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Un Revox e una Gretsch rosso scuro di Paolo Fresu

1974

di Davide Catinari

Discretta FilleDeu

I Racconti di Monumenti Aperti

di Rossella Faa I Racconti di Monumenti Aperti Quarto Quaderno

Musica Maestro!

Che suoni si sentono per la città. Quelli in arrivo dalle finestre aperte delle case nelle settimane di primavera o estive: impianti stereo per appassionati o televisori per sordi. Quelli della strada: ancora impianti stereo, accelerate, frenate, improperi gridati a finestrini aperti. E ancora: litigi, saluti, addii. E che suoni si sono sentiti nelle passate edizioni dei “Racconti di Monumenti Aperti”: hanno accompagnato, supportato, abbellito l’incedere delle letture e delle recitazioni nei giorni in cui le narrazioni hanno preso vita nei luoghi storici (tappe dei percorsi dell’antica Cagliari da riscoprire), protagonisti dell’affabulazione portata al pubblico degli stessi scrittori. Francesco Abate

COD. ISBN

978-88-6469-173-2

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I Racconti di Monumenti Aperti

Un Revox e una Gretsch rosso scuro di Paolo Fresu

1974 di Davide Catinari

Discretta FilleDeu di Rossella Faa

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I Racconti di Monumenti Aperti Quarto Quaderno

© 2012 Imago Mundi Associazione Culturale onlus ideato e curato da_Giuseppe Murru coordinamento scrittori_Francesco Abate progetto grafico e impaginazione_MangioDesign illustrazione di pag. 28_Giorgia Atzeni (per gentile concessione dell’autrice e dell’Unione Sarda) illustrazione di pag. 30_Luca Paciolus (per gentile concessione delle Edizioni Tiligù) foto di copertina e di pagg. 6, 10, 11, 29 e 33_Manuel Putzolu foto di pagg. 8 e 14_Agostino Mela foto di pag. 18_Devoto Oddone e Emilio Stefano Garau (per gentile concessione di Ilisso Edizioni) foto di pag. 32_Alessandro Cani (per gentile concessione dell’autore) stampa e allestimento_Publiedil Service allestimenti audio_TiConZero


SOMMARIO

Musica Maestro!

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Francesco Abate

Un Revox e una Gretsch rosso scuro

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di Paolo Fresu

1974

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di Davide Catinari

Discretta FilleDeu di Rossella Faa

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI


Musica

maestro!

di Francesco Abate

Che suoni si sentono per la città. Quelli in arrivo dalle finestre aperte delle case nelle settimane di primavera o estive: impianti stereo per appassionati o televisori per sordi. Quelli della strada: ancora impianti stereo, accelerate, frenate, improperi gridati a finestrini aperti. E ancora: litigi, saluti, addii. E che suoni si sono sentiti nelle passate edizioni dei “Racconti di Monumenti Aperti”: hanno accompagnato, supportato, abbellito l’incedere delle letture e delle recitazioni nei giorni in cui le narrazioni hanno preso vita nei luoghi storici (tappe dei percorsi dell’antica Cagliari da riscoprire), protagonisti dell’affabulazione portata al pubblico degli stessi scrittori. Così, pensa che ti pensa, quest’anno la scelta è caduta proprio su chi del mestiere del musicante campa e si gratifica, e ci gratifica. Se negli anni passati la musica è stata co-protagonista, per il 2012 è invece regina assoluta dato che a porgere le narrazioni, a scriverle e musicarle, sono tre volti noti del panorama sonoro: il trombettista Paolo Fresu, il cantante rock Davide Catinari e la voce jazz Rossella Faa. Perché questa scelta? Perché tutti e tre in questi ultimi anni hanno dimostrato di gradire continue incursioni nel campo della scrittura dimostrando

abilità e sensibilità. Serviva, come in ogni edizione, intanto, uno sguardo straniero, la voce di chi cagliaritano non è e con la città può avere in partenza un rapporto di diffidenza destinato a tramutarsi in complicità. Ed ecco perché Fresu. Ancor di più la scelta è ricaduta su di lui nel momento in cui la sua dichiarazione d’intenti è stata accolta con commozione e gratitudine. Perché nel suo racconto emerge su tutto non il ricordo ma l’amore vivo per un musicista che tanto è stato caro, Billy Sechi. Lo è stato alla città e ai suoi abitanti, jazzofili o no, batteristi o no, amici o semplici conoscenti che, prima di un’ingiusta malattia, avvistavano Sechi armeggiare fra piatti e tamburi, poi dominare dietro una batteria. Era il 1982, era la cripta di San Domenico. Era “Billy, con la sua Greith rossa”. Poi serviva l’occhio vispo di chi a Casteddu (che in questi giorni celebra i suoi monumenti) non c’è nata ma ci ha così tanto vissuto quasi da consumarla (ma senza farsi consumare), da essere considerata figlia naturale, anzi biddanoesa, cioè tassello di quella Villanova che quartiere storico è, e dai cui lombi derivano buona parte dei cagliaritani da quando ancora i rioni erano quattro insieme a Castello, Stampace e Marina.

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Quindi Rossella Faa. Perché la sua voce suadente e sfrontata, ironica e spinosetta ma anche glassata, racconta storie de is bascius, cioè di cagliaritanità verace, cinica, sdraiata su un letto di insolenza perennemente servita con una massiccia dose di ironia e di sani baccagà. Allora Rossella si muove al passo di una blatta per le zone di Stampace che sono sì del santo martire Efisio da Antiochia ma anche della Grotta Marcello, in piazza Yenne, che fu, di sicuro sino alla metà degli anni Ottanta, la grotta di Alì Babà e i 40 Danzatori, dato che al suo fresco si sono celebrate le più belle e memorabili serate danzanti dal Dopoguerra in poi. Città di blatte la sua, in una moderna e abrasiva versione della “Fattoria degli animali” orwelliana formato insetto immondo quale è appunto sa pretta niedda.

Se negli anni passati la musica è stata co-protagonista, per il 2012 è invece regina assoluta dato che a porgere le narrazioni, a scriverle e musicarle, sono tre volti noti del panorama sonoro.

conoscono neppure. Racconta di un concerto, la Premiata Forneria Marconi, e di un teatro, il Massimo di viale Trento, che diventò un campo di battaglia con eccessi su ambo i fronti. In pratica, da una parte un gran fetta di pubblico decisa a godere gratis dello spettacolo dall’altra le forze dell’ordine ad impedirlo. In teoria però andava in scena un visione contrapposta del mondo e la riproposizione di uno scontro che ormai infiammava ad ogni occasione le piazze italiane di quegli anni. Ad esagerare, raccontano le cronache, fu chi doveva garantire l’ordine, come titolò in quei giorni a chiare lettere L’Unione Sarda per nulla preoccupata di scontentare la questura e la prefettura di quel periodo. Un osservatore speciale Nando Mura, allora ragazzino oggi giornalista con la schiena dritta, l’anno scorso (in occasione del ritorno del PFM) scrisse e ricordò: “Al Teatro Massimo ne successero di tutti i colori perché allora era usanza, quasi un obbligo, cercare di entrare gratis e la commozione dei fan era stata accesa dai lacrimogeni delle forze dell’ordine. Ma erano anarchici, non portoghesi”.

