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a Lidia

...Pelizza sapeva farsi bambino per rendere il bambino adulto senza intaccare il patrimonio di fantasie e di emozioni al cui interno è custodito, nel suo enorme mistero, il nucleo piÚ originale del futuro uomo...

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Il topo ammaestrato Mario Pelizza e la didattica della fantasia A cura di Mimma Franco e Mauro Mainoli

Edizioni FAVOLAREVIA 3


Copertina: disegno di Gian Piero Vignoli elaborazione grafica di Walter Arzani Proprietà letteraria riservata Š 2001 edizioni FAVOLAREVIA Castelnuovo Scrivia (AL) Stampa Dieffe snc - Castelnuovo Scrivia (AL)

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IL SEME Il maestro è simile ad un uomo che lavora la terra. Semina un campo. Non sa se la semente gettata è adatta al terreno. Non sa se germoglierà. Non sa se metterà salde radici nelle profondità della terra. A volte, per un caso fortuito, queste radici vengono allo scoperto. E’ accaduto lo scorso anno, al concorso nazionale “La storia più bella...” La favola del topo Tartaglione del maestro Pelizza è riaffiorata nei ricordi dei suoi scolari di un tempo e, con la favola, il suo insegnamento di vita, un seme attecchito in tanti terreni diversi, dissodati con amore. Questo libro ne raccoglie le testimonianze, vivide, affettuose, commosse. Mimma Franco di FAVOLAREVIA

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SMS Se un editore preciso e attento, come Mimma Franco, avverte la necessità di pubblicare un libro significa che in molti gliel’hanno chiesto. Se il soggetto del libro è un maestro di scuola elementare significa che ha lasciato un segno nei suoi allievi. Il maestro Mario Pelizza, evidentemente, ha vissuto il suo lavoro come una missione. Una specie di scuola di Barbiana dove gli studenti e l’insegnante non sono divisi dalla cattedra e dai banchi. Dove sono seduti uno di fronte all’altro come in un cerchio: pari diritti, stessi doveri. Maestro compreso. Dagli anni sessanta ad oggi la scuola è profondamente cambiata. Sicuramente in meglio per quanto riguarda la possibilità del sapere e del conoscere. Sicuramente in peggio per quanto riguarda l’affetto, il sentimento, la carica emotiva, la voglia di crescere insieme. E se allora era la miseria e la povertà ad unire i ragazzi infarfallati e con la divisa, oggi è il benessere che divide, che crea le classi sociali, che molto spesso prevarica e confonde la linea dei diritti e dei doveri. I giovani che studiano nel terzo millennio sono sicuramente più fortunati: hanno il computer, navigano su internet, hanno 50 mila lire in tasca tutti i giorni, possono divertirsi e frequentarsi, hanno una mentalità più aperta e più liberista. Hanno tutto, telefonino compreso. Eppure, ascoltandoli, seguendoli, frequentandoli, in tutti questi anni in cui mi sono occupato di Pubblica Istruzione a Castelnuovo, noto che hanno meno stimoli, il sociale non li attrae, l’impegno lo dimostrano a compartimenti stagni. Più avanti, oltre queste righe, leggeremo la vera anima del libro. Le testimonianze sorprendenti di chi ha avuto il maestro Pelizza. Il suo modo di insegnare e di trasmettere il sapere, il suo atteggiamento di fronte ai problemi quotidiani, la sua voglia di sentirsi eternamente bambino per comprendere i bambini. Non vogliamo farne un idolo o un guru. Semplicemente testimoniare quanto è stato importante, lui, come tanti altri, per la nostra scuola. E quanti maestri Pelizza, ancora oggi, ci sono nella scuola italiana. Certo, il metodo è cambiato. La geografia si insegna grazie ad internet, negli anni del maestro si andava in campagna con la bussola e si guardava l’orizzonte. 7


Tempi diversi. Ora non serve piÚ andare nel campo o raccontare la favola del topo Tartaglione. Tempi cambiati. Ora l’italiano si impara con gli SMS.

Gianni Tagliani Assessore alla Pubblica Istruzione Comune di Castelnuovo Scrivia

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Grazie, Lidia Non ho conosciuto il maestro Mario Pelizza: come avrei potuto? Sono arrivata a Castelnuovo agli inizi del 1997. Quando mi hanno chiesto di scrivere qualcosa che lo riguardasse, per questa raccolta di testimonianze certamente straordinarie, ho accettato per aggiungere al coro di affetto e di stima che lo ricorda, la voce della Commissione Biblioteca. Di lui non so niente che già non sia stato detto e scritto da altri che lo hanno conosciuto, che hanno vissuto parte della sua vita. Di lui conosco sua moglie Lidia. Parlerò di lei. Come dice un sublime poema indiano “mi è amico colui che è amato da chi amo”. Lidia amava e ama suo marito Mario. Io amo lei: per tante ragioni che forse a lei non piacerà veder scritte in un libro che dovrebbe riguardarla soltanto come parte di una vita che ha condiviso. Parlerò di lei, e Mario diventerà mio amico. Dirò di quando l’ho vista la prima volta, in una seduta dell’assemblea della Commissione Biblioteca, allora presieduta da Fulvia Bernardini. Ci guardava uno a uno, per quanti eravamo seduti intorno a quel tavolo nella vecchia biblioteca, con meraviglia. Ci ascoltava con un sorriso lieve, paziente sulle labbra appena ravvivate dal rossetto. Avrebbe accettato le nostre decisioni, avrebbe aderito ai nostri programmi: chiedeva sottovoce se il mazzo di fiori secchi, stupendo come tutti quelli che ha fatto anche in seguito per noi, doveva essere alto o basso, e quale vaso, e quali colori. Chiedeva se e in quale modo esserci utile. In questi anni, e per molte occasioni, l’ho conosciuta meglio. Lidia quel sorriso non l’ha mai perduto. Mai una volta mi è capitato di incontrarla anche per caso con i capelli in disordine, l’abito poco appropriato alla circostanza, il volto corrucciato. Schiena dolente, problemi di salute suoi o di qualcuno che le è caro, non l’hanno mai allontanata dal tavolo delle nostre assemblee. Mai hanno spento quel sorriso. Generosa, gentile, lieve come sanno esserlo soltanto le persone che sfiorano la vita. Senza troppe parole (divina signora dai silenzi divini!), ha partecipato sempre con entusiasmo ai nostri progetti: tavole in mostra con le vecchie cose di casa cercate con cura, nel gusto e nell’amore per le tradizioni; ricette, libri, generosi contributi, presenze. Presenze, anche nei momenti più duri. Presenze: con quel sorriso lieve e paziente sulle labbra che si trasforma in riso in rari momenti magici. E la gioia di esserci, di partecipa9


re, di condividere. Aver conosciuto Lidia e volerle bene mi riconduce a suo marito Mario. Un vecchio saggio recita che dietro a ogni grande uomo c’è sempre una grande donna: una donna come Lidia. Capace di tanta delicatezza; capace di grandi silenzi e di parole confortanti; capace di generosità e di riserbo; capace di essere presente anche nei momenti duri. Chiedendo se e come essere utile. Lidia, sua moglie, è sicuramente la testimonianza che questo grande uomo ci ha lasciato di sé. Mario: che io non ho conosciuto. Ma che ora è anche mio amico. Elda Lanza Presidente della Commissione di Gestione Biblioteca civica P. A. Soldini - Castelnuovo Scrivia

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PREFAZIONE Il topo Tartaglione è al suo primo salto generazionale: nato negli anni sessanta tra i banchi della scuola elementare dalla fantasia di un insegnante che amava troppo i suoi allievi per condannarli alla freddezza dei manuali didattici, è caduto in letargo tra le prime ansie adolescenziali di chi si preparava a lasciare l’infanzia e si è riaffacciato improvvisamente, tra un affanno e l’altro, nella memoria dei genitori d’oggi, educatori inquieti e sempre in cerca del modo più efficace per comunicare ai figli ciò che sembra diventato incomunicabile, l’amore per la vita. Una madre ha raccontato a suo figlio quanto il topo Tartaglione fosse felice di vivere in una scarpa e con quanta emozione si mettesse ad esplorare ciò che era al di là del fiume. Il figlio si è riconosciuto nel topo entusiasta che stringeva amicizie con ogni creatura e non smetteva mai di ficcare naso e baffi sotto ogni foglia del bosco. Madre e figlio hanno deciso insieme: “Al concorso della favola più bella dobbiamo mandare questa”. Chi giudicava i racconti inviati alla quinta edizione del concorso La storia più bella raccontata dai miei nonni si è trovato di fronte all’odissea di un topo inventato di lezione in lezione da un maestro che insegnava più di trent’anni fa, ha chiesto se qualcuno aveva mai sentito parlare di un tal Pelizza e del suo strano modo di catturare l’attenzione degli alunni e ha infine cercato di capire quale inconsueta strategia educativa possa lasciare tracce così intense, profonde e singolari da entrare nell’immaginario collettivo di una intera comunità e trasmettersi alla generazione successiva. E’ nato così il progetto di un libro dedicato al topo Tartaglione e al suo originale e sfuggente inventore. Subito si è presentata la prima, insormontabile difficoltà: non è stato possibile ricostruire il tessuto narrativo della fiaba che in ogni giorno scolastico, dagli anni sessanta fino al 1975, un maestro fantasioso raccontava ai suoi allievi affascinati. Mezz’ora prima del termine delle lezioni i bambini pretendevano di sapere dal loro maestro, che così li aveva abituati, cosa fosse accaduto al topo Tartaglione dall’ultima volta che l’avevano lasciato alle prese con qualche nuovo compagno d’esperienze e quali lezioni avesse imparato dall’esplorazione, spesso incauta, del mondo microscopico che lo circondava. Il maestro, che neppure ricordava dove 13


avesse interrotto il filo della narrazione, filtrava con attenta sensibilità il suo vissuto quotidiano, distillava il suo amore e la sua attenzione per le piccole e semplici cose, raccoglieva tutta la carica emotiva accumulata nel difficile esercizio di vivere ogni giorno senza cadere nella gabbia degli egoismi, e inventava un nuovo frammento dell’immensa saga di un topo vagabondo e curioso, posseduto da una smania vivace di viaggiare. Il giorno dopo, e per quindici, preziosi, anni scolastici, la scena si ripeteva con lo stesso trasporto emotivo. Pelizza non preparava in alcun modo lo sviluppo narrativo e non ha mai lasciato traccia scritta delle avventure del suo personaggio: il racconto si innestava su un episodio casuale della vita del maestro, dell’alunno o della classe e funzionava da occasione appassionante per puntare con leggerezza la lente d’ingrandimento su quel che accade ogni giorno e cercare fra le pieghe delle cose, là dove andrebbero cercate, le radici delle scelte importanti e dolorose che la crescita non permette di evitare. Come avviene per ogni tradizione orale, la saga del topo Tartaglione è narrazione fantastica, distrazione, ma anche potente strumento didattico perché veicolo di trasmissione diretta dell’esperienza e del sapere, insegnamento non codificabile e non trascrivibile sui manuali e proprio per questo carico di quelle suggestioni, di quell’immediatezza, di quel complesso e attento aggancio al quotidiano che sono le costanti di tutte le antiche tradizioni orali in cui il trasmettersi la conoscenza a voce, narrando, per millenni è stato il pilastro della sopravvivenza e dell’equilibrio. L’odissea del topo curioso non può essere trascritta, essendo la sua forza proprio nell’occasionalità e nella articolata complessità delle vicende, tutte frutto della rielaborazione in chiave educativa di quegli episodi del vissuto quotidiano che ingannevolmente si presentano come i più banali e quindi meno raccontabili. Ogni allievo di Pelizza ricorda il topo Tartaglione e la sua insopprimibile ansia di conoscere. Pochi riescono a mettere in fila più di un paio di brevi episodi. Nessuno è stato in grado di ricostruire l’intera vicenda. Per non perdere ogni traccia di questo percorso educativo unico e originalissimo si è deciso, allora, di ricorrere ad un artificio poco filologico ma di indubbia efficacia: si è trascritta l’ormai famosa fiaba raccontata dalla madre al figlio e già pubblicata in occasione dell’ultimo concorso della Favola più bella - fissando così un filone importante della saga - e la si è integrata con una ricostruzione fantasiosa di alcune delle avven14


ture più piacevoli, nel rispetto dei moduli narrativi di Pelizza e delle costanti del suo personaggio. La ricostruzione è opera di Gian Luigi Zeme, che di Pelizza è stato alunno, e di alcuni allievi della scuola elementare e media. Tutto il lavoro di indagine sulla saga del topo, svolto attingendo ampiamente ai ricordi degli alunni, ha spalancato la porta sulla straordinaria personalità dell’autore, fotografato dalla memoria degli allievi nella sua umile, silenziosa, appassionata ricerca di quelle poche verità alla cui luce vale la pena di crescere l’umanità del futuro. Si è capito, allora, che questa intensa galleria di ricordi costituiva la tessera preziosa di un mosaico che non doveva essere perduto. Abbiamo quindi deciso di pubblicare tutte le testimonianze che ci sono giunte dai suoi alunni, colleghi e amici nella loro totale e fresca interezza. Spetterà al lettore cercare il maestro Pelizza là dove gli sembra più toccante trovarlo. Completano questo difficile tentativo di ritratto, sicuramente solo abbozzato, una breve ricostruzione del metodo e degli ambienti educativi degli anni sessanta, alcune riflessioni su una conversazione avuta con la moglie Lidia e qualche passo tratto dalle lettere che il maestro spediva agli alunni e ai colleghi, più proficue di qualunque trattato di pedagogia. Pubblichiamo, infine, uno splendido racconto autobiografico trovato casualmente fra i suoi appunti. Un grazie va a tutti coloro che hanno accettato il disagio di scolorire emozioni ben custodite e preziose affidandole alle approssimazioni della carta stampata, Lidia Crosta Pelizza in particolare. Qualche scusa a tutti coloro che, per ragioni meramente organizzative, non hanno potuto aggiungere il calore del loro ricordo personale. Mauro Mainoli

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la vita

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Albero genealogico a cura di Angelo Maggi Luigi Pelizza “del Pizzale” arriva in Alzano attorno al 1850; ha due figli, entrambi nati a Pizzale (dove ancora oggi ci sono famiglie Pelizza): Giuseppe, di professione ciabattino, avo del maestro Mario, e Mauro, la cui discendenza vive oggi ad Alzano nella persona di Pelizza Maria (di frè), l’ultima che porta questo cognome.

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Mario Pelizza nasce a Castelnuovo Scrivia il 4 ottobre 1930 nella casa di famiglia, fra la piazza e la via Cavour (ex casa Costa). I genitori, entrambi insegnanti, sono Giuseppe (1897-1978) e Corinna Spalla (1893-1944). I Pelizza sono originari di Alzano; infatti, risalendo a ritroso le generazioni, troviamo il nonno Leandro di Alzano e il bisnonno Giuseppe. Gli Spalla sono di Monte Valenza. Il nonno Raimondo, pure lui insegnante, ha due figli, Corinna ed Eusebio e perde precocemente la moglie, Genoveffa Raselli. Rimane con i due bimbi di tre e quattro anni e quindi si risposa con Ester Burzi (maestra) e nasce una terza figlia, Maria, la notissima maestra Spalla di Alzano. I genitori di Mario, Giuseppe e Corinna, essendosi rifiutati di prendere la tessera del fascio, vengono trasferiti da Castelnuovo verso una zona disagiata e, intorno al 1932, inizia il periodo di soggiorno a Cannobbio, in provincia di Novara, e poi a Castelletto Ticino. Nel ‘44 muore la mamma Corinna e il padre rinuncia all’insegnamento per poter tornare ad Alzano, in via Buca, e dedicarsi alla coltivazione di una piccola proprietà e alla sua grande passione: l’allevamento delle api. Mario, dopo aver frequentato le scuole medie ad Arona, si iscrive al Liceo

La casa natale, ex casa Costa, al centro, fra la piazza e la via Cavour.

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Mario Pelizza all’Asilo (foto in alto, prima fila in basso, il sesto da sinistra) e alla colonia estiva a Marina di Massa nel 1937 (il secondo da sinistra, in prima fila).

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di Voghera che raggiunge tutti i giorni in bicicletta. Il padre si risposa con la maestra Luisa Valdatara, insegnante di scuola elementare a Gerola. Mario non si adegua facilmente alla nuova famiglia e il suo punto di riferimento è la nonna che provvede come può, sia per le condizioni economiche modeste, sia per l’età. Mario, infatti, raccontava che, quando andava a ballare, indossava le vecchie camicie del nonno che non avevano due bottoni uguali. S’iscrive alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Pavia, ma poi desiste per i costi eccessivi e anche perché le quotidiane pedalate da Alzano a Voghera per prendere il treno incidono sul suo cuore ballerino e lo affaticano parecchio. La zia Spalla prende in mano la situazione e lo prepara per l’esame di diploma magistrale, così Mario a vent’anni è anche lui maestro seguendo la tradizione di famiglia; ma dovranno trascorrere alcuni anni prima di avere una cattedra fissa. Nel 1950 si impiega presso la ditta Colla che a Castelnuovo estrae e frantuma la ghiaia dello Scrivia. La zia Chiale gli offre una camera del suo alloggio in via Dante. Viene richiamato al servizio militare e inviato ad Ascoli Piceno, poi frequenta il corso per allievi ufficiali e diventa sottotenente di cavalleria blindata. Poco prima di partire ha conosciuto Lidia Crosta di Moncalvo, ma residente a Casale Monferrato dove è impiegata negli uffici di una clinica. L’incontro rientra nella casistica della più totale normalità: una coppia di fidanzati che si prendono la briga di far incontrare il rispettivo amico e amica e il gioco è fatto! Mario non ha un lavoro fisso e pertanto non è ancora venuto il momento del matrimonio, ma solo di una lunga serie di incontri a Casale, raggiunta a bordo della propria “Lambretta”. 21


Tira avanti con supplenze e lavoretti vari fino a quando c’è l’idoneità al concorso magistrale. A questo punto finalmente ci si può sposare e la coppia si trasferisce a Forotondo, in Val Curone. Ha una pluriclasse con alunni di terza, quarta e quinta e gestisce, con l’aiuto di Lidia e di Don Remotti, anche la refezione procurando legna, patate e cipolle. Con l’arrivo della primavera inizia l’esplorazione dell’ambiente tramite lunghe camminate su per i monti, alle quali, oltre ai bambini, partecipa anche Lidia. L’anno successivo scatta il trasferimento a Castelnuovo e a Mario viene assegnata una classe prima. Sarà il gruppo iniziale di bambini che porterà in quinta, come avverrà poi altre due volte, sino a quando la malattia non interromperà questa cadenza quinquennale. Mario e Lidia si insediano al piano superiore della vecchia casa della zia Chiale, in via Dante, ereditata dal padre che ha riattato la parte bassa per sé e per la moglie. Nel 1967 si costruiranno una villetta in via Kennedy, la casetta confortevole che offrirà a Mario un rifugio definitivo e sicuro dopo Sottotenete di Cavalleria Blindata tante peregrinazioni. La stessa casa in cui vive tuttora Lidia nel ricordo di Mario e di quel legame profondo che li univa e che manifestava con molta naturalezza, stupendo e affascinando i bambini. Il periodo 1960-1974 è quello più intenso. La famiglia Pelizza stringe 22


molte amicizie poiché il carattere di Mario, pacato, razionale, comprensivo, mai malevolo, si presta ad attirargli simpatie. Per di più è un ottimo ascoltatore e ciò piace ai più. Non solo amicizie in paese e con i colleghi (Galasco, Mussio, Arzani, Fezia, Baldi, ecc.), ma anche in tutta Europa. La famiglia Pelizza trascorre tutte le estati in roulotte in giro per l’Italia e l’Europa. I vicini di campeggio, che siano francesi, tedeschi, svizzeri, olandesi o austriaci diventano amici per sempre e lo scambio successivo di lettere e di visite va spesso avanti per anni. E’ attivissimo donatore di sangue; e, con il consenso unanime dei colleghi, diviene il fiduciario, ossia il responsabile delle scuole elementari di Castelnuovo. Nel 1970 e nel 1971, accompagnato da Lidia e dall’amica Sandrina, trascorre l’estate in Burundi. Aveva saputo da don Carlo di questo gruppo di tortonesi e di milanesi che collaborava con le missioni di Gitega e di Kabulantua. Nessuna esitazione e si ritrova al centro dell’Africa a capo di un gruppo che provvede alla costruzione di una scuola e di una chiesa, mentre la moglie è addetta alla cucina. I momenti più gratificanti sono, però, quelli in cui accompagna un medico milanese nei vari ambulatori (semplici capanne di paglia) dei villaggi circostanti. Pulire ferite, fasciare, tenere in braccio bambini malati scuote la sua abituale calma. Si emoziona e lavora con un impegno e un entusiasmo straordinari. Per lui viaggiare, conoscere, fare esperienze, leggere, ascoltare musica non è soltanto motivo di benessere personale, ma costituisce anche “materiale didattico”. Tutto è utile per avere storie da raccontare ai bambini, per stimolarne gli interessi, per creare emozioni, per orientare, per fornire modelli di vita ai suoi alunni. In un appunto ritrovato fra le sue carte, Mario scrive: “Il nostro lavoro e le loro conquiste non possono essere giudicate con fredde votazioni. La scuola è vita, è vivere insieme. Continuerò la mia opera educativa ricercando, più che gli approfondimenti specifici, quella maturità di mente e di cuore che sono di fondamento alla vera educazione” (…) “conosco i miei alunni dalla prima e questa conoscenza si è ormai trasformata in affetto, ed è fonte di esperienza per me e di fiducia per loro”. Mario ama vivere con i “suoi” bambini, sono una componente fondamentale della sua vita; stare a scuola è sì il suo lavoro, ma anche un 23


momento di gioia e di soddisfazione quando, oltre alle nozioni, gli alunni apprendono il valore dell’impegno, la pacatezza, il rispetto per gli altri, la curiosità di conoscere e di capire, l’amore per la natura. Mario e Lidia non possono avere figli e ne sono addolorati anche se ogni anno ne “adottano” una ventina, Mario in presa diretta e Lidia attraverso il racconto e le riflessioni quotidiane del marito. Nel 1974 la morte è in agguato. Le prime avvisaglie concrete si manifestano durante una escursione in canoa sul Lago Maggiore. Un temporale sorprende Mario e Lidia in mezzo al Lago. Lo sforzo per raggiungere al più presto la riva è intenso e il giorno dopo una tosse stizzosa e un forte senso di affaticamento lo perseguitano. Il successivo ricovero all’ospedale di Pavia rivela una cardiopatia congenita che, a detta del cardiologo, non gli consentirà più di due anni di vita. E’ questa una malformazione che non perdona, che invecchia precocemente il cuore e che colpisce i componenti maschi della famiglia (aveva già ucciso a 48 anni suo nonno Raimondo Spalla e suo zio Eusebio a 18 anni). Non inizia l’anno scolastico 1974-1975 e si trasferisce a Ventimiglia. Apparentemente sta bene, ma ogni sforzo può essergli fatale. Il 10 febbraio 1975 torna a Castelnuovo per sistemare alcune pratiche. La mattina successiva la moglie esce, ma si attarda un po’ poiché molti la fermano per sapere come sta il maestro. Al rientro trova Mario in bagno, pallido, senza forze e con il respiro corto. Viene fatto di tutto, ma il giorno dopo, il 12 febbraio 1975, muore all’età di 44 anni. Antonello Brunetti

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la saga del topo tartaglione

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Le avventure del topo Tartaglione Fiaba premiata al V Concorso Nazionale “La storia più bella raccontata dai miei nonni” Questa favola mi è stata raccontata dalla mamma, che a sua volta l’aveva ascoltata da un famoso maestro del paese Mario Pelizza. Tartaglione viveva in una scarpa trovata nel bosco, con la stringa fece la scala, con un buco la finestra, con il sottopiede la moquette, con delle foglie il tetto, con dei rami la scala interna, con il cotone del pioppo il letto, e con dei rami il tavolo. Margherita, una topolina bianca, si innamorò di Tartaglione, solo che aveva un piccolo difetto, tartagliava e per chiederle la mano ci mise un quarto d’ora e poi si innamorò. Un giorno egli invitò Margherita a casa e dopo aver cenato si addormentarono profondamente. Durante la notte venne un forte temporale e quando si svegliò senza rendersene conto Tartaglione salì dalla scala per procurarsi la colazione ma venne quasi investito dall’acqua piovana che venne giù così forte da allagare il bosco, la scarpa di Tartaglione galleggiava dispersa e avvertì subito Margherita. Saliti sul tetto hanno visto una cascata e, temendo che la casa di Tartaglione potesse ribaltarsi, gli venne in mente di prendere una corda nella dispensa e formando un cappio si agganciò al primo ramo che trovò. Piano piano si arrampicarono alla corda e si salvarono, videro la loro casetta scivolare nella cascata. Quando finì la tempesta entrambi erano liberi, e dopo un po’ di tempo decisero di sposarsi e andare a vivere nella casa di Margherita. I due topolini erano molto poveri e per il viaggio di nozze decisero di andare in Africa dai loro parenti in cerca di lavoro. Non era facile salire sulla nave perché c’erano degli uomini; allora si intrufolarono di notte e incontrarono un topo clandestino di nome 27


Salem. Ad un certo punto a Margherita venne fame e Salem allora andò nella dispensa a prendere il formaggio. Ad un tratto arriva il cameriere, il topolino fa un buco nel formaggio e vi si nasconde. Il cameriere all’insaputa prende il vassoio e lo porta nella sala da pranzo, ma Salem fa un altro buco nel formaggio e, sgusciando tra le gambe dei tavoli, piano piano torna nella dispensa, dove prende un altro pezzo di formaggio da portare nella stiva, il suo nascondiglio. Margherita sente il capitano che dice: “Cambiamo rotta”. Si fermarono in un paese vicino all’Africa a fare rifornimento di cibo. Nel frattempo, Margherita,Tartaglione e Salem andarono in un bar e mentre Tartaglione si inciuccava Margherita disse: “La nave sta partendo!”. Tartaglione non si reggeva in piedi, allora Salem se lo mise sulle spalle e per un pelo riuscirono a salire sulla nave. Infine sbarcarono in Francia e trovarono un lavoro e degli amici. Stefano Bassi

La storia infinita Ecco alcuni brani della lunga storia, “ricostruiti” attraverso i ricordi. Il topo Tartaglione è disponibile alla condivisione della parola e del gesto e sempre attento agli aspetti tecnici e al modo in cui gli amici che incontra utilizzano gli scarti della società. Siamo negli anni ’60: il riciclaggio, l’effetto serra ecc. devono ancora venire ma il narratoreautore già stimola ad una sensibilità ecologica. Al maestro preme insegnare l’arte dell’arrangiarsi, quasi per farci mettere da parte un’esperienza che non impareremo tra i banchi della scuola. La naturalezza e la semplicità appassionano e uniscono insegnante e scolaro lasciando spazio ad emozione e interazione. L’OSTERIA DI POLDO E LUCIO Il topo Tartaglione viaggiava da giorni lungo il greto del torrente e aveva una gran voglia di incontrare qualcuno per scambiare due parole. In fondo non gli mancava altro: aveva acqua a volontà e il cibo lo trovava scavando tra le foglie e i rami degli alberi e poi un posticino comodo per dormire, con un po’ d’attenzione, lo trovava tutte le sere. 28


