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Sperimentazione Geriatria cAMP Coliche

Spedizione in abbonamento postale - Gruppo IV/70

Veterinaria

1 I

GUNA EDITORE - Via Vanvitelli, 6 - 20129 MILANO


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Dr. S. Zenner, Dr. H. Metelmann

Impiego terapeutico di Lymphomyosot Risultati di uno studio multicentrico condotto su 3512 pazienti 1 Sommario

N

el quadro di uno studio multicentrico sull’impiego

di Lymphomyosot sono stati esaminati modo d’impiego, efficacia e tollerabilità di questo preparato nelle sue due formulazioni, in gocce e in fiale. Abbiamo avuto a disposizione una casistica relativa a 3512 pazienti di 264 medici. La valutazione dell’esito terapeutico, della durata di trattamento e delle eventuali terapie d’accompagnamento è stata eseguita separatamente per le indicazioni principali: linfoedema, processi infiammatori e iperplasia di organi linfatici. La tollerabilità del preparato è risultata ottima.

Introduzione

La disponibilità di farmaci specifici per il sistema linfatico è relativamente scarsa. Questo può essere desunto già dal fatto che lo stesso catalogo tedesco generale dei farmaci (1) non riporta una categoria specifica per questi preparati. I pochi “linfatici” in commercio sono perciò riportati, in maniera più o meno appropriata, sotto la voce “stimoloterapici aspecifici” od anche “antiflogistici”. Eppure sussiste un evidente bisogno di tali preparati, visto che - tanto per nominare un esempio - gli edemi linfatici degli arti superiori sono ancor sempre tra le complicanze più frequenti dopo l’asportazione di carcinomi mammari (2). La terapia corrente del linfoedema è principalmente di tipo meccanico, fatta eccezione per alcuni esperimenti di terapia farmacologica (3). Di regola si eseguono massaggi per favorire il flusso linfatico centripeto. Fino ad oggi sono state sperimentate anche le compressioni pneumatiche, con ausili più o meno complicati. Questi tipi d’interventi, però, sono per lo più d’impedimento per una vita attiva e sono raramente efficaci (3). Anche le malattie croniche degli organi linfatici costituiscono spesso un problema nella pratica medica; prima di tutte la tonsillite cronica. Una delle sue complicazioni più temute è la cosiddetta tossicosi focale. Secondo Boenninghaus (4) il 7 0 % di tutti i focolai cefalici sarebbero localizzabili nelle tonsille. Poiché le usuali terapie conser-

parte vative, come spennellature, gargarismi o antibiotici orali, non hanno alcuna influenza sui foci tonsillari, in genere non resta che ricorrere alla tonsillectomia (4). Molti testi di medicina trascurano di nominare, tra le altre possibilità di trattamento delle patologie linfatiche, quei preparati con componenti fitoterapiche e omeopatici, che pure sono indicati per queste patologie. Impiegati per tempo e abbastanza a lungo, questi preparati fanno conseguire spesso risultati terapeutici veramente notevoli. Uno di questi preparati è Lymphomyosot. Il farmaco

Lymphomyosot è preparato omeopatico complesso, in commercio da oltre 30 anni. Le sue componenti sono diversi principi attivi di origine vegetale e minerale. In base ai quadri patogenetici omeopatici dei singoli rimedi, Lymphomyosot possiede le seguenti indicazioni: linfatismo (iperplasia di organi linfatici); linfoedema (postchirurgico e Post-traumatico); debolezza immunitaria, scrofulosi e adenomegalia in genere, ipertrofia tonsillare e tonsillite cronica, drenaggio del mesenchima. Sui risultati terapeutici di Lymphomyosot sono stati già pubblicati parecchi lavori. Kirchhoff (5) pubblicò nel 1982 i risultati ottenuti in 80 casi di linfoedema brachiale postchirurgico, dopo amputazione del seno e asportazione dei linfonodi ascellari. Nel 1988 è apparso uno studio di Rinneberg, il quale ha osservato 50 casi di bambini con tonsillite recidivante e curati con Lymphomyosot (6). Alla serie di osservazioni sistematiche si aggiungono parecchie relazioni della prassi. Il presente studio intende descrivere risultati terapeutici ottenuti su un vasto collettivo di pazienti, tenendo conto di tutto lo spettro d’indicazioni del preparato. Da questi risultati si potranno desumere le possibilità terapeutiche più salienti, che potrebbero costituire la base per stabilire le indicazioni da controllare in future sperimentazioni cliniche. Il metodo

Lo studio che andiamo a descrivere consiste in una osservazione multicentrica sull’impiego di Lymphomyosot. I dati sono stati rilevati mediante un formulario standard distribuito ai medici che hanno contribuito a questo

Tratto per gentile concessione da Biologische Medizin 5/89.

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studio. Nel formulario dovevano essere registrati tutti i dati di rilievo, relativi ai pazienti e alla terapia: età e sesso, diagnosi, tipo di applicazione e dosaggio di Lymphomyosot, durata e risultato della terapia. Inoltre dovevano essere dichiarati eventuali effetti collaterali indesiderati. Non sono stati stabiliti particolari criteri di ammissione e di esclusione, perché lo studio doveva fornire un quadro preciso dei pazienti curati nell’ambulatorio medico, delle misure terapeutiche adottate e degli esiti terapeutici. La scelta della forma di somministrazione e il dosaggio di Lymphomyosot nonché la durata del trattamento restava a discrezione del medico curante. La somministrazione contemporanea di altri medicinali era permessa, però doveva essere riportata nel formulario. La restituzione dei formulari doveva avvenire entro 1 anno e mezzo. Nell’analisi dei dati sono stati inclusi tutti i formulari rispediti alla ditta Biologische Heilmittel Heel GmbH tra 1’1 gennaio 1988 e il 30 giugno 1989.

no le strutture di anzianità di due gruppi di pazienti molto diversi per quel che riguarda le malattie principali. Mentre un gruppo è costituito da pazienti con prevalenza di affezioni ORL e con un picco d’incidenza intorno al 4° anno d’età, l’altro gruppo comprende soprattutto donne con linfoedema e presenta un picco intorno ai 55 anni. Di questo si parlerà più esaurientemente in seguito.

I medici sperimentatori

A questo studio hanno preso parte 264 medici di varie specializzazioni, da tutte le parti della RFT. La Tab. 1 elenca tutti i medici, ripartiti per specializzazione.

1264 medici hanno documentato in tutto 3.572 casi. Di questo totale sono stati esclusi, dall’analisi dei dati, 60 casi (1,7%), perché i dati erano troppo lacunosi. Irrinunciabili per una casistica veramente informativa sono stati ritenuti i dati relativi alla diagnosi e quelli relativi all’esito della terapia. Per l’analisi statistica definitiva restavano dunque disponibili 3.5 12 formulari. I pazienti

Tutti i dati e i valori numerici riportati nella seguente analisi descrittiva si riferiscono ai 3.512 pazienti i cui casi erano sufficientemente ben documentati per una analisi statistica. Nel seguito di questa trattazione parleremo più particolareggiatamente dei sottogruppi, di questo collettivo di pazienti, che presentano determinate caratteristiche comuni. La fig. 1 riporta la rappresentazione grafica della distribuzione dei pazienti per età e sesso. Data l’elevata percentuale di bambini è stata calcolata un’età media di 30,5 anni. 2.094 pazienti (59,6%) erano femmine, 1.418 maschi (40,4%). L’età media delle femmine (34,7 anni) era notevolmente più elevata di quella dei maschi (24,4 anni). Insolitamente differente è anche l’andamento distributivo delle età. Questi due fenomeni trovano la loro spiegazione nel fatto che qui si sovrappongo4

La durata dei disturbi e le diagnosi

La durata delle malattie e dei disturbi nei diversi pazienti prima che questi fossero sottoposti alla terapia con Lymphomyosot presenta una notevole varietà. Il periodo più breve era di 1 giorno, il più lungo era di 60 anni. Queste differenze risultano evidenti nel grafico della fig. 2.


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A questo punto vogliamo fare un esame preliminare dei dati relativi alle diagnosi. L’analisi dettagliata sarà descritta più avanti. Qui vogliamo appurare soltanto se l’impiego di Lymphomyosot è limitato alle indicazioni suggerite nel foglietto illustrativo o se nella prassi medica si usa impiegare Lymphomyosot anche in altri campi. Preliminarmente classifichiamo dunque le diagnosi secondo il criterio che si rifà alla formulazione del foglietto illustrativo (tab. 2). Per l’analisi dettagliata che seguirà sceglieremo, per ragioni di metodicità, un criterio un po’ diverso. Dalla tab. 2 si desume che i medici non si sono limitati a prescrivere Lymphomyosot soltanto per le indicazioni nominate nel foglietto illustrativo. Le prescrizioni si sono conformate a queste indicazioni nel 6 8 % dei casi. Nel restante 3 2 % dei casi Lymphomyosot è stato impiegato per trattare malattie diverse, di cui si parlerà in seguito. Il campo d’impiego di Lymphomyosot è dunque risultato molto più ampio del previsto. Tuttavia, prima di occuparci dei risultati terapeutici nelle diverse indicazioni dobbiamo indagare se l’esito terapeutico è eventualmente determinato in modo decisivo da altri fattori diversi dalla diagnosi, per es. la scelta della forma farmaceutica, il tipo di somministrazione o un’eventuale terapia d’accompagnamento.

casi in cui durante tutta la terapia è stata impiegato un solo tipo di somministrazione. L’iniezione intramuscolo è stata la più frequente con 438 casi; quella endovena e sottocute hanno avuto quasi la stessa frequenza (124 e 104 volte risp.). La meno frequente è stata l’iniezione intracute. In 66 casi è stata utilizzata la possibilità di somministrare le fiale per via orale. Pur non trattandosi di fiale bevibili in senso galenico, il loro impiego per via orale è in linea di massima possibile. A tal fine si usa di regola diluire il contenuto di una fiala in un bicchiere d’acqua, da bere poi a sorsi. Nella maggioranza dei casi le fiale sono state impiegate sempre alla stessa maniera. Solo in 40 casi i terapeuti hanno fatto ricorso all’impiego di varie forme di somministrazione. Naturalmente non staremo ad analizzare nei dettagli tutte queste combinazioni. Ci dilungheremmo troppo e inutilmente. In 8 casi sono mancati i dati sul tipo di applicazione. La frequenza relativa delle singole forme di somministrazione può essere desunta dalla fig. 4. Quest’analisi delle forme di somministrazione ha interessato anche pazienti che nel contempo assumevano gocce orali.

Forme farmaceutiche e tipo di somministrazione

Lymphomyosot è disponibile in gocce e in fiale. La scelta della forma del preparato è stata lasciata alla discrezione del medico. Poteva essere impiegata l’una o l’altra forma o entrambe, insieme o in successione. Esaminando i formulari si è visto che la maggioranza dei medici ha preferito prescrivere il preparato in gocce (in 2.722 casi = 77,5%). A 491 pazienti (13,9%) sono state prescritte soltanto le fiale. L’impiego combinato delle due forme si è avuto in 294 casi (8,4%). Solo 5 formulari non riportavano i dati relativi alla forma farmaceutica. In fig. 3 è evidenziata la distribuzione percentuale delle forme farmaceutiche impiegate.

Dosaggio

Secondo le dichiarazioni del produttore la forma iniettabile di Lymphomyosot può essere iniettata s.c., i.m., i.c. ed e.v. Dal nostro studio è risultato che nella pratica si utilizzano effettivamente tutte queste possibilità, sia pure con varia frequenza. Qui di seguito analizzeremo i

Il produttore suggerisce il seguente dosaggio di Lymphomyosot: “ 15-20 gocce per via orale, 3 volte al giorno, oppure a discrezione del medico”. Si è visto che nella preponderanza dei casi (82,l % ) i medici si sono attenuti al dosaggio consigliato. Solo nel 15,2% dei casi il dosaggio è stato diverso durante tutta la terapia. In pochissimi casi (0,6%) il dosaggio consigliato è stato cambiato durante la terapia. In pochi casi (2,l%) sono mancati i dati sul dosaggio dal preparato in gocce. La frequenza dei dosaggi di Lymphomyosot gocce è evidenziata in fig. 5. Il dosaggio consigliato di Lymphomyosot fiale è: “1 fiala s.c., i.m., i.c., e.v., da 1 a 3 volte la settimana; nelle fasi acute anche giornalmente”. Il formulario prestabiliva le seguenti possibilità, da segnare con una crocetta: 5


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1. 2. 3. 4.

