 2. sia più piena la nostra unione attiva alle sofferenze del Redentore, e partecipiamo più abbondantemente anche ai suoi frutti. Così l'unione delle due orazioni vocali simboleggiano e ci aiutano ad effettuare la nostra partecipazione, per mezzo di Maria, ai frutti della redenzione, acquistati dalla Passione di Gesù. Le tre parti del Rosario Alano è costante nel dividere il Salterio mariano in tre cinquantine, ognuna delle quali ha delle caratteristiche particolari che conferiscono un'atmosfera spirituale ben distinta da quella delle altre due. Non troviamo però nei suoi scritti quell'uniformità che forse si desidera nel caratterizzare le singole cinquantine. Le formule da lui usate ricordano, in qualche modo, la nostra divisione in misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi; non è però perfetta la corrispondenza tra il suo e il nostro modo di vedere e di esprimerci. Spesso la prima cinquantina è dedicata all'Incarnazione e alla maternità divina di Maria, la seconda alla dolorosa Passione e alla compassione della Madre di Gesù, la terza alla glorificazione dei Santi e, insieme, alla distruzione del peccato e all'acquisizione delle virtù (Commento alla Regola; cfr. Apol., capp, 14 e 19, e Opera, parte II, cap. 3), Altre volte, Alano vuole che le prime cinque decine siano consacrate ai misteri della riparazione della nostra natura decaduta, e cioè all'Incarnazione, la seconda serie di cinque misteri al dono della grazia, vale a dire alla Passione, le ultime cinque decine alla gloria promessa, contemplata in relazione alla resurrezione di Gesù (Opera, parte II, cap. 1). Oppure che si meditino: a) il Figlio di Dio incarnato, la Madonna esaltata sopra ogni creatura e l'umanità rinata alla vita divina; b) la distruzione del peccato, la sconfitta del demonio, l'evacuazione dell'inferno; c) l'esaltazione dell'uomo alla gloria dell'angelo (Commento alla Regola). Altre volte vuole contemplare nel primo gruppo di decine la potenza del Padre rivelataci nell'Incarnazione del Figlio, nel secondo la sapienza del Figlio dimostrata nella redenzione nostra per mezzo della sua Passione, nel terzo l'amore misericordioso dello Spirito Santo che si manifesta nella santificazione dell'umanità redenta (Opera, parte II, cap. 3). Come si vede, il B. Alano lascia molta libertà all'iniziativa personale del fedele devoto di Maria: ciò che gli importa è l'assecondare la devozione secondo che lo richiede lo stato d'animo di ognuno. Ciò risulterà ancor più chiaro dall'esame dei misteri e dal modo di pregare col Rosario, secondo Alano, di cui parleremo immediatamente.

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ANCORA SUL ROSARIO DI ALANO DE LA ROCHE I misteri del Rosario Negli scritti di Alano troviamo già formulati tutti e quindici i misteri di oggi. Non sono però formulati in modo definitivo né senza varianti considerevoli. In un passo indica nove soggetti da meditare: l'annunciazione (o la concezione), la visita a S. Elisabetta, la nascita, la circoncisione, la presentazione nel tempio, la fuga in Egitto, il ritorno in patria, il ritrovamento nel tempio, la sottomissione ai genitori. Dopo averli elencati in questo modo sommario, esplicitamente invita il fedele a sceglierne cinque: uno per ogni decina, per offrire alla Trinità, con l'intercessione di Maria, i meriti di Gesù (Opera, parte V, cap. 9). Come si vede, in questo elenco figurano i nostri cinque misteri gaudiosi e quattro altri. Se ne possono scegliere liberamente cinque. Nel medesimo elenco vediamo anche i nostri misteri dolorosi, con qualche variante. Il primo di essi ha una formulazione più abbondante di quella che oggi è in uso: orazione, agonia e cattura di Gesù nell'orto. Nel quarto, l'accento è messo sulla difficoltà della via dolorosa: il portare la croce. Gli altri tre sono semplicemente accennati con una breve parola: flagellazione, incoronazione, crocifissione (ibid.). Dei misteri gloriosi Alano ci ha lasciato due serie. La prima serie contiene i misteri attuali: la resurrezione, l'ascensione, l'invio dello Spirito Santo, l'assunzione di Maria, la sua incoronazione (ibid.). In un altro passo troviamo un'altra serie di misteri gloriosi che, a somiglianza dei dolorosi, contemplano solo Gesù: Gesù che risorge, che sale al cielo, che manda il Paraclito, che siede alla destra del Padre e che ritornerà per l'ultimo giudizio (Apol., cap. 14). Le clausole delle Ave Maria Alano conosce non soltanto il Rosario a quindici misteri, ma anche quello che ad ognuna delle centocinquanta Ave aggiunge una clausola propria (Opera, parte IV, cap. 10). Esaminando queste centocinquanta clausole, le troviamo raggruppate in quindici decine, le quali però, non corrispondono pienamente ai quindici misteri. Così, per esempio, le prime dieci clausole non parlano dell'annunciazione: la generazione eterna del Verbo, la creazione del mondo, il peccato degli angeli e dei nostri progenitori, le profezie messianiche dell'Antico Testamento, la nascita della Madonna e la sua presentazione nel tempio. Soltanto con la clausola della prima Ave Maria della seconda decina arriviamo all'annunciazione. Ci sembra dunque di poter concludere che per il B. Alano importava la meditazione dei fatti della redenzione e il numero di centocinquanta Ave Maria, con centocinquanta clausole o quindici misteri, mentre affidava alla devozione e alle necessità spirituali dei singoli fedeli la scelta dei misteri e la loro formulazione concreta. Anzi, egli lo dice esplicitamente: «Ognuno potrà, secondo che ritiene opportuno ("ad placitum"), aggiungerne o toglierne e come pure dividere diversamente le parti del Salterio »

(Apol, cap. 19).

Il modo di pregare Alano visse nel periodo di formazione della spiritualità metodica che in seguito ebbe una vasta diffusione. Si dava molta importanza al metodo di pregare, di meditare, ecc., perché nello sforzo di seguire il metodo stabilito e nella fedeltà ad esso si vedeva un mezzo efficace della riforma interiore ed esteriore del clero, dei religiosi e dei fedeli. L'unione dell'orazione mentale alla preghiera vocale che Alano riteneva necessaria – era un'eredità del Medioevo; la sua preoccupazione per un metodo adatto a sostenere il fervore e a promuovere la riforma interiore ci sembra, però, un influsso dei tempi nuovi che egli subiva, forse, attraverso la meditazione dei certosini della bassa Renania. "Leggere il Salterio": sembra una formula che fa riferimento all'ufficiatura corale dei canonici e dei

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religiosi, modello del Salterio mariano: i salmi di Davide si leggono in coro, almeno per quanto riguarda le antifone che adattano il senso dei salmi allo spirito della festa. Così anche il Salterio di Maria -ufficio mariano dei laici- si legge, anche se si sa a memoria il breve testo della Salutazione angelica, perché restano da leggere le clausole o i misteri che sono come le antifone del Salterio. A somiglianza dell'ufficiatura corale, anche il Rosario quando viene recitato in comune - si recita a due cori alternati: «Ave, Maria, gratia plena: Dominus tecum» - dice il primo coro; «Benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus Christus» - replica l'altro (cfr. Opera, parte II, cap. 8, num. 11). "Pregare il Salterio": l'orazione mentale deve accompagnare la recita del Rosario: senza di essa la recita non è meritoria davanti a Dio. Invece, l'orazione mentale del Rosario (cioè la meditazione dei misteri), anche senza la recita delle Ave Maria, potrebbe bastare, poiché è una vera preghiera, gradita a Dio. L'orazione mentale unita alla preghiera vocale è però più meritoria perché così tutto l'uomo corpo e anima - partecipa all'atto del culto divino (Apol., cap. 19, num. 1). Per facilitare la meditazione, Alano ci dà un gran numero di schemi, di visioni e di rivelazioni. Il metodo della meditazione Alano vuole però che la meditazione dei misteri segua un determinato metodo, anzi egli stesso ne propone alcuni, sparsi un po' per tutta l'Opera. Presentiamo al lettore i cinque modi esposti nell'Apologia (cap. 14): 

  

Primo modo: pregare, rivolgendo l'attenzione direttamente a Gesù Cristo, cioè pregando in onore del Verbo incarnato (primi cinque misteri), della sua Passione (altri cinque) e della sua glorificazione (ultimi cinque). Secondo modo: pregare Cristo per mezzo dei Santi. Così i primi cinque misteri vengono offerti in onore del Signore, ma salutando uno per uno i sensi e le membra della Madonna: per esempio gli occhi di lei che videro Gesù, le labbra che lo baciarono, ecc. (egli suggerisce di servirci a questo scopo di un'immagine della Madonna). Meditando i misteri dolorosi, possiamo considerare una per una le piaghe di Gesù e le varie parti del suo corpo sofferente (suggerisce di nuovo un'immagine del Redentore); non dobbiamo però badare al senso delle parole (Ave Maria) che pronunciamo, ma alle sofferenze e al merito che le singole piaghe significano. Meditando i misteri gloriosi, possiamo pensare alle diverse categorie di Santi (angeli, patriarchi, apostoli; martiri, ecc.), visitare gli altari della chiesa e, appellandoci ai loro meriti, offrire a Gesù l'omaggio della nostra preghiera rosariana. Terzo modo: dirigere l'intenzione alle virtù, per esempio recitare un'Ave o una decina per ottenere la fede viva, un'altra per la speranza, ecc., oppure per eliminare uno per uno i nostri vizi. Quarto modo: pregare per il prossimo, per esempio per la Chiesa, per il Papa e il clero, per il sovrano temporale e le autorità civili, per i genitori e congiunti, per gli amici e i nemici e per i vivi e i defunti. Quinto modo: pregare per il buon adempimento dei doveri di stato, per esempio doveri di stato pontificale, regale, sacerdotale, militare, giudiziale, ecc.

Conclusione Come si vede, l'importante per Alano non è di pensare ai misteri da lui elencati né il meditare il significato delle parole pronunciate (salutazione di Maria), ma di pregare, cioè occupare la mente con cose divine e in modo concreto (cfr. Apol., cap. 19, num. 2), mettendo in opera tutte le nostre facoltà sia conoscitive che affettive, sia spirituali che sensitive. Siamo invitati da lui ad accertarci quasi della realtà dell'incarnazione (Maria vede e bacia Gesù), della Passione (le ferite una per una) e della gloria (i Santi nella gloria sono la vera vittoria di Gesù), oppure a preoccuparci perché si realizzino le intenzioni divine circa l'acquisizione delle virtù e la vittoria sopra i peccati, la salvezza degli uomini appartenenti a tutte le categorie sociali, il buon ordine temporale e spirituale che risulta dal fedele adempimento dei doveri di stato.

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Alano afferma giustamente che il modo di pregare col Rosario, da lui stesso proposto, è dunque un mezzo efficace al servizio della riforma interiore del singolo fedele e delle comunità cristiane (Apol., cap. 15).