Ecco che sente una musica in lontananza. Forse un pescatore e in ogni caso un uomo; non di conforto alla sua solitudine. Camminando il suono aumenta… sale su un grande sasso ricoperto di muschio verde per vedere meglio… ecco che all’orizzonte si nota una sagoma scura tra i cespugli. Sembra una grande pentola capovolta. Sceso dal sasso va in fretta in quella direzione. A poca distanza capisce di cosa si tratta: un’automobile! Una grossa automobile abbandonata sul greto del torrente: nera, con una porta aperta e i finestrini chiusi. Dall’interno provengono suoni, voci allegre e una musica come quella che sentiva quando al paese festeggiavano in piazza d’estate. Un topolino esce e salta giù dalla macchina. “Ehi! Amico!” grida Tartaglione,“Ciao…caro! Vai alla festa nell’Osteria di Poldo?” risponde l’altro, barcollando. Tartaglione non sapeva né della festa né di chi fosse l’Osteria ma visto lo stato allegro e disponibile dell’interlocutore pensa bene di non complicargli la vita con tante domande e, facendo finta di essere un cliente fisso, risponde: ”Si! Certo! E tu?”. Illustrazione di Carlo Zeme, I B - Scuola elementare di Si raccontano così un Castelnuovo Scrivia. po’ di cose: il topo Tartaglione spiega che sono giorni che non vede nessuno e il nuovo amico racconta tutti i particolari dell’Osteria e di come si mangia e si beve bene. Il locale si chiama:“Da Poldo e Lucio”. E’ frequentato da tutti i topi della zona. Lo hanno allestito i due padroni in una vecchia automobile abbandonata da alcuni anni. Abbandonata perché colpevole di avere un motore ormai non più riparabile. In compenso la carrozzeria è ancora buona e soprattutto l’autoradio va a meraviglia. L’unico problema è la batteria: deve essere caricata ogni tanto grazie ad un marchingegno ideato da Poldo (una specie di bicicletta-dinamo). Tra le cose trovate nell’auto anche una “musicassetta” del genere “liscio” che è proprio adatta. 29


Il topo Tartaglione saluta l’amico ed entra nel locale. Ci sono alcuni topolini che ballano sul sedile posteriore mentre sul cruscotto, con vista sul fiume, sono sistemati tavolini (scatolette di tonno rovesciate) e seggiolini (tappi da spumante): un vero e proprio bar. Saluta e ordina da bere un bel bicchiere di vino rosso; tutta la tristezza dei giorni passati si scioglie con quel vinello che scalda e rende la mente leggera. Diventa amico degli altri topolini e soprattutto fa amicizia con Poldo e Lucio. Passa, così, una serata indimenticabile proprio perché tanto inaspettata. E per la notte: una bella cameretta ricavata da una scatola da scarpe messa nel baule dell’automobile. Tartaglione non aveva mai dormito così serenamente. LA BARCA DEL TOPO TARTAGLIONE Davanti al suo cammino si presenta un fiume, molto più grande di quelli visti sino ad ora. Sembra un mare. La voglia di viaggiare è tanta, non sarà certo questo ostacolo a fermare il nostro amico. Ma il coraggio non basta, ci vuole anche un mezzo per arrivare dall’altra parte. Tartaglione comincia a curiosare sulla riva. Trova delle latte, dei rami, qualche vecchio copertone. Ad ogni progetto immaginato subito si oppongono difficoltà: il copertone è troppo pesante, la latta troppo instabile, il ramo potrebbe ruotare su se stesso e poi è stretto. Bisogna farsi venire un’idea, fa caldo e il sole arroventa i sassi rendendo difficoltosa la ricerca. Poi ecco un oggetto che lo ispira positivamente: una vecchia pantofola di panno marrone, chiusa dietro, con suola di gomma. Niente sarebbe stato più utile. Il nostro amico comincia a utilizzare oggetti già raccolti: spago, fil di ferro, un cucchiaio e rami secchi. Con un po’ di fatica riesce a legare i rami ai lati della pantofola e col fil di ferro fa una traversa per sedersi come su una vera barca. Carica il sacchetto con le provviste e il cucchiaio. Poi spinge la “barca” verso l’acqua. Ora il fiume fa più paura, l’acqua scivola veloce e appena sfiora la punta spinge forte. Un passero che ha seguito i preparativi scende, si posa sulla barca e rivolgendosi al topo dice: “ Vuoi un aiuto?”. “Certo! Grazie, potresti davvero darmi una mano o un’ala......( ! )”. E ridendo per la battuta iniziano la navigazione. Tartaglione è seduto e 30


Illustrazione di Carlo Zeme, I B - Scuola Elementare di Castelnuovo Scrivia.

rema col cucchiaio, il passero Briciola sta a prua governando con colpi d’ala le sbandate provocate dalla corrente. La traversata è lunga, difficile, faticosa e incerta. Ma, come si dice, l’unione fa la forza. Raggiungono un isolotto e poi di nuovo nell’acqua fino ad aggrapparsi a delle radici che spuntano dalla sponda. La barca ha retto bene ed è un peccato abbandonarla. Allora Tartaglione decide di regalarla a Briciola. Farà il traghettatore per tutti gli amici che devono attraversare il grande fiume. Si salutano e sperano di rivedersi presto, magari quando verrà l’autunno. Da lontano il topo si gira a vedere l'amico traghettatore che naviga tra le piccole onde del fiume. E’ stata una bella esperienza. Ma ora bisogna camminare per arrivare alla città dove Tartaglione vuole scoprire cose nuove, mai viste. Ha sentito parlare di negozi, semafori, luci e molti posti dove trovare del cibo a buon mercato, vuole proprio vedere se è vero. Si vedono e si salutano: Tartaglione agitando il suo sacchetto e Briciola sventolando un’ala.

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IL TOPO TARTAGLIONE VA IN CITTÀ Dopo tanto cammino finalmente Tartaglione arriva in città. Il paesaggio che prima comprendeva solo alberi e campi adesso cambia e le case sempre più ravvicinate fanno capire che la meta si avvicina. Sulla strada aumentano automobili e motorini: nascondersi nei fossi diventa sempre più necessario per evitare di rimetterci la coda o le orecchie. Si ferma a riposare e a riflettere sul da farsi nei pressi di una casa; dentro il cortile nota una grande cuccia con la scritta “Lampo”. Dopo poco arriva anche il cane: è grosso, nero e per via di qualche pelo bianco sul muso si capisce che deve avere una certa età. Osservando da lontano vede che Lampo è di animo buono con tutti e tratta bene i suoi amici animali che vivono con lui nel cortile (il gatto, la tartaruga e il gallo). Tartaglione pensa che è l’animale giusto per i suoi bisogni, chiederà aiuto a lui per visitare la città. Prende il coraggio “a due zampe” e va a parlargli. Al cane piace l’idea di Tartaglione: gli farà da “Cicerone” portandolo in groppa tra le vie affollate. In compenso Tartaglione gli darà una ricetta portentosa per fare un

Illustrazione di Carlo Zeme, I B - Scuola elementare di Castelnuovo Scrivia.

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sapone antipulci secondo una vecchia ricetta appresa, quando viveva in campagna, dal vecchio gatto Rando. Il topo si arrampica fino al collare del cane e insieme partono..... E’ emozionante stare in groppa a Lampo, il mondo si vede da un’altra prospettiva. Attraversare la strada è facile e sicuro (Lampo aveva studiato anche un po’ da cane per ciechi quando era giovane e sapeva attraversare le strade benissimo). Una cosa divertente è vedere gli oggetti esposti nelle vetrine illuminate e gioiose. E nessun gatto ha il coraggio di guardare male Tartaglione... dovrebbe poi vedersela con Lampo. I posti più allettanti sono le uscite delle cucine dei ristoranti e quelle di servizio delle botteghe alimentari: i due fanno svariate merende. Dopo il divertimento anche un po' di cultura. Vanno a visitare il parco dove fanno una dormita su un prato verde pieno di fiori. Poi ancora a spasso davanti a monumenti e chiese. Lampo, prima di ritornare, vuole far vedere a Tartaglione il treno. Vanno alla Stazione e aspettano il diretto delle 18.42. E’ eccitante stare ad aspettare il treno e (al sicuro sul marciapiede) sentire poi un gran boato e l’aria forte che ti spinge... Proprio divertente. Tutte queste cose nuove stancano tanto Tartaglione ma anche Lampo. Vanno a casa con le zampe stanche. Il topo si addormenta aggrappato al collare. Arrivati a casa Lampo invita tutti gli amici del cortile e presenta Tartaglione. Stanno tutti nella cuccia al caldo. Qualcuno ha portato del formaggio e poi nella ciotola del cane c’è da mangiare per tutti. La tartaruga Lentina decide che è l’occasione di sbottigliare una vecchia bottiglia di vino rosso che teneva per le occasioni felici. Tutti sono allegri e si raccontano le avventure della loro vita. Poi vanno a dormire. Tartaglione dorme nella cuccia di Lampo. Alla mattina i due si salutano,Tartaglione tornerà certamente a salutare il suo grande amico....una stretta di zampa e di nuovo sulla strada per nuove avventure. Gianluigi Zeme

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Gli allievi d’oggi raccontano il topo Tartaglione IL TOPO TARTAGLIONE E LE FOCACCINE AI MIRTILLI Era una bella mattina, l’aria profumava di ranuncoli e un gentile zefiro solleticava l’erbetta, tutto era calmo, le violette cominciavano a svegliarsi e il sole a mostrare le prime luci. Il nasino del Topo Tartaglione spuntava da sotto le coperte. “Umm…vediamo: fiori di primavera, rugiada e…focaccine ai mirtilli!!” Tartaglione si alzò di scatto per capire da dove veniva quel buon odorino. Prima pensò alla sua amica Ortensia, ma era troppo lontana, oppure la sua vecchia zia tanto brava in cucina…Seguì il suo naso e giunse all’entrata di una tana…ma certo, lì abitava nonna Leprotta; il profumo si faceva via via più intenso e il Topo Tartaglione avrebbe dato qualsiasi cosa per una focaccina ai mirtilli; provò a entrare e vide l’anziana Leprotta intenta a preparare un vassoio pieno di squisitezze. Tartaglione cercò di richiamare la sua attenzione: “Scu-cu-cusi” “Oh ciao Topo Tartaglione, come mai da queste parti?” “Ho se-sentito il profumino e…”

Illustrazione di Giulia Maniezzo.

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“Sto preparando delle focaccine ai mirtilli per i miei nipotini che verranno qui oggi pomeriggio, ti dispiacerebbe portarle nella dispensa, per favore?” “Certo, vado subito, signora Leprotta”. Tartaglione sapeva bene cosa fare, prendere una focaccina e far finta di niente, ma poi uno dei leprottini sarebbe rimasto senza merenda, allora si fece forza e ripose con cura le focacce nella dispensa. Poi tornò dalla nonna e lei gli chiese: “Ma come, non ne hai presa neanche una per te?” “No signora” – rispose Tartaglione – “Spettano ai suo-oi nipotini”. “Caro, sei stato molto gentile ma non preoccuparti, basteranno per i miei piccoli, forza corri a prenderne un po’ per te”. Così il Topo Tartaglione se ne andò a pancia piena ma senza alcun rimorso, felice di aver resistito alla tentazione e non aver pensato solo a se stesso”. Giulia Maniezzo Classe 2° A, Scuola Media di Castelnuovo Scrivia

Noi alunni della 2° A e 2° B della scuola elementare di Castelnuovo amiamo molto la lettura ed è per questo che le nostre maestre ci invitano tutte le settimane a fare il solito giretto in biblioteca (chissà, forse è nata proprio così la nostra passione!), per curiosare tra i libri ed avere la possibilità di prenderne uno in prestito. Una mattina, però, la nostra curiosità si è fermata sul libro “La storia più bella raccontata dai miei nonni” (V Concorso Nazionale). Sfogliandolo velocemente la nostra attenzione è stata catturata dal racconto “Le avventure del topo Tartaglione” del maestro castelnovese Mario Pelizza. E’ così che è nato in noi il desiderio di far vivere al topo Tartaglione nuove avventure. UN TOPOLINO UN PO’ BUFFO Tartaglione era un topo molto amato da tutti perché buono e ridanciano. 35


In occasione di una festicciola di topolini, il primo ad essere invitato era proprio lui, il topolino Tartaglione, sempre protagonista di allegri e divertenti giochi per tutti i partecipanti. Ieri il topo Hamed lo invitò a casa sua perché, dopo l’influenza che l’aveva costretto a letto per molti giorni, voleva conoscere le ultime novità. Hamed era un topo che proveniva dal Marocco e per la sua origine era poco amato dagli altri topolini. Tartaglione, però, era diverso; non si curava della nazionalità e nemmeno delle differenze religiose, perché pensava che tutti i topi dovevano, comunque, essere amici. Tartaglione impiegò due buone ore per aggiornarlo e alla fine Hamed si sentiva più stanco di prima. L’amico lo invitò a sdraiarsi su una poltrona e ad attenderlo. Tartaglione si ritirò nell’altra camera e poco dopo comparve truccato da pagliaccio. Il suo viso appariva trasformato: il naso era rosso scarlatto, la bocca gli arrivava alle orecchie, i capelli rossi erano tutti arruffati ed un pezzo di stoffa lo ricopriva fino alle zampe. Cominciò lo spettacolo: si rotolò per terra, fece le capriole, imitò il miagolio del gatto e i versi di altri animali, raccontò barzellette...e Hamed rideva e si divertiva. “Grazie Tartaglione! Se è vero che il riso fa buon sangue, tu mi hai aiutato, se non proprio a guarire, ad allon36

Giosuè Lemma.

Erika Minetto.

Carola Zito.

Daniele Accatino.


tanare quella malinconia che tanto mi opprimeva”. Gli alunni della 2° B: Daniele Accatino, Davide Boem, Jalil Chahbouni, Martina Crivelli, Daniele Curone, Luca De Marco, M. Teresa Dachille, Angelo Fraschini, Lorenzo Galasco, Giosuè Lemma, Cecilia Mariotti, Mattia Michelon, Luca De Marco. Valentina Minerva, Erika Minetto, Matteo Moschini, Francesco Pastore, Giovanni Perrotta, Mattia Ramundo, Claudio Santi, Marco Serafin, Simone Usala, Alessia Vecchi, Carola Zito. Le insegnanti: Pinuccia Castagna, Pinuccia Morini, Luisa Gaeta, Valeria Giacobone, Claudia Antonielli.

UNA NUOVA VITA PER TOPO TARTAGLIONE Nella sua vita, piena di esperienze e di momenti felici, non erano certo mancati guai e avventure un po’ burrascose. Ma ora, diventato vecchio e anche un po’ malato, si sentiva solo, così lontano dalla sua famiglia e convinto di non servire più a nulla né a nessuno. Man mano che il tempo passava, le sue uscite si erano fatte sempre più rare e i contatti con gli altri topi del quartiere non esistevano più poiché, si sa, quando si diventa vecchi, spesso più nessuno ti cerca o chiede di te Giulia Curone. 37


e, tantomeno, chiede il tuo aiuto o, semplicemente, un tuo consiglio. Stava attraversando davvero un brutto periodo e, se le cose fossero andate avanti così, ben presto le sue condizioni si sarebbero sicuramente aggravate, ma... Un caldo e luminoso giorno di maggio nel quartiere Topoletti arrivò una famiglia giovane, ma numerosa: mamma, papà e sette figli. I sette topini erano molto vivaci e curiosi, ma gentili ed educati. Fu proprio la loro voglia di vivere che li spinse, il giorno dopo il loro arrivo, a curiosare per le vie del nuovo quartiere. Fecero amicizia con i topini vicini di casa e si resero subito simpatici anche agli adulti. Trascorse alcune settimane dal loro arrivo, si erano resi conto che dalla porta della tana accanto la loro, entrava ed usciva solo il topo bottegaio Gigio-formaggis con una piccola borsa della spesa. Incuriositi da questo fatto, un giorno decisero di chiedergli chi abitasse là dentro, ma lui rispose, con tono distaccato e freddo: “Non sono affari vostri”. Non fu certo quella risposta a farli rinunciare alla loro impresa, anzi! Detto fatto, bussarono ripetutamente alla porta fino a quando una voce debole e malinconica chiese: “Chi è?” “Amici!”, risposero i topini. “Io non ho amici”, replicò la voce. 38

Cristiano De Paoli.

Stefano Pugliese.

Giulia Curone.

Giulia Corsano.


Subito capirono che bisognava fare qualcosa, così, il giorno dopo, spiando l’arrivo del signor Gigio-formaggis, si infilarono di nascosto in casa dello sconosciuto. Quando topo-bottegaio si allontanò, si avvicinarono a topo Tartaglione e, con la loro simpatia e bontà d’animo, riuscirono a catturare anche la sua attenzione. Da quel giorno le loro visite all’anziano topo si fecero regolari e puntuali fino al giorno in cui, affrontato il discorso in famiglia, decisero di adottare “nonno Tartaglione”. Ora sì che topo Tartaglione era ritornato a vivere: la sua esperienza e la sua saggezza non andarono perdute! Gli alunni della 2° A: Fatiha Aarab, Chiara Bertocco, Matilde Bocchetti, Michele Bonifacio, Gabriele Castiglioni, Debora Cognetta, Dalida Corazza, Giuly Corsano, Giulia Curone, Cristiano De Paoli, Antonio Improda, Anthony Morisciano, Edoardo Portaluppi, Stefano Pugliese, Mattia Scacheri, Simona Sestito, Lorenza Stella, Serena Traverso. Le insegnanti: Pinuccia Morini, Valeria Giacobone, Luisa Gaeta, Claudia Antonielli, Pinuccia Castagna.

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gli alunni ricordano

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Giuseppina Di Gaetano Quando i ragazzi ci alzavano le gonne e noi ragazze ci lamentavamo con il maestro, lui con ironia diceva ai ragazzi: “Cosa pensate di trovare lì sotto? Forse dei panini con il salame?” Il maestro ci raccontava la storia del topo tartaglione, una storia ogni volta con un finale diverso perché era stata inventata da lui, ed ogni volta che la raccontava ne modificava il finale. Quando avevo dei problemi con la matematica o altre materie mi diceva di andare a casa sua per aiutarmi a fare i compiti. Mi ha invitato a casa sua per insegnarmi a preparare la crema pasticcera al cioccolato, come se si sentisse che da grande mi sarei occupata di cucina. Non era un maestro distaccato e distante da noi alunni, ma si integrava ed amalgamava con la classe, facendosi rispettare e rispettandoci a sua volta. Quando lui usciva dalla classe perché chiamato, noi alunni ci davamo alla pazza gioia, mettendo uno dei nostri compagni come palo, ma appena il maestro arrivava il palo ci avvisava e tutti immediatamente riprendevamo i nostri posti come se nessuno si fosse mai mosso. Appena arrivati, dopo l’appello, ci faceva recitare le preghiere. Quello che mi è rimasto del maestro Pelizza è stata la sua umanità, il fatto che faceva il maestro per vocazione e passione, trasmettendo tutto il suo entusiasmo. L’ultimo ricordo è stato il doloroso distacco da noi per intraprendere il suo ultimo viaggio in Africa come volontario.

Franca Ferrari Ricordo…Ricordo…Ricordo Quanti pensieri, quante immagini, quante nostalgie di quel passato costruito dentro di me attraverso quella figura di uomo, di padre, di maestro che è stato Mario Pelizza! Ancora oggi, per disinfestare le rose uso il tabacco lasciato a macerare nell’acqua per poi spruzzarlo sulle piante, proprio come Lui ci insegnò. “Mario, vieni a vedere chi c’è!” Ricordo la signora Lidia dalla voce esile e sottile, mi apriva il cancello. Ed ecco subito venirmi incontro con incre43


dibile agilità la barboncina Laika. Subito dopo arrivava il maestro, una persona semplice e sorridente, dallo sguardo sincero, trasparente e puro, con un sorriso tale da non essere dimenticato. Stendeva una coperta in giardino e mi faceva fare capriole e ginnastica come secondo lui solo io sapevo fare. In un modo o nell’altro, mi faceva sentire al centro dell’attenzione: così io senza rendermene conto riuscivo ad essere me stessa, serena e rilassata a tal punto che tutte le mie tensioni e i miei difetti cessavano di esistere. Ma ecco che improvvisamente gli esercizi e i giochi venivano interrotti; facevamo infatti merenda insieme alla mia compagnia di scuola Maria Teresa, che abitava di fronte al maestro. Al termine del nostro incontro non mancava mai di rivolgermi un affettuoso:“Come ti senti Franca?” Faceva sempre notare i miei continui progressi anche agli altri. “Avete visto oggi Franca com’è tranquilla e calma?!” Soltanto oggi capisco dove voleva arrivare. Se i vostri figli hanno dei “difetti”, comprendeteli e non aggrediteli, se oggi riesco a comprendere i miei figli e gli altri è anche per merito Suo.

Giovanni Ferrari AL MIO MAESTRO SE UN IDEALE VIVE NEL CUORE DI UN UOMO E NELLA SUA ANIMA E NEL SUO SE' DIVINO SI REALIZZERA' Ramtha Il primo giorno di scuola, Mario riceveva i genitori e i figli al loro impatto con la scuola, dritto davanti alla porta, già allora faceva "accoglienza". Bruno, accompagnato dalla mamma, non voleva staccarsi da colei che gli dava sicurezza e piangeva; il maestro lo prese in braccio e lo portò alla cattedra, lo sedette sulle sue ginocchia e cercò di rasserenarlo. Questa è la prima immagine che mi rimane impressa di lui, un padre che accoglie e accudisce i figli. E ..figli siamo rimasti tutti, tutti i suoi alunni. 44


Classe III A, anno scolastico 1962-63. A sinistra Piero Sacco. Si riconoscono da destra verso sinistra: Antonio Carnevale (1° banco), Francesco Curone e Pietro Torti (2° banco), Giancarlo Lova (3° banco, piegato sui quaderni), Giovanni Ferrari (4° banco).

Partecipavo alla sua vita famigliare, frequentavo molto volentieri e con grande curiosità la sua casa dove si respirava un’aria serena e costruttiva. Ero incuriosito dalla grandissima quantità di libri che possedeva, dalla passione per la fotografia, le diapositive e i viaggi. All'inizio dell'anno scolastico, dedicavamo qualche giorno a guardare, commentare e studiare le diapositive che aveva realizzato durante le vacanze estive, in giro per l'Europa con la roulotte. Anche noi con un po’ di fantasia trascorrevamo con lui le vacanze e ...intanto studiavamo la geografia. Ai suoi occhi e al suo cuore eravamo tutti uguali, ci amalgamava, ci "impastava", dispensava a tutti amore e affetto, e nonostante fossimo alquanto birichini, non ricordo nei cinque anni di scuola che avesse mai alzato anche solo di poco il tono della voce. Una volta lo feci spaventare. In seconda elementare fui mandato, in orario scolastico, in tabaccheria dalle sorelle Stella, per acquistare della carta assorbente. Nell'uscire di 45


corsa dal negozio, finii sotto le ruote del ciclomotore di De Micheli Francesco. Rialzatomi, velocemente guadagnai la strada e tornai in classe senza nulla profferire, ma mi tradì uno strappo nel grembiulino e il padre di Oreste che arrivò in classe per rendersi conto del mio stato di salute. Non ricevetti nessun rimprovero, solo un buffetto... La conclusione del ciclo elementare non spezzò il nostro rapporto che si tramutò in uno scambio continuo di esperienze ed idee durante tutto il periodo dell'adolescenza, nel quale l'aiuto di persone fuori dalla famiglia è il più importante, ricercato ed apprezzato. Le riflessioni su cosa significhi impegno civile, su cosa significhi schierarsi a favore delle persone che nulla hanno, sulla volontà di dare amore e di aiutare senza chiedere nulla in cambio, e sul non pretendere di modificare, se non con l'esempio, la società, in Mario erano già maturate e superate. E' stato un uomo che ha precorso i tempi, vedeva oltre il "momento". Si occupava di tutti quelli che incontrava sulla sua strada, in particolare di chi aveva bisogno. Si prodigava nel volontariato, conservo ancora un elefantino in avorio che mi portò da una missione in Africa e le parole tremende con cui descriveva e partecipava al dolore delle persone che aiutava. I suoi insegnamenti sono rimasti sicuramente nel cuore di ognuno dei suoi alunni. Sono felice che la sua figura ed il suo ricordo, caduti nell'oblio, vengano rivissuti ed esaltati da coloro che l'hanno conosciuto ed amato. Le persone buone vengono facilmente dimenticate. Cerchiamo di rivivere i suoi insegnamenti affinché anche i nostri figli possano riconoscersi in questi valori. Il suo percorso sulla terra è stato breve, troppo presto ci ha lasciati perché chiamato a svolgere compiti più elevati là dove non esistono confini e limiti e dove l'anima può progredire su altri e più alti piani di conoscenza. GRAZIE DI ESSERE STATO TRA NOI.

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Francesco Gatti Caro signor Maestro, certamente nel posto meraviglioso che Dio ti avrà assegnato ti giungerà questa mia lettera che ti scrivo con il cuore colmo di ricordi e di gratitudine per tutto quello che hai inculcato nella mia mente. Ho imparato da te cosa vuol dire essere solidali con il prossimo, essere comprensivi e tolleranti, amare e rispettare gli animali, la natura (ricordi le gioiose passeggiate nei campi?), insomma tutti quei valori che mi sono imposto di seguire nella mia vita di uomo, di marito e di papà! Spero di non averti deluso. Ciao, caro maestro, continua ad insegnare agli angeli ciò che tu sai.

Pierpaolo Ghiggino Il maestro. Quando mia mamma mi ha raccontato al telefono dell’iniziativa di raccogliere le testimonianze sul maestro Pelizza in un libro, la mia prima reazione è stata quella di provare un senso di giustizia. La seconda di stupore. Si vuole rendere un tributo all’uomo che forse ha avuto la più grande influenza sulla mia formazione e sul mio cammino di vita. E lo si fa con un bel gesto: un libro, 25 anni dopo la sua morte prematura. Ma per me, nel corso degli anni ed anche dopo la sua morte, il rapporto con il maestro è sempre stato molto personale. Fin da bambino il maestro Pelizza è stato il mio maestro e stranamente non ho mai avuto l’impulso di dover spiegare troppo di lui ad altri. Da bambino andavo spesso a casa sua, dopo la sua morte sono andato spesso a visitarne la cappella ad Alzano, ed in tutti quegli anni ho sempre pensato che lui fosse lì per tutti, così come lo era per me. Era così in classe, era così in paese. La sua disponibilità era infinita. Fin da bambino lui era stato per me come una specie di faro, un riferimento a cui rivolgersi per capire le cose del mondo. Ed i fari son lì per quello: perché tutti quelli che ne hanno bisogno ne traggano le indicazioni a loro utili per tracciare la rotta che non li porti a sfasciarsi sugli scogli. Esiste una saggezza di paese. Anzi ne esistono due: quella scritta e quella 47


raccomandata. E se si parla del maestro Pelizza tutti capiscono quello che dico e chiunque lo ricordi ne dice bene. Ma a pensarci, pochissimi hanno avuto la fortuna di conoscerlo a fondo, e addirittura non tutti quelli che lo hanno avuto come maestro sono stati fortunati come noi, la classe del ’59, che lo avemmo per tutti i cinque anni. Dopo di noi, la malattia che lo portò alla morte cominciò a poco a poco a sottrarlo ai suoi scolari più giovani, prima ancora di portarlo via per sempre a tutti. E quindi, come avevo potuto non averci mai pensato? Un libro su di lui era giusto e dovuto. Non tanto per celebrarne le gesta: il maestro era un eroe umile, e questo il paese lo sa già. Ma se in qualche modo l’esperienza e le impressioni di coloro che lo hanno conosciuto bene e per cui è stato importante, riusciranno a suscitare nei lettori di oggi almeno la curiosità sul perché la gente lo ricorda ancora con tanto affetto, allora si sarà riusciti a trasferire un po’ del suo insegnamento e sono certo che questo rappresenti il modo migliore per rendere il tributo che lui stesso apprezzerebbe di più. Come può un uomo in cinque anni avere lasciato un’impronta così profonda su chiunque? Nella mia vita ho avuto altri maestri e professori. Alcuni di questi non parlavano nemmeno la lingua che il maestro Pelizza usava con me. Ma persino loro hanno insegnato a me cose che ho utilizzato come ho utilizzato, perché ho conosciuto il maestro Pelizza. Il piacere di capire, la curiosità sui meccanismi della natura, il modo di vivere delle genti, il diritto di discutere ciò in cui si crede, il dovere di ascoltare altri che hanno lo stesso diritto, che i dibattiti servono a generare nuove idee e che dai dibattiti non devono uscire vincitori ma idee vincenti, che riconoscere i propri limiti è il primo passo per poterli migliorare, che si può sbagliare ma bisogna farlo in buona fede, che non bisogna aver paura di provare… Tutto ciò ho imparato in quei cinque anni. Tutto ciò ho cercato di applicare per il resto della vita e tutto il resto mi è parso semplice da capire. Non so spiegare come riuscisse a trasferire tutto questo nella fertile e delicata fantasia di un bambino raccontandogli le storie del topo tartaglione. Ma so che da lui ho ricevuto quello che per me è ancora oggi uno dei più grandi stimoli di vita: la voglia di imparare.