1 fiala al giorno; 1 fiala alla settimana; 2 fiale alla settimana; altro dosaggio.

In circa la metà dei casi (48,8%) i medici hanno preferito il dosaggio medio. Nel 2 5 , 3 % dei casi sono state fatte iniezioni giornaliere, nel 18,2% soltanto una iniezione settimanale. Solo nel 4,l % dei casi è stato scelto un altro dosaggio. Nel 3,6% dei formulari mancavano i dati relativi al dosaggio. La frequenza dei vari dosaggi è evidenziata in fig. 6.

logie trattate con Lymphomyosot, è stata utilizzata una semplice scala di valutazione con cinque valori: 1 = ottimo; 2 = buono; 3 = soddisfacente; 4 = nessun risultato (= stato invariato); 5 = peggioramento. Pur consci della problematicità di una classificazione così sommaria, abbiamo scelto questo tipo di valutazione, perché oltre a fornire un giudizio quantitativo esso offre il vantaggio di confrontare immediatamente fra loro anche esiti terapeutici conseguiti in diversi tipi di patologie. Questo è importante specialmente perché così i risultati possono essere descritti in uno stesso grafico non solo in relazione ai campi d’impiego ma anche in relazione alle forme farmaceutiche e al tipo di somministrazione. Per maggior chiarezza in questo studio i risultati terapeutici sono stati riassunti in 4 categorie: ottimo/buono; soddisfacente; nessun risultato; peggioramento. In realtà quest’ultima categoria non è quasi mai visibile nei grafici, perché la sua percentuale è bassissima e del tutto irrilevante. Per facilitare il raffronto dei risultati, anche quando i gruppi di pazienti sono numericamente molto differenti, nei grafici sono riportati non numeri assoluti bensì valori percentuali. I primi due grafici dovrebbero chiarire se e in quale misura le diverse forme farmaceutiche e i diversi tipi di somministrazione di Lymphomyosot possono essere considerati equivalenti. Nella fig. 7 sono raffrontati i risultati terapeutici ottenuti con le gocce, le fiale e con una combinazione delle due forme farmaceutiche.

Dai dati surriportati è riconoscibile una netta tendenza, da parte dei terapeuti, a preferire un dosaggio medio. 1 dosaggi estremi sono numericamente trascurabili. Esiti terapeutici classificati in funzione delle forme farmaceutiche

Già in precedenza abbiamo accennato che al fine di una valutazione obiettiva della significatività dei risultati terapeutici, di cui si parlerà più avanti, devono prima essere analizzati alcuni fattori che potrebbero inficiare tale significativita. Un possibile fattore di disturbo (causa di errori) è il fatto che in questo studio l’osservazione riguarda due forme farmaceutiche, del preparato in esame, una delle quali è stata impiegata in 5 maniere differenti. Qui di seguito vogliamo verificare se e in quale misura i risultati terapeutici che descriveremo sono da correlare a determinate forme di somministrazione. Innanzitutto va detto ancora qualcosa sul rilevamento degli esiti terapeutici. Per non rendere il rilevamento dei risultati più difficoltoso del necessario, pur tenendo conto delle svariate pato6

Come si può vedere, i risultati ottimi e buoni prevalgono nella stragrande maggioranza dei casi, sia con le singole forme farmaceutiche che con la combinazione di entrambe. Il secondo grafico (fig. 8) rappresenta l’effetto del tipo di somministrazione sull’esito terapeutico. Per avere dei risultati veramente significativi si è tenuto conto solo dei pazienti che per tutta la durata della terapia hanno ricevuto un solo tipo di somministrazione. Dalla valutazione è stata anche esclusa la somministrazione intracutanea, perché era stata applicata soltanto in un caso, con risultato “soddisfacente”. Nel caso della somministrazione orale sono state raccolte insieme le gocce e le fiale orali. In base a questi raffronti possiamo dunque affermare che le differenze nei risultati (in % ) sono trascurabili e possono anche essere determinate o codeterminate da oscillazioni statistiche, tanto più che i collettivi dei pazienti sono numericamente molto differenti.


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Terapie associate

Come già accennato, il medico era libero di prescrivere altri medicamenti e provvedimenti non medicamentosi ritenuti necessari. Tutte le terapie supplementari, di qualsiasi genere, dovevano essere dichiarate nel formulario, per poterne valutare l’incidenza sui risultati terapeutici. Prima di occuparci approfonditamente delle diverse terapia associate specifiche per le singole patologie, ne diamo l’elenco descrivendone l’influenza globale sul risultato terapeutico. Nelle tabelle 3 e 4 sono elencate le principali misure medicamentose e rispettivamente non con il relativo numero di casi trattati. Le terapie d’accompagnamento sono numerose e molto eterogenee. Ci limitiamo ad elencare quelle utilizzate almeno nell’l% dei casi analizzati. Dato che in un singolo caso possono essere associate diverse terapie, la somma dei casi risulta superiore al numero reale preso in esame. Allopatici e fitoterapici d’uso corrente sono stati suddivisi secondo la classificazione dei farmaci presenti in commercio in Germania. Gli omeopatici sono stati suddivisi in unitari e complessi. I farmaci non presenti in questa classificazione sono stati altri farmaci raggruppati sotto la voce “Altri farmaci”.

Dalla figura 9 si ricava che la maggioranza (55,l % ) dei pazienti è stata curata solo con Lymphomyosot. Questo fatto è di particolare importanza in relazione all’analisi dettagliata dei risultati terapeutici nei singoli campi d’impiego. Si può dunque ritenere che i risultati terapeutici che analizzeremo più avanti riguardano in prevalenza pazienti trattati esclusivamente con Lymphomyosot. Tuttavia, dato che nel 4 5 % circa dei casi, i pazienti sono stati sottoposti a misure terapeutiche associate, dobbiamo esaminare se le percentuali dei successi terapeutici in questi casi siano sostanzialmente diverse da quelle ottenute impiegando soltanto Lymphomyosot. Perciò in fig. 10 gli esiti terapeutici sono suddivisi in 4 gruppi: 1° gruppo: solo terapia con Lymphomyosot; 2° gruppo: terapia supplementare farmacologica; 3° gruppo: terapia supplementare non-farmacologica; 4° gruppo: terapie supplementari combinate. Come si può ben vedere gli esiti terapeutici sono pressoché omogenei nei quattro casi. Solo nel caso della terapia supplementare non-farmacologica si ha una quota di risultati positivi leggermente più bassa. Da una analisi approfondita è risultato che in questo gruppo è compresa una percentuale elevata di pazienti affetti da linfoedema molto avanzato, i quali erano stati curati con Lymphomyosot ed erano stati sottoposti a linfodrenaggio. Data la gravità della malattia, in questi casi erano comunque 7


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presumibili meno risultati positivi. Inoltre questo gruppo è numericamente il più piccolo, per cui è anche il soggetto a oscillazioni statistiche. In ogni caso, la fig. 10 evidenzia che i risultati terapeutici ottenuti col solo impiego di Lymphomyosot non presentano una quota di successi apprezzabilmente diversa da quella ottenuta col supplemento di altre terapie. Questo, però, non deve essere interpretato nel senso che le terapie supplementari siano del tutto superflue o addirittura sfavorevoli. Solo il medico curante può decidere caso per caso, tenendo conto di tutti gli aspetti patologici e costituzionali, se accanto a Lymphomyosot è opportuno o necessario l’impiego di altri presidi terapeutici. È presumibile che nei gruppi con terapie associate ci sia una più elevata percentuale di pazienti con gravi malattie primarie, per cui non ci si può attendere che il contributo dato dalle terapie supplementari si esprima direttamente in più elevate quote di successi. Comunque, dal raffronto tra i risultati dei diversi gruppi si può desumere chiaramente che i diversi tipi di terapia supplementare non falsano affatto la significatività degli esiti terapeutici raccolti. Durata della terapia Tra le condizioni più importanti da soddisfare per l’efficacia di un farmaco v’è, accanto al giusto dosaggio, una durata sufficientemente lunga del trattamento. È perciò di grande interesse sapere per quanto tempo i medici usano prescrivere Lymphomyosot. Sui formulari erano prestabiliti 5 periodi per il rilevamento della durata individuale del trattamento: 1. meno di 1 settimana; 2. da 1 settimana a un mese; 3. da 1 a 3 mesi; 4. da 3 a 6 mesi; 5. oltre 6 mesi. La fig. 11 mostra la distribuzione dei periodi indicati dai medici sui nostri questionari. Questi dati (specie a causa del periodo indeterminato “oltre 6 mesi”) non permettono di calcolare una media esatta. Però si può stimare una media approssimativa, che risulta essere di circa 5 settimane. Quindi 5 0 % dei pazienti sono stati curati per un periodo inferiore a 5 settimane, gli altri per un periodo superiore. 8

Un altro dato interessante è l’effetto della durata del trattamento sul risultato terapeutico. Però a questo proposito disponiamo solo dei risultati conclusivi dei trattamenti e non di risultati intermedi, dato che non sono stati documentati gli andamenti della terapia. La durata di una terapia dipendeva completamente dal giudizio del medico ed è da presumere che, in genere, i pazienti venivano curati tanto più a lungo con Lymphomyosot quanto più grave e ostinata era la malattia primaria. La giustezza di questa ipotesi risulta evidente dalla fig. 12, dove è rappresentata la durata della terapia in funzione della durata dei disturbi. Infatti si vede chiaramente che la durata della terapia diventa sempre più lunga col crescere della durata delle malattie.


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Facendo un raffronto dei risultati terapeutici conseguiti nei diversi gruppi di pazienti con differenti tempi di malattia (fig. 13) si può vedere che le percentuali di successi sono più basse nei gruppi con periodi di malattia più lunghi. Questo non sorprende dato che, di regola, le affezioni croniche sono più difficili da curare delle malattie acute. È invece tanto più sorprendente il fatto che nel gruppo dei pazienti ammalati da oltre 5 anni e in quello dei pazienti ammalati da oltre 10 anni si sono avuti risultati ottimi e buoni nel 6 7 % e nel 56% dei casi, rispettivamente. Sulla base delle figg. 12 e 13 - le quali mostrano che all’aumento di durata delle malattie corrisponde un aumento della durata delle terapie e, nel contempo, una diminuzione delle percentuali di successi - sembrerebbe che le percentuali di risultati positivi diminuiscano parallelamente all’aumento di durata delle terapie. La fig. 14 dimostra invece che non è così. Infatti il gruppo di pazienti con una durata di trattamento superiore a 6 mesi presenta una percentuale di successi veramente buona, superiore alla media dei 5 gruppi.

Questo è tanto più sorprendente, in quanto i pazienti curati più a lungo rappresentano una selezione negativa. Probabilmente questo risultato inaspettato può significare che solo nel gruppo dei pazienti curati più a lungo è stato utilizzato pienamente il potenziale terapeutico di Lymphomyosot, compensando così la maggior gravità dello stato iniziale. È dunque evidente che anche dopo 6 mesi di trattamento il preparato possiede ancora delle “riserve di potenziale terapeutico”, che sicuramente sono rimaste inutilizzate nei casi in cui la terapia è stata più breve e l’esito terapeutico non è stato soddisfacente. Sarebbe dunque di particolare interesse appurare l’andamento degli esiti terapeutici in funzione della durata di trattamento in un collettivo di pazienti con periodi di malattia non troppo disomogenei. A tal fine è stato analizzato il gruppo di pazienti che presenta la minore dispersività nella durata delle terapie (rappresentata su scala logaritmica). Nella fig. 15 sono rappresentati i risultati terapeutici nei pazienti che erano stati ammalati per un periodo che va da 5 a 10 anni. Data la minore consistenza numerica (252 p.) questo collettivo, è stato suddiviso in 3 sottogruppi con diversa durata di trattamento. Esaminando questi gruppi si è visto che, effettivamente, coll’aumentare della lunghezza di trattamento i risultati terapeutici ricevono un giudizio sempre più positivo.

