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Nike affida a Kanye la prima collaborazione di un non-sportivo, evento davvero raro pensando all’indole della casa americana. Il risultato tuttavia, è cosi esaltante quanto innovativo. L’imbottitura alla caviglia, il velcro posizionato al centro, gli ammortizzatori appena visibili e il tessuto fatto da tanti piccoli fori sublimano l’intento che Kanye si era preposto. Non ha voluto fare una sneaker, voleva qualcosa che andasse al di là della sneaker. Dimostrare a tutti il potere che l’industria della calzatura potesse avere, molto al di sopra dell’esile significato della parola swag. La prima volta che Kanye West indossa, spoilerando, le Yeezy è durante la sua esibizione ai Grammy nel 2008. Lo fa in un’occasione particolare, eseguendo “Hey Mama” per ricordare la madre da poco scomparsa. Sarebbe giusto parlare di vera e propria “penetrazione nel mercato”. Le Nike Air Yeezy hanno fatto davvero qualcosa d’ importante, qualcosa di diverso rispetto ad una normale commercializzazione di una “shoe”. Hanno messo la ciliegina sulla torta, in quel processo di cambio di rotta, che ha portato (sulla falsa riga di Tyler the Creator e Odd Future) i neri a vestirsi e comportarsi sempre più da hipster (termine odioso ma quantomai utile) a discapito delle gangster skills della golden age dell ‘hip hop. L’uscita delle prime Yeezy provocò un vero e proprio ter remoto tra gli sneaker-head, raggiungendo in pochissimo tempo, cifre d’acquisto da capogiro sui maggiori website di vendita. Possedere una Air Yeezy, era diventato simile ad avere un conto aperto in una banca fruttava un interesse che aumentava ogni giorno sempre più. Dopo tutto questo hype, facile attendersi un sequel. Nel frattempo, speculazioni di ogni genere, si accumulano, circa quelle che, oramai chiaramente, sono le scarpe più attese del “giro”. La più interessante, magari solo per me, è certamente quella riguardante gli Illuminati. La sensazione diffusa, e le immagini in anteprima, che le nuove Air Yeezy contenessero simboli esplicitamente ispirati a quel gran carnevale mediatico che è la massoneria aumentarono l’attesa, se mai ce ne fosse bisogno. Le nuove Yeezy, che escono nel tardo 2012,

sono provviste di dettagli entusiasmanti e una tecnolo gia finissima. Nella parte interna del velcro, ci sono dei geroglifici (tra i quali due rappresentanti Horus) che simboleggiano le lettere YZY. Horus, che è il Dio della guerra, cosi come il Dio dei cieli, venne scelto dagli Illuminati in virtù delle sue caratteristiche di saggezza e potenza, controllo più che altro. Proprio quello a cui Kanye West mira. Ed anche sulla linguetta delle Yeezy II è ben visibile un logo raffigurante la testa di Horus, la stessa che KW sfoggiò durante i BET Awards del 2010 sottoforma di catena.


L’impressione che Nike e Kanye West hanno dato, producendo le Yeezy II, è di voler fabbricare e mettere in vendita la scarpa definitiva, quella che potesse saturare il mercato, e costringere i fans a cercare assuefazione nel possesso del Santo Graal. Ancora una volta infatti, l’impatto è devastante. La prima trance di sneakers viene letteralmente mangiata dal pubblico. Un solido successo, fondato si sull’hype, ma che si poggia sulla base di una tecnologia ultra-avanzata. La nuova Air Yeezy non è saldata su di una suola “Jordaniana”, bensì usufruisce della nuovissima tecnologia Air Tech Challenge II, la stessa delle sneakers di Andre Agassi, che permettono di mediare la grande distanza tra sport e design, assai evidente nel primo capitolo della saga. L’altro segno distintivo delle Yeezy, è certamente rappresentato dalla particolare forma del tallone, animalesca, quasi predatoria, interpretabile anche come rappresentazione di una colonna vertebrale da sempre metafora di stabilità.

Ci sono tanti segnali che provengono dalle Yeezy II, che sublimano un concetto unico, un “messaggio” mandato da Kanye a tutti i suoi fans. Un valore simbolico che talvolta riesce a superare quello stilistico. Non può essere tutta una questione moda, non può rappresentare un fenomeno temporaneo. In un mondo che vive di stagioni, e di trend, le Nike Air Yeezy hanno il pregio di ergersi ad immortale icona di stile. Francesco Abazia