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UN NOME DEFINITIVO AD OGNI MISTERO Ad Alano de la Roche, tutto intento a promuovere la devozione ai misteri della salvezza e la riforma dei costumi, importava soltanto la struttura essenziale del Rosario, vale a dire ciò che lo rendeva effettivamente Salterio mariano e compendio del Vangelo. Riteneva dunque essenziale che: 1.

le Ave Maria fossero centocinquanta come i salmi di Davide, divise in decine ognuna delle quali preceduta da un Padre nostro; 2. ad ogni decina fosse dato un mistero o ad ogni Ave Maria una clausola, in modo che le prime cinque decine avessero per caratteristica la gioia dell'incarnazione, le altre cinque il dolore della passione, le ultime la gloria della risurrezione; 3. la recita delle preghiere vocali fosse animata dalla meditazione dei misteri della redenzione umana.

Per il resto - quali dovessero essere i misteri (o le clausole) scelti per meditare e il metodo da seguire nella preghiera aveva di certo le sue preferenze, non volle però determinare nulla in modo definitivo. Perché si riteneva necessario fissare i singoli misteri del Rosario? La libertà lasciata da Alano portò ben presto a pratiche molto divergenti fra di loro, e quanto allo spirito del pio esercizio, e quanto all'assegnazione di un mistero ad ogni decina o di una clausola ad ogni Salutazione angelica. Questa divergenza venne aumentata dalla sopravvivenza del Rosario di Domenico di Prussia, preferito a quello di Alano anche da molti domenicani. Ma due elementi che, secondo le intenzioni di Alano, erano utili per promuovere e rendere fruttuosa la recita del Rosario, contribuivano pure a far convergere le varie pratiche rosariane, a fissare il numero dei misteri (e delle clausole) in quindici e a dare ad ognuno di essi una formulazione definitiva. Questi due fattori sono: 1.

la confraternita del Rosario, fondata e propagandata per promuovere la recita, privata e comunitaria, del Rosario. Infatti, non tutti gli iscritti alla confraternita erano in grado di improvvisare la formulazione dei misteri (o delle clausole) da meditare secondo le loro particolari esigenze spirituali di ogni giorno, quando recitavano il Rosario privatamente; né sembrava opportuno lasciare all'arbitrio o alla devozione personale di chi presiedeva la recita comune la scelta e la formulazione dei soggetti da meditare; 2. Alano consigliava di servirsi di rappresentazioni sensibili dei misteri, per trovare in esse un aiuto concreto a mantenere viva la devozione: ora, un quadro da mettere in chiesa non consentiva spazio sufficiente al pittore per centocinquanta immagini; le incisioni, è vero, lo rendevano possibile (come, per esempio, l'opera di Alberto Castellano, nel 1521), ma con l'inevitabile conseguenza di aumentare le spese della pubblicazione e di impedirne la diffusione fra il popolo. Tentativi di fissare i singoli misteri È vero, alcuni non credevano necessaria questa semplificazione e convergenza nel modo di definire i singoli misteri. Così, per esempio, Alberto Castellano o.p. nel 1521 ha ancora centocinquanta meditazioni, illustrate con altrettante incisioni in legno; e ancora nel 1569, Bartolomeo Scalvo pubblica a Milano le sue meditazioni con centocinquanta clausole molto prolisse. Altri però preferiscono la riduzione dei misteri (e delle clausole) al numero di quindici, anche se nei particolari non sono d'accordo fra di loro. A questo riguardo sembra caratteristico che due opere, ambedue del 1488, sono concordi nel numero di quindici, discordi però nel designare i singoli misteri da meditare. Il Compendio del Salterio della SS. Trinità (Anversa, 1488), nato nell'ambiente di Alano de la

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Roche, presenta un Rosario che potremmo chiamare cristologico e in cui gli ultimi due misteri gaudiosi sono la circoncisione di Gesù (il 4°) e l'adorazione dei Magi (il 5°), i misteri dolorosi cominciano dall'ultima cena per terminare con la sepoltura del Redentore, e nei misteri gloriosi si contempla il solo Cristo nella sua gloria che risorge (l'11°), sale al cielo (il 12°), invia il Paraclito (il 13°), siede alla destra del Padre (il 14°) e tornerà per giudicare i vivi e i morti (il 15°). L'altra è una incisione di Francesco Domenech o.p. -che si trova oggi nella Biblioteca Nazionale di Madrid-: i quindici misteri raffigurati dall'incisore spagnolo sono quelli di oggi, con la sola eccezione del 14° che è la dormizione (non l'assunzione) della Madonna. Dall'incisione del Domenech e da altre opere spagnole che la seguirono a poca distanza, alcuni storici concludono: mentre altrove si stava ancora cercando, in Spagna era già stata trovata la formulazione definitiva dei singoli quindici misteri. Tuttavia non ci sembra che le cose siano avvenute proprio così. Troviamo infatti ancora nel 1525 che il Manuale dei frati predicatori, edito a Siviglia, dello spagnolo Domenico Baltanas (o Valtanas) o.p. non concorda col Domenech: nel primo mistero accentua l'aspetto cristologico (l'incarnazione di nostro Signore), al mistero della presentazione nel tempio dedica il quinto (e non il quarto), presenta leggermente amplificato il sesto (l'orazione nell'orto, l'agonia e il sudore di sangue) e completamente diversi il quarto (l'adorazione dei Magi) e il nono (la sentenza della morte in croce). Soltanto nella seconda metà del secolo XVI -sotto l'influsso della riforma tridentina e la sorveglianza delle autorità ecclesiastiche- si raggiunge l'unità almeno per ciò che riguarda la definizione di ognuno dei quindici misteri. Perché un secolo di sforzi per dare un nome ad ognuno dei misteri? Ciò è spiegato in parte dalle origini storiche del Rosario, in parte dagli orientamenti ideologici dei suoi promotori. Il Rosario è una devozione di origine molto complessa. E’ nato dalla convergenza di due filoni di diversa ispirazione originaria: un filone popolare, costituito dalla devozione alle gioie e ai dolori della Madonna, messi in rapporto con i fatti della redenzione umana, e dal desiderio di imitare l'ufficiatura corale dei chierici e dei religiosi, con la recita di centocinquanta Ave Maria, corrispondenti ai centocinquanta salmi di Davide; e un filone dotto, rappresentato da componimenti devoti che si ispirano al Salterio e danno ad ogni salmo un senso cristologico e mariano; questi componimenti si semplificano sempre di più, così da fondersi - per opera, soprattutto, di Domenico di Prussia e di Alano de la Roche - con la recita delle Ave Maria del filone popolare. Quando il Rosario di cinquanta Ave Maria di Domenico di Prussia e quello di quindici Padre nostro e centocinquanta Ave Maria di Alano de la Roche cominciarono ad essere predicati e propagati tra il popolo, i teologi fra i quali lo stesso Alano pensarono di dare alla pia pratica una marcata impronta teologica. Ma l'impresa non era facile, poiché non era agevole conciliare le esigenze storiche del Rosario e le complesse intenzioni teologiche. Si voleva infatti presentare al popolo il piano divino della salvezza umana, ma in modo tale da soddisfare tre esigenze teologiche: 1. l'elevazione fino al mistero della SS. Trinità, fonte originaria dell'opera della salvezza; 2. la storia della salvezza presentata in quindici fatti dogmaticamente importanti o di maggior rilievo per la vita cristiana; 3. assegnare alla Madre di Gesù quel posto privilegiato che le compete nell'opera della redenzione accanto al suo Figlio. Dalla difficoltà di conciliare queste esigenze nacque la secolare oscillazione nel designare ognuno dei misteri. Di fatto se fosse prevalsa la prima esigenza, si sarebbe stati costretti a stabilire più di quindici misteri, a cominciare dalla contemplazione della vita eterna delle tre Persone divine, per passare poi a quella del decreto divino dell'incarnazione, della sua esecuzione storica, per ritornare poi alla contemplazione della vita beata dei Santi nell'eterna gloria della SS. Trinità (ne troviamo esempi nelle

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opere di Alano). La prevalenza della seconda esigenza avrebbe portato con sé la necessità di mettere sempre in primo piano la figura del Redentore, col pericolo di dimenticarne la Madre e di rendere puramente esteriore e accidentale (senza diretto legame con i misteri meditati) la recita delle Ave Maria (ne dà esempio lo stesso Alano). La preponderanza della terza esigenza avrebbe trasformato il Rosario in un omaggio alla sola Regina del cielo, avrebbe lasciato da parte Dio, o, meglio, lo avrebbe considerato solo per riflesso in quanto i privilegi di Maria rispecchianti le grandezze divine (anche di queste tendenze ci sono esempi in Alano). L'equilibrio fra le tre esigenze, raggiunto poco dopo la fine del secolo XVI, si può esprimere in breve nel modo seguente: a.

contemplare la bontà paterna di Dio (Padre nostro), manifestatasi nella vita, morte e glorificazione di Gesù (misteri) e contemplata insieme a Maria (Ave Maria); b. la bontà paterna di Dio e i misteri della vita di Cristo portano frutti all'uomo per l'intercessione materna di colei che fu strettamente unita all'opera del Figlio (Ave Maria).

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LE CONFRATERNITE DEL ROSARIO La prima confraternita del Rosario, fondata nel 1470 a Douai da Alano de la Roche, fu presto seguita da altre, che propagavano la devozione rosariana e contribuivano al suo ulteriore sviluppo. La confraternita fondata da Alano 1.

Gli obblighi dei confratelli. Alano diede alla sua associazione il nome di Fraternità del Salterio, perché doveva essere l'associazione religiosa di coloro che servono la Vergine Maria per mezzo del suo Salterio (Apol., XVI. 1). I membri della Fraternità dovevano impegnarsi alla recita quotidiana dell'intero Salterio mariano (Apol., XVI. 2, 2) così da trasformare ogni giorno in una celebrazione quotidiana della festa dell'Annunciazione (Apol., XVII. 3, 12; XXII. risp. alla prima obiezione). Come si vede, Alano volle continuare la tradizione delle antiche associazioni mariane, dirette dai domenicani, la cui festa principale era quella dell'Annunciazione; e insieme, con vero senso teologico, volle che col Salterio mariano fossero venerate sia la maternità divina di Maria sia l'incarnazione del Verbo, due misteri strettamente uniti nella storia e nella spiritualità cristiana: la prima venerata con il Vangelo della Salutazione angelica, la seconda con quello del Padre nostro (Apol., XXII. risp. alla quinta obiezione). Perché il fine della devozione rosariana venisse più sicuramente raggiunto, Alano consigliava agli iscritti alla Confraternita di aggiungere ad ogni Padre nostro e Ave Maria un colpo di disciplina (Op. omnia, parte II, cap. 17, 3, lO). Così si sarebbe realizzata una concreta partecipazione alla Passione di Cristo e alla compassione della Madre e si sarebbe manifestata la prontezza a versare il proprio sangue per Colui che diede per noi tutto il suo sangue prezioso. Il Salterio mariano non è dunque partecipazione alle sole gioie della Madre del Salvatore, ma anche ai suoi dolori.