Serviva una voce rock. Serviva Davide Catinari perché non ha più la sfrontatezza spocchiosa dell’età ragazzina ma la sfrontatezza saggia dell’età adulta. E poi perché Cagliari è la sua cifra e la memoria recente è la sua forza. Un passato prossimo: un marzo del 1974, in fondo non molto tempo fa, eppure quella che Davide rievoca è una storia vera, una cronaca, che tanti suoi figli dei palchi a propulsione elettrica non

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PAOLO FRESU

Billy Sechi e Paolo Fresu nel 1986

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI


UN REVOX E UNA GRETSCH ROSSO SCURO

Un Revox

e una Gretsch rosso scuro Non che fossi prevenuto, ma una leggera idiosincrasia nei confronti dei cagliaritani dentro di me c’era. Si sa, quelli dei paesi ce l’hanno a volte con quelli della città e io a Berchidda ero nato, mica in una capitale! In realtà non avevo nessun motivo per nutrire un minimo astio verso quelli di Casteddu. Più che un’antipatia, infatti, era una sottile paura sottocutanea. Quella verso il posto vasto, che era più grande di Sassari, e quella verso il luogo in cui non ero mai stato, dove c’erano addirittura i filobus. Perché, se tanto mi dà tanto, i filobus stavano anche a Roma e a Milano e dunque Cagliari non solo era grande, bensì immensa. Perché sennò, che ci stavano a fare i filobus, se la gente poteva spostarsi a piedi, come nel mio paese dove, da Riu Zocculu a Sa Rughe, ci mettevi cinque minuti se non ti fermavi al bar in piazza?! È con questo chiodo fisso che vi approdai in una fredda mattina di febbraio. Partimmo dalla stazione di Berchidda che era notte. Saremo stati una ventina, tutti classe ’61. Ricordo solo che mio padre mi accompagnò con la cinquecento familiare bianca piena di sacchi di mangime e di bidoni per il latte, che era buio pesto e che a un certo punto mi svegliai che il treno stava transitando a Campeda. Fuori c’era la neve ed io non ne avevo mai vista così tanta. Evidentemente mi riappisolai, perché la fotografia successiva è l’arrivo alla stazione di Cagliari con,

di Paolo Fresu

nel grande piazzale, i suoi filobus e con i tassinari con lunghe Peugeot scassate colore ainu fuendhe, indefinite come “un asino che fugge”, che ci chiedevano se dovevamo andare alla caserma di Calamosca per la visita militare e se serviva un passaggio. Evidentemente ce l’avevamo stampato in faccia! Sapevo tre cose di Cagliari: che era grande, che c’erano i filobus e che per la visita di leva si andava a donne e si diventava grandi. Io a donne non ci andai e anzi ripartii dalla città prima degli altri, perché fui fatto rivedibile per insufficienza toracica, e perché l’unica notte che passai in una pensione mezza stella di via Porcile, mi bastò e mi avanzò. Tornai in paese che ero grande lo stesso e la leggera idiosincrasia nei confronti dei cagliaritani rimase intatta. Non ricordo di esservi risceso prima di avere conosciuto Billy. È lui che mi fece amare Cagliari. Si presentò a casa mia che erano le undici di sera. Una sera di agosto bollente di quelle che senti solo il brusìo delle cicale e le voci dei vicini che cenano con le finestre e le porte aperte con le grida dei bambini che giocano a pallone. Squillò il campanello e, aperto il portone, mi trovai davanti un giovanotto alto e vispo con tanto di baffi e con in mano solo una valigetta ventiquattrore. Mi sorrise e gli sorrisi. Mi disse che era un batterista, che amava Elvin Jones e Billy Cobham (da questo il suo soprannome) e che stava ritornando da

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PAOLO FRESU

Siena dove aveva frequentato un seminario di jazz e dove gli avevano parlato di un trombettista di un paesino sardo, forse “Berchidda”, che suonava bene la tromba. «Di Berchidda?» - aveva chiesto lui incredulo. «Di Berchidda o qualcosa del genere» - gli avevano risposto a Siena dove ero stato l’anno precedente come allievo. «Ma Berchidda non è quel posto di cui si dice che sono strani?» - pensò tra sé e sé. Ciò nonostante, il pensiero non gli tolse la curiosità di conoscermi e di venire a trovarmi. Aveva viaggiato da Livorno con la nave diurna e, arrivato a Olbia, aveva preso il primo treno per Chilivani, era sceso alla stazione in una sera buia e si era incamminato a piedi verso il paese. Un indigeno lo aveva caricato in macchina e lo aveva portato, senza battere ciglio, davanti al portone della nostra casa come che fosse la cosa più normale, alle undici di sera. Da allora, grazie a Billy, la città con i filobus divenne la “mia” prima vera città (scoprii che Sassari era molto più piccola e quei mezzi di locomozione cittadini non li aveva) e iniziai ad amarla fino a quando non mi portò per mano dentro il fantastico mondo del jazz che io pensavo esistesse solo in continente. Su Meriagu, il Rockhouse, l’Ottocento… erano le interminabili jam session nei locali e ogni tanto, ci scappava un concerto pagato decentemente, in città o nell’hinterland, che mi permetteva di mettere un po’ di benzina nella mia 128 sport rossa. Per percorrere i 240 chilometri che separavano il Capo di sopra da quello di sotto e che separavano me dal sogno del jazz. Certo, con Billy non frequentavamo né chiese né musei ma quando entrai la prima volta nella Cripta di San Domenico rimasi allibito. Il quartiere di Villanova lo conoscevo abbastanza perché c’era qualche ristorantino che, di tanto in tanto, assumeva la fisionomia del jazz club quasi

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come fossimo a New York o Parigi, ma nonostante avessi sempre visto la Chiesa dei Domenicani dall’esterno, non mi era mai balenata l’idea di sbirciarvi dentro. L’Associazione TeatroCorpoScena vi aveva organizzato una mostra dal titolo “Acque traversate” con le opere di tre artisti spagnoli e il nostro “Oltre…” con il sottotitolo “Monologhi e dialoghi in musica”. Era il 19 dicembre del 1986 e Cagliari si preparava per il Natale mentre io creavo, senza saperlo, la mia prima opera multimediale. Anzi la nostra, mia e di Billy. La batteria la trasportammo con un taxi perché lui non guidava e la mia 128 Sport giaceva da qualche anno in chissà quale campagna logudorese a fare da deposito per mangimi. In quel luogo, smontata a pezzi tra tom, grancassa, pedali e piatti posti davanti al crocifisso ligneo, la batteria dava l’idea di un oggetto estraneo dimenticato da qualche distratto. Sulla sinistra rispetto all’ingresso,


UN REVOX E UNA GRETSCH ROSSO SCURO

vi erano delle opere d’arte perfettamente illuminate. Queste erano di pittori madrileni e catalani contemporanei che, nella geografia storico/artistica del luogo, richiamavano l’originaria architettura gotico-iberica dell’antico convento distrutto durante un pomeriggio di guerra del ’43. Billy montava certosinamente la sua “Greith” rosso scuro con gesti lenti e misurati, mentre io prendevo tempo e cercavo di capire cosa avrei potuto fare in quel posto carico di religiosità e di storia. Mi ero portato, oltre alla tromba e al flicorno, una cornetta, una tromba tascabile simile a quella di Don Cherry e un registratore Revox che avrebbe dovuto passare le basi musicali sulle quali noi avremo suonato. Inoltre il programma di sala riportava una poesia naïf di mio padre. Naturalmente in sardo. In confronto alla maestosità del luogo le opere d’arte moderne sembravano poca cosa. Nonostante queste fossero materiche all’interno della Cripta sembravano perdere spessore e solo rilette forse nell’attiguo chiostro del XV e XVI secolo avrebbero potuto riguadagnare luminosità e vita tra le immense agavi e il prato verde con il pozzo centrale. Pilar, Salvatore e Juan, i tre artisti spagnoli appena conosciuti, sembravano contenti di essere lì, a misurarsi con le poche opere sacre sopravvissute ai bombardamenti e con il sincretismo architettonico gotico-rinascimentale della cappella del Rosario. Da parte mia sentivo la necessità di dare a quello strano concerto una definizione nuova. Il titolo “Oltre…”, con tre puntini finali, testimoniava una confusione di fondo. Perché, se da un lato racchiudeva la mia necessità di andare “oltre” il tradizionale concetto fruitivo del concerto, dall’altra poteva aprire nuove porte verso lo sconosciuto e che io intravvedevo appena. Fu Billy a svelarmi il senso. «Perché non ti porti qualche base preregistrata sulla quale suonare?» - mi suggerì al telefono. «Ottima idea» - pensai.