“Signore e signori cortesemente prestate attenzione alla dimostrazione delle caratteristiche e delle procedure di sicurezza di questo aeromobile. Anche se siete soliti volare frequentemente vi invitiamo ad ascoltare con attenzione le indicazioni degli assistenti di volo.” Prima di quell’inatteso incontro, avevo immaginato di godermi quel volo in silenzio, con gli occhi chiusi, assorto nella musica dei miei auricolari, noncurante del passeggero capitato affianco. Invece alla mia sinistra era seduto un vecchio amico, Lorenzo Brandi, che continuava a rivolgermi domande senza interruzioni. “Osservate come agganciare, regolare e sganciare le cinture di sicurezza. Per la vostra sicurezza, vi invitiamo a tenere le cinture allacciate per tutto il tempo in cui siete seduti.” Quella scoperta era stata una piccola delusione. Quante altre persone di mia conoscenza avevano ricevuto la stessa lettera grigia col francobollo straniero? “Nel caso di una depressurizzazione della cabina, le maschere ad ossigeno usciranno da appositi scomparti collocati nel soffitto dell’aereo. Indossate la maschera e respirate normalmente. Se un altro passeggero necessita di aiuto per indossare la maschera, vi ricordiamo di indossare la vostra prima di aiutare altri.” Forse Lorenzo aveva ragione, stavamo andando a una rimpatriata universitaria pensata in grande stile. Chissà chi era l’ex studente che si era guadagnato una carriera di tutto rispetto, e che aveva abusato del suo conto in banca, per farci rivivere le emozioni di quei gloriosi anni passati tra libri ed esami. “Durante l’evacuazione dell’aeromobile alcune luci di emergenza mostreranno un sentiero luminoso che vi condurrà alle uscite di emergenza, che sono posizionate nella parte anteriore, centrale e posteriore dell’aeromobile. Identificate l’uscita a voi più vicina, e ricordate che potrebbe trovarsi dietro di voi.” Ma a cosa serviva rifletterci troppo? Tra qualche ora avrei avuto le risposte che aspettavo.

«Da quanto tempo non prendevi un aereo, Daniele? Io l’ultima volta tornavo da Amsterdam, e durante alcune turbolenze il mio stomaco… perse il controllo!»

“Nel caso di un atterraggio di emergenza vi verrà indicato di assumere la posizione di sicurezza, che è mostrata nell’opuscolo che trovate di fronte al vostro sedile. Dovete assumere la posizione di sicurezza non appena udite il comando «Brace, brace!».”

«Hai mangiato leggero? Non vorrei mai vederti aprire quel sacchetto vuoto che si trova nella tasca di fronte a te, mentre sta per precipitare qualcosa dalla tua bocca. Se sono in pericolo di spettacoli nauseanti, dimmelo adesso, così cerco qualcuno a cui cedere il mio posto.»

“Nell’improbabile eventualità di un ammaraggio, potete trovare un giubbotto galleggiante sotto il vostro sedile. Il giubbotto va indossato come mostrato dagli assistenti di volo, e gonfiato solo all’esterno dell’aereo. Il giubbotto si gonfierà automaticamente tirando l’apposito nastro.” Lorenzo rise spontaneamente alla mia battuta, poi subito dopo,


sospirando, adagiò la testa allo schienale. Forse aveva capito che volevo una pausa dell’interrogatorio. “Ci stiamo preparando al decollo, pertanto vi invitiamo a controllare che la vostra cintura di sicurezza sia correttamente agganciata, che il tavolino sia sollevato e bloccato e che il vostro sedile sia in posizione verticale.” Anche se parlava troppo, era una compagnia positiva. Ed io ero più disteso, perché arrivando con lui a quella maestosa villa, sarei riuscito ad ambientarmi tra gli invitati con meno imbarazzo. “Vi ringraziamo per l’attenzione e vi auguriamo un piacevole volo!”. Sentii il motore dell’aereo urlare, e il carrello che rientrava sotto le sue ali. Mi abbandonai al silenzio del cielo, spensi il cervello appesantito da tutti quei pensieri, addormentandomi per quasi un’ora. Si dice che tra le nuvole il sonno sia molto più profondo. Atterrammo in perfetto orario. Respirai l’aria di una nuova città appena sceso dall’aereo; un lungo soffio di vento freddo mi pizzicò gli zigomi, mentre i discorsi in lingua inglese degli altri passeggeri mi rimbalzarono alle orecchie. Lorenzo aveva giocato tutto il tempo ad un gioco d’abilità sul suo smartphone, che gli aveva scaricato quasi completamente la batteria. Alla prima scala mobile, ricominciò con le domande : «Ci siamo. Che facciamo? Prendiamo un taxy? Prendiamo un autobus? Oppure mangiamo qualcosa prima?»

«No. Andiamo all’altro terminal, da lì parte un treno che ferma a Victoria Station. Poi potremo arrivare a Notting Hill con un taxy. Non credo che manchi qualcosa da mangiare lì alla festa» risposi sicuro.

“Va bene. Ottima idea!” esclamò, e mi diede una pacca sulla spalla. Il punto di controllo dei documenti era affollato. Mentre eravamo in fila, mandai un messaggio a Giada per dirle che ero atterrato, e che ero in compagnia di Lorenzo, anche se probabilmente non avrebbe capito chi era. I minuti passavano troppo lentamente, ed io ero già trepidante. Volevo arrivare a quella festa, volevo vivere quella notte per trasformarla in un bel ricordo, quel “qualcosa da raccontare” definito anche dal mio collega Davide. Eravamo in coda, impazienti di superare l’attesa, quando la traiettoria del mio sguardo fu interrotta dal profilo di un ragazzo. Quel tipo si spostava freneticamente tra le varie file, attraversandole però in senso orizzontale. Fui incuriosito dai suoi strani movimenti, anche perché si lasciava dietro i più svariati insulti delle persone regolarmente in attesa. Dedussi che stava valutando quale fila lo avrebbe intrattenuto meno tempo, quella con meno persone, quella con l’agente più veloce nello sbrigare la pratica di controllo. E per farlo aveva pensato bene di spostarsi senza criterio, schizzando a destra e a sinistra come se fosse dentro un flipper. Non so se fu una semplice coincidenza, ma mi parve di conoscere già quel ragazzo. Si girò nuovamente verso la nostra direzione, controllò che il suo trolley non stesse calpestando i piedi di nessuno, poi riuscì ad infilarsi irregolarmente a metà di una fila in corso, poco distante da noi. A quel punto potei squadrarlo meglio, e ne ebbi la certezza. Era lui.