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Silvia Ghiggino Mi è stato chiesto se mi ricordavo del maestro Pelizza e se mi “sentivo” di scrivere di questi ricordi; chiunque lo abbia conosciuto anche per poco, non può averlo dimenticato ed è quindi con commovente nostalgia che cerco di portare su carta momenti che normalmente porto nel mio cuore. Premetto che Mario (mi è difficile chiamarlo per nome) per me è tutt’oggi il mio Maestro e che di lui ricordo dal primo giorno a scuola al giorno in cui l’abbiamo accompagnato nell’ultimo viaggio. Del primo giorno mi ricordo un gruppo di bambini eccitati e spaventati, seduti sui banchi con a fianco i genitori, poi al momento di salutare mamma e papà, ecco che uno incomincia a piangere ed a disperarsi. Il Maestro prova a calmarlo con modi gentili, ma niente, il bimbo si aggrappa alla mamma e continua a far capricci; gli altri bambini immobili assistono alla scena, poi improvvisamente cambia tattica, impone alla mamma di andarsene e trattenendo il bambino chiude a chiave la porta della classe. Ricordo di aver pensato: “Mamma mia, è un mostro!”. A questo punto ha ignorato completamente le urla e i capricci, e sedutosi sulla scrivania, ha iniziato raccontandoci una storia, naturalmente tutti lo ascoltavano incantati e poco dopo anche il bambino si è calmato sedendosi al suo posto; mai più da allora ho pensato al Maestro come ad un mostro se non di bontà e amore. Tra i tanti ricordi che mi accompagnano, uno in particolare racconto sovente alle mie figlie. In primavera, andavo al pomeriggio a far visita a casa Pelizza, in gruppo o sola vuoi per giocare con Laika, una barboncina adorabile, vuoi per “scroccare” qualche favola (riusciva ad inventare una fiaba anche da una formica), ma soprattutto per le passeggiate in bicicletta o a piedi per le campagne alla scoperta della natura: si raccoglievano le viole ai bordi dei fossi, allora se ne trovavano tante, si imparava a distinguere il grano dall’erba, si cantava, si faceva merenda in un prato, si osservava il lavoro dei campi, si parlava molto, si rideva tutti insieme e poi si ritornava a casa felici di cose semplici. Era una persona che amava la vita e apprezzava le cose semplici, ci insegnava che oltre a “vedere” occorre guardare, osservare, scoprire e che non si smette mai di imparare. A volte il clima in classe era particolarmente teso, vuoi per la stanchezza degli alunni, o semplicemente per la materia poco interessante, allora per rilassarci e poter riprendere la lezione il Maestro usava la frase magica “Giuseppina attacca!” e lei che aveva una bellissima voce iniziava a 49


cantare e tutta la classe la seguiva. Cantavamo canzonette come “La domenica andando alla messa” o canzoni patriottiche come “Bella ciao” ed altre ancora. Ecco, bastavano cinque minuti perché la tensione sparisse e si continuasse con un altro spirito. Le sue lezioni non erano solo normale svolgimento del programma, ma erano vere e proprie lezioni di vita: ricordo che in classe c’erano dei bambini meno fortunati che dovevano vivere “al Don Orione”. Alcuni abitavano nei paesi vicini, altri venivano da altre regioni. I bambini, si sa, sanno essere cattivi nei confronti di chi è meno fortunato e anche noi non ci smentivamo; col Maestro sbagliavi una volta sola, perché ti faceva subito sentire talmente piccolo e sciocco agli occhi di tutti che mai ti saresti permesso di fare loro altri dispetti. Ricordo che alcune volte questi bambini andavano a pranzo a casa del Maestro e in questi casi erano persino invidiati. Per spiegare quanto era altruista a chi non lo ha conosciuto, devo parlarvi del periodo più triste. La nostra classe non ha avuto la fortuna di averlo come insegnante per tutti i cinque anni, purtroppo era già ammalato e spesso veniva sostituito da supplenti, per questo ci coinvolse in una scelta per lui sicuramente sofferta. Ci spiegò che per motivi di salute avremmo avuto nuovi insegnanti durante gli ultimi due anni, e ci propose quindi un accordo: ogni volta che la salute glielo avesse permesso sarebbe venuto in classe a fare lezione. Questo ci avrebbe dato la possibilità di ascoltarlo ancora senza modificare continuamente metodo di insegnamento; naturalmente noi non eravamo a conoscenza della sua grave malattia e facemmo fatica a capire la ragione di questa decisione. Ricordo con che gioia lo accoglievamo quando apriva la porta, si sedeva sulla scrivania e partivamo per nuove avventure, tra romani, greci o esperimenti scientifici. Credo che persino le supplenti fossero felici di ascoltarlo, perché dal maestro tutti avevano da imparare. Amava il suo lavoro come pochi; riusciva a valorizzare il lato migliore in ciascuno dei suoi alunni, non faceva distinzioni, per lui eravamo tutti uguali. Il suo amore per gli altri lo aveva portato ad aiutare i bambini dell’Africa, ma lui lo faceva senza fare rumore, senza disturbare nessuno, quasi di nascosto. Nel mio piccolo cerco di mettere in pratica ogni suo insegnamento, non sempre ci riesco, ma di una cosa sono certa, che nonostante lo abbia 50


conosciuto per breve tempo, da venticinque anni è con me, nel mio cuore, come penso sia nel cuore di tutte le persone che lo hanno conosciuto, come sono sicura che in questo momento è seduto su una nuvola e sta svolgendo il compito per cui è nato: IL MAESTRO.

Marco Guagnini “Domani ricordatevi di portare la cartina stradale dell’Italia!” Così terminò una delle tante mattine passate in una luminosa classe, forse la 4° elementare, di tanti anni fa. Il giorno dopo, arrivati in aula, il maestro Mario ci disse: “Oggi andiamo a Perugia”. A Perugia???? – eclamò la giovane scolaresca. “Sì, a Perugia. Avete portato la cartina? Dunque apritela e cercate

Anno scolastico 1960-61, classe I A. Da sinistra a destra, fila in alto: ? , Bruno Lazzaro, Antonio Carnevale, ? , Giovanni Ferrari, Giancarlo Lova; fila al centro: Giorgio Pattarini, Mauro Sella, Gianni Granelli, Ugo Scaffini, Marco Guagnini, Angelo Secondo, Francesco Curone, Pietro Torti, Gianni Quattrocchio, Maurizio Santi; fila in basso: Piero Sacco, Pasquale Sboarina, ? , ? , Nicola Brescia, ? , ? , Oreste Demicheli.

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Castelnuovo Scrivia”. Ecco che così incominciò uno dei nostri primi viaggi immaginari, paese dopo paese, tra strade provinciali e strade comunali, di regione in regione. E’ così che il maestro Mario ci insegnò a viaggiare, a muoverci e a conoscere paesi e genti diversi. Devo dire che il mio amore per i viaggi forse iniziò proprio allora. A distanza di tanti anni e dopo aver visitato tanti paesi, conosciuto gente di tante razze, vuoi per lavoro o per diletto, uno dei viaggi che maggiormente mi è rimasto nel cuore è quello che feci all’età di otto anni in una luminosa classe di una piccola scuola elementare. Grazie Mario.

Mauro Mainoli Il ponte del topo tartaglione A sette, otto anni si incomincia a capire che imparare a leggere, scrivere e contare non è solo giocare a essere grandi, cosa che sulle prime riempie d’orgoglio, ma significa soprattutto perdere la libertà di sognare il mondo come lo si vuole: inseguire le fantasie più strane e penetranti, perdersi per ore tra i sassi del cortile e tra le file di formiche nell’orto, frugare tra i gusci di noce e gli scarabei del giardino. Una mattina nevica. Che si fa? Si corre a cercare la slitta, ovvio. E invece no! Bisogna mettersi una buffa casacca nera e un ancor più ridicolo farfallino azzurro e ascoltare immobili, per ore, un signore o una signora molto seri che sanno che cos’è il mondo, come va guardato, se ognuno di noi è più o meno adatto a starci e quante volte si va al gabinetto in una mattinata in cui sarebbe stato bellissimo farla tra la neve. Il mondo dei grandi ci cade addosso aprendo un abisso infinito di segni incomprensibili, di compiti su cui perdere splendidi pomeriggi di sole quando era la stagione adatta per cercare i girini! – di regole, di doveri e di ritmi stabiliti il cui senso sfugge a un bambino di sette anni ma spesso sfugge anche a chi si preoccupa di educarlo. Il mondo dei grandi fa paura, è complicato, ma non come lo sono le lucertole che corrono sui muri e la cui misteriosa freddezza è incantevole da studiare, è complicato perché è fatto di sforzi, di disciplina, di 52


sbadigli da soffocare, di lacrime da nascondere, di rabbia da ingoiare. “Possibile che i miei pomeriggi a casa e le mie mattine a scuola debbano essere così diversi”? – pensa il bambino che a casa si arrampica sull’albicocco e guarda gli afidi sulle foglie. Quand’ecco che un giorno, improvvisamente, mezz’ora prima che la campanella suoni l’ora della libertà, il signore che sta dietro alla cattedra, serio perché sa che insegnare richiede serietà, interrompe la lezione e dice: “Ora vi racconto la storia del topo tartaglione”. E un mondo come quello di casa, pieno di animali, avventure, fantasie, litigi e riappacificazioni, cancella i banchi di fórmica, la lavagna grigia, la fame di focaccia, e scatena risate, esclamazioni, gridi di stupore. “Allora il mio mondo e quello del maestro si parlano ”- pensa il bambino – “io posso entrare nel mondo degli adulti e gli adulti possono entrare nel mio, allora anche il maestro guarda gli animali, ha paura, grida di felicità e vede che i grandi fanno cose stupide!” La mezz’ora del topo tartaglione era per le classi del maestro Pelizza l’unico spazio in cui la scuola riconosceva legittimità e dignità ai capricci e alle fantasie del mondo dell’infanzia: i bambini partecipavano, si immedesimavano, soffrivano e ridevano perché ritrovavano il loro linguaggio e il loro mondo, le loro paure e le loro ingenuità. Nasceva così una sorta di ponte variopinto ma solidissimo che collegava con simpatia e immediatezza maestro e alunni. Sul prezioso ponte del topo tartaglione transitavano tutte le emozioni ancora ingenue e confuse che un domani avrebbero dovuto radicarsi nell’età adulta e trovarsi un ruolo e un significato specifico. E le emozioni il maestro Pelizza le disponeva sull’orizzonte etico che si era costruito in tanti anni di battaglie morali, un orizzonte fatto - come avremmo saputo solo molto più tardi - di altruismo, di attenzione per i deboli, di sensibilità, di rispetto per la vita, tutti valori che scivolavano silenziosamente nell’animo degli alunni mentre si spaventavano delle terribili conseguenze di un’azione malvagia o erano felici di imparare che l’amicizia illumina il cammino di chi la sa conquistare. La comunicazione con il mondo degli adulti, la crescita insomma, era stabilita nel modo più efficace: il maestro non aveva perso il bambino che era in lui e lo offriva con grande spontaneità ai suoi alunni; gli alunni erano sicuri di poter essere ascoltati e capiti e cominciavano ad indagare la coscienza di un uomo adulto che dimostrava, a volte con rigore, di sapere come il mondo dovesse sforzarsi di essere. 53


Insegnare significa sempre distruggere una visione del mondo potenzialmente antitetica e preziosamente unica, costretta a cedere il passo al sapere omologato e alle verità lecite. Pelizza sapeva farsi bambino per rendere il bambino adulto senza intaccare il patrimonio di fantasie e di emozioni al cui interno è custodito, nel suo enorme mistero, il nucleo più originale del futuro uomo. Se penso ai miei compagni di classe, agli alunni del maestro Pelizza, trovo che l’omologazione, l’agire ciecamente conforme, sia proprio l’ultima delle loro qualità, tutti presi come sono, ancora adesso, ad inseguire qualche sogno sempre meno realizzabile o a domandarsi perché ogni giornata si divori inesorabilmente il diritto di sognare. Come se la delicatezza e l’intelligenza del maestro avessero preservato l’essenza più profonda della personalità infantile, dando la possibilità al bambino di portare tutto sé stesso, nel bene e nel male, al gran balletto delle regole sociali degli adulti. Regole sociali a cui saprà decidere se adeguarsi o meno, consapevole di quanto sia unica la propria visione del mondo, di quanto sia preziosa la vita e di quanto sia triste sprecarla rinunciando a sé stessi. Anche perché dal maestro Pelizza i suoi allievi hanno dovuto subire il più duro e inaccettabile degli insegnamenti: che un universo di idee, emozioni, pensieri, gesti e parole, a cui ci si trova legati ogni giorno con complice affetto, da un momento all’altro viene inghiottito da chissà quale voragine invisibile e sarà inutile chiamare e cercare.

Gianni Quattrocchio “Del Signor Maestro, era mia abitudine chiamarlo così - spiega Gianni Quattrocchio - conservo un piacevolissimo ricordo. Non ero un alunno modello, a scuola mi annoiavo, mi distraevo, fantasticavo, spesso mi estraniavo dal contesto in cui mi trovavo e la mia mente seguiva mille e mill'altri pensieri, eppure mai, mai e poi mai il Signor Maestro ha alzato la voce con quel bambino dalla fervida fantasia, che era solito isolarsi dai suoi compagni e rifugiarsi altrove con la propria mente. Il Signor Maestro aveva capito il mio carattere e per cinque anni - dal '60 al '64 mi ha seguito, standomi accanto. La sua era una presenza mite, pacata, sommessa, ma sempre, sempre costantemente vicina. Doverlo lasciare al 54


In piedi: Renato Geretto, Francesco Curone, Gianni Granelli, Gianni Quattrocchio, Antonio Carnevale, Mauro Sella, Giancarlo Lova, Giorgio Pattarini, ? , Lino Moro, Maurizio Santi. In basso: Marco Guagnini, Pietro Torti, Ugo Scaffini, Piero Sacco, Oreste Demicheli, Pasquale Sboarina.

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termine delle scuole elementari per me è stato un trauma, un grosso trauma. Separarmi da lui e sapere che quella persona che mi aveva dato così tanto non sarebbe più stata accanto a me rappresentava uno scoglio insormontabile. No! Non c'era verso, non era possibile per quel ragazzetto undicenne sopportare questo distacco. E' stata una ferita che mi sono portato dietro per parecchio tempo, ora si è rimarginata, ma la sua figura ha lasciato in me un segno indelebile. Quando ripenso a quegli anni di scuola elementare sono colto da una profonda nostalgia e a poco a poco riemergono i ricordi: sono immagini, parole, discorsi, e favole, favole, tante favole che il Signor Maestro ci raccontava. Non erano narrazioni fini a sé stesse, erano storie cariche di un profondo significato, erano insegnamenti, e cosa meglio di una favola può insegnare ad un bambino a crescere nel rispetto di ciò che lo circonda? Non grida, non urla, ma favole. Me ne è rimasta impressa una. E' una storia che non è poi così diversa da quanto poteva accadere una quarantina di anni fa ai fanciulli della mia età. Siamo in campagna, in aperta campagna, ed è un caldo pomeriggio estivo e i protagonisti sono un bambino un po' birichino, una povera rana vittima delle circostanze e un assennato cavallo. Il cavallo ritorna dal lavoro nei campi trainando il carretto su cui siede il suo padrone e avanza ben attento a posare le zampe entro i solchi formatisi nel terreno. Sul ciglio della strada c'è un ragazzetto che tiene in mano una rana; vedendo il cavallo sopraggiungere, questa piccola peste mette la rana nel solco perché il cavallo la calpesti, ma il fiero animale nota la povera bestiola e la scansa. Allora il bambinetto dispettoso, non contento, fa qualche passo, supera il cavallo e rimette nuovamente la rana nella buca: questa volta, ahimè, il cavallo non se ne accorge e la schiaccia con tutto il suo peso. Un cavallo, insomma, nel suo animalesco silenzio, ha dimostrato più sensibilità e più rispetto per la vita di uno dei tanti scatenati figli dell’uomo. Questi - commenta Quattrocchio - erano gli insegnamenti del Signor Maestro, questo il suo modo di comunicarci l'importanza della vita e del rispetto nei riguardi di tutto quanto ci circonda.

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Mario Salvadeo Quel viaggio a San Sebastiano Curone con la mitica 1100. A cura di Helenio Pasquali. Ho realizzato quest’intervista con Mario Salvadeo, oggi imprenditore ed ex alunno del maestro Pelizza per cercare di fare affiorare ricordi, particolari, aneddoti in più sul protagonista di questo libro. E’ un tardo mattino di marzo, la primavera sta sbocciando; apriamo il cuore dei ricordi. Quando hai conosciuto il maestro Pelizza? “Frequentando la scuola elementare in quanto è stato il mio insegnante durante tutti i cinque anni: dal 1965 al 1970”. Il primo flash su quegli anni. “Sicuramente il rapporto costruito durante quel periodo, un metodo d’insegnamento rivoluzionario, in senso ovviamente positivo, basato soprattutto sul dialogo e sulle esperienze vissute ogni giorno”. Non insegnava solo a scuola, giusto? “Esattamente: era normale, per noi alunni, andare a casa sua, ascoltare i suoi racconti nella familiarità di un ambiente verso cui ci siamo presto affezionati”. Ma a casa sua non andavate solo voi studenti. “Infatti: spesso invitava altri bambini e ragazzi, soprattutto coloro che avevano difficoltà. Ricordo le numerose volte in cui ospitava a pranzo i fanciulli che vivevano presso l’istituto di don Orione a Castelnuovo”. Sovente lo andavate anche a trovare di vostra spontanea iniziativa: da che cosa eravate stimolati? “Sicuramente ascoltare il maestro Pelizza voleva dire ricevere emozioni autentiche, avere il piacere di poter imparare sempre qualcosa di nuovo. Ho ben presente il periodo in cui aveva da poco traslocato e nonostante fosse molto occupato nel riorganizzare la sua nuova abitazione, riusciva a dedicare a noi ugualmente moltissimo tempo ed io ero particolarmente interessato alle attenzioni che egli prestava nel preparare il suo nuovo giardino”. Ogni suo momento era poi un racconto importante per la vostra vita che cambiava giorno dopo giorno. “Sì, in un certo senso hai fotografato perfettamente il nostro rapporto. Le esperienze vissute dal maestro Pelizza venivano interamente condivise da noi tutti; in particolare quelle legate ai suoi viaggi. Egli conosceva quasi tutta l’Italia ma soprattutto ci raccontava le testimonianze raccolte 57


durante i suoi numerosi viaggi in Africa, e specialmente nel Burundi quando, insieme a don Carlo Molinelli, durante l’estate si impegnava come volontario per aiutare quelle popolazioni”. Di cosa vi parlava tornando dall’Africa? “Dalle sue parole capivi con quanto entusiasmo si prodigasse, con don Carlo per essere vicino a fratelli meno fortunati di noi. Spesso mi portava a casa i francobolli sapendo che ne ero appassionato. Ma più in generale tanti ricordi del Burundi e dell’Africa”. Un metodo d’insegnamento nuovo già per quei tempi, dicevamo. Com’era possibile? “Beh, innanzitutto aveva una grande capacità nel farti amare ciò che facevi senza insistenza, senza appesantire la nozione scolastica. Ci aiutava a pensare, a ragionare, sviluppando in ciascuno di noi le proprie idee e capacità. Dal maestro Pelizza abbiamo capito quanto preziosa fosse la realizzazione pratica di ciò che si apprendeva sui testi di scuola. In questo senso ci apriva alla vita, anticipandoci quanto oggi stiamo sperimentando”. Tutto ciò spesso veniva proposto anche fuori dagli schemi tradizionali, uscendo proprio dai rituali dell’aula di scuola, mi pare di capire. “E’ proprio così: ricordo felicemente le lezioni tenute all’aperto, immersi nei colori del giardino o ancora quando ci registrava la voce per poi farcela ascoltare”. Un preludio rispetto a quello che poi avremmo visto ne “Il Postino” con Massimo Troisi e Maria Grazia Cucinotta ed il poeta Pablo Neruda che registrava i suoni della voce, del mare, delle emozioni. “Già, davvero: il maestro Pelizza sapeva proprio registrare le nostre emozioni, le nostre passioni, il nostro entusiasmo”. Un ricordo sul suo carattere. “Il suo carattere è stato sicuramente determinante avendo contribuito parecchio a realizzare questo suo modo di proporsi: con noi ragazzi aveva un bellissimo rapporto chiedendo sempre, peraltro, rispetto ed attenzione. Insomma, sapeva, al momento giusto ed opportuno, usare il classico pugno di ferro”. Qual è l’istantanea più bella? “Quando con la mitica 1100 ci ha portati a San Sebastiano Curone a raccogliere i fossili dimostrando già cosa significasse la creatività nel mondo 58


La fiat 1100 familiare, ancora perfettamente funzionante. (Foto di Massimo Mandirola)

della scuola”. Tu hai una figlia, Elena, che frequenta la 5° elementare. Tutto è cambiato rispetto a quegli anni: pensi che il maestro Pelizza sarebbe riuscito ad attirare con la stessa passione i giovani di oggi? “Ne sono pienamente convinto: aveva le capacità, una dialettica brillante. Anche oggi saprebbe trasmettere ai giovani quegli stimoli capaci di renderlo, come è stato per noi, un autentico maestro – amico”. Come hai vissuto la sua scomparsa? “E’ mancato quando io frequentavo la seconda superiore: mi è morto quasi un secondo papà”. Se ora fosse fisicamente qui, in mezzo a noi, cosa gli diresti? Un lungo sospiro velato da tanta emozione con gli occhi che lo riportano a quegli anni.“Sarebbe bellissimo perché avrei ancora la possibilità di incontrarlo raccontandogli e parlandogli, questa volta, della mia vita”.

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Ugo Scaffini Un ricordo fra gli altri: il dolce, tenero, palpabile sentimento che legava la signosra Lidia a suo marito, notato quando veniva a trovarlo a scuola.

Angelo Secondo Negli anni sessanta frequentavo la scuola elementare in un’aula ora adibita a museo civico nel Palazzo Centurione, sede municipale. Ho avuto la fortuna come tanti miei compagni di avere come insegnante il maestro Pelizza. Lo ricordo ancora benissimo, oltre ad avere una bella e distinta presenza fisica, era molto buono, insegnava benissimo e, nei due anni che ho trascorso con lui, non l’ho mai sentito alzare la voce, anche se qualcuno faceva un po’ il monello. Con il suo carattere tranquillo, sereno e soprattutto con costante pazienza riusciva ad instaurare un rapporto di fiducia e di stima in cui tutta la scolaresca seguiva con molta attenzione. Successivamente ero venuto a sapere che il maestro e la moglie Lidia aiutavano i bambini bisognosi del terzo mondo, offrendosi come volontari nel campo sociale, e questo mi ha fatto veramente molto piacere. Purtroppo se ne è andato troppo presto, ancora giovane, lasciando a chi l’ha conosciuto il ricordo indimenticabile di una persona semplice che ha dato molto nella vita e che tutti noi dovremmo prendere come esempio da seguire.