2. I benefici spirituali della confraternita. La recita del Salterio mariano aveva per fine principale il raccoglimento in Dio, mediante la meditazione dell'incarnazione, della passione, della glorificazione di Gesù ed insieme mediante la meditazione degli esempi dei santi per quanto concerne la fuga dei vizi e l'esercizio delle virtù (Apol. XIX, 1, 1-2). Tale fine si poteva raggiungere anche con la recita individuale, benché non venisse esclusa la recita comunitaria in chiesa. Alano tuttavia volle un'associazione speciale dedicata al culto del Salterio mariano. Non solo per la natura associata dell'uomo, neppure soltanto per propagare più efficacemente questa bella devozione, ma per un motivo dogmatico: per praticare in modo speciale la comunione dei santi. La legge principale della Fraternità è - dice - il mettere in comune tutti i meriti che si acquistano con la devota e fruttuosa recita quotidiana del Salterio mariano e, per conseguenza, la partecipazione di ognuno ai meriti di tutti gli altri confratelli (Op. omnia, parte II, cap. 17, 3). La Confraternita essenzialmente è, dunque, la mutua partecipazione ai meriti di tutti i confratelli (Apol., XXI. 1, 4) che la rende una vera fratellanza nella carità soprannaturale e nelle benedizioni divine (Apol., XVI, 2, 3).Tale fratellanza nella carità dà la possibilità ad un confratello di sostituire negli obblighi altri che ne sono impediti, come i bambini, i malati, i defunti (Apol., XVI. 6, 8). Ma la sua forma più propria è la comunione dei meriti che si acquistano con la recita del Salterio in quanto membri della Fraternità. Ciò significa che ogni confratello con la recita quotidiana del Salterio contribuisce al bene spirituale di tutti i confratelli e, a sua volta, partecipa ai meriti che gli altri associati acquistano con la stessa pia pratica (Apol., XVI. 2, 2-3). Agli iscritti alla confraternita non veniva imposto alcun obbligo di coscienza di modo che essi non commettevano peccato qualora avessero trascurato l'impegno assunto. Alano volle spingere i fedeli a questa pia pratica con l'allettamento di benefici spirituali. Perciò se un confratello trascurava per qualche giorno o anche per un periodo di tempo più lungo la recita del Salterio, si privava per quel tempo della partecipazione ai meriti degli altri; tuttavia in qualunque momento avesse ripreso la pia pratica, subito sarebbe stato reinserito nella comunità dei

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meriti dei confratelli (Apol., XVI. 2, 2-3; Op. omnia, parte II, cap. 17, 3). 3. L'iscrizione nella Confraternita e l'uso di portare con sé la corona. L'iscrizione in un registro e la lettura annuale dei nomi dei con fratelli aveva, secondo Alano, una certa importanza spirituale: egli la considerava come una pubblica dichiarazione di servitù verso il Re e la Regina del cielo che si compiva per mezzo del Salterio; ma era anche un segno di milizia cristiana contro il demonio (qui possiamo pensare alla riforma dei costumi, voluta da Alano insieme all'umanesimo cristiano e alla spiritualità barocca, come per esempio il Manuale del soldato cristiano di Erasmo da Rotterdam, l'immagine delle due bandiere di S. Ignazio di Loyola e il Combattimento spirituale di Lorenzo Scupoli); era, infine, anche un modo di infondere coraggio a chi è incline allo scoraggiamento in quanto il sentire o leggere i molti nomi iscritti nel registro poteva animarlo alla fiducia a causa dell'esempio e progresso di tanti confratelli, servitori di Gesù e Maria (Apol., XVII). Alano consigliava sia la distribuzione delle corone, sia l'abitudine di portarle sempre con sé e perché costituissero un "pro memoria" e perché fossero sempre a portata di mano in qualunque momento si volesse pregare (Apol., XXI. 1, 2; XX. 1-2). Le Confraternite dopo Alano A Colonia si fondò nel 1475 una confraternita mariana che prese il nome di Confraternita del Rosario (non del Salterio) della Madonna. Essa non obbligava gli ascritti alla recita quotidiana del Rosario, ma prescriveva che lo recitassero tre volte la settimana. Era questa - per quanto ne sappiamo - la prima fraternità del Rosario che non si accontentava della comunione ai meriti dei confratelli, ma che possedeva una forma, per così dire, giuridica per mezzo di indulgenze, elargite dal legato pontificio (1476) e poi da Sisto IV (1478) e da altri Papi. Nel ducato di Bretagna si seguiva la forma insegnata da Alano. Tuttavia, per difendersi contro certe accuse, lo stesso duca insieme alla duchessa chiesero a Sisto IV delle indulgenze (1479). Con questo ricorso tendono ad avvicinarsi e alla fine ad unirsi in un'unica grande fraternità i due tipi fino allora esistenti: quello che si ispirava alla Confraternita di Douai e l'altro che seguiva quella di Colonia. Così ben presto vediamo l'unione dei nomi e degli intenti, per esempio nella Confraternita della Madonna « della Pietà e del Rosario (o Capelleto) e del Salterio » di Angers di cui vennero confermati gli statuti e le indulgenze annesse alla recita del Rosario (1514). Nel 1519, in Spagna, si comincia a collegare le indulgenze con la recita del Rosario con l'aiuto di una corona benedetta dai domenicani. Nel 1534 venne ridotto l'obbligo di recitare tutto il Rosario: per lucrare le indulgenze, basta recitarlo una sola volta ogni settimana. La crescente preoccupazione per le indulgenze e il graduale aumento di esse fino a raggiungere quel numero esagerato che era in vigore fino a pochi anni fa, contribuivano certamente a rendere popolare il Rosario. Ci sembra però che, nello stesso tempo, lo spirito delle confraternite del Rosario sempre più si allontanava dalle intenzioni di Alano: infatti, l'interpretazione popolare delle indulgenze non vedeva in esse che una possibilità di sfruttare il tesoro spirituale della Chiesa per se stessi o a favore dei propri defunti, mentre Alano voleva che ognuno contribuisse al tesoro dei meriti della Confraternita per poter poi a sua volta partecipare a questo tesoro. O, se vogliamo, una spirito più individualistico si insinuò nelle fraternità e soppiantò lo spirito di comunanza fraterna che avrebbe dovuto animare i membri delle associazioni rosariane. Oggi che il numero delle indulgenze annesse al Rosario è molta ridotto, si potrebbe ritornare all'idea originaria di Alano e meglio elaborare il concetto di comunicazione dei meriti di tutti i confratelli.

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IL ROSARIO NELL'ENCICLICA "CONSUEVERUNT" DI S. PIO V I Papi, a cominciare da Sisto IV, e i loro legati avevano già emanato varie disposizioni e concesso indulgenze ad appartenenti a confraternite e ad altri devoti del Rosario. Sempre si trattava però di casi particolari e confraternite ben determinate. Alla fine un Papa che fin dalla sua giovinezza recitava il Rosario che volentieri ricordava la sua vita sotto la Regola di S. Domenico, S. Pio V, credette utile pubblicare una enciclica rosariana indirizzata a tutti i fedeli e, in particolare, a tutti i membri delle confraternite rosariane. E' l'enciclica «Consueverunt» del 17 dicembre 1569, molto importante per la storia del Rosario. Scopo dell'enciclica Il Papa, dopo aver costatato la difficile situazione in cui si trovava la Chiesa a causa delle eresie, delle guerre e dei costumi corrotti, invitò i fedeli a rivolgere a Dio fiduciose preghiere, invocando l'intercessione della Madonna, con la devota recita del Rosario. Per infervorarli nella pia pratica, confermò le concessioni fino allora fatte, e concesse nuove indulgenze a favore di coloro che avessero recitato il santo Rosario e, specialmente, a favore degli iscritti alla Confraternita del Rosario. Quanto disse delle origini e della natura del Rosario non aveva altro scopo che quello di giustificare l'invito a pregare col Rosario e la concessione delle indulgenze. Origini e frutti del Rosario Quanto alle origini del Rosario, Pio V non fece che ripetere quanto già ne aveva detto Alano de la Roche: S. Domenico, constatando il grave pericolo dell'eresia degli Albigesi, si rivolse all'aiuto celeste, invocando soprattutto l'intercessione della Madre del Redentore, vincitrice di ogni eresia, ed escogitò quel semplice, pio e fruttuoso modo di pregare che è il Rosario, propagato in seguito da lui e dai suoi frati. Il Rosario e la sua Confraternita produssero frutti abbondanti per la salvezza degli uomini: i fedeli, in virtù delle meditazioni e preghiere rosariane, si trasformavano in veri cristiani; a poco a poco si diradarono le tenebre dell'eresia e vi risplendette la luce della vera fede; la Pietra (Gesù) percossa dal legno della croce fece scaturire torrenti di grazie e di benedizioni divine. Che cosa è il Rosario? «È un metodo di preghiera» ("modus orandi"), si ripete più volte nell'enciclica; vale a dire, è un metodo di fare orazione mentale; ma un metodo semplice ("facilis"), adatto a tutti i fedeli ("omnibus pervius") e molto accetto a Dio ("admodum pius"). Ciò che potremmo chiamare la parte materiale del metodo, consiste nella recita di centocinquanta Ave Maria (perciò Salterio mariano) e di quindici Padre nostro, intercalati a ogni decina di Ave. Questa struttura materiale del metodo rosariano indica anche la sua struttura essenziale (o, meglio, formale): ad ogni Padre nostro è legata una meditazione dei vari avvenimenti dell'esistenza terrena del Redentore divino, così alla fine delle quindici decine tutta la vita di Gesù è stata fatta oggetto di meditazione: «et Oratione Dominica - dice Pio V - ad quamlibet decimam / Salutationis Angelicae / cum certis meditationibus totam eiusdem Domini nostri Iesu Christi vitam demonstrantibus, interposita ». Questa descrizione del Rosario ci sembra indicare: 1.

ad ogni Padre nostro è premessa non una semplice e breve formula ("mistero"), ma alcuni punti da meditare, quindi c'è uno sviluppo più ampio dei misteri di oggi;

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la meditazione premessa alle decine comprende non soltanto quindici misteri scelti della vita, passione e glorificazione del Signore, ma tutta la sua vita; 3. la breve meditazione dei singoli fatti della vita di Gesù è seguita dalla recita del Padre nostro (preghiera per i frutti della meditazione) e si prolunga in una decina di Ave Maria (fino a «benedetto il frutto del tuo seno, Gesù ») che invita la Madonna a gioire dei vari episodi della redenzione in cui lei ha avuto tanta parte. E con Maria gioisce anche il suo devoto sia per la gloria della Madre sia per i frutti che ne derivano ai fedeli e a tutta la Chiesa. 2.