«Lorè, guarda bene quel ragazzo alto col giaccone nero, con la pashmina grigia. È dietro la signora con evidenti problemi di linea»” Ci mise qualche secondo ad individuarlo. «Sì, dietro quella grassona vedo un belloccio alquanto impaziente»

«Esatto, guardalo bene. Non ti sembra di conoscerlo?» «Aspè, ma quello è… Il tennista, come si chiama?» «Quello è Michele De Caro. Il nostro compagno di corso all’universitá.» «Sì! Hai ragione!” e aggiunse subito dopo «Credi che sia stato invitato anche lui?» «E’ molto probabile. Ma ora non mi interessa saperlo...»

Non ero mai andato d’accordo con Michele, avevamo caratteri incompatibili. I nostri rapporti si limitavano a semplici incontri ai tempi dell’università: frequentavamo le stesse aule, le stesse persone, gli stessi locali. Abile giocatore di tennis a livello agonistico, rinomato playboy napoletano, Michele non brillava certo per umiltà, per simpatia, e per educazione, e proprio per questo non aveva mai conquistato la mia stima. Di comune accordo, io e Lorenzo fingemmo di non vederlo. Superato il controllo dei documenti, ci rifuggiamo in bagno per urgenti motivi di vescica. Mentre mi lavavo le mani, aspettando che Lorenzo finisse i suoi bisogni, fissavo il getto d’acqua, ragionando sulla scoperta quasi certa di un nuovo invitato. Anche Michele era uno studente della nostra facoltà, quindi la probabilità di trovare altri amici universitari era alta, come alta era la probabilità che uno di loro fosse l’organizzatore del misterioso party. Quello che non capivo erano i motivi che avevano spinto lo sconosciuto a mettere in piedi un evento così artificioso. Mi stavo sistemando i capelli con le mani ancora bagnate, quando dietro di me, riflesso nello specchio, vidi entrare un ragazzo accompagnato da un trolley rumoroso e un’aria da spavaldo.

«Ehy Ruiz? Sei tu?» mi domandò, dimostrando di avermi riconosciuto in poco tempo. Accolsi quella scomoda presenza con un finto sorriso, ed un’espressione recitata di sorpresa.

«Michele! Come stai?» e aggiunsi «Guarda chi c’è con me...» In quel momento Lorenzo uscì dal bagno, salutandolo.

«Secondo me siamo a Londra tutti per lo stesso motivo, eh guagliù?» domandò incalzante ad alta voce.

Mi limitai ad annuire, mentre in pochi minuti Lorenzo raccontò del nostro incontro fortuito, confermando la sco-


perta degli inviti uguali, e del viaggio trascorso insieme sullo stesso aereo.

«Eri anche tu sul nostro aereo? Non ti abbiamo visto.» gli chiesi mentre mi asciugavo le mani con un rettangolo di carta. «Non mi avete visto perché sono entrato prima, ho comprato l’opzione Speedy Boarding, e mi sono scelto uno dei primi

posti accanto al finestrino! Odio fare le file, è più forte di me.»

«Eh eh, anche noi ce ne siamo accorti!» disse stupidamente Lorenzo, dimenticando che avevamo finto di non vederlo fino a pochi minuti prima. «Perché scusa? Mica avete assistito al mio slalom tra le file al controllo documenti?». Ci fu un attimo di trepidazione. Lorenzo abbassò lo sguardo, mentre Michele mi fissava stranito.

«Ma no, Michele. Credo che Lorenzo si riferisca a come spesso e volentieri saltavi la fila per la cassa, quando ci ritrovavamo tutti insieme alla tavola calda dell’università. Ogni volta usavi quell’assurda scusa, te la ricordi?». Neanche io avrei creduto a quella risposta, ma fu l’unico aggancio possibile che mi venne in mente. «Aaa, già! Ma certo, che indimenticabili scene! Ci cascavano sempre! Passavo davanti a tutti e andavo direttamente dietro la cassa, dicendo che ero stato mandato dal rettore dell’università in persona, e che quindi non potevo aspettare! Che memoria Ruiz, bravo!» Fortunatamente se l’era bevuta, ed avevo risparmiato a me e Lorenzo una figuraccia. «Quindi hai rispolverato le tue abilità poco fa?» aggiunsi per rincarare la dose. «Esatto! Dovevate vedermi, sono stato abilissimo! Passavo da una fila all’altra, cercando quella più veloce. Alla fine me la sono cavata in poco meno di cinque minuti.» disse fiero, mentre si abbassava la zip dei pantaloni. «Adesso datemi il tempo di una pisciata, poi andiamo tutti insieme a questa festa, guagliù. Ok?» Appena Michele entrò in bagno, guardai Lorenzo scuotendo la testa, in segno di rimprovero. Lui scoppiò a ridere. «Scusa, scusa! E grazie! Mi hai salvato con quella trovata della tavola calda!»