In sostanza si può concludere che proprio nei casi cronici la terapia con Lymphomyosot, perché dia buoni risultati, non deve essere interrotta troppo presto.

Ripetizione della terapia Nell’ambito di questo studio sono stati documentati anche i casi di ripetizione del trattamento con Lymphomyosot. È interessante sapere se una rinnovata terapia con Lymphomyosot sortisce risultati migliori della prima terapia, vale a dire se dopo la conclusione di un primo ciclo il preparato possiede ancora una riserva di potenzialità terapeutica. Il grafico della fig. 16 conferma questa ipotesi Si nota, in particolare, che nel caso di ripetizione della terapia la percentuale di esiti negativi si riduce a meno di un terzo di quella registrata dopo il primo ciclo.

Possiamo dunque constatare che nella maggioranza dei casi è opportuno continuare una terapia che sembra non dare risultati o eventualmente ripeterla in un secondo tempo.

Impiego terapeutico di Lymphomyosot nei casi di linfoedema e di edemi in genere Dopo aver esaminato a fondo il metodo di questo studio e i diversi fattori condizionanti che possono essere significativi per la valutazione degli esiti terapeutici passiamo ad occuparci dettagliatamente delle singole indicazioni terapeutiche, con particolare riguardo ai risultati terapeutici. 9


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I pazienti

Innanzitutto esamineremo i casi di linfoedema, dato che costituiscono il gruppo più numeroso (684 casi) e rappresentano nella pratica un campo d’impiego molto importante per Lymphomyosot. Per linfoedema s’intende un edema pastoso; ricco di proteine, dovuto a malformazione congenita (p. es. aplasia dei vasi linfatici) o ad occlusione acquisita di vasi linfatici, con la conseguente stasi linfatica cronica (7). In queste patologie Lymphomyosot è utile per la sua azione canalizzante sul mesenchima (8). Nell’ambito di questo studio non sono stati trattati soltanto linfoedemi. Lymphomyosot è stato impiegato anche per trattare altri edemi (in 67 casi), soprattutto quelli derivanti da stasi cardiaca o venosa. In tutto sono stati trattati 751 casi di edema. Come già accennato, i pazienti affetti da edema si distinguono nel collettivo per una distribuzione del sesso e dell’età che diverge notevolmente da quella del totale. Mentre nel totale c’è una percentuale di bambini sotto i 10 anni che ammonta al 3 2 % , i pazienti affetti da edemi presentano un picco di età nel 6° decennio di vita, con una quota di bambini sotto i 10 anni inferiore all’1,5%. Inoltre prevale qui la presenza femminile (80,7%).

La distribuzione di questi pazienti per età e sesso è evidenziata nella fig. 12. L’età media è di 52 anni. In fig. 18 è evidenziata la differenza quantitativa tra i pazienti con edemi linfatici e quelli con altri edemi. Di particolare interesse, in questo contesto, è constatare se Lymphomyosot ha avuto la stessa efficacia in tutte le forme di edema o se la sua azione è più specificamente efficace negli edemi linfatici. I risultati

Come si può vedere dalla fig. 19, pur essendo la percentuale dei risultati ottimi e buoni abbastanza elevata (61,2%) nell’impiego di Lymphomyosot negli edemi di altro genere, i risultati migliori si hanno nei casi di linfoedema.

Nelle tabelle e nei grafici che seguiranno, i dati forniti dai medici sui tipi di linfoedema saranno classificati secondo vari criteri. Innanzitutto va detto che i dettagli riguardanti eziologia e localizzazione non rispondono a domande predisposte nel questionario, ma sono stati forniti dai medici spontaneamente. Questo spiega la percentuale relativamente elevata di dati non esattamente inquadrabili in relazione alla causa e alla localizzazione dei iinfoedemi trattati. Ciò che più è interessante riguardo all’impiego di Lymphomyosot, è sicuramente la classificazione dei pazienti secondo l’eziologia. In base ai dati forniti dai medici, i pazienti sono stati suddivisi in 5 gruppi: 1. Linfoedema post-traumatico. In questo gruppo sono stati inclusi tutti i pazienti per i quali era stata dichiarata la diagnosi “linfoedema posttraumatico” e diagnosi come: linfoedema in seguito a infortunio, contusione, distorsione, frattura ecc. 2. Linfoedema infiammatorio. In questo gruppo sono compresi pazienti con linfoedema come sequela di linfangite? erisipela, flemmone, herpes zoster e simili. 3. Linfoedema postoperatorio. Questo gruppo è in gran parte costituito da pazienti sottoposti ad asportazione di linfonodi a causa di neoplasie. 10


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4. Linfoedema conseguente a radio terapia. Si tratta di linfoedemi secondari, conseguenti a radioterapia di malattie maligne dei linfonodi o metastasi linfonodali. 5. Linfoedemi di origine sconosciuta. In quest’ultimo gruppo sono riuniti tutti i casi in cui i medici non avevano appurato la causa del linfoedema o semplicemente non l’avevano registrata nel questionario.

I 5 gruppi di pazienti sono riportati nella tab. 5 con, in più, l’indicazione dell’età media, durata media dei disturbi e percentuale di esito positivo. Per questa tabella, come anche per le altre che seguono, è stata adottata, per questioni di spazio, una descrizione semplificata: nelle percentuali dei risultati terapeutici sono stati riassunti tutti i casi con esiti almeno soddisfacenti. Quando è apparso utile i risultati terapeutici sono stati descritti anche mediante grafici, limitandoci però ai gruppi per i quali era disponibile un numero di casi abbastanza rappresentativo. Perciò dalle descrizioni che seguono sono stati esclusi per esempio i 9 casi di linfoedema da radioterapia. Un criterio che nella valutazione dell’esito terapeutico dovrebbe sempre essere preso in considerazione è la durata di trattamento. Perciò in fig. 20 sono messi a confronto i tempi di terapia dei 4 più importanti gruppi di linfoedemi. Si può vedere così che il trattamento più breve concerne il linfoedema post-traumatico, quello più lungo il linfoedema postoperatorio.

Confrontando i risultati terapeutici (fig. 21) con questi tempi di trattamento si giunge alla conclusione che nei

casi di linfoedema post-traumatico si sarebbero conseguiti risultati migliori protraendo la terapia. Un fatto sorprendente è che i risultati migliori si sono avuti proprio nei casi in cui non si conosceva una causa precisa del linfoedema. Questo fatto, insieme alla rilevanza numerica di questo gruppo di pazienti, prova che Lymphomyosot può essere il rimedio d’elezione proprio nei casi di linfoedema di genesi sconosciuta.

Oltre alla suddivisione secondo l’eziologia si può operare una suddivisione secondo la localizzazione degli edemi. Dalla tab. 6 si può vedere che in termini numerici prevalgono le localizzazioni acrali (“estremità superiori”, “estremità inferiori”). Negli altri casi in cui si hanno dati precisi si tratta in genere di edemi ciliari, facciali o nucali. In tab. 6 sono specificati - per i 4 gruppi di pazienti suddivisi per localizzazione del linfoedema - età media, durata media dei disturbi, percentuale dei risultati positivi.

I risultati ottenuti in questi gruppi sono evidenziati anche graficamente, in fig. 22. Il gruppo che fa riferimento a localizzazione varia è stato aggiunto a quello delle localizzazioni non precisate, dato il numero esiguo di casi. Per una valutazione esatta del ruolo delle terapie supplementari, farmacologiche e non, abbiamo riportato in una tabella i diversi gruppi di pazienti, corrispondenti alle misure associate, insieme al rispettivo numero di casi e alle percentuali degli esiti positivi (tab. 7). Il linfodrenaggio come terapia di accompagnamento ha di regola un ruolo importante nei casi di linfoedema. Perciò i casi in cui è stata impiegata questa terapia sono stati riportati come gruppo a sé. 11


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Dalla tabella si vede chiaramente che in tutti i gruppi, e sempre in oltre il 9 0 % dei casi, si hanno buoni risultati terapeutici, indipendentemente da eventuali terapie asso-

Possiamo dunque concludere che anche nei casi di linfoedema la terapia supplementare non ha un ruolo decisivo per il successo del trattamento. Lymphomyosot può dunque essere definito come provato presidio teraper il trattamento di linfoedemi di varia genesi e localizzazione, di sicura efficacia sia con che senza terapia supplementare. (continua)

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Dr. E. Zoubek, Monaco

Il significato delle malattie da civilizzazione in geriatria e il loro trattamento con bioterapici Heel Introduzione

onfrontando le nozioni gerontologiche della medicina antica con quelle della medicina moderna possiamo constatare che noi medici del 20° secolo sappiamo molto di più di quanto sapessero Ippocrate, Paracelso e Hufeland. Ma il sapere da solo non fa il buon medico, e nemmeno l’abilità tecnica. Sarebbe errato supporre che noi medici biologici vogliamo rinunciare ai moderni strumenti della diagnostica medica. Però la nostra opinione è: le apparecchiature possono dare un contributo alle decisioni, ma non devono essere decisive, specialmente quando forniscono reperti negativi. Ippocrate - il grande empirico - era dell’opinione che non si deve trattare soltanto la malattia, bensì l’uomo nella sua interezza. Il normale processo d’invecchiamento dell’uomo è un processo biologico, ma non è una malattia. Non esiste una teoria di validità generale dell’invecchiamento. Certo, da parte della medicina accademica sono avanzate diverse teorie, però tra loro discordanti. Per nominarne solo alcune abbiamo, per esempio: la teoria dei colloidi, la teoria del connettivo (un individuo è vecchio quanto lo è il suo tessuto connettivo), la teoria delle lipofuscine, la teoria delle mutazioni, la teoria della morte cerebrale, la teoria dell’autoimmunità, l’ipotesi

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della diminuzione del sangue, la teoria enzimatica, ecc. Tutte queste teorie presentano degli aspetti interessanti, ma nessuna di esse può avanzare la pretesa di priorità assoluta. Noi, naturalmente, vogliamo occuparci della terapia in geriatria dal punto di vista della medicina biologica e possiamo constatare che non ci ritroviamo certo con le mani vuote. A dispetto delle tante e contradditorie teorie dell’invecchiamento elaborate dalla medicina tradizionale, noi possiamo, semplicemente con una dieta biologica a base di cibi integrali, con bioterapici e altri metodi biologici, fare molto per il prolungamento della vita ed anche per il miglioramento della qualità di vita specialmente se combattiamo tempestivamente le malattie da civilizzazione, anzi, meglio, se cominciamo per tempo un’opera di prevenzione.

Malattie da civilizzazione

Le malattie da civilizzazione, in continuo aumento, insieme al cancro, sono diventate il problema principale della medicina moderna. Tra le malattie da civilizzazione annoveriamo la maggior parte delle malattie cardio-circolatorie, compresa l’arteriosclerosi, l’infarto miocardico e l’apoplessia; il diabete, la cui fre-

quenza si è decuplicata negli ultimi 80 anni; i calcoli biliari, riscontrabili nel l 0 % degli adulti, le varici. Le emorroidi sono riscontrabili nel 5 0 % della popolazione che ha superato il 50° anno d’età. Lo stesso vale per la diverticolosi, che oggi è una delle più frequenti tra le malattie intestinali. Poi c’è la colite - che oggi si manifesta già nelle persone giovani -, il fegato grasso e la cirrosi epatica. Quest’ultima è aumentata fortemente negli ultimi decenni. Inoltre: deterioramento dei denti e dello scheletro, cancro. Cause delle malattie da civilizzazione

Tra le cause principali delle malattie da civilizzazione si annoverano: 1. Alimentazione moderna. 2. Inquinamento ambientale. 3. Sedentarietà. 4. Carenza di ossigeno. 5. Indebolimento, anche totale, delle difese. 6. Atteggiamento mentale errato. 7. Stress psichico e sociale. Alimentazione moderna

Una delle cause più importanti è l’alimentazione moderna, che potrebbe essere anche definita semplicemente “alimentazione sbagliata”. Il problema, non è certo una carenza di calorie, bensì la carenza di principi nutritivi essenziali.