Proprio in Catalogna avevo appena fatto uno spettacolo con un mimo e composto una partitura dal titolo Mämût che avevo registrato qualche mese prima con il Quintetto in seno al quale, in tempi non sospetti, aveva militato lo stesso Billy. Le storie si intrecciavano: le geografie con i luoghi, gli anni con i suoni. Siena con Cagliari, grazie alla valigetta ventiquattrore di Billy, e la Catalogna con le cappelle quattrocentesche voltate a crociera costolonata e i capitelli fito-zoomorfi del Chiostro di San Domenico.

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PAOLO FRESU

Toscana, Sardegna e Spagna s’incontravano in quel luogo come mille volte era stato nel passato nel nostro romanico-pisano e poi nel gotico-aragonese, che si possono ammirare nelle nostre Basiliche perse nella campagna tra le greggi. Niente di nuovo rispetto alla storia passata. Eccetto per la presenza di una batteria rosso scuro e di giovane ragazzo con la pocket trumpet che veniva da un paese del nord che forse non amava più di tanto Cagliari o che ne aveva avuto paura approdandovi in una fredda mattina di febbraio molti anni prima. Non ricordo come andò, ma posso credere che sia stato il luogo a suggerire il percorso creativo di quello spettacolo indefinibile. So anche che molto è nato da quella sera e che l’intreccio delle relazioni e dei rapporti tessuti nella Cripta di San Domenico ha contribuito allo sviluppo di molte delle cose maturate successivamente: il progetto dell’arte contemporanea di Berchidda con i primi murales e i primi manifesti del festival Time in Jazz ad opera di Pilar e Salvatore e la costruzione del pensiero sul jazz sardo che Billy ha contribuito a fare crescere lasciandolo nelle mani delle nuove generazioni. Il pomeriggio del giorno dopo aveva la luce di un dicembre mite e dal Bastione le barche in porto sembrava si potessero toccare con un dito tanto l’aria era tersa. Salutando Pilar, Salvatore e Juan, che a loro volta agitavano le mani dal ponte della Tirrenia, non sapevo ancora che quel titolo dato al nostro progetto estemporaneo sarebbe stato quello giusto e che quei tre puntini discreti posti alla fine avrebbero lasciato intendere un’infinita serie di diramazioni, tra Sardegna e continente e tra lo stesso e il mondo, passando proprio per la Spagna e poi salpando gli oceani. Se dalle macerie del 13 maggio del 1943 era rinato San Domenico, io iniziavo a vivere in quel Natale del 1986 che era “oltre” me stesso e non me ne

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rendevo conto. Un po’ come il jazz che cancella le distanze tra i continenti e anche tra il Capo di sopra e quello di sotto. Eliminando finalmente l’atavica paura dei filobus che incarnavano la metafora del micro e del macro, del mondo conosciuto e di quello sconosciuto. La bobina della “Scotch” è rimasta nella libreria dello studio di Berchidda per tutto questo tempo. Studio che, fino a pochi anni fa, era proprio come allora, con decine di cassette per la frutta impilate l’una sull’altra a diventare così librerie e contenitori per libri e dischi. Sulla sinistra un pianoforte verticale di marca sconosciuta comprato a rate dai miei e, sulla destra, un’altra libreria ordinata dal catalogo di Postal Market con sopra quel telefono grigio che era il mio cordone ombelicale con il mondo.

E’ con quel telefono che negli anni ‘70 chiudevo i contratti con i comitati delle feste patronali della Gallura, che appresi del primo premio come miglior talento del jazz italiano nel 1984 e che nel 1985 pronunciai il si, con le gambe tremanti, al presidente di Siena Jazz che mi invitava a fare parte del corpo docente degli stessi seminari dove, solo

I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI


UN REVOX E UNA GRETSCH ROSSO SCURO

tre anni prima, ero stato allievo. Assieme a Billy con il quale vi ritornai l’anno successivo al nostro incontro berchiddese di una notte d’estate. Era il 1982. Sul dorso della scatola quadrata è riportata la dicitura “Oltre… Cripta di San Domenico”, scritta a mano con una calligrafia molto più chiara di quella di ora e all’interno ho ritrovato due fogli con il probabile programma di quella serata: il primo riporta in calce l’intestazione dell’Hotel Ambasciatori di Firenze mentre il successivo quello di un albergo della North Carolina, per precisione l’Hotel Europa a Chapel Hill. Ancora una volta nuove geografie da tessere con la memoria degli anni. Osservando attentamente quel tratto sottile, mi rendo conto che questo racconta, più di qualsiasi altra cosa, i cambiamenti impercettibili di quegli anni. Le “o” e le “e”, che nella scrittura di oggi sono allungate e lineari, allora erano grasse e rotonde; le “elle” e le “t” erano linee che si stagliavano prepotentemente verso l’alto e oggi sono, invece, diventate un’unica linea dritta come a dimostrare la necessità di un continuum senza fratture. Dovessi sforzarmi per trovare un nesso musicale, quei tratti calligrafici testimonierebbero lo sviluppo di una storia che è nata con quel viaggio per la visita militare e la mano di Billy tesa verso il mondo. A indicare una via normale che, nel tempo, diviene tortuosa e che, con gli anni, si allunga e si stende per divenire impercettibilmente uguale come fosse un piatto encefalogramma. Da quel 19 dicembre del 1986 quella bobina non è mai stata più aperta né ascoltata. Del resto non possiedo più neanche il Revox per poterla sentire, mentre ne ricordo benissimo i gesti e i suoni. Quel “clac” degli interruttori per farla partire e per mandare avanti e indietro il nastro, oltre all’odore nitido dei macchinari e al luccichio del frontale in metallo sorretto da una cassa in legno chiaro. L’altra immagine impressa nella mia mente è quella

di un piccolo cilindro che ponevo nella puleggia che comandava le due bobine, dimezzando così la velocità del brano in ascolto e permettendomi di trascrivere, senza troppe difficoltà, gli assolo di Miles Davis e di Chet Baker. Sono le prime note del tema di Round About Midnight di Thelonious Monk a catapultarmi immediatamente in quegli anni. L’incertezza di quel fa naturale suonato da Miles che, dopo il primo si bemolle che invece era sicuro e che portava alla conferma del sol bemolle sull’accordo minore, era lì a svelare il mistero del jazz attraverso la voce interiore di quella sordina che parlava come fosse la sua voce rauca. Oppure le repentine variazioni della versione dal vivo a Juan-les-Pins di Autums Leaves che ascoltai per giorni e giorni prima di riuscire a mettere in successione sul pentagramma la raffica di note che sgorgavano dalla tromba di Miles come un fiume in piena. Oppure, ancora, la voce screziata di Chet in una delle sue mille versioni di My Funny Valentine e il successivo assolo alla tromba che sapeva di canto quanto il canto sapeva di emozionante strumento. I pistoni diventavano le corde vocali e un’inflessione minima, col vibrato o con il soffio dell’aria che si miscelava col suono, diventava un mondo gigantesco che, solo nota dopo nota e trascrizione dopo trascrizione, avrei carpito grazie al mio Revox a velocità dimezzata. Ho riascoltato quella bobina ora, dopo ventisei anni e dopo averla messa nelle mani esperte di un tecnico esperto che possiede ancora un vecchio registratore a nastro. L’ha riversata su un banale cd che forse ne ha cancellato involontariamente il mistero e parte della storia che vi era contenuta. Mentre volo da Bologna a Elmas ascolto quel materiale con il mio iPhone: il timbro dei brani è freddo come quella mattina di febbraio in cui arrivai a Cagliari per la prima volta, quando invece il ricor-