«Vuoi abbassare la voce? Ho rimediato una volta, la seconda sarebbe impossibile!» Dall’ultima battuta di Michele, capii che si sarebbe aggregato a noi senza fare tante domande.

Ci fermammo a prelevare del contante, poi ci dirigemmo al terminal che ospitava il collegamento della Gatwick Express. Io e Lorenzo eravamo pronti ad assistere al Michele De Caro Show, che cominciò puntuale subito dopo la partenza del treno. Michele voleva spiegarci le sue capacità imprenditoriali in pochi e significativi passaggi, per dimostrare che ci trovavamo di fronte ad un brillante professionista. Innanzitutto ci raccontò che era diventato un istruttore di tennis, e che aveva abbandonato la pratica di quello sport a livello agonistico. «Non mi portava a guadagnare niente, credetemi. Adesso insegno quattro volte a settimana, e mi scopo le belle mogli degli imprenditori napoletani. Le scelgo quasi sempre col seno rifatto!» Michele aveva anche “ereditato” in banca il posto del padre, che era andato in pensione alla veneranda età di 68 anni. «Era ora che il mio vecchio si facesse da parte. Sono figlio unico, e sono giovane, e quel posto mi spettava di diritto! I De Caro hanno fatto tanto per quella banca, soprattutto quando non era conosciuta! Sapete però cosa mi è dispiaciuto? Non aver fatto nessun tipo di colloquio, nessun confronto con un direttore, o con qualcuno delle risorse umane. Avrei voluto mettermi in gioco, esprimere le mie idee, rispondere alle loro domande pungenti, dimostrare che quell’impiego l’ho avuto meritatamente, che ho talento e che posso far carriera. Capite che intendo?» Ripensando alle dozzine di colloqui che avevo sostenuto invano in giro per l’Italia negli ultimi due anni, a sentire quelle parole mi ribollì il sangue. Oltre al lavoro in banca, De Caro senior gli aveva lasciato anche una casa di proprietà, dalla quale Michele aveva cacciato gli storici inquilini con un ordine di sfratto, senza neanche inviargli una raccomandata di preavviso.

«Li ho cacciati da un giorno all’altro, ecchepalle. Avevo compiuto 30 anni e dovevo avere quella casa, non potevo più aspettare! Ma poi che ne se ne facevano due vecchietti di una casa con la vista sul mare, guagliù? Era sprecata! Ora

invece è frequentata solo da donne di una certa classe. Anche i miei vicini hanno gradito questo cambio di residenza, credetemi… me ne accorgo dai loro apprezzamenti quando faccio colazione in terrazzo con una di loro. L’avete capita questa, eh?» Mi venne in mente quando i miei vicini mi scambiarono per il marito di Giada, mentre salivo le scale con due confezioni d’acqua ed una busta della spesa, perchè l’ascensore era rotto. I termini di paragone era lontanissimi.

«Mi definisco un single per scelta, non potrei mai condividere tutto quello che ho con una ragazza. Già quando vado a cena con una che voglio scoparmi mi sento schiavo di un sistema femminista. Chi lo stabilisce che si devono spendere tutti quei soldi per una donna prima di portarla a letto? Perché devo pagarle tutto io durante il weekend, prima di dare finalmente sfogo alle nostre reciproche attrazioni fisiche e sessuali? Allora non fanno bene quelli che pagano direttamente le escort? Pensateci bene, guagliù!»

A quella frase non riuscii a resistere e lo interruppi «Michè, Ma che cazzo dici!»

«Ruiz, credimi. E’ un ragionamento che dovresti fare anche tu, che sei un bel ragazzo, e che sicuramente avrai tante spasimanti come me. Vabbè non quanto me, non esageriamo. Ahahah!” e rise convinto di quello che stava dicendo. «Lorenzo difenditi. Non sei stato classificato come un bel ragazzo da Michele, rischi di restare single!» dissi cercando di prenderlo in giro. «Non devo preoccuparmi, per fortuna ho già una fidanzata.» rispose Lorenzo in modo disinteressato. Rimasi sorpreso. Avevamo parlato molto da quando ci eravamo incontrati, ma non mi aveva detto nulla riguardo la sua vita sentimentale. Immaginai il mio vecchio amico come un compagno fedele, che non vedeva l’ora di chiedere


a quella ragazza di sposarlo. Non gli feci nessuna domanda, rispettando la sua scelta di tenere quella relazione riservata. Il treno non fece ritardi e alle 22.15 eravamo a Victoria Station.

«The Zero Hall. Notting Hill Street, 21, please.» riferii al tassista, che si avviò in modo spedito verso la meta.

Mandai un altro messaggio a Giada, annunciandogli anche l’incontro con Michele. Ero sicuro che avrebbe capito di chi parlavo, perchè aveva subito le sue squallide avances in più di un occasione. In circa venti minuti arrivammo alla villa. Il silenzio della zona residenziale, e la mancanza di traffico, mi trasmisero un senso di riservatezza per quel posto. Riconobbi il grande cancello a forma d’arco che avevo visto nelle immagini del sito web. Fuori all’ingresso, 180 cm di bellezza, esaltati da tacchi a spillo e capelli biondo platino, ci attendevano con un piccolo tablet tra le mani.