Tratto per gentile concessione da Biologische Medizin 5/89.

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L’alimentazione moderna è caratterizzata da: 1. Carenza di vitamine, soprattutto di vitamina Bi, macina, vitamine A e vitamina E. 2. Carenza di minerali ed elementi oligodinamici, in special modo magnesio, rame, manganese, selenio, germanio, palladio ed altri ancora. 3. Supernutrizione lipidica e proteica. A causa della supernutrizione proteica si ha un accumulo di protidi nelle membrane basali dei capillari. Ne consegue una ridotta permeabilità delle membrane dei capillari (sec. Wendt). 4. Mancanza di proteine fresche, naturali. 5. Carenza di fibre indigeribili, che comporta un indebolimento della peristalsi intestinale. Ne conseguono stipsi e difficoltà nello svuotamento dell’alvo. 6. Carenza di principi enzimatici a causa della scarsa alimentazione con cibi crudi. Gli enzimi vengono distrutti già con una temperatura di 50°C. 7. Eccessiva ingestione di carboidrati raffinati, come farinacei, zucchero e dolciumi. 8. Carenza di alimenti alcalini: Alimenti con abbondanza di valenze alcaline diminuiscono il fabbisogno di proteine necessarie per mantenere l’equilibrio azotato. Questa esperienza è stata confermata da Raynar Berg in base a numerosi esperimenti. L’alimentazione moderna presenta un eccesso di sostanze nutritive acidificanti. 9. Un’altra conseguenza dell’alimentazione moderna è la disbiosi intestinale, cui segue il dismicrobismo. Negli eventi tumorali si riscontra sempre uno squilibrio della flora batterica intestinale. Nel nostro intestino è indispensabile la presenza di determinati microrganismi come “disperdenti”, cioè capaci di “disperdere”, di elaborare in modo appropriato le sostanze nutritive. 10. Altri effetti deleteri dell’alimentazione moderna sono i disturbi del riassorbimento intestinale, 14

che iniziano già nell’età giovanile e che, tra l’altro, impediscono il pieno utilizzo del calcio o del ferro apportato per via orale. Noi siamo convinti che l’alimentazione è uno dei fattori più importanti nella lotta contro le malattie da civilizzazione. Perciò riteniamo indispensabile un cambiamento delle abitudini alimentari.

Modificazione della dieta

La modificazione della dieta comincia evitando la supernutrizione glicidica, lipidica e proteica. La supernutrizione glicidica consiste in un eccessivo apporto di carboidrati, sotto forma di farinacei, zucchero e dolciumi. I carboidrati in eccesso possono essere trasformati in grasso. Lo zucchero è una sostanza puramente calorica [“calorie vuote”] e nient’affatto necessaria. Per di più sottrae all’organismo vitamina che è già carente nei cibi moderni. I cereali integri sono il meglio tra i “carboidrati” che la natura ci offre. Oltre ai carboidrati contengono vitamine, preziose proteine naturali e le indispensabili fibre indigeribili. Fibre indigeribili

Le fibre indigeribili non solo favoriscono la peristalsi intestinale e lo svuotamento regolare dell’alvo, ma servono anche per nutrire e mantenere sana la flora batterica intestinale. Inoltre favoriscono l’eliminazione del colesterolo, contribuendo all’abbassamento del tasso di colesterolo nel sangue e anche nella bile. Con ciò si riduce anche il rischio della formazione di calcoli biliari (il 9O% dei calcoli biliari sono calcoli di colesterolo!). Secondo Thomas (Berlino) è necessaria giornalmente una pappa di cereali, in aggiunta al pane integrale, perché costituisce un prezioso alimento crudo. È necessario però ricordarsi che la pappa di cereali e la farina integrale non possono essere conservati - lo stesso vale per la crusca, che è pure un prodotto cerealicolo integrale -, a meno che non si aggiungano sostanze chimiche capaci di conservare la crusca e di impedire la formazione di

muffe che producono le aflatossine, le quali sono cancerogene. La pappa di cereali integrali deve essere dunque consumata il giorno stesso della preparazione. Anche la farina per la produzione del pane integrale deve essere fresca, macinata giornalmente. Alla crusca sono da preferire i germi di grano o le pappe di grano (muesli), perché la crusca contiene acido fitico, il quale può disturbare il riassorbimento del calcio e del ferro. Tra i carboidrati più importanti sono da annoverare, oltre ai cereali integrali, la verdura fresca, le insalate crude, che dovrebbero sempre far parte dei pasti giornalieri come la pappa di grano integrale e la frutta. Grassi

L’apporto alimentare di grasso dovrebbe essere ridotto. Più avanti vedremo quale ruolo svolge l’alimentazione iperlipidica nella genesi del cancro dell’intestino crasso. In termini di calorie, gli alimenti non dovrebbero fornire più del 3 0 % delle calorie sotto forma di grassi. Proteine

La terza sostanza nutritiva fondamentale è l’albumina, che accanto all’acido nucleico rappresenta la base della vita e perciò è un elemento essenziale degli alimenti. Tuttavia un eccesso di proteine nell’alimentazione è altrettanto nocivo quanto lo è la carenza di proteine. Oggi sappiamo che oltre all’adiposi d’origine glicidica e lipidica esiste anche un’adiposi da supernutrizione proteinica. Dalla ricerca moderna sulle proteine è emerso che le proteine in eccesso si depositano e si accumulano sulle membrane basali (non sulle membrane cellulari) dell’endotelio dei capillari. Nel corso degli anni si possono accumulare fino a 2 chili di proteine. 1 capillari possono ispessirsi di 8-10 volte e la permeabilità risulta molto ridotta. Per la ridotta permeabilità si riduce anche l’asportazione delle scorie metaboliche come acido urico, acido lattico e acido piruvico dai tessuti. Ne consegue una superacidificazione dei tessuti e quindi una patologia reumatica. D’altra parte diventa più difficile l’accesso delle molecole d’insulina alle membrane cellulari, per cui risul-


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ta disturbato il metabolismo glicidiCO . L’organismo cerca allora di compensare la carenza d’insulina a livello cellulare aumentando il tasso d’insulina nel sangue. Un elevato livello d’insulina nel sangue è quindi anche un indizio di ispessimento dei capillari sanguigni. Il fabbisogno proteico dovrebbe essere coperto con proteine vegetali fresche, crude e lattoalbumine, perché le temperature superiori a 50°C distruggono gli enzimi. Vitamine Le vitamine sono degli importanti biocatalizzatori presenti negli alimenti. Partecipano spesso, come biocoenzimi, ai processi enzimatici. Zöllner ha constatato che nella popolazione è diffusa una grave carenza di vitamine. Ai fini nutrizionali noi diamo la preferenza alle vitamine naturali; e i prodotti naturali ne contengono in abbondanza. Solo quando sono indicate dal punto di vista medico ci serviamo, temporaneamente, delle vitamine sintetiche. Negli anziani, ormai soggetti ad una involuzione delle funzioni vitali, il fabbisogno di vitamine è più elevato. La Società Tedesca della Nutrizione consiglia, contro l’arteriosclerosi, una combinazione di vitamina A, E e Naturalmente sono importanti anche altre vitamine, come la C, la la e la niacina. La vitamina A si trova soprattutto, in ortaggi e frutta, sotto forma di carotene, che è un precursore della vitamina A. È una delle vitamine più importanti in geriatria e nella lotta contro il cancro. La vitalità della pelle e soprattutto delle mucose, che negli anziani si disseccano, è sostenuta principalmente dalla vitamina A. Gli Hunza, una popolazione dell’Himalaya molto longeva e che fino a qualche tempo fa era ancora libera dalle malattie da civilizzazione, devono il loro ottimo aspetto e la loro vitalità soprattutto a questa vitamina. Carotene in abbondanza se ne trova in mango, papaya, carote, tarassaco, prezzemolo, verza e albicocche, anche secche, ma non solforate. La vitamina E è presente specialmente nei germi di grano, nell’olio di germi di mais e nell’olio di semi di girasole (e anche nell’olio vitaminico Grandels). La vitamina abbonda nel lievito.

Saute è riuscito a dimostrare che una combinazione di vitamina A, E e esercita una chiara azione terapeutica su tutte le forme di arteriosclerosi dei vasi del fondo oculare. La vitamina (piridossina) non influisce sui lipoidi dell’aorta, però fa ridurre, nell’aorta, la sostanza fondamentale connettivale, che è particolarmente attiva in questi processi. Inoltre la vit. in dosi elevate fa ridurre anche il collagene dell’aorta, mentre le vitamine A ed E hanno un effetto antiateromatoso soprattutto sui lipoidi della parete dell’aorta.

Sclerosi dei vasi del fondo oculare Nei casi di sclerosi dei vasi del fondo oculare impieghiamo in genere i seguenti bioterapici: Coenzyme compositum, Selenium compositum (Cerebrum compositum), Aurum jodaturn-Injeel, Kalmia-Injeel, s.c. o i.m., 1-2 volta la settimana. Come terapia locale iniettiamo s.c. nei punti di agopuntura, 2 volte la settimana: Solanum compositum (Placenta compositum) + Retina suis-Injeel, alternando con Nervus opticus suis-Injeel. Al termine di questo ciclo prescriviamo: Solanum compositum (Placenta compositum) con Revitorgan Dil. Nr. 52/I-III. Terapia orale: Arsuraneel (1 compressa 3 volte al giorno), Galium-Heel (gtt), Staphisagria-Heel, cpr. (Oculo-Heel), Conium Cosmoplex S (Cosmochema, gtt) (10 gocce/1 compressa 3 volte al giorno). Nei casi di glaucoma e altre oftalmopatie degenerative è utile VeratrumHomaccord (gtt), alternato a SiliceaHeel, cpr. (Cruroheel) 10 gocce/1 compressa 3 volte al giorno. Anche la vitamina C è importante in geriatria, specialmente per curare e prevenire le malattie da raffreddamento, anche di origine virale. La vitamina C attiva l’interferone. Nei casi di cataratta grigia sono necessarie dosi elevate di vitamina A e C. Inoltre, come terapia orale, prescriviamo Staphisagria-Heel (Oculoheel) 1 compressa 3 volte al giorno. Per la terapia iniettiva, 2 volte la settimana: Solanum compositum (Placenta compositurn), Coenzyme compositurn, Selenium compositum

(Cerebrum compositum) e Calcium fluoratum-Injeel. Localmente, s.c. nei punti di agopuntura, 1 volta la settimana: Lens suis-Injeel, Solanum compositum (Placenta compositum) e Lymphomyosot. Vitamina C, vitamina E, SeleniumInjeel e Nux vomica-Homaccord proteggono dalle sostanze chimiche pericolose, come p. es. le istamine, e aiutano a neutralizzarle. L’istamina fa anche aumentare la fragilità dei capillari, specialmente in caso di avitaminosi C. Un tasso elevato di istamina accresce anche il rischio di aborto, asma bronchiale, eczemi, ulcera duodenale e infarto del miocardio. La vitamina C è presente in dosi elevate nell’acerola e nel kiwi. Al muesli di cereali è consigliabile aggiungere questi apportatori di vitamine. Minerali Altre sostanze molto utili sono i minerali, gli elementi oligodinamici; i flavoni e le sostanze aromatiche. Particolare rilievo meritano il magnesio, il selenio e il germanio, elementi importanti non solo in geriatria, ma anche nella terapia del cancro. Secondo Selye l’infarto miocardico si verifica solo in caso di carenza di magnesio e potassio nel sangue. Perciò Scheller ha proposto, per i pazienti a rischio d’infarto, un’apporto continuato di magnesio. Questo elemento è particolarmente indicato anche nei casi di aritmia cardiaca, alcolismo, assunzione di diuretici e abuso di lassativi. La carenza di potassio, invece, può essere compensata facilmente con verdura e frutta in abbondanza. Il magnesio è presente anche nei preparati Heel come: Molybdän compositum (che, tra l’altro, è risultato utile anche nel trattamento delle allergie), Coenzyme compositurn, Ubichinon compositum, Magnesium-Manganphosphoricum-Injeel e altri Injeel dei sali di magnesio. Il selenio stimola la risposta immunitaria e protegge l’organismo dalle sostanze chimiche aggressive. Questa funzione disintossicante può essere fortemente potenziata con una combinazione di vitamina A, E e C, glutatione e Selenium-Injeel. Il selenio, sotto forma di Selenium-Injeel e Selenium-Injeel forte non va dimenticato nemmeno nella terapia del can15