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do di quella sera nella Cripta di San Domenico è nitido, caldo e vivo. Sa di jazz e di Spagna. Più che alla memoria sonora, è grazie a quella calligrafica se tutto ha ritrovato una sua collocazione e se Billy, con la sua Greith rossa, ha ricomposto nella mia mente la storia di quegli anni. Padre Giancarlo mi accompagna a visitare la cripta e il chiostro. È una bella mattina di febbraio che potrebbe ricordare quel lontano Natale del 1986. Un giardiniere taglia l’erba mentre un signore distinto entra e chiede se può confessarsi. Mi chiede gentilmente di aspettare e si scusa con me. Conclusa la confessione mi fa da cicerone con l’odore dell’erba appena falciata e, dopo avere visto la Cappella del Rosario, mi porta sul terrazzo da dove si vede tutta Cagliari. «A che ora sarà la lettura» - chiede. «Nel pomeriggio - rispondo. Io purtroppo non ci sarò - aggiungo - ma ci saranno tutti quelli che hanno vissuto questa storia: Billy, Pilar, Salvatore, Juan, e il mio vecchio Revox senza il quale non avrei mai capito la bellezza del silenzio. Tra queste mura, le note di Miles e di Chet e una Gretsch rosso scuro».

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI


UN REVOX E UNA A CIELO GRETSCH APERTO ROSSO SCURO

Paolo Fresu RINGRAZIAMENTI L’associazione Billy Sechi eventi creata di recente per date un proseguo all’attività jazzistica e divulgativa di Roberto “Billy” Sechi, batterista scomparso prematuramente, intende promuovere, incentivare e divulgare attività musicali con particolare attenzione ai giovani talenti che desiderano approfondire lo studio e la pratica della musica jazz. A tal fine organizza rassegne concorsi e manifestazioni artistiche per convogliare l’attenzione e la partecipazione di chiunque volesse, avendo potenzialità espressive e creative nella musica jazz: uno spazio, un’occasione per far conoscere la propria musica. Un ringraziamento particolare va a: Marcellino Garau e Fabrizio Casti che hanno “amorevolmente” estratto dal vecchio nastro Revox di Paolo, le tracce audio originali e hanno loro restituito una “nuova vita digitale”; a Francesca Spissu per aver proposto un racconto scritto da Paolo. alla Comunità dei Padri Domenicani per averci ospitato nel Chiostro.

La banda del paese e i maggiori premi internazionali, la campagna sarda e i dischi, la scoperta del jazz e le mille collaborazioni, l’amore per le piccole cose e Parigi. Esiste davvero poca gente capace di mettere insieme un tale abbecedario di elementi e trasformarlo in un’incredibile e veloce crescita stilistica. Paolo Fresu c’è riuscito proprio in un paese come l’Italia dove - per troppo tempo - la cultura jazz era conosciuta quanto Shakespeare o le tele di Matisse, dove Louis Armstrong è stato poco più che fenomeno da baraccone di insane vetrine sanremesi e Miles Davis scoperto “nero” e bravo ben dopo gli anni di massima creatività.  La “magia” sta nell’immensa naturalezza di un uomo che, come pochi altri, è riuscito a trasportare il più profondo significato della sua appunto magica terra nella più preziosa e libera delle arti.

Il racconto verrà letto da Ignazio Sechi (Billy Sechi eventi) nel Chiostro di San Domenico sabato 5 maggio alle ore 17,00. Musiche di Paolo Fresu

Un ringraziamento va all’amico Agostino Mela per avere ritrovato e messo a disposizione il prezioso materiale cartaceo di quella sera, a Luca Nieddu per avere recuperato la bobina tra le mille cose di casa e a Marcellino Garau per averla riversata sul nuovo supporto sonoro.

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DAVIDE CATINARI

Davide Catinari con i Dorian Gray

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI


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1974

Quanto picchia questo sole di Marzo. E’ una primavera strana, fra il sapore dei pomeriggi davanti ai libri o dei collettivi disertati per il bianco della sabbia del Poetto. L’adolescenza è una stagione ingrata e spero che le sue cicatrici diventino medaglie, prima o poi. I buoni propositi fatti all’inizio di quest’anno si stanno trasformando in ossessioni notturne. La vita strappata in due dal desiderio di andare o restare. Cagliari è una città che non ti trattiene, ma ti rimette al tuo posto se decidi di accettarla. Pensieri troppo importanti per un ragazzo che rivendica solo il suo diritto di sbagliare. Credo di essermi messo d’impegno per esercitarlo, ma non so se gli errori siano serviti a qualcosa. A diciott’anni Il tempo non ha fretta di disilluderti e neanche di prepararti al momento in cui comincerai a farlo. Quello che la scuola e il movimento non sono riusciti a fare potrebbe farlo la musica. Per la mia generazione la musica è importante, sicuramente più di questa dannata macchina che ci sta mollando per strada mentre andiamo al Massimo, per cercare di entrare al concerto di stasera. E’ la prima volta che vado a vedere un complesso pop dal vivo, fino a oggi i dischi, la radio, le riviste e qualche sporadico passaggio televisivo a tarda notte erano stati sufficienti. Roberto scende dall’auto per primo, seguito da

di Davide Catinari me, Giovanni e Carla. “Torneremo a prenderla dopo il concerto, oggi non voglio perderlo”. La sera prima ci eravamo riusciti in pieno perché la riunione al centro si era allungata sino alle sette, ma il rinvio dello spettacolo pomeridiano per il mancato arrivo della nave con la strumentazione aveva sanato il dispiacere. Sapevamo che molta gente era rimasta fuori e che erano stati chiamati Polizia e Carabinieri, così come intuivamo che quelli che non erano entrati ieri sarebbero tornati stasera. “Hai portato tutto ?” “Sì Giovanni, tranquillo” Giovanni è nervoso, glielo si legge in faccia. Roberto stava per dimenticarsi i volantini e per poco non finiva in rissa. Le decisioni del collettivo trascendono la distrazione perché la militan-

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DAVIDE CATINARI

za non è una camicia appesa al cuore, ma una medicina necessaria contro l’oppio dei popoli. “Spero di non incontrare tuo fratello - mi dice Roberto, mentre la salita di Via Pola comincia a farsi sentire“. “Mio fratello per me è come morto…arruolarsi in Polizia...ma hai presente il nostro quartiere? E poi perché mai dovremmo incontrare Sergio?“ “Magari lì a Taranto non si trova bene, lo sai che noi isolani lasciamo sempre un pezzo di cuore in questo grande sasso, anche se non sembra”

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“Tanto anche se fosse tornato non ce lo avrebbe detto, in famiglia ha litigato con tutti, senza eccezioni” . “Sois dove sta andando?” “Mi scusi Direttore, ero in bagno” “Le ho ripetuto di non spostarsi dall’ingresso, non ha visto quanta gente c’è la fuori? Ho chiamato la Questura. Fra poco saranno qui per sorvegliare gli accessi, ma nel mentre pensiamo a fare il nostro!”

I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI


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“Vado, vado, signor Direttore” La fine del corridoio porta dritta al botteghino, davanti al cartello “tutto esaurito”. Quei passi nel silenzio nervoso di un teatro ancora vuoto, sono come tonfi irreali, che fanno maledire la propria professione, specie se si è maschera di sala a un concerto di musica pop. Due maschere per mille persone in attesa fuori dal teatro. Una proporzione omerica. “Hai visto quanti sono, Efisio… “ “Non preoccuparti Gianni, fra poco saranno qui anche i carabinieri..” Superiamo la chiesa dell’Annunziata dirigendoci verso il Massimo, che dopo il fior fiore della prosa dell’ultimo mezzo secolo sta per conoscere il rumore degli anni settanta. Siamo in tanti e tutti molto giovani. Il picco di affollamento è sotto la tettoia dell’edificio, dove la gente si accalca aspettando l’apertura della biglietteria. Studenti, operai, la massa critica di una democrazia ferita, lo scenario di una cerimonia tribale che desidera solo un palco per accendersi, non importa quale. Mi piacerebbe pensare alla stessa atmosfera di di Woodstock, ma pioggia, fango, pace e amore non fanno parte di questo film. Qui ristagna l’odore della provincia borghese e sonnolenta, ammalata dell’incapacità di tradurre un presente che non comprende. Roberto si ferma a parlare con qualcuno, Gianni e Carla iniziano a distribuire i ciclostilati “Riprendiamoci la musica, la musica è di tutti”. Parole come pietre, ideologia e mercato. La musica è di tutti, almeno quella che mi piace. Il loro ultimo disco non mi ha fatto impazzire ma a giudicare da ciò che sento qui intorno devo essere stato troppo critico.

“Forse andranno in America!” Ma come - penso - non c’erano già stati? “Venite un attimo ragazzi” Roberto ci chiama da parte e con un filo di voce ci dice che qualcuno gli ha passato un’informazione. “Ho saputo che stasera potrebbe arrivare l’antisommossa..e anche la “politica”...fonte sicura”. “Ah sì ? Ma siamo in troppi per loro. Guarda, la strada è già ingombra” Ci accalchiamo con tutti gli altri, spingendo quelli davanti a noi per cercare di arrivare vicino all’ingresso del Teatro. Ci sono volti conosciuti, visti e rivisti fra le ore di scuola e i pomeriggi al collettivo studentesco, mischiati con qualche decina di anarchici e autonomi, spina dorsale di ogni manifestazione degna di memoria. E la musica? Ah già, siamo qui per un concerto. Vallo a dire alle divise blu che stanno arrivando…”La musica non si paga, la musica è di tutti!” “Scusate se disturbo le vostre prove, ma là fuori c’è già molta gente. Non potreste intervenire, magari parlarci… voi fate parte del complesso, credo che vi ascolterebbero, o no?” Il Direttore parla con Mandelli, agente e portavoce del gruppo, appena arrivato da Milano. “Temo che un mio intervento non servirebbe a granché, signor Direttore. Là in mezzo ci sono gli autoriduttori, quelli non vogliono pagare il biglietto, dialogare con loro è impossibile. Ormai è così in tutta Italia. Ma sono sempre una minoranza, vedrete che non succederà nulla.” “Spero che lei abbia ragione, Mandelli. Perdoni l’interruzione.” “Ci mancherebbe, qui ognuno fa il suo lavoro!”

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DAVIDE CATINARI

“Li hai sentiti Efisio?” “Sì Gianni, mi sa che i milanesi non faranno nulla per calmarli. Vedrai che ci passeremo noi..” Sono quasi le sei, ma la scansione dei minuti è assolutamente relativa e ingannevole, in situazioni come questa. La Polizia è arrivata in forze e sta organizzando un blocco davanti all’ingresso. “Allora, che si fa? “ “Non preoccuparti, Carla. Li vedi gli autonomi? Lascia fare a loro. Continua a fare quello che stai facendo.” Roberto indica un gruppetto di ragazzi intento a sbriciolare il muro diroccato dello stabile sul lato opposto del Viale Trento, quasi davanti all’ingresso del teatro. Si preparano allo scontro, come se avvertissero l’aria ferma che precede una lotta. Scelgono le pietre con cura, come cecchini che oliano il fucile aspettando un nuovo bersaglio. Quello alto con i lunghi capelli ricci e l’eskimo strappato è Aldo, oratore sopraffino, leader delle assemblee d’istituto, l’incarnazione del flusso di coscienza che sa esprimere il disagio generazionale con le parole giuste. “Non fatevi impressionare. Non possono caricarci e neanche bloccare il concerto. Sanno bene che non possono lasciare fuori tutta questa gente ancora per molto.” “Non possiamo aprire, signor Direttore. Sono troppi.” “Tenga la posizione Sois…e lei signor Efisio… non vede che c’è la Polizia ? Li faccia entrare… in fretta.” “Buonasera, sono il tenente Arcari.” L’ufficiale

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e il Direttore parlano per qualche minuto. “Il battaglione mobile e due squadre in tenuta antisommossa saranno qui fra poco.Temiamo che la situazione possa degenerare. La pregherei di aprire il botteghino e di fare entrare solo chi ha già il biglietto. Noi faremo lo smistamento e vedrà che non ci saranno problemi.” “Aprire? E’ sicuro di volerlo fare, tenente ?” “E’ l’unico modo per tenerli sotto controllo e fare il concerto. Se quelli lì non dovessero suonare…non mi assumerei la responsabilità di garantire l’ordine pubblico. Ieri sera abbiamo avuto problemi e non vogliamo fare il bis.” Nella maggioranza di miei coetanei scorgo anche molti ragazzi sopra i venti, confusi come tanti altri fra le divise dei militari, ancora distinguibili nella marea di teste accalcate davanti al teatro. I metri quadri liberi diminuiscono e la pressione dalle ultime file verso l’ingresso aumenta la tensione fra i due schieramenti, divisi da pochi passi e qualche odore sospetto. Viale Trento è ormai bloccato e Via Pola è invasa da un flusso continuo di passi diretti verso il Massimo. La frustrazione di chi non è entrato ieri sera è pari alla determinazione di non perdere il concerto di oggi, ad ogni costo. Qualcuno inizia a entrare ma il grosso della folla copre ancora l’ingresso. Siamo pigiati, il respiro comincia a mancare. “Che fa quello?” Un tizio con una giacca di pelle estrae velocemente una specie di frustino e colpisce la schiena di un ragazzo al nostro fianco. Roberto e Giovanni cercano di bloccarlo ma lui si divincola furiosamente e sparisce nella calca. “Uno sbirro ! Uno sbirro in borghese. Che ba-

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DAVIDE CATINARI

essere arginata dalla polizia, l’aria è elettrica.

stardi...!” Il rumore della sua corsa è coperto dall’urlo “La musica è di tutti”, un mantra che si espande come un’onda lunga, sbattendo sulle camionette che bloccano la strada fra Via Sauro e Viale Trento. La folla è ormai troppo numerosa per

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“State indietro! State indietro!” L’avvertimento arriva troppo tardi. Le prime file continuano a premere sugli agenti e sono quasi a ridosso dell’ingresso, non c’è più spazio per trattare. Qualcosa attraversa l’aria per cadermi vicino. E’ un tubo fumante, sembra un candelotto. “Lacrimogeni!”. Il gas si diffonde quasi istantaneamente, insieme al rumori dei bastoni dei sassi e delle rotelle d’acciaio che sbattono sul ferro delle volanti e degli elmetti antisommossa. La polizia fa il vuoto sotto la tettoia del teatro, senza riuscire a trattenere tutti quelli che ormai hanno oltrepassato l’ingresso, superato il cordone di sicurezza di fronte alla biglietteria e sono già entrati . Azione, reazione. Parte una seconda raffica di contundenti, più concentrata della prima, ma i poliziotti non arretrano. Cerchiamo di spostarci verso il centro del viale, coprendoci il viso con sciarpe e maglioni. Vengono lanciati altri candelotti in direzione della massa di persone che continua ad avanzare verso l’ingresso, così compatta da sembrare inarrestabile. La sensazione di sfrenata e pura adrenalina rallenta le lacrime che rendono i contorni più sfumati, mentre gli occhi cominciano a chiudersi per il gonfiore. Il campo visivo è ridotto a pochi metri, da bruciare velocemente prima che l’antisommossa possa riorganizzarsi . Sento il disordine nel battito cardiaco, confuso nel brivido muto e irreale della vertigine. La folla alle nostre spalle si è improvvisamente diradata ma ormai il nostro gruppo è quasi arrivato alla porta. La polizia carica nuovamente, c’è molta

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confusione. Per fortuna siamo ancora in tanti e alcuni di noi riescono a passare. Roberto supera in velocità il blocco all’ingresso proiettandosi oltre la barriera di agenti, mentre Giovanni viene respinto verso l’esterno. Mi giro a cercare Carla, ma non la vedo. La biglietteria è lì a pochi passii, ingombra di gente che cerca di entrare nonostante il muro di divise che protegge l’accesso al corridoio e alla sala. Disordine senza argini, corpi che sbattono l’uno sull’altro nel tentativo di trovare un riparo dalla scia dei lacrimogeni. Qualcuno avanza impugnando il biglietto e si fa strada davanti a noi, mentre la polizia cerca di respingerci nuovamente verso l’esterno. Siamo bloccati in pochi metri, in mezzo a due file di agenti, ancora non perfettamente consci di ciò che sta accadendo. Dall’esterno arriva il rumore di altri botti mentre sembra che il concerto stia per iniziare. Sento dei suoni provenire dall’interno del teatro, attutiti dalle tende che proteggono l’accesso in sala. Una folata di gas invade l’ingresso, schegge di pianto isterico velate dal rumore sordo dei manganelli. Roberto viene spinto verso il banco della biglietteria, batte la testa e si accascia. La situazione è fuori controllo, sono schiacciato fra la folla e la polizia, che sta filtrando il passaggio del pubblico. Cerco di raggiungerlo, spingendo di lato un agente che lo copre. Faccio appena in tempo a sentire “Attento…ne hai uno alle spalle! “, poi un colpo mi spezza il respiro, piegandomi la schiena . Il secondo arriva mentre cado a terra. Tento invano di rialzarmi perché qualcuno mi copre il viso, atterrandomi verso il pavimento . “Non muoverti!“ E’ la voce di Sergio, mio fratello, ed’è l’ultima cosa che percepisco prima di essere colpito un’altra volta e trascinato di forza

dentro il teatro. “ E’ lui? “ “Sì tenente, mio fratello. Collabora con noi, è in libertà vigilata. Sa che deve darci una mano e lo farà, non è vero? “ Pensavo alla mia famiglia, che avevo tradito mentendo sul fatto che non fossi più in contatto con Sergio, pensavo al giudice che avrei dovuto rivedere per quella condanna in sospeso che ora mi avrebbe certamente affibbiato, pensavo agli amici che in questo momento erano ancora fuori dal teatro, convinti che mi avessero già preso o che stessi guardando il concerto, nel migliore dei casi. Nella scala delle menzogne più accettabili non c’è posto per una che valga la libertà. Per questo motivo non avevo paura di deludere Sergio, che si sarebbe aspettato da me un altro comportamento, come concordato. Conosceva per-

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fettamente la situazione e non aveva esitato a ricattarmi, millantando un suo intervento per la riduzione della mia pena. Sapevo che difficilmente gli avrebbero dato retta dopo quello che aveva fatto. Sergio sostenne di non essere ubriaco quando il partì il colpo verso il suo superiore, ma conoscendolo nutro forti dubbi su come possano essere andate realmente le cose. L’espulsione dalla Digos aveva risvegliato l’istinto mai sopito del bullo di quartiere che sacrifica il fratello per rifarsi un nome. Un nome , solo un nome. “Là fuori c’è anche Marras, vero? Intendo Aldo Marras , l’anarchico.” “Il tenente ti ha fatto una domanda , ti conviene rispondere.” “Marras? Non so chi sia, c’era tanta gente là fuori… non credo credo neanche di conoscerlo.” “Sei sicuro? Ci risulta che non è così. Sai bene di chi sto parlando…..” “Ah sì? Beh , comunque... non l’ho visto” “Ma potresti riconoscerlo se lo vedessi? “Abbasso il capo e tiro un sospiro.” “Mi sembra che suo fratello non abbia alcuna voglia di collaborare” “E’ solo confuso, Signore. Sa bene quello che rischia… allora questo Marras? “ Sergio mi schiaffeggia con violenza, sorpreso e frustrato dalla mia reticenza. Mi colpisce in viso due o tre volte finché sanguino, poi mi scalcia sullo stomaco facendomi cadere all’indietro. Ho fatto la mia scelta. L’ho fatta nello stesso istante in cui ho deciso di venire qui, stasera. Alzo lo sguardo cercando di capire dove mi abbiano portato. Prendo fiato e, senza reagire, mi giro verso l’ufficiale.

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“Dove siamo adesso?” “Che t’importa di dove siamo?” “Non sono mai stato in questo teatro prima” L’ufficiale si gira verso Sergio e gli dice qualcosa all’orecchio, facendo in modo di farsi sentire anche da me. “Si sbrighi, faccia il suo dovere. Mi sembra che qui abbiamo finito. Non credo ci sia nulla da fare.” Mentre mi alzo lentamente incrocio lo sguardo di mio fratello, cercando di capire se il vero perdente sia chi fugge da se stesso o chi spera di non trovarsi mai. Solo quando tira fuori le manette per mettermele ai polsi mi accorgo della musica che arriva dal basso. “Ma allora siamo in platea? Al primo piano, giusto? “ “Allora sei proprio uno stronzo. A che ti serve avere un fratello in polizia se ti comporti come un fallito? Ti farai due anni, due anni almeno” “Posso vederlo da qui?“ Senza dire nulla Sergio scosta la tenda rossa che copre l’ingresso in platea. La sala è avvolgente, il colpo d’occhio è bellissimo. Ora capisco perché lo chiamano Massimo. E’ il mio primo concerto e dura solo qualche istante, come la felicità, quando è vera e improvvisa. “La musica è di tutti”, di tutti quelli che ora sono con me in un furgone blu, che si allontana a sirene spiegate, nella notte.


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Davide Catinari RINGRAZIAMENTI Un sentito ringraziamento va alla direzione del Teatro Stabile della Sardegna e a tutto il personale, per aver ospitato la lettura del racconto nel Teatro Massimo con tanto affetto e professionalità. Un grazie di cuore a Raffaella Venturi per l’aiuto nella ricerca iconografica.

Il racconto verrà letto da Davide Catinari e Stefano Ledda nel Teatro Massimo (Sala Minimax) domenica 6 maggio alle ore 11,00 Musiche Dorian Gray

Musicista, autore, operatore culturale, . Fondatore dei Crepesuzette, una delle prime band new wave italiane, nel 1989 avvia il progetto Dorian Gray, con cui pubblica sette album e realizza diversi tour in Italia e all’estero, fra cui quello del 1992 in Cina Popolare, il primo di una band europea. Autore di programmi radio per Rai 3 Sardegna nel biennio 1984/85 e per Radio 3 Rai nel 1991, collabora con diversi periodici e riviste di cultura e musica fra cui “Stress” e il magazine universitario “Facoltà di Pensiero”, di cui è fondatore e ideatore. Nel 1999 vince il Premio Lunezia, che Fernanda Pivano gli conferisce per il testo del brano “Spleen” e nello stesso anno la SIAE lo segnala fra i migliori autori italiani. E’ uno dei protagonisti del libro “Indypendenti d’Italia, excursus sulla la storia degli artisti, delle etichette e dei movimenti della musica indipendente italiana, edito nel 2007 da Zona Editrice . Nel 2009 riceve il PIMI - premio italiano musica indipendente - istituito dal dal pool dei giornalisti musicali del Mei di Faenza, come riconoscimento per l’album dei Dorian Gray “Forse Il sole ci Odia”. E’ fondatore, presidente e direttore artistico, della cooperativa Vox Day, che nel corso degli ultimi vent’anni si è affermata fra le più conosciute realtà di cultura e spettacolo, grazie a eventi di livello internazionale e rassegne tematiche sulla musica d’autore (KME).

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GIANLUCA ROSSELLA FLORIS FAA

Rossella Faa in concerto

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI


DISCRETTA FILLEDEU

Discretta FilleDeu

C’era una volta un grande mare azzurro con una piccola isola, a sud di quell’isola una piccola città con un bel porto che, con leggera pendenza, saliva ad una grande piazza in cui si affacciavano le cucine di una piccola taverna chiamata da tutti “La Grotta”. Dietro i fornelli di quella cucina, nascosto e riservato, c’era un delizioso rifugio: era il nido di una piccola Blatta nera, Discretta FilleDeu era il suo nome… e questa è la sua storia.

di Rossella Faa

Discretta, nella sua semplicità, sapeva di vivere in un posto bello e accogliente, ed ogni giorno rendeva grazie al suo Dio per la fortuna che le aveva concesso. Durante il giorno Discretta stava ritirata dentro casa: non stava bene che una come lei si facesse vedere in giro, non era educato. Quando, però, calavano le prime ombre della sera, Lei si preparava con cura e, appena buio, usciva di casa per andare al lavoro. Questo consisteva nel raccogliere le briciole di pane e farina che la padrona della taverna non riusciva a spazzar via. Era un buon lavoro che le dava da vivere, inoltre era utile perché aiutava a tener pulito il pavimento.

tizia orrenda: «Con un carico di merci, arrivato dalle lontane Americhe, è sbarcata in città una grande Blatta rossa, Raimunda Periplaneta è il suo nome». Discretta ne aveva già sentito parlare, anche perché le notizie brutte viaggiano più veloci dei telegiornali, e con le sue amiche aveva già avuto qualche discussione: «ci porterà via il lavoro, dobbiamo mandarla via» - dicevano loro. Discretta, che non gradiva gli eccessi, rispondeva: «bisogna ricordare i tempi in cui anche i nostri genitori sono andati fuori a cercare fortuna, non si può mandare via nessuno, il mondo è di tutti». «Ma Quella è un’eccentrica, si veste di rosso, è bionda, ha le ali e VOLA!» - dicevano loro. «Non dovete prenderla così, magari è una brava persona» - diceva loro cercando di ammansirle. «Tu non vuoi capire! Quella lavora anche di giorno, non rispetta il patto con gli umani e si fa vedere in giro. Vedrette, gli umani si arrabbieranno e ci faranno fuori tutte!» Discretta, pensando che le amiche esagerassero, le aveva ascoltate senza dire altro.

Un brutto giorno la televisione diede una no-

Quel giorno, però, la TV disse che in molti ave-

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ROSSELLA FAA

vano visto Raimunda camminare per strada con il suo abito rosso. «Dunque è vero! Raimunda lavora durante il giorno! Ha infranto il patto con gli umani!» pensò Discretta col cuore che le batteva. La Tv disse che un Signore aveva provato a scacciarla, ma lei aveva aperto le ali ed era volata via, spaventando a morte il malcapitato ed infilandosi dentro un tombino delle fogne. Il servizio finiva con: «Non si era mai vista una cosa del genere. Se il Sindaco non prenderà provvedimenti dove andremo a finire?». Discretta capì che la sua vita era in pericolo. Quella notte ci fu una riunione a casa FilleDeu,

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le amiche sembravano possedute: chi piangeva, chi temeva stragi, così Discretta, non sapendo cosa consigliare, distribuiva briciole fritte e rosolio di patata (il pasto dei funerali). Nei giorni che seguirono, le voci su Raimunda Periplaneta volarono di bocca in bocca e il Sindaco dichiarò pubblicamente: «non si può far niente contro le Blatte. Io poi non ne ho mai visto una. I media esagerano come al solito!». «Si fa presto a dire Blatte, non siamo mica tutte uguali» - urlavano le sue amiche commentando: «noi Nere ce ne stiamo da parte e non ci facciamo vedere, è quella là, la Bionda,

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DISCRETTA FILLEDEU

se ne sta sempre in giro a dar noia a tutti, scostumata!» Discretta non sapeva cosa fare. Fu li che si ricordò di sua nonna, Riservata FilleDeu, che le aveva insegnato tante cose e, in quel momento terribile, le parve di sentirne la voce: «se vuoi che un maschio faccia una cosa, non andare a dirgli di farla perché non lo farà mai. Devi convincere sua moglie che quella che vuoi tu è la cosa giusta e vedrai che poi lei saprà come convincerlo». Fu così che prese la sua decisione: chiamò le sue amiche, spiegò loro il suo piano, poi si chiuse in casa a lavorarci su. Per giorni e giorni scrisse, cancellò e riscrisse, provò e riprovò sulla vecchia fisarmonica di famiglia e alla fine la canzone era pronta. Era una canzone di denuncia, ma con una melodia struggente e un ritornello ballerino che sfidavano anche l’orecchio più stonato a farsi una cantatina. Il testo, però, era la cosa più importante perché, con parole semplici, diceva al cuore di tutti ciò che stava accadendo in città: «poverina la moglie del Sindaco, poverina, la gente dice che Raimunda, la Bionda, ogni notte va a casa del Sindaco. Poverina sua moglie ché non sa che suo marito è uno sporcaccione».

La canzone venne trasmessa e tutti la sentirono. Dopo qualche giorno molti la cantavano: “Sciadada nara’ sa canzoi, sciadada...” Anche la Sindachessa la sentì. C’è da dire che la Sindachessa non si fidava di suo marito. La sfiducia generò la gelosia, la gelosia generò l’insicurezza e così accadde che interpretò male le parole di quella canzone e si convinse che suo marito la tradiva. Era quello che Discretta voleva, anche se si era sentita un po’ in colpa all’idea di spaventare così una povera donna, ma poi aveva pensato: «in fondo la Sindachessa potrebbe anche scegliere di non credere alle mie parole… e se decidesse di crederci sarebbe comunque una sua scelta…» e così s’era messa l’anima in pace. Lungo la strada che da casa sua, a fianco alla chiesa di S. Efisio, portava sino al palazzo del Comune, la first lady vide qualcuno girarsi a guardarla, altri canticchiare il motivetto ridendo tra i denti, mentre, una signora più indiscreta degli altri, vedendola, la fermò per dirle: «mi dispiace troppo, ma sa, sono cose che succedono! Anche mio marito…». La Sindachessa tirò dritto senza fermarsi, più infuriata che mai.

Con l’aiuto delle sue amiche Discretta riuscì a registrare per bene la canzone e a portarla a Radio Pressi, la radio che tutti ascoltavano in città.

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ROSSELLA FAA

Arrivata al palazzo del Comune convocò suo marito in riunione straordinaria. Il Sindaco ascoltò la sua Signora sempre più preoccupato dai lampi che accendevano i suoi occhi di femmina oltraggiata. «Cos’è questa storia che mi fanno le canzoni e le mettono alla radio? E questa Bionda?» La discussione prendeva dei toni che il pover’uomo non aveva previsto e iniziò a balbettare: «una b-bionda... e chi è?» «A chi vuoi darla a bere?» Il Sindaco ascoltò sua moglie trincerato dietro un silenzio pensieroso. «Hanno detto che è bionda, che veste solo in rosso ed è molto elegante e hanno detto che viene a casa nostra tutte le notti e beve solo Anisette! Il mio liquore di anice è sparito!» Il Sindaco ascoltava senza capire. Poi la signora disse il nome della forestiera: «Raimunda Periplaneta si chiama!» Lui allora capì: sua moglie era stata tratta in inganno dalle parole di quella canzone che tutti canticchiavano. Dopo un momento di giudizioso silenzio fece quello che fanno tutti i maschi stupidi: invece che accogliere la parte offesa in un abbraccio consolatorio, rassicurante, evitando le scuse come la peste; invece che manifestare comprensione per la vergogna provata dall’altro, si mise a ridere, e continuò, gongolandosi di fronte alla gelosia della moglie, cercando di spiegarle, razionalmente, che Periplaneta era il nome di una bionda, si… ma non c’era niente di cui preoccuparsi: «sarà pure bionda, ma è soltanto una blatta».

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La Sindachessa ascoltò le scuse di suo marito e, come era prevedibile, non credette a niente e capì soltanto: 1) che suo marito aveva una Blatta bionda per amante 2) che non la considerava neanche un gran ché. Ah ah! Questo la fece arrabbiare ancora di più, la fece infuriare e disse: «mi prendono in giro perché sono cornuta e, in più, a te non


DISCRETTA IL DUELLO FILLEDEU

importa nemmeno di Quella? Ma allora è proprio vero che sei uno sporcaccione! Scegli! O me o Raimunda!» Il Sindaco tentò goffamente di negoziare una soluzione pacifica del conflitto, ma capì presto che non ci sarebbe stato spazio per nessuna replica sin che non avesse risolto il problema a monte. Quella notte incontrò i suoi amici più fidati per aver consiglio sul da farsi. «Ma come ti è saltato in mente di portarti l’amante a casa?» - disse uno. «È imbarazzante, potresti portarla fuori città e tenerla li per un po’» - disse un altro. Parlavano tra loro cercando una soluzione e non ascoltavano le sue ragioni. Tutti credevano che Raimunda fosse realmente la sua amante: l’avevano detto alla radio! «La radio non ha detto proprio niente!» sbottò ad un tratto il poveretto stremato dallo sforzo di convincere anche loro che era tutta una macchinazione. «Come no? Certo che si! È di questo che stiamo parlando!» - disse il suo amico più intimo. Il Sindaco urlò: «la radio manda continuamente una canzone che insinua, ma...» «Una canzone? Cosa centra una CANZONE?» - chiesero tutti in coro. Il Sindaco iniziò a piangere mentre diceva: «tutto parte da una canzone, ma come posso querelare un cantante per diffamazione?». Le lacrime scendevano da sotto gli occhiali

appannati mentre raccontava i fatti come erano avvenuti: «qualcuno sta cercando di farmi fuori politicamente! È chiaro, come fate a non capire? Non è solo una canzone, è un complotto! È evidente! Forse qualcuno è davvero entrato in casa mia perché, effettivamente, il liquore di Anice di mia moglie è sparito. Ma posso giurare che non ho mai tradito mia moglie con una straniera». Tra gli amici ci fu chi credette alle sue parole e chi no, ma tutti furono d’accordo sul fatto che bisognava trovare una soluzione. Nei giorni che seguirono altre radio cittadine suonarono la canzone di Discretta e Radio Pressi le fece addirittura un’intervista. Lei fu molto abile nel dire e non dire. Non voleva mettersi nei guai, ma era molto determinata a raggiungere il suo scopo: convincere la Giunta Comunale ad allontanare dalla città Raimunda Periplaneta. La Sindachessa in quei giorni concentrò le sue forze nel negare il cibo ed il sonno a suo marito. La mattina andava nella piccola chiesa intitolata a S. Efisio e stava li tutto il giorno sino a sera. Pregava perché il Santo ripulisse la città dal malcostume e salvasse il suo matrimonio. Due settimane di stenti bastarono a far capitolate il poveretto. Dopo l’ennesima notte insonne, il Sindaco annunciò alla sua Signora che: «abbiamo deciso di bandire una gara d’appalto per nominare

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ROSSELLA FAA

una ditta specializzata che risolva il problema...». La Sindachessa non gli fece finire la frase e disse: «vuol dire che non hai ancora deciso neanche chi dovrà fare il lavoro sporco per te?». La mattina era piena di sole in piazza Jenne quando il Sindaco, spalle curve e barba lunga, passò davanti alla Grotta Marcello diretto al Palazzo comunale. Discretta lo vide dalla piccola finestra del suo nido e capì che la battaglia era vinta. Allora si guardò attorno, nel suo delizioso rifugio, nascosto dietro i fornelli della cucina di una taverna che si affacciava su una grande piazza rivolta al porto di una piccola città, posta a sud di una piccolissima isola, cullata da un grande mare azzurro, e rese grazie al suo Dio per la fortuna di vivere in un posto così bello, pulito e accogliente.

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI


DISCRETTA FILLEDEU

Rossella Faa RINGRAZIAMENTI Un particolare ringraziamento va a Andrea Zucca per averci gentilmente ospitato nella Grotta Marcello, cui questo racconto è anche dedicato, ed essersi prestato a questa “invasione” con tanta disponibilità.

Ha fatto studi musicali classici a Cagliari, città in cui vive. Ha collaborato in veste di cantante con Piero Marras, Andrea Parodi, Elena Ledda, Alessandro Di Liberto, con il trio vocale Le Balentes (per cui ha composto testi e musiche dei CD Cantano, Balentes e Cixiri) con Paolo Alfonsi e Sandro Fontoni (con cui ha realizzato il CD In Corde) con Nicola Cossu e Giacomo Deiana (con cui ha realizzato il libro/CD Baa-Bà). Ha scritto per il teatro per le compagnie: Effimero Meraviglioso, Teatro Stabile della Sardegna, Teatro Impossibile, Riverrun, Teatro dall’Armadio, Teatro del Segno. Insegna canto moderno ai corsi invernali di Nuoro Jazz. Collabora a manifestazioni e trasmissioni di supporto alla valorizzazione e diffusione della lingua sarda. Ora canta, compone, scrive racconti e fa giardinaggio.

Il racconto verrà letto da Rossella Faa nella Grotta Marcello domenica 6 maggio alle ore 17,00 Musiche di Rossella Faa

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PRECEDENTI EDIZIONI

I Racconti di Monumenti Aperti è anche una collana di libri. Oltre a quelli contenuti nella presente edizione, sono stati pubblicati altri nove racconti, scritti da Marcello Fois, Michela Murgia e Gianluca Floris (primo volume), Enrico Pau, Mario Gelardi e Massimiliano Medda (secondo volume), Paolo Maccioni, Vito Biolchini, a due mani con Armando Serri, e Giorgio Todde (terzo volume). I numeri arretrati possono essere richiesti contattando il numero 070.6402115.

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI


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COMUNE DI CAGLIARI

PROVINCIA DI CAGLIARI

CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA

coordinamento della rete

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Un Revox e una Gretsch rosso scuro di Paolo Fresu

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di Davide Catinari

Discretta FilleDeu

I Racconti di Monumenti Aperti

di Rossella Faa I Racconti di Monumenti Aperti Quarto Quaderno

Musica Maestro!

Che suoni si sentono per la città. Quelli in arrivo dalle finestre aperte delle case nelle settimane di primavera o estive: impianti stereo per appassionati o televisori per sordi. Quelli della strada: ancora impianti stereo, accelerate, frenate, improperi gridati a finestrini aperti. E ancora: litigi, saluti, addii. E che suoni si sono sentiti nelle passate edizioni dei “Racconti di Monumenti Aperti”: hanno accompagnato, supportato, abbellito l’incedere delle letture e delle recitazioni nei giorni in cui le narrazioni hanno preso vita nei luoghi storici (tappe dei percorsi dell’antica Cagliari da riscoprire), protagonisti dell’affabulazione portata al pubblico degli stessi scrittori. Francesco Abate

COD. ISBN

978-88-6469-173-2

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Quaderni MA 2012