Se è esatta questa interpretazione del pensiero di S. Pio V, ne seguono le seguenti conclusioni: a. egli non intendeva definire i quindici misteri del Rosario, ma voleva insistere sulla necessità di meditare tutta la vita del Redentore; b. la meditazione doveva mettere in evidenza la natura gioiosa della pia pratica: perfino la meditazione della Passione doveva terminare nella gioia fiduciosa, quando si recitava l'Ave Maria «Gioisci, Maria, piena di grazia...»); c. egli era favorevole non al metodo germanico che aggiunge ad ogni Ave Maria una clausola cristologica, ma al metodo che in seguito prevalse nei Paesi latini e che si trasformerà nei misteri di oggi premessi ad ogni Padre nostro; d. collegando la meditazione al Padre nostro egli contribuì ad eliminare il Rosario a centocinquanta clausole (o centocinquanta misteri) e all'affermarsi del Rosario a quindici misteri. Due note su Pio V e la storia del Rosario 1)

Spesso si legge che fu S. Pio V ad introdurre nel Rosario quella supplica mariana che oggi costituisce la seconda parte dell'Ave Maria («Santa Maria, Madre di Dio... »). Questa affermazione richiede una precisazione. I vari elementi di questa supplica mariana sono presenti, già al principio del secolo XIV, nelle composizioni mariane di Fra Colomba da Vinchio o.p. Alla fine dello stesso secolo, in forma abbreviata, si trovano uniti come seconda parte dell'Ave Maria. Tuttavia soltanto al principio del secolo XVI entrano nell'uso comune dei cristiani (non però nella recita del Rosario). Pio V, nell'enciclica «Consueverunt», non tocca questo problema. Ma nel Breviario Romano, pubblicato sotto la sua autorità nel 1568, prescrive che alle ore canoniche venga premessa, dopo il Credo e il Pater, la Salutazione Angelica insieme alla supplica. Era naturale che, in seguito, anche nella recita del Rosario venisse adottata questa forma della Salutazione Angelica. Osserviamo però che questa aggiunta all'Ave Maria non avvenne dappertutto: a) le antifone e i responsori della Messa e dell'ufficio divino spesso riportano solo la prima parte, cioè le parole dell'Angelo e di Elisabetta; b) nel rito domenicano in cui non era prescritta la recita dell'Ave prima delle ore canoniche - poiché, per antica consuetudine, ci si preparava alle ore canoniche con la recita delle ore del piccolo ufficio della Madonna - non fu mai adottata la supplica come facente parte dell'Ave Maria nemmeno al principio e alla fine del piccolo ufficio della Madonna.

2) Alano de la Roche voleva la recita quotidiana dell'intero Salterio mariano. La Confraternita di Colonia, nel 1475, si accontentava di recitarlo tre volte alla settimana, in modo però che tutto il Rosario fosse terminato nello stesso giorno. Clemente VII, nel 1534, permise che si potessero lucrare le indulgenze anche se il Rosario veniva diviso in tre parti e non era terminato nel medesimo giorno. Ora fra le grazie concesse dalla enciclica «Consueverunt» si trova anche questa: si poteva lucrare indulgenza parziale anche da chi recitasse una sola volta durante la settimana l’intero Rosario

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(anche diviso in parti, si intende). Con questa concessione Pio V contribuĂŹ a precisare la regola della Confraternita del Rosario che richiede la recita dell'intero Rosario come dovere settimanale degli iscritti.

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COME SI RECITAVA IL ROSARIO NEL SEICENTO? Una premessa Intendiamo presentare il modo di recitare pubblicamente il Rosario in base a due opuscoli pubblicati nella prima metà del secolo XVII che dovevano introdurre una certa uniformità nella recita pubblica in tutto il mondo. La pubblicazione, con l'intenzione di uniformare la pratica rosariana, fu voluta dai maestri generali dell'Ordine di S. Domenico che si ritenevano responsabili della propagazione della devozione alla Regina del Rosario e della sua Confraternita, come d'altronde aveva già ammesso Giulio III con la costituzione «Sincerae devotionis» del 24 agosto 1551 e più decisamente affermato da S. Pio V il 29 giugno 1569 (cost. «Inter desiderabilia»). Era naturale che i superiori generali dell'Ordine considerassero come modello di tutte le altre la Confraternita del Rosario eretta nel 1481 presso S. Maria sopra Minerva, residenza abituale della curia generalizia. Così il maestro generale Sisto Fabri, col decreto del l° ottobre 1585, ordinò che tutte le Confraternite adottassero gli Statuti di quella della Minerva. E, in seguito, i due opuscoli, editi per ordine dei suoi successori, dovevano presentare a tutti i rosarianti quello della Minerva come il modo migliore da osservare nella recita in comune del Rosario. Il modo di dire il Santissimo Rosario Fra il 1601 e il 1607 fu edito a Roma, per ordine del P. Giordano Xavierre, l'opuscolo intitolato «Il modo di dire il Santissimo Rosario» che voleva presentare a tutte le Confraternite un modello da imitare. L'autore dell'opuscolo considera ogni decina come una meditazione a sé stante, la cui unità e particolarità è da lui molto accentuata: l'enunciazione del mistero non era una semplice proposizione, ma doveva essere sviluppata in punti indicanti la materia da meditare; b. la meditazione stessa doveva svolgersi durante la recita alternata a due cori del Pater e delle dieci Ave; c. la decina si chiudeva con la dossologia «Gloria Patri», detta a due cori, seguita da un'antifona, un versetto e preghiera conformi al mistero meditato. a.

Una parte introduttiva unificava le cinque meditazioni in una unità superiore in cui prevaleva il gaudio dell'incarnazione o il dolore della Passione o la gioia della glorificazione del Salvatore. Questa parte introduttiva consisteva nel versetto «Deus in auditorium», seguito dalla recita alternata da due cori del «Gloria Patri» e di un inno mariano. L'inno che si premetteva era «Quem terra, pontus, aethera» quando si recitavano i misteri gaudiosi, «Stabat Mater» prima dei dolorosi, «O gloriosa Do mina» quando si contemplavano i misteri gloriosi. È evidente l'intenzione di strutturare la recita pubblica del Rosario secondo la struttura delle Ore Minori dell'Ufficio divino: la parte introduttiva non faceva che ricopiare la parte introduttiva delle Ore; le cinque decine sostituivano i Salmi mariani e perciò, molto convenientemente, si chiudevano col « Gloria Patri» e con un'antifona mariana. Erano però salmi speciali: ognuno di essi aveva un preciso contenuto (il mistero da meditare) e una funzione speciale, quella di misurare - per così dire - la durata della meditazione dei singoli misteri e di esserne quasi lo sfondo sonoro. Questa differenza dai salmi dell’Ufficio divino era ben sottolineata sia con la formulazione iniziale del soggetto della meditazione, sia dalla chiusura della decina che, grosso modo, corrispondeva a ciò che, secondo i maestri spirituali del tempo, doveva essere la conclusione di ogni meditazione.

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Il "Modus" del 1626 Il metodo presentato per ordine del P. Xavierre non piaceva a molti. Perciò ben presto ne venne sperimentato un altro, anche questa volta dalla Confraternita della Minerva. E, dopo un certo periodo di tempo, il P. Serafino Secchi lo fece pubblicare (1626) nell'opuscolo « Modus qui ad Rosarium instar Divini Offici a populo recitandum servatur Romae..., una cum meditationibus in unoquoque Mysterio proponendis...», perché fosse introdotto dappertutto. Infatti il capitolo generale dell'Ordine nel 1629 prescrisse a tutti i conventi domenicani e a tutte le Confraternite del Rosario di seguire il metodo romano. Basta uno sguardo per convincerci quanto fosse sviluppata la parte introduttiva: dopo il segno di croce, si recitavano l'antifona «Salve Regina» e le litanie della Madonna con un oremus proprio della Confraternita del Rosario; b. poi il presidente della fraternita pronunciava una breve esortazione alla devota preghiera del Rosario per la Chiesa e per determinate intenzioni. a.

La conclusione della pia pratica, dopo la quinta decina, era molto più sobria: dopo la preghiera di ringraziamento «Agimus tibi gratias») e l'oremus con cui si chiedevano i frutti della meditazione «Veneranda sacratissimi Rosarii mysteria»), recitati dal presidente, seguiva un versetto per chiedere la benedizione della Vergine e del suo Figlio «Nos cum Prole pia») e si dava la benedizione «Benedictio Dei et beatissimae Virginis descendat super vos et maneat semper»). Le antifone, i versetti e gli oremus alla fine delle singole decine, così importanti nel metodo del P. Xavierre, erano completamente scomparsi, a vantaggio di una maggiore semplicità e facilità anche per le persone meno istruite. Si insisteva però molto sulla necessità dell'orazione mentale: per questo motivo ogni mistero, oltre all'enunciazione generale, aveva uno sviluppo speciale in tre punti da meditare, nei quali si mettevano in risalto gli affetti di ammirazione, dolore, gratitudine, gioia e amore. Per esempio: « Il quinto mistero gaudioso ha per oggetto la gioia di Maria SS. quando ritrovò nel tempio il Figlio perduto. Sono da meditare i punti seguenti: - 1) Con quanta devozione la Beata Vergine, insieme allo sposo Giuseppe, andava ogni anno a Gerusalemme per le feste pasquali e portava con sé il suo dolcissimo Figlio, il quale rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne fossero accorti. - 2) Pensa al profondo dolore della Madre quando, al ritorno dalle feste, la sera non trovò il Figlio amatissimo, il quale, come credeva lei, avrebbe dovuto trovarsi in compagnia di Giuseppe. - 3) Esamina con quanta diligenza lo cercò, senza concedersi riposo, finché non l'ebbe ritrovato; e pensa alla sua ineffabile gioia quando, dopo tre giorni, l'ebbe finalmente trovato nel tempio, seduto in mezzo ai dottori». Notiamo che lo sviluppo in tre punti di ogni mistero da meditare corrispondeva non soltanto al gusto del tempo che aveva scoperto l'importanza del metodo da seguire nella preghiera, ma anche alla necessità di costituire la transizione tra una decina e l'altra. Per maggiormente sottolineare questo passaggio da un soggetto all'altro nel meditare, il presidente della recita pubblica doveva alzarsi in piedi mentre pronunciava sia il mistero sia i tre punti della meditazione. Per lo stesso motivo crediamo che l'assenza, nell'edizione di cui ci serviamo, di qualsiasi cenno alla recita del «Gloria Patri» sia dovuta non all'effettiva mancanza di essa (sarebbe stato tralasciato con essa anche un elemento tradizionale che, oltre a servire da transizione, assimilava il Rosario all'Ufficio divino), ma piuttosto ad una svista dei tipografi e dei correttori. È chiaro che si sentiva la necessità di trasformare la preghiera vocale in un mezzo adatto per favorire l'orazione mentale. Per ottenere ciò bisognava evitare la recita frettolosa che avrebbe trasformato la pia pratica in un vociferare caotico o in una catena monotona di Ave Maria. Si insisteva perciò sulla necessità di recitare disciplinatamente, con le pause ben marcate (anche nel testo stampato!) all'interno del Pater e dell'Ave, così da servire da sfondo vocale, quasi musica celeste, alla meditazione «ubi in pausarum distinctione dicitur, ut in Minerva a multorum millibus fit, coelestis

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melodia descensa videtur in terramÂť).