«Ruiz pagate voi due adesso, al ritorno ci penso io. Tanto resteremo insieme, giusto? Vado a parlare immediatamente con quella bionda, scusatemi.» Vidi Michele uscire frettolosamente dal taxy e dirigersi verso la hostess. Io e Lorenzo pagammo il tassista, dividendo l’importo.

«Hi baby. What’s your name? My name is Michele, nice to meet you.» «Per entrare dovresti dire il tuo nome, e non viceversa!» esclamò ironicamente Lorenzo, mentre ci avvicinavamo all’angolo del cancello dove c’era la ragazza, addetta alla lista degli invitati. «Sì esatto. Il tuo cognome forse è meglio!» dissi urtando il gomito volontariamente sul braccio di Lorenzo, segnale che avrebbe caricato il clima di sfottò. «I’m Clare, guys. Welcome to The Zero Hall. Can I have your surnames, please?» «Michele de Caro. De Caro. De-Ca-Ro.» Spaesata, la ragazza annuì con un breve gesto del capo, e uno «Yes» lento.

«Ruiz. Daniele Ruiz. And he is Mr Brandi, Lorenzo Brandi.» La punta del dito tracciò la ricerca del suo sguardo sullo schermo, fin quando non trovò entrambi i nominativi, sorridendo. Aveva un viso che sembrava fatto di porcellana. «Just two minutes please. I’m going to call the driver.» ci disse mentre digitava qualcosa sul tablet. «Driver? Why? How far is it from here?” le chiesi incuriosito. «Oh, the Hall it’s just five minutes walking from here, but you need a car because the path is darkling.»

Effettivamente, allungando lo sguardo verso il sentiero alberato che conduceva all’ingresso principale della villa, non c’era luce. Dopo poco un auto modello Bentley manovrò di fronte a noi, schierandosi parallela al cancello. Era di colore nero, e dal suo abitacolo uscì un ragazzo con un cilindro lucido.

«Ok guys, please get in the car and have a good night.» Ringraziammo Clare, che con un telecomando sbloccò l’ingresso pedonale del cancello. Il conducente caricò i nostri bagagli nel cofano e ci aprì lo sportello. Ero già stupito. La serata presentava un personale capace di offrirci un servizio invidiabile.

«Guagliù, se sono tutte attraenti come quella là fuori, domani mattina non torniamo!» esordì Michele. Notai che l’intero viale era avvolto dal buio più profondo, e che solo attraverso i fari dell’auto si intravedeva qualcosa. «Che strano, tutti i lampioni che costeggiano il viale sono spenti» feci. «Sì, ci avevo fatto caso anche io. Forse l’hanno fatto di proposito solo per questa zona, dove è previsto l’accompagnamento in auto?!» mi rispose Lorenzo. «Mmm, non credo che chi ci sta offrendo un’ospitalità così costosa, abbia pensato di risparmiare sull’elettricità» Il percorso della macchina durò esattamente 2 minuti. Il conducente rifece la stessa manovra di prima, ponendosi in parallelo davanti all’inizio di un lungo prato.

«Gentlemen, Welcome to the Zero Hall!» ci disse, augurandoci buon divertimento. «Dagli un pò di mancia, Michele, dai.» aggiunse subito Lorenzo. «Mi dispiace, ho soltanto soldi interi. Fate voi, poi facciamo i conti dopo.» Era tirchio, inutile girarci intorno.

Diedi cinque sterline all’autista, che mi ringraziò e mi indicò la direzione da prendere. Il primo colpo d’occhio fu un enorme distesa di erba, alberi e cespugli, al cui centro si diramava un viottolo di ciottoli. Il perimetro del viottolo era illuminato da fiaccole profumate, grandi più o meno come un piatto. Ci incamminammo incuriositi lungo questo scenografico percorso. Adocchiammo subito la piscina, anch’essa stranamente al buio. Era però in funzione lungo il lato corto del trampolino una fila di bruciatori, disposti a terra ed alimentati con bioetanolo, dai quali ballavano fiamme gialle. Alle spalle della piscina c’era una veranda in vetro, inondata da una flebile luce proveniente dall’interno.

«Guardate. Anche la piscina e la veranda sono al buio. E le luci del prato sono tutte spente.» «Si sono dimenticati di pagare la bolletta!» ribattè Michele.

Mi allontanai da Lorenzo e Michele, volevo capirci qualcosa in più. Nella veranda vidi un grande rettangolo di marmo, al cui interno era posizionato il fratello maggiore dei bruciatori visti ai margini della piscina. Era uno spettacolo di fuoco, che illuminava le forme di un un tavolo circolare in legno, e di un divano piazzato di fronte ad uno schermo piatto. Invidiai chi poteva abitualmente rilassarsi in uno spazio così ben curato.


