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il magazine

Ecomuseo Mare Memoria Viva di Palermo GUIDA AI PARCHI CATANIA VIAGGIO NELLA CITTà LETTERARI AL VIA LA STAGIONE DI CIOCCOLATo SICILIANI DEI TUFFI


N. 6 | ANNO I | NOVEMBRE 2015 Move in Sicily/moveinsicily.com Reg. Trib. di Catania n. 6 del 10/04/2015

La copertina, spiegata male da Antonio Leo

“A Direttore Responsabile Rosario Battiato rosbattiato@gmail.com Art Director Ursula Cefalù ursulacefalu@gmail.com Redazione Daniela Basile, Martina Distefano, Daniela Fleres, Viviana Raciti, Emanuele Venezia viale Bummacaro, 21/A, Librino, Catania redazione@moveinsicily.com Segreteria di redazione info@moveinsicily.com Copertina Illustrazione di Alessandro Venuto Hanno collaborato a questo numero: Giorgia Butera, Filly De Luca, Enrico Di Stefano, Daniela Fleres, Antonio Leo, Alex Munzone, Giuseppe Paternò Di Raddusa, Gaetano Schinocca, Marco Tomaselli Ringraziamenti: Cristina Alga, Babil on Suite, Albane Cogne Banou, Riccardo Campisi, Alfio D’Agata, Antonio Di Grado, Francesco Di Mauro (Ciclope Film), Grazia Dormiente, Cecilia Grasso, Nicola Palmeri Ufficio Stampa Suttasupra suttasuprapress@gmail.com Editore Soluzione Immediata srl via Teatro Greco n. 76, Catania

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vucca è quantu n’aneddu: s’ammucca palazzu, turri e macari ‘n casteddu”, spiegava con sguardo severo mia nonna a chi voleva capire. Insomma, ciascuno di noi può divorare tutto quello che possiede. Roba da rimanerci secchi, se poi hai qualcosa come sette anni. “Cu s’innamura de capiddi e di denti s’innamura di nenti”. Stecchito. Mi sono venuti in mente tutti i proverbi siciliani dell’infanzia, ammirando l’ultima copertina del nostro Ale, dedicata alla memoria. Perché quei detti, i nostri detti, sono la cornice entro cui si isola il popolo siciliano, precisi come una linea tracciata con il compasso o come un uovo sodo appena sbucciato. Ecco questo numero di Move mi piace paragonarlo a un viaggio nella memoria condivisa della Sicilia, i cui cocci non si trovano soltanto nelle bellezze mainstream che il mondo ci invidia, dalla Valle dei Templi al Teatro greco di Taormina, dalle passeggiate tra i mosaici di Piazza Armerina alle spiagge della Riserva dello Zingaro, financo i tour gastronomici tra le granite di Catania e provincia. La polvere più interessante va scovata nella saggezza di un proverbio aspro e fulminante o per esempio nell’Ecomuseo urbano “Mare memoria viva” che a Palermo ha messo insieme storie e racconti di generazioni di cittadini legati indissolubilmente alla costa, alla loro costa. Oppure ancora alla Casa museo della Società storica catanese, che custodisce tra splendide chincaglie e quotidiani d’anteguerra l’anima profonda della città di pietra scura. Non si può capire la Sicilia, senza i siciliani. Senza quel fatalismo che trova la sua ragion d’essere, di più il dover essere, proprio nella nostalgia del passato. Perché si stava meglio, quando si stava peggio. E poi sì, insomma, “lamentiti si vo stari bonu”.

Stampa: Italgrafica, via Nocilia 157, Aci S. Antonio (CT) Copyright ©2015. Tutti i diritti riservati. La riproduzione anche parziale di testi, foto e illustrazioni è vietata in tutti i Paesi del mondo senza previa autorizzazione dell’editore


l’indice

l’editoriale

004 COSI (MAI) VISTI

- TOGLIETEMI TUTTO MA NON LE MIE SERIE - LE SERIE CI SONO, PER IL CINEMA VEDREMO

005 VIAGGIO NELLA CITTà DI CIOCCOLATo Esplorazione di Modica

nel nome di una tradizione conosciuta nel mondo

008 I BENI ARCHEOLOGICI VANNO AL CINEMA. A Licodia Eubea c’è una Rassegna che racconta l’antico

009 Scoprire la Sicilia in sella a un libro 010-11 UN’ISOLA NELLO SPAZIO Breve storia dei fantascientisti siciliani

012 MOVE IN HISTORY Dentro la casa-museo della Società storica catanese 014 silvia idili e il respiro delle isole 015 zio touring il marchio di qualità siciliano 016 cose di donne

Sei storie per un film corale sulla Sicilia

017 Swing, elettronica, sperimentazione Benvenuti dai Babil On Suite

019 non chiamatelo museo

Il racconto di Palermo e il suo mare nell’Ecomuseo Urbano ‘Mare Memoria Viva’

021 un tuffo a catania

Alla piscina comunale di Nesima nasce la scuola siciliana

Storie di ieri, oggi e domani Franco Enna era evidentemente uno che aveva l’occhio lungo, tanto per citare uno dei suoi innumerevoli romanzi. A lui, al secolo Franco Cannarozzo, poco importava che l’Italia, come si diceva nei salotti letterari importanti, non fosse adatta alle atmosfere del poliziesco. E così scrisse, appropriandosi di almeno trenta pseudonimi diversi di matrice angloamericana, racconti e romanzi giallissimi. E certo altri ancora avrebbero sogghignato soltanto a immaginare quest’autore ennese, nato proprio nel cuore di una Sicilia preindustriale e distante dall’immaginario futuristico di un certo tipo di letteratura, ospitato tra le pagine di Urania, la più importante pubblicazione periodica fantascientifica nazionale. Immodestamente ci piace credere che lo spirito di questo autore animi questo numero, non soltanto per il bel servizio di Enrico Di Stefano sui fantascientisti siciliani, ma per quei profili di storie che fino a qualche anno fa difficilmente avremmo pensato di poter ambientare in una Sicilia pigra. Eppure oggi risultano attecchite o quasi. Tra le nostre storie di copertina di questo numero ci sono l’Ecomuseo di Palermo, una struttura fatta di racconti che sta aiutando i palermitani a riappropriarsi del loro mare, e il cioccolato di Modica che sta lanciando la città al centro dei più importanti percorsi del cioccolato a livello mondiale. E poi, sulla strada dell’ibridazione, ci sono anche i Babil on Suite, musicisti babilonici già battezzati da Lucio Dalla e pronti a lanciare il loro nuovo album. Le pagine di questo mese, in fin dei conti, sono soltanto porte scorrevoli che lasciano passare e non trattengono. E mentre noi prendiamo nota, siamo certi che da qualche parte, negli antri dello scoramento, si ripeterà ancora che non si può fare. E che non si potrà fare mai. E forse avranno pure ragione, però intanto tutti gli altri, i nostri mille Franco Enna, non lo sanno e continuano a crederci. (rb)

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Cosi Cosi (mai) (mai) visti visti

LA GRANDE DISFIDA continua

Un altro mese e il dibattito non si ferma: serie tv o film? Vi ricordiamo che se volete partecipare alla grande disfida potete scrivere alla redazione (redazione@moveinsicily.com). Le migliori invettive saranno pubblicate sul nostro magazine online (moveinsicily.com/magazine), qualcuna potrebbe persino finire sul cartaceo. A voi la tastiera.

toglietemi tutto ma non le mie serie di Rosario Battiato

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on servirà scomodare Marco Giusti che, riferendosi alla seconda stagione di True Detective, ha chiuso il suo pezzo per Dagospia attestando barbaramente: “ormai il cinema è questo”. Forse sarà pure così ma visto che delle serie tv si può scrivere soltanto al plurale – lo dicevano pure del comunismo, pardon, comunismi – il ragionamento non quadra. Infatti alcune di queste saranno pure “film da dieci ore” – citazione di Noah Hawley, sceneggiatore di Fargo –, ma in giro c’è tanta roba da consumare e gettare via senza nemmeno leggere l’etichetta. Del resto la ragione d’esistere delle serie è molto semplice: offrire basse e gradevoli emozioni, un godimento che sta a metà tra l’evasione e un’eccitazione tenue. Una prostituta, nella migliore delle ipotesi una escort. Shh. Non ditelo a quei gelosoni dei Taviani. Le serie non ti chiedono se sono più belle del cinema, perché sono delle amanti poco esigenti. Non gli interessa sapere nemmeno dove stia di casa il cinema. E di certo non lo stanno usurpando: non c’è stato un passaggio di consegne da cinema a serie, nessun pacco con sopra scritto ‘pubblico’ che sanguina denaro. E adesso ve ne spiego il motivo. Per farlo prenderò come esempio una serie di successo: Penny Dreadful con Timothy Dalton ed Eva Green. Mai nome fu più azzeccato: i penny dreadful erano la versione britannica dei dime novel. Pubblicazioni estreme, basse, volgari, rozze, antesignane della grande marea pulp degli anni venti e poi dei tascabili e via dicendo. Costavano poco, davano grandi emozioni a un lettore semplice e vendevano tantissimo. Oggi quel tipo di pubblico c’è ancora, ma è tentacolare, vuole tutto. Questo consumatore è culturalmente più evoluto, magari legge Michel Houellebecq (lui stesso grande amante di Lovecraft a cui ha dedicato un bellissimo libretto), e Joe Lansdale. Al cinema si emoziona con Faust di Sokurov e la notte, prima di dormire, come una saporita supposta, deve spararsi un’intera stagione di Broadchurch. Spararsi, appunto.

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Le serie ci sono, per il cinema vedremo di Giuseppe Paternò Di Raddusa Chi scrive, ahilui, non ha mai sviluppato particolare propensione alla serialità; quasi come se l’avvicinarsi a forme d’intrattenimento d’appendice potesse, in un certo senso, minare quella già vulnerabile fetta di attenzione dedicata al cinema di lungometraggio. Il “tuttavia”, però, è d’obbligo. Al di là dei gusti personali, e di ogni baluardo di tendenze post-hipster, fighette e convenzionali, va sottolineato come l’amplificazione da-serie-televisiva è un fenomeno non trascurabile un biennio fa, del tutto intrinseco ai nostri nuovi valori culturali (sic!) oggidì. Perché? Non basterebbe un trattatello. Ci si tenta, però. Il cinema, per come è fatto oggi nella sua sfilza di forme plasmabili (e infinite) non basta più. Emergono, dal punto di vista dello spettatore, molteplici questioni legate alla ricezione. O, più sottilmente: cosa ci garantisce il cinema oggi, sia pure festivaliero, di cassetta, elitario o stra-indie? Poco, considerata l’amplificazione cui è stato sottoposto nell’ultimo ventennio. Facile – per quanto legittimo – biasimare a Internet, alla pirateria, finanche alla televisione: il calo di spettatori nelle sale e più genericamente di chi “è interessato al cinema”, a maglie larghe, potrebbe avvicinarsi alla graduale moria di lettori, ormai prossimi al grado zero. E se in Italia nessuno acquista più in libreria, non è di certo perché legge manoscritti o fotocopie. Si dovrebbe ammettere, forse, che per molti è venuta meno l’esigenza di recepire, analizzare, vedere cinema. Una visione, ellittica o completa, che si è (temporaneamente?) rarefatta. È venuta meno l’urgenza collettiva di film, sparpagliata in migliaia di frammenti che non riescono più a incidere come un tempo. La serialità, di tutto questo, non ha colpe né vantaggi; il suo universo, retto da furbi dirigenti, prova a inserirsi tra le voragini e le fessure dello spazio vacante garantito dalla Settima Arte. A poco serve, quindi, interrogarsi sul futuro delle serie – ah!, belli i tempi in cui li si chiamava telefilm –, perché ciò che interessa è il modo in cui stanno manipolando il presente. O la maniera in cui la contemporaneità si serve di loro. Sì, si può dibattere per ore di Netflix, dei titoli maggiori, delle nuove ondate che investono il genere e lo dilatano lungo strisce episodiche di varia lunghezza; ma in fondo non è questione prioritaria. Non importa che siano più o meno riuscite o coinvolgenti dei film – e si perdoni l’insopportabile vaghezza. Formuliamo meglio: le serie televisive ci sono, fruite indistintamente su schermi a plasma o in istreaming su pc poggiati su lettucci da fuori sede. Il cinema, negarlo è inutile, sembra vivere una crisi identitaria di portata notevole: sarà il tempo a decidere. E, purtroppo, la tendenza.


viaggio nella città DI cioccolato Esplorazione di Modica nel nome di una tradizione antichissima e ormai conosciuta in tutto il mondo

a cura di Rosario Battiato asciate perdere le incursioni fantastiche de La Fabbrica di cioccolato di Roald Dahl e immaginate, invece, una storia più solida e antica che nasce nel patrimonio della memoria collettiva e si adagia in una realtà contemporanea eppure ancora artigianale nella produzione e nella qualità. È la tradizione cioccolatiera modicana che andiamo a scoprire guidati da un’autorità come Grazia Dormiente, presidente del comitato scientifico dell’associazione “La via del cioccolato”.

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Ci può raccontare l’importanza della tradizione modicana del cioccolato? Modica, l’antica Capitale dell’omonima Contea, grazie all’intuizione di Nino Scivoletto, direttore del Consorzio di Tutela del Cioccolato di Modi-

ca, ha documentato con fonti archivistiche la presenza di artigiani cioccolatieri almeno dal 1746. Cartacee e ingiallite pagine attraversano, come in un viaggio immaginario, un consistente arco temporale (1746-1915) rivelatore della segnicità evocatrice del consumo di cioccolato nella varietà più ricercata, quello confezionato con cacao di caracca, come si addiceva nel XVIII secolo all’aristocratica golosità ed alle alte gerarchie ecclesiastiche. Si susseguono nelle note di spese e nei libri di casa parole, e ingredienti, che narrano la storia dei maestri cioccolatieri di Modica, custodi di saperi da ascrivere, certamente, al patrimonio della memoria collettiva. Si è data, pertanto, non solo “certezza anagrafica” alla tradizione cioccolatiera modicana d’iberica filiazione, ma si è pure avvalorato l’inconfondibile

c «Il cioccolato e lo straordinario albero da cui deriva non sono un’invenzione degli Aztechi, come molti libri sull’argomento vorrebbero farci credere, ma degli eccezionali Maya e dei loro lontani predecessori, gli Olmechi…. Furono i Maya ad insegnare per primi al Vecchio Mondo come bere il cioccolato, e furono i Maya a darci la parola “cacao”» S.D. Coe, M D.Coe, La vera storia del cioccolato, Editore Archinto, 1997

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Alimentazione e benefici

Il cioccolato di Modica, in virtù della sua preparazione a basse temperature, incorpora le proprietà del cacao e conserva una sua integrità da tutelare e valorizzare. A sostenere tale assunto è stata Naomi Fisher dell’Harvard Medical School di Boston, ospite a Modica nel 2011 durante l’agorà di gusto dedicato al cioccolato. L’endocrinologa americana ha esplicitamente asserito che nel cioccolato prodotto industrialmente i flavanoli, efficaci e benefici antiossidanti del cacao, sostanzialmente sono distrutti dalle fasi di lavorazione ad alta temperatura e dai processi edulcoranti. Ciò non accade al Cioccolato

metodo di preparazione del suo cioccolato che consiste nel riscaldamento della pasta di cacao a basse temperature per cui lo zucchero dell’amalgama non fonde ma conserva i suoi granelli nel prodotto finale. Si può perciò parlare di tradizione poiché recipe e tecniche di preparazione si sono ricavati dal fondo archivistico del ramo genovese dei nobili Grimaldi di Modica, probabilmente autori di una protoindustria cioccolatiera. L’importanza di tale tradizione diventa palese, poiché non è la ricetta azteca ad essere utilizzata, come spesso si legge, ma la tecnica manuale messicana importata dai conquistadores spagnoli e adottata nei loro domini mediterranei. All’influsso spagnolo è tuttavia da ascrivere la consuetudine cioccolatiera modicana. Alla fine dell’ottocento l’epopea del cioccolato di Modica conquista i caffè storici, come dimostrano le auree medaglie e le onorificenze attribuite, alle “fabbriche di cioccolato”. Quando vi siete resi conto che il cioccolato di Modica aveva tutte

le potenzialità per diventare un brand riconosciuto a livello internazionale? È stato prezioso il lavoro svolto dal CTCM (consorzio di tutela del cioccolato di Modica, ndr) nell’alimentare un brand di notevole attrazione che ha coinvolto tutta la città. Feconde si sono, perciò, rivelate la cooperazione con i coltivatori di cacao soprattutto dell’Ecuador, la diffusione della ricerca archivistica e le animazioni della sezione museale “u dammusu ro Ciucculattaru”, dove studenti, turisti e viaggiatori assistono concretamente ed emotivamente alla manipolazione per ottenere il granuloso Cioccolato di Modica. Dalle fonti archivistiche si è ricavato l’uso della “valata ra ciucculatti” detta anche “petra ra ciucculatti”, un singolare spanatoio ricurvo poggiante su due basi trasversali, costruito interamente in pietra lavica ed usato per la preparazione della rinomata specialità che, a prodotto finito, conserva lo scintillio dei cristalli di zucchero. La miscela, composta di pasta amara di cacao, di zucchero se-

L’associazione “La via del cioccolato” sorta nel 2013 ha presentato la candidatura del cioccolato ad Itinerario Culturale Europeo. La rete europea dei Musei del cioccolato e quella archivistico bibliografica – dalla Spagna, all’Italia, alla Francia, al Belgio, passando per l’Inghilterra – danno vita al fascinoso “romanzo” del cioccolato, narrante città e borghi storicamente correlati alla diffusione in Europa dell’ esotica prelibatezza. Il cioccolato è “un bene culturale” europeo perché è intriso di storia, di letteratura, di arte e di saperi, custoditi in archivi, biblioteche e musei, che narrano un originale viaggio anche sul piano simbolico e dell’ immaginario sociale. “La via

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artigianale di Modica. Anzi la stessa Fisher ha sollecitato i cioccolatieri modicani a specificare sull’etichetta la quantità di flavanoli presenti nelle barrette di cioccolato per offrire al consumatore quella sicurezza alimentare, oggi più che mai necessaria e urgente, aldilà di tutte le cremose scioglievolezze. Dopo il successo del cioccolato modicano ad Expo 2015, il CTCM continua a rivolgere la sua attenzione alla ricerca medico-scientifica per affrontare le domande ancora aperte sulla bontà nutrizionale del cioccolato modicano, diverso da qualsiasi altro cioccolato in commercio.

molato e di cannella o di vaniglia, è deposta sullo spianatoio ricurvo già riscaldato per essere “travagghiata, passata e stricata” (lavorata, amalgamata e raffinata, nda) con il “pi¬stuni”, speciale mattarello cilindrico di pietra, di diverso peso e spessore in rapporto alle fasi di lavorazione. Solo negli anni Sessanta del novecento, come ci hanno documentato i cioccolatieri modicani, fu adottato il sistema che ancora oggi prevale: sciogliere la pasta di cacao non concata a basse temperature, non superiori ai 40 gradi. Il brand vincente e ricco di futuro, almeno io credo, è da attribuire alle proprietà salutistiche del cioccolato di Modica che conserva ed esalta gli antiossidanti, perché non è soggetto alla fase del concaggio, ma lavorato a basse temperature e manualmente. Processi garanti di quella bontà che il consumatore informato e accorto sa apprezzare e ricercare. Alla fine di settembre è stata a Milano per l’evento The Chocolate way e in quell’occasione ha trattato gli itinerari della via del ciocco-

del cioccolato” intende ripercorrere l’iter “dolce” che dalla Spagna del XVI sec. si diffuse negli altri paesi europei, dove il gusto amaro della cioccolata precolombiana, bevanda dal sapore aspro, fu addolcito con l’aggiunta dello zucchero e talvolta del latte. Straordinarie fonti ricavate da diversi campi delle scienze umane confermano la diffusione di tracce sul cioccolato da conoscere e tutelare perché rappresentano significativi indicatori interculturali, capaci di valorizzare la secolare diversità di gusto e i segreti di confettieri e maestri cioccolatieri, artefici della creatività umana senza fine. Da bevanda elitaria a consumo di massa, da farmaco


Gli eventi e le tappe imperdibili per il turista Tappa modicana di sicuro richiamo è proprio il Museo del Cioccolato di Modica, che tra l’altro è allogato nel Palazzo della Cultura, dove tra i reperti del Museo Civico “F. Libero Belgiorno” risplende l’Ercole di Modica (bronzo III sec. A. C.) e tra i dipinti della pinacoteca quasimodiana si ritrovano gli artisti del Novecento e le memorie del Nobel modicano. Evento imperdibile permane Choco-Modica che quest’anno si svolgerà dal 5 all’8 dicembre, rinnovando la sua festosità culturale e conviviale.

lato e la promozione del turismo europeo e della cultura. Nel mio intervento al convegno svoltosi nell’EU pavilion EXPO 2015 ho cercato di delineare le ragioni storico-culturali che sostengono la candidatura dell’Itinerario Culturale Europeo “La via del Cioccolato”. Ragioni non assimilabili all’ambito commerciale, trappola insidiosa e non adeguata a rappresentare la stratificata cultura del cacao e del cioccolato, oggi più che mai coinvolgente nella rinnovata cifra interculturale connotante il vissuto di popoli e nazioni. È a tutti ben noto che il cacao, mitico dono delle civiltà mesoamericane, è giunto in Europa dal mare, oceanica e inedita traversata. Così, si originarono l’arte cioccolatiera europea e i cerimoniali della golosità, sfociati, dopo la rivoluzione industriale nel diffuso e quotidiano consumo del nostro tempo. Caravelle, galeoni, brigantini, mezzi d’imbarco e sbarco cominciarono alla fine del Cinquecento a riversare nel Mediterraneo il cacao, prodotto coloniale e “felice moneta”. Straordinarie pagine

La Commissione Europea in visita Al Museo Cioccolato di Modica

di letteratura ne spiegano le influenze storico-antropologiche decisive, sia pure nella lunga durata, degli stili di vita, delle abitudini alimentari e delle virtù medicamentose. Soprattutto nei paesi meridionali dell’Europa, Spagna e Italia, si affermò fra il Seicento e il Settecento il consumo della cioccolata. Una prima ragione può essere ricavata dalla configurazione del “paesaggio dolce” simile ad un mosaico le cui tessere concorrono a definire l’integrazione di società, economia e ambiente nello spazio e nel tempo. Ricorro all’uso metaforico della parola “paesaggio”, poiché riassume estesamente e materialmente fattori d’identità comunitaria. Tuttavia decisiva e motivante diventa la documentata constatazione che il cioccolato in Europa evoca le anse che la storia e i popoli hanno tracciato: prima con le reti matrimoniali delle Corti Europee e con le rotte dei prodotti coloniali, poi con i flussi migratori e infine con gli eventi del crescendo mediatico internazionale, cui il cioccolato presta gusto, fabbrilità e ispirate declina-

GRAZIA DORMIENTE Photo credit: © S. Brancati zioni culturali. Le soste indicate ne “La via del Cioccolato” privilegiano, infatti, musei e patrimoni archivistici-documentari, come fonti capaci di spiegare l’attuale seduzione planetaria del dolce più amato. In tale proposta diventa determinante il catasto patrimoniale, da cui si diramano fili invisibili ma percepibili che ritessono e perciò comunicano le parentele culturali ed antropologiche tra prodotto e territorio.

La via del cioccolato a quaresimale astinenza, da afrodisiaco ad ispiratore di arte, da eccitante a rimedio salutistico, il cioccolato concorre a definire la mappa del gusto dolce, cui ancorare la rete dei tratti identitari europei e la rilevanza dei paesaggi adatti a comunicare, dif¬fondere ma anche a creare cultura. I territori in effetti, con la ricchezza delle loro plurime singolarità, riverberano pure la sociabilità dei salotti, dei circoli, dei caffè, cioè di quei luoghi di incontro e di consuetudine cioccolatiera che accelerarono scambi di idee e crescita culturale . E che “la via del cioccolato”, sia soprattutto turismo culturale sono a documentarcelo secoli di fonti scritte e interi repertori di testimonianze. Da

essi è possibile desumere come per l’uomo di ogni epoca storica e contesto geografico gli alimenti e i dolci in modo particolare siano prodotti fortemente investiti di significato sociale, religioso, comunicativo, e, non ultimo, gustativo-sensoriale. La via del cioccolato intende esaltare, perciò, i segni materiali ed immateriali esibiti in musei che del cioccolato documentano sia l’evoluzione del processo di lavorazione, sia le innovazioni tecniche e produttive, collegate ai mutamenti socio-economici. Tale associazione ha già realizzato attività di cooperazione e formazione, approfondimenti tematici che sono documentati nel sito ufficiale www.thechocolateway.eu.

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i sono luoghi che, solo per il fatto di esistere, raccontano una storia di popoli, di civiltà, di guerre, di epoche lontane e che, attraverso studi storici e archeologici, sono arrivati fino a noi. Negli anni i modi di raccontare si sono evoluti e il video risulta essere il mezzo più immediato per far sì che la narrazione di un determinato evento possa rivivere, seppur solo scenicamente, e arrivare a un pubblico sempre più ampio. Se pensate, dunque, che il documentario sia un genere ormai superato e da relegare a genere di “nicchia”, vi sbagliate di grosso. La narrazione del-

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prodotti cinematografici (documentari, docufiction e docudrama) incentrati sul patrimonio culturale, e di un interesse sempre maggiore da parte di un pubblico eterogeneo nei confronti di queste tematiche. È un genere diffuso o è difficile reperire materiale? Quello della cinematografia archeologica è un genere relativamente recente, in grado di coniugare la creatività e la qualità artistica, tipica dei film di finzione, con i dati e le informazione che caratterizzano il genere documentaristico. Il risultato è un prodotto capace di informare e, al tempo stesso, coinvolgere emotivamente lo spettatore, mettendolo al corrente delle storie

suoi principali protagonisti (archeologi, film-makers, produttori...), una ai ragazzi e alle scuole (caratterizzata dunque da film più facilmente fruibili da un pubblico non adulto), una alla storia del documentario siciliano. A fare da contorno all’evento vi sono una mostra fotografica e le visite guidate nel territorio di Licodia, pensate con l’obiettivo di valorizzare le bellezze naturalistiche e storico-artistiche di questo comprensorio. C’è un premio per i vincitori? La Rassegna ha previsto, nelle sue edizioni, il premio “Antonino Di Vita”, intitolato alla memoria dell’illustre archeologo chiaramontano che a Licodia Eubea fu sempre affezionato, conferito

i beni archeologici vanno al cinema: A Licodia Eubea c’è una Rassegna che racconta l’antico di Daniela Fleres la realtà, quotidiana o storica che sia, sceglie questo modo di rappresentarsi ed esiste, in Sicilia, una rassegna dedicata in maniera particolare al documentario e alla comunicazione archeologica. Move in Sicily ha incontrato gli organizzatori della “Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica”, che si svolge ogni anno a Licodia Eubea, e questo è il risultato della chiacchierata con il regista Lorenzo Daniele e l’archeologa Alessanda Cilio. A che edizione è arrivata la rassegna? La Rassegna, che ha luogo all’interno dell’ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara, è giunta, quest’anno, alla sua quinta edizione. Come vi è venuta l’idea di dedicare un festival al cinema archeologico? La manifestazione, nata nel 2011 per iniziativa congiunta dell’Archeoclub di Licodia Eubea e della casa di produzioni cinematografiche Fine Art Produzioni di Augusta, nasce dalla constatazione di una generale crescita, in termini di qualità e di appeal, dei

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In foto: Letizia Battaglia e il regista Lorenzo Daniele che caratterizzano l’archeologia: storie di popoli e civiltà, ma anche storie di ricercatori appassionati che si spendono nella comprensione del passato. Se sino a qualche anno fa questo tipo di prodotto era considerato di difficile reperibilità (complice, in Italia, la carenza di distribuzione in sala o nei palinsesti televisivi), oggi la situazione è decisamente migliorata e molti film sono accessibili on line o attraverso la rete di festival e rassegne che si sta lentamente costruendo in Europa, Asia e America. A quale tipo di pubblico si rivolge questo genere cinematografico? Il nostro pubblico è misto: archeologi ed esperti del settore, ma anche appassionati di storia o di cinema, curiosi, studenti, bambini. Chiunque abbia un interesse nei confronti della storia, della ricerca archeologica o dei prodotti audiovisivi. Come è composta la Rassegna? L’evento è strutturato in sezioni: una dedicata alla proiezione di film archeologici, una alle conversazioni con i

a chi abbia speso la propria professione a favore della conoscenza del patrimonio culturale; e il premio ‘Archeoclub d’Italia’, assegnato al film più gradito dal pubblico. La rassegna vive, quindi, grazie all’unione di vari contributi… La rassegna trova l’apporto fondamentale nell’organizzazione dell’Archeoclub d’Italia “Mario di Benedetto” di Licodia Eubea e alla disponibilità di cittadini ed esercenti locali di Licodia. Non bisogna dimenticare i partner: la nostra rassegna fa parte del Coordinamento Festival Sicilia e gode del patrocinio della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto e della Scuola di Specializzazione in Beni Culturali dell’Università di Catania. Il Comune di Licodia Eubea, contribuisce economicamente all’evento, Quest’anno abbiamo chiesto e ottenuto anche un piccolo contributo da parte del MIBAC direzione Cinema e questo ci dà conferma del fatto che la nostra Rassegna, comincia a crescere e ad avere una levatura nazionale.


Parchi letterari

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uello che resta di Leonardo Sciascia, in Sicilia, è un rilievo molto difficile da quantificare: se ci rifacessimo esclusivamente alla sua opera di scrittore dovremmo comunque iniziare a prendere dimestichezza con l’idea dell’incommensurabilità, senza peraltro aver abbracciato la totalità della materia, della conoscenza sua e della riconoscenza nostra. Una difficoltà ad arrivare al punto che è il giusto contrappasso da dover sopportare se ci si accosta a un autore come Sciascia e ai suoi romanzi mai del tutto gialli, per humus, ragioni antropologiche o, con Calvino, per “l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano”. Se non le parole, ci è concesso contare le pietre, rimodellate nei luoghi sciasciani in una Fondazione ed un Parco letterario. Quest’ultimo si snoda attorno all’itinerario del Parco letterario Regalpetra, paese immaginario, teatro della memoria autobiografica e letteraria dello scrittore, suggestionato dalla lettura di un conterraneo, Nino Savarese, autore del romanzo I fatti di Petra. Vi è soprattutto una trasfigurazione non idealizzata della sua Racalmuto, delle sue latenti problematicità, dei contadini e dei minatori delle solfare, spesso al centro delle sue produzioni narrative e saggistiche. Proprio da Racalmuto parte il nostro percorso letterario, dal castello di epoca chiaramontana, vedetta principale del Parco, e dalla chiesa di S. Maria del Monte, dove si svolge la tradizionale festa della Vergine, affrontando in corsa la lunga scalinata in sella al mulo. Da Racalmuto a Caltanissetta, dove la Biblioteca comunale Scarabelli e la Libreria Sciascia, solo un caso di omonimia, sono state primarie fonti di ispirazione per i romanzi a sfondo storico dello scrittore. In centro, troviamo piazza Garibaldi, in cui sorge a Pruvidè, la Chiesa della Provvidenza dove Sciascia sposò Maria Andronico il 19 luglio 1944. Era il 27 gennaio 1987 quando il consiglio comunale di Racalmuto sancì formalmente l’acquisto della vecchia centrale elettrica, ancora oggi sede della Fondazione Leonardo Sciascia, pensata e resa materia dalla città natale negli ultimi anni di vita dello scrittore. Anche Siracusa ha voluto omaggiare un suo grande concittadino: dal 2003 è attivo il Parco letterario Elio Vittorini, strutturato in un percorso ideal-sentimentale, Il Garofano rosso, che mette in risalto quei luoghi che hanno maggiormente ispirato la poetica dello scrittore, tra i principali conoscitori della cultura americana nell’immediato dopoguerra. Tra Palermo, luogo di nascita e di scrittura, e Palma di Montechiaro, feudo di famiglia, è possibile visitare il Parco letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa: le nobili origini e una conduzione di vita profondamente appartata spiegano l’itinerario di questo percorso, composto perlopiù dalle magnifiche dimore di famiglia, primarie fonti di ispirazione del suo capolavoro letterario, uscito postumo, Il Gattopardo, reso immortale dalla trasposizione cinematografica di Luchino Visconti del 1963.

scoprire la sicilia in sella a un libro

di Marco Tomaselli

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Parchi letterari Antonio Di Grado è il direttore letterario della Fondazione Leonardo Sciascia, oltre che uno stimato Docente di Letteratura italiana dell’Università di Catania. Ha risposto con cortesia alle nostre domande, tra ricordi indelebili e nuove prospettive. Con quali propositi è nata la Fondazione, sorta negli ultimi anni di vita dello scrittore? La Fondazione è nata nel 1990, ma anni prima l’allora sindaco di Racalmuto aveva contattato Leonardo Sciascia, manifestandogli la volontà di intitolargli una Fondazione nel suo paese natale: lui ne fu molto contento, ma per pudore aveva pensato di farla intitolare a Fra’ Diego La Matina, protagonista del suo Morte dell’Inquisitore. Lo scrittore ebbe il tempo di scegliere il luogo, l’ex centrale Enel ristrutturata dall’architetto veneziano Foscari, e di stabilire il suo lascito di libri, traduzioni e soprattutto dei propri carteggi, che aveva intrattenuto con il fior fiore dell’intellighenzia italiana ed europea, oltre ad una collezione di ritratti di scrittori, che si può ammirare ancora in Fondazione. In più, aveva anche stabilito l’organigramma: pensò a me come direttore letterario, e di ciò gli sono infinitamente grato; ci conoscevamo da alcuni anni, da quando avevo scritto una monografia su di lui, avevamo stabilito un bel rapporto di amicizia e mi ha voluto onorare di questa scelta. Prendo spunto da queste parole per strapparle un ricordo personale di Leonardo Sciascia. L’ho frequentato nell’ultimo decennio della sua vita, soprattutto ricordo con dolore gli ultimi due anni, quando era ormai afflitto dal male che lo stava corrodendo: eravamo a Enna per un Premio letterario e mi regalò a pran-

zo Il cavaliere e la morte, il suo bellissimo romanzo testamentario, in cui come non mai si era posto a confronto con la morte. Lo lessi in poche ore e nel pomeriggio corsi da lui, a comunicargli le mie impressioni di ammirazione miste a struggimento. Negli ultimi suoi mesi di vita, mi affidò un suo racconto affinché lo traducessi in un atto unico teatrale per il Teatro Stabile di Catania, e venne fuori il divertente Quando non arrivarono i nostri, che ebbe molto successo: forse gli regalai l’ultimo sorriso, prima che, da lì a pochissimo tempo, Vincenzo Consolo mi telefonò per comunicarmi la tristissima notizia. Quali sono i progetti per l’immediato futuro? Dal 2000, il Comune non dà più il finanziamento annuale alla Fondazione, nata anche sulla promessa di un costante aiuto locale: purtroppo tutte le realtà stanno soffrendo di mancanza di liquidità e anche la Regione, da circa quattro anni, non ha più la possibilità di sostenere sovvenzionamenti. Siamo sempre aperti al pubblico e, come ogni anno, il 20 e il 21 novembre lo ricordiamo in un’iniziativa con varie scuole incentrata su una sua opera, quest’anno su Gli zii di Sicilia. È importante che non si tratti del solito convegno chiuso tra studiosi, ma di due giornate in cui è possibile rileggere Sciascia attraverso gli occhi degli studenti, che in questi anni si sono cimentati in performance teatrali e produzioni video molto interessanti. (mt)

#intervista 010

Chi è Enrico Di Stefano Catanase, finalista di numerosi premi (Cristalli sognanti nel 1999, Courmayeur nel 2000, Yorick nel 2002, Lovecraft nel 2003) e vincitore di altri (Premio Akery nel 2002, Premio Italia per il miglior saggio breve amatoriale nel 2008). Nel 2013 si è aggiudicato il Premio Vegetti con il romanzo L’ultimo volo di Guynemer (edizioni Della Vigna). Il suo ultimo lavoro è Ritorno al Frisland (Edizioni della vigna, 2015).


UN’ISola nello spazio di Enrico Di Stefano

Breve storia dei fantascientisti siciliani a Sicilia, la cui cultura è molto influenzata dalla dimensione dell’immaginario, non poteva non essere patria di numerosi “fantascientisti” ovvero delle persone che, in vario modo, si occupano di quella che gli anglosassoni chiamano Science Fiction. Volendo riassumere le vicende di costoro, qualcuno esordirebbe dicendo: «tutto inizia con Franco Enna». Affermazione assai imprecisa se è vero che gli autori siciliani si cimentano già prima della Grande Guerra con la “protofantascienza”, a cominciare da Luigi Capuana. Questi pubblica alcuni racconti tra i quali ricordiamo Nell’isola degli automi (1906), La città sotterranea (1908) e L’acciaio vivente (1913). Luigi Pirandello, più tardi, esplora l’utopia sociale con la pièce teatrale La Nuova Colonia (1928). Successivamente si mettono in evidenza due scrittori palermitani: Eugenio Prandi e Armando Silvestri. Del primo, inviso al regime fascista, ricordiamo un interessante romanzo, Il Sentiero delle Ombre (1933) che tratta temi quali il potenziamento delle facoltà mentali e i viaggi nel tempo. Il secondo, meglio accetto dall’establishment politico italiano degli anni trenta, ha il merito di proporre la creazione di una rivista di fantascienza italiana, ispirandosi all’americana Amazing Stories. Della sua produzione letteraria va ricordato il romanzo Il Signore della Folgore (1941) ambientato a Palermo. Negli anni ‘50 Silvestri diviene condirettore di Oltre il Cielo, testata di aeronautica e astronautica che ospita racconti di Science Fiction. Sulle pagine di Urania, nel marzo del 1953, appare L’Astro Lebbroso del già citato Franco Enna, nom de plume assunto da Francesco Cannarozzo per omaggiare la città natale. L’opera rappresenta una felice incursione nella Space Opera da parte di quello che è considerato un bravo giallista. Due eventi segnano gli

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anni ’60: il cineasta catanese Ubaldo Ragona dirige nel 1964 il film L’ultimo Uomo sulla Terra; l’anno successivo viene pubblicato un interessante fumetto di fantascienza, Atoman contro Killer, disegnato dall’eclettico artista siracusano Santo D’Amico. Le novità arrivano, nel decennio successivo, da Palermo dove il fandom si sviluppa intorno alle figure di Gian Filippo Pizzo e Pippo Marcianò che dirigono rispettivamente due fanzine destinate a fare epoca: Astralia (1974) e Intercom (1979). Nel capoluogo siciliano si muove anche il mondo accademico e nel 1978 la Cattedra di Estetica dell’Università, all’epoca tenuta dal prof. Luigi Russo, organizza un convegno internazionale, “La Fantascienza e la Critica”, al quale partecipa il Gotha della Science Fiction italiana. Purtroppo questa lodevole iniziativa rimane isolata e un intero decennio, gli anni ’80, trascorre senza particolari novità di rilievo, a parte l’impegno di Gian Filippo Pizzo come autore di buoni racconti. Ma molto bolle in pentola e una nuova generazione si affaccia alla ribalta della fantascienza nazionale. Il 1992 vede l’affermazione del messinese Francesco Grasso che si aggiudica il Premio Urania con il romanzo Ai due lati del muro. Nello stesso anno un palermitano ventiduenne, Mariano Equizzi, inizia le riprese di un mediometraggio, Syrena, che completerà solo nel 1998. Successivamente dirige alcuni corti molto interessanti come AgentZ e Ginevra Report, quest’ultimo vincitore del Premio Italia. Un agguerrito gruppo di suoi giovani concittadini, nel 1994, dà alle stampe la fanzine Terminus: Emiliano Farinella, Alessandro Borroni, Maurizio Clausi e Emanuele Manco. La pubblicazione ha vita breve e conclude il suo ciclo dopo pochi numeri, ma il segno rimane. A Catania, nello stesso periodo, nasce ZAP, fanzine dedicata in primis al fumetto ma molto attenta alla fantascienza. Ne sono

animatori Bruno Caporlingua e Nando Messina. La pubblicazione, sia pure in forma aperiodica, dura fino alla fine degli anni ’90. Nel 2000 Francesco Grasso si ripete aggiudicandosi il Premio Urania con 2038: la rivolta. Il nuovo millennio comincia con una nuova iniziativa: il catanese Claudio Chillemi e chi scrive distribuiscono il numero zero (ovvero di prova) di Fondazione, fanzine generalista di fantascienza. Affiancati da un gruppetto di appassionati della Sicilia orientale, cui si aggiunge il collezionista palermitano Emilio Di Gristina, iniziano un’avventura che dura da quindici anni. Fino ad oggi, Fondazione Science Fiction Magazine (nome abbreviato in FSFM) ha vinto cinque Premi Italia ed ha ospitato sulle sue pagine i più bei nomi della fantascienza internazionale. Gli anni successivi vedono i siciliani tra i protagonisti del fantastico italiano. Mariano Equizzi nel 2004 dirige il mediometraggio R.A.C.H.E., trasposizione cinematografica del racconto O Gorica tu sei maledetta di Valerio Evangelisti. Emanuele Manco diventa curatore del seguitissimo portale Fantasymagazine. it mentre Gian Filippo Pizzo si afferma come autorevole saggista. La catanese Rosaria Leonardi viene eletta segretaria della World SF Italia (l’associazione nazionale degli operatori della fantascienza) e la sua concittadina Cinzia Di Mauro si segnala come promettente autrice. Un altro etneo, Francesco Spadaro, diventa uno dei principali punti di riferimento del fandom italiano di Star Trek. I racconti di Claudio Chillemi e del lentinese Fabio Centamore vengono pubblicati negli Stati Uniti. Infine, la redazione di FSCM organizza nel 2010 la prima Aetnacon, convention siciliana del fantastico che, con scadenza annuale, è ormai giunta alla sesta edizione. Attualmente la Sicilia può essere considerata a buon diritto uno dei terreni fertili della fantascienza italiana alla quale continua a dare molti attivi e influenti protagonisti.

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Move in History

Photo credit: © Alfio D’Agata

di Antonio Leo

dentro la casa-museo della società storica catanese

Due passi tra le memorie di Catania e della Sicilia

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er conoscere a fondo Catania, parafrasando John Fante, bisognerebbe chiedere alla polvere. Oppure ai cinquantamila volumi, ai quasi 100 libri pubblicati, alle 600 tesi realizzate grazie all’archivio storico, alla raccolta infinita di oggettistica d’antan e alla splendida chincaglieria vintage della Società storica catanese. Sono passati sessant’anni da quel 20 ottobre 1955, quando l’Associazione ha aperto i battenti, iniziando ad accumulare i cimeli che oggi raccontano e custodiscono a un tempo l’identità profonda della Città dell’Elefante. Alfio D’Agata, regista con un piede a Roma e uno in Sicilia, nonché presidente della Ssc, si accende un toscanello mentre con passo sicuro accoglie gli ospiti tra i saloni di Palazzo Nicotra Bertuccio. Il piano nobile dell’edificio ottocen-

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tesco di via Etnea (al civico 248, solo qualche passo dalla Villa Bellini) ospita la Casa-Museo, la biblioteca, l’emeroteca, nonché i testi editi in qualità di casa editrice. «Qua sono passati tutti gli intellettuali catanesi, si dividevano tra filo Capuana e filo Verga», racconta Alfio. Il padre, Michele D’Agata, scomparso nel 2007, è tra i sette fondatori della Società, inizialmente «un circolo culturale legato alla conservazione della memoria», del quale facevano parte avvocati, medici, scrittori, storici, poeti. Professionisti e uomini di cultura che nel tempo hanno lasciato un pezzettino delle loro passioni, dei lori ricordi. Tutto custodito e sistemato per diventare passato comune. «Da statuto, più che un lascito in denaro, era importante donare qualcosa: ognuno aveva una collezione e portava il proprio contributo con libri, francobolli, cartoline, accendini. Queste

donazioni hanno permesso di realizzare una vera e propria casa museo, ancora oggi accessibile a cittadini e turisti per visite guidate, eventi o per fare delle ricerche specifiche, per esempio sulla poesia dialettale e sui quotidiani editi in Sicilia o solo a Catania». Materiale da cui hanno attinto centinaia di studenti universitari: «Tra la Società Storica e il Magistero di servizio sociale, con cui siamo gemellati, sono state sfornate circa 540 tesi, più un’altra ottantina di pubblicazioni di vario tipo». Ogni stanza della casa aggiunge un pezzo alla storia cittadina, che sia per mezzo di un busto dello scultore Zagarella (lo stesso che ha realizzato le statue della Villa Bellini), di una lettera autografa di Garibaldi che chiede fucili al principe Biscari o di reperti delle due guerre mondiali. E poi «solo qui ci sono le sculture dei Borbone con la testa intatta, visto che a

Catania li hanno decapitati tutti!». Da un salone all’altro si volta pagina e così il Regno delle Due Sicilie lascia la scena al cameratismo siculo. «Per non sposare l’idea del museo fine a se stesso, che visiti una sola volta e poi non hai più intenzione di tornarci, stiamo cercando di creare delle stanze tematiche», spiega ancora Alfio. Tutto parla e persino il bagno con la vasca del Barone Nicotra sta lì a raccontare il fatto suo. Un suk di ricordi che si fanno occulti nella stanza dell’esoterismo e si fanno scienza nell’angolo della medicina. Perché anche un bisturi, illustrato in un testo di inizio novecento, è già allegoria dei tempi che furono. Ma insomma, perché una Società storica catanese? Perché all’epoca sette ragazzi, di cui mio padre era il più piccolo, si erano messi in testa di salvare e tutelare la memoria storica della città e


della Sicilia. Inizialmente raccoglievano libri, poi riviste e giornali. Quindi si è passati anche all’oggettistica. Si riunivano in questo circolo nei primi degli anni ’50 per discutere di poesia, di letteratura o di questioni culturali legate soprattutto alla città di Catania. Col tempo nacque la Casa editrice: si sentì l’esigenza di pubblicare soprattutto poesie e libri di storia, specialmente di autori locali. Poi negli anni ’70 e ’80 si istituì il ‘Maggio letterario’, un mese dedicato alla letteratura e alla poesia, con concorsi che permettevano ai nuovi talenti di mettersi in luce. E c’era di tutto: dal poeta muratore, che faceva realmente il capo mastro e scriveva pensieri d’amore, fino al tranviere appassionato di versi. Quando è possibile visitare la Casa-museo? Generalmente siamo aperti la mattina dalle 9 fino alle 16, mentre il sabato e la domenica su appuntamento (basta consultare la pagina facebook o il sito web, nda). Come si può fruire dei testi, dei volumi o persino degli oggetti della Società? Tramite l’Università riceviamo le richieste di studiosi o studenti e noi siamo ben lieti di accoglierli anche perché siamo gemellati con il Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania. Basta comunque una mail o una telefonata. Secondo te quali sono i cimeli che valgono il prezzo del biglietto? Chi è appassionato di storia siciliana e ne vuole sapere di più dei nostri autori, qui trova non dico tutto, ma quasi. Dalla chicca dell’autografo con dedica di Giovanni Verga fino alla lettera di Garibaldi che ‘raccomanda un suo amico’. Ultimamente sono molto richiesti i quotidiani pubblicati soltanto negli anni della guerra, o solo a Catania, o ancora soltanto per brevi periodi. Attraverso i giornali dell’epoca è possibile conoscere una Catania totalmente diversa da come ce l’hanno raccontata. Le istituzioni vi supportano? Macché sono totalmente assenti, anzi dopo anni il Comune c’ha mandato la Tarsu! La spazzatura a una Casa-Museo! C’è qualche attenzione – crescente – solo dai privati, ma per il resto mi sento totalmente solo: se si esclude il presidente commissione cultura Salvo Giuffrida che quanto meno mi supporta ‘moralmente’, c’è il nulla che avanza… La litania è sempre quella: non ci sono soldi; anche quando magari stai chiedendo altro… Ma gli amministratori non riescono nemmeno a percorrere i pochi metri che ci separano dal Comune per venire a trovarci. Prima vedilo, e poi parliamo se è un posto che vale la pena valorizzare o meno. Pesa soprattutto la burocrazia: anche per fare una mostra, per esporre quattro busti, è tutto complicato. E sono più i no che i sì. Insomma in tempi di magra, come si apre la Società storica alla città? Per sfruttare al massimo le potenzialità di questo luogo, siamo abbastanza inclini a sposare tutte le iniziative fattibili e di interesse. Recentemente è stata data la possibilità a tre ragazze diplomate all’Accademia di organizzare una sfilata di moda. Qui inoltre ospitiamo presentazioni di libri, esposizioni di quadri moderni, letture di poesie, musica da camera, e ultimamente – in collaborazione con l’associazione Cotumè, che realizza piatti antichi in palazzi storici – abbiamo aperto la cucina di fine ottocento della Casa-museo per cene a tema. Qualche mese fa, poi, abbiamo ospitato una produzione coreana per un documentario. La società storica è in continuo fermento, è ancora viva. E cosa ti piacerebbe vedere realizzato in futuro? Una maggiore continuità. Vorrei programmare bene l’anno con degli eventi che non siano solo una tantum o con questa difficoltà nel metterli in piedi. Creare un calendario affinché questo posto possa dare anche lavoro: potremmo impiegare qualcuno che tenga aperto sempre e sia il referente. La cultura non è un hobby, ma un settore su cui puntare.

Alfio D’Agata

Il personaggio Alfio D’Agata L’accento è quello romano di Cinecittà, ma Alfio D’Agata è catanese doc, anzi igp. Cresciuto a calia e letteratura tra le stanze della Società storica catanese, è entrato nel “magico mondo dù cinemà”, come gli piace dire, dalla porta del “Lo Po’”, storica sala etnea ubicata giusto sotto la sede dell’Associazione. «Ogni pomeriggio – racconta Alfio – puntualmente finivo qua. Tra giocare a nascondino e perdermi nei discorsi dei vari intellettuali, spesso riuscivo anche ad andare al Lo Po’. Uno dei soci, il cavaliere Grasso, era tra i proprietari del cinema. Cosicché mentre mio padre era preso dal lavoro, finivo a vedere lo stesso film due o tre volte». Laurea in lettere, ufficiale di complemento e poi – circa 15 anni fa – il salto nella Capitale, dove D’Agata ha iniziato a girare una serie di corti per Studio Universal fino all’incontro con il suo attuale mentore, il direttore della fotografia Maurizio Calvesi. Insieme hanno girato più di trenta film. Ma se la testa e la fantasia erano a Roma, il cuore non ha mai smesso di battere per la Società storica, dove tra l’altro ha girato diversi lavori, ultimo dei quali il documentario su Lucio Piccolo, cugino di primo grado di Tomasi di Lampedusa. Da quando è presidente, la Società storica catanese annovera tra i suoi soci Nino Frassica, Leo Gullotta, Aldo Baglio e Silvana Fallisi (al)

MovExtra Per l’intervista video ad Alfio D’Agata Move in Sicily moveinsicily.com/magazine e YouTube - Move in Sicily Channel

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© Silvia Idili

© Silvia Idili

Silvia Idili e il respiro delle Isole di Alex Munzone

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n ordine cristallizzato, forme plastiche che traggono spunto dalla stratificazione volumetrica di Giotto e dalla fissità espressiva del Beato Angelico, colori a volte asettici, ma pregni di trame fitte che scivolano sulla superficie attraverso il contatto preciso del pennello che costruisce architetture cromatiche. Il lavoro di Silvia Idili, classe 1982, è un processo continuo verso il raggiungimento di multiple visioni che non si discostano dalla realtà, ma anzi la riformulano decifrandosi in una sorta di linguaggio della tragedia vivisezionata, sondata come fosse fotografata da scorci e attimi che delineano un’intima violenza del quotidiano. Gli infiniti tasselli geometrici che si agglomerano e si ornano di una propria fertile comunicazione, riescono a connettersi ad un equilibrio generale delle forme già decifrate o intrise di misticismo arcaico. L’azione, l’atto o il progettato verificarsi del movimento, non incidono sulla locazione dei soggetti o del soggetto, ma si irradiano e si fondono con essi instaurando un integro e coerente apparato esistenziale. In ogni segno, in ogni derivazione espressiva, nelle autentiche complessità della forma, nei panneggi solidificati che si stagliano sulla membrana organica del colore, è evidente il vissuto creativo, percettivo e formativo dell’artista. Silvia, infatti, nasce a Cagliari dove vive fino al 2008 per poi trasferirsi a Milano, nella calda isola Sarda dove i movimenti oscillatori delle acque che si infrangono violentemente sugli scogli, quasi a divorarne l’essenza, modellano i costoni rocciosi della terra, dove il Monte Urpinu si deframmenta rigenerando o forse espellendo le tracce di una presenza umana accerchiante e costante e dove più a nord le sterminate pareti in granito e basalto di Jerzu decorano un intero paesaggio scolpendone l’andamento

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prospettico, l’artista non poteva che essere travolta e introdotta, assieme a nuovi orizzonti personali, alla pratica dello scalpellare per poi riformulare le grezze pietre sequenziali della vita, per segarne in brandelli cavernosi i simboli archetipi dell’essenza umana. Solo chi vive e respira l’aria dell’isola può immergersi negli abissi della “volumetria viscerale”, in quel substrato congenito dove paesaggi schierati, improvvisamente tranciati di netto dal mare, si tramutano per la coscienza dell’artista in schegge pronte per ferire o strumenti predisposti a incidere, con punta affilata, dei segmenti profondi. A ritroso gli aspetti più eclatanti della frangiatura delle forme da parte d’artisti Isolani la ritroviamo, benché costipato da un’orgia di corpi spesso poco propensi al buongusto, nell’opera complessiva di Guttuso. Tra i contemporanei più di spicco certamente vi è l’ennese Alessandro Piangiamore che riesce, oltre al processo di passaggio da “memoria a forma” insito nelle sue installazioni, a sintonizzarsi in una squadratura instabile nelle sue superfici a cera. Nel contemporaneo la maggior parte degli artisti britannici hanno ben intesa l’astuzia dell’ordine e del prospetto tranciato come necessità della propria grammatica attiva, se non necessariamente nella forma, almeno nel colore vagante e oscillante che si succede, un esempio lo si trova nel lavoro di Peter Doig o Justin Mortimer. A differenza dell’operato nordeuropeo nel lavoro di Silvia si conserva però l’intuito dei valori plastici Italiani di inizi novecento, dalla metrica da “Pictor Classicus sum” di De Chirico e del primo Carrà, al senso dello spaesamento totale e diffuso che crocifigge l’uomo d’oggi nella propria solitudine, soprattutto nella continua e fallimentare ricerca di se, quando ormai si è totalmente immobilizzati e annientati nella possibilità di trovare l’altro.


Zio Touring il marchio di qualità siciliano Sarà il paradosso o sarà che per noi di Move in Sicily è stato un vero parto, ma poter dire “Finalmente è nato lo Zio” ci mette proprio di buon umore. Nato già col baffo e la bombetta - dalla matita di Alessandro Venuto - all’anagrafe Zio Touring. A dicembre compirà i primi tre mesi.

Chi è?

Chiamarlo semplicemente “Zio” lo rende uno di famiglia. E poi si sa che a Catania lo Zio è sempre il pezzo forte della comitiva. Lo Zio per Move in Sicily si occupa di girare e trovare tutti gli eventi siciliani, nessuna provincia esclusa, li ordina e li raccoglie in un pieghevole mensile. Lui decide sempre di metterli tutti, ma quelli veramente imperdibili li segnala con la sua bombetta e ci mette la faccia.

Il contest

Nel primo numero abbiamo lanciato un contest su Instagram per presentarvelo. Il logo di Move in Sicily sulla copertina è stato svuotato del suo pallino colorato, presente invece su tutti gli altri prodotti di Move. È stato un modo per invitarvi a riempirlo nel modo più immaginifico possibile. “Ridisegnare il contenuto o forse non era il contenuto?”. Martina, che è nipote e madre dello Zio e membro non proprio benvoluto della redazione, ha voluto aggiungere un pizzico di pesante introduzione architettonica al gioco: “Pensiamolo come un esercizio di ‘Immagine non coordinata’ come ci spiega bene Stefano Caprioli nel suo libro Manuale di immagine non coordinata edito da Pietro Corraini”. Per fortuna non l’avete ascoltata e infatti avete risposto in tantissimi. E su instagram il profilo dello zio (zio_touring) è stato preso d’assalto dall’hashtag #ziotouring. Alcune delle vostre creazioni sono riprodotte in pagina. -------------------------------------------------------------------

Scrivi allo zio

Vuoi comunicare un evento? Vuoi che venga ripreso dai social di Move in Sicily e dallo Zio Touring? Allora scrivi una email all’indirizzo ziotouring@gmail.com con i tuoi dati, le informazioni relative all’evento e un’immagine o una locandina. Le migliori riceveranno il marchio di qualità dello Zio. -------------------------------------------------------------------

Dove si trova lo Zio

Lo Zio è sempre aggiornato sul profilo facebook di Move in Sicily e su quello instagram (@zio_touring e @moveinsicily), ma la versione cartacea la puoi trovare (completamente gratis) in tutti i più importanti centri siciliani. Se vuoi sapere dove è presente nella tua città scrivici all’indirizzo ziotouring@gmail.com oppure segui la nostra azione sui social.

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di Daniela Fleres

Cose di donne sei storie per un film corale sulla Sicilia

Una fotografa vicina all’ottantina, una vitivinicultrice di successo, un’anziana educatrice, una popolare scrittrice, una giovane archeologa, una famosa attrice. Queste sono le sei protagoniste di Tà Gynaikeia, traduzione dal greco Cose di Donne, film di Lorenzo Daniele con i testi di Alessandra Cilio, prodotto da

Fine Art Produzioni srl con il contributo della Film Commission Sicilia, all’interno del programma Contemporanei. Un film che parla della Sicilia dal punto di vista tutto femminile. Ciò che lega le sei protagoniste, infatti, è l’essere donne e l’essere siciliane. I loro racconti sono frammenti di una storia dalla matrice comune, che porta in sé i tratti della Sicilia, terra fimmina per eccellenza. Lo testimonia la grande varietà di miti, culti e leggende legati alle donne, che nel tempo si sono avvicendati e in parte sovrapposti, divenendo elemento di coesione per tutte quelle popolazioni che hanno occupato il suolo di quest’isola. Il film documentario vede

Sensi

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l’alternarsi delle interviste delle protagoniste, ad un racconto che esplora alcuni temi legati alla vita delle donne nella Sicilia antica, dalla preistoria all’età greca. L’obiettivo è stato quello di ottenere una narrazione corale, in cui le voci del passato si mischiassero a quelle del presente, mettendo in evidenza gli aspetti comuni di ogni epoca ma anche le profonde diversità. Le sei testimonial rappresentano sei diversi punti di vista, ma anche sei differenti territori, che sono quelli da cui provengono: c’è la Troina devastata dalla guerra mondiale di Angela, un’anziana donna che ha deciso di spendere la propria vita nella cura e educazione dei bambini con difficoltà; la Palermo polverosa e un po’

provinciale della fotografa Letizia Battaglia, famosa per i suoi scatti nei luoghi della mafia e del dolore; l’Agrigento delle pietre antiche di Simonetta Agnello Hornby; Vittoria, i carrubi e i vigneti di Arianna Occhipinti, che lascia Milano, per produrre il vino della sua terra; la Siracusa del mito e del teatro in cui si trova a recitare la catanese Donatella Finocchiaro; c’è, infine, la Gela decadente e al tempo stesso pittoresca dell’archeologa Angela Catania, costretta ad andare all’estero per approfondire i suoi studi. Sei parti di Sicilia, ma anche tre diverse generazioni, che danno testimonianza di sé. A collaborare nelle ricerche scientifiche per la realizzazione del film sono sta-

ti gli studenti della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Catania, diretta dal professore Massimo Frasca, da anni aperta al tema della comunicazione dell’Antico attraverso il cinema. Il film, presentato alla XXVI edizione della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto (tenuta dal 6 al 10 ottobre scorso), ha ottenuto grande successo, arrivando al secondo posto nella sezione “archeologia & etnografia” e ha ricevuto il primo premio “archeoblogger” assegnato da una giuria specialistica di archeologi. A noi non resta che augurarci di poter assistere presto a una sua Proiezione, dove? Zio Touring penserà ad avvertirci in tempo!

La scheda del film

Tà Gynaikeia. Cose di Donne Regia: Lorenzo Daniele Durata: 52’ Produzione: Fine Art Produzioni Paese: Italia Ambientazione: Sicilia


Swing, elettronica, sperimentazione

benvenuti nella suite di Babilonia di Filly De Luca

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uando Salvo ha incontrato Caterina non si è limitato ad offrirle una birra, ma molto di più: due brani che custodiva gelosamente nel cassetto, nati da un’ispirazione e in cerca di una voce. Che in quella sera del 2007, a Catania, hanno trovato. Mentre ce lo raccontano sembrano emozionati, forse ripensando al fatto che hanno scritto l’incipit dei Babil On Suite o forse perché è intatto il pathos che quel giorno li ha scelti e che oggi, con la band al completo, li guida verso nuove strade. Salvo Dub (artistic producer, double bass e synth), Caterina Cat Clap (voce), Manuel Doca (drums), Giuseppe Distefano (organo, synth), Manola Micalizzi (percussioni, cori): loro sono i Babil On Suite. Quando li incontriamo per la nostra intervista, sullo sfondo di un biliardo d’epoca aprono la loro “scatola” e ci raccontano passato, presente e futuro di un gruppo “battezzato” da un artista, la cui sola pronuncia del nome emoziona: Lucio Dalla. Nel 2009, produce il primo album “Roulette”, ed è lui a volerli per aprire i concerti del Lucio Dalla & Friends. Un giro fortunato di roulette, verrebbe da dire: da un hard disk ai palchi importanti, per i Babil On Suite si accendono così i riflettori su un percorso di crescita che li porta a suonare insieme a grandi nomi della musica italiana. Arrivano i contest, le collaborazioni, i live oltre lo stretto… c’è un fermento che sa di successo, che porta idee e ispirazioni. Li notano e li cercano. Loro si rimettono subito a lavoro e nel 2012 esce La Scatola, prodotto dall’etichetta Viceversa Records / EMI: «Un gioco di prestigio di cui solo i Babil on Suite conoscono il segreto – commentano gli addetti ai lavori – La luce, i suoni ed i ritmi propri della Sicilia condensati nella raffinatezza retrò e spensierata». E ancora: «Una band che sogna di fare da colonna sonora a un film, quando invece è capace di aprire le porte dell’immaginazione, raccontando storie vere, canzoni da ascoltare perciò anche ad occhi chiusi». Insomma, un abbraccio di critiche “degne di nota” li avvolge, an-

c Babil On Suite, la band catanese scoperta da Lucio Dalla, oggi con il terzo album in uscita

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che per le belle collaborazioni con musicisti della loro città, come Cesare Basile. E per la capacità di far incontrare e fondere strumenti solo apparentemente lontani tra loro, dall’arpa al banjo, dai sintetizzatori all’ukulele, dai campionatori alla tromba. La Sicilia li sente e li ascolta, terra anch’essa di contaminazioni, di sfumature, di sound e di diversità che convivono. In una parola: è l’evoluzione. Il desiderio di osare, di sperimentare, quel pathos del primo incontro, diventano parte integrante del gruppo: la suite di Babilonia apre le sue porte a nuove sonorità, accoglie il quinto componente – Manola – si lascia conquistare dall’elettronica e, a tre anni di distanza, sono di nuovo in studio di registrazione. «Babilonia era la città dell’arte, della musica e del fermento – spiegano quando chiediamo la scelta del nome –. Lo stesso che si respirava tra le mura del nostro primo studio, crocevia di incontri con musicisti e artisti, ognuno dei quali ha lasciato qualcosa. On suite… perché è la camera migliore». Allo scorcio di quest’estate, densa di live in tutta l’Isola, coronata dalla partecipazione al Cous Cous Fest, accanto a nomi come Vinicio Capossela ed Elio E Le Storie Tese – scendono dal palco per rimettersi a lavoro, con un’attesa non indifferente da parte del pubblico desideroso del bis. «Non è semplice spiegare a parole le sensazioni che si provano sul palco – continuano – quando senti che c’è un dialogo, uno scambio con il pubblico che si diverte quando noi ci divertiamo. È come un’osmosi, una trasparenza di suggestioni che rilascia energia ed entusiasmo, diventando un valore aggiunto in ogni singolo concerto. Durante questa estate la nostra musica ci ha fatto da Cicerone, portandoci in luoghi della Sicilia che lasciano senza fiato, istantanee che hanno catturato mille sfumature: il cibo, il dialetto, la gestualità, le abitudini. Da un chilometro all’altro ci aspettava sempre una nuova avventura». Non svelano molto del nuovo album in lavorazione, ma dicono che…«Ci aspetta un lavoro intenso, ci supporteremo e sopporteremo! Sarà un album autoprodotto, con la responsabilità di una ‘coerenza’ musicale che non va mai data per scontata. E con un cambiamento di rotta, verso la scelta di brani in inglese, uno in portoghese affidato a Manola, che porta il Brasile nell’anima». Quando chiediamo cosa faranno i Babil On Suite da grandi, rispondono semplicemente: «Magari pensiamo a cosa non vorremmo fare, cioè smettere di suonare». E noi, non vediamo l’ora di entrare di nuovo nella Suite.

Photo credit: © Cecilia Grasso e Martina Distefano

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MovExtra Per l’intervista video dei Babil on Suite Move in Sicily moveinsicily.com/magazine e YouTube - Move in Sicily Channel


Non chiamatelo

Museo

Il racconto di Palermo e il suo mare nell’Ecomuseo Urbano ‘Mare Memoria Viva’

di Rosario Battiato

All’ingresso dell’ex deposito delle locomotive di Sant’Erasmo, un padiglione da 1400 metri quadrati ristrutturato dal comune di Palermo nel 2004 e affacciato sulla foce del fiume Oreto e sul mare, il visitatore si trova immerso in un calderone di storie. A suggerire questa impressione ci sono le foto distribuite in vortici immobili, che calano dal tetto appese a fili sottili e sorgono dal basso su piccoli piedistalli, e poi altri scatti sviluppati su lunghi striscioni, pannelli multimediali touchscreen che contengono racconti preziosi, percorsi, barchette di carta, chioschetti dalle tonalità azzurre. Ci troviamo nel grande spazio unico dell’Ecomuseo Urbano ‘Mare Memoria Viva’, un progetto ideato e condotto da Clac, “impresa culturale” per autodefinizione, sostenuto dalla Fondazione con il Sud e dai partner istituzionali dell’assessorato alla Cultura del comune di Palermo e della Soprintendenza del Mare. Un luogo per raccontare il rapporto tra i palermitani e il mare e offrirlo alla città e ai turisti. Nascita di un Ecomuseo «Abbiamo deciso di lavorare sul tema del mare attraverso la raccolta di testimonianze dirette, memorie biografiche, storie di persone che hanno visto i cambiamenti della città – ci spiega Cristina Alga di Clac –, per raccontare la storia collettiva di un pezzo di territorio». Un anno e mezzo di lavoro, centinaia di persone coinvolte, per ricostruire la storia di ventisei chilometri di frontemare di Palermo. All’inizio c’erano passeggiate esplorative, osservazioni, mappatura dei luoghi interessanti, visite guidate con persone del luogo, poi interviste, incontri pubblici per esporre il progetto in costruzione. «Il fatto stesso che sia stato difficile trovare spazi in cui incontrare gli abitanti del quartiere – precisa Cristina – dimostra quanto i quartieri del frontemare siano ormai periferia». La risposta dei palermitani è stata variegata: «All’inizio c’era diffidenza, ma il mare è una chiave vincente, una volta chiamato in causa è stato difficile non lasciarsi andare al racconto». Da questa mole di materiale, attraverso un lavoro di scrittura collettiva, si è poi avviato il processo di ideazione e creazione degli spazi dell’Ecomuseo per rendere fruibile

una struttura che accumula la memoria collettiva e riporta tutte le cicatrici della città perché «lavorare sul tema del mare significa lavorare sulla storia delle città». Gli accadimenti che hanno riguardato il waterfront palermitano non possono essere svincolati dai cambiamenti della città: l’abusivismo edilizio, l’abbandono del centro storico, la creazione dei nuovi quartieri. L’Ecomuseo racchiude la scelta compiuta dalla città di «voltare le spalle al mare sia dal punto di vista urbanistico geografico che dal punto di vista identitario culturale». Un lavoro che è servito anche per comprendere che qualcosa sta cambiando: «ci sono stati interventi importanti di rigenerazione urbana, una coscienza civica rinnovata dal punto di vista ambientale e antropologico». Per un turista è importante non lasciarselo sfuggire perché c’è una prospettiva nuova, contemporanea, su Palermo. «Questa città ha tanta storia, ma è difficile capire la Palermo di oggi, noi rappresentiamo l’unico spazio permanente che prova a raccontare la contemporaneità attraverso il rapporto col mare». Non chiamatelo Museo L’impressione che riceviamo non è soltanto la nostra. La

troviamo anche nel libro delle firme dove visitatori che arrivano da tutte le parti d’Europa raccontano l’esperienza della visita in una delicata miscela di stupore e commozione. «L’Ecomuseo è un posto particolare – ci rivela Cristina Alga –, perché rappresenta un’evoluzione del concetto tradizionale di museo, noi lo consideriamo come un patto tra cittadini che si prendono cura di un territorio, anche perché tutto il materiale è frutto di un lavoro di collaborazione e di un dono». La definizione di riferimento, riportata sul sito ufficiale (maremoriaviva.it), è di Hugues De Varine, archeologo e storico francese: l’ecomuseo è un “museo di comunità o museo del territorio”. Una conferma che arriva dalla gratuità dell’ingresso e dalla possibilità di sostenerlo volontariamente con le donazioni private tramite il tesseramento o le visite guidate. Non è l’unica particolarità di questo luogo. «È struttura interamente multimediale – continua Cristina – con installazioni audiovisive. Si tratta di una scelta su cui ci siamo interrogati, ma è una scommessa che sta funzionando e che va nella direzione giusta perché il linguaggio audiovisivo legato al web è un linguaggio trasversale, che

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vale per tutti e noi non volevamo creare un posto elitario». Insomma, un museo di storie raccontate con mezzi contemporanei e in continuo divenire perché i contenuti offerti possono venire aggiornati da nuove testimonianze. Anche la governance dell’Ecomuseo è diversa, come molte altre cose da queste parti. «Abbiamo voluto che non diventasse uno spazio a gestione privata – riporta alle camere di Move la referente di Clac –, perché la natura del progetto è di comunità e serve per dare servizi alla città e al quartiere». In questo modo si è creata una collaborazione, un esempio pressoché unico in Italia, tra una proprietà pubblica e una realtà come Clac, un’impresa culturale che si occupa di progettazione mettendo assieme lo sviluppo locale, la valorizzazione del territorio e le attività culturali. La struttura fisica appartiene al comune di Palermo, ma per sette anni la destinazione d’uso è vincolata all’Ecomuseo del mare. Il contenuto, invece, è stata realizzato da Clac grazie alla Fondazione con il Sud. È una collaborazione inedita che non ha ancora una cornice giuridica e un riconoscimento formale. «Anche per questo è innovativa, soprattutto nella gestione del patrimonio culturale crediamo che possa essere una soluzione

MovExtra Per l’intervista integrale a Cristina Alga e le riprese dell’Ecomuseo Move in Sicily moveinsicily.com/magazine

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per vedere collaborare pubblico e privato sociale per rigenerare spazi. Non è detto che al pubblico si chieda sempre di mettere dei soldi». Fare impresa con la cultura L’Ecomuseo esiste ormai dal febbraio del 2014. Le riflessioni da fare sarebbero molteplici, almeno questo sembrano suggerire le espressioni sul viso di Cristina mentre prova a fare un bilancio di questi due anni di apertura. «Non è sempre uno spazio facile da capire, però sappiamo anche che quasi tutti i feedback che abbiamo sono positivi. È uno spazio per chi è in grado di mettersi in una posizione di ascolto, a quel punto è capace di toccare il cuore». Dalla fruibilità del progetto, discende anche la sostenibilità economica che al momento è garantita perché Clac riesce a investire delle risorse che arrivano anche da altre attività. «La sostenibilità è sempre un obiettivo – conclude Cristina –, noi siamo imprenditori culturali, quindi c’è sempre un valore sociale, collettivo, ma è il nostro lavoro e dobbiamo trovare dei modi per ripagarlo. In fondo sostenibilità significa permettere alle cose di esistere e noi vogliamo che l’Ecomuseo produca valore perché crediamo che questo progetto abbia tutte le caratteristiche per farlo». Il sito: marememoriaviva.it

Photo credit: © Cecilia Grasso


un tuffo a catania

alla piscina comunale di nesima

nasce la scuola siciliana di Rosario Battiato

Photo credit: Š Martina Distefano

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on c’è estate che tenga. Da qualche mese a Catania è cominciata la stagione dei tuffi alla piscina comunale di Nesima. «La struttura è di nuovo fruibile dalla metà ottobre grazie al comune di Catania – ci spiega Claudio Grancagnolo, presidente di Catania Nuoto 2000, società nata nel 1997 e specializzata nelle attività legate al nuoto –, e per la prima volta stiamo iniziando a immettere in questo grande mercato una scuola tuffi; è uno sport che molta gente vorrebbe praticare e non ha mai avuto una struttura adeguata, adesso ci siamo noi». È la prima della zona, e addirittura uno dei pochi esempi da Cosenza in giù. «Questa scuola nuoto arriva – continua Claudio – dall’idea di un atleta che per tanti anni si è allenato a Roma ed era alla ricerca di una struttura che gli garantisse la possibilità di continuare a praticare lo stesso sport anche in Sicilia». L’atleta, che per l’occasione si è anche improvvisato istruttore, si chiama

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Fabrizio Rodonò, campione italiano 3m master nel 2009 e quinto lo scorso anno ai mondiali master di Montreal per la categoria 45-49. «Ho cominciato questa disciplina a 32 anni – ci racconta Fabrizio – e ho potuto constatare che è uno sport fattibile, non pericoloso, molto divertente». Un’attività che agevola la concentrazione, qualità necessaria in uno sport che prevede una preparazione di mesi per giocarsi tutto in pochi istanti. «La preparazione al tuffo richiede sangue freddo – conferma Riccardo Campisi, atleta della scuola –, tante prove, tante ore di allenamento anche fuori dall’acqua». Per Fabrizio, che intanto si allena per gli europei del prossimo anno, è stata comunque una grande occasione per portare il suo sport in questa città. «È una valvola di sfogo e facciamo tutto questo per passione, per poter fruire di questo stupendo impianto». La passione per i tuffi attraversa le età. Fabrizio ci racconta di un tuffatore della scuola romana che ha cominciato a 89 anni. «Non ci sono limiti – aggiunge – e servono un po’

Per iscriversi e/o chiedere informazioni relative ai corsi facebook.com/CTuffi Società “Catania Nuoto 2000” responsabile Claudio Grancagnolo (3315805711) catanianuoto2000@yahoo.it

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di allenamento fisico, stretching, addominali, gambe e poi tanti tuffi perché bisogna sempre allenare l’ingresso in acqua». Uno sport di famiglia veramente per tutti, confermano Riccardo e altre coppie di genitori e figli, che arrivano a Nesima per lanciarsi dai trampolini. «Da tanti anni sognavo questa disciplina in Sicilia, oggi vengo qui a praticarla assieme a mio figlio, così riesco a toglierlo per qualche ora da casa e dai videogiochi». Per il momento è ancora troppo presto per parlare di futuro, visto che la scuola esiste soltanto da qualche mese, però si comincia a pensare già in grande. «Oggi siamo un gruppo di appassionati – conclude l’istruttore davanti alla camera di Move –, domani non sappiamo cosa potrà accadere, però conosco tante persone, anche a livello internazionale, che sarebbero disponibili a venire a fare gli istruttori a Catania. Di certo sarebbe necessario un investimento per andare oltre la configurazione attuale, però sarebbe bello preparare qualcuno per gli eventi importanti».

MovExtra Per il video integrale dell’intervista e le riprese dei tuffi dal trampolino Move in Sicily moveinsicily.com/magazine


Malizia di Salvatore Samperi Italia 1973, 98’ Trama: Acireale, fine anni cinquanta. Il commerciante di tessuti Ignazio La Brocca, rimasto vedovo con tre figli da crescere, trova nella domestica Angela La Barbera, assunta dalla defunta moglie e arrivata da loro il giorno stesso del funerale, la donna ideale da sposare. L’attraente domestica suscita però anche l’interesse dei due figli più grandi: il maggiore, il diciottenne Antonio, dopo aver visto respinte le sue insistenti attenzioni e aver scoperto le mire del padre, si fa da parte, mentre il quattordicenne Nino, profondamente infatuato della donna, le fa una corte incessante e ostacola anche il matrimonio con il padre. Location: Acireale (Basilica San Sebastiano, Castello Scammacca, Duomo di Acireale, Piazza Duomo, via Molino a Santa Maria La Scala). Cast: Laura Antonelli, Turi Ferro, Alessandro Momo, Angela Luce. Tutte le location del film si trovano sull’app di MovieinSicily scaricabile gratuitamente da tutti gli store e/o sul sito movieinsicily.org A cura di Giorgia Butera e Daniela Fleres ph Alfredo Magnanti

Move in Sicily - 06/2015  

Il sesto numero di Move in Sicily comincia con la splendida copertina illustrata di Alessandro Venuto che ci introduce nel mondo dell'Ecomus...

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