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LA RECITA PRIVATA DEL ROSARIO Secondo Alano de la Roche e i primi propagatori del Rosario, la recita doveva essere comunitaria; tuttavia era prevista anche la recita privata che veniva modellata secondo il rito di quella comunitaria. La diffusione della Confraternita e della pia pratica del Rosario fra persone di cultura intellettuale poco elevata e fra quelle che, per vari motivi, non partecipavano alla recita comunitaria, imponeva la necessità di trovare un modo adatto anche a coloro che non potevano essere presenti alla preghiera in comune nelle chiese. Nacque così una certa varietà nel modo di recitare privatamente il santo Rosario. Ci limiteremo a presentarne due, patrocinati da celebri autori spirituali del secolo XVII. S. Francesco di Sales (

1622)

Il santo vescovo di Ginevra dedicava ogni giorno un'ora intera alla recita del Rosario. Il metodo che egli stesso praticava e raccomandava ad altri, era elaborato per persone colte, viventi nel mondo. Al principio, si fa il segno della croce tenendo nella mano destra la croce della corona del Rosario e poi la si bacia. Ci si mette quindi alla presenza di Dio, recitando il Credo. Tenendo fra le dita il primo grano più grosso si invoca Dio, supplicandolo perché gradisca la preghiera che viene iniziata in suo onore e perché con la sua grazia la renda fruttuosa. Ai seguenti tre grani piccoli viene chiesta l'intercessione della S. Vergine, salutata come figlia del Padre eterno, madre del Figlio e sposa diletta dello Spirito Santo. Dopo questo preludio, comincia il Rosario vero e proprio. Ad ogni decina si pensa ad un determinato mistero più o meno lungamente, secondo la devozione e il tempo disponibile del devoto di Maria. Si pensa al mistero soprattutto nel momento in cui vengono pronunciati con grande devozione del cuore e con riverenza corporale (inclinando il capo in segno di devota sudditanza del cuore) i nomi di Gesù e di Maria. Qualora sorgesse nell'animo un altro sentimento spirituale, non propriamente appartenente al mistero (per esempio il dolore dei peccati del passato o il proposito della conversione), il Santo consiglia il devoto ad occuparsene per tutto il tempo della recita, e di insistere su questi sentimenti soprattutto mentre vengono pronunciati i nomi di Gesù e di Maria. Finita la quinta decina, al primo grano più grande viene ringraziato il Signore per il dono della pia pratica. Ai tre più piccoli viene salutata e supplicata la Vergine affinché voglia offrire: a. b. c.

al Padre il nostro intelletto, perché sappiamo sempre considerare la sua misericordia; al Figlio la nostra memoria, perché possiamo sempre avere in mente il ricordo della sua Passione e morte; allo Spirito Santo la nostra volontà, perché sa sempre infiammata dal suo amore.

All'ultimo grano più grande viene invocata di nuovo la Maestà divina, perché gradisca la nostra preghiera indirizzata alla sua gloria, e conceda il bene della Chiesa, la conversione del peccatori, gli aiuti necessari a noi e ai nostri amici. Alla fine si recita il Credo e si fa il segno della croce. A proposito di questo metodo: Il Santo tiene molto a certi atteggiamenti corporali (baciare la croce, fare il segno di croce, inclinazione ai santi nomi) , per suscitare e mantenere viva la devozione. 2. La recita del Rosario resta una preghiera vocale, per cui si accentra l'attenzione su certe parole importanti (il Credo, i nomi di Gesù e Maria); e tuttavia dev'essere una affettuosa meditazione dei misteri in modo da suscitare sentimenti devoti ed efficaci e, perciò, la recita stessa viene schematizzata secondo il metodo tradizionale della meditazione, semplificato dal Santo stesso. 3. Come aiuto alla meditazione dei misteri, egli rimanda ad opere che trattano i misteri del Rosario: è infatti - e lo dice esplicitamente - la meditazione dei misteri la parte più importante del Rosario. 1.

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Il Card. Giovanni Bona o. cist. (

1674)

Mentre S. Francesco di Sales si rivolge ai secolari colti, il Bona parla soprattutto ai monaci. Bisogna cominciare il Rosario - dice - col mettersi alla presenza di Dio. Senza questo stato d'animo non si può cominciare nessun colloquio con la divinità. Poi segue una breve riflessione sulla dignità della B. Vergine e sulla nostra miseria spirituale e morale, fatta con l'intenzione di eccitare in noi il fervore a venerarla col suo santo Rosario. Da questa riflessione deve nascere un atto di contrizione e di detestazione della mancanza di fervore mostrata nel servizio della Madre di Dio. Si sceglie quindi una determinata intenzione presentata brevemente, ma in modo affettuoso («paucissimis saltes suspiriis») a Maria SS. e al suo Figlio divino. Dopo questo preludio comincia la parte introduttiva della pia pratica: il segno della croce, seguito da una preghiera latina allo Spirito Santo perché illumini la mente e infiammi la volontà di modo che la preghiera sia buona e fruttuosa. Preceduta dal «Deus in auditorium» col «Gloria Patri», viene l'invocazione dell'aiuto della Madonna perché la si possa degnamente onorare; quindi è recitato uno dei tre inni mariani, indicati nel «Modo di dire il Santissimo Rosario» del P. Xavierre (vedi cap. precedente). Prima di ogni decina brevemente, ma attentamente, consideriamo il mistero che intendiamo meditare, esaminando cioè quali debbano essere gli affetti che esso ci suggerisce e sui quali dovremo insistere durante la decina. Poi, mentre recitiamo le dieci Ave Maria, con umile devozione pensiamo a ciò che Dio stesso vuole dirci con quel mistero. Alla decima Salutazione Angelica rinnoviamo gli affetti stabiliti al principio della decina e chiediamo a Gesù e alla sua Madre il perdono dei peccati o le virtù corrispondenti al mistero meditato. Per ottenere frutti più abbondanti, il Bona dà due suggerimenti: Prima di cominciare il Pater noster, si pensi brevemente che Dio, Signore dell'universo, è presente per ascoltare noi poveri peccatori. 2. Prima di metterci a recitare le dieci Ave Maria, si pensi a Maria mentre attivamente partecipa al mistero da meditare. Benché siamo indegni d'essere ammessi alla sua presenza ella, con premura materna, ascolta il nostro saluto e le nostre domande. Dopo l'ultima Ave Maria di ogni decina, adoriamo la SS. Trinità con un «Gloria Patri». 1.

Finita l'ultima decina, recitiamo le litanie della Madonna, con l'antifona «Sub tuum» e uno degli oremus della SS. Vergine. Poi presentiamo al divin Salvatore e alla sua SS. Madre le nostre attuali necessità e, appellandoci alla loro gioia o sofferenza o gloria contemplata nei misteri, chiediamo l'aiuto di cui abbiamo bisogno. La conclusione potrà essere una lode alla SS. Trinità e alla Madonna. Infine, si fa un breve esame di coscienza sul modo in cui abbiamo compiuto la pia pratica rosariana, con un atto di dolore delle mancanze commesse e di ringraziamento per quanto di buono abbiamo realizzato, col proposito per l'avvenire di recitare meglio il Rosario. Tutto poi termina con l'offerta alla Madre di Dio del nostro devoto omaggio, secondo le intenzioni fissate all'inizio del Rosario, perché lo presenti al suo Figlio divino. Osservazioni Come per S. Francesco di Sales, anche per il Cardinale monregalese, il Rosario è essenzialmente una meditazione vera e propria, il cui corpo è costituito dal Rosario tradizionale, preceduto da preludi e introduzione e seguita da preghiere conclusive. Tuttavia, mentre il santo vescovo vuole guadagnare alla vita spirituale i secolari colti e perciò presenta un metodo semplificato e insiste soprattutto sulla parte affettiva e su segni esterni della devozione, il card. Bona si rivolge a monaci, che devono curare non solo la devozione personale, ma anche una certa disciplina delle facoltà dell'anima e del corpo, perciò esige maggior austerità, presenta un metodo più complesso e sottolinea la necessità degli sforzi per mantenere viva l'attenzione perché ci si trova alla presenza di Dio e della Regina del cielo. Notiamo infine che il Bona, benché abbia elaborato questo metodo per il Rosario a quindici misteri, ritiene utile anche il Rosario a centocinquanta misteri secondo le meditazioni del certosino bavarese Giovanni

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Gerecht (Giusto) di Landsberg, detto Lanspergio ( detto Blosio ( 1566).

1533) e dell'abate benedettino Ludovico di Blois,

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L'ORAZIONE MENTALE NEL ROSARIO L'orazione mentale nel Rosario Il Rosario unisce la preghiera vocale all'orazione mentale: quella ne è il corpo, questa l'anima. Abbiamo già visto alcuni metodi di dire il Rosario in pubblico o privatamente, cioè il quadro esterno, proprio a questa devozione in quanto è preghiera vocale. Ora intendiamo esaminare alcuni insegnamenti, proposti da autori spirituali qualificati per dottrina e santità, sul modo di passare dalla recita vocale alla meditazione o orazione mentale, indispensabile, perché il Rosario sia vera preghiera. Come meditare i misteri della redenzione? Guglielmo Piati o.p. ( 1550), vescovo titolare di Tarso e vicario generale dell'arcivescovo di Tolosa, nel 1546 indirizzò una lettera pastorale al clero della diocesi tolosana, perché ammaestrasse i fedeli sulla devozione rosariana. Il Rosario è, secondo mons. Piati, il libro predetto dal profeta Isaia: libro di cui si servono gli illetterati (e non solo essi) per onorare la Madonna e ottenere benefici divini. Egli pensa - a quanto pare - ad Is. 29, 11-14.18-19: poiché il popolo dice il Profeta - con la sola bocca onora Dio, mentre il suo cuore, seguendo dottrine umane, ne è allontanato, il Signore lo castigherà con visioni profetiche che nessuno può comprendere, come nessuno può comprendere il contenuto di un libro chiuso e come l'analfabeta non è in grado di leggere un libro, neppure se è aperto. Dio, tuttavia, avrà pietà del resto fedele del popolo sopra il quale effonderà la sua grazia, cosicché i sordi udiranno le parole del libro e i ciechi le leggeranno e tutti i fedeli a Dio esulteranno di gioia. Il Rosario è dunque questo libro che ci fa conoscere Dio e la sua misericordia, è il libro che ci istruisce nella fede viva, aperto a tutti gli uomini di buona volontà, leggibile e comprensibile anche per gli analfabeti e illetterati, ma adatto anche ai dotti. Con esso comincia un periodo di grazia nella storia della salvezza. Ne nasce spontanea la gioia per la redenzione e salvezza in coloro che, con l'aiuto della Madonna, si avvicinano al Signore, mentre accade che gli eretici - seguendo dottrine umane - se ne allontanano sempre di più. Maria, che ha trovato grazia presso Dio e portato il Frutto benedetto che ci ha riscattato, placherà l'ira divina che abbiamo meritato e ci aiuterà a superare le astuzie del diavolo e le false dottrine degli eretici. Il Rosario è anche un libro d'ore per laici, libro di preghiera per chi non sa leggere le ore canoniche del Breviario. Questo libro è detto "Rosario" che consta di cinquanta Ave Maria e cinque Padre nostro: i cinque pater ricordano le cinque piaghe e la Passione del Signore; le cinquanta ave si riferiscono all'anno del gran Giubileo dell'Antico Testamento, perché per mezzo di questa preghiera otteniamo grazie simili a quelle che Dio intendeva dare con la celebrazione dell'anno giubilare. Tre "Rosari" costituiscono il Salterio della Madonna che consta di centocinquanta ave e quindici pater: il numero delle ave ricorda i centocinquanta salmi di Davide che ottengono il pieno valore salvifico dai quindici principali dolori di nostro Signore durante la sua Passione e morte, oggetto di meditazione mentre vengono recitati i Padre nostro. Il tutto costituisce una pia pratica, più di tutte le altre gradita a Dio e alla Vergine, come lo provano i numerosi miracoli e le indulgenze concesse da Papi e vescovi. Mons. Piati - come si vede - più che sulla meditazione dei singoli misteri, insiste sullo spirito che, secondo lui, deve vivificare tutta la recita del Rosario, perché sia un mezzo di preghiera e di istruzione nella fede viva: è la fiduciosa contemplazione della Passione e supplica alla Madre del Redentore, per ottenere il gran giubileo, cioè il perdono di tutte le colpe, la difesa contro ogni errore, la letizia celeste. Ci sembra che, nello spirito del vescovo ausiliare di Tolosa, la parte più importante sia la recita dei Pater noster con la contemplazione dei dolori del Signore, mentre alle Ave Maria non tocchi altra funzione che di completare la meditazione della Passione in compagnia di Maria, approfondendone il significato salvifico e impetrandone, per l'intercessione della Mediatrice delle grazie, i frutti spirituali