Federica Sottotetti Ho appreso con immenso piacere la notizia dell’iniziativa di raccogliere in un libro i ricordi, che ognuno di noi ha come ex alunno, sul maestro Mario Pelizza; non ho esitato a rendermi disponibile per scrivere i miei ricordi, che sono ancora molto vivi nella mia mente, nonostante siano trascorsi tantissimi anni (quasi trenta). 60


Sono stata una alunna del maestro a decorrere dall’anno 1970, quando ho iniziato a frequentare la prima elementare; purtroppo non rammento più la sezione della classe. Inizialmente non avevo un grande desiderio di studiare e, pertanto, se avessi avuto un insegnante severo, sarebbe stato veramente drammatico recarmi ogni giorno in classe. Invece, il maestro Pelizza aveva subito colto la mia natura competitiva e, così, spesso consegnava dei premi a chi risolveva bene un problema e, pertanto, era riuscito ad incentivarmi a studiare. Ricordo le sue lezioni per farci imparare un metodo specifico per scrivere i pensieri: infatti, desiderava che le nostre impressioni su un determinato argomento venissero scritte subito in bella copia, senza preparare la cosiddetta brutta copia. Questo sistema, all’inizio, mi era apparso un po’ difficile ed impegnativo a tal punto che gli avevo indicato con la mano che era matto; da parte sua non si era verificata nessuna scenata di nervosismo, non aveva neppure urlato (a quei tempi c’erano molti insegnanti che erano soliti dare le bacchettate sulle mani), ma mi aveva solo riferito con molta calma che dovevo scrivere per trenta volte la seguente frase:“Non si fa segno al maestro che è matto”. Vi assicuro che questa punizione per me è stata molto educativa, in quanto non ho mai più osato fare quel gesto a nessuno. Tralasciando quest’ultimo aneddoto divertente, il metodo di studio sopra descritto si è rivelato molto utile per lo svolgimento dei temi lunghi e complessi di letteratura italiana durante il ciclo di studi al liceo classico. Oltre a ciò, il maestro premiava soprattutto chi svolgeva in poco tempo ed in modo corretto un compito; questo insegnamento mi è servito sia al liceo, quando la versione di latino o greco doveva essere tradotta in un tempo breve, sia durante i concorsi per il lavoro, dove è fondamentale risolvere i test psico-attitudinali velocemente. Oltre alle lezioni durante le quali insegnava a scrivere o a leggere, descriveva anche come si doveva preparare la minestra o la pastasciutta; teneva, perciò, anche delle lezioni pratiche necessarie per poter sopravvivere, quando, ad esempio, la mamma era ammalata o occupata in altro modo e non poteva cucinare. Rammento ancora che il maestro aveva invitato i nostri genitori ad assistere in aula alle lezioni ed era pronto ad accettare da parte loro critiche costruttive per l’insegnamento; questa sua iniziativa era stata a quei tempi una novità assoluta, in quanto allora gli insegnanti non mettevano 61


certo in discussione il loro metodo. In conseguenza di quanto ivi illustrato, ricordo la sua figura non come insegnante “tradizionale”, ma come esperto in pedagogia e dotato di illimitata pazienza. Queste sue qualità venivano riconosciute anche dal direttore dell’Istituto che gli affidava in classe i cosiddetti ragazzi “difficili”, provenienti dall’orfanotrofio dell’Istituto Don Orione. Spesso alla domenica il maestro li invitava a pranzo a casa sua; in questo modo cercava di rallegrare la vita di questi bambini che, per motivi familiari, erano costretti a trascorrere molto tempo nell’istituto. Negli anni settanta non esistevano per questo tipo di ragazzi né la maestra di sostegno né l’assistente sociale. Quindi, il maestro Pelizza era non solo un insegnante, ma anche un importante punto di riferimento per tutti i suoi alunni. Una volta, un’insegnante disperata aveva fatto trasferire nella classe del maestro Pelizza un alunno che, anziché stare seduto sulla sedia, rimaneva sotto il banco per tutta la mattinata. Il maestro aveva lasciato per qualche giorno il bambino sotto il banco e, poi, con doti tipiche di uno psicologo esperto in problematiche infantili e con immensa pazienza aveva cercato di instaurare un dialogo; dopo una settimana il bambino si era integrato ed era uscito dal suo “isolamento”, rimanendo persino seduto sulla seggiolina. Oltre ai suddetti ricordi scolastici, poiché tra la mia famiglia e quella del maestro si era instaurato un forte vincolo di amicizia, ricordo quando ero stata invitata a casa sua per giocare con dei miei coetanei tedeschi, figli di suoi amici conosciuti in campeggio. Per me era stata un’esperienza straordinaria, perché negli anni settanta non esisteva certo all’interno della struttura scolastica la possibilità di effettuare scambi culturali fra studenti appartenenti a nazionalità e culture diverse. Tutti questi ricordi si riferiscono ad un periodo molto limitato, cioè in modo particolare alla prima elementare (1970), perché in seconda elementare il maestro si è ammalato, in terza elementare si è assentato per lunghi periodi e, poi, durante il quinto anno è morto. Non ricordo nulla della cerimonia funebre, perché, purtroppo, con mio grande rammarico non ho potuto salutare il mio maestro per l’ultima volta, in quanto ero ammalata. Riguardo il suo ultimo periodo di vita, ho sempre conservato con molta cura una lettera datata 24 gennaio 19751 scritta da lui durante il suo sog62

1. La lettera è pubblicata a pag. 121


giorno per convalescenza a Ventimiglia ed indirizzata a noi “cari ragazzi” ed alla nostra supplente durante la quinta elementare. Il contenuto è molto significativo, in quanto rappresenta una lezione di vita molto rilevante ed ancora attuale per tutti noi sia adulti sia ragazzi. Il maestro Pelizza, oltre ad avermi trasmesso in modo efficace alcuni metodi di studio, che ho descritto sinteticamente in questo racconto, mi ha lasciato in eredità delle importantissime lezioni di vita. In particolare, egli aveva anche squisite doti di umanità nei confronti delle persone più povere. Trascorreva tutto il periodo delle vacanze estive con sua moglie in Africa, in particolare in Burundi, dove svolgeva il faticoso lavoro di muratore, oltre che di insegnante. Questo suo amore notevole per gli indigeni africani era rimasto molto vivo in lui, anche quando, in seguito ai suoi gravi disturbi cardiaci, avrebbe dovuto rinunciare ai lunghi soggiorni in Burundi sia per il clima sia per il duro lavoro. Perciò, ritengo che sia stato un uomo attivo calato in un’esperienza umana meravigliosa, che ha riscontro solo nella caparbia volontà dei migliori missionari. Egli considerava l’intelligenza di un bambino non secondo criteri scolastici a cui si era abituati a quei tempi, ma in relazione all’ambiente in cui viveva. Perciò, un africano, che sapeva assistere una mucca partoriente, non doveva essere considerato ottuso solo perché non era capace di scrivere correttamente come un bambino italiano. In classe spesso affrontava la problematica del razzismo e sosteneva che il termine “negro” era dispregiativo e occorreva utilizzare la parola “nero”. Distribuiva anche molte riviste sul Burundi e cercava di sensibilizzare il più possibile i nostri animi, raccontando che ai bambini africani mancavano l’acqua, il cibo e l’assistenza sanitaria. Qualche volta sono stata invitata a casa sua per vedere le diapositive, che illustravano le pessime condizioni di vita e di povertà di queste popolazioni africane. In conclusione, desidererei che questo mio racconto venisse letto attentamente soprattutto da chi non ha avuto modo di conoscere questo maestro dotato di qualità eccezionali sia come insegnante sia come uomo.

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Egidio Spinetta Il ricordo che, personalmente, ho del maestro Pelizza è che, quando andavo in bagno, non riuscivo mai a riallacciarmi le bretelle, mi recavo alla cattedra e lui con pazienza mi riallacciava il tutto. Un altro gesto d’amore nei nostri confronti era quando portava i nostri compagni Vincenzino e Peppinello (due ragazzi ospiti dell’orfanotrofio di Castelnuovo S.) a turno, dopo la scuola, a pranzare a casa sua. Un giorno però, mentre Peppinello e il maestro si recavano a casa di quest’ultimo per pranzare, il ragazzo infilò sbadatamente il piede nei raggi, causando la caduta di entrambi.

Maria Teresa Stramesi Al mio Maestro: Ha costruito la mia personalità, ha eretto la mia figura, è stato la stella polare del mio cammino sino ad oggi. Precursore degli insegnamenti di cultura e di vita per gli allievi e per la società che lo ha circondato, ha mantenuto la Sua presenza continuamente nella mia vita, rappresentando un patrimonio intoccabile. Non potrò mai dimenticare la favola del Topo Tartaglione: storia di vita. Gli devo l’amore per gli animali e la natura. Grazie, Maestro!

Francesca Torti Sono stata allieva del Maestro Pelizza dalla 2° alla 5° elementare, più precisamente dall’anno scolastico 1966/67 all’anno 1969/70, in quanto ho frequentato la 1° elementare con la maestra Buratto di Sale che, l’anno successivo, è stata trasferita al Circolo Didattico di Sale. La sua classe è stata divisa e quattro bambine (io, Maria Teresa Stramesi, Giovanna Pensa e Franca Ferrari) siamo state inserite nella classe, allora solo maschile, del Maestro Pelizza. Ho un ricordo molto affettuoso del Maestro. E’ stata sicuramente una 64


delle persone più significative della mia infanzia, una persona di cui ricordo un po’ vagamente i tratti, ma di cui ricordo benissimo tanti insegnamenti, soprattutto insegnamenti di vita. Una persona che ritengo sicuramente straordinaria per l’epoca in cui è vissuto, per i suoi metodi innovativi di insegnamento, per la sua particolare attenzione verso i bambini, anche quelli forse un po’ più difficili. Mi sembra ancora di vederlo arrivare con la sua bicicletta nel cortile delle scuole elementari, sempre senza cappello né berretto in testa anche nei giorni più freddi d’inverno. Ricordo la storia del Topo Tartaglione, una favola che ci raccontava tutti i giorni dalla 2° alla 4° elementare e che inventava sul momento con una fantasia incredibile nell’immaginare le peripezie di questo simpaticissimo topo chiamato Tartaglione perché balbuziente. In 5° non ha più ripreso il racconto perché ci considerava ormai quasi “adulti”. Tutte le mattine, prima di iniziare le lezioni, ci si intratteneva sempre a discutere di quanto si era visto in TV la sera prima. Ovviamente lui cercava di farci preferire trasmissioni scientifiche o culturali anziché i soliti telefilm, oppure in alternativa…andare a letto dopo Carosello. Si discuteva molto di argomenti scientifici (proverbiali le domande che già ai suoi tempi il bambino Pierpaolo Ghiggino faceva al maestro:“Se in un atomo togliamo un po’ di protoni e aumentiamo un po’ di neutroni…”), della nascita della Terra, di come l’uomo è derivato dalle scimmie, degli uomini primitivi. Questo era uno dei suoi argomenti preferiti, tant’è che in 4° o 5° elementare ha organizzato una gita a gruppetti di cinque o sei bambini per volta caricandoci sulla sua macchina (una familiare dell’epoca) ed a turno ci ha portati a visitare le grotte degli uomini primitivi in una località in collina di cui ora non ricordo più il nome. Mi ricordo invece che quando sono andata io, il pomeriggio era cominciato con uno splendido sole, poi ci ha sorpresi un temporale con lampi e tuoni che ci ha costretti a ripararci proprio dentro le grotte. E il Maestro, per tirarci su il morale, ci ha fatto notare con entusiasmo che avevamo proprio provato l’esperienza degli uomini primitivi. Al ritorno abbiamo poi infangato con le nostre scarpe tutta la macchina, così ci siamo fermati ad un ruscelletto a lavare i tappetini dell’auto. Altre cose di cui mi ricordo: - Le nostre esperienze di botanica in aula con un orticello artificiale dove seminavamo diversi tipi di pianticelle. - Un anno abbiamo segnato tutti i giorni a mezzogiorno con una matita 65


il punto dove arrivava la luce del sole sulla porta dell’aula per verificare come il giorno dell’equinozio invernale il sole arrivasse al punto più basso (o forse più alto???? Ahimè le mie conoscenze astronomiche…) dopo di che invertiva la rotta.Tutto questo per spiegare la rotazione della Terra attorno al Sole e il succedersi delle stagioni. - Il racconto delle vacanze estive in Sardegna con la moglie Lidia e la cagnetta Laika, in roulotte a girare per strade allora sicuramente poco battute dal turismo: con l’aiuto di una cartina a testa ci ha praticamente spiegato la Sardegna con il vivo ricordo di quanto aveva visto e ci ha fatto innamorare dei nuraghe. - Ci teneva che tutti i bambini fossero responsabili di qualcosa. A tutti aveva assegnato un compito particolare: chi doveva pulire la lavagna, chi spolverava la cattedra, chi innaffiava i fiori, chi provvedeva all’inchiostro nei calamai (anche se erano poco usati perché fin dalla 2° elementare la sua preferenza andava alla penna stilografica e quasi tutti la usavamo) e così altri lavori. - Si arrabbiava raramente. Solo proprio quando perdeva la pazienza, in particolare quando spiegava alla lavagna e alle sue spalle c’era un forte brusio, si voltava di scatto e lanciava il cancellino sporco di gesso verso il bambino incriminato, che puntualmente andava a casa alla fine delle lezioni con il suo grembiulino nero con l’impronta del cancellino. - E che dire del topolino vero che abbiamo trovato in classe e che abbiamo amorevolmente allevato in una scatola di cartone fino a morte naturale? - Un’altra cosa che ricordo benissimo è stato il corso di educazione sessuale a noi bambine che ci ha tenuto un pomeriggio in 5° elementare. Dato che le domande in aula da parte di noi femminucce (c’era anche qualche bambina in più rispetto alla 2°, in quanto si erano aggiunte allieve ripetenti) cominciavano ad essere troppo ‘osé’ e i maschietti, più infantili di noi, continuavano a ridere, ci ha fatto andare in classe un pomeriggio per spiegarci “come nascono i bambini”. - Un altro corso che ha tenuto a tutta la classe in 5° è stato quello di ginnastica nella palestra delle scuole elementari, corso che allora non era ancora previsto nelle scuole elementari ma solo nelle medie. - Un’altra differenza con le maestre dell’epoca era che noi non avevamo quaderno di bella e quaderno di brutta, ma solo due quaderni, uno a righe e uno a quadretti dove lavoravamo sempre come veniva (bene o male). 66


- Non ci ha mai dato tanti compiti a casa. In particolare, nonostante lui non fosse un cattolico praticante, non ci ha mai dato compiti scritti il sabato (solo qualcosa da leggere o ripassare) perché diceva “Non voglio che mi troviate la scusa che non siete andati a Messa per fare i compiti!”. Altre cose sul momento non mi vengono in mente ma ogni tanto riaffiora qualche ricordo nuovo. Spesso comunque mi capita che nella vita quotidiana leggo qualcosa, vedo qualcosa, sento qualcosa e mi viene da dire: “Ma questo l’aveva detto anche il Maestro!”. P. S. : molte cose possono sembrare ovvie ai tempi nostri, ma bisogna pensare che il Maestro ci ha insegnato queste cose più di 30 anni fa!

Pietro Torti Anch’io sono stato uno scolaro del maestro Mario Pelizza. Che fortuna! Sì, è stata una vera fortuna avere come insegnante una persona speciale come il maestro. Si dice, in genere, persone così non ce ne sono più, ma in questo caso è la sincera verità. In classe non ha mai alzato la voce, non si è mai alterato, ma si è sempre dimostrato disponibile e pronto a soccorerci nei nostri quotidiani problemi di apprendimento: eppure, pur non gridando e non adirandosi mai, riusciva sempre a tenere noi bambini quieti e attenti alle sue parole, e, per i più monelli, era sufficiente un suo sguardo per tranquillizzarli. Dopo averci insegnato a leggere e a scrivere si dilettava ad esercitarci alla scrittura iniziando il dettato passeggiando in mezzo ai banchi per poi terminare la dettatura seduto alla cattedra. Quello che Mario, lasciatemelo chiamare così, mi ha insegnato nei cinque anni delle elementari è stato importantissimo, non solo per l’insegnamento scolastico ma soprattutto per l’insegnamento morale. Infatti era una persona di buone maniere che ci voleva bene come un padre. Conservava sempre il suo buon umore, era sempre coscienzioso, pieno di entusiasmo, come se ogni giorno facesse scuola per la prima volta. Mi ricordo che una uggiosa giornata autunnale mandò un bambino in cortile a vedere che tempo stesse facendo. Al rientro in classe il bambino era imbarazzato in quanto non riusciva a tradurre in italiano la situa67


zione metereologica. Il maestro Pelizza gli chiese di esprimersi in dialetto. Alla risposta “u scarnebia” egli disse: “In italiano si dice pioviggina”. Questo era il mio maestro Mario Pelizza.

Giancarlo Viviani E’ un’occasione questa per ringraziare il maestro Mario Pelizza per tutto ciò che mi ha trasmesso con i suoi insegnamenti, per il suo altruismo, la sua disponibilità verso il prossimo lasciandomi un ricordo simpatico e dolce degli anni trascorsi insieme.

Gianluigi Zeme Mario Pelizza: maestro di tutta la vita. Da piccoli il proprio mondo è quello più importante, poi si vede meglio ogni cosa. Credevo che tutti i bambini avessero un maestro come il mio. Invece lui era ed è rimasto veramente unico. Ho avuto la fortuna di essere suo alunno dall’Ottobre 1965 al Giugno 1970. Allora a scuola c’erano ancora i banchi di legno ed il bidello portava agli alunni l’inchiostro nero con una vecchia caffettiera blu. Ogni classe aveva il suo maestro, giudice unico, che la caratterizzava dandole un’impronta personale. Ho un ricordo ancora vivo del primo giorno. Eravamo alloggiati provvisoriamente nell’ex edificio dell’asilo a causa di una ricorrente mancanza di aule. Accompagnato da mia madre fui affidato a lui con qualche parola di circostanza. Ero timidissimo e privo di ogni esperienza di vita comune, avendo rifiutato, dopo qualche disastroso tentativo, l’esperienza dell’asilo. La mia prima reazione fu di mutismo e immobilismo. Non andavo alla lavagna neppure se chiamato. Fu qui che si rivelò per la prima volta la grande umanità e l’innata capacità di comprensione psicologica del Maestro Pelizza: mi lasciò semplicemente stare. Chissà quanti altri colleghi, coerentemente con i metodi diffusi, avrebbero preso provvedimenti di rimprovero; egli invece capì che mi ero perso in quella nuova real68


tà. Dopo qualche giorno mi sbloccai e anno dopo anno vissi con lui e i compagni l’esperienza forse più costruttiva e avvincente della mia vita. La sua fama non deriva semplicemente dall’essere stato buono. Sarebbe rimasto solo un ricordo e non una presenza viva, costante (quasi ogni giorno mi capita di ricordare qualcosa che mi insegnò).Aveva anche ottime capacità di insegnamento e metodo. Spesse volte lo vidi consultare dei testi che utilizzava come guida per il programma. Era capace di condire i contenuti con tanta fantasia, divertimento e grande gentilezza. Nessuno per lui era una presenza di secondo piano.Tutti eravamo al centro della sua attenzione. Aveva assegnato alcuni incarichi: capoclasse, addetto alle commissioni con bidelli ed altri insegnanti, ecc. Accortosi che alcuni si sentivano esclusi per non avere una funzione cominciò a sforzarsi per trovarne altre: addetto a lavare la lavagna, addetto a svuotare il cestino, addetto ad annaffiare le piante, ecc. Gli incarichi occuparono l’intero elenco, restavo ancora io (ultimo perché il mio cognome inizia con la zeta). Che cosa poteva ancora inventare…eravamo alla fine della mattinata…..ecco l’idea: sarei stato in piedi vicino a lui durante le preghiere iniziali e finali della mattinata. Si era occupato di tutti, tutti eravamo uguali. Nella mia classe vi era un certo numero di bambini provenienti dall’Istituto Don Orione. Il maestro, a turno, li ospitava per il pranzo a casa sua ed io e la compagna Maria Teresa, che abitavamo vicini, andavamo poi a giocare con loro durante il pomeriggio. Per integrarli e farli sentire anch’essi portatori di una cultura propria (erano tutti nati distante da Castelnuovo) non mancava di decantare le bellezze dei loro luoghi di provenienza: Caserta,Taormina, ecc. con interessanti e simpatiche descrizioni. Era un vero amante della natura, oggi si direbbe che era un “verde”. Rispettava con sincero amore ogni forma di vita. Nella sua Fiat 1100 giardinetta (che ancora oggi circola per il paese!) visse per parecchio tempo un piccolo ragno che non fu solo tollerato finché visse ma addirittura seguito, anche da me personalmente, mentre intrecciava la ragnatela tra lo specchietto e il parabrezza. Amava trascorrere vacanze in campeggio con la tenda o la roulotte, cercando sempre l’aspetto più genuino delle località visitate (teniamo presente che allora era quasi un pioniere di questo tipo di turismo). E poi a scuola ci raccontava le sue esperienze tenendoci legati col filo della curiosità tanto che eravamo tutti immedesimati nell’avventura. 69


Un giorno portammo in classe delle crisalidi di farfalla. Messe in un recipiente adatto, dopo alcuni giorni, si schiusero sotto i nostri occhi ammirati mentre stavamo tutti radunati attorno alla cattedra. Nella nostra classe c’erano alcuni vasi alla finestra. Si organizzò anche un piccolo orto sul davanzale, seminando, in una speciale scatola, lattuga e cicoria. Una pianta simile ad un cactus fu sagomata, ruotando il vaso rispetto al sole e facendogli assumere una forma ad “esse”. Ospitammo anche una piccola pianta carnivora. Ci insegnò i movimenti della Terra rispetto al Sole annotando sul pavimento, con una matita, sempre alla stessa ora, la linea d’ombra descritta dal Sole. Un giorno decise di portarci tutti sul fiume, con la sua canoa. A gruppi di due o tre alla volta, muniti di salvagente, ci portò sull’acqua. Era emozionante scoprire i segreti del fiume e volle farci sentire come si girava forte passando tra i vortici provocati dal Grue e dallo Scrivia che si univano. Originale fu la gita di classe che organizzò senza mezzi speciali. Gli autisti erano solo lui e un suo amico che mise a disposizione una VolksWagen Maggiolone. A turni di sette o otto alla settimana ci portò su una collina oltre Tortona (credo che si chiami “Guardamonte”) dove c’erano stati ritrovamenti di monete antiche e altri oggetti e segni di civiltà preistoriche. Durante una di queste gite piovve per tutto il giorno ma nessuno si lamentò: il maestro riuscì a trovare spunti per divertire i bambini e raccontò la vita degli uomini delle caverne. Gran parte della gita si svolse al riparo di una grotta lasciando ai partecipanti una grande emozione. Quelli a casa, me compreso, invidiarono quella giornata. Quando fu il mio turno mi toccò di salire sulla macchina dell’amico. Rimasi triste per tutta la giornata: chissà quante cose interessanti si dicevano sulla macchina del maestro.... Al ritorno rimescolò gli equipaggi e per me fu gioia grande poter fare il viaggio di ritorno sull’ ”ammiraglia”. Una fortuna mia personale, condivisa anche da Maria Teresa, era vivere vicino alla casa del maestro. Andavamo a casa insieme a piedi e si parlava di tante cose. Poi arrivati in via Goito (oggi via Cardinale Cesare Zerba) tutti e tre ci mettevamo a cercare in terra. Cercavamo una lametta da barba che quotidianamente qualche sprovveduto lanciava dalla finestra dopo essersi rasato. Una volta trovata il maestro la raccoglieva con cautela e la gettava nel tombino. Non eravamo proprio come Superman ma eravamo fieri della buona azione compiuta. Un giorno ci fece parlare registrando le nostre voci con un registratore 70


In piedi, da sinistra verso destra: Mario Salvadeo, Carluccio Orsi, Giuseppe Ricci, ? , ? , Francesco Gatti, Gianluigi Zeme, Enzo Torti, Francesca Torti, Maria Teresa Stramesi, Antonietta Natale, Giovanna Pensa, Carla Zito, Piera Motta, Marilena Stradaioli ; in basso: ?, Pierpaolo Ghiggino, Sergio Brugnerotto, Gian Piero Ghibaudi, Massimo Mandirola, Giuseppe Curone, Claudio Savioli, Pietro Gatti, Egidio Spinetta, Gregorio Conietta?.

a nastro. Dopo anni ce le fece risentire per farci notare quanto erano cambiate. Ancora oggi ricordo come ci descrisse l’opera lirica di Giuseppe Verdi “Il Rigoletto”. Dopo aver assistito alla rappresentazione, il giorno dopo, in classe, volle condividere con noi l’emozione della storia. E’ proprio per questo che ho bene impressa quella trama e rimane la mia opera preferita. Le materie si studiavano tutte. Con due quaderni piccoli (uno a righe e uno a quadretti) e due libri. Nell’astuccio bastava poco, diceva: ”Non serve spendere soldi nella penna stilografica. Basta la penna col pennino o la matita”. Sosteneva, e aveva ragione, che la penna a sfera non era adatta ad imparare a scrivere bene. Ci insegnava a prestare attenzione a tutto, una mattina passammo parecchio tempo a contemplare una fotografia che faceva da copertina ad un libro (credo si intitolasse “Verde Valle”). Ogni alunno doveva descrivere il particolare che più lo colpiva in quella veduta. Tutti facevamo a gara 71


per trovare qualcosa da segnalare. Non trascurò di insegnarci ad utilizzare l’orario dei treni e ci insegnò ad utilizzare una carta geografica. Ognuno di noi con una carta dell’Italia sul banco e..............pronti via! Ricordo che il viaggio arrivò anche all’estero, dalle parti di Locarno. Ora non suscita più scalpore ma in quei tempi ci parlò anche di educazione sessuale. In giorni diversi organizzò una lezione straordinaria di pomeriggio per le ragazze e poi per i ragazzi. Morivamo dalla voglia di conoscere le domande poste dalle ragazze. Non si seppero mai, anche se qualche voce girò per giorni tra noi. Ma la cosa più strabiliante e ancor oggi difficile da spiegare e da rendere viva nel ricordo è senz’altro la storia del “Topo Tartaglione”. Per scherzo, o non so per quale altro motivo, il maestro si avventurò in un racconto. Forse aveva voglia di inventare una storia, forse era un metodo di insegnamento che voleva sperimentare con noi, fatto sta che la storia andò avanti, credo, per anni. Mi sembra di ricordare che il topo fuggì da un pollaio, ma non ne sono sicuro. Ad ogni passo accadeva un incontro e un’avventura. Ricordo quando ci raccontò che per attraversare un fiume utilizzò una vecchia pantofola...... Alle prime credo fosse entusiasmante anche per lui. Serviva a distendere i nervi alla fine della mattinata. Ammoniva che era da considerarsi un premio, solo se eravamo stati bravi (non ricordo, però, che avesse negato una sola volta di andare avanti con le puntate della storia). Noi eravamo entusiasti, non si restava assenti per nessun motivo. Era ormai un nostro diritto acquisito conoscere l’episodio seguente. Poi diventò difficile anche per lui andare avanti. So che confessò più di una volta ai nostri genitori di non sapere come finire. Nella nebbia della memoria non riesco a ricordare il finale ma posso assicurarvi che l’idea di questa favola infinita fu veramente formidabile. Molti altri sono i ricordi che mi restano del maestro e affiorano alla mia mente ogni giorno, provocati da azioni banali o mentre i pensieri scorrono suscitati da quello che vedo e sento. Posso assicurarvi che il bagaglio interiore costruito dalla sua presenza educatrice è senz’altro sminuito e svalutato nella descrizione. Difficile è rendere a parole un mondo intero fatto di sensazioni, di immagini e di una presenza sempre costante ancora oggi. E’ morto troppo presto e troppo giovane. Aveva accennato, senza mai farlo pesare, alla sua lenta malattia: un pro72


blema al cuore. Oggi, credo, lo avrebbero fatto vivere di più. A volte mi piace immaginare un altro finale. Penso che sarebbe stato un punto di riferimento per me in tanti momenti di scelta o di crisi, un amico sincero, disinteressato e schietto al quale rivolgermi nel bisogno. Insomma uno di quei tesori, rari e preziosi, che vanno afferrati al volo finché ti appartengono.

Carla Zito Alla domanda: "Che cosa si ricorda del maestro Pelizza? C'è un episodio, una favola, una filastrocca che le è rimasta maggiormente impressa?", Carla risponde senza neppure soffermarsi un attimo a pensare: "Ricordo tutto, ricordo tutto di lui! Il suo volto sempre sorridente, lo sguardo paterno che ha sempre rivolto a me, figlia di meridionali immigrati con un sacco di problemi. I miei - prosegue Carla - erano di Molochio, un paesino del Sud in provincia di Reggio Calabria, trentacinque anni fa avevano deciso di venire a Castelnuovo, al Nord, per tentare una vita migliore. Mia madre in particolar modo faceva di tutto per riuscire a dare a noi figli quello che a lei era stato negato, lavorava giorno e notte e questo le impediva di avere tempo da dedicarci, quel tempo che alcune mamme delle mie compagne potevano permettersi di trascorrere con le loro figlie coccolandole, comprando insieme a loro dei bei vestiti alla moda, dei giocattoli nuovi. Io mi sentivo sola, anche se tutto quel lavorare disumano della mia mamma, costretta a dover crescere la sua prole, a far loro da madre e padre per colpa di un marito sempre assente, era il suo modo di dirci: ‘vi voglio bene’. Nei confronti di buona parte dei miei compagni mi sentivo emarginata, messa da parte, lasciata lì in un angolino nascosto perché davo fastidio, non ero considerata al loro pari, avevo ben poco da spartire con loro, macché scarpine e vestitini nuovi, merendine al pomeriggio, la mamma che ti aiuta a fare la ricerca o i compiti da portare a scuola giusti e corretti il giorno dopo, io da sola a sette, otto anni dovevo già badare a me stessa. E allora non c'era neppure l'interclassista ad occuparsi di questi grattacapi! Per fortuna c'era il maestro Pelizza: lui aveva capito la situazione. Non faceva distinzioni, per lui gli alunni erano tutti uguali e io mi sentivo protetta. Quando il pomeriggio mi invitava gentilmente ad anda73


re a casa sua a fare i compiti insieme ad altri compagni di scuola, seduta a quel tavolo quadrato mi sentivo uguale agli altri. Poi ad un certo punto della lezione diceva alla moglie: ‘Lidia, prepara la merenda’. Ecco che arrivavano subito panini con il salame, biscottini fatti in casa, dolcetti e altre leccornie che rappresentavano per me un vero ben di Dio. Io aspettavo con ansia il pomeriggio per andare a casa del maestro, la loro era una dimora accogliente, tutto era ordinato e al suo posto, lì sentivo quel calore umano di cui tanto avevo bisogno, lì Mario e Lidia mi regalavano le loro coccole e il loro affetto che tanto mancava a me bambina”.

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I colleghi e gli amici ricordano

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Pietro Baldi Venni ad abitare a Castelnuovo, insieme a mia moglie, alla fine di giugno del 1965. Il 1° ottobre dello stesso anno presi servizio come insegnante nella locale scuola elementare, e vi rimasi poi fino al 1972. Vi trovai un bel gruppo di validi colleghi, che ricordo ancora con viva simpatia. Vi erano fra gli altri, in ordine sparso come tornano a mente in questo momento (e mi scuso delle involontarie omissioni), Osvaldo Mussio, Emilio Arzani, Laura Cavalli, Vera Garavelli, Teresita Goggi, Tea Stassano, Marina Veniali, Anna Locardi, Emma Rossi, Carla Chiesa, Roberto e Lilly Galasco, Gianteresio Fezia, Mario Romani… e, naturalmente, il nostro Mario Pelizza. Vi era – autentica istituzione all’interno della scuola castelnovese – il bidello Cairo, capace di mettere in riga, con un semplice saggio della sua voce armoniosa, stuoli di insegnanti e di scolari. Fu del tutto facile e naturale stabilire i più cordiali rapporti con i colleghi. Con Mario, tuttavia, ci fu subito un feeling particolare: era impossibile non essere colpiti dal suo senso della misura, dalla sua estrema pacatezza, dal suo equilibrio, dalla sua costante serenità d’animo, che si univano, per altro, a un umorismo raffinato, a una sottile ironia, a una visione disincantata delle cose, ad una innata riluttanza a drammatizzare le normali vicende della vita. Così, dalla consuetudine professionale si passò molto presto ad una amicizia durevole, che ci portò ad incontrarci con regolarità anche fuori dalla scuola, e ad estendere la frequentazione vicendevole alle nostre famiglie: a sua moglie Lidia, a mia moglie Annabona, ai miei figli Federica e Alessandro, e – perché no? – alla simpatica barboncina Laika. Ci riunivamo a casa mia, in via XX settembre, o più spesso nella villetta di via Kennedy. Avevamo scoperto un interesse in comune, quello per il campeggio. Mario aveva a quell’epoca la roulotte, noi una tenda: alla roulotte saremmo arrivati qualche anno più tardi. Le vicende di viaggio e la vita di campeggio erano un tema ricorrente delle nostre conversazioni. Mario raccontava le peripezie dei suoi inizi, quando, non potendosi ancora permettere l’acquisto di una tenda e men che meno di una roulotte (già allora gli stipendi dei maestri non consentivano certi lussi!), viaggiava con Lidia per l’Italia e all’estero a bordo di una vecchia “Topolino”, a cui, alla sera, toglieva i sedili anteriori sostituendoli con un’imbottitura artigianale, per ricavare una superficie più o meno piana sulla quale stendersi in qualche modo durante la notte: una “suite”, come si vede, non esattamente a cinque stelle. 77


Ricordo che una volta mi accompagnò dalle parti di Rozzano a trovare un suo amico, il quale stava trasformando un autobus ormai fuori servizio in un camper: vi lavorava con un entusiasmo incredibile, quasi infantile. Stento a credere, tuttavia, che quel camper sia mai riuscito a mettersi in movimento: vi aveva già caricato un peso tale di sovrastrutture, e tante altre stava caricandone, che ben difficilmente quel motore ormai prossimo alla pensione ce l’avrebbe fatta a schiodarlo dal terreno. Un altro aspetto di Mario mi torna alla memoria: ben prima di certi ambientalisti biliosi di oggi, egli aveva scoperto, e praticava assiduamente fin dagli anni sessanta, senza menarne vanto, la raccolta differenziata e il riciclaggio dei rifiuti. Per la carta e per i materiali combustibili, c’era il caminetto di casa; per i rifiuti organici, specie quelli di cucina, il compostaggio, parola che neppure esisteva nei dizionari della lingua italiana: Mario preparava nel suo orto delle buche, nelle quali versava i rifiuti organici per poi ricoprirli di terra, in modo che, decomponendosi, formassero un substrato di ottimo concime naturale. Quasi nulla da casa sua finiva in discarica.

Ponte d’Elba, 1974 - I coniugi Pelizza in vacanza con la famiglia Baldi.

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Confesso che quando seppi che Mario e Lidia si sarebbero recati in Africa nel periodo estivo quali missionari laici, pur piccandomi di conoscerli bene, ne rimasi stupito: solo riflettendo a posteriori mi resi conto che ciò rientrava perfettamente nel quadro della loro personalità e della loro silenziosa generosità. Li aiutammo con vero piacere, quindi, a organizzare a Sale, in occasione della festività patronale di Sant’Anna, un mercatino di oggetti dell’artigianato africano e indiano a favore delle missioni. Ad un certo punto, le circostanze ci portarono ad allentare un poco i contatti con Mario e Lidia. Nel 1970 la mia famiglia si trasferì a Sale; nel 1972, come già detto, terminò il mio servizio d’insegnante a Castelnuovo. La passione per il campeggio, tuttavia, ci portò quell’anno a vivere alcuni giorni di vacanza insieme. Noi ci eravamo sistemati con la roulotte in un camping di Gignod, una località non molto lontana da Aosta sulla strada del Gran San Bernardo. Lì ci raggiunsero poco dopo Mario, Lidia e Laika, per trattenersi alcuni giorni con noi. Federica e Alessandro avevano allora rispettivamente quattro e due anni, e Mario si divertiva a farli giocare: copriva gli occhi a Laika con i padiglioni delle orecchie, e invitava i bambini a nascondersi; poi liberava la cagnolina, la quale immancabilmente li andava a scovare nei loro nascondigli. Nel febbraio 1974, avendo superato il concorso direttivo, io ebbi la mia prima sede di direttore didattico a Venasca, in valle Varaita, e lì traslocai con la famiglia. Il vincolo affettivo con Mario e Lidia sembrò doversi interrompere del tutto. Invece non fu così. Nell’ambito del mio Circolo didattico vi era una paesino sperduto, tagliato fuori dal mondo, ma assai grazioso, accogliente, immerso nel verde: Isasca, 770 metri di altitudine, poco più di duecento anime fra concentrico e case sparse. Alla periferia del paese c’era la scuola: un edificio decoroso, comprendente al piano terreno due aule, e al primo piano, come stabilito dalle norme, due appartamentini per le maestre, uno solo dei quali utilizzato. Mi accordai con il sindaco, che era una gran brava persona, e presi in affitto per il periodo estivo l’appartamentino libero e il cortile della scuola. Fu l’occasione per una divertente rimpatriata: Mario ed io sistemammo le nostre roulottes nel cortile, mentre il collega Gianteresio Fezia, con la moglie Tina ed i figli Elissa e Gabriele, prese possesso dell’appartamento. L’arrivo di Gianteresio a Isasca ebbe del “fantozziano”: dalla sua “127” uscirono nell’ordine Tina, che era al volante; Gianni con giornale; Elissa e Gabriele; valigie; materassi; cibarie assortite: a nessuno fu dato di capire come fossero entrati in quell’abitacolo. 79


Fu una vacanza indimenticabile. Compivamo brevi e non troppo defatiganti passeggiate nei dintorni (Mario già accusava problemi di cuore), fino a una cappelletta nascosta fra gli alberi, oppure lungo una strada ombrosa in leggera salita. I bambini, sia quelli di Gianni che i miei, avevano una venerazione per Mario: lui era il botanico, il geologo, lo zoologo, che aveva una spiegazione per ogni loro nuova curiosità. Conserviamo ancora una pietra irta di cristalli di quarzo che raccogliemmo dopo che lui ce l’aveva fatta notare lungo un sentiero. Ricordiamo che un giorno, essendo andati in cerca di funghi, i bambini e noi precedevamo senza trovarne nessuno; Mario e Lidia che venivano per ultimi con molta calma raccoglievano, dove noi eravamo appena passati senza vederli, dei porcini grossi come un pugno. Solo una volta ci concedemmo una gita più lunga, per altro in auto, per avvicinarci alle bellezze dell’alta Valle Varaita: Melle, Frassino, Sampeyre, Casteldelfino, la Val Bellino… Intrattenevamo lunghe conversazioni con il parroco don Dutto, sacerdote colto e amabile, che dopo essere stato per anni il segretario del Vescovo di Saluzzo, era venuto qui a Isasca a godersi una meritata e serena pensione. In paese c’era una modesta ed assai economica trattoria, dove ci recavamo di tanto in tanto a gustare le superbe e sempre nuove specialità della cucina piemontese che la signorina Rita, cuoca e proprietaria del locale, era capace di cucinarci. Alla sera Mario dimostrava una grande abilità nell’accendere e nel mantenere acceso un fuoco da campo, sul quale riusciva a bruciare chissà come anche gli avanzi ancora umidi della cena. Ci adunavamo tutti intorno al fuoco a chiacchierare, ma era Mario ancora quello che si faceva ascoltare di più per il particolare fascino che riusciva a mettere nel suo modo di raccontare: i bambini ne erano incantati. Una sera che Gianni si era sostituito a Mario nelle funzioni di “fochista”, mentre eravamo tutti intorno al fuoco, all’improvviso una secca esplosione ci fece sobbalzare: ritenemmo opportuno gettar acqua sulla brace, non sapendo quale fosse la causa dello scoppio. Il mistero si sciolse il mattino dopo, quando non molto distante dal focolare trovammo una bomboletta spray di alluminio completamente squarciata: era finita inavvertitamente sul fuoco, e il gas residuo a contatto con la fiamma era scoppiato rumorosamente: per fortuna nessuno era stato colpito. I bambini, comunque, decisero che, per l’incolumità di tutti, era meglio tornare ad affidarsi all’esperienza di Mario. 80


Altri episodi piacevoli caratterizzarono quella vacanza. C’era con noi la barboncina Laika, tranquilla ed educatissima: pur avendo a disposizione tutto il cortile erboso della scuola, non si sarebbe mai permessa di sporcare in giro: aspettava pazientemente fino a quando Mario la accompagnava fuori della recinzione, e solo allora dava libero sfogo ai suoi bisogni naturali. Così pure, mai si sarebbe azzardata ad entrare nella nostra roulotte, anche se la porta era spalancata tutto il giorno. Capitava che Mario e Lidia venissero da noi: Laika si fermava appoggiando le zampe anteriori sul gradino della roulotte, ma assolutamente non varcava la soglia se non a un cenno di Mario. Un giorno cominciò a scodinzolare intorno al cortile un cagnolino di razza indefinita: si vedeva lontano un miglio che moriva dal desiderio di essere adottato. Si riunì il consiglio generale del campo, e, considerando che Laika guardava al nuovo arrivato con signorile nonchalance, si decise di lasciarlo entrare. Si trattava allora di battezzarlo, dato che nessuno conosceva il suo nome originario, ammesso che ne avesse mai avuto uno: cane di qua, cane di là, qualcuno suggerì di chiamarlo Gengis, ovverosia Gengis Kan, come il famoso imperatore mongolo: la proposta fu approvata all’unanimità. Il cagnolino ci sembrò molto

Cervino, 1972 Federica Baldi con la mitica cagnetta di Pelizza, Laika.

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onorato di quel nome altisonante; e in segno di eterna gratitudine, e al modico prezzo di un po’ di cibo giornaliero, si autoproclamò da quel momento strenuo difensore della nostra privacy, abbaiando furiosamente, sempre a distanza di sicurezza per altro, a chiunque casualmente si trovasse a passare nei paraggi della scuola. Una mattina Mario mi parve preoccupato, come se volesse dirmi qualche cosa, ma non osasse. Alla fine parlò: “Ho l’impressione che qui stiamo dando fastidio a qualcuno: tutte le notti sento cadere a intervalli regolari e quasi fino al mattino dei sassi sulla mia roulotte: come volessero invitarci ad andarcene!”. Rimasi davvero meravigliato di una simile eventualità: mi pareva che la gente di Isasca fosse troppo buona e troppo ospitale, seppure piuttosto riservata, perché ciò potesse accadere. La meraviglia, però, non durò a lungo: la roulotte di Mario era collocata all’ombra di un maestoso noce, e sopra ed intorno ad essa trovammo infatti un gran numero di gusci di noci rosicchiate e svuotate del loro gheriglio: vi erano dunque sul noce dei simpatici e sconosciuti roditori – scoiattoli? ghiri? – che di giorno non si facevano vedere; ma di notte, favoriti dal buio e dal silenzio, si dedicavano a vere scorpacciate del loro alimento preferito, lasciando poi cadere i loro scarti e provocando quei rumori molesti. Il problema fu presto risolto, spostando la roulotte di Mario lontano dalle traiettorie di caduta dei gusci. Con questi, mia moglie volle fare un originale mazzetto, che è ancora appeso nella nostra roulotte ormai da anni inutilizzata. Come tutte le cose belle, purtroppo, anche la splendida vacanza di Isasca giunse al temine. Tina stipò all’interno della sua “127” materassi, valigie, figli e marito: fortunatamente, le cibarie erano esaurite, ed il carico fu, quindi, più leggero. Mario ed io agganciammo alle auto le nostre roulottes, e partimmo. Per qualche chilometro procedemmo di conserva. Poi ci fermammo, ci salutammo con affetto, ed ognuno proseguì per una strada diversa. Non potevamo immaginare che non avremmo più rivisto Mario.

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Carla Celerino Ricordare il maestro Mario Pelizza è come dipanare nella memoria gli avvenimenti di un breve tratto della mia vita di insegnante nelle scuole elementari di Castelnuovo Scrivia, che va dal 1970 al 1975. Purtroppo erano gli ultimi anni dell'esistenza terrena di Mario, quando il male aveva già minato il suo fisico. La dolcezza, a volte bonariamente ironica, che emanava dai suoi occhi chiari e da tutto il suo aspetto di uomo bello, distinto, apparentemente dimesso, era disarmante. Non gli ho mai sentito alzare la voce né con gli alunni né coi colleghi. Nelle discussioni, a volte accese (eravamo ancora nel clima del '68), che nascevano tra i maestri Gianteresio Fezia, Roberto Galasco e il parroco mons. Cerutti, nelle quali portavo anch'io le mie opinioni, Mario era un imparziale moderatore. Era la voce razionalmente umana che voleva ricondurre alla realtà le passioni soggettive travalicanti gli avvenimenti. Il suo atteggiamento poteva sembrare qualunquistico e invece era sostanziato da un'ecumenica visione del mondo e da una ricchissima umanità. La sua totale disponibilità verso i diseredati, la gente che non aveva voce, i bimbi africani, ai quali dedicava con la moglie Lidia le vacanze estive, era concreta attestazione di una ben precisa scelta di vita. Quantunque la cagionevole salute gli causasse sofferenza, non l'ho mai sentito lamentarsi né si è mai sottratto a qualsiasi impegno: con Galasco preparava anche le escursioni didattiche dei nostri ragazzi, faceva i necessari sopralluoghi per le gite, scegliendo con competenza da buongustaio i ristoranti: tutto poi si svolgeva nel migliore dei modi, con sana allegria e responsabile impegno. Mario era l'immagine della serenità, tanto che spesso ci si dimenticava del suo precario stato di salute. Ricordo che al mio arrivo da Sale mi accoglieva talvolta con "la sai l'ultima ?" e sciorinava, con serafica calma, facezie o barzellette che cancellavano le preoccupazioni e ti disponevano a cominciare bene la giornata. Mario è passato accanto a me come una fuggevole e meravigliosa meteora di dolcezza, onestà, sincerità, altruismo e voglia di vivere: una bella e preziosa lezione di vita.

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Franca Corsico Via Dante. Una via Dante di quarantacinque anni fa. Di fronte allo slargo del bar Sport, allora Valdata, il negozio di alimentari di Beniamino Mogni, qualche decina di metri più avanti due alberghi: il Pescatore della famiglia Lucotti e il Commercio gestito dalla signora Rina Occhi, li separavano una palazzina a due piani stretta stretta, abitata da Rosetta Castellotti con i suoi due figli, Gianni e Mariuccia, la barberia di Cesare Carnevale e il negozio di tabacchi dei Corsico. Sul lato opposto alle due botteghe l’abitazione dei Concaro, rivenditori di granaglie e farina e la casa vinicola dei Curone. Oltre via Martin Luter King il Palazzo dei Berutti, con ù siur Gigi e la sorella, e dall’altra parte la Villa De Angelis. Poi, alla fine della strada la lea, termine con cui allora i castelnovesi indicavano un boschetto di profumatissime acacie, che si estendeva dal distributore di Gidio alle rive del torrente Scrivia, dove gli anziani trascorrevano i pomeriggi conversando amabilmente seduti all’ombra delle grandi robinie. Vicina alle sponde dello Scrivia a ra draga, di proprietà del signor Colla Eugenio. Era qui che Mario Pelizza lavorava come impiegato quando, poco più che diciannovenne, appena diplomato, non aveva ancora avuto il tempo di

Una vecchia immagine di via Dante.

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partecipare al concorso per maestro di scuola elementare. E questa era la strada che percorreva tutti i giorni per recarsi sul posto di lavoro, faceva il contabile in una ditta che produceva ghiaia dragando i sassi ricavati dal letto dello Scrivia.Trascorreva buona parte della giornata seduto ad una scrivania, ma nonostante la sua fosse una buona occupazione, le condizioni igieniche del modesto ufficio in cui era relegato non erano certamente le migliori: esposto al sole cocente in piena estate, umido e freddo in inverno, eppure Mario ogni giorno passava da via Dante sorridente, aveva un volto sereno e un’espressione felice, felice di quello che la vita gli offriva. Voleva fare il maestro, ci teneva moltissimo, era il suo sogno nel cassetto. La sua mamma, morta quando era poco piÚ che un ragazzetto era una maestra, anche suo padre e sua zia esercitavano questa professione. Sua zia, la maestra Spalla, gli voleva un bene immenso, aveva mille premure nei suoi confronti. Veniva spesso da Alzano, in sella alla sua bicicletta, nel negozio di mia mamma, dai Latè, li chiamavano ancora cosÏ, anche se, mancato il nonno, del caseificio non era rimasto che il ricordo. Comperava le sigarette per il suo Mario, ma mai una volta che si fosse dimenticata di acquistare quaderni, penne, matite, biro ed altri oggetti di cartoleria che immancabilmente distribuiva ai bambini di Alzano, dove insegnava. Mio genero Alberto racconta che, ancora quando era piccino lui, gli scolari alzanesi andavano a prendere penne e quaderni, spesso e volentieri offerti con qualche cioccolatino o una fetta di torta dalla maestra Spalla, che, ormai anziana, non aveva perso questa generosa abitudine. Ricordo che tra mia Ad Alzano, con la maestra Spalla e la suocera. 85


madre e la signora Spalla si era creata una bella amicizia, che andava decisamente oltre al semplice rapporto che si instaura tra cliente e rivenditore, molto probabilmente favorita anche dal fatto che la mamma Andreina era stata un’allieva della madre di Mario e ne serbava un caro ricordo. Allora, mentre io bambina giocherellavo dietro al bancone del negozio, le due donne discutevano amabilmente e la zia, contenta dei successi scolastici del suo Mario, esternava l’affetto che nutriva nei confronti di questo ragazzo, elogiandone l’intelligenza, la capacità di comprendere le persone che lo circondavano e soprattutto il rispetto, la bontà e la generosità verso gli altri, qualità tutte che profondamente insite in lui, contraddistingueranno la figura umana e professionale di quest’uomo ormai maturo, dall’aspetto riservato e dalla profonda umanità.

Roberto Galasco 12 Febbraio 1975 L’ultima volta che ci siamo visti, Mario, fu quando sei partito per Bordighera. Hai salutato i tuoi ragazzi e tutti noi col tuo sorriso mezzo triste e mezzo sornione e con lo sguardo di gazzella dolce e chiaro. Da tuo padre ho poi avuto notizie, ed erano buone, poi la tua cartolina dove dicevi: “…Non piangete! C’è di peggio dei Decreti Delegati nella vita! Cercate di sopravvivere fino al mio ritorno, poi insieme, vedremo di farci coraggio. Ancora saluti per i colleghi”. Questo era il segno che continuavi a star bene e allora scrissi quel che ti scrissi scherzando un po’ su tutto e su tutti. Sapevo di farti piacere… Ieri, la triste notizia…Un’altra crisi, la più violenta, l’ultima. La morte. Stamane sono entrato nella tua classe per parlare di te ai “tuoi” ragazzi ma dopo poche parole ho dovuto smettere… i ragazzi facevano pena, il capo piegato sul banco e gli occhi gonfi di lacrime. La notizia si era abbattuta su di loro come la furia di un temporale su un’aiuola di fiori… scuotendoli e piegandoli. I “tuoi” ragazzi, i tuoi fiori che hai coltivato con amore e con cura per cinque anni erano là a piangere tutte le loro lacrime. Loro si riprenderanno ma tu Mario non ci sei più a vederli. Loro respireranno ancora quest’aria, si bruceranno al nostro sole, senti86


ranno ancora il respiro della terra, lo stormire delle fronde, il canto degli uccelli… ed ogni volta si ricorderanno di te che gli hai insegnato a scoprire un mondo in una goccia di rugiada, che gli hai insegnato a capire ed amare le cose semplici e buone e rivivranno per te certe emozioni che hai suscitato nel loro animo. Te ne sei andato così, in punta di piedi anche da noi Mario, quasi scusandoti di non farcela più. Ti abbiamo voluto tutti bene; non si poteva non volertene! Eri il più buono di tutti, il collega semplice e onesto. Il fiduciario premuroso e discreto, corretto e generoso.Ti preoccupavi sempre degli altri, smorzavi le polemiche, sedavi i contrasti, ricreavi gli equilibri, sapevi sdrammatizzare riportando serenità e giustizia. Non sei mai stato presuntuoso o arrogante. Non hai mai fatto cadere nulla dall’alto, non sei mai salito in cattedra a predicare, a dare ordini, a sputare sentenze. Sapevi trovare il bello ed il buono in ogni cosa e in ogni persona e lo comunicavi agli altri. Hai lasciato a tutti qualcosa, hai perdonato a tutti e nessuno ha nulla da perdonarti. Ma il tuo bene non si esauriva a scuola. Hai portato la tua bontà, la tua generosità, la tua opera di missionario nella lontana Africa quando, forse, il male che doveva ucciderti stava già aggredendo il tuo cuore. Sotto quel sole, in mezzo a quella polvere, fra disagi e pericoli, sei andato a medicare le ferite, a curare le piaghe, a lenire le pene di quella povera gente; a costruire scuole per i piccoli indigeni. Hai dato una lezione di vero cristianesimo, con silenzio e umiltà. Tutta la tua vita è stata una missione, Mario, e dove sei passato non hai lasciato che bene. Cosciente del tuo male, hai portato fino alla fine la tua croce cercando di non essere mai di peso agli altri e, senza nasconderti la gravità del male, ti sei preparato a sopportarlo serenamente e, soprattutto, hai sempre cercato di infondere serenità, coraggio e speranza a chi ti stava vicino. Lidia, tuo padre, tua madre oggi ti piangono con noi ma sanno, e anche noi sappiamo, che tu non vuoi le lacrime ma il ricordo fecondo di opere, fecondo d’amore, di quell’amore cristiano che tu hai lasciato in ogni cosa e in ogni persona che ha avuto la fortuna di conoscerti.

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Sandra Gavio Quando Lidia mi ha detto che sarebbe uscito un libro che ricordava Mario, mi ha fatto tanto piacere. Perché penso che un uomo come Mario non vada mai dimenticato, per me è stato una grande amico nel vero senso della parola (in lui mi rifugiavo per risolvere i miei problemi). Mi ricordo come fosse ieri quando siamo partiti per il Burundi (22 luglio del 1970) con Don Carlo Molinelli (i migliori se ne vanno). Non posso

Il gruppo di volontari in Burundi. La seconda da sinistra è Lidia. Dietro a lei, con gli occhiali scuri, Mario. Sandra Gavio è la prima da destra.

descrivervi il suo impegno materiale e morale, perché potrei scrivere un libro, ma vi trascriverò un appunto che mi lasciò una sera: “Noi ci divertiamo al loro folklore e non abbiamo pietà della loro fame, e sì che attorno a noi ce ne sono tanti che hanno fame, ma come Caino diciamo: sono forse io il custode di mio fratello?”

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Luigina Isetta Intervista a cura di Chiara Parente “Un ragazzo affabile, cortese, generoso, sensibile, con una grande dote: sapeva comunicare, riusciva ad instaurare un dialogo con tutti, grandi e piccini, aveva quella capacità di pronunciare la parola giusta al momento giusto, che è una qualità così rara e preziosa negli esseri umani, il suo sorriso era radioso, era un giovane che amava la vita e che della vita era in grado di carpire e far proprio ogni minimo attimo, ogni momento”. Così lo ricorda Luigina Isetta, la sua vicina di casa per oltre vent’anni. Da giovane Mario Pelizza abitava in via Dante, in una casa dalle forme strette e allungate a fianco del nostro “ Maurizio” in compagnia dell’anziana zia Marietta, che l’aveva ospitato sin da quando, ottenuto il posto di maestro alla scuola elementare del paese, aveva deciso di trasferirsi da Alzano, dove era nato, a Castelnuovo. Ed è in questa casa che decise di rimanere con la moglie Lidia, una ragazza di Casale Monferrato molto carina, alta, snella, dai capelli color del rame. La signora Luigina rammenta ancora quando i due ragazzi si erano conosciuti e la gioia che Mario aveva nel presentare ai vicini la sua futura moglie. Erano entrambi così giovani che all’altare sembravano due ragazzini. Una vita serena la loro, assaporata fino in fondo. Vivevano con i genitori di Mario che, venuta a mancare la zia, avevano deciso di trasferirsi a Castelnuovo. Di comune accordo le due famiglie avevano ristrutturato la palazzina di via Dante e creato due appartamenti, i genitori al piano terreno e i due sposini al piano superiore. Era piacevole osservarli nelle calde sere d’estate mentre seduti l’uno di fronte all’altra, circondati da un’infinità di fiori dai mille colori o appoggiati alla ringhiera del balcone se ne stavano a chiacchierare per ore e ore. Qualche volta uscivano, cercavano ristoro suta ara lea, passeggiando lungo il viale alberato che portava a Scrivia. “Però - commenta la signora Luigina - il momento che ricordo piacevolmente era la preparazione della roulotte per un viaggio. Noi dividevano il cortile con loro e quando Mario stabiliva la data di partenza per una vacanza, portava la roulotte in cortile e, indossati dei pantaloncini corti e una maglietta, immergendo la spugna in una tinozza colma d’acqua, la lavava e la lavava ancora fino a farla divenire lucente. E noi dicevamo: ‘Mario, a partiv par un atar viag?’”. 89


A Mario piaceva moltissimo viaggiare, vedere posti nuovi, conoscerne gli usi, i costumi, perciò aveva comprato una roulotte. I coniugi Pelizza trascorrevano quasi tutta l’estate fuori Castelnuovo, in giro per l’Italia o all’estero. Anche durante l’annata però ogni occasione era buona per visitare città, castelli, abbazie. “Una volta - ci spiega Luigina - Mario e Lidia hanno accompagnato una nostra vicina di casa, Clementina, al santuario di Caravaggio. Si erano portati da casa pö e salam e avevano pranzato a Caravaggio, seduti in un verde prato all’ombra di secolari piante. Un pic-nic, questo era il modo preferito da Mario e Lidia per viaggiare, a diretto contatto con la natura. Quante volte di ritorno da una gita, da una scampagnata o da un lungo viaggio Mario ci commentava i luoghi che aveva visitato, le città che aveva girato, rendendoci partecipi delle sue impressioni. Il suo era un racconto coinvolgente, appassionante, sembrava di essere lì, sul posto, magari di fronte ad un arido paesaggio africano oppure in Palestina, terra così cara a Mario…Anche Paola, Anna e Renza che allora erano poco più che ragazzine lo ascoltavano con entusiasmo, e se un episodio le appassionava particolarmente glielo facevano rispiegare più e più volte e lui con una calma e una dolcezza tutta sua lo ripeteva, lo ripeteva fino a che le tre ragazzine contente e soddisfatte tornavano a giocare. Era un vicino di casa bravissimo, un uomo modello, ben voluto da tutti, e ancora adesso quando ci troviamo tutti insieme - Paola con Ada e Giuseppe, Renza con il marito, Elisabetta e Federico ed Anna lo ricordiamo spesso, con tanto affetto e tanta nostalgia.

Paola Isetta I ricordi che ho di Mario sono soprattutto sensazioni, tracce di esperienze vissute, sono sentimenti che rendono colorata e gioiosa la mia infanzia. La prima è una sensazione di calore, il calore delle sue braccia che mi avvolgono, mi sostengono, mi coccolano mentre mi porta a spasso e io vedo un mondo grande che non mi fa paura perché sono al sicuro. Mario conosceva la psicologia dei bambini e sapeva condurmi in espe90


Lidia Pelizza e Paola Isetta

rienze significative. Quando salivamo sulla terrazza in cima alla sua casa vedevo un paesaggio immenso, azzurro, popolato di antenne, caldo di sole, vicino al cielo. Una sensazione visiva mi lega alla sua “giardinetta”, al 1.100 bianco familiare e alla roulotte parcheggiata in cortile: era la mia possibilità di vivere l’avventura, era la possibilità di conoscere il mondo, era il modo di andare in collina dalla nonna Angiolina. Forse se sono diventata una “giramondo” lo devo anche a Mario!

Angelo Maggi L’immagine che più frequentemente mi torna al ricordo di Mario, Mario ad Pipena (così veniva chiamato ad Alzano, paese d’origine), è il suo sorriso, stampato spesso sulle labbra, rassicurante e solare, specchio del suo animo. Per me e per mio fratello, che non abbiamo mai avuto la fortuna di averlo come maestro, era ben più dell’amico e vicino di casa di papà, ma uno zio: uno zio che aveva sempre qualcosa di nuovo da raccontarci e ci conduceva con le sue narrazioni in luoghi a noi sconosciuti. I viaggi erano la sua passione e la passione di sua moglie Lidia. All’inizio degli anni ’60, quando l’Europa era ancora un concetto lontano da quello che noi ora abbiamo, egli era un po’ il paladino precursore di un’idea di lì a venire, aperto com’era al confronto con altri modi di vivere, altre mentalità. Girò infatti, con la roulotte, l’Europa ed ogni viaggio era un arricchimento per tutti coloro che lo conoscevano; parlava degli altrui modi di vivere con gioia, rispetto e trasporto, le barriere, per lui, erano già cadute 40 anni fa. E documentava tutto con le diapositive: era una gioia quando ci invitava nella sua casa, a Castelnuovo, a vederle. Era un mondo fantastico che si apriva ai nostri occhi e apriva le nostre menti. Era generoso e altruista, passò molte estati in Africa ad aiutare chi sorri91


Il villaggio del Burundi in cui lavoravano i volontari del gruppo Africa ‘70.

so non aveva e si prodigava per alleviare le sofferenze altrui. Ma il suo compito non terminava laggiù; una volta tornato, portava a conoscenza la sua esperienza di volontariato cercando di coinvolgere le nostre coscienze. Da vero educatore quale egli era.

Vittorio Maggi Intervista a cura di Lavinia Cisi e Favolarevia. Vittorio Maggi, di Alzano Scrivia, è stato amico, compagno di giochi, nonché vicino di casa del maestro Mario. Ci ricorda anche che è stato l’impresario edile che gli ha costruito la villa di Castelnuovo, dove tuttora vive la moglie Lidia. “I ricordi che ho sono tantissimi. Ma andiamo con ordine. I primi anni di gioventù Mario li ha passati a Canobbio prima e Castelletto Ticino poi, luoghi dove il papà, maestro elementare, è stato confinato dal regime fascista. Le estati, durante le vacanze, Mario le passava ad Alzano dai nonni, quindi, non ricordo se nel 1943 o 1944, è venuto ad abitare definitivamente 92


nella casa paterna. Era un ragazzo dal carattere d’oro, non l’ho mai visto arrabbiarsi con alcuno, era gioviale, espansivo, allegro, parlava sempre con tutti ed andava d’accordo con tutti. Non ha mai fatto pesare di essere il figlio del maestro, e a quei tempi il maestro era il maestro. Era umile e solare allo stesso tempo. Veramente un ragazzo d’oro”. - Ha ricordi particolari di gioventù? “Tanti, tantissimi. Eravamo ragazzi e facevamo le cose che facevano gli altri ragazzi. Abbiamo passato parte della nostra gioventù con la guerra e sapevamo divertirci con poco. Ricordo che andavamo a pescare, a fare il bagno nello Scrivia. Allora ci andavamo tutti, ma Mario doveva venire di nascosto. I suoi genitori assolutamente non volevano perché un suo zio, il fratello del papà, era annegato proprio nello Scrivia facendo il bagno. Si chiamava Mario ed il maestro è stato chiamato così in ricordo dello zio morto così tragicamente in giovane età. Andavamo poi a girare, a giocare nei boschi, giocavamo a nascondino, con la corda ed a cirimelle. Però in generale a Mario non piaceva fare sport; ad esempio non ha mai giocato a calcio e non se n’è neanche mai interessato”. Poi, più cresciuti, andavamo a ballare. - Ha aneddoti da raccontare? “Beh! Mario era anche un burlone, si divertiva a fare scherzi alle ragazze. Lo scherzo che amava di più era legare delle mele alle inferriate delle finestre quando qualche ragazza si avvicinava per mangiarle noi arrivavamo quatti quatti alle spalle, le legavamo alle inferriate stesse e lasciavamo lì. Questo scherzo lo aveva inventato lui, solo che era un po’ pesante, così abbiamo smesso di farlo. Forse non è nemmeno il caso di raccontarlo”. - Quali valori ha saputo trasmettere Mario? Era allegro, mai arrogante, un ragazzo positivo, sempre disponibile ad aiutare chi aveva bisogno. A proposito, non ricordo più che anno fosse, ma istituì il doposcuola in Alzano per preparare alla 5° elementare chi ancora non era in possesso della licenza. Un ragazzo straordinario che si prodigava per il proprio paese”. - Se fosse qui ora cosa gli direbbe? Vorrei ringraziarlo per tutto quello che ha fatto, per l’impronta che ha 93


saputo dare alla nostra giovinezza. Mario ha sempre rifiutato di obbedire a quella logica dell’egoismo che oggi è diventata quasi legge. Con lui se ne è andata un’intera epoca, con il suo modo così diverso, ormai irriconoscibile, di guardare alla vita.

Osvaldo Mussio Intervista a cura di Alessandra Dellacà Quando penso a Mario, il parallelo immediato è con il filosofo Seneca, in particolare quando egli si rivolge, scrivendo le “Epistulae ad Lucilium”, al nipote per fornirgli utili consigli sul comportamento, sul concetto di correttezza, di giustizia, sulla necessità/virtù di essere generosi e di avere buoni rapporti con il prossimo. Ecco, Mario era per i suoi ragazzi il Seneca e con il suo modo di fare li aveva letteralmente conquistati, portandoli addirittura a casa sua. Era un altruista, amava i suoi alunni e loro amavano lui. Perché questo parallelo con Seneca? Perché viene da chiedersi se tutta questa teoria Seneca l’abbia applicata davvero, mentre degli insegnamenti che ha lasciato Mario ne sono certo. Era un ragazzo generoso, anche i suoi genitori erano maestri; il padre era un antifascista, anche Mario era contro ogni dittatura. Quando si presentava una novità, Mario era il primo ad esserne subito incuriosito. Di Mario ricordo l’estrema onestà: era una bella persona e molte ragazze gli giravano attorno, ma egli, sposato, non ne ha mai approfittato. Dei momenti trascorsi insieme, ricordo con piacere quando siamo andati a Viguzzolo a vedere lo spettacolo di Dario Fo, che Mario ha apprezzato moltissimo.

Anna Maria Palazzolo Ho conosciuto Mario Pelizza nel 1974. Era a casa ammalato ed io avevo avuto l’incarico di sostituirlo. Ero giovane, alle prime armi come insegnante, piena di dubbi e di buone intenzioni. Gli avevo timidamente chiesto un incontro per parlare dei suoi ragazzi e 94


lui, sorpreso, fu felice di accordarmelo, nonostante stesse poco bene. Era di primo pomeriggio quando il maestro e sua moglie mi accolsero nella loro casa; erano le otto di sera quando mia madre telefonò, preoccupata per l’insolito ritardo. La conversazione di quelle ore era stata talmente coinvolgente da farmi dimenticare il tempo. Rimasi profondamente colpita dalla sua bontà, dalla finezza d’animo, dallo spirito altruista che lo aveva portato missionario in Africa, dal profondo amore per il suo lavoro, dall’affetto trepidante per i “suoi ragazzi”, gli unici tra i tanti di cui ho ancora viva memoria, dal desiderio struggente e purtroppo inappagato di vederli crescere e realizzare i loro sogni. Con tenerezza paterna mi diede fiducia, incoraggiandomi come una figlia che muove i primi passi. Ogni tanto passava in classe a salutarci. In quei rari e fortunati momenti tornavo anch’io bambina tra quei bambini stregati dal carisma di un uomo straordinario. Come dimenticare le avventure del famoso Topo Tartaglione, che spuntava per magia nel discorso ogni volta che occorreva mediare per far apprendere una regola di comportamento o una nozione difficile! Conservo tra le foto di famiglia le lettere che mi scriveva dal suo esilio forzato, così serenamente malinconiche: mi aiutano a vivere, mi commuovono sempre. Ripongo ancora diligentemente “qualche fiasco nell’armadio” 1 come lui voleva. Impensabile non volergli bene. Impossibile dimenticarlo.

1. Ved. la lettera dell’8 gennaio 1975, pubblicata a pag. 119

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il maestro e la scuola

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Confronto tra la scuola elementare ai tempi del maestro Pelizza e quella dei giorni nostri di Alessandra Dellacà Nel corso degli anni molto è cambiato nelle istituzioni scolastiche, nei progetti educativi, nella professionalità, nell’immagine del personale docente. Ciò che senza dubbio è rimasto invariato è lo scopo “principe” che la scuola ha sempre avuto: insegnare agli allievi, che iniziano la loro Odissea scolastica all’età di sei anni, a “leggere, scrivere e fare di conto”. E’ altrettanto certo però che, entrando oggi in un’aula di scuola – indistintamente elementare, media o superiore - si respira un’atmosfera particolarmente rilassata, informale e, a fornire un utile allenamento per le corde vocali degli insegnanti ci pensano, spesso, gli stessi studenti. Aveva tutt’altro peso invece negli anni in cui ha insegnato il maestro Pelizza l’“aria” che si respirava in classe: “non volava una mosca”, ricorda quasi compiaciuto qualche ex alunno di quel periodo ed era categorico rivolgersi al maestro utilizzando la formula del Lei, così come si scattava in piedi quando l’insegnante entrava in classe: al saluto di rito con tanto di “Buongiorno signor maestro” seguiva la “preghiera del mattino”, recitata all’unisono in tutte le aule. E poi, solo dopo un cenno dall’alto dello stesso maestro, era possibile prendere nuovamente posto a sedere, tenendo la schiena ben diritta e le braccia conserte, con l’essenziale sul banco che doveva essere sempre in ordine. Il maestro, prima di iniziare la lezione, apriva il registro per annotare gli assenti del giorno; per l’alunno non era necessaria la giustificazione se era rimasto a casa da scuola solo un giorno, mentre era d’obbligo il certificato medico se si trattava di più giornate. Ogni volta che lo scolaro voleva prendere la parola, doveva prima chiedere il permesso alzando la mano. Per quanto riguarda il modo in cui il maestro si rivolgeva al suo piccolo “pubblico”, egli sì, poteva dare del “tu”, ma la confidenza che si poteva raggiungere non superava mai determinati limiti. Lo scolaro poteva semmai alzare la mano in silenzio e chiedere successivamente al maestro il permesso per alzarsi o uscire momentaneamente dall’aula. L’atteggiamento che insomma, di solito, si impostava tra maestro ed alunno era estremamente formale, distaccato, da “dietro alla cattedra”: solo pochi ex allievi di quel tempo ricordano il maestro tenere lezione stan99


do seduto a cavalcioni sulla scrivania. Era inconcepibile, allora, da parte degli alunni “affibbiare” un qualsiasi nomignolo e soprannome al proprio insegnante: egli era “il maestro” per eccellenza. La stessa signora del maestro, se era sposato, era con rispetto chiamata “la moglie del signor maestro”. E poi, i reduci di quei metodi ferrei, non avranno certo dimenticato il rigore con cui veniva impartita l’educazione a scuola: il rispetto era alla base di tutto, come d’altronde dovrebbe esserlo in tutti gli ambienti sociali, ed era un fatto scontato che non si verificasse il contatto fisico tra maestro ed alunno, anche se potevano presentarsi casi in cui l’insegnante, dopo le classiche riprese verbali o l’eventuale punizione con l’uscita fuori dall’aula, dovesse ricorrere al “lancio del cancellino” - come avvertimento che si stava “tirando la corda” - o allo “scapaccione” in caso di singolare indisciplina. Non si arrivava mai a mandare l’alunno dal direttore per un richiamo disciplinare, ci pensava sempre prima il maestro. La bacchettata sulle dita spettava inesorabilmente invece nel malaugurato caso in cui il bambino fosse mancino. Provvedimenti questi forse estremi e che sono stati giustamente aboliti, ma che non hanno comunque “intaccato” o compromesso particolarmente gli alunni di ieri: alcuni maestri di quei tempi ricordano che essi non hanno avuto quasi mai la necessità di ricorrere alla nota sul registro, metodo di correzione che invece costella la sezione odierna dei rapporti disciplinari e che quasi non spaventa più lo studente… sarà anche questo un caso di assuefazione? Piuttosto, se proprio la situazione andava degenerando, si preferiva convocare i genitori ed in quel caso sì che erano dolori per l’alunno, “anche se - continuano i maestri protagonisti di ieri - nessun nostro allievo è mai stato bocciato per la condotta”. Per essa andava comunque assegnato un voto sul registro come quelli delle materie scolastiche, che aveva una fondamentale importanza per comprendere il temperamento del soggetto in questione: esso, tra l’altro, spiccava in particolar modo, dal momento che veniva scritto in cifre, a differenza dei voti sulle materie che, per un certo periodo sono stati riportati in cifre, successivamente sotto forma di giudizi. Detto così, sembra che il rapporto tra chi doveva dispensare l’Istruzione con la “I” maiuscola e lo scolaro fosse pressoché inesistente: senza dubbio oggi ci sono insegnanti che riescono a “mettersi sulla stessa lunghezza d’onda” dei ragazzi, rendendosi volutamente partecipi delle loro confidenze per poter essere loro “guida” e capirli meglio negli atteggiamenti non sempre chiarissimi di quella che è l’età adolescenziale. 100


Fine anni ‘50. Inizio della via Roma in corrispondenza (sulla destra) dell’edificio delle scuole elementari. In primo piano il voltone che dava accesso alla via Flavio Torti (accanto alla Posta) e la struttura seicentesca demolita negli anni ‘60 per far spazio all’attuale palestra.

Bisogna anche ammettere però che, a conti fatti, ci sono pochi esempi di questo tipo: sempre meno i bambini delle elementari parlano in modo “illuminato” dei propri insegnanti, sempre più spesso non si sente neppure uscire dalla loro bocca il nome e cognome per intero, perché non se lo ricordano… E poi che confusione! C’è l’insegnante di italiano, storia, quello di disegno, per non dimenticare quello di matematica che, se va bene, insegna pure scienze, altrimenti può cimentarsi anche in tecnica. Insomma con l’abolizione della figura del “maestro unico” alle scuole elementari questi poveri bambini si trovano effettivamente un po’ disorientati di fronte a tanti “modelli ” da seguire: per la carità, a tutto si fa l’abitudine, ma un tempo l’alunno poteva godere del rapporto “esclusivo” con il maestro e ci passava a stretto contatto gran parte della giornata, restando profondamente impregnato dei messaggi propostigli da 101


quell’unico garante che rappresentava per il bambino l’istruzione scolastica. E’ vero che i ragazzini delle elementari dovranno pur abituarsi all’idea di avere più docenti nelle scuole di grado superiore, ma, chi ha provato – ancora fino a pochi anni fa - il polso di un solo maestro, se lo ricorda tuttora e non stenta affatto a menzionarne il nome. “Quello che si cercava di instaurare negli anni in cui ho esercitato la professione di maestro – racconta con piacere e visibile soddisfazione nel ricordarlo Osvaldo Mussio, ex collega del Pelizza – era un rapporto di schietta lealtà tra maestro e scolaro: ogni insegnante partiva dalla conoscenza dell’alunno e ne individualizzava le propensioni. Era questo uno dei principi base per essere un buon insegnante: io ho personalmente appreso questo principio nel dopoguerra dall’ispettore scolastico della provincia Doglioni, una persona che ha saputo offrire molti spunti e una preparazione didattica eccellente agli insegnanti. Sta di fatto che con il metodo ‘di quei tempi’ per il giorno dei Santi gli alunni erano in grado di scrivere i pensierini”. Certo, se così tanto i maestri esigevano dai propri allievi, essi dovevano essere altrettanto preparati didatticamente. Anche allora esistevano i corsi di aggiornamento per i docenti: gli argomenti venivano presentati e trattati di volta in volta dall’Ispettore. I maestri avevano inoltre riviste specifiche cui rifarsi e ricavare utili suggerimenti per l’insegnamento, come “I diritti della scuola” – di stampo laico – o “La scuola” – di impronta più religiosa -. Naturalmente, una volta fissato il centro d’interesse, stava poi al maestro “sviscerare” l’argomento. Non mancavano poi i controlli, anch’essi assai rigorosi, dell’Ispettore, che, almeno due volte all’anno procedeva ad un’accurata ispezione nelle classi, sondava i vari aspetti scolastici chiamati in causa, dall’ordine nell’aula ai risvolti educativi, dalla preparazione dei bambini all’interessamento per il riscaldamento nei locali, e riportava sul registro le note di relazione. Lo stesso maestro riceveva dall’ispettore una votazione a fine anno e per questo, giorni prima, alla notizia del suo arrivo controllava accuratamente orecchie e unghie degli scolari. Periodica era anche la visita del direttore della scuola, che seguiva ancor più da vicino l’andamento delle classi, ponendo delle domande per verificare l’andamento generale degli alunni. Più rara ma altrettanto significativa era la visita del Provveditore agli Studi. Esisteva un regolamento interno tra le classi, c’era molta collabo102


razione tra gli insegnanti e senza dubbio regnava meno burocrazia. A livello di consiglio scolastico, esisteva quello docenti, mentre non c’era la figura del rappresentante di classe. Piuttosto, effettivi problemi di integrazione nella classe hanno avuto, in quegli anni, i ragazzini che provenivano dal Meridione: la “differenza” di espressione linguistica era ancora abbastanza marcata e il fatto di arrivare, per molti, di punto in bianco, per esempio, in una terza classe, procurava non pochi problemi di inserimento. A volte ci si trovava in classe invece, per periodi più o meno lunghi, figli di giostrai o del circo, cosa che procurava non pochi disagi agli insegnanti, ma che riempiva di gioia i fortunati compagni, certi di poter usufruire di biglietti omaggio per i vari spettacoli. Prima del ciclo unico dalla prima classe elementare alla quinta, esistevano due cicli scolastici: il primo ciclo, che comprendeva la prima e la seconda classe, era solitamente curato dalla figura della maestra, il secondo ciclo, dalla terza alla quinta elementare, era affidato al maestro. Le classi venivano assegnate dal direttore didattico. Per quel che riguarda le classi più nello specifico, si è passati dalle classi divise in maschi e femmine a quelle miste; nelle frazioni invece, per forza di cose, poteva esserci la pluriclasse. Negli anni precedenti alla II Guerra Mondiale la “formazione base” della classe poteva superare i cinquanta alunni, mentre successivamente c’è stato un progressivo ridimensionamento dei componenti le classi: la media si assestava comunque in quegli anni sui venticinque/trenta alunni per classe. E l’iter del maestro per poter diventare di ruolo era simile al percorso che devono seguire i docenti dei giorni nostri: si partiva con le supplenze, ci si inseriva nella scuola e per tre anni si insegnava restando “fuori ruolo”: dopo questo periodo si poteva tentare l’esame di Stato, che cadeva con una scadenza biennale al fine di essere ammessi ad esercitare la propria professione didattica con una cattedra fissa. Restava poi il fatto che se due coniugi, entrambi maestri, lo desiderassero, potevano effettuare lo scambio di sede. La qualificazione del maestro gli permetteva di gestire anche i corsi di richiamo scolastico: coloro che non avevano la quinta elementare e desideravano conseguire la licenza, potevano partecipare a quella che oggi è chiamata scuola serale: durava solitamente tre mesi, dal lunedì al venerdì, dalle 20.30 alle 23. 103


Inizialmente, non c’era la mentalità di impartire, agli alunni che restavano più indietro degli altri con il programma, lezioni private a casa, così come non esisteva, affiancata a quella del maestro, la figura dell’insegnante di sostegno; esistevano però le scuole differenziate per disabili o per ragazzi con particolari problemi. L’insegnante, come l’alunno d’altra parte, aveva la possibilità di distinguersi nella propria attività. Per gli scolari veniva istituito il Premio di Bontà, che consisteva in un libretto consegnato in ottobre, nel giorno

Nel cortile interno delle scuole elementari: Mario Pelizza con i colleghi Marina Scarrone in Veniali e Pietro Baldi.

dedicato al risparmio, a chi si era distinto proprio in quello – a Castelnuovo per esempio veniva sovvenzionato dalla Cariplo. Per il maestro c’erano i “concorsi per merito distinto”, dove l’insegnante esibiva un argomento trattato con particolare cura e, dopo un calcolo che sommava gli anni di servizio e le votazioni, si otteneva il vantaggio economico di anticipare di un anno il passaggio dell’aumento di stipendio (che di solito avveniva ogni due anni). Ma come si presentavano allora le aule? A seconda della disponibilità dei locali e della quantità degli studenti, le classi erano più o meno spaziose; le giacche e i giubbotti andavano sistemati fuori dall’aula e all’interno di 104


essa nulla doveva essere appoggiato per terra, neanche la cartella che andava appesa dietro lo schienale della sedia. Le pareti erano poi tappezzate di cartine geografiche che il maestro utilizzava per approfondire le lezioni di geografia, indicandole con l’apposita bacchetta di bambù. Indispensabile inoltre il cancellino e la lavagna girevole, da una parte a quadretti per gli esercizi in classe di matematica e dall’altra completamente liscia. Ciò che ha segnato però “quel tipo di aula” è stato il banco di scuola o, meglio, i banchi uniti doppi, rigorosamente in legno e dotati di due piccoli posti a sedere e di due appositi buchi per il calamaio, accuratamente riforniti la mattina dal bidello che passava con la caraffa dotata di bocchino e vuotava l’inchiostro. Fra gli strumenti del mestiere dello scolaro non poteva dunque mancare la penna con pennini di varie forme a seconda della calligrafia più sottile o più marcata che si voleva ottenere: c’erano, per esempio, i pennini a campana, a torre, a forma di mano, a “panciottino”. La penna presentava però l’inconveniente di macchiare parecchio: era obbligatorio avere sempre con sé dunque più fogli di carta assorbente e, in casi estremi, si usava il tampone a gondola. Erano comunque già in commercio le biro, ma alle elementari era obbligatorio usare penna e pennini per una migliore impostazione della scrittura. A questo punto viene da chiedersi cosa aveva nella cartella il nostro alunno: visti i pesanti fardelli che sopportano oggi gli allievi già dalle prime classi delle scuole elementari, verrebbe da pensare che, a quei tempi, data la rigida educazione, il peso delle borse fosse a dir poco notevole. E invece no! Nella cartella di cuoio che si portava a mano o a spalle – successivamente sostituita dallo zaino – veniva utilizzato dalla prima elementare alla quinta un solo libro di testo, fornito dal Patronato Scolastico, istituzione che provvedeva anche a equipaggiare il mobiletto di legno sito in ogni aula di quaderni a righe e a quadretti Fabriano. Quattro i quaderni utilizzati in tutto: due a righe e due a quadretti, uno per la brutta copia, da usare a casa, e uno per la bella. Quelli a righe servivano naturalmente per i dettati, il tema, i compiti di italiano, quelli a quadretti per la matematica. Insomma era pressoché impossibile confondere o dimenticare nella quantità, come capita spesso oggi, i quaderni da utilizzare; un altro accessorio che alle elementari “non andava di moda” era il diario: il compito veniva scritto di volta in volta sul quaderno che serviva a casa. Il libro di testo adottato veniva prima valutato attentamente dai maestri, 105


che tenevano apposite riunioni perché la scelta finale andasse bene a tutti. C’era poi il libro di lettura, anch’esso individuato oculatamente dal direttivo scolastico. Lo spazio dato alla lettura era effettivamente molto: in classe il maestro leggeva regolarmente un brano, dandogli la giusta intonazione ed espressione; gli alunni dovevano seguire e stare ben attenti a non perdere il segno, perché da un momento all’altro potevano essere chiamati a continuare. All’interno di ogni aula c’era una piccola biblioteca e, sotto il controllo del maestro, ogni alunno poteva prendere e consultare i libri messi a disposizione. Ogni alunno era tenuto, dopo la lettura di un libro, a svolgere un piccolo riassunto e a relazionarlo in classe. Passando in rassegna, più nel dettaglio, le materie scolastiche, regnavano su tutte la lingua italiana, storia, geografia, scienze: la spiegazione di quest’ultima, quando si arrivava a studiare le parti del corpo umano, diventava particolarmente interessante dal momento che in classe c’era un modello scomponibile del corpo umano e dei cinque sensi. In effetti laboratori veri e propri come oggi non c’erano, ma si facevano comunque interessanti esperimenti in classe, come quello elementare ma istruttivo del fagiolo o del seme di grano sotto il batuffolo di cotone imbevuto d’acqua. Il disegno era spesso complementare all’italiano, mentre un’ora alla settimana era dedicata alla ginnastica, sempre tenuta dal maestro. Gli alunni facevano educazione fisica con quello che avevano addosso, non con la tuta, successivamente fu introdotto l’uso di maglietta bianca e pantaloncini blu. Spesso la lezione veniva praticata nello spazio ristretto in mezzo ai banchi di scuola e, nella bella stagione, in cortile. L’ora di religione era tenuta rigorosamente dal parroco, mentre oggi ci sono anche insegnanti di religione laici. La lezione di Catechismo veniva svolta, a differenza di oggi che dura più anni, solo nell’anno della Comunione, in terza elementare. E l’ora di musica? Non esisteva, si cantava e basta, di solito quei dieci minuti alla fine della settimana o, in casi di estrema elasticità del maestro, a sua discrezione nei momenti di stanchezza. Momenti di vita scolastica di gruppo erano le recite ed i teatrini allestiti in occasione del Natale o del Carnevale: in questi casi tutta la scuola veniva mobilitata e coinvolta attivamente: si mischiavano le classi e, insieme, si preparavano le parti recitate, con tanto di coro e poesie, in vista dello 106


spettacolo finale. A Castelnuovo Scrivia inoltre prese piede l’ormai tradizionale Mostra di san Giuseppe, un’esposizione di disegni con relativa premiazione che coinvolgeva gli alunni di tutta la scuola. E, parlando di momenti di festa o ricorrenze, c’era anche quella che riguardava esclusivamente il maestro o la maestra, che, per Natale o a fine anno, ricevevano dai propri alunni in segno di affetto o riconoscenza, un regalo. Tra gli altri piacevoli oneri che impegnavano gli scolari c’era la fotografia di classe, scattata, ogni anno, in gruppo insieme al maestro e singolarmente, di solito in posizione canonica seduti al banco con il quaderno della bella copia aperto, la biro in mano e la cartina dell’Italia alle spalle. E i bambini? Qual era il loro abbigliamento scolastico? Su questo particolare di costume si sono verificati alcuni piccoli cambiamenti: c’è stato un periodo in cui le bambine portavano il grembiule bianco con il classico colletto rigido di plastica che si puliva con la gomma – successiva-

Fine anni ‘50: piazza delle Rimembranze o Vittorio Veneto su cui si affaccia l’imponente edificio seicentesco dei Gesuiti, dal 1854 sede delle scuole elementari di Castelnuovo.

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mente sostituito con quello di pizzo o in cotone - ed un enorme fiocco rosa (la “gala”); i bambini portavano invece la casacchina nera, anch’essa corredata da colletto bianco rigido e fiocco azzurro. In seguito si optò per il grembiulino nero ed il fiocco azzurro anche per le femmine. In quegli anni la scuola iniziava il primo di ottobre e terminava alla metà di giugno (verso la fine del mese se c’era l’esame di licenza elementare). Durante le festività religiose c’era vacanza, ma non esisteva, per esempio, il concetto di “ponte” fra un giorno di festa e la domenica. Segnate sul calendario come giornate di festa erano poi il 4 ottobre, il giorno di san Francesco, patrono d’Italia, ed il 12 ottobre, in occasione della scoperta dell’America. Oggi queste due ricorrenze non sono più segnate “in rosso”, ma sono state sostituite da altri giorni di festa durante l’anno. Il caso di vacanza straordinaria si poteva verificare durante le elezioni, quando le scuole venivano adibite a seggi elettorali. Era in uso anche il concetto di sciopero, che avrebbe dunque autorizzato in alcune occasioni gli insegnanti a restare a casa, ma, di fatto, nessuno o quasi vi aderiva. All’inizio dell’anno scolastico veniva effettuata a scuola la visita medica: un’aula era appositamente adibita ad ambulatorio. Spesso l’ispezione riscontrava problemi non solo fisici, ma propriamente di igiene personale, come il controllo della situazione dentaria. Diffuso era il rilevare i pidocchi in testa ai bambini, che dovevano provvedere ad eliminarli rasandosi praticamente a zero i capelli e lavandoseli con l’aceto. Conseguenza logica per i compagni che magari non avevano ancora preso i pidocchi dagli altri già “impestati” era un accurato taglio “alla maschietto”. A distanza di qualche anno, veniva pure presso le scuole un camper attrezzato per effettuare esami di radiologia al torace per controllare i polmoni. I bambini andavano a scuola al mattino ed al pomeriggio, dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16 e restavano a casa tutto il giovedì. Successivamente venne rivoluzionato l’orario scolastico, abolendo i rientri pomeridiani e impostando la frequenza scolastica dal lunedì al sabato, dalle 8 alle 12.30. In compenso oggi si è trovato il modo di far andare a scuola i bambini tutte le mattine ed anche alcuni pomeriggi. L’intervallo, sacro per gli studenti di qualsiasi epoca scolastica si parli, era collocato a metà mattinata: un momento di puro svago, passato solitamente in corridoio sotto l’occhio vigile del bidello che controllava le 108


corse – in genere sfrenate - degli alunni. Poteva capitare nella bella stagione di trascorrere l’intervallo nel cortile della scuola e allora la possibilità di “sfogarsi” era maggiore: in quei momenti, anche la merenda portata da casa passava in secondo piano e veniva consumata correndo. Divieto assoluto regnava sulle feste di compleanno in classe tanto di moda oggi, al massimo l’alunno riceveva gli auguri in classe, così come non c’era l’uso di scambiarsi i regalini. Alcuni maestri, dal momento che non esisteva la gita scolastica con il pullman e non c’erano molte altre occasioni per “evadere”, portavano i loro alunni, previa segnalazione al fiduciario, a fare una passeggiata per il paese o lungo le rive del fiume. Il mezzo di locomozione più diffuso era la bicicletta e non sempre c’era il tempo necessario per tornare a casa all’ora di pranzo. Al problema si ovviava recandosi presso la mensa dell’Asilo o a casa di parenti o amici disposti ad ospitarli. Il maestro che era impossibilitato a tornare a casa mangiava in classe. L’anno scolastico, diviso per trimestri, prevedeva la consegna ai genitori, tre volte all’anno, della pagella. Al termine dei cinque anni, così come oggi, gli scolari dovevano sostenere la prova finale per conseguire la licenza elementare. Gli esami duravano tre giorni e dopo il sorteggio in classe delle buste si procedeva prima con la prova di italiano (dettato e tema), successivamente con il problema di matematica e si terminava con l’orale. La commissione d’esame era composta dal presidente, dal maestro e da altri insegnanti che giravano tra i banchi, per l’occasione ovviamente staccati, controllavano lo svolgimento delle prove e, a volte, aiutavano anche gli alunni in difficoltà puntando il dito su un errore.

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conversazione con Lidia

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Elogio della semplicità di Mauro Mainoli Racconta Lidia, la moglie di Pelizza, che da bambino Mario raccoglieva le schegge di sapone che la madre lasciava in giro, le inumidiva in una bacinella e cercava di rimpastarle insieme per “fare il sapone”, come spiegava con ostinazione. Un giorno la madre gli disse:“Mario, ma cosa stai facendo? Non vedi che quello è già sapone? Non stai facendo niente di nuovo.” Mario rifletté un poco, mortificato, e poi ammise:“E’ vero, è già sapone”. Ma non aggiunse quello che si è sempre portato dentro: che il mondo è bello osservarlo con umile ammirazione, che si può allungare le mani sulle cose per il semplice piacere di sentirsi vivi, che non serve sforzarsi di aggiungere qualcosa allo spettacolo già straordinario di ciò che esiste. Lidia conserva in casa i lavori di intaglio con cui Mario dava sfogo alla sua voglia di manipolare il legno: taglieri a forma di coniglio o di gatto e tavolette decorate a palme e capanne, come aveva visto fare in Africa. Nessuna pretesa di essere artista, creativo, di cercare dentro di sé una perfezione che non trovava fuori: l’esatto contrario, la voglia sincera di esercitarsi su quelle forme e su quei materiali che lui scopriva così perfetti e così affascinanti da perdersi per delle ore a osservare le radici di un albero o il colore delle foglie. “A lui piaceva perder tempo, fermarsi, guardare in giro” – ricorda Lidia – “curava le piccole cose”. Le cose che di solito non si guardano, le cose che si calpestano, alla cui bellezza ci si abitua fino a ridurla a trascurabile ovvietà. Mario non dava per scontato nulla e nulla trovava banale, manifestando, anzi, un vero e proprio istinto amoroso per tutto ciò che la vita getta in un angolo o schiaccia con indifferenza. Guscio di noce o crepa nella roccia, niente gli sembrava così poco carico di mistero da costringerlo ad assuefarsi allo spettacolo del mondo e perderne la primordiale suggestione. Poteva stare per un’intera giornata in un prato senza conoscere la noia e senza cercare distrazioni, felice di sentirsi parte fragile ma essenziale di un mosaico sterminato.“Non siamo andati a Messa stamattina” – sfuggiva a Lidia in quelle domeniche d’esplorazione. “Il Signore è qui” – rispondeva Mario indicando il prato. “Era cattolico, ma in maniera molto pacata e molto equilibrata. Sentiva il Signore nelle cose che gli erano vicine, gli piaceva cercare l’impronta di 113


Dio soprattutto nel respiro della natura”. Lo stesso respiro, lo stesso Dio che ha cercato quando la vita gli sfuggiva, chiedendo che gli fosse aperta la finestra della stanza d’ospedale perché voleva vedere il blu del cielo e sentire il profumo del sole. Viveva con gratitudine, anche nei momenti peggiori, quando era lui a consolare gli altri che non sapevano rassegnarsi alla sua malattia:“Ma non vedete come sono fortunato? Muoio circondato dall’affetto di chi mi è più caro, in un letto caldo. Pensate a quei poveri ragazzi che sono morti sul fronte di Russia, sepolti dal ghiaccio senza una parola di conforto”. Chi ammira con sincerità il mistero della vita forse sa aprirsi alla necessità della morte e ne giudica con la dovuta importanza il modo. “Mario era il più forte, non si disperava mai – ricorda ancora Lidia – sapeva sempre trovare il lato positivo di una situazione. Aveva in ogni momento una battuta pronta, una frase spiritosa. A volte gli amici mi chiedevano:‘Ma non vi stufate ad andare in vacanza sempre voi due soli?’ No, con lui non mi annoiavo mai perché sapeva farmi ridere e sapeva farmi appassionare alle cose apparentemente più insignificanti. Quando arrivavamo in un paese nuovo, ci fermavamo a passeggiare nei giardini pubblici o ovunque ci fosse un po’ di verde. Mario osservava attentamente gli anziani e le persone sole. Con discrezione si avvicinava, attaccava discorso e parlava per delle ore. E mi diceva soddisfatto: ‘Se vuoi conoscere un posto, se lo vuoi capire davvero, devi parlare con questa gente’. Adorava gli anziani”. Adorava gli anziani ma adorava anche i bambini, adorava chiunque sfuggisse all’ovvietà dei pregiudizi. “L’unica cosa di cui avesse veramente paura era l’ignoranza, la superficialità, il pregiudizio. Sapeva bene quanto male si può fare esprimendo dei giudizi senza riflettere. E allora si arrabbiava davvero, perdeva la pazienza. Non l’ho mai visto arrabbiarsi per nessun altro motivo”. Gli anziani, quando invecchiano bene, sono fuori dalla lotta per l’affermazione sociale, possono guardare al mondo col dovuto distacco. I bambini non conoscono ancora la banale malvagità delle dinamiche di diversificazione dei ruoli. Gli adulti si sono spartiti la terra in tanti piccoli pezzetti, hanno frantumato la coralità di un sogno che per esistere ha bisogno di essere condiviso, affogano nell’oceano nero della solitudine scagliandosi i relitti del loro naufragio. Gli esclusi dal tormento del possesso, bambini, anziani, emarginati, poveri, diventano con naturalezza il rifugio di Mario Pelizza, la sua porta verso 114


I bambini del villaggio africano in cui hanno lavorato Mario e Lidia.

la libertà della semplice condivisione di un tesoro prezioso che non ha bisogno né di essere costruito, né di essere modificato, né di essere diviso. Solo di essere guardato. “A Mario piaceva soprattutto guardare, osservare”. E gli piaceva osservare con chi ha ancora gli occhi per vedere, con chi conosce il valore delle cose perché ne possiede poche ed essenziali. “Mario ha sempre avuto una vita difficile. Fin da piccolo si è dovuto arrangiare con le poche cose che aveva. Anche nel periodo del fidanzamento e poi del matrimonio abbiamo dovuto accontentarci di quel che riuscivamo a mettere insieme. Ma Mario era sereno, tutto ciò che aveva gli bastava, non chiedeva mai di più di quel che poteva avere”. E la sua casa era sempre aperta ai ragazzi più sfortunati, a chi non poteva avere l’affetto della famiglia, a chi aveva meno matite nell’astuccio. Quando Lidia decide di tentare l’esperienza dell’aiuto alle popolazioni più povere del pianeta, Mario accetta con entusiasmo e parte per quelle regioni della terra dove già allora era chiaro che saper costruire astronavi serve solo a chi le farà funzionare. Sui quaderni degli allievi del maestro Pelizza si parla della conquista della luna. Nelle foreste del Burundi Mario tampona il sangue di una parto115


riente con l’erba raccolta tutt’intorno, cura le piaghe senza rimedio che nessuno vuole vedere (“Ma che curi a fare, Mario, tanto quello domani starà peggio” “Beh, intanto per qualche ora starà meglio”) e guarda con soddisfazione i bambini scheletrici che una volta tanto possono starsene a svuotare con calma la pentola di zuppa di fave. E poi torna alle sue classi e ricomincia a lavorare con minuziosa umiltà, tracciando il profilo psicologico di ogni allievo con l’assillo sincero per quel che il futuro saprà fare delle loro debolezze e tormentandosi ogni volta che crede di non riuscire a far crescere un ragazzo. Pagine e pagine di riflessioni, di aneddoti, di osservazioni preoccupate, di scaramantica ironia. Nel silenzio del suo mestiere, senza chiasso, senza esporsi politicamente e senza abbracciare alcuna ideologia, perché, ricorda Lidia, “gli schieramenti politici non gli interessavano, lui giudicava l’uomo” . Giudicava l’uomo e sull’uomo bisogna interrogarsi. Cosa spingeva Mario a questa sorta di francescanesimo schivo, cosa gli dava l’equilibrio per affrontare il dolore del mondo con gesti utili e precisi, come arrivava ad accettare con gratitudine persino il proprio letto di morte? “Mario era un uomo semplice. Godeva delle cose belle e cercava di rimediare a quelle brutte. A sera era felice se si accorgeva di non aver creato sofferenza”. Era un uomo semplice, nel senso più alto del termine.

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gli scritti

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Alcune lettere Gent. Sig. Anna Maria, ho scritto una lettera ai ragazzi e a lei perché gliela legga. Poi ci ho ripensato. E’ meglio che la legga prima lei, da sola, capirà il perché. Così gliela invio a casa. Forse c’è qualcosa che lei non si sente di leggere a voce alta, almeno così, a freddo. Se la sua sensibilità è urtata, se non viene in classe quel delicato momento adatto a quella lettura, che lei ormai conosce già, o se lei ritiene di non poter soddisfare ulteriori domande, salti pure qualche frase. Nel primo caso le chiedo scusa. Ho ricevuto la sua lettera e la ringrazio. Mi parla di delusione e di odio feroce. Non ci credo. Almeno non odio, forse delusioni, ma fanno parte di ogni lavoro e di ogni vita e si spengono quando prendiamo in giro noi stessi. Sono contento che la sentano maestra del mattino e non puramente supplente (che brutta parola!). I decreti delegati non interessano i genitori? Tutto normale siamo in perfetta regola. E poi, italianamente parlando, perché li dovrebbero interessare? Non si preoccupi dunque, per le preoccupazioni ci sarà sempre tempo ma in seguito. Cordialissimi saluti anche da mia moglie. Mario P.

XXmiglia, 8-1-1975 Gent. Sig. Anna Maria, la penso in buona salute e, di nuovo, alle prese con i miei/suoi scolari. Io sto abbastanza bene. Ieri, per la visita fiscale, l’ufficiale sanitario di XXmiglia mi ha ricevuto 119


con “vuole allungare le vacanze, eh!” ed ha finito dicendomi “se fossi in lei, un viaggetto a Houston in Texas lo farei”. Tra i due non richiesti giudizi, infelicissimo il primo, profondamente umano il secondo, sono passati pochi minuti in cui ha letto i miei referti e, svelto svelto, ha confermato la mia richiesta di aspettativa. Come giudicherebbe lei costui? Comunque io, amministrativamente, sono a posto. Spero che anche lei, per il fatto aspettativa dal 23 – XII in avanti, non abbia avuto difficoltà, in caso contrario sarebbe dimostrato che siamo governati da uno Sprovveditorato agli studi. Per ritornare all’argomento ‘giudizi’, io provo pena di aver lasciato lei alle prese con i voti sulle pagelle. In sostanza dovrebbe masticarmi mente e cuore dei nostri 26 scolari, digerirli e scrivere 7 o 8 numerini per ciascuno in cui è detto tutto! Anche i 5. Quelli no, non li metta lei. C’è in agguato la scuola media. Anche questa mastica numeri. Se le capita un 5 sotto i denti scricchiolano e digerisce male. Non dobbiamo permetterlo. Troveremo insieme, in seguito, una soluzione. E in più l’ho consigliata di vedere come fanno i colleghi. Non lo faccia. Per altre questioni di lavoro, mi scriva se lo ritiene necessario, sarò contento di rispondere per lei, per i nostri ragazzi e per alleggerire la mia attuale inutilità. Non si preoccupi troppo di eventuali fiaschi: li metta nell’armadio, vicino ai molti che ho fatto io. Se è il caso si corregga, ma non si rattristi, è normale per le persone intelligenti. So che ama questo lavoro, avrà sempre la mia approvazione: ammesso che valga qualcosa. Auguri dunque e cordialissimi saluti miei e di mia moglie a lei, ai ragazzi e ai suoi genitori, con un grazie doveroso per quel pacco ravvolto in rosso! Sono in gamba i suoi con quei risultati! Cordialmente. Mario Pelizza.

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Ventimiglia, 24-1-1975 Cari ragazzi e gentile signorina A. Maria, ho ricevuto i vostri auguri per il mio onomastico. Sono stato contento specialmente osservando tutte le vostre firme. Direi che vi ho visti mentre scrivevate il vostro nome, ciascuno a suo modo, in quel modo che ho visto nascere sotto le vostre dita in prima classe. Vi scrivo solo ora, avrei voluto scrivervi prima, ma non avevo niente che valesse la pena di dirvi. Non era perché vi avevo dimenticati. Qualcuno ha detto che i maestri sono come le donnacce, quelle che fanno le mogli a orario, con uomini che non conoscono (se ricordate, ve ne ho già parlato). “Sono come i maestri – diceva quell’uomo che pure era buono e intelligentissimo – perché anche questi, come quelle, amano subito, vengono pagati e poi velocemente se ne dimenticano”. Non è vero, almeno non è sempre vero, io vi ricordo, ognuno di voi col suo viso, col suo modo di fare. Vi ho già detto un giorno che siete la classe più bella del mondo. Per me, naturalmente. Ma chi vi conoscesse come me, da 5 anni, che per voi sono mezza vita, non potrebbe non dire la stessa cosa. Stamani, oggi è venerdì e qui c’è un mercato grandissimo, sono andato anch’io al mercato, non proprio tra la gente, perché da qualche anno stare schiacciato tra la gente mi reca fastidio. Ero vicino al parcheggio, vedevo uscire auto soprattutto francesi e del Principato di Monaco. E’ il mercato per i francesi questo; qualche volta comprano addirittura cose francesi, costruite vicino a casa loro, e che potrebbero comprarsi là, ma per 10, mentre qui, chissà perché, costano 8. Così arrivano a frotte. Tra le tante è uscita un’auto di un modello che da anni non è più in costruzione, pulita però e ordinata. Ai posti anteriori un signore di mezza età con la moglie, dietro la figlia. Avrà avuto la vostra età, ma molto grassa, la bocca aperta, gli occhi che le sfuggivano verso l’alto, nessuna espressione sul viso: completamente scema, poveretta. (Non vorrei sentire ridere nessuno…ma…). Ho capito il dramma di un papà e di una mamma. Dopo quella nessun altro figlio: è una scelta dura, sapete! L’auto vecchia per assicurare con i risparmi loro un avvenire alla figlia che un suo avvenire non potrà mai costruirsi da sé. Che ragione c’è per questo destino? Perché proprio a lei? 121


Ero triste e, di colpo, ho pensato a voi. Siete felici, vedete, sentite, capite, parlate, potete sorridere al momento giusto e piangere per un dolore: quella là niente, è un pezzo di carne inerte, insensibile. E’ terribile! Voi potete capirlo, e se non tenete in considerazione la vostra meravigliosa situazione, vuol dire che non avete imparato niente e, peggio, il mio lavoro non ha reso. Ma io sento che capite. Comprendete così come ogni cosa che vedo o leggo o sento, mi può interessare o no, a seconda che mi torni utile per il mio lavoro e per voi. Vivere così non è sempre piacevole per chi è vicino a me, perché io scarto tante cose che per altri hanno valore, eccome! Mia moglie qualche volta mi incolpa di questo e non ha tutti i torti. Vedete, ho scritto perché credevo di avere qualcosa di utile da dirvi e non volevo inviarvi le solite parole e frasette senza significato. Se quello che vi ho detto è utile, me lo direte poi voi, in seguito. Con affetto vi saluto e, con voi, la Sig. Anna Maria che in queste settimane vive e fatica con voi. Mario Pelizza. Spero di non aver annoiato proprio tutti.

Dal programma annuale per la classe V maschile, anno scolastico 1969-70 I miei scolari. Sono, quest’anno, ventotto. I più sono con me per il quinto anno, quindi conoscenza completa e profonda. Molti altri sono con me da diversi anni, anche per loro non ho sorprese. Solo tre alunni, due maschi ed una femmina, sono per me nuovi. Nel complesso è una scolaresca che mi piace, è un po’ come io l’ho voluta o, meglio, come io ho permesso che fosse. Sono scolari vivaci, chiacchieroni, appena sono senza un impegno diventano turbolenti, disturbano. D’altra parte in cinque anni di scuola non ho mai visto una rissa seria, non è mai mancato nulla, non ho mai sentito che tra loro esistano delle incomprensioni, delle malignità, delle vere cattiverie. Quando qualcosa 122


di grave, di doloroso accade in classe o nel mondo, sono tristi, sentono la rottura dell’equilibrio, sanno capire il dolore altrui. In sostanza io ho fiducia in loro. Il lavoro scolastico non è pesante per me come non lo è per loro.Tutti indistintamente vengono a scuola volentieri. Uno addirittura potrebbe starsene a casa, è fuori dell’obbligo scolastico, ma preferisce venire. Certo la mia non è una classe ordinata, tranquilla, anzi! Io, evidentemente, non sono riuscito a raggiungere questa meta, ma sento che, se non ho stabilito questo livello, sono arrivato ad altri non meno importanti ed evidenti. I miei alunni hanno capacità mentali profondamente diverse: ciascuno sì, aumenta le proprie, ma la differenza rimane, direi che aumenta con il tempo. Forse avrei dovuto lasciarne molti lungo l’arco dei cinque anni elementari. Perché non l’ho fatto? Forse per non dimostrare scarsità di fiducia nei loro confronti. Non avrebbero fatto di più in classi inferiori, la scossa emotiva della bocciatura avrebbe forse rinsecchito la pianticella già debole. Così li ho davanti a me in quinta. Qualcuno alle medie procederà con vera sicurezza, altri procederanno, alcuni si convinceranno di ripensare alle loro posizioni per un altro anno ancora. Sarà il minor danno possibile. Ora in fondo hanno dieci anni! Nei quattro anni precedenti ho commesso un grave errore: non ho considerato con completezza l’aiuto dell’educazione fisica. Quest’anno ho già iniziato con un programma completo ed i risultati sono già evidenti: conosco meglio i miei alunni sia fisicamente sia psicologicamente, per me si è sollevato un sipario. Voglio raggiungere un’educazione più completa anche attraverso l’educazione fisica e sento fin d’ora che il risultato non mancherà. Ogni trimestre, forse anche più sovente, mi incontrerò con i genitori degli alunni per sentire da loro notizie dei figli e per dare conto delle mie conoscenze scolastiche. Sono incontri utilissimi, anche per perdonare a certi alunni di essere quello che sono, partendo dalle posizioni mentali dei genitori! Svolgerò, come sempre, il mio lavoro per argomenti. Non posso ora sapere quali saranno gli esatti argomenti che svolgeremo; dipende da troppe cause la loro scelta. Ci sarà certamente uno spunto per l’inverno, per la primavera, per il Natale perché questi avvenimenti misteriosi affascinano sempre l’anima dei giovani; altri ce li offrirà la vita nel suo scorrere, sorgeranno dalle nostre conversazioni quotidiane, sarà la necessità di cono123


scere più profondamente qualcosa che ci indicherà un argomento valido. Raggiungerò le richieste culturali dei programmi, facendo in modo che ciascuno dei miei alunni arrivi, a suo modo, e con le sue capacità. Cercherò la via migliore per ciascuno, sacrificando del tempo, che, come sempre, non impiego per lunghe, affannose ricopiature sul quaderno di bella. Sarà il mio un lavoro difficile, le mete non saranno brillanti per tutti, ai superiori non presenterò paginette curate, ordinatissime, recitazioni perfette con pause ed inflessioni di voce impeccabili. Cercherò di raggiungere soprattutto il ragionamento lucido, onesto, aperto ad ogni problema, la tolleranza umile delle opinioni altrui, il rispetto per ogni forma di vita, la consapevolezza del miracolo di questa nostra povera vita, la generosità di cuore, l’ampiezza delle vedute, la ricerca e l’arricchimento di quelle basi che uniscono tutti gli uomini. La strada per raggiungere questi fini passa anche attraverso i vari titoli delle materie dei programmi ministeriali. Non sto a trascriverli. Sono i programmi normali per l’ultima classe del secondo ciclo elementare. Il libro sussidiario ci dà un’ottima strada, la percorrerò naturalmente integrando dove riterrò necessario. Dove sarà necessario fermarsi ora non posso saperlo, me lo indicheranno gli scolari con il loro interesse, lo capirò io attraverso tanti segni che un insegnante deve saper avvertire. I programmi saranno svolti completamente, gli scolari procederanno tra le pagine che parlano di storia, di scienze, di numeri, ecc., ma io non mi fermerò alle nozioni, alle regole, al sapere appreso e ripetuto, vorrò avere di più per sentirmi a posto con la mia coscienza, per avere fatto bene il mio lavoro. I miei scolari al termine del grande capitolo della loro vita nella scuola elementare, dovranno essere completi di mente e di cuore, soprattutto di cuore. Io, almeno, voglio sperare di riuscirci. Castelnuovo Scrivia, 5 Novembre 1969

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L’occhio del maestro Mario Pelizza desiderava capire a fondo la personalità dei suoi giovani alunni per poter intervenire senza creare disagio e senza provocare traumi educativi. Come ben emerge dalla lettura dei suoi programmi scolastici, l’obiettivo, alto, era quello di offrire ad ognuno degli allievi tutte le possibilità per rimanere al passo con lo svolgimento delle lezioni, ben intendendo che più veniva analizzata la personalità del bambino e più l’insegnante era in grado di tentare la strada giusta. Per facilitarsi questo compito Pelizza annotava tra gli appunti di lavoro un breve ritratto caratteriale dei suoi scolari, ritratto che a volte arrivava ad essere un vero e proprio profilo psicologico tracciato con la sensibilità di chi ama l’umanità nella sua interezza e senza scorciatoie morali, ponendosi apertamente il problema della diversità di doti degli allievi, ma considerandoli tutti degni della medesima attenzione e del medesimo rispetto, tutti a loro modo custodi di una ricchezza interiore che non vuole emergere solo quando non sa essere cercata. Alcuni giudizi sembrano scritti apposta per far sorridere chi li leggerà e hanno l’affettuosa leggerezza di un racconto breve; in altri, invece, i problemi educativi sono posti in maniera così profonda e aperta da scavalcare radicalmente il dibattito scolastico e le semplici ansie professorali: chiedersi perché un bambino che ha voglia e pazienza di ascoltare il maestro non possa capire ciò che i suoi amici accettano come ovvio, e chiederselo guardando nel fondo di due occhi inaccessibili e strabici che diventano l’emblema enigmatico e doloroso della necessità del male, sposta la riflessione di Pelizza verso un intento decisamente narrativo. I profili che qui pubblichiamo sono trascritti, per ovvie ragioni di discrezione, con la sola iniziale del nome dell’allievo (e non sempre l’iniziale autentica). P. è mio alunno dall’anno scorso. Normalmente sviluppato. E’ un bimbo molto vivace e con uno spiccatissimo senso comico. Non si contano ormai più le sue personalissime e divertenti trovate; in più non c’è incidente stradale della provincia che passi a lui inosservato e che non venga da lui ben illustrato. Questa è una sua piccola e innocente mania ali125


mentata anche dal fatto che nei pressi di casa sua passa una moderna autostrada. Il maestro è, per lui, un giudice di fatti disparatissimi tra di loro ma che, non per questo, non debbano essere a fondo considerati ed attentamente giudicati. P. è sincero, capisce i suoi torti pur non dimenticando quelli degli altri. Si rende simpatico con le sue argute osservazioni e con il suo italiano personalissimo. Un italiano tradotto pari pari dal dialetto di Castelnuovo. I vari e discordi interessi che si affollano nella sua mente si traducono in evidentissimi errori di distrazione dei suoi quaderni. A ciò si aggiunga una feroce parsimonia nello spazio assegnato ai suoi disegni già per se stessi incomprensibili. Ammette francamente di non essere fatto per lo studio e non fa misteri del suo avvenire: sarà contadino! Non so ancora come la pensino i suoi familiari, ma seguire le naturali inclinazioni dei bimbi è cosa lodevolissima.

R. ha frequentato con me la prima. E’ un bimbo soffocato dall’affetto della madre che, di conseguenza, non è ubbidita in nessun caso. Il bimbo a scuola è normale mentre a casa è una specie di bufera. Le meraviglie della madre sul fatto che il proprio figlio in classe stesse calmo come ogni altro furono grandi. Ma come spiegare certe cose alle tenere mammine? R. è dotato di ottima memoria, è osservatore, si interessa ad ogni discussione ed integra allegramente quel che sa con amene invenzioni. Infatti non c’è bimbo che possa nominare un fatto qualsiasi senza che a lui non ne sia capitato un altro simile, ma di molto maggior effetto. E’ arrivato a descrivere le nozze di suo nonno, dato che egli ne aveva preso parte. Qualche volta R. dice il falso. Ha tentato di commuovermi con proteste e argomenti di vario genere, argomenti efficacissimi nei confronti di tutti i suoi familiari, ma che non ebbero nessun effetto sul maestro. Il fatto all’inizio (parlo dell’anno scorso) lo disorientava, in seguito capì che certe cose funzionavano solo a casa e, da quel lato, non mi diede più alcun fastidio.

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G. è mio scolaro dell’anno scorso. E’ uno dei miei migliori alunni. Ogni attività scolastica gli riesce bene. Senza eccessivo sforzo supera con facilità ogni scoglio. La natura lo ha aiutato molto: il suo corpo è sano sotto ogni aspetto, non è mai assente. Aiuta il padre nei piccoli lavori di campagna con buona volontà, nulla lo spaventa, si interessa con giudizio molto superiore alla sua età. Qualche volta osservandolo dopo rovinosi capitomboli mi sorprendo a pensare che sia fatto col ferro. Non è, in ogni caso, un bimbo prodigio. Ha un’infinità di ottime qualità, ma è un bimbo come tutti gli altri. La sua indubbia superiorità mentale non lo rende superbo. E’ buono e generoso, servizievole e attento, amato dai suoi compagni indistintamente. La sua famiglia, pur senza esagerare, lo aiuta nell’educazione considerandolo già quasi un adulto ed egli sa essere all’altezza di quella posizione. G. ha già un suo carattere forte, preciso, senza sbandamenti; la vita non lo sorprenderà impreparato. A volte merita le sue sgridatine e le subisce come le subirebbe un adulto, meravigliandosi cioè di essersele meritate. Io stesso in certi casi mi devo sforzare all’osservazione perché ho l’impressione di farla ad un mio coetaneo.

S. è stato mio alunno in prima. Avrebbe meritato anche di rimanere in prima, ma quella benedetta tendenza a dare fiducia agli scolari della prima elementare lo ha trascinato in seconda. Al momento attuale nulla mi fa sperare che possa, a fine anno, accedere alla terza. S. è uno strano bimbo con gli occhi neri ed una inconsueta andatura a lunghi passi ed a gambe leggermente allargate, il tutto leggermente accentuato da flessioni del capo che aumentano straordinariamente di ampiezza non appena gli succeda di dover recitare qualcosa a memoria. La mamma, napoletana, ha dato al figlio la facilità agli entusiasmi ed alle lacrime; dal padre, di evidente origine slava, deve aver preso quel suo modo di stare in assoluto silenzio e quello sguardo fisso che gli è caratteristico. La memoria di S. è una fonte di guai per lui; egli stesso riconosce di non potersene fidare. Gli fa scherzetti, va e viene senza che egli sia in grado di dominarla; io lo capisco e so che S. ci patisce. Il profitto è scarso sotto ogni aspetto; dai quaderni disordinati, alla lettura quasi inesistente, ai frequenti pasticci con carta e inchiostro. 127


E’ S. un bimbo buono e onesto ed è anche sincero, dovrò inevitabilmente lasciarlo in seconda con la speranza che possa riprendersi e continuare il suo cammino scolastico nella normalità.

Mio scolaro in prima, R. è un solido bimbo di campagna. Abita in una cascina e viene a scuola percorrendo ogni giorno parecchi chilometri in bicicletta. La sua salute è perfetta e dimostra l’utilità del vigorso sforzo muscolare anche nei bimbi. La mente di R. tende già a ragionamenti che iniziano con la considerazione della differenza tra quello che si è seminato e quello che si è raccolto, per finire ai prezzi dei prodotti agricoli venduti da suo padre nel locale mercato ortofrutticolo. R. però non è avaro, sa il valore del denaro perché fa da sé le sue piccole spese, ma sa anche essere generoso ed io stesso l’ho visto metter mano alla tasca per offrire qualcosa ad una bimba di un modesto circo, senza limitarsi alle modeste cinque lirette. Il suo profitto è buono ed ha subito un notevole miglioramento proprio in questo secondo mese di scuola. Preferisce l’aritmetica al resto, ma se la cava in ogni caso. Prima del rafforzamento da me notato, aveva dei momenti di disanima ogni volta che una difficoltà non veniva superata al primo scontro: ora ha acquistato fiducia in se stesso e gli si vede brillare negli occhi la contentezza di tale conquista. Unica grande difficoltà che gli resta è la vista di un film. Per un bimbo come lui, più simile ad un uccello dei campi che ai suoi compagni, la vista di quelle luci ed ombre in una buia sala gli procura un oscuro timore che ben presto gli suscita profondi sospiri ed accorati singhiozzi. Converrà combattere questo timore o aiutarlo a mantenersi?

Mio scolaro dall’anno scorso, G. è un bimbo normale, sviluppato bene, che ha un’unica particolarità: quella di non battere quasi mai le ciglia. I suoi occhi chiari fissano pensierosamente le sue carte scritte con poco ordine e non sentono il bisogno di chiudersi. La sua voce di tono basso e riposante è, a volte, non percettibile. 128


Per il lavoro scolastico G. si dimostra volonteroso e attento, segue con facilità e dimostra con evidenza la sua preferenza per i numeri. E’ pure un bimbo giudizioso e discreto che non rumoreggia furiosamente come molti dei suoi compagni non appena annusano odor di libertà. Si adatta magnificamente con il suo compagno di banco: P., col quale architetta ingegnosi scherzetti ai danni dei bimbi più vicini. Tolto questo, niente altro che gli si può rimproverare. Considera la scuola una seria faccenda che conviene tenere in un certo rispetto, studia e ricorda con una discreta facilità, progredisce senza sbalzi. Unico punto nero il disordine nella scrittura: disordine che, forse, deriva dal periodo di crescita. G. è, inoltre, affezionato al suo maestro ed ai suoi compagni, sincero anche quando costa fatica esserlo e di buon cuore. La sua infanzia, trascorsa quasi esclusivamente in una cascina, gli fa apprezzare maggiormente il piacere di avere dei piccoli amici e gli fa considerare irrimediabilmente persa una giornata di assenza dalla scuola.

Durante la prima elementare P. si dimostrò un ben strambo individuo. Verso la fine dell’anno scolastico, per non so quale mistero, parve normalizzarsi, tanto che fui indotto ad accordargli quella benedetta fiducia. Ora è qui, in seconda, ed è ritornato ad essere il medesimo strambo individuo dell’anno scorso. P. pur disponendo di normale memoria per svariati argomenti ne è completamente privo per determinati altri. In questo periodo, dopo cure particolari che si estendono oltre l’orario, sa distinguere tutte le lettere; rimane lo scoglio dell’unione delle vocali alle consonanti: scoglio infido e pericoloso perché sfugge dietro alcune lettere e, successivamente, dietro ad altre, rendendo oltremodo difficile la sua localizzazione che in particolari occasioni risulta non esistere più. Come si può combattere simile viscida lacuna? Perché si annida in modo così ostinato nella mente di P. che, in fondo, dimostra di volersene liberare? Evidentemente c’è qualcosa che mi sfugge, che vedo ammiccare maliziosamente negli occhi leggermente strabici di P. Che sia semplice poca voglia, desiderio di tranquillità? Ammetto che qualcosa del genere c’è, ma non sempre e non tanto da far progredire in modo così lento l’apprendimento del bimbo. 129


P. è in più un bimbo simpatico, a suo modo sveglio, qualche volta persino volonteroso, preoccupato però mai. La sua pronuncia è difettosa, ma anche altri sono affetti da difetti simili senza trovarsi nel suo stato. P. è per me una spina che ad ogni ora della mia giornata scolastica sta a ricordarmi quello che non ho saputo insegnargli.

Conosco G. già dall’anno scorso e posso dire di conoscerlo bene tanto è limpido il suo essere. E’ volonteroso, timido, buono, sincero.Tutte queste buone qualità sembrano nascondersi non appena gli sfugge la strana, sfacciata risatella che tutti i suoi compagni riconoscono. Egli ne arrossisce, vorrebbe nascondersi, ma appena accade qualcosa in classe che meriti di essere sottolineato, ecco scoppiettare la sua divertente risatella. G. quest’anno è molto più sicuro dell’anno scorso, non capita quasi più di vederlo con gli occhi rossi per una difficoltà che non sa superare; accade però sempre di vederlo mesto per un bel voto che gli è sfuggito proprio di sotto il naso. Mi sorprendo a volte fargli coraggio quando converrebbe magari lasciarlo in quel mesto ma istruttivo stato. In ogni caso gli faccio capire che un pizzico di spensieratezza aiuta sempre e forse anche per afferrare quel sospirato voto. G., a detta della mamma, è molto sensibile agli sbalzi di temperatura. In effetti va soggetto a diverse assenze. Per mio conto è un buon alunno, e come G. vorrei averne sempre molti ed ogni anno.

Conosco D. dalla prima. E’ ospite del locale Istituto “Don Orione” per motivi di nascita e di famiglia. Per D. la vita non è stata tanto prodiga: a tutto quello che gli altri bimbi hanno e che egli non ha, deve supplire l’affetto del nonno materno. Fisicamente D. è poco sviluppato, in più, con il passar del tempo, il suo corpicino appare disarmonico. In lui non esiste collo o quasi. Io non so bene dove e quale sia il difetto. 130


In ogni caso l’Ufficiale medico durante quella specie di visita passata agli alunni durante lo scorso anno non ha fatto nessuna annotazione particolare. Nel profitto D. progredisce, non senza una certa lentezza, ma assimila e impara. L’ordine lascia molto a desiderare, la memoria non sarà delle migliori pure in complesso il bimbo segue le attività scolastiche con buona volontà. Capita a volte che D. faccia il permaloso, ma è cosa di breve durata; data la sua condizione è proprio il minimo che possa fare. La vita in comune con gli altri ragazzi dell’Istituto se da un lato sviluppa molte buone qualità, dall’altro lato fa sì che molti bimbi e specie i più piccoli, siano un po’ in balia del volere dei più alti e forti. Questa situazione determina incertezza anche nell’attività scolastica, ma più ancora nell’animo di questi alunni. La proprietà di certi piccoli oggetti, ad esempio, ha tutt’altro valore per D., ed il perderli per lui è ben diverso che non per altri suoi compagni. In sostanza D. è un buon bimbo che, senza l’aiuto della famiglia, fa più di quanto umanamente si potrebbe sperare.

F. non è stato mio allievo in prima. E’ ora ospite dell’Istituto “Don Orione” di Castelnuovo, ma la sua famiglia abita a Sale. Penso che i suoi genitori provengano dal Veneto. Il bimbo è preparato, buono e volonteroso. Occorre però ricordare che la vicinanza di tutti gli altri bimbi dell’Istituto lo rende sempre leggermente eccitato, e questo a scapito dell’ordine. Che sia un bimbo profondamente buono lo prova il fatto che riesce a sopportare E. per compagno di banco: cosa quasi impossibile. F. è normale sotto ogni aspetto. Dimostra buona volontà nei lavori scolastici e si dedica con giudizio a tutte le attività. La sua più grande difficoltà consiste nel leggere ad alta voce, non perché non sappia leggere, ma perché la sua innata timidezza gli impedisce di esprimersi ad alta voce. Io cerco di rassicurarlo e vorrei che vincesse questo suo timore e forse ci riuscirò, non è però una cosa facile. Il suo violento rossore denuncia una timidezza buona, ma in contrasto con le possibilità di farsi valere individualmente. Ogni volta che egli alza la mano per una risposta o per una gara non 131


manco mai di chiamarlo, ed il più delle volte vedo che sa rispondere con esattezza. Inevitabilmente devo notare la sensibilissima assenza delle cure della famiglia e devo riconoscere che F., pur essendo così sensibile, riesce a superare bene questo svantaggio.

P. è molto sviluppato e dai genitori so che ha dei difetti fisici notevoli. Per quello che riguarda la scuola P. è ben difficile da giudicare. In sostanza impara con volontà, ma i suoi quaderni, che pure contengono parole giuste, sono disseminati di macchie e la sua scrittura varia di altezza e larghezza più volte in una sola riga. I calcoli sono giusti, ma i numeri non sono quasi mai nel loro ordine. I disegni geometrici per facili che siano non sono mai eseguiti con esattezza. La lettura è spedita e giusta, ma quando legge P. sembra che spari una mitragliatrice. Ci sono in lui troppe cose contrastanti. Io non so mai se mi ha capito o no. Possiede indubbiamente un buona memoria perché impara con facilità poesie e numerazioni, ma dimentica da un momento all’altro la disposizione dei numeri in colonna. In più è un bimbo chiuso, nervosissimo, che si impermalisce con una certa facilità, difficile da trattare. I genitori insistono affinché io usi la maniera forte, ed io so che è la meno indicata. Vorrebbero risultati immediati e miracolosi dalla mia opera. Eppure se c’è un bimbo che debba essere trattato con dolcezza, questo è proprio P. Egli lo sa e mi capisce; prova ne è il fatto che quando la nonna viene in aula per informarsi dell’operato del nipote egli viene a cercare la mia mano e non quella della nonna. Potrò portare questo alunno in terza?

R., mio scolaro dello scorso anno, è un bimbo dalla salute delicata. Il suo viso non è mai roseo. Fisicamente è normale. Per quello che riguarda la scuola ho ben poco da dire: è più che buono sotto ogni aspetto. Forse potrei dire a R. di essere meno volonteroso. 132


Potrebbe sembrare una spiritosaggine, eppure è così. R. preferisce rimanere senza mangiare piuttosto di non essere preparatissimo in tutto. La mamma stessa deve esortarlo a smettere di leggere. E’ una cosa quasi inaudita per il nostro tempo. R. è un bimbo normale eppure è così preso dai suoi doveri di scolaro che finisce di criticare, in altri compagni, cose naturalissime per bimbi di quell’età. Bimbi che sono disattenti, che scrivono male, sono per lui cose inammissibili. Ed è orrendo per lui presentarsi a scuola senza sapere alla perfezione la lezione. In più R. è intonato e per i canti di scuola è quello che più si impegna. Non so che altro dire di lui oltre che è uno scolaro perfetto. Spero solo che il suo corpo sappia resistere a questa ferrea volontà ed a questo impegno mentale al quale R. intende sottoporsi.

S. è un bimbo che sotto la vernice di una certa tranquillità nasconde un’insospettata vivacità. Fisicamente è normale, anzi è quasi superiore alla normalità; mentalmente invece è ritardato. Il suo sviluppo mentale è molto lento. Parecchie assenze durante lo scorso anno fanno sì che il bimbo si trovi in stato di inferiorità. Ne è però causa, più delle assenze, la sua mente non ancora forte per le difficoltà della scuola. Ripetendo la prima si sarebbe ripreso senza dubbio, eppure sembrava proprio il caso di accordargli fiducia. Ed ho sbagliato. Ora S. non scrive se non copiando, legge qualcosa, ma in modo così lento da far cadere le braccia ai suoi compagni. Partecipando poco alle attività scolastiche e comprendendole ancor meno, finisce per cercare altri spunti di interesse. E come gli si può dar torto? I genitori sentono la situazione di S. come una disgrazia che li ha colpiti e penso che spronino più del necessario il bimbo per fare che rientri nella posizione di tutti gli altri. Risultato: il bimbo si avvilisce. Non sente alcun desiderio alla scuola. Ho cercato di far capire alla mamma che un anno ripetuto, più che perso, finisce per essere guadagnato. Ci sarò riuscito? Per il bene di S. è essenziale che i genitori capiscano la sua posizione e non pretendano da lui cose che per ora non è assolutamente in grado di fare.Questo è proprio uno di quei tipici casi in cui o si tratta il bambino 133


con dolcezza e buon senso o si crea in lui una sfiducia che non si potrà mai più misurare in tutta la sua profondità.

M. è ospite dell’Istituto “Don Orione” di Castelnuovo. Ha una sua storia dolorosa e per nulla chiara. Pare che sia uno tra i molti suoi fratelli, la madre, da quando egli è qui, non si è mai fatta viva nemmeno con una cartolina. Purtroppo egli ha capito la situazione e temo che odii cordialmente la madre. E’ come un uccello sul ramo perché anche all’Istituto non intendono più tenerlo per diversi motivi, non ultimo il suo carattere cocciuto. In classe combina effettivamente poco, pasticcia e traffica continuamente. So per certo che se si applicasse farebbe quanto un bimbo normale, ma non trova necessario fare fatiche che giudica inutili. Molto vivace e sveglio, ha degli sprazzi d interesse che lo inducono ad imparare qualcosa ogni tanto. Ma egli è figlio dell’incostanza e la sua volontà si esaurisce ben presto. Se non avessi ventisette alunni potrei curarlo con attenzione e forse riuscire a fare qualcosa per lui. Ci sono giorni che sembra dispostissimo a fare qualsiasi sforzo per essere all’altezza degli altri. I suoi quaderni sono impossibili, le macchie non si contano e ogni tanto M. ha degli stranissimi istanti di timidezza, istanti che coincidono con i momenti in cui dovrebbe leggere ad alta voce. M. difficilmente riuscirà ad arrivare alla terza. Se ripeterà la seconda senza dubbio riuscirà a rientrare nella normalità.

Un racconto autobiografico Il racconto che segue è forse l’unico documento che testimonia il talento di Pelizza scrittore. Mario scriveva molto, scriveva con piacere, scriveva per fissare la sua attenzione sulle questioni che riteneva cruciale risolvere, scriveva per comunicare con Lidia ai tempi del 134


fidanzamento - centinaia di lettere in cui si perdeva per ore e ore a descrivere ciò che catturava la sua instancabile curiosità - scriveva per non interrompere i contatti con i suoi alunni quando la malattia lo teneva lontano dalla classe. Per quanto si sappia, però, pur lasciando in ogni suo appunto la traccia intensa di un sentire forte e comunicativo, non ha mai scelto di andare oltre la breve descrizione didascalica, oltre la breve nota stile pro memoria, per organizzare la sua facilità di scrittura e la sua sensibilità poetica all’interno della trama di un episodio autonomo ed esplicitamente concepito con intento narrativo. Solo con il breve racconto autobiografico che qui trascriviamo, inviato ad una rivista per la pubblicazione e casualmente ritrovato fra le sue carte, Pelizza ha scelto di trasformare l’evento più tragico della sua vita di adolescente, la morte della madre, in un’occasione per non rimanere isolato in sé stesso di fronte all’insensata grandezza del dolore; solo quando la vita si è fatta intollerabilmente oscura, indecifrabile, ha cercato di fissare il proprio percorso umano entro gli schemi di una narrazione voluta e pensata per un pubblico potenzialmente ben più ampio della cerchia di amici cui scriveva abitualmente; solo di fronte ad un argomento potente e vasto come il mistero della morte - e della vita - ha deciso di chiedere all’arte il miracolo della consolazione e della condivisione. E’ perché il baratro su cui camminiamo non venga a risucchiarci che chiediamo all’arte di scandagliare e illuminare l’abisso: Mario, che più che artista si sentiva esploratore, quando ha perso la strada si è messo a disegnarla, e l’ha disegnata con la stessa mano che tendeva ogni giorno agli altri.

Quando, quel giorno, si sentì dire: - Tanto non sarebbe guarita mai - , guardò in volto quell’uomo con due occhi chiari, più del solito senza ombre. Il viso dell’uomo anziano non poteva mentire. Era troppo serio e guardava lontano. Il ragazzo pensò allora a tante cose, ma un guizzo di sorpresa rimaneva ancora in lui. La parola più triste, quella che temeva di più ancora non l’aveva sentita. - Sono mali che non perdonano – Ma perché gli si parlava così, senza un alito di gioia, perché la voce che sentiva pareva una voce sommessa 135


come se si parlasse in chiesa? Certo sapeva, ormai. Capiva. Come non capire? Non era più un bimbo, più di tredici anni ormai, quasi quattordici. - Quando uno se ne accorge ormai è tardi. Non c’è più nulla da fare. – Ma ancora negli occhi chiari brillava una speranza. Ancora non mi ha detto tutto, pensava il ragazzo, forse……chissà! – Sono mali cattivi, certo, per quanto ne potesse sapere lui, ma non era il caso suo questo; impossibile che proprio sua madre dovesse subire quel male per cui nulla più si poteva fare. Ma allora…certo. Più chiaro di così! Per questo allora quest’uomo gli era venuto incontro. Per questo l’aveva fermato fra i campi intavolando quasi senza importanza questo discorso. Per questo che, con la dolcezza possibile ad un uomo, cercava di trattenerlo, quasi non volesse permettergli mai di giungere a casa. Eppure ancora non mi ha detto tutto, pensava il ragazzo, posso ancora sperare. E sperava ancora, dicendo di sì ad ogni frase, come ad accettare la regola; ma la regola può fallire; anzi non poche volte fallisce. Vide poi avvicinarsi il padre da lontano, aveva gli occhi arrossati, forse piangeva, sì ormai lo vedeva piangere e quando si sentì abbracciare seppe tutto quel poco che doveva sapere senza che nessuno gliel’avesse detto. Anzi ricordava che suo padre gli porgeva un fazzoletto, che gesto inconsueto, pensò, porgere un fazzoletto bianco ben piegato, stirato. Quel gesto non poteva dir nulla, non c’era nessun sottinteso. Eppure c’era quel giorno. E ricordò gli altri ragazzi che lo guardavano incuriositi, e poi una bambina che, senza pensare, anzi, quasi divertita, senza sapere e senza capire: - E’ morta tua madre vero? – Lui, come per illudersi ancora per un poco: - no – disse – che ne sai tu, così piccola - . E gli pareva di avere rimediato almeno a qualcosa o, forse, perché lui stesso non aveva capito ancora, fino in fondo, che cosa potesse significare morire. Ora era seduto solo sull’erba dietro la chiesa, attorno non c’era nessuno, i contadini erano ancora nelle loro case a riposare prima del lavoro pomeridiano. Era caldo, un settembre pieno di sole, di calore. Lui solo poteva permettersi di essere fuori di casa, non gli importava coricarsi dopo il pranzo. Era l’ora che gli dava una specie di impazienza. Nessuno era in giro, eppure lui in casa non sapeva rimanere. Sarebbe andato al fiume anche oggi, ma proprio così, da solo, non c’era gusto. Meglio girellare e guardare gli uccelli. Quanti ne aveva fatti morire con intenzioni opposte, ma quelli erano morti lo stesso. Capiva benissimo di non saper 136


allevare gli uccelletti da nido, ma come avrebbe potuto non raccoglierli quando li trovava? Come poteva non metterli nella gabbietta e non sperare ardentemente che vivessero? Invece, niente, sempre la stessa fine. Guardava il cielo azzurro. Dall’erba su cui era coricato pareva ancora più lontano. Stando in piedi il cielo era lontano, sì. Ma guardandolo dall’erba pareva si fosse allontanato infinitamente di più. Che strano! Sentì all’improvviso sul vialetto lo stridere di una ruota sulla ghiaietta: guardò. Forse i suoi occhi divennero cupi in quegli attimi; forse il cielo aveva per poco smesso di essere così intensamente celeste. Sua madre gli era passata davanti senza quasi vederlo, senza fargli un solo cenno. Rimase incantato, fermo, pensando ad una offerta di quel cielo lontano, ad un richiamo silenzioso di un mondo sconosciuto.Tutto poteva essere, fors’anche un’illusione. Eppure aveva sentito il rumore sulla ghiaia, aveva visto il modo di vestire, i capelli pettinati così, l’andatura leggermente impacciata. Era tutto così vero, troppo vero. S’alzò di scatto. Avrebbe guardato ancora a lungo il vialetto. Era passata da poco, almeno in distanza avrebbe visto qualcosa che avrebbe potuto disilluderlo o ridargli la certezza. La stradina diritta tra i campi gli sorrise col suo biancore. Deserta. I campi sui lati non nascondevano niente, proprio nulla. Allora il ragazzo incominciò a dubitare; forse aveva sognato, ma mai gli era accaduto di addormentarsi in giro a quel modo. Impossibile. Forse aveva visto male, la sua fantasia aveva vestito in un modo diverso qualche passante, ma lui non pensava a sua madre quando se la vide dinanzi. E poi un passante l’avrebbe rivisto da lontano. Rimase ancora sull’erba, pensando a tante, tante cose e sperando, quasi inconsciamente, di vedere riapparire quella visione. Ma non tornò. Il cielo rideva sempre sopra il suo capo, lontano, al di sopra del volo dei falchi, più su delle nuvole bianche. Rimase col cuore in gola a lungo per poter rivedere in un attimo, per un attimo solo, ciò che perse per sempre, per tutta l’eternità. E nelle notti seguenti, quando al buio si sforzava di porre una barriera tra i sogni e la realtà per poter dividere senza errori i suoi sogni grandi e le sue misere realtà, pensava quasi di aver vissuto un sogno disteso fra l’erba con gli occhi aperti e specchianti il cielo. Ma se chiudeva per un solo momento i suoi occhi chiari, risentiva ancora il rumore della ghiaietta del viale. M. P.

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INDICE

Prefazione

p. 13

La vita

p. 17

La saga del topo tartaglione

p. 25

Gli alunni ricordano

p. 41

I colleghi e gli amici ricordano

p. 75

Il maestro e la scuola

p. 97

Conversazione con Lidia

p. 111

Gli scritti

p. 117

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Edizioni FAVOLAREVIA

Mimma Franco Il treno per la luna, Doc il gigante nero che non sapeva abbaiare, La bottega delle meraviglie. Tre fiabe

Chiara Parente Timo La società castelnovese nel ‘400

La storia più bella raccontata dai miei nonni V concorso nazionale per le scuole materne, elementari e medie

Chiara Parente Timo Alcjanum. Storia, dialetto, tradizioni popolari di Alzano Scrivia

Andrea Chierico A volo libero

Gianfranco Calorio Bergolium. Ricostruzione storico - iconografica del Borgo antico di Alessandria prima della costruzione della cittadella. Vol. 1°: il territorio e l’abitato

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Il topo ammaestrato