«Daniele, dai. Andiamo, che ‘sto vento mi rovina anche la pettinatura» mi richiamò Michele. «Dentro c’era un rettangolo sul pavimento, che assomigliava ad un camino» dissi raggiungendo i due ragazzi. «Camini accesi ad aprile? Cazzo, qua gira droga sicuro!» «Michele, placa i tuoi desideri per qualche ora, ok? » Guardandola dal basso, la larga scalinata ci sembrò una pista d’atterraggio: su entrambi i lati erano posizionate altre fiaccole, più piccole di quelle viste in giardino. Mentre salivamo quei gradini così lussuosi ed eleganti, il cuore cominciò a trasmettermi un po’ della sua eccitazione. In cima alle scale, fuori la porta d’ingresso, questa volta ci aspettavano 190 centimetri di muscoli. Un ragazzo di colore dal tono serio, spalancò la robusta porta in legno massello, aprendo il palmo della mano come indicazione. Entrammo uno alla volta. Sentii sotto i piedi il soffice tessuto di un tappeto. Dietro un grande tavolo di cristallo, ai cui angoli spiccavano due candelabri d’argento, c’era una donna di bell’aspetto con un vestito rosso, che si alzò in piedi, stringendoci la mano. Eravamo passati dal buio alla penombra, c’erano solo le candele accese sui candelabri. La donna schiacciò il pulsante di un piccolo walkie-talkie che aveva con sé, prima di parlare «Three coats and three bags, small size.» Si aprì una porta, da cui spuntò un uomo asiatico di bassa statura, che stringeva una candela tonda per farsi luce. «Questo assomiglia a Mister Chow di “Una Notte da Leoni”, guagliù!» Quel cretino di Michele fece ridere anche me. L’asiatico prese i nostri bagagli, agganciando a ciascuno di essi un gettone numerato di colore blu. Fece la stessa cosa con i nostri soprabiti, attaccando ad una stampella una copia del gettone. Riferì scrupolosamente le cifre dei gettoni assegnati alla donna in rosso, che le annotò su un tablet uguale a quello di Clare. La donna poi staccò da un foglio tre adesivi blu, che avevano le stesse forme e le stesse dimensioni dei gettoni visti maneggiare prima dall’asiatico.

«Guys, these are the stickers with the numbers of your coats and your suitcases.» Consegnò ad ognuno di noi un gettone adesivo, scontrandosi con i nostri visi incuriositi. A quel punto ci mostrò il retro della cover del suo iPhone, dove lei aveva attaccato il suo. Era un gentile suggerimento. «Perché un adesivo, Daniele? Non bastava un semplice tagliando di carta?» mi domandò Lorenzo. «Perché un semplice tagliando sarebbe stato troppo… ordinario!» gli risposi. «Io lo metto dietro all’iPhone, come hai fatto tu... » disse Michele rivolgendosi alla donna. Lei sorrise con educazione, prima di rivolgersi all’asiatico, confermandogli che poteva cominciare a portare via le nostre valigie e i nostri soprabiti. «Just one minute, please!» lo richiamai. Presi la mia borsa, spostai la zip della tasca interna, tirando fuori la cravatta sottile che avevo accuratamente piegato.

«Oh, good choice!» esclamò la donna appena la vide, lanciandomi un lungo sguardo ammiccante. Guardandomi intorno, non trovai nulla che potesse aiutarmi ad indossarla. Decisi di azzardare. «Excuse me, do you have you a little mirror in your bag?» le domandai, chinandomi leggermente verso il suo viso. Volevo seguire quel flusso malizioso che aveva creato. Lorenzo e Michele, sorpresi dalla mia sfacciataggine, rimasero in silenzio. Lei frugò dentro la borsa, e mi porse un piccolo specchio quadrato, con un lato dedicato al trucco. Le diedi un ok con il pollice alto, tolsi rapidamente la giacca, appoggiandola sul tavolo che ci divideva. Alzai il colletto della camicia, irrigidendolo. Feci passare un lembo della cravatta sull’altro, e aprii il piccolo specchio, per controllare come stavo. A quel punto sentii strisciare le gambe della sedia all’indietro, la vidi alzarsi, avvicinarsi, e prendere lo specchio dalla mia mano. Mi disse che secondo lei il nodo non sarebbe venuto bene stringendo in quel punto. Si avvicinò ancora di più, e fece guadagnare qualche altro centimetro di tessuto al lembo inferiore. Eravamo a pochi centimetri di distanza, con uno spostamento d’aria rimasi inebriato del suo buon profumo . Mi annodò accuratamente la cravatta, stirò con le dita il lembo inferiore, e mi abbassò il colletto. Notai le unghie abbellite dallo smalto rosso, i lunghi occhi azzurri che si nascondevano dietro gli occhiali, e il rossetto che le metteva in risalto la bocca carnosa.«Now you are perfect!» esclamò, facendomi specchiare nuovamente. Ed aveva ragione. Una cravatta bene annodata è il primo passo serio della vita, diceva Oscar Wilde. La ringraziai, fissando i suoi occhi per alcuni secondi. L’asiatico scomparve con le nostre cose dietro la porta da cui era venuto. La donna tornò a sedersi, poi ci fece un cenno con la mano, aprì una scatola che era accanto al candelabro, e tirò fuori tre candele e tre cartoncini di colore grigio, molto simili a quelli dell’invito. Erano per noi.

«The door on your right…» ci disse indicando una porta bianca.


«Candele? Un altro biglietto? Ma che cos’è una caccia al tesoro?» sbottò Lorenzo. «Non lo so, ma la cosa continua a piacermi tremendamente» dissi mentre rivolgevo l’ultimo sguardo di complicità alla donna, che annunciava al walkie-talkie il nostro imminente ingresso in sala. Quasi contemporaneamente, io Daniele e Michele aprimmo la busta. Dentro c’erano una scatola di fiammiferi, ed un messaggio stampato.

“Benvenuto ai miei festeggiamenti. Più tardi capirai chi sono e perché ho organizzato tutto questo. Oltre a lasciare incognita la mia identità per buona parte della serata, ho pensato di dare un altro tocco di originalità al posto dove vi trovate. Non ho voluto luci artificiali, in nessuna parte della struttura. Per questo all’interno ci sarà solo luce proveniente da candele o da bruciatori, efficaci per illuminare soffusamente. Un ambiente più buio è un ambiente più misterioso, non trovi? Ci vediamo dopo. Forse. Buona serata”

«Guagliù, abbiamo a che fare con un genio!» «Daniele, ecco spiegato perché fuori l’illuminazione era spenta!»

Feci un lungo respiro. Pensai a quel trio insolito di vecchi amici che si era rincontrati casualmente a Londra, per un occasione così strana e così inaspettata. Probabilmente non li avrei mai più rivisti, ma ora eravamo tutti complici, i partecipanti di un gioco pieno di sorprese. La otte ore che cambiarono volto al mio passato erano dietro quella porta. Cercavo il misterioso personaggio che aveva creato tante aspettative per quella notte. Eravamo quasi a contatto con la verità.

«Entriamo…»


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Francesca Iorio 26 anni. Nata a Napoli. Laureata, con il massimo dei voti, fashion design in Disegno Industriale per la Moda presso l’Università di Architettura Luigi Vanvitelli. Master in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano. Nel 2013 selezionata tra i 20 designer emergenti su scala mondiale, istituito da NowFashion.com e MOD’ART. Dal Novembre 2013 a Febbraio 2014 interna all’ufficio stile A.G.B., azienda che produce la linea Kids per Harmont&Blaine. Da Marzo 2014 responsabile kidswear Philipp Plein.


LADRI DI VHS LA SCUOLA NEL CINEMA – DA FELLINI AI JAPPOSTUDENTI CHE SI SQUARTANO. La scuola: tutti ci siamo passati, l’abbiamo amata, odiata, abbiamo tentato di farla esplodere (ok, forse questo, non esattamente tutti...). Ha sicuramente rappresentato una tappa importante per ognuno di noi, non tanto relativamente a una qualche preparazione accademica quanto nell’ambito umano. Di per sé una scuola è un microcosmo, trovi di tutto. Lo sbirro, lo spacciatore, il buttafuori, la vittima del sistema, l’emarginato, il genio, quello da pestare... E presenta anche una serie di scenari che per quanto ripetitivi oltre ogni limite (stanza con dei banchi, altra stanza con dei banchi, ennesima stanza con dei banchi... Chiaro no?) si prestano a storie diversissime tra di loro: il primo bacio, la prima rissa, la prima canna e avanti all’infinito. E’ probabilmente questo il motivo per cui un’ambientazione fisica e sociale di questo tipo è stata utilizzata una miriade di volte nel mondo del cinema. Quando ci hanno chiesto di scrivere il primo articolo per MOOB Magazine, il CDA di Ladri Di VHS è stato riunito e siamo arrivati alla conclusione che trattare l’argomento SCUOLA NEL CINEMA potesse essere un’idea grandiosa. Poi ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto all’unisono “Che stronzaaata!” però l’idea di mettere nella stessa frase Fellini e Takashi Miike ha provocato orgasmi multipli alla parte blasfema (circa il 90%) di Endrio Manicone che ha iniziato un brainstorm di due giorni sull’argomento per poi delegare la scrittura del pezzo a bambini cinesi sottopagati. A quel punto ci siamo arresi e abbiamo iniziato a confrontare come appare la scuola nel cinema nostrano e come appare invece nelle produzioni estere. Dato che le cose o le facciamo ESTREME o non le facciamo, il confronto lo abbiamo fatto direttamente coi jappo, un popolo notoriamente disturbato e per questo a noi molto simpatico. Noi italiani abbiamo una visione romantica della scuola, non possiamo farci niente, giochiamo a fare gli americani, venderemmo la nonna per avere gli armadietti nei corridoi ma la verità è che restiamo i ragazzini coi calzoncini corti e le bretelle del buon Edmondo De Amicis, se non nell’estetica sicuramente nello spirito. Sul grande schermo abbiamo proposto film come Auguri Professore o Io Speriamo Che Me La Cavo, tutte storie che nella loro drammaticità trovano una scomposta tenerezza di fondo, quel lieto fine e quella morale che a noi italiani tanto piace e ci fa piangere pensando “Uagliò, non si sta così male!”. Il professor Lipari che da uomo disilluso torna a essere un insegnante motivato con passione per il suo lavoro, Fantozzi che va a fare il professore in una classe di camorristi e ne esce vivo... Insomma, ci piace sognare. Abbiamo creato robe come Caro Maestro, la diabetica storia di un conducente d’autobus che diventa un insegnante delle elementari, nonché acuto psicologo, tenero amante e ottimo Marco Columbro. Detta così potrebbe sembrare che l’immagine della scuola sia distorta, buonista, a tratti fantascientifica, invece no. E’ l’ennesimo caso di autoconvinzione italica: ai nostri genitori è piaciuto immaginare che fosse così, noi a un certo punto ci siamo pure convinti che forse era solo la nostra scuola a essere sbagliata mentre da qualche parte là fuori esisteva veramente un luogo divertente, con gente col carisma di Marco Columbro che ti insegna le cose e va a fare brutto a quelli più grandi quando ti crepano di mazzate perché hai tirato loro giù il motorino. E invece no. Un giorno ci siamo tutti resi conto che era solo una grande truffa e a quel punto inizi a capire i giapponesi che nei loro film vanno a scuola con le katana a infilzarsi i genitali.


Il Giappone è l’altra faccia. Per quanto abbiano fatto parte dell’Asse anche loro, i musi gialli non hanno mai spartito molto con noi, se non Mishima un po’ del suo seme sul San Sebastiano di Guido Reni. Evitando di fare i fini sociologi, il Giappone ha cambiato la visione sui suoi alunni e sull’ambiente scolastico dai fatti dell’omicidio Furuta, probabilmente uno degli eventi più brutali avvenuti tra adolescenti. Quell’evento determinò un’indignazione di massa tale da abbassare la responsabilità penale da diciotto a quattordici anni, come a riconoscere la potenziale mostruosità che può nascondersi dietro il volto di un ragazzino. Immediatamente l’immagine di scuola come possibile scenario dei peggiori delitti o di individui che non hanno ancora i peli ma possono compiere stragi entra prepotentemente nell’immaginario comune e nel giro di dieci anni si è arrivati a una presa di coscienza tale che è iniziato un violento riversamento di materiale sotto ogni forma e non soltanto in ambito cinematografico. E’ stato fatto un film su Amanda Knox, sono soggetti che indubbiamente si prestano a una trasposizione cinematografica, era ovvio che dinamiche di questo tipo venissero riprese sul grande schermo ma i giapponesi sono andati oltre. Il topos “Scuola, violenza, ragazzini” ha trovato esposizione ovunque alterando permanentemente la percezione di determinati concetti. Ad oggi la società giapponese ha paura dei suoi figli, troppo repressi, troppo depressi, si passa da hikikomori a menti criminali che farebbero impallidire Izzo. Il sistema li fagocita, li rende competitivi e le varie recessioni non li aiutano, per non parlare della loro visione del sesso, totalmente apatica e asettica, deformata e priva di forma. E’ questo il motivo per cui in Giappone può uscire un film come Suicide Girls senza che un Marzullo dagli occhi a mandorla inizi a schiumare dalla bocca: vedere delle simpatiche ragazzine sorridenti che tenendosi per mano si tirano sotto un treno è solo un’estremizzazione di quello che è per loro l’ambiente scolastico. Siamo lontani dalle pernacchie di Alvaro Vitali in una scuola in cui non si vuole diventare adulti, in cui professori, bidelli e presidi sono “i grandi” e tutto si vuole fare tranne che diventare come loro. Qui la scuola è il parco giochi del diavolo, è un ambiente popolato da individui la cui moralità è perennemente in bilico e ciò non vale soltanto per gli studenti ma anche per gli insegnanti, che se nelle nostre produzioni fanno sempre la scelta giusta, hanno sempre la parola adatta, nel cinema Giapponese scadono in sentimenti umani come l’odio e la vendetta, diventando loro stessi crudeli assassini, anche se con motivazioni tali da poterli scusare in una qualche forma in qualche modo borderline. Basti pensare alla professoressa Moriguchi di Confessions che arriva a far contrarre l’HIV a due studenti che le avevano ammazzato la figlia. Si passa dunque dai caratteristici, quasi caricaturali, professori felliniani di Amarcord, al professor Kitano di Battle Royale, idealista che non si fa tanti scrupoli a piantare quindici centimetri di lama in corpo a una sua alunna che aveva interrotto una spiegazione. Anche le ambientazioni e le dinamiche tra i vari personaggi tendono a riflettere questa differenza di obbiettivi. Nel momento in cui si esplora il rapporto insegnante-alunno in un film nostrano, si tende a mostrare quanto un professore, in genere considerato severo e intransigente, possa essere umano e quanto la valutazione di un alunno possa essere influenzata dal pregiudizio. Anche prendendo rappresentazioni più legate alla realtà come La Scuola, in cui il professor Vivaldi si confronta con una realtà comunque più difficile, quella di una periferia, in un ambiente non esattamente idilliaco , si ha come l’impressione che l’intento finale sia quello di far sorridere lo spettatore facendogli rimpiangere di non essere più in un ambiente scolastico in cui non funziona niente. Nel caso del Giappone si va in direzione totalmente opposta: non sono i personaggi a essere caricaturali ma l’intera trama e l’obbiettivo non è compiacere il senso nostalgico dello spettatore quanto mostrargli una versione ancora più cruda della realtà che sa essere vera, sa che da qualche parte nel suo paese esiste un potenziale professor Hasumi come quello di Lesson Of The Evil che vuole far del male e potrebbe portare domani stesso uno studente a compiere azioni che in Italia non vedremo neanche nei film.


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MOOB Magazine / Issue No.2  

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