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per la salvezza di tutti. Il Rosario, scuola di virtù cristiane S. Carlo Borromeo ( 1584), il 25 marzo 1584 eresse la Confraternita del Rosario anche nel duomo di Milano. In quella occasione rilasciò un documento, eloquente testimonianza della sua devozione alla Madonna del Rosario. Nel fatto che S. Pio V abbia stabilito che i confratelli del Rosario potessero soddisfare al loro impegno a dire l'intero Rosario ogni settimana, anche dividendolo in tre parti, il card. Borromeo scopre un gran mistero di salvezza, perché la recita del Rosario rende partecipi dei misteri di Cristo, in un modo particolare. Infatti - dice - le centocinquanta Ave Maria dell'intero Rosario accostano i devoti della Madre di Gesù a tutti i misteri di salvezza che sono contenuti nei centocinquanta salmi di Davide (gli antichi infatti, con la loro interpretazione alle volte un po' forzata, vi trovavano profezie più o meno esplicite su tutti gli avvenimenti della vita, passione e glorificazione di nostro Signore e su tutti i frutti soprannaturali che ne derivano ai fedeli). Ognuna delle tre parti del Rosario ha, poi, un significato speciale: i cinque pater premessi alle singole decine sono dedicati all'onore delle cinque piaghe di nostro Signore, le dieci ave di ogni decina rappresentano i dieci comandamenti di Dio alla osservanza dei quali ci infiamma la meditazione dei benefici ricevuti dalla misericordia divina; le cinquanta ave che appartengono alla terza parte del Rosario corrispondono all'anno del gran Giubileo che si celebrava ogni 50° anno secondo le leggi dell'Antico Testamento e che prefigurava la remissione di tutti i peccati che otteniamo da Gesù per l'intercessione di Maria SS. Tuttavia questi frutti devono essere raccolti con la devota meditazione dei quindici misteri del santo Rosario, e cioè le parole delle belle preghiere che costituiscono il corpo di questa pia pratica devono essere pronunciate in modo che la mente si occupi della contemplazione dei misteri che ne costituisce l'anima. Il santo cardinale con l'erezione e promozione della Confraternita del Rosario, come del resto in tutta la sua attività pastorale, è preoccupato della riforma dei costumi dei fedeli e del loro progresso nelle virtù cristiane. È per questo che, a differenza degli altri autori che scrissero del Rosario, nelle singole decine vede un manifesto riferimento ai dieci comandamenti la cui fedele osservanza impariamo alla luce di ognuno dei quindici misteri che stiamo devotamente meditando: l'impariamo alla scuola di Gesù e di Maria, modelli perfetti di ubbidienza al Padre; e perciò le cinquanta Ave Maria della terza parte del Rosario meritatamente rappresentano il gran Giubileo dell'Antico Testamento, anno di gioia e di liberazione da ogni debito e da ogni forma di servitù, e perciò simbolo della redenzione e della salvezza perfetta nel cielo. Osservazioni Ci sembra fruttuoso il metodo di meditare la Passione secondo i consigli di Mons. Piati e di considerare la legge di Dio alla luce della Passione come lo suggerisce S. Carlo Borromeo. Tuttavia questo, da solo, non è ancora il nostro Rosario. Il Rosario esige anche la meditazione di determinati misteri della vita, morte e gloria di nostro Signore. E a questo punto sorge la difficoltà di unire la meditazione raccomandata dai due illustri pastori d'anime e la meditazione dei singoli misteri del Rosario. La difficoltà, secondo noi, potrà essere risolta se all'inizio di ogni decina impegneremo con un certo sforzo le nostre facoltà spirituali (e, del resto, ogni opera buona e preghiera, per essere fruttuosa, esige che mettiamo in opera la nostra intelligenza e volontà); fatto poi lo sforzo richiesto, ne trarremo frutti abbondanti per la nostra vita spirituale.

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COME SI AIUTAVA LA MEDITAZIONE DEI MISTERI? Se la recita dei pater e delle ave è il corpo e la meditazione dei misteri l'anima del Rosario, non è senza importanza la domanda: Come si aiutavano i fedeli nel '400 e '500 perché dalla orazione vocale potessero ascendere all'orazione mentale? Vedremo che c'erano immagini e spiegazioni, scritte e orali, che potevano guidare la mente dei fedeli nella meditazione dei misteri. L'iconografia rosariana Le immagini religiose sono il libro di devozione per gli analfabeti - dicevano gli antichi - e non soltanto per gli analfabeti - potremmo aggiungere noi - infatti possono aiutare nella preghiera anche i dotti. Quanto abbiano apprezzato questo sostegno della devozione i propagatori del Rosario, lo mostrano le varie illustrazioni delle loro opere, come per esempio quelle del Salterio della Madonna (1483) di un anonimo domenicano e la silografia di Francesco Domenech O.p. (1488), oppure le pale delle cappelle delle Confraternite del Rosario nelle quali, attorno al quadro principale, erano disposti i medaglioni dei quindici misteri: i confratelli, radunati davanti all'altare, potevano così aiutarsi con gli occhi a meditare mentre recitavano le decine in onore dei misteri della redenzione. È interessante la notizia secondo cui la Confraternita eretta a Roma presso la chiesa S. Maria sopra Minerva fin dal 1481, si riuniva a recitare il Rosario non in chiesa, ma nel vicino chiostro del convento dove erano dipinte sulle pareti le Meditationes del card. Giovanni de Torquemada o.p. ( 1468), e solo dal 1600 si cominciò a recitarlo in chiesa. Ci sembra che ciò si faceva proprio per la presenza in quel chiostro delle pitture che raffiguravano molti misteri del Rosario, purtroppo non tutti. Dopo il 1600 la Confraternita incaricò alcuni pittori che lavoravano a Roma di rappresentare ancora nel chiostro, ma sulle pareti, i quindici misteri rosariani. Più che la devozione pubblica dei fedeli, direttamente servivano quella dei lettori le illustrazioni dei libri del Rosario, per esempio il Rosario della SS. Vergine Maria dall'Opere del R. P. F. Luigi di Granata raccolto (1573) di Andrea Gianetti (Zanetti) da Salò o.p., il Rosario della SS. Madre Vergine (1579) di Felice Piazzi da Colorno o.p., il libro di Paolo Castrucci da Mondovì o.p. sull'Origine delle SS. Compagnie del Rosario e Nome di Dio (1598), ecc. Libri sul Rosario della Madonna Le immagini, per diventare aiuti efficaci di preghiera, hanno bisogno di essere spiegate. I presidenti delle Confraternite, generalmente sacerdoti domenicani, potevano farlo senza grande difficoltà. Tuttavia, perché l'abitudine non si trasformasse in routine, anche essi dovevano ricorrere all'aiuto di libri appositamente composti. Ce n'era in abbondanza, quasi fin dall'inizio. Ne sceglieremo alcuni esempi tra quelli pubblicati da domenicani. Le opere di Alano de la Roche, nella loro forma originaria e nel rifacimento posteriore del Coppenstein, con una considerevole abbondanza di schemi, di esempi e di ciò che potremmo chiamare suggerimenti per l'allestimento di rappresentazioni sceniche, potevano ben servire a variare i soggetti da meditare, i modi e gli aspetti secondo cui potevano esser considerati i singoli misteri, ecc. Anche il Marianum Rosetum Redemptionis Mysteriorum Floribus conflatum (1674), destinato ai predicatori da Alberto Brandani o.p., vuol rendere varia la predicazione rosariana e, per mezzo della predicazione, ravvivare la recita e la meditazione del Rosario. Lo stesso si dica della pubblicazione rosariana di Alberto di Castello o.p. (1521): le centocinquanta clausole inserite nelle singole Ave Maria servivano a dare - nell'interno di ogni decina, dominata da uno dei quindici misteri che era enunziato al principio una tonalità particolare ad ogni Salutazione angelica. Così pure le clausole aggiunte ad ogni Padre nostro e ogni Ave Maria nelle Meditationi del Rosario (1569) di Bartolomeo Scalvi sono destinate a tenere viva

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l'attenzione durante la recita e a suscitare affetti salutari nel devoto della Madonna. Le «dichiarationi, contemplationi, ed affettuose orationi per qualunque misterio» che accompagnavano le incisioni nel Rosario della SS. Madre Vergine (1579) di Felice Piazzi o.p. dovevano servire ad aiutare la recita, privata o pubblica, perché fosse una vera Orazione mentale. Per lo stesso motivo erano premessi ad Ogni decina, nel Modus nel 1626 (cfr. cap. «Come si recitava il Rosario nel Seicento?»), i tre punti di meditaziane del mistero. Ci sembra molto interessante il tentativo di Andrea Gianetti (Zanetti) di aiutare la meditazione dei misteri: ad ogni mistero premette un'incisione che mette davanti agli occhi, perché parli anche ai sensi, il soggetto da meditare. Il testo che spiega l'incisione collega l'Antico Testamento (Figura) col Nuovo, per esempio al 14° mistero sopra la Madonna, che ascende al cielo, sta scritto: «Figura. Giudit trionfando d'Oloferne alla sua Città ritorna gloriosa» e sotto: «Maria trionfando del Demonio, è assunta gloriosa in Cielo». Poi spiega il mistero con le parole scelte dalle opere di Luigi di Granada o.p. ( 1588), celebre autore spirituale. Questo testo, data la sua lunghezza, serviva più alla predicazione che alla lettura ad ogni decina (a meno che il presidente della recita comunitaria non l'avesse voluta riassumere). La presentazione del mistero è seguita da una preghiera affettuosa al Signore, perché conceda al fedele il frutto spirituale corrispondente al mistero meditato, per esempio dopo il 15° mistero: «Oratione per impetrar la gloria del Paradiso ». Osservazione Questi pochi esempi di iconografia rosariana e di meditazioni scritte mostrano che si sentiva fin dal principio che il Rosario doveva essere una vera scuola di orazione mentale; e che, per esserla, aveva bisogna d'essere aiutata da pitture e da spiegazioni, soprattutto per quei fedeli i quali dalla semplice considerazione affettuosa desideravano salire ad una più profonda meditazione e ad un grado superiore nella contemplazione dei misteri della redenzione umana.

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COME PREGARE COL ROSARIO?1 Che cosa è il Rosario? Il Rosario è un metodo di preghiera indiscutibilmente valido per chi sa pregare con la corona in mano: recitare preghiere insegnateci dalla S. Scrittura e dalla Chiesa, meditando con fede e amore i misteri della redenzione dell'uomo. È indubbiamente, una bella preghiera, una preghiera insieme mentale e vocale che unisce nella lode e nell'adorazione di Dio il corpo e l'anima, impegnando così tutto l'uomo. Si tratta dunque, per chi sa pregare, di ricorrere agli atti delle virtù teologali - fede, speranza e carità perché esse, attuate dalla grazia divina, realizzino la nostra elevazione spirituale e l'unione a Dio, nella quale consiste l'essenza stessa della preghiera. Il Rosario è anche una scuola di preghiera per chi non sa ancora pregare, ma vuole imparare. Le, nostre riflessioni sono indirizzate a questi cristiani. Alcuni di loro, per imparare a pregare, devono acquistare certe disposizioni interiori; altri, che già le possiedono o stanno acquistandole, possono essere aiutati da certi accorgimenti nella recita delle decine del S. Rosario. (A quelli che non sanno pregare con il Rosario e non vogliano nemmeno impararlo, non abbiamo nulla da dire, se non questo: non parlino contro una pia pratica che non conoscono abbastanza bene per esperienza personale). Disposizioni interiori per pregare col Rosario Possiamo riformare le istituzioni, dando ottime leggi e applicandole alla vita pratica, ma se non si rinnovano gli individui che ne fanno parte, la riforma diventa un nuovo tipo di formalismo, non già mezzo per raggiungere l'interiore rinnovamento dell'uomo, fine di ogni vera riforma. Lo stesso vale anche per la riforma delle pratiche di pietà e della devozione rosariana: le modifiche, per quanto buone, restano senza frutto spirituale, se non sono accompagnate da un rinnovamento delle disposizioni interiori del cristiano che prende in mano la corona del Rosario. Le disposizioni essenziali che ci stimolano a pregare e, nello stesso tempo, realizzano la vera preghiera (in quanto uniscono a Dio ed elevano la mente affinché possa stare alla presenza divina e parlare a Dio), sono le tre virtù teologali:  La fede, la quale illumina la nostra mente e fa gustare la presenza paterna di Dio.

 La speranza che rende l'uomo fiducioso nella bontà divina e lo spinge ad affidare a Dio

tutto se stesso con le proprie necessità temporali e spirituali.  La carità che ci rende capaci di amare Dio, il quale per primo ha amato l'umanità, e il prossimo che, come figlio adottivo di Dio, è nostro fratello. Questo amore stimola la preghiera perché Dio sia glorificato in noi e nei nostri fratelli. A queste disposizioni fondamentali si uniscono altre disposizioni che rendono piacevole la preghiera: esse sono - per usare termini tradizionali - l'attenzione e la elevazione. 

L'attenzione consiste non tanto nello sforzo che facciamo per non essere distratti (ciò potrà essere

Nota della redazione - Il presente articolo fu pubblicato nel gennaio 1973. Un anno dopo (il 2 febbraio 1974) Paolo VI pubblicava l'Esortazione apostolica "Marialis cultus" nella quale scriveva: «Il nostro assiduo interesse verso la tanto cara Corona della Beata Vergine Maria ci ha spinto a seguire molto attentamente i numerosi convegni, dedicati in questi ultimi anni alla pastorale del Rosario nel mondo contemporaneo... Ai lavori dei convegni si sono affiancate le ricerche degli storici, condotte non per definire con intenti quasi archeologici la forma primitiva del Rosario, ma per cogliere !'intuizione originaria, l'energia primigenia, l'essenziale struttura. Da tali convegni e ricerche sono emerse più nitidamente le caratteristiche fondamentali del Rosario, i suoi elementi essenziali e il loro mutuo rapporto» (n. 43). Gli studi di p. Iszak, presentati in questo opuscolo, appartengono al genere di lavori indicati da Paolo VI. In quest'ultimo articolo l'autore raccoglie il frutto delle precedenti considerazioni storiche utilizzandole per un rilancio della devozione del Rosario. Numerose sue intuizioni si sono rivelate giuste ed opportune. Basti confrontarle con quanto dice la "Marialis cultus". 1

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necessario in certe circostanze di stanchezza, ecc.) quanto piuttosto nello stare alla presenza del Padre celeste per parlargli con fiducia filiale e percepire ciò che Egli stesso vuole comunicarci per mezzo della sua parola rivelata, irradiando in noi la sua luce interiore e stimolandoci con le sue ispirazioni. Questa attenzione si appoggia sulla fede in Lui e nella sua presenza, è sostenuta dalla fiducia nel suo aiuto tante volte sperimentato e reso dolce dall'esperienza del suo amore paterno, con cui è vicino ai suoi figli pellegrini sulla terra. La devozione è essenzialmente quell'atto della nostra volontà con cui vogliamo consacrarci - non solo a parole, ma con fatti, nella realtà della vita quotidiana - al servizio di Dio e del suo regno: è per questo che volentieri stiamo alla presenza di Dio, attenti alla sua volontà e desiderosi di metterla in pratica. È l'amore che abbiamo per il nostro Padre celeste che ispira questa devozione essenziale. Ma c'è anche una devozione che consiste nel gusto sensibile o nella contentezza che proviamo durante la preghiera (e che tante volte confondiamo con la devozione essenziale): alle volte è il segno esterno di una intensa devozione essenziale, alle volte è un dono divino concesso al cristiano, perché vada oltre il gusto sensibile e oltre i bei sentimenti, in cerca di Dio stesso.

Si può pregare recitando il Rosario? (Il problema dell'orazione vocale) La preghiera, in qualche modo, impegna tutto l'uomo, spirito e corpo. È vero, la tradizione ascetica, da molti secoli ormai, distingue la preghiera vocale da quella mentale. La distinzione può essere utile, a condizione però che non faccia cadere in malintesi e confusioni. L'orazione vocale non è infatti l'attività della sola bocca, l'orazione mentale della sola mente: una preghiera si chiama mentale perché in essa prevalgono le facoltà interiori dell'uomo (la memoria, l'immaginazione, l'intelligenza, l'affettività sensibile interiore, la volontà); in una certa misura però coinvolge anche il corpo (raccoglimento esteriore, stare inginocchiati, ecc.). Nella preghiera vocale ha una parte molto evidente la nostra capacità di parlare: parliamo a Dio, esprimendogli i nostri sentimenti con parole pronunciate in modo più o meno percettibile. In taluni casi la preghiera mentale, divenuta molto intensa, trabocca in parole sensibili (si legge nella vita di S. Domenico che egli pregava molto spesso con tanto fervore che i sentimenti interiori prorompevano in parole che si sentivano anche ad una certa distanza). Altre volte -è questo il caso più frequente- ci serviamo di formule, composte da altri, per aver un aiuto nella preghiera. Il Rosario unisce l'orazione vocale con quella mentale, cioè con la meditazione dei misteri della redenzione umana; anzi, la recita dei Pater e delle Ave Maria e la meditazione dei misteri sono così strettamente unite che se mancasse una delle due componenti non si potrebbe parlare di Rosario. Posso fare una ottima e fruttuosa meditazione sui misteri del Rosario, ma se non recito i Pater e le Ave, la mia preghiera mentale non è Rosario; posso devotamente recitare il Pater e le dieci Ave Maria, ma se non medito i misteri del Rosario, sarà una bella e fruttuosa pratica di pietà non però il Rosario. Perché dunque la preghiera vocale e, soprattutto, perché è richiesta la recita dei Pater e delle Ave Maria a chi vuole venerare i misteri della redenzione col Rosario mariano? Le parole che pronunciamo con la bocca devono aiutarci ad elevare la mente alle realtà spirituali che significano, al mistero da meditare, alla considerazione dell'immenso amore del Padre celeste che ha dato il suo Figlio unigenito per la nostra redenzione. È per questo motivo che gli autori spirituali e i predicatori assicurano che la devota recita di certe formule di preghiera - e in modo del tutto particolare il Rosario - può essere una efficace scuola di preghiera: usando il metodo indicato dalla pia pratica, a poco a poco si acquistano quelle disposizioni interiori che realizzano la vera preghiera. Ma proprio qui, in questa unione dell'orazione vocale con la meditazione attenta e devota, molti trovano una non lieve difficoltà. Non ci fermeremo sulle cause di tale difficoltà: altri lo hanno fatto con maggior competenza. Ci limiteremo ora a dare qualche suggerimento pratico. La preghiera rosariana

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La preghiera vocale -indispensabile perché la preghiera sia Rosario - come può aiutarci a stare alla presenza di Dio e a parlargli come un figlio amato può parlare col suo Padre. celeste? Abbiamo visto che sono le virtù di fede, speranza e carità che realizzano la vera preghiera, perché elevano la mente alla presenza del Padre con attenzione e devozione essenziale. Ci sono, nei Pater e nelle Ave Maria, espressioni le quali stimolano alla conversazione con Dio e possono servire come gradini alla nostra fede e carità per salire spiritualmente alla presenza divina e per metterci in grado di parlare con Dio: a.

Già la formulazione del mistero al principio della decina

-

se non è una formula così

scarna e cristallizzata da non dirci più nulla - ci pone davanti al Signore in persona, con le sue disposizioni divine quali per esempio il desiderio di farsi uomo per redimerci, di portare la lieta novella nella casa di Zaccaria e nelle case nostre, di illuminare con la sua luce la notte di Betlemme e le tenebre della nostra mente... b.

Le parole stesse che recitiamo ci richiamano al fatto che stiamo parlando ad una persona vicina, presente a noi, ad una persona con cui stiamo in rapporti di confidenza e a cui perciò possiamo dare del tu: «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome...» e « Ave Maria..., il Signore è con te; tu sei benedetta... prega per noi...». In altre parole: pregando non siamo rivolti verso uno spazio celeste lontano e vuoto, ma a Dio stesso che ci è presente e riceve il nostro omaggio filiale o a Maria dalla cui presenza materna siamo incoraggiati a pregare con maggior fiducia e fervore.

c.

La stessa dossologia trinitaria (Gloria Patri) alla fine di ogni decina non è rivolta alle persone divine in modo astratto (come potrebbe essere suggerito dalla formula in terza persona), quasi fosse indirizzata a persone lontane, è piuttosto un invito a tutte le creature perché si uniscano a noi nel lodare la fonte eterna di ogni bene spirituale e temporale, in particolare la Provvidenza divina che ha predisposto gli avvenimenti contemplati nel mistero del S. Rosario. È come dire: O creature tutte di Dio, dite con noi: «Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo...».

Siamo convinti che questo è un modo, anche se non il solo, di trasformare la recita del Rosario in una vera orazione mentale, in un dialogo con Dio e con Maria SS.: noi parliamo a Loro con l'aiuto dell'Orazione insegnata dal Signore e del Saluto dell'Angelo; Essi parlano a noi attraverso il mistero meditato, suscitando nel nostro spirito pensieri, sentimenti e decisioni salutari. Una proposta di metodo, soprattutto per la recita privata Al principio di ogni decina proponiamo il mistero da meditare. La formula tradizionale di cui ci serviamo è laconica come un telegramma (volutamente conciso perché non vogliamo spendere più dell'indispensabile), e così cristallizzata da non avere più mordente, da non suggerire pensiero che muova il nostro spirito a mettersi a pregare o che susciti devozione. E mi spiego: sono formule che suppongono la conoscenza dei misteri stessi. Ma questa conoscenza si può presupporre nei sacerdoti e religiosi e desiderare che l'abbiano, almeno in una certa misura, i cristiani viventi in famiglia e preoccupati per il bene della famiglia di cui portano la responsabilità. In molti casi manca però questa conoscenza, perché l'istruzione religiosa ricevuta o è stata molto scarsa oppure in gran parte è stata dimenticata. Le formule tradizionali potranno essere usate anche nell'avvenire come espressione del tema generale della meditazione. Dovranno però essere completate da testi più ampi che forniscano materiale per la meditazione, cioè una traccia di pensieri capaci di suscitare altri pensieri e di tenere viva la devozione e l'attenzione: potrà essere la lettura di un conveniente passo biblico o di un breve commento

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composto da qualche autore antico o moderno. Ci pare utile fare una piccola pausa dopo la lettura, riflettendo sul mistero che abbiamo letto o sentito, prima di cominciare la recita del Padre nostro. Il Padre nostro sarà così destinato ad esprimere la nostra ammirazione di fronte al mistero proposto e alla bontà paterna di Dio che in esso scopriamo e, insieme, un invito a pregare perché si adempiano le intenzioni del Salvatore espresse appunto nelle domande del Pater. Tuttavia, se la devozione personale ci porta a dare maggior importanza al Pater, una lenta recita di esso accompagnata dalla meditazione del mistero del Rosario, fatta alla luce della invocazione iniziale (Padre nostro che sei nei cieli) o di una delle domande successive, potrà darci un particolare gusto spirituale che si estenderà poi anche alla decina che segue. Secondo la devozione personale sarebbe possibile un ulteriore "sacro silenzio" inserito fra il Pater e la decina delle Ave. Perché le parole che pronunciamo siano realmente un sostegno per la mente e suggeriscano pensieri e affetti spirituali, riteniamo utile strutturare la meditazione del mistero, mentre recitiamo le dieci Ave Maria, in modo da seguire la formula intera ormai tradizionale. Più concretamente: a.

Durante la recita delle prime due o tre Ave salutiamo, come fecero l'Angelo e Elisabetta, la Vergine nella quale la grazia del mistero meditato si è compiuta in modo perfetto. b. Le seguenti Ave potranno attirare la nostra attenzione sul mistero in quanto la sua luce si riflette da Maria verso di noi: sulla persona di chi sta pregando, sulle persone per le quali si intende pregare, sulla Chiesa, sulla società civile, ecc., secondo le varie necessità di ognuno. c. Poiché siamo creature nelle quali deve ancora realizzarsi il regno di Dio e i frutti del mistero meditato, e che devono anche dare una risposta pienamente impegnativa agli inviti di Dio e alle sollecitazioni della sua grazia, le ultime due o tre Ave possono essere dedicate a suppliche, simili a quella con la quale la Chiesa completa il Saluto dell'Angelo e di Elisabetta: supplicare cioè la santa Madre di Dio perché la sua intercessione materna presso il Figlio divino ottenga ai figli adottivi la realizzazione, ora e nel momento della morte, del disegno di salvezza che il Padre celeste ha per noi e che si è manifestato nella vita, morte e risurrezione del Verbo incarnato. La dossologia, cioè il "Gloria al Padre", è un invito a tutto il mondo redento perché, con Maria e con noi, lodi e ringrazi la SS. Trinità, sorgente di ogni bene temporale e eterno, per la grande grazia della redenzione e della salvezza di cui ci ha resi partecipi in Cristo Gesù. Prima di cominciare la lettura per la decina seguente, è bene fare un po' di pausa perché risuoni ancora in noi la "lode di gloria". Rinnovare la recita comunitaria del Rosario Ciò che abbiamo detto delle disposizioni interne e del metodo di recitare con frutto le orazioni vocali e di meditare i misteri, possiamo applicarlo anche alla recita comunitaria, sia in chiesa sia in famiglia. Vorremmo ora aggiungere qualche osservazione di ordine pratico: 1.

La recita frettolosa del Rosario produce l'impressione che essa sia fatta solo per adempiere un dovere. Ciò non fa onore a chi si professa devoto di Maria SS. e allontana dal Rosario (o, nel migliore dei casi, dalla sua recita comunitaria) i cristiani ben disposti nei riguardi della vera preghiera. Non dimentichiamo che per la maggior parte dei cristiani non è un dovere la recita quotidiana o settimanale del Rosario, ma un libero atto di devozione, ispirato dall'amore filiale verso Dio e dalla venerazione alla Madre della nostra salvezza. Anche coloro che hanno l'obbligo della recita quotidiana, non si accontentino di compiere una pura formalità per mettere in pace la coscienza («Ho

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fatto il mio dovere!»), ma si sforzino di trasformare la recita prescritta in una vera, autentica preghiera come, del resto, è nell'intenzione della Chiesa. La recita, dunque, per essere un autentico mezzo di preghiera mentale, sia piuttosto lenta, con convenienti brevi pause nell'interno del Pater e dell'Ave Maria: la mente potrà così più liberamente pensare al suo Dio e Redentore, salutare la Vergine, applicare a sé l'insegnamento del mistero che sta meditando e invocare l'intercessione della Madre per l'ora presente e per quella che sarà l'ultima della nostra esistenza terrena2. Ci sembra inoltre desiderabile una breve sosta: a) dopo il Pater affinché la meditazione possa più tranquillamente essere condotta a termine e ci si possa preparare meglio a salutare con devozione filiale la Madre del Redentore; b) dopo l'ultima Ave Maria della decina, perché si assapori ancora un po' la soavità del mistero e si possa, con maggior naturalezza, passare al ringraziamento e alla lode della SS. Trinità con cui si chiude la decina. 2.

Crediamo opportuno dare una certa varietà e insieme stabilità all'enunciazione e sviluppo dei misteri: la varietà può stimolare la devozione (infatti una certa formula può attirare l'attenzione ed aiutare la preghiera più che un'altra; inoltre le formule, per quanto siano belle e sostanziose, ripetute spesso, perdono il loro vigore ordinario); la stabilità, che si ottiene per esempio usando la stessa formula per due o tre settimane, se la recita è quotidiana, potrà essere utile ad approfondire determinati pensieri e sentimenti spirituali. Ciò significa che colui che guida la recita comunitaria deve prepararsi a dirigere bene la preghiera. La presentazione del mistero da meditare potrebbe essere fatta, anche in comune, con la lettura di testi scelti dalla Sacra Scrittura, dalle opere di autori spirituali antichi e moderni, oppure con un breve commento di chi presiede la recita comunitaria. Nelle domeniche e feste e in certe occasioni particolari, il mistero potrebbe essere espresso in una forma più solenne, per esempio cantando una strofa di una lode adatta a tale scopo (pensiamo agli inni della festa del Rosario tradotti, evidentemente, in italiano). È vero che la brevità delle strofe non permetterà lo svolgimento del tema in modo sufficiente per l’intelligenza, tuttavia la melodia dell'inno parlerà ai sentimenti e attraverso ad essi accrescerà la devozione.

3.

In questo contesto non avrebbero più ragion d'essere le varie aggiunte, sia al principio e alla fine della recita (per esempio, le litanie), sia quelle più brevi fra le singole decine3. Le aggiunte più lunghe, prima e dopo la recita, avevano originariamente lo scopo di inquadrare in una più vasta unità spirituale, d'intonazione mariana, i cinque misteri del Rosario. Tuttavia in molti cristiani pare che esse non raggiungano questa finalità, anzi distolgano non pochi dalla recita comunitaria (e anche privata), perché le credono parti integranti del Rosario. Secondo noi, basterebbe premettere alla recita una breve preghiera introduttiva e aggiungerne alla fine un'altra che serva da conclusione. La preghiera introduttiva, da variare secondo i misteri e le feste o i tempi liturgici, potrà opportunamente richiamare l'attenzione alla presenza di Dio e invitare gli oranti a pregare per determinate intenzioni, formulate da chi presiede la recita o indicate in modo generico, lasciandone ai singoli fedeli la precisazione (per esempio dicendo: «e ognuno di noi preghi per quella grazia che più gli sta a cuore», o qualcosa di simile). La preghiera conclusiva sia un breve ringraziamento alla bontà divina rivelatasi nei misteri meditati e una supplica per ottenere frutti spirituali per noi e per il prossimo. Sarà bene variare questa preghiera secondo la natura dei misteri e secondo i suggerimenti del tempo liturgico. Le giaculatorie inserite fra le decine originariamente avevano lo

Nota della redazione - Paolo VI nella "Marialis cultus" affermerà: «Per sua natura la recita del Rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso, che favoriscano nell'orante la meditazione dei misteri» (n. 47). 3 Nota della redazione - Fermo restando che - secondo l'insegnamento della "Marialis cultus" - gli elementi essenziali del Rosario sono soltanto il Mistero, il Padre nostro, le dieci Ave, il Gloria, ogni altra aggiunta o all'inizio o durante il Rosario (per esempio, la giaculatoria "Lodato sempre sia..." ecc.) o alla fine (per esempio, le litanie) è facoltativa sia nella recita privata che in quella comunitaria. Quanto ai Misteri, va ricordata la precisazione della Sacra Congregazione dei Vescovi al n. 91 del Direttorio "Ecclesiae Imago": « (...) trattandosi di una pratica diffusa in tutto il mondo, i Misteri del Rosario non possono venire cambiati da un vescovo se non previo accordo con la propria Conferenza episcopale e con la Sede Apostolica» (Ench. Vat. 4, 2084). 2

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scopo di separare maggiormente una decina dall'altra e di costituire il passaggio dalla meditazione di un mistero a quella di un altro (ma anche una finalità extra-rosariana: quella di abituare i fedeli a dire certe giaculatorie). Esse però, per quanto possano essere belle e raccomandabili in altre circostanze, spesso stonano nell'insieme del Rosario: potrebbero essere sostituite con altre o semplicemente tralasciate. E, del resto, il metodo da noi suggerito, o altri simili, le rende superflue perchÊ pur senza di esse ottiene - anche meglio - i frutti spirituali desiderati.

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