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cro e tantomeno in geriatria, ove potrà essere impiegato, nei casi di disturbi dell’irrorazione sanguigna del cervello, come anche per rafforzare il sistema cardiocircolatorio, in combinazione con Solanum compositum (Placenta compositum) e Selenium compositum (Cerebrum compositurn). Selenium è disponibile anche come Selenium-Homaccord (gocce, fiale). Un altro elemento oligodinamico importante è il germanio. Questo elemento migliora l’utilizzazione dell’ossigeno nell’organismo. Asai è riuscito, in decenni di ricerca, a dimostrare l’efficacia del germanio non solo contro alcune forme di cancro, ma anche nel campo geriatrico, contro diabete, asma, ipertensione, degenerazione della macula, encefalotrofia, sclerosi cerebrale, cirrosi epatica e nefrosi. Abbiamo già accennato che accanto all’alimentazione moderna ci sono altri fattori che partecipano alla genesi delle malattie da civilizzazione. Tra questi fattori vi sono per esempio gli inquinanti ambientali.

Il problema delle sostanze nocive

Le sostanze nocive sono oggi presenti nel nostro ambiente: nell’aria, nell’acqua, nel suolo e quindi anche nei prodotti alimentari. Si tratta soprattutto di metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio, arsenico, pesticidi, insetticidi, erbicidi, funghicidi, ammoniaca, i pericolosi idrocarburi clorati, nitrati e nitriti, aflatossine ecc. Oggi siamo al punto che è impossibile eliminare completamente queste sostanze dai prodotti alimentari. D’altra parte sappiamo che il grado d’inquinamento dei diversi prodotti alimentari è molto vario. È dunque importante conoscere esattamente quali sono i cibi particolarmente inquinati, per poterli eliminare dal menu. Sull’argomento vorrei segnalare il libro “Chemie in Lebensmittekn” (La chimica nei nostri cibi), pubblicato dal Gruppo Ambientalista Katalyse di Colonia. Ora, purtroppo, il fatto è che gli stessi gruppi di persone che in passato hanno banalizzato il problema dell’alimentazione moderna - cosa che oggi non azzardano 16

più - minimizzano ora il pericolo delle sostanze nocive negli alimenti, dandoci ad intendere che.... ammontano soltanto a un 0,l%. I prodotti alimentari più carichi di veleni sono le frattaglie come fegato e reni, le anguille e le ostriche; sono pericolosi i cosiddetti frutti di mare del Mediterraneo, la carne grassa arrostita sul grill al carbone, le conserve di pesce, che in parte contengono nitrati aggiunti. Da evitare sono anche l’insalata verde a foglie larghe e i germogli di bambù. La frutta secca (noci, noci del Parà) e derivati (mandorle macinate, burro di arachidi) contiene molte aflatossine (in Austria sono già state proibite le noci del Parà). Si consiglia di limitare l’uso di arachidi sgusciate. I derivati del cacao contengono molto cadmio e perciò è consigliabile astenersene completamente. Andrebbe limitato il consumo di sostanze aromatiche (a causa degli idrocarburi clorati). I vini dolci hanno un più elevato contenuto di rispetto a quelli secchi. Non si dovrebbe consumare mai nessun genere di tè pronto dolcificato. Gli spinaci non devono mai essere riscaldati. Ai bambini non deve essere somministrato olio di fegato. 1 cibi dei bambini non devono essere conditi con sale o zuccherati. Dei prodotti contenenti acido lattico devono essere usati solo quelli con acido L( +) lattico, specie per i bambini. 1 prodotti che presentano un inizio di muffa devono essere buttati via. L’acqua di bollitura dovrebbe essere buttata, anche quella delle verdure. Il latte condensato non deve restare nella lattina aperta. Pesci che contengono molto mercurio sono: luccio, merluzzo, pesce spada, tonno, pesci d’acqua dolce (delle acque tedesche). Una neutralizzazione di queste continue intossicazioni non è più possibile, oggi, con la sola dieta biologica integrale. Sono necessarie altre misure per combattere le malattie da civilizzazione.

Arteriosclerosi

È la malattia da civilizzazione che è alla base delle più frequenti cause di morte e per la quale l’alimentazione è

uno degli strumenti terapeutici più importanti. Gli organi più minacciati dall’arteriosclerosi sono: cuore, reni e cervello. Le più frequenti cause di morte: infarto miocardico, insufficienza cardiaca, ictus cerebrale, ipertensione o uremia, disturbi dell’irrorazione periferica. Vecchiaia significa facile stancabilità. Ci si affatica più rapidamente quando le cellule ricevono poco ossigeno oppure quando i muscoli si atrofizzano . Lo stato di ipossia s’instaura per cause diverse. Per esempio quando il tono delle arterie non è più sufficiente a causa della riduzione o distruzione degli elementi elastici nelle pareti delle arterie. Ne conseguono allora dei disturbi dell’irrorazione sanguigna. Un’altra causa può essere un aumento della densità del sangue, con peggioramento delle caratteristiche di flusso e aumento della coagulazione spontanea. L’arteriosclerosi non si manifesta con un andamento regolare, ma inizia con dei “focolai” isolati che poi, estendendosi, si riuniscono a formare delle placche le quali diventano sempre più grosse. Un ruolo importante hanno, in questo processo, certi fattori di rischio, p. es. l’ipertensione, il diabete mellito, il fumo di sigarette, tassi elevati e alterazioni dei grassi nel sangue, depositi di proteine sulle membrane basali dei capillari. Quanti più fattori di rischio si associano, tanto più grande diventa il pericolo. Fattori secondari sono: adiposità, gotta, iper-trigliceridemia, sedentarietà, fattori di stress. Nei processi di arteriosclerosi va fatta distinzione tra gli effetti sui grandi vasi (come le arterie e l’aorta) e quelli sui capillari. Oggi sappiamo che le lipoproteine pesanti proteggono i vasi sanguigni. 1 soggetti con tassi elevati di HDL vanno raramente soggetti ad arteriosclerosi. La concentrrazione di HDL può essere elevata mediante l’attività muscolare (ma anche con l’alcol in piccole quantità) . Solo quando è legato alle lipoproteine leggere, il colesterolo può penetrare nelle pareti dei grandi vasi e dell’aorta e provocare le alterazioni sclerotiche. Un tasso elevato di lipoprotidi pesanti può invece frenare l’occlusione precoce dei grandi vasi. Nelle famiglie molto longeve prevale noto-


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riamente un tasso elevato di lipoproteine pesanti. Nei capillari ha invece un ruolo più importante l’accumulo di protidi sulle membrane basali degli endoteli, come abbiamo già accennato. Questo accumulo di protidi provoca l’ispessimento e la perdita di permeabilità dei capillari. Ripristinando almeno parzialmente il circolo capillare si ripristina anche l’irrorazione dei tessuti. Per la diagnosi della capillaropatia può essere utile, come già accennato, la determinazione del tasso insulinico nel sangue. Inoltre è importante l’indice ematocrito, che indica il grado di viscosità del sangue. Un elevato tasso ematico dell’insulina è indizio di un ispessimento dei capillari. Il soggetto corre un rischio 2-3 volte maggiore rispetto a quelli di un soggetto sano, di soccombere a un infarto miocardico o ad un colpo apoplettico. Per il trofismo dei tessuti è d’importanza decisiva lo stato del circolo periferico capillare. L’esame della base oculare permette di rilevare chiaramente le alterazioni dei capillari. Quest’analisi permette di trarre delle conclusioni sull’andamento dell’arteriosclerosi e di valutare lo stato di tutti i vasi. Quando l’indice ematocrito è molto elevato, il paziente corre il rischio di una trombosi. Quanto più alto è l’indice ematocrito tanto più ridotta è l’irrorazione cerebrale. Quando questi due valori (insulinemia e indice ematocrito) sono elevati è necessario agire in fretta. Noi operiamo spesso dei piccoli salassi, prescriviamo cure di digiuno o giorni di digiuno con solo frutta, e come terapia parenterale iniettiamo i.m. 2-3 volte la settimana Carbo compositum-Heel, Coenzyme compositum-Heel, Magnesium carbonicum-Injeel, Jodum-Injeel, Solidagocompositum, Selenium-Injeel, Ferrum metallicum-Injeel. Questa terapia influisce anche sulle turbe del metabolismo, che precedono molte malattie da civilizzazione (anche il cancro), e, in particolare sulla presclerosi e sui valori ematocriti elevati. Durante questa cura i pazienti devono bere molto (p. es. Biosan Rheumatee, 2 tazze 3 volte al giorno, per favorire l’escrezione attraverso i reni). In tal modo si impedisce che il sangue diventi sempre più denso a causa dell’accresciuta diuresi. Anche

la frutta (giorni di digiuno con mele) in grande quantità fa diluire il sangue e apporta potassio. Un abbassamento rapido dell’indice ematocrito a causa dei salassi è del tutto privo di rischi (a condizione che non sia presente una ipovolemia). Terapia orale: Conium Cosmoflex (Cosmochema 10 gocce 3 volte al giorno). In caso di vertigini: Cocculus-Heel (Vertigoheel), 3 compresse 3 volte al giorno od anche più spesso, GaliumHeel, 10 gocce 3 volte al giorno. In caso di lieve angina pectoris: Cactus compositum-Heel oppure Spigelia-Heel (Cardiacum-Heel); Barijodeel, 1 compressa 3 volte al giorno, specie nei casi di demenza senile. Cralonin Heel è un rimedio eccellente per il cuore senile. Nelle situazioni di stress e di stenocardia può essere somministrato ogni 5-10 minuti, fino al pieno effetto, così pure quando vi è minaccia d’infarto miocardico.

Insufficienza cardiaca

Nei casi di iniziale insufficienza cardiaca mettiamo in atto, 1-2 volte l’anno, una cura a base di Strofantina, con la seguente combinazione da iniettare e.v. giornalmente, per 10-14 giorni: Crataegutt-Strophantin 1/10 mg (Schwabe) associato a ArnicaInjeel, Cactus-Homaccord (AngioInjeel), Aurum jodatum-Injeel, Kalium carbonicum-Injeel forte, Ignatia-Homaccord (in caso di dispnea), Berberis-Homaccord, inoltre Magnesium sulfuricum-Injeel forte, Lecithin-Injeel forte, Chelidonium-Homaccord (in caso di aritmia). Nei casi di grave insufficienza cardiaca conclamata devono essere prescritti glicosidi cardiotropi.

va locale, denominata “linfodrenaggio cardiaco”: Cor suis-Injeel, Lymphomyosot, Cactus compositum-Heel. Questo cocktail va somministrato 1-2 volte la settimana s.c. nei seguenti punti di agopuntura: VU 15 nei casi di cardiodinie con angoscia VU3, Cu 7 sedativo, Jen Mo 14, 17 anche nei casi di tachicardia; e anche negli spazi intercostali parasternali. La vera angina pectoris non si lascia curare con l’agopuntura. Anzi, stimoli deboli con gli aghi possono scatenare un attacco. In tali casi iniettiamo i preparati su elencati per via intramuscolare. Inoltre aggiungiamo: Pyrogenium-Injeel: quando il paziente ha la sensazione come se il cuore fosse troppo grosso. Latrodectus mactaus-Injeel: quando i dolori s’irradiano dal cuore al cavo ascellare e lungo il braccio fin alle dita. Carbo vegetabilis-Injeel: angoscia precordiale con sudore freddo e grande debolezza. Aconitum-Injeel: angoscia mortale e senso di annichilimento. Rhus tox.-Injeel: angoscia mortale con agitazione. Arnica-Injeel: bruciore dietro lo sterno. Acidum phosphoricum-Injeel forte: dolore compressivo sopra lo sterno, inspirando aria fredda. Per gli attacchi anginosi gravi è risultata efficace l’iniezione mista e.v. o i.m. di Cralonin (Heel), Arsenicum album-Injeel, Magnesium sulfuricum-Injeel forte, Tabacum-Injeel, Magnesium sulfuricum-Injeel forte. Dopo la scomparsa dei disturbi acuti prescriviamo ogni 4 settimane un trattamento con empiastri di cantaride.

Aritmie cardiache Angina pectoris

Contro l’angina pectoris funzionale si è rivelato molto efficace, oltre a Cralonin, 10 gocce ogni 5-10 minuti, Spigelia-Heel (Cardiacum-Heel), 1 compressa da sciogliere in bocca ogni 15 minuti, inoltre una terapia inietti-

Nelle aritmie cardiache ordiniamo, come terapia orale: Cactus compositum, Glonoin-Homaccord, Cralonin e ChelidoniumHomaccord (per neutralizzare rapidamente l’acido biliare), 10 gocce rispettiv., alternando ogni ora. Nei casi di tachicardia iniettiamo: 17


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Engystol N + Cactus-Homaccord (Angio-Injeel) + Digitalis-Injeel forte 1-2 fiale (e.v. o nei punti di agopuntura Re 17, Cu 7, Vu 15 solo a sx - effetto sulla psiche). Quando si manifesta il cardiopalmo in posizione sdraiata è molto efficace 1 compressa di Digitalis D2 oppure Belladonna-Homaccord (specie in caso di viso arrossato), 10 gocce ogni 15 minuti.

in aggiunta, nei casi di manifestazioni di deficienze neurologiche: Plumbum-Injeel (paralisi del nervo radiale), Strychninum phosphoricum-Injeel, Oleander-Injeel (paralisi delle gambe), Manganum phosphoricum-Injeel, inoltre Ubichinon compositurn, Medulla oblongata suis-Injeel e Medulla spinalis suis-Injeel, 1 volta la settimana, alternati.

Lycopodium compositum (Hepar compositum-Heel) (per migliorare la funzione epatica), Solidago compositum-Heel (per migliorare la funzione renale); 1 volta la settimana s.c. nel punto di agopuntura Vu 23: Ren suis-Injeel + Sulfur-Injeel + Berberis-Homaccord.

Disturbi dell’irrorazione periferica Colpo apoplettico Ipertensione

Quando v’è minaccia di colpo apoplettico iniettiamo subito e.v. un cocktail di: Carbo compositum-Heel+ ArnicaInjeel + Papaver-Injeel+ Cralonin + Magnesium sulfuricum-Injeel forte, anche dopo l’ictus, quando non c’è sospetto di emorragia profusa e il paziente è suscettibile di reazione. Questa iniezione dovrebbe essere ripetuta dopo alcune ore e il giorno successivo. Noi applichiamo questa terapia nei casi di soggetti ipertesi con tendenza all’apoplessia e nei casi d’infarto del miocardio. In questi casi la alterniamo a Strophantus compositurn-Heel (che contiene anche Veratrum) e, come terapia orale prescriviamo: Cralonin e Melilotus-Homaccord ogni l0-15 minuti, nonché Valeriana-Heel (3 volte 15 gocce). Nei casi di infarto del miocardio è risultato molto efficace Cralonin e.v.. Come terapia successiva ad un attacco apoplettico prescriviamo l’iniezione i.m., 2-3 volte la settimana, di Selenium compositum (Cerebrum compositum-Heel), Solanum compositum (Placenta compositum-Heel), Strophantin compositum (Cor compositum-Heel),

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Nella terapia dell’arteriosclerosi ha un ruolo importante, accanto alla modificazione della dieta, il trattamento dell’ipertensione, perché solo se la pressione sanguigna viene normalizzata si possono evitare o eliminare i danni al sistema vasale derivanti dall’alta pressione. Innanzitutto è importante una dieta povera di sale, con frequenti giorni di digiuno a solo frutta. Per quanto riguarda la dieta povera di proteine, ricordiamo che il formaggio, anche quello fresco magro, è molto ricco di proteine. Il sale dovrebbe essere consumato solo in quantità di 3-4 grammi al giorno. Grandi quantità di sale si trovano nel pane e nelle salsicce, che sono anche molto grasse e quindi da evitare. Da evitare sono anche le bevande contenenti caffeina, il tè nero e l’alcol. Nei casi lievi prescriviamo, come terapia orale, Melilotus-Homaccord, 10 gocce 3-5 volte al giorno, alternando con Cralonin. Nel contempo somministriamo, come terapia iniettiva, 2-3 volte la settimana e.m.: Rauwolfia compositum-Heel,

Questi disturbi sono oggi tanto frequenti quanto le cardiopatie coronariche. In Germania vengono amputate, ogni anno, ben 40.000 arti inferiori. Per i soggetti anziani questo intervento non è privo di rischi. Oggi, però, si ammalano sempre più anche le persone giovani, soprattutto maschi. Tra i fattori di rischio troviamo al l° posto il fumo di sigaretta, poi il diabete mellito, l’ipertensione e le turbe del metabolismo lipidico. Perciò è necessario, in primo luogo, smettere di fumare. Una modificazione della dieta è altrettanto importante quanto l’eliminazione del sovrappeso e dei disturbi del metabolismo lipidico. Nei casi di diabete o ipertensione è importante attenersi ad un comportamento appropriato. Come terapia orale ordiniamo: Aesculus compositum-Heel, 10 gocce 6 volte al giorno, e Conium Cosmoplex (Cosmochema), 10 gocce 3 volte al giorno. Nel contempo facciamo, 1-2 volte la settimana, iniezioni s.c. di Solanum compositum (Placenta compositumHeel) e Arteria suis-Injeel nei pressi dell’arteria femorale della gamba ammalata e nei punti di agopuntura MI/ P 4, Fe 2, Vu 54, 56, 57, 58.


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Dr. H.H. Reckeweg

AMP ciclico nella terapia delle neoplasie

P

er la terapia delle neoplasie sono disponibili numerose metodiche. Considerato che la genesi del cancro è multifattoriale, queste metodiche hanno più o meno tutte, senza eccezioni, la loro giustificazione. Il loro impiego tempestivo e ben dosato fa conseguire sempre più spesso delle guarigioni durature, per 5 o più anni. K. H. Kärcher ritiene perciò che il cancro riguardi tutte le discipline (“Terapia del cancro come problema interdisciplinare” - 1975, 930 pagg., 306 figg.). Indubbiamente, nei diversi stadi dei tumori è indicato l’impiego di misure chirurgiche, radiologiche, talvolta anche chemioterapiche. Le ricerche degli ultimi anni hanno evidenziato l’importanza delle metodiche immunologiche e anche biologiche, che hanno anch’esse una loro giustificazione. Però ogni forma di terapia, anche quando non sia del tutto inefficace, può in molti casi non dare il risultato sperato se applicata da sola. Già oggi appare evidente che la futura terapia del cancro dovrà essere una combinazione di diverse metodiche. I criteri per la scelta delle misure terapeutiche dipendono dalle diverse cause della cancerogenesi. Già da alcuni decenni si sa che alla base della formazione tumorale v’è una turba respiratoria della cellula cancerosa ( Warburg). Uno dei nostri primi compiti è dunque la rigenerazione della respirazione cellulare e la stimolazione di eventuali meccanismi sostitutivi. Secondo il prof. Koch la formazione tumorale corrisponde ad un processo di polimerizzazione che progredisce automaticamente e che

quindi deve essere interrotto. A tal fine devono essere impiegati chinoni e gruppi carbonilici liberi. L’attivazione del sistema immunitario generale, fisiologico, può essere attuata mediante stimolazione antitossico-specifica dei meccanismi di disintossicazione, mediante riattivazione del connettivo, ecc. Si riconosce sempre più chiaramente che nei processi neoplastici è forse implicato anche un disturbo della regolazione nervosa centrale, che può contribuire a sostenere la tendenza alla proliferazione. Senza dubbio sono molto importanti anche le lesioni del materiale genetico (mutazioni). Perciò si dovrebbe prestar attenzione anche ad una “carcinostasi biologica” e non limitarsi, come finora, soltanto ad attuare una terapia con citostatici, che, come è noto, in molti casi sono più dannosi che utili (Brunner). Anche la progressiva cachessia che accompagna il progredire del tumore richiede un’adeguata terapia anticachettica. Oltre ad una eliminazione di turbe della regolazione nervosa deve essere attuato anche un radicale risanamento dei foci. Tutti i denti con radici devitalizzate devono essere estratti. È noto che nei foci gangrenosi delle radici dentarie sono presenti corpi tossici come bioammine e in particolare tioeteri (Gäbelein), responsabili di intossicazioni metastatiche. Quando una neoplasia si è formata sopra una infiammazione - eventualmente svoltasi decenni prima e interrotta da misure terapeutiche soppressive - in seguito a stimoloterapia, l’organismo tenta di eliminare i tessuti degenerati mediante uno stato febbrile e di guarire attraverso una in-

fiammazione. Già 20 anni fa sono stati descritti più di 450 casi del genere (Schneider: Chemioterapia del cancro. Thieme- Verlag). Dato che l’infiammazione rappresenta una energica reazione biologica disintossicante, per ragioni di profilassi le infiammazioni di ogni genere non dovrebbero essere più trattate con chemioterapici. Esse devono essere piuttosto guidate mediante stimoloterapia mirando alla detossicazione ed escrezione delle tossine, per evitare sequele tardive compresa la formazione di tumori. I metodi di stimoloterapia, pur sperimentati spesso e con risultati sorprendenti, non si sono diffusi molto finora perché sono mancate le basi scientifiche. Ma queste ci sono fornite oggi dall’ornotossicologia. Gericke, Boxer ed altri hanno cercato di provocare reazioni acute mediante inoculazione di clostridium butyricum, per ottenere la disgregazione del tumore. In alcuni casi hanno anche avuto successo, però i pazienti andavano incontro a grossi rischi a causa dell’enorme liberazione di tossine. Particolari possibilità di terapia scaturiscono anche dalla scoperta dei caloni istospecifici, che hanno un effetto inibitorio sulla mitosi (terapia con cellule vitali). In questo caso deve essere dunque impiegato il tessuto od organo omologo di quello ammalato. Però bisogna anche impiegare i preparati degli organi del sistema della “grande difesa”: fegato, timo, milza e midollo osseo nonché le parti del talamo ottico (Pallido striato) che nei casi di carcinoma sono quasi regolarmente danneggiate; inoltre anche Corpus pineale suis Injeel (epifisi). L’epifisi presenta un certo antagonismo con l’ipofisi. Questa, con l’ormone somatotropo, favorisce le tendenze all’accrescimento. Con la terapia biologica è anche possibile compensare certi danni che con la terapia distruttiva convenzionale sono inevitabili (radioterapia, citostatici), a volte anche con gli interventi chirurgici. Dopo radioterapia o inclusioni di isotopi, per esempio, insorgono quasi regolarmente cistiti (concomitanti) con vescica irritabile e colite da irradiazione.

Tratto per gentile concessione da “Krebs probleme”, 1975, Aurelia Verlag.

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Finora abbiamo delineato i punti essenziali. Adesso vorrei trattare alcuni nuovi risultati di ricerca che evidenziano l’importanza del connettivo sia nella cancerogenesi che nella terapia delle neoplasie - poiché ogni cellula è più o meno completamente circondata da tessuto connettivo. Per cominciare prendiamo in considerazione le reazioni immunitarie. La reazione antigene-anticorpo (AAR) si svolge al margine della cellula, nel connettivo. Le cellule immunocompetenti, derivante dal tessuto connettivo, anche i linfociti e i macrofagi, sono elementi essenziali dell’immunità cellulare - e anche di quella umorale. Si distinguono linfociti B (bursadipendenti), che producono anticorpi (con la partecipazione dei plasmociti) e linfociti T (timodipendenti) che riconoscono le cellule tumorali, le aggrediscono e le fagocitano. Va menzionato ancora un fattore intermedio che è risultato di una certa importanza nel processo tumorale e quindi anche per la terapia del cancro. Si tratta di un “second messenger” - uno di quei mediatori che inoltrano nella cellula le informazioni portate all’organo bersaglio o cellula effettrice dai first messengers (ormoni) - e precisamente dell’acido adenosin-3’, 5’-monofosforico ciclico (cAMP), caratterizzato da un legame ciclico tra acido fosforico e ossiribosio. Un fatto importante da sottolineare è che il sistema di ricettori ormonali è situato nella membrana cellulare ed è quindi in diretto contatto col connettivo. Le informazioni ormonali devono dunque passare per il connettivo prima di essere inoltrate nella cellula. Il presupposto per la funzione dei ricettori nella membrana cellulare è perciò un tessuto connettivo funzionale, non certo un substrato mesenchimale danneggiato (blocco della reazione). Anche G. M. Edelman (Premio Nobel-New York) attribuisce alla membrana cellulare un ruolo importante nello sviluppo dei tumori. Infatti le cellule tumorali presentano reazioni immunitarie diverse da quelle delle cellule normali. Inoltre le cellule tumorali formano aggregati molto labili, si distaccano facilmente e possono anche facilmente dar luogo a metastasi. Sembra che nelle cellule tumorali sia disturbata anche la trasmissione 22

di segnali da parte della membrana cellulare, per cui i segnali molecolari non possono essere trasmessi dalla membrana alla sede centrale e viceversa, neanche le informazioni che regolano la divisione cellulare. Secondo Edelman le molecole della membrana cellulare si spostano all’interno degli strati lipidici e vanno a concentrarsi in una “cappa polare”. Principi attivi vegetali (cosiddette lectine), per esempio, vanno a fissarsi chimicamente ai carboidrati dei recettori inducendo una reticolazione. Probabilmente il primo reticolo fa formare un secondo reticolo generale al quale si àncorano i ricettori della membrana. Questo reticolo, denominato SMA (surface modulating assembly), corrisponde a quelle strutture che si trovano sotto la membrana cellulare (microfilamenti e microtubuli), attraverso le quali awiene il trasporto molecolare verso l’interno della cellula. Il sistema di microtubuli rappresenta forse il meccanismo di guida attraverso il quale può diventare attivo anche 1’AMP ciclico. Da questo contesto risulta evidente che il problema del cancro è complicato dai meccanismi della membrana cellulare ed anche da quelli del connettivo che circonda la cellula. D’altra parte questo significa che è possibile influire indirettamente sul tumore mediante una riattivazione del connettivo - una metodica corrente nella terapia antiomotossica e nella terapia biologica in generale. Sutherland, che nel 1971 ebbe il premio Nobel per la scoperta del1’AMP ciclico, spiega che l’adenilciclasi localizzato nella membrana cellulare costituisce il sistema di recettori che catalizza la trasformazione del1’ATP in cAMP. L’AMP ciclico va ad attivare una proteochinasi la quale ha il compito di trasmettere il fosfato ad altri sistemi poco specifici. Infatti sia nell’uomo che negli animali si è sviluppata una unica proteochinasi cAMP - dipendente. La risposta cellulare fisiologica agli stimoli ormonali dipende da questo trasporto di fosfati su altri substrati, mentre altri effetti, come per esempio la permeabilità, sono funzioni dirette dell’AMP ciclico. cAMP e cGMP sono tra loro antagonisti e influiscono su diverse funzioni cellulari: glicogenolisi e gliconeogenesi, lipolisi e sintesi di steroidi,

metabolismo nucleico e trascrizione di geni. Anche numerose malattie endocrine e metaboliche sono connesse ad un disturbo dell’AMP ciclico (p. es. iper- e ipotiroidismo). Ne deriva che il test del cAMP eliminato con le urine (queste presentano, tra tutti i liquidi organici, i valori più alti) può costituire un valido fattore diagnostico. Avendo constatato che il tasso di renina nel plasma oscilla parallelamente a quello del cAMP si è ipotizzato che la produzione di renina sia guidata dal sistema adenilciclasi (cAMP) e che quindi anche l’ipertensione potrebbe dipendere da un disturbo di questo sistema. Numerosi fasi cellulari potrebbero essere dovute ad una turba del sistema cAMP, per es. alcune trombopatie ed anche gli stati asmatici - infatti nei leucociti degli asmatici si possono riscontrare bassi livelli di cAMP, od anche una ridotta reattività dell’adenilciclasi alle catecolamine. L’AMP ciclico interviene anche nei fenomeni immunologici e nella trasformazione dei linfociti, che è indotta da mitogeni. Le cellule leucemiche, per esempio, presentano un basso contenuto di cAMP. Particolarmente importante è l’influenza del cAMP sulla differenziazione cellulare e sull’inibizione da contatto della crescita cellulare. Si è potuto dimostrare sperimentalmente che 1’AMP ciclico può arrestare una crescita incontrollata ripristinando almeno temporaneamente - l’inibizione da contatto anche nelle cellule degenerate. Con ciò si delineano delle prospettive di stimoloterapia enzimatica, mediante diluizioni alte di questa molecola. Queste diluizioni possono apportare un notevole miglioramento della terapia biologica specialmente nel trattamento delle neoplasie. Nel contempo può essere giustificata anche una sperimentazione di terapia contro altre malattie, come lesioni del miocardio, trombopatie ed anche contro la psoriasi. Infatti anche nei casi di psoriasi è stata riscontrata una ridotta attività dell’adenilciclasi. cAMP è disponibile nelle singole diluizioni D6, D8, Dl2, D20 e D30, in fiale da 1,l ml. É risultato particolarmente efficace in combinazione con altri preparati in fiale, come Pulsatilla Compositum e Viscum album-Injeel. La sua azione è probabilmente dovuta ad una stimolazione del sistema


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adenil-ciclasi mediante il prodotto finale in diluizione elevata, analogamente al fenomeno constatato da Wallenfels e Weil nel loro esperimento col sistema Lac; con poche molecole del prodotto finale questa reazione enzimatica subisce una notevole accelerazione.

Conclusione

Già da anni la terapia abituale delle neoplasie non si basa più soltanto su interventi chirurgici e radioterapie. Sempre più si affermano, se non altro come metodiche integrative (pre- e

postchirurgiche) le terapie biologiche e immunologiche. Nuove possibilità si dischiudono con i più recenti risultati delle ricerche biologiche, specie per quanto concerne le membrane cellulari (e il connettivo circostante) e i loro enzimi. Dalle nuove nozioni risulta anche che il problema del cancro non è soltanto una questione cellulare, ma è anche in rapporto con l’intossicazione del connettivo. Con ciò si stabiliscono dei rapporti con l’omotossicologia, sia per quanto riguarda la genesi che la terapia. Infatti i fattori intermedi scoperti ultimamente forniscono non soltanto indizi sulla patogenesi, o fisio-patogenesi, ma rendono possibile anche una stimoloterapia, la

quale può essere in grado di regolare certe deficienze attraverso l’induzione enzimatica, utilizzando il principio del simile e la legge dell’effetto inverso. Noi constatiamo con gioia che i contrasti tra medicina accademica e medicina biologica vanno sempre più attenuandosi - tanto più quanto meno le motivazioni (anche nel settore terapeutico) sono dettate da interessi economici. Quando alla scienza si accompagnano la ragione e la coscienza etica ne può nascere, per l’umanità, una sintesi d’impensata utilità. Al cospetto di una catastrofe che si va già delineando si rende necessaria una rapida conversione, un ritorno alle basi naturali (biologiche) della vita.

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Domande dalla prassi

Esiste una terapia biologica per le coliche biliari e renali acute? Risposta: Gran parte degli ammalati di calcolosi biliare non avvertono disturbi, finché un calcolo non va a bloccare il flusso della bile. Si ha allora una colica. Sintomi principali sono dolori acuti che s’irradiano nel lato destro del corpo, nausea e vomito. Il medicamento viene scelto in base all’intensità dei dolori.

ci, e dopo ca. 1-2 ore la completa remissione dei dolori. In nessun caso ho potuto constatare degli effetti collaterali. Personalmente ho fatto esperienza con questi preparati, oltre che nei casi di coliche biliari, anche nei casi di calcolosi renale e di ulcera perforante. Qui di seguito descrivo alcuni dei casi da me trattati.

In caso di dolori molto forti vengono impiegati preparati analgesici e spasmolitici, event. anche preparati alla morfina. Con questi rimedi molto forti si possono però avere gravi effetti collaterali indesiderati (2), come ritenzione urinaria, aumento della pressione intraoculare, paralisi intestinale e perfino un ileo. I medicamenti parasimpaticolitici inibiscono la secrezione di saliva e succo gastriCO, viene a mancare così anche il mantello mucotico protettivo del tratto gastrointestinale. È dunque necessario trovare una terapia scevra da questi effetti collaterali, ma che sia ugualmente rapida ed efficace.

A 3 pazienti con colica biliare acuta ho somministrato subito una iniezione mista di 2 fiale di Atropinum compositum e 1 fiala di Cuprum-heel. 1 pazienti (di età med. 61 anni) avvertivano già dopo 10-15-20 minuti un miglioramento dei dolori all’epigastrio. Dopo l-l ora, al massimo dopo 2 ore le coliche erano completamente sparite.

Già nel 1977 Meyer-Langsdorff (l), primario del reparto radiologico dell’Istituto Speyer, riferiva del trattamento di colecistidinie, in oltre 100 casi, con una combinazione di 2 preparati omeopatici. Egli aveva avuto buoni risultati anche nella terapia di coliche renali. Io stesso ho potuto constatare in diversi casi che anche con preparati iniettabili omeopatici è possibile avere rapidi effetti spasmolitici - senza dover impiegare contemporaneamente spasmolitici allopatici. Con una iniezione mista di Cuprum-Heel( Spascupreel) - 1 fiala - e Atropinum-compositum - 2 fiale - si ha in media dopo 15 minuti un’attenuazione dei dolori spasti-

Ho eseguito la stessa terapia in 4 casi di coliche renali (3 paz. m., 1 f., età media 45 anni). Anche in questi casi i dolori si sono attenuati entro 10-20 minuti. In un paziente di 35 anni, al quale avevo ordinato anche Atropinum compositum supposte, l’effetto fu quasi immediato, manifestandosi dopo minuto. Questo paziente già dopo 10 minuti era del tutto libero dai dolori. Anche in 2 casi di ulcera perforante (2 pazienti, uno di 35 anni, l’altro di 38) ho avuto con la stessa terapia dei buoni risultati nei dolori acuti all’epigastrio. In genere somministro l’iniezione mista di Atropinum compositum e Cuprum-Heel, iniettandone una metà per via e.v., l’altra metà per via i.m. Secondo la mia esperienza si hanno così effetti migliori e più rapidi che iniettando i due rimedi singolarmente uno dopo l’altro. Dr. U.D. Hempe, Gunzburg

Tratto per gentile concessione da Biologische Medizin, 1/86.

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Dr. C. Giulianelli, libero professionista, Torino Dr.ssa V. Garelli, libero professionista, Torino Dr. G. Quaglino, Ricercatrice c/o Dipartimento di Produzione animale, Torino

La terapia omotossicologica nell’ambito delle patologie osteoarticolari nella clinica dei piccoli animali on la terapia omotossicologica è possibile agire sia nelle patologie di tipo acuto, sia in quelle di tipo cronico. Nelle forme acute comprendiamo, chiaramente, sia i fatti settici, sia quelli di origine traumatica. Per quanto riguarda le forme croniche ci riferiremo soprattutto alle forme degenerative (artrosi).

C

Premessa teorica

Prima di tutto sarà bene fare una premessa teorica sull’Omotossicologia. L’Omotossicologia presenta una propria impostazione terapeutica, che si pone in una posizione intermedia tra Allopatia e Omeopatia Classica, per il fatto che della prima sfrutta ed utilizza tutte le tecniche diagnostiche, della seconda usa i principi di applicazione ed i rimedi. È peraltro molto riduttivo considerarla semplicemente una terapia omeopatica costituita da farmaci complessi, per il fatto che, se ben applicata, è in grado di curare la malattia momentaneamente palese senza, tuttavia, perdere di vista lo stato complesso del paziente che verrà considerato sempre nella sua totalità per giungere al riequilibrio dei sistemi enzimatici, ormonali, neurali e delle capacità reattive individuali.

Grazie a questo tipo di terapia si è in grado di dirigere il nostro attacco non verso l’evento patologico stesso, ma verso le condizioni che ne hanno favorito la comparsa e la sua evoluzione, e cioè verso lo stato di insufficienza o debolezza immunitaria, per il fatto che la terapia biologica è essenzialmente immunostimolante. Si rende ora necessario chiarire il concetto di Sistema di flusso. Tutti i processi vitali sono dovuti alla trasformazione di elementi chimici; nessuna sostanza può sparire ma cambia secondo reazioni chimiche soggette a leggi ben definite. Protagonista attivo principale del sistema di flusso è il tessuto connettivo. Se esaminiamo un tessuto a livello microscopico, notiamo la seguente struttura: vaso capillare, cellule endoteliali, tessuto connettivo e cellule parenchimatose. Il tessuto connettivo ha, come funzione fisiologica, di permettere il transito di sostanze dai capillari alle cellule e viceversa. L’interstizio connettivale può essere immaginato in senso figurato come un canale di scolo in cui vengono riversate e parzialmente metabolizzate le varie sostanze di origine plasmatica oppure di produzione, escrezione o di rifiuto cellulare. Tutto questo complesso di scambi di sostanze forma il sistema di flusso

vitale che coinvolge direttamente il tessuto connettivo, le cellule mesenchimali e la zona in cui iniziano i vasi linfatici, i quali garantiscono il drenaggio del carico tossico. Ogni organismo, dal più semplice al più evoluto, può essere definito come “sistema di flusso ” biologico, che tende a mantenere il suo equilibrio. Questo equilibrio spesso è disturbato da sostanze (tossine) non compatibili con esso e che tendono a danneggiare l’organismo. Il termine “tossina” va inteso in senso lato (endotossina batterica, tossico esterno, cataboliti organici tossici). L’interazione tra tossine, sistema di flusso e sistema difensivo organico viene a creare lo stato di malattia, che rappresenta la difesa organica tendente, come fine ultimo, alla disintossicazione naturale ed alla riparazione dei danni subiti. In stato di salute il tessuto connettivo non è carico di tossine, al contrario le sue funzioni verranno disturbate da accumuli e depositi patologici di omotossine (zootossine). L’equilibrio di flusso tende ad essere sempre ristabilito tramite tre processi: 1) Eliminazione di tossine. 2) Deposito di tossine. 3) Degenerazione provocata dal deposito delle tossine. Ognuno di questi processi è composto a sua volta da due fasi:

Relazione tenuta il 26/5/1989 a Salsomaggiore nell’ambito di Vetitalia

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Fase di Escrezione (fisiologica). Fase di Reazione (patologica) per il processo di eliminazione. Fase di Deposito. Fase di Impregnazione per il processo di deposito. Fase di Degenerazione. Fase Neoplasmatica per il processo di degenerazione. Un utile supporto per la diagnosi e la scelta della terapia è lo studio e la consultazione dalla Tavola delle sei Fasi Omotossiche. Essa mette in relazione il foglietto embrionale da cui deriva il tessuto colpito con la capacità reattiva dell’organismo in quel particolare momento patologico, e permette di valutare lo stato di energia vitale del paziente.

I vari processi patologici vengono inquadrati all’interno delle sei fasi ornotossiche, divise in due gruppi: umorale e cellulare. Al gruppo umorale appartengono le prime tre fasi: 1) Fase di escrezione è una fase fisio-patologica, che tende ad eliminare le tossine attraverso secreti ed escreti. 26

2) Fase di reazione è la fase dove predomina l’infiammazione con tutto il suo complesso meccanismo ormonale. 3) Fase di deposito rappresenta il tentativo di isolare il materiale tossico, che non si è riusciti ad eliminare, all’interno dei vacuoli, in modo tale che la cellula non venga danneggiata. Tale materiale può essere eliminato con un adeguato drenaggio. Oltre questa fase si oltrepassa quella che viene definita “Divisione biologica”, nella successiva evoluzione della patologia si avranno danni più o meno gravi, a seconda della fase, ai sistemi enzimatici cellulari. Distinguendo le tre fasi cellulari avremo:

4) Fase di impregnazione nella quale è già presente un danno alle strutture cellulari, questo danno può non essere ancora evidente, ma rappresenta il punto di partenza delle fasi successive. 5) Fase di degenerazione se il danno cellulare evolve la cellula ed il tessuto degenerano, non

essendo più in grado di svolgere adeguatamente la loro funzione. Fase neoplastica in questa fase si evidenzia un danno al patrimonio genetico cellulare, che porta alla patologia neoplastica con le ben note caratteristiche. Risulta evidente che, con la risoluzione della patologia nell’ambito delle prime tre fasi, si potrà ancora avere una restitutio ad integrum, nelle fasi successive ciò non è più possibile. La malattia è quindi una situazione dinamica, e perciò avremo due possibilità di evoluzione: Vicariazione progressiva con aggravamento e approfondimento della malattia, evidenziabile mediante uno spostamento verso destra-basso sulla Tavola delle Fasi Omotossiche. Vicariazione regressiva con superficializzazione della malattia e spostamento verso patologie meno gravi, cioè verso sinistraalto sulla tavola delle Fasi Omotossiche. La consultazione appropriata della Tavola non solo facilita l’inquadramento della malattia in una delle fasi, ma permette anche di fare una prognosi sia in senso progressivo che regressivo della patologia, e soprattutto di ripercorrere la storia clinica del paziente . La Tavola dell’Omotossicologia può quindi essere un valido aiuto al terapeuta, il quale dovrà riportare su di essa, per quanto possibile e soprat-. tutto per quanto riguarda le malattie croniche, i vari quadri clinici accusati dal paziente; in questo modo egli si renderà conto delle evoluzioni delle patologie e delle vicariazioni progressive indotte per esempio da cure allopatiche effettuate in precedenza. Una volta individuata la fase omotossicologica in cui si trova collocata la patologia dell’animale al momento della visita, sarà necessario confrontare il quadro ottenuto con quello dei rimedi omotossicologici prescelti e, in base alla somiglianza più stretta, prescrivere il farmaco più adatto per indurre una vicariazione regressiva fino alla guarigione. Scopo della terapia con i bioterapici antiomotossici è di ottenere una abbreviazione del processo di malattia


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con una certa “compressione” dei sintomi. Ciò può apparire come un iniziale peggioramento, ma non è certo un cattivo segno, anzi è un buon segno di reazione. I rimedi omotossicologici stimolano soprattutto i sistemi di difesa e favoriscono il naturale sviluppo della malattia accelerando costantemente il normale processo di guarigione.

ed in particolare dell’osteoderma, per quanto riguarda il tessuto osseo, e del cavoderma, per quanto riguarda le articolazioni. Nello studio che abbiamo effettuato è stato preso in considerazione il problema dell’artrosi ed i fenomeni ad essa connessi, a proposito dei tessuti interessati, per il fatto che questa patologia si colloca “a cavallo” della

maci omotossicologici di fase con spiccate capacità di drenaggio mesenchimale e di riattivazione delle funzioni enzimatiche cellulari danneggiate) - rimedi specifici per la forma patologica in atto; - rimedi collaterali per migliorare la funzionalità del sistema osteo-articolare e nervoso periferico. Nella nostra indagine il rimedio di fase utilizzato è stato il Galium-Heel, farmaco omotossicologico principalmente delle fasi di impregnazione e delle prime fasi degenerative, di quelle cioè localizzate a destra della divisione biologica con danno già evidente ai sistemi enzimatici cellulari; tutto ciò ne fa il farmaco delle malattie croniche per il fatto che si rende necessaria la stimolazione e l’attivazione dei sistemi difensivi organici non specifici. Galium Heel è composto da molti rimedi omeopatici singoli (21 per la precisione) per la maggioranza a bassa diluizione; grazie alla loro azione combinata, si ottiene una profonda azione di stimolo della funzione del tessuto connettivo e di drenaggio organico. Solitamente viene usato nei casi di scarsa reattività organica, con l’intento di stimolarla per fermare la progressione della malattia verso la fase di degenerazione.

I rimedi

Divisione Biologica ed in particolare va ad interessare le fasi di deposito, di impregnazione e di degenerazione comprendenti, per intendersi, l’evoluzione e l’aggravamento della patologia dalle semplici esostosi fino alla spondilite o alla coxartrosi. L’approccio terapeutico omotossicologico ai fenomeni artrosici deve tendere principalmente allo stimolo della funzione connettivale, alla rigenerazione ed allo stimolo dei sistemi enzimatici cellulari bloccati dall’accumulo di tossine (alla base della formazione delle esostosi) e, ovviamente? alla stimolazione ed al miglioramento del metabolismo osseo. 1 farmaci omotossicologici di cui servirsi in questa particolare patologia comprendono:

Ritornando ora al problema specifico, le patologie dell’apparato osteoarticolare, alla luce della Tavola dell’Omotossicologia, vengono a collocarsi nelle affezioni del mesenchima

- rimedi specifici della fase in cui troviamo localizzata la patologia (quanto più questa sarà grave e quanto più sarà spostata verso destra sulla Tavola dell’Omotossicologia, tanto più saranno utili far-

Riepilogando quanto detto> la teoria dell’Omotossicologia pone come punto centrale e di partenza la “tossina” intesa in senso lato (endotossina batterica, tossico esterno, cataboliti organici tossici) e definisce come malattia l’interazione tra Sistema Difensivo e “tossine”. La terapia può essere riassunta come una Stimoloterapia, che opera con stimoli subliminali fornendo una “tossina-simile”. Questa non è un ulteriore carico tossico per l’organismo, vista la diluizione, ma esplica un’azione terapeutica in grado di mobilitare ulteriori meccanismi difensivi ancora inerti.

La composizione di Galium Heel è così suddivisa:

1) Gruppo di rimedi con effetto di

stimolo dei sistemi enzimatici e dei sistemi immunitari - Galium aparine, Galium album, Sedum acre, Sempervirum tectorum. 2) Gruppo dei rimedi di attivazione e modulazione della fase di reazione - Echinacea angustifolia , Pyrogenium. 3) Gruppo di rimedi di attivazione tissutale soprattutto a livello parenchimatoso - Phosphorus, Argentum, Aurum. Nucleo dei rimedi luetici - Cal4) cium fluoratum, Acidum nitricum. 5) Nucleo dei rimedi con azione sulle neoformazioni benigne - Thuja , Clematis, Caltha palustris, Calcium fluoratum. 6) Nucleo dei rimedi con azione depurativa dell’organismo - Ononis spinosa, Juniperus communis , Hedera helix, Betula alba, Saponaria, Urtica , Apis. 27


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Come rimedi specifici per la forma patologica in atto sono stati scelti Zeel e Traumeel.

- Gruppo degli attivatori del meta-

Zeel Farmaco omotossicologico principale delle fasi cellulari dell’osteoderma e del cavoderma. La sua azione si esplica piuttosto lentamente (circa dopo dieci giorni dall’inizio della terapia) ma il suo effetto si manifesta nelle patologie gravi, in tutte le malattie osteodegenerative e soprattutto nell’artrosi. Grazie alla sua particolare composizione, il farmaco è in grado di migliorare il metabolismo osseo, cartilