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www.mosaikokids.it via C. Alberto 13, 15053 Castelnuovo Scrivia (AL) Tel. 0131 856018 e-mail: ilmosaiko @tiscali.it Associazione culturale e ricreativa, aconfessionale, apartitica e senza fini di lucro, di utilità sociale.

Antonella Mariotti

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ragazzi di Mosaiko tornano a scuola. Anzi alle elementari. E salgono in cattedra per dare una mano (o una zampa?), per dare voce (o abbaiare?) a chi non ha mani e non ha voce: i cani e tutti gli animali che ogni giorno convivono con noi. Si dice spesso che i bambini sono crudeli, che da molto piccoli sperimentano la morte uccidendo insetti, o il potere tirando la coda al gatto o al cane. Il progetto degli splendidi ragazzi di Mosaiko di certo sarebbe piaciuto a Gandhi (che ha detto: “Il grado di civiltà di un popolo si misura da come tratta gli animali”) perché si prefigge di educare i più piccoli al rispetto per chi non è meno intelligente dell’uomo, ha capacità diverse, una diversa intelligenza e merita il nostro rispetto: dalla mucca che mangiamo come bistecca nel piatto, al cagnolino della vicina di casa che qualche volta abbaia troppo. Abbiamo spesso sentito parlare di “educazione cinofila” di “addestratori”, sicuramente saranno anche loro ad aiutare i ragazzi nell’arduo compito. Ma invito tutti a una riflessione: non si tratta di “educare” il cane, il bimbo o il gatto, dovremmo aiutare ad ascoltare. La difficoltà è sempre quella tra umani e non umani, e tra umani stessi: qualcuno parla, abbaia, miagola e qualcun altro non ascolta. Ascoltiamo i lamenti dei nostri animali, cerchiamo di capirli, ascoltiamo anche le loro gioie e cerchiamo di condividerle insieme a loro: ascolto e condivisione. Ma non sono un po’ le stesse cose che dovrebbero, sottolineo dovrebbero, accadere tra umani? E allora buona fortuna ragazzi del Mosaiko, che l’educazione cinofila tra i più piccoli banchi di scuola dia i suoi frutti migliori: meno cani abbandonati, meno animali maltrattati e offesi. Da qualche parte ho letto uno dei tanti aforismi sugli animali, non si sa chi l’ha scritto: l’oca è l’animale ritenuto simbolo della stupidità a causa delle sciocchezze che gli uomini hanno scritto con le sue penne. Lo prendo come un monito.

Mia mamma è su facebook! La rubrica che chiamiamo lista degli amici My mom's on facebook, 'mia madre è su Facebook', è una canzone del gruppo metal Back Of The Class che sta spopolando sul web. Il cantante ironizza sull'aver perso un luogo esclusivo fatto per comunicare coi suoi amici, ma a pensarci bene invita anche ad una riflessione. l'ultima spiaggia di leggere il tuo commento del giorno, il vostro rapporto è alla frutta. Forse dovresti accorgerti che vuole dirti che vuol sentirsi parte della tua vita (non necessariamente di Facebook) e trovare il tempo di raccontarle qualcosa in più di te. Seconda: Conoscete il paradosso dell'osservatore? Si tratta di un problema conosciuto da ricercatori e scienziati che si ritrovano a non poter effettuare misurazioni o osservazioni genuine di alcuni fenomeni, perchè la loro presenza stessa come misuratori influisce sul fenomeno alterandolo, così che non potranno mai osservarlo esattamente così come è. Un consiglio a tutte le mamme, ma anche ai papà, non cercate di entrare nella vita privata dei vostri figli aggiungendoli su

Silvia Pareti

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ra che sua mamma si guarda tutte le foto in cui lui viene taggato dai suoi amici, lo tagga in imbarazzanti foto da poppante o adolescente brufoloso, si legge tutti i suoi messaggi in bacheca rispondendo, aggiunge i suoi amici che accettano pensando sia uno scherzo e usa il social network per invitarlo alla comunione del cugino, non riesce più ad usare facebook con la spontaneità di prima, sta attento a tutto quello che scrive, insomma ha perso una dimensione di comunicazione ed espressione. Prima considerazione: se per sapere come ti senti tua madre non ha che

foto Riccardo Torti

segue a pag. 2

Tu chiamale, se vuoi,

emozioni Ma anche no

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Davide Varni

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Natale, e a Natale siamo tutti più buoni. Siamo anche più portati a discutere e porci domande su argomenti raramente esplorati in altri periodi dell’anno. Mi farebbe un enorme piacere parlare solo in questo periodo di morte, violenza, soprusi e scandali. Ma poiché questi argomenti vengono trattati a iosa da ogni possibile periodico, oggi vi parlerò di qualcosa che, semplicemente, non esiste: parlo della sfera sentimentale maschile. Bene, l’articolo è finito. Potete smettere di leggere. Come ho già detto prima, questa parte di psiche maschile NON ESISTE. E se esiste non sappiamo come trattarla, quali effetti produce, come esprimerla e coltivarla. Se sei un ma-

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Il piacere della lettura

Leggere, ma cos’è? di Victoria Ferrari

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foto Victoria Ferrari

Lezioni di convivenza tra specie

Anno 7 - n° 1, Dicembre 2010. Aut. Tribunale di Tortona N° 2/04 reg. periodici del 22/09/2004. Direttore responsabile: Antonella Mariotti Stampa: Tipografia-litografia Fadia Soc. Coop., via Giacomo Puccini, 3 - Castelnuovo Scrivia (AL)

Le tecniche di (dis)informazione

Crimine o gossip? di Marta Lamanuzzi

Il Mosaiko al Congresso internazionale Federserd pagine

4e5

Il rapporto con gli animali come scuola di vita di Mimma Franco

pagine

6e7

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8

I ragazzi della Comunità San Pietro di Voghera

Cambiare vita è possibile

Luci e ombre dell’adolescenza

Il coraggio di essere protagonisti di Marta Lamanuzzi


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Leggere, ma cos’è Victoria Ferrari

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Questo è il mio primo articolo dopo una serie di disegni e poesie apparse nei primi numeri di mosaiko kids, quando avevo 6 anni. Ho conosciuto parte della redazione di questo meraviglioso giornale durante la visita alla Comunità San Pietro di Voghera e al congresso federserd a Riva del Garda. Sono state entrambe esperienze costruttive e ricche di emozioni. Mi sono divertita ed ho anche imparato molto sui progetti e sulle idee del Mosaiko Kids...

L

a lettura è un passatempo coinvolgente e meraviglioso. Leggere è una delle poche attività che si possono fare in qualsiasi momento, ovunque e come si vuole: in macchina in silenzio, prima di andare a dormire ad alta voce... Leggere molto aiuta a scrivere correttamente. Il fatto che a volte si possa immaginare di incontrare davvero un personaggio è completamente soggettivo, uno può farlo con un bel romanzo d'avventura o non farlo nemmeno nel suo libro preferito se non ama la lettura. A me capita spesso di diventare ''la migliore amica'' dei protagonisti dei racconti che leggo più volentieri. Sono pienamente d'accordo sul fatto che un buon libro possa tenere compagnia e trasportare in mondi e tempi lontani perché, quando si legge con il cuore o semplicemente per il gusto di farlo, è facile che accada; se invece si legge ''sotto tortura'' perché si è obbligati a farlo è quasi impossibile che succeda di immedesimarsi a tal punto da provare sentimenti come l'ansia, il dispiacere, la sorpresa o addirittura l'amore per la storia che si sta leggendo. Leggere è quindi come ricevere una dolce carezza o scoprire ogni volta qualcosa di nuovo. Non amo molto le raccolte di racconti, preferisco romanzi, gialli e storie horror o di fantasmi. Mi piace aprire l'antologia a una pagina a caso e leggerla quando non ho niente da fare, ma non c'è cosa più bella e soddisfacente che leggere un libro abbastanza sostanzioso tutto d'un fiato, cosa che mi è capitata di fare poche volte, perché il tempo di leggere 300 pagine si trova al massimo nel fine settimana. Quando lessi ''Diario di una Schiappa'' di Jeff Kinney mi rividi in ognuno dei racconti del protagonista che narrava nel suo diario

segreto ogni tipo di storia, dalla drammatica alla comica. Parlava della sua strana famiglia, di suo fratello che lo prendeva in giro appena ne aveva l'occasione e soprattutto della scuola. Il mio libro preferito è però ''Lo specchio delle libellule'' di Eva Ibbotson, che ha scritto con suo figlio. E' la storia di Tally (o meglio Talitha), figlia di un dottore lontano dall'idea di medico che abbiamo adesso. Il padre riesce a fatica a farle avere una borsa di studio per un collegio a Derldenton, dove sarà al sicuro dalla seconda guerra mondiale, che ormai è alle porte. Anche se partirà a malincuore, triste per aver lasciato la famiglia, imparerà ad amare la nuova scuola e tutti i suoi compagni di Derldenton. Durante una gita in Bergania conoscerà il principe berganiano che deve stare sempre solo perché suo padre, il re, deve combattere i tedeschi. Diventando amici, scopriranno lo specchio delle libellule, il laghetto popolato da svariati animali che diventerà il loro punto di ritrovo. Sempre ambientato nella seconda guerra mondiale, ho letto Il bambino con il pigiama a righe, dove mi sono rivista in Bruno, il figlio di un importante generale tedesco, che quando incontrerà un bimbo ebreo prigioniero di un campo di concentramento, diventerà il suo migliore amico, fino a raggiungerlo al di là del filo spinato che li separa. Ma chi entra in quel luogo maledetto, purtroppo, è condannato a fare la stessa fine che hanno fatto milioni di ebrei. A proposito di questo libro, mi piacerebbe sottolineare ulteriormente il fatto che i film, anche se molto belli, spesso non rendono giustizia agli splendidi romanzi da cui sono tratti. Leggere, insomma, per me è come un gioco, un importante, divertente e utile gioco.

emozioni. Ma anche no.

Tu chiamale, se vuoi,

foto Victoria Ferrari

Davide Varni dalla prima

schio e mi stai leggendo, posso solo darti il consiglio che si tramanda di generazione in generazione tra tutti i possessori del cromosoma y: nel dubbio, insabbia quella sensazione di calore all’altezza dello stomaco e comportati come se fosse un leggero fastidio provvisorio, un malessere, un’intossicazione alimentare. Insomma, l’evoluzione ha dato tanto agli uomini: forza, velocità, capacità di leggere le cartine stradali, di fare pipì in piedi, di avere fluenti barbe, di guidare nelle più avverse condizioni. Anche l’educazione ha ulteriormente ampliato queste caratteristiche: con la capacità di esporre un’infinita varietà di pensieri con due- tre monosillabi, di dimenticare rapidamente tutto ciò che ci viene a noia e di avere buongusto nella musica. Ma tutto questo non ha nulla a che fare con le emozioni, che consideriamo – e continueremo a farlo – cose da donne. Inesistenti. Sconosciute anzi impossibili da conoscere e da razionalizzare. Cose pericolose, cose con cui è meglio non avere nulla a che fare. Questo comporta anche leggeri svantaggi, come l’assoluta mancanza di tatto e di empatia con chi queste “cose sentimentali” le vive davvero. Avete presente tuailait? Se mentre tutte le vostre amiche piangevano a dirotto pensando allo sfortunato amore di Belle voi vi stavate chiedendo quale principio fisico portava i vampiri a “brillare” magicamente, allora siete maschi. Scientificamente provato. Sicuro, pratico, buono. Meno ne sappiamo, più felici viviamo, almeno fino a quando non ci troviamo ad ascoltare per ore Teorema, Annajulia, Mistero, Cuore d’Aliante e ci chiediamo,tra noi, sottovoce, quasi vergognandoci: ma è possibile che esista questo infinito mondo di sfumature? E che noi non ne siamo parte? E’ possibile comprenderlo? Raggiungerlo per osservarlo, capirlo, misurarlo? Poi di solito comincia una gara di rutti e ci dimentichiamo di queste domande. Forse per sempre, forse finché non troviamo qualcuno in grado di spiegarcele. P.S. Lancio la palla alla prima donzella che vuole controbattere. Prima regola: siate ironiche. Seconda regola: sono ammessi colpi bassi. Terza regola: non ci sono altre regole.

Mia mamma è su facebook! Silvia Pareti dalla prima Facebook, ci trovereste solo quello che i vostri figli vogliono farvi trovare. Allo stesso modo per cui non potete sapere che persone sono quando escono coi loro amici perchè se usciste anche voi una sera con loro, si comporterebbero quasi sicuramente in modo diverso dal solito. Certo ci sono figli che coi genitori parlano di tutto e condividono anche gli aspetti più intimi e legati agli amici. In questo caso aggiungerli non sarebbe certo un problema, ma nemmeno servirebbe a conoscerli di più. Eppure su facebook accettiamo l'amicizia di tutti: l'ex di una tua compagna di scuola delle medie che ti aggiunge perchè si può dire che ti conosce visto che 15 anni fa andavate a scuola nello stesso edificio; un presunto compagno delle elementari di cui non ricordi nulla, ma sostiene di essere il terzo da destra in piedi nella foto di classe; una tizia che non ha niente a che vedere con te, però è una tua omonima; il figlio neonato di tua cugina; l'assistente universitario che ti ha tenuto un tutorato; uno dei tuoi 27 colleghi di un lavoro di 2 mesi che hai fatto un'estate. Quando scorrendo la lista degli amici ti accorgi che non bastano foto e nome per ricordarti chi sono, ti prende la consapevolezza che qualcosa deve essere andato storto. Molto storto, se sforzandoti al tuo compleanno non riesci a pensare a più di 15 persone che avresti piacere ad invitare, più 5 che ti tocca lo stesso, e su facebook hai 350 amici. Ma allora questi 'amici' cosa sono? Quando vedo che un mio caro amico di università ha superato di gran lunga i 1000 amici, sento che il nostro rapporto ha perso di esclusività, non sono che una su mille per lui, o no? Non è proprio così, in realtà ci sono amici 'di serie A' (Amici), quelli che vogliamo vedano le nostre foto, leggano i nostri messaggi in bacheca, che se se sono online li contattiamo per 4 chiacchiere in chat e li vediamo appena possibile nella vita vera; quelli dalla B alla V, che massì sono amici o poco più di conoscenti, non ci dà fastidio che leggano le nostre cose, un tempo della nostra vita siamo magari anche stati amici davvero e ora ogni tanto fa piacere sapere come gli va e riaggiornarsi reciprocamente sulla nostra vita; poi però ci sono quelli di serie Z, che non sono mai stati amici, non lo saranno mai, nemmeno li conosciamo direttamente e non li avremmo mai aggiunti. L'unico momento di protagonismo che potevano avere nella nostra vita era del tipo: A:Ti ricordi dell'ex di M, quello che faceva la 5B quando noi eravamo in 2C e che era stato sospeso per aver rigato la macchina della prof. L? B: No. A: Massì, il figlio della parrucchiera di Q, quella che ha il negozio in via F dove prima c'era la farmacia di H. B: Mmm...no, ma non importa. A: Ma certo che lo conosci, l'avevamo incontrato una volta in corso quel sabato che avevo preso la patente e ti avevo fatto notare che aveva le infradito verde pisello che facevano a pugni col borsello Prada della stagione invernale. B: Sì sì ho capito! (Piccola bugia a fin di bene per porre fine allo strazio). A: Ecco. Stefania, sua sorella, è incinta. E qui entra in gioco un tasto dolente. La verità è che non siamo capaci a non aggiungere questi contatti quando ce lo chiedono. Rifiutare l'amicizia sembra una cosa così brutta, l'amicizia non si rifiuta a nessuno, no? Solo che così perde di significato e la lista degli 'amici' non ha più valore di una rubrica o nei casi peggiori (per dimensioni) di un elenco telefonico.


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CRIMINE o gossip

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Le tecniche di (dis)informazione dei mass-media Marta Lamanuzzi

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e a dieci passanti chiedessimo di parlarci di Anna Maria Franzoni, Alberto Stasi, Sara Scazzi, Nelson Mandela e Marie e Pierre Curie, senz’altro otterremmo più informazioni e dettagli sui primi tre. Non c’è molto da stupirsi. Giornali, televisione e radio vanno davvero ghiotti di crimini, ce li offrono a tutte le ore e in tutte le forme: nelle notizie di apertura di tutti i TG, nella prima pagina dei principali quotidiani, in speciali, dossier, servizi. Sorge un dubbio, si tratta di mera informazione o c’è dell’altro? Le statistiche dimostrano che la cronaca nera è di gran lunga il settore che più appassiona gli utenti. Il palcoscenico angosciante e misterioso dei crimini sembra esercitare un’insaziabile curiosità, una perversa attrazione, e i criminali, veri o presunti, diventano i protagonisti assoluti, i “mostri” su cui puntare il riflettore. Ad affinare lo sguardo si coglie una sorta di “fame del criminale”. Nei primi giorni successivi alla scomparsa di Sara Scazzi, in assenza di altri capri espiatori, si leggevano tentativi di colpevolizzazione della vittima stessa. “Fuga volontaria”, “se l’è cercata”, “da tempo voleva andarsene”. Da ciò dipende anche la scarsissima attenzione che i media dedicano alla vittima, oggetto di una disciplina di fondamentale importanza per l’analisi e la lotta al crimine, la vittimologia.

La copertina di Carlo Jacono per un Giallo Mondadori

Va innanzitutto chiarito che spesso ciò che ci viene “venduto” da tv e quotidiani e ciò che accade realmente distano anni luce. I giornalisti operano scelte strategiche, arbitrarie e superficiali, più funzionali all’”effetto scoop” che all’oggettività ed esaustività dell’informazione. Giocano su meccanismi intesi ad accrescere paura ed allarme sociale in un primo momento per poi condurre ad una rassicurazione finale che deriva dalla crocefissione del’”colpevole”, demonizzato, sottolineando così il contrasto tra la sua anormalità e la normalità della vita quotidiana dei fruitori della notizia. Anche i criminologi che vengono intervistati nei talk show spesso si mostrano asserviti alla stessa logica, propensi ad assecondare la “versione mediatica” dei fatti di cronaca, ad accrescere suspense ed effetti speciali. La criminologia, quella seria si intende, praticata con responsabilità e obiettività, è la disciplina che studia reati, autori, vittime (branca della vittimologia), tipi di condotta criminale, in un’ottica di monitoraggio e prevenzione del fenomeno criminale. Il groviglio di sentimenti che gli episodi di crimine ci suscitano e che il filtro dei mass-media accentua ed enfatizza, non sempre ci consente di avere una visione realistica di ciò che ci circonda. Non è mai così chiara e scontata la distinzione tra i “buoni” e i “cattivi”, tra la normalità e l’anormalità. Il crimine non è un giallo da romanzo di Agatha Christie, è un fenomeno molto complesso che non può e non deve essere banalizzato.

Le vetrine addobbate con mesi di anticipo

miracoli di Natale

N

atale è ormai alle porte, ma già da un paio di mesi le vetrine dei negozi sono state addobbate in attesa della Grande Festa e le vie delle città abbagliano con le loro luci da spettacolo teatrale. Una grande messinscena per correre in soccorso di un'economia che ha smesso di girare e che spera nel miracolo divino per tirare una boccata d’ossigeno. Questa smania di "anticipare" è diventata davvero un'esagerazione: ma se al 30 ottobre si vedono decorazioni appese in città e a novembre gli abeti natalizi spadroneggiano nelle piazze, una volta arrivato il fatidico mese di dicembre cosa aspettiamo? Per questo Santo Natale il mio desiderio è semplicissimo, ma al tempo stesso praticamente impossibile. Sogno di recuperare quello spirito che da sempre aniLara Lunaschi

ma i bambini ma che lentamente abbandona gli adulti; sogno un vero miracolo natalizio, la capacità di offrirsi con gratuità e sostenere qualcuno che aspetta un miracolo con l’ansia di chi ne ha bisogno. In fondo sarebbe così semplice scegliere chi aiutare: dalla persona sola che passa le proprie giornate in attesa di arrivare a sera, a coloro che hanno un grande vuoto nel cuore e non sanno come riempirlo, al bambino che vorrebbe giocare con qualcuno, invece che con il solito videogioco, ma cui nessuno presta attenzione. Purtroppo se si devono fare i conti con uno stipendio che basta appena a sostenere una famiglia non sarà possibile aiutare 600 bambini africani a scampare dalla triste morte per fame e malattie... Ma un sorriso, un abbraccio, una telefonata, una visita, una partita a carte e qualche parola buona... costano soltanto un po' di tempo, di disponibilità e di pazienza. Questo ci aiuterà a sentirci ogni giorno più ricchi.

Un grazie di cuore alla Casa di cura “LA CITTADELLA SOCIALE” di Pieve del Cairo (PV)

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volte basta un sorriso e una parola di conforto per essere già guariti a metà… Qualcuno c’è ancora col dono speciale di saper ascoltare, con dentro una certa sensibilità, qualcuno che non crede che il suo lavoro siano solo le ore che deve svolgere in ospedale, che il resto non lo riguardi. Perché curare, si sa, è una missione, e ci vuole vocazione per compierla. Grazie di cuore al dott. Ludovico Filosa, a Barbara Bosoni (per aver tranquilizzato papà con le sue parole piene di amore), a Diallo Aminata, Gaetano Montalto, Filardo Giulio, Zambotti Enrica. Mimma Franco


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Il 12-13-14-15 Ottobre al IV congresso internazionale FeDerSerD

Presentato il nuovo progetto dei nos

Il rapporto con g come scuola di v

La solitudine nei giovani e gi stili di vita e responsabilità.

Cecilia Mariotti

dal titolo “Consumi e Dipendenze: mito, evidenze scientifiche, realtà organizzative” a Riva del Garda, oltre ad attenti medici con le loro ventiquattrore ed ospiti di grandi riguardo, come il procuratore nazionale antimafia, c’eravamo anche noi. Sì, proprio noi, i ragazzi di Mosaiko, che ancora una volta ci siamo guadagnati un piccolo spazio tutto per noi, uno spazio in cui eccezionalmente i ragazzi hanno potuto raccontare quello che tutti i giorni vedono con i loro occhi e sono costretti ad affrontare, a volte purtroppo con insuccesso. Stiamo parlando del problema delle dipendenze.

Riva del Garda, il M Congresso Internaz

Nonostante non fosse la prima volta che partecipavo ad un congresso per esporre i progetti ideati in redazione con l’aiuto di Mimma Franco, nel momento in cui mi è stato consegnato nella hall della sala congressi il cartellino identificativo “Cecilia Mariotti: relatrice”, non ho potuto che provare un’intesa emozione. Una soddisfazione mista a orgoglio. In passato mi ero già accorta che non è facile trattare con “quelli che contano” e nemmeno inserirsi nei loro discorsi, ma noi ci proviamo sempre con umiltà. Credo che il nostro segreto sia quello di porsi in qualità di semplici, ma allo stesso tempo autorevoli testimoni di una realtà che numeri e parole non possono bastare ad esprimere appieno. I nostri progetti sono sempre ben accolti dal pubblico che noi speriamo sempre ne apprezzi la spontaneità e l’originalità. E anche in questa occasione, nel breve tempo dedicato alla comunicazione orale, siamo riusciti a condensare il nostro punto di vista e le nostre proposte innovative con la speranza che possano fornire nuovi spunti di riflessione, e chissà, magari diventare progetto davvero attuabile così da non rimanere belle parole solo sulla carta. Durante il corso della giornata abbiamo poi avuto la possibilità di confrontarci con numerose figure rappresentative del settore, informate sicuramente più di noi su quali sono gli ostacoli che si frappongono fra chi ha il compito di risolvere il disagio e l’individuo vittima del disagio. Quella di potersi confrontare direttamente con esperti non è un’opportunità da poco e credo davvero che tutti i ragazzi dovrebbero poterla sfruttare: quando ci si rapporta con chi è davvero informato ed è disponibile a renderti partecipe della realtà che lo coinvolge non si può che crescere e maturare. Il programma del congresso era molto ampio e comprendeva discussioni che trattavano le più diverse sfaccettature del problema per cercare di dare una lettura organica sia dal punto di vista storico-culturale che da quello scientifico della diffusione e del sempre più marcato successo di droghe, alcol, fumo e gioco d’azzardo. In questo senso è stata sottolineata l’importanza del background sociale (famiglia e amici) che influenza indiscutibilmente i giovani e il loro comportamento, ma sono state individuate anche delle vere proprie radici storiche di tendenze del mondo Occidentale che sembrano poter ricondurre ai presenti ed evidenti risvolti che ha avuto il problema. Cat Stevens cantava “oh babe babe it’s a wild world” ed è davvero selvaggio il mondo in cui ci troviamo a vivere,un mondo in cui le insidie non sono affatto lontane nemmeno per chi crede di vivere in una situazione apparentemente serena; un mondo in cui si tende a perdere la propria individualità per rientrare in una casistica rigida e insensibilmente schematizzata; un mondo in cui l’onestà e le buone idee da cui non si può trarre un utile economico vengono accantonate, zittite, nascoste. Ma questo mondo appare ancora più invivibile per chi non si rende conto che c’è ancora qualcuno disposto ad aiutare, a guardare al futuro con uno sguardo attento e consapevole, a rinunciare per un attimo ai proprio egoismi in favore di un senso di altruismo che dovrebbe essere un istinto naturale, ma che oggi evidentemente non lo è più così tanto. Perché i rischi di oggi non scompariranno come per magia domani: tutto quello che può accadere se si rimane insensibili e inattivi è che se ne creino di nuovi. Ci tengo a ringraziare tutti i miei compagni di viaggio che hanno contribuito a rendere l’esperienza ancora più unica con la loro simpatia e con cui ho condiviso momenti davvero irripetibili.

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Il progetto

tri ragazzi

Mimma Franco

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in sintesi

obiettivo che noi ragazzi del Mosaiko ci siamo posti per questo progetto è quello di affrontare il disagio adolescenziale attraverso la diffusione di una cultura del “volontariato” in tutte le sue varianti. I ragazzi lamentano spesso una grave mancanza di “stimoli” e di proposte che li aiutino ad esprimere meglio sé stessi, ad impiegare almeno una parte del proprio tempo libero in maniera proficua, sconfiggendo così noia, svogliatezza, apatia e solitudine da cui spesso sono afflitti. La formazione del “piccolo volontario” deve avere inizio sin dalle scuole elementari, per poi proseguire con un andamento parallelo a quello del corso di studi: si tratta di un processo dalla fondamentale valenza educativa che ha come obiettivo la creazione di un giovane, prima, e di un adulto, poi, responsabile e rispettoso nei confronti di sé stesso e degli altri. Con il patrocinio del Comune e di noi ragazzi del Mosaiko, abbiamo pensato di proporre ai ragazzi, in relazione alle varie fasce d’età, diverse tipologie di attività, a partire dall’educazione cinofila con addestratori specializzati per i più piccoli, fino alla collaborazione con enti ed ONLUS per i più grandi. L’attività rivolta ai bambini di età compresa fra i nove e gli undici anni mira a formare dei “padroncini” responsabili e rispettosi della natura e del proprio animale domestico. E’ un “primo passo” che mira ad incentivare i bambini ad impegnarsi, nel loro percorso di crescita, in altre attività di volontariato con l’aiuto e la guida di un’associazione preposta e l’incentivo di “contributi allo studio”, offerti al termine del proprio percorso come “volontario”. Tutte le attività proposte devono poter essere eseguite non da singoli ma in gruppo, per rafforzare il senso di appartenenza alla comunità e favorire la conoscenza reciproca per combattere la solitudine.

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Mosaiko al ionale Federserd

l Mosaiko ha ormai maturato da qualche anno l’idea che l’uso e l’abuso di sostanze stupefacenti e alcolici vada analizzato concentrando l’attenzione proprio su questa situazione di noia, di assenza di interessi e apatia che affligge i giovani. Per questa ragione diventa fondamentale risolvere il problema alla radice, ossia operare con i bambini sin da quando frequentano le scuole elementari. Le esigenze e le prerogative tipiche dei bambini mutano poi più volte durante la loro crescita ed infatti il nostro progetto propone di agire in modo differenziato a seconda delle fasce d’età. Dal momento che l’80% dei bambini tra gli 8 e gli 11 anni sente il bisogno di una compagnia, forse alternativa a quella dei genitori sempre super impegnanti e poco attenti alle reali necessità dei figli, e identifica tale compagnia in un animale, solitamente il cane, noi ragazzi di Mosaiko abbiamo pensato di promuovere una campagna di educazione canina a partire proprio dalle scuole elementari (III elementare).

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er un bambino vivere con un animale come il cane, prendendosene cura e rispettandone la natura, è una scuola di amore e maturità che non potrà che avere risvolti positivi sulla sua personalità in formazione. Le lezioni di educazione canina impegneranno alcuni pomeriggi di rientro scolastico e si svolgeranno sul duplice piano della teoria e della pratica, così da permettere ai piccoli amanti dei cani di conoscere a fondo le caratteristiche di questi animali per essere davvero preparati ad entrare in vivo contatto con loro. Crediamo che un bambino abituato fin da piccolo a rispettare persone e animali e ad impegnarsi in compiti che non riguardino esclusivamente la scuola, ma che si aprano ad interessi sociali più ampi, crescendo vorrà continuare il percorso iniziato, sentendo la necessità di essere coinvolto in un’attività gratificante che gli permetta di sentirsi utile alla comunità.

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n definitiva si tratta di un progetto a lungo termine che segue i ragazzi passo a passo nella loro crescita, aiutandoli a comprendere l’importanza di un impegno sociale attivo e capace di distoglierli da comportamenti pericolosi, e mostra loro quanto sia deserta e sterile un’esistenza che non concede il giusto spazio al contatto tra esseri viventi.

Per approfondire e per consultare il progetto in versione integrale:

www.mosaikokids.it

Eroe quotidiano Davide Varni

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l 13 ottobre, noi ragazzi del Mosaiko al Congresso Federserd abbiamo conosciuto un eroe. Nicola Gratteri è il Procuratore di Reggio Calabria – e già questo farebbe di lui un personaggio scomodo per la maggior parte dell’ambiente politico ed economico italiano. E’ anche sostituto procuratore distrettuale antimafia – e questo basterebbe per mettere la sua vita a repentaglio ogni singolo giorno. Ma Nicola Gratteri non si arrende allo scomodo impiego. Potrebbe colludere con le mafie in cambio di una vita tranquilla. Potrebbe chiudere un occhio in cambio della promessa di non finire sui necrologi nazionali. Potrebbe anche solo stare zitto per poter finalmente vivere una vita sicura. Ma non lo fa. Dal 1989 vive sotto scorta. Da 21 anni rinuncia alla libertà in cambio della sicurezza di questo paese. Ma non tace. Scrive libri, si mette in mostra, non disdegna

le comparse in televisione. Fa di tutto per far capire alle persone che le mafie, anche se silenti, non sono meno pericolose. E’ stato di questo che ha parlato mentre noi – estasiati – lo ascoltavamo. Quando si parla di mafie, la coppola dovrebbe essere l’ultimo nostro pensiero. La mafia è business. E’ la più grande azienda italiana, che guadagna (si stima) 130 miliardi di euro l’anno. Miliardi di euro. La cifra è paragonabile al Prodotto Interno Lordo di una nazione. La Mafia guadagna più della Bolivia, della Tunisia, del Liechtenstein, solo per citare qualche nazione in giro per il mondo. Ma lo fa a casa nostra, rodendo alla radice le nostre risorse, privandoci del nostro benessere. Nicola Gratteri queste cose le dice, senza timore. La Mafia è business. Non fa più attentati, fa investimenti. E i problemi non li risolve più con spargimenti di sangue, ma in modo più sottile. Le stragi sono da evitare. Rovinano le quotazioni degli immobili e non sono redditizie. Meglio la droga, le estorsioni, il traffico dei rifiuti, il controllo del territorio, le frodi alimentari, la prostituzione, il contrabbando, il riciclaggio di denaro. Non solo “al sud”. Come dimostra la strage di Duisburg, i controlli degli appalti milanesi, l’operazione Infinito di Monza e l’operazione Parco Sud. Gratteri è uno di quelli che non si è arreso all’onda silenziosa e combatte per la giustizia. Pochi lo appoggiano, ma noi siamo tra questi. E voi?

Il Procuratore Nicola Gratteri (secondo da sinistra) con lo staff del Mosaiko

anch’io!

ila al Congresso Federserd Foto Controluce


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Cambiare vita: è possibile? La Comunità S. Pietro di Voghera (PV) ha la peculiarità di ospitare nella stessa struttura diversi servizi adibiti al recupero di persone, di sesso maschile, con problemi di dipendenza, anche in misura alternativa alla detenzione: un servizio terapeutico-riabilitativo per ospitare 20 utenti, un servizio semiresidenziale pedagogico – riabilitativo per 10 utenti e un modulo specialistico di comorbilità psichiatrica (doppia diagnosi) per altri 10 utenti. Le persone che vivono un tempo riabilitativo di circa 18 mesi, oltre all’aiuto educativo e psicologico, usufruiscono di una serie di attività terapeutiche e laboratoriali quali la ceramica, le serre, l’orto, la palestra, la cucina, la cura di sé e degli spazi condivisi, le uscite organizzate all’esterno, le serate musicali e teatrali, la formazione ed il lavoro. Un’ulteriore attività è quella del gruppo creativo “Gli Artefatti” da cui nasce l’elaborazione di questo articolointervista agli operatori ed ai ragazzi che qui vivono e lavorano.

Iniziamo questo viaggio con Mara, la responsabile della Comunità, chiedendole quanto pesa la sua responsabilità. - “Occupare un ruolo simile, pesa molto, perché sento il dovere di stare attenta per gli operatori, gli utenti, l’economia della struttura ed il buon andamento di essa in generale, del resto questa struttura è una scommessa per molti, soprattutto per la Fondazione S.Germano, che l’amministra dal 2009. - Quali sono le difficoltà più gravose, e come le affronti? - “Le difficoltà ci sono e sono molte, a vari livelli, ci vuole pazienza, un po’ di coraggio e la collaborazione di chi lavora con te per non farti sentire sola ad affrontare i problemi. Allora a volte ti chiudi in ufficio, ti metti al telefono con l’altro collega, ti confronti con l’equipe, a volte in riunione anche dopo duri scontri, trovi una soluzione o una mediazione al problema, così si affrontano le difficoltà, le principali sono quelle concernenti la gestione degli ospiti (assistenza, educazione, lavoro su di sé per aspirare all’autonomia), del personale (efficacia della comunicazione, conservazione di un buon clima di lavoro, garanzia di continuità dei turni, ecc.) e della buona gestione economica.” - Quali le soddisfazioni? - “La soddisfazione più grande è vedere una persona che, finito il percorso comunitario, regge in modo autonomo la gestione della propria vita nella difficile società d’oggi. Quelle volte che torna a trovarti per raccontarsi e raccontare quello che fa, capisci che la comunità stessa è diventata un piccolo punto significativo nella sua vita senza comunque costituirne il centro vitale. E’semplicemente la persona che si è riappropriata del proprio Io.” - Pensi possa esistere una soluzione per sconfiggere la piaga della droga? - “Questo. Noi ci proviamo, e ci crediamo.” Alla domanda, perché questa professione, l’educatrice Adele, risponde: -“Allora, non sono educatrice ma psicologa, quindi ho scelto la professione che anche all’interno di un ambiente educativo come questo mi soddisfa. Ho sempre avuto questa dedizione a cercare di mettermi nei panni dell’altro per aiutarlo, chiunque esso sia e quindi di cercare di capire perché in una determinata situazione reagisce in quel modo. Questo, nel corso degli anni, mi ha portato a fare certe scelte e ad esserne sempre più convinta. Educare? Io l’unica cosa che posso fare è cercare di educare al valore di sé stessi.” Salvatore detto Primo è da oltre 30 anni che presta la sua opera presso questa realtà come operatore. Il nome Primo gli venne attribuito da Madre Chiarina Sampietro, colei che alla fine degli anni ‘70 istituì la Fondazione Sampietro. Madre Chiarina iniziò con l’accogliere gli emarginati, i più bisognosi d’aiuto e fece nascere un'altra casa d’accoglienza, in Via Mussini a Voghera, per tossicodipendenti. Un paese, l’Italia, che al tempo non aveva ancora stimato adeguatamente questo problema ed era totalmente sprovvisto di strutture per il recupero dei drogati, e che vide nascere proprio in questa terra, una tra le prime strutture per loro. Il Primo operatore, quindi ne avrebbe da raccontare. Tra i pionieri Primo esprime com’è mutata negli anni questa “battaglia”, per aiutare a togliere dalla dominazione mortale delle droga

I ragazzi della Comunità San Pietro raccontano il loro tentativo di riuscirci. Storie, speranze, racconti di vita comunitaria

sando in che cosa si è sbagliato per evitare di ripetersi… o almeno provare, con tanta fatica e un po’ di fortuna, a darsi un’altra possibilità. Forse si inizia a “guarire” dalla tossicodipendenza quando si inizia a volersi bene.” Alla psichiatra, dott.ssa Sensale, che segue i ragazzi settimanalmente, chiediamo se ci sono differenze tra i suoi pazienti in cura ospedaliera e quelli che cura in Comunità. - “Non ci sono sostanziali differenze tra i pazienti ricoverati nel servizio ospedaliero di psichiatria e gli ospiti della Comunità, nel senso che la sofferenza psichica, fatta di ansie, angoscia, depressione, esperienze disturbanti, è comune a tutte le persone in crisi.”

più persone possibile. Agli inizi, anche per via dei pochi mezzi a loro disposizione e subendo l’insofferenza di una parte della società, furono rigorosi e combattivi e non andavano tanto per il sottile pur di raggiungere il loro obiettivo. Erano tempi in cui non esistevano ancora Ser.d. o A.S.L. in appoggio, anzi, si andava in giro per le vie ed i paesi, raccogliendo ed offrendo aiuto a quanti ne richiedevano ed inserendoli in un percorso di recupero che era strutturato in maniera quasi monastica. Con il passare degli anni e con il rapido susseguirsi dei cambiamenti sociali, la consapevolezza del fenomeno acquisita da parte di tutti è cambiata e ciò ha permesso di operare in maniera più pragmatica, potendosi ora permettere il “lusso” di eseguire interventi più mirati sulla persona in difficoltà. “Il comune denominatore resta la liberazione della persona, a patto -dice Primo- che chi entra qui abbia l’aspirazione a migliorarsi e si predisponga affinché alle persone che operano venga data la possibilità di aiutarlo.”

zioni, che spesso possono portare a perdere di vista la persona nella sua unicità. L'obiettivo, che cerco insieme a loro di perseguire, abbandonando ogni desiderio di categorizzazione, è sempre il medesimo: cercare di fornire, ritrovare, riscoprire, creare, attraverso il percorso terapeutico, tutti gli strumenti necessari per riuscire a far fronte a quella sofferenza. Per questo motivo credo non sia nemmeno giusto parlare di soddisfazioni o delusioni dello psicologo, in quanto, in primo piano, nel lavoro psicologico, non dovrebbe mai esserci il terapeuta ma, bensì, il paziente che, portando in seduta la propria esperienza vissuta, permette l'accesso alla propria specificità, a quell'essere a sé e di per sé che merita il più attento rispetto.” Francesca, un’altra psicologa, ci risponde così alla domanda - Cosa ti ha spinto a scegliere questa professione? - “Siccome l’ho scelta un po’ di anni fa… non me lo ricordo bene. Forse si sceglie di fare la psicologa per il desiderio di conoscere meglio gli altri e anche se stessi; nell’incontro con gli altri si impara anche molto di sé.”

- Sei vicino alla pensione Primo, quali speranze e soddisfazioni sogni possa darti questa struttura, che è una parte di te, un albero del tuo giardino? Comunità San Pietro - “Che questa realtà possa crescere ed essere sempre un via per Retorbido - Tenuta punto di riferimento per ciò Meardi - 27058 Voghera che riguarda la vita, e possa Tel. e Fax 0383 366816 anche dare alcune risposte all’esistenza”. A Chiara, una delle psicologhe della Comunità, abbiamo chiesto se c’è differenza tra i pazienti privati e i pazienti con problemi di tossicodipendenza. - “Non mi piace molto parlare di categorie e per questo faccio molta fatica a pensare di trovare delle differenze tra due realtà che, per me, non hanno ragione di essere considerate come separate. A mio parere, non esiste la categoria "pazienti tossicodipendenti" e "pazienti normali" ma esiste solo la persona che, in una determinata fase della propria esistenza, decide o si trova, a dover chiedere aiuto. Cerco (o almeno ci provo) di considerare primariamente il singolo individuo e quello che mi muove, nel mio lavoro, è il rispetto totale di esso, della sua storia di vita e della sofferenza in tutte le sue forme, senza etichette, senza defini-

- Ci sono differenze tra gli utenti terapeutici e quelli in doppia diagnosi?

- “Le differenze sono tra una persona e un’altra, ognuno è unico. Faccio fatica a ridurre le persone a categorie. Ognuno ha sensibilità, fragilità, difetti e qualità in misura variabile e ha modi diversi di stare bene o male con se stesso e con gli altri. Per capirci meglio: io sono psicologa, rientro in quella categoria professionale, ma essenzialmente sono io, una persona diversa da tutte le altre persone psicologhe che vi è capitato o vi capiterà di incontrare.” - Cosa significa guarire dalla tossicodipendenza? - “Questa è una domanda davvero difficile, non che le altre fossero semplici! “Cosa significa” lo sa solo chi è guarito. Ripenso alla risposta alla domanda precedente e mi viene da dire che guarire non è tra i miei verbi preferiti, inoltre penso si debba mettere nel conto che in qualsiasi vita si fanno errori da cui “guarire”, pen-

- Oltre ai farmaci, cosa può servire ad un utente in comunità per stare meglio e guarire? Ma è poi possibile guarire secondo lei? - “Un ospite, oltre ai farmaci, può stare meglio partecipando, secondo le sue possibilità, alle attività riabilitative proposte, in particolare colloqui, attività lavorative, collaborazione con gli altri ospiti. La “guarigione” intesa come completa risoluzione di tutti i problemi forse non esiste, sia in psichiatria che in altre specialità mediche; il miglioramento dei sintomi più disturbanti, la capacità di riconoscere le proprie difficoltà, l’accettazione delle terapie e la critica dei comportamenti potenzialmente dannosi, costituiscono, almeno in psichiatria, quanto più vicino al concetto di “guarigione”. Gianni, tutti noi abbiamo ad un certo punto iniziato a far uso di droga, e tutti noi ci sentivamo credo, così forti da snobbare chi ci diceva che se la provi non smetti più, ed eccoci qui. Tu, cosa diresti ad un giovane per trasmettergli un buon motivo per non iniziare a farlo? - “Ad esempio, che solo il primo giorno puoi dire di averla usata, poi sarai tu usato, per tutta la vita sarai usato, e una vita da schiavi non merita di essere vissuta.” - Lele come mai questo percorso? - “Perché la ritengo l’ultima spiaggia per uscire dalla droga, che ho usato fino al giorno prima di entrare qua. Voglio cercare di ritrovare serenità interiore, recuperare il rapporto che ho con la mia famiglia, con i miei figli, poter avere con loro un buon rapporto, perchè non è troncato ma… capisci che non può esserci sicuramente tra di noi un vero rapporto, cosa possono imparare da un padre che si droga?” - Tu che sei anche padre, cosa diresti ad un giovane della droga? -“Purtroppo quello che dicevano anche a me, ed ora ho imparato che è proprio così, il mondo è difficile ma certamente non è lei che lo migliora. La tua vita cambia, è deformata, vivi al buio e ti consumi più in fretta di una candela, perdi tutto e tutti, diventi uno straccio e non riesci più a far niente di buono.” - Elio, come mai il percorso comunitario? - “Per scansarmi la galera.” - Ti può aiutare essere qui? - “Sì, ti può far capire dove si è sbagliato, perché vedi anche gli altri, ti fai un’idea e questo ti può aiutare a non ripetere gli stessi errori. Avendo una famiglia, ora non vedo l’ora di andare a casa ad abbracciarli, e qui ho tempo di riflettere.” - Cosa diresti ad un adolescente per aiutarlo a star lontano dalla droga? - “Devo trovare le parole giuste. Io sono sempre stato contrario alla droga, anche se ho provato la cocaina ed ho visto tante persone distruggersi, ho perso mio nipote, ho cercato di aiutarlo, ma sai, quando è diventato maggiorenne mi ha detto: “Zio io faccio la mia vita, tu pensa alla tua”. La droga fa morire, è così anche l’alcool, l’alcool per me è peggio della droga, ti riduce a niente, non vai più d’accordo con i famigliari, tutte le sere vai a casa e fai “danni”, arrivi al punto che ti alzi la mattina e devi bere per stare bene, anche quello ti porta alla morte.” - Adriano, perchè sei qui? -“Ho deciso di intraprendere questo percorso per riprendere in mano la mia vita, in quanto stavo morendo a causa della mia malattia.” - E tu, Emanuele? - “Eh, c’è da ridere. Perché ero stufo di farmi le pere.” - Come l’immagini il tuo futuro, quali speranze? - “Vorrei un futuro pieno di sole.” E infine Cesare ci racconta di aver rotto le catene della dipendenza una volta finito in carcere, “in carcere mi sono liberato di lei, ed ora da qua, cerco di conquistarmi la libertà di poter condurre io la mia vita.”


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Gli Artefatti

Poesia contro pregiudizi

Marta Lamanuzzi

“S

In alto: la psicologa Mara Lavezzari (terza da sinistra) con lo staff del Mosaiko. In basso: i ragazzi della Comunità sfogliano il Mosaiko...

Crescere

insieme per un mondo

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iamo tanti cuori pulsanti, tutti uniti per uno scopo: impossessarci della nostra vita” scrive in versi Luca Guscio, uno dei ragazzi che ho incontrato alla Comunità per il recupero di tossicodipendenti San Pietro di Voghera. Io, Mimma, Lara, Elisa e Victoria abbiamo parlato a lungo con un’educatrice, la psicologa Mara Lavezzari. Potrei raccontarvi di come è nata la Fondazione San Germano ONLUS che amministra la Comunità, di come si svolge la giornata dei ragazzi, delle loro differenti situazioni e problematiche, dell’equipe di operatori, educatori, psicologi e psichiatri che li accompagna nel loro percorso, ma non lo farò. Voglio parlare solo di poesia, scrittura creativa, volti di giullare, gnomi di creta e vasi dipinti. “Artefatti”, mi ha spiegato un educatore, sta per “fatti ad arte”, è il nome del giornalino che i ragazzi producono durante il laboratorio di scrittura. Mi ha lasciata senza parole. Cesare Zubani scrive: “Sentivo il mondo liquefarsi e la mia mente divenire acqua, acqua fluente, la mia coscienza in quel flusso emergeva inerte. Come arida polvere io ebbi paura di scorrervi dentro e non tornare più”. Davvero ammirevoli anche i vasi e le sculture, frutto di un altro laboratorio. La poesia, il disegno, la scultura, tutte le arti, sono definite attività umanistiche, in quanto tipiche dell’uomo, espressione della sua interiorità, “limpida meraviglia di un delirante fermento” per usare le geniali parole di Ungaretti. L’uomo è caratterizzato da una spiccata sensibilità, fragilità, tendenza all’introspezione e alle emozioni. Emozioni talvolta tanto forti da esplodere, talvolta gelosamente custodite nel cuore, talvolta immortali perché impresse indelebilmente in un’opera d’arte. Ed ecco che quest’arte che è passaporto per l’immortalità diviene, al tempo stesso, sfogo meravigliosamente umano, cui abbandonarsi con amore, con devozione, a volte con sofferenza. Come fa Luca Guscio, che invita a sua volta il lettore a divenire scrittore: “Sedetevi”, scrive “stringete tra il pollice e l’indice una penna (…)” e “cavalcate quel gran cavallo che è la scrittura”, “rotolate giù per un pendio fatto di parole, di frasi, di aggettivi e di verbi”, “fatelo, e fatelo semplicemente..”. Poesie e racconti, come “Il venditore di aquiloni” di Cesare Zubani, che mette in guardia nei confronti di chi, “mascherato con un sorriso addosso”,”ti vuole vendere un aquilone rosso”, ”offre soluzioni ai tuoi problemi”,”bruciando desideri e speranze con confezioni di zafferano”. Nient’altro mi sono portata a casa e nient’altro voglio sapere o vi voglio dire di questi ragazzi. La loro manualità mi ha colpita, la loro vena poetica mi ha affascinata, il contatto con loro mi ha arricchita e la forza dei loro sentimenti con la profondità dei loro sguardi mi ha fatta sentire pienamente parte di quell’umanità cui tutti apparteniamo. Rileggendo per l’ennesima volta i loro scritti mi è sembrato di cogliere tra le righe un invito per il lettore e in modo particolare per i giovani, che rischiano più degli altri, per inesperienza, di commettere errori. Chi lotta ogni giorno, con fatica, per impossessarsi, o meglio rimpossessarsi della propria vita, ci invita, magari inconsciamente, a fare di tutto per rimanere in possesso e custodire con cura quel miracolo, quel tesoro di inestimabile valore, che è la nostra vita.

Associazione Il Mosaiko Kids ® Via C. Alberto, 13 15053 Castelnuovo Scrivia (AL) Vietato riprodurre senza autorizzazione testi, fotografie e impostazione grafica

Progetto grafico e impaginazione: Associazione Il Mosaiko Kids - Mauro Mainoli Fotografie: Claudio Bertoletti, Riccardo Torti, Victoria Ferrari, Lara Lunaschi, Elisa Setti.

Redazione Direttore Resp.: Antonella Mariotti. Presidente: Mimma Franco. Marta Lamanuzzi - Davide Varni - Lara Lunaschi - Cecilia Mariotti - Elisa Setti - Silvia Pareti - Victoria Ferrari Alessandra Santi.

Hanno collaborato a questo numero Claudio Bertoletti - Riccardo Torti - Adelina Cacciola. Segreteria Mimma Franco.


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Il coraggio di essere

protagonisti Marta Lamanuzzi

L’

adolescenza è un periodo della vita meraviglioso e tremendo. La spensieratezza e la leggerezza dell’infanzia non sono che un roseo ricordo, il mondo degli adulti un lontano e grigio traguardo. I giochi dei più piccoli non divertono più, ma i discorsi dei più grandi sono scioglilingua incomprensibili. Tra i 13 e 18 anni si cammina su un sottile filo di seta, in bilico tra voglia di fare e paura di non farcela, tra desiderio di imporsi e insicurezza, tra i consigli dei genitori e le cattive tentazioni. Chi si trova in questo limbo è destinato a rimanervi intrappolato, a soffocare i propri timori dietro la maschera rassicurante dell’anonimato o ha qualche possibilità di diventare l’eroico protagonista, l’unico timoniere della propria esperienza adolescenziale? Compiuto questo primo fondamentale pastra i 13 e 18 anni si so di autoaffermazione un uomo o una cammina su un sottile filo donna ancora in fieri possono aspirare addirittura ad emergere nel proprio quartiedi seta, in bilico tra voglia re, nel proprio paese o città, o, perché no, di fare e paura di non nella propria provincia? farcela, tra desiderio di Sì, volere è potere. La scuola è un primo trampolino di lancio. imporsi e insicurezza, tra Lungi dal concentrarsi unicamente su comi consigli dei genitori e le piti, interrogazioni e recuperi, maestre e professoresse dovrebbero aguzzare la vista cattive tentazioni e drizzare le orecchie per cogliere di giorno in giorno il tesoro che ciascun alunno cela dentro di sé al fine di stimolarlo a coltivarlo con impegno e orgoglio. Ogni ragazzo è portatore di qualche talento, anche quello che si sente più sconfitto e incapace, si tratta solo di scoprirlo. Altra ottima strada da percorrere per chi ha grinta e agilità da vendere è quella dello sport. Un modo sano per crescere (anche agonisticamente parlando), per imparare a rispettare le regole e gli altri e magari per farsi conoscere anche al di fuori della propria provincia. Mi vengono ancora in mente tutte le iniziative benefiche e creative in cui i ragazzi possono essere coinvolti. Una per tutte la redazione di Mosaiko, che permette ai giovani di far sentire la loro voce, che dimostra quali prodotti eccezionali le loro menti colorate siano in grado di generare quando possono navigare libere da vincoli e giudizi. Recenti fatti di cronaca e i risultati delle statistiche remano contro i ragazzi, scolpiscono un’immagine desolante della gioventù contemporanea, difficile da cancellare dall’immaginario collettivo. Ma noi ragazzi di Mosaiko non vogliamo arrenderci ad essa, non ci stanchiamo di sfatarla e smentirla. I giovani sono la risorsa più preziosa che il mondo e il futuro hanno a disposizione. Con il giusto concime, fatto di ascolto, attenzione e tanta fiducia, possono produrre fiori e frutti meravigliosi.

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Il Mosaiko Kids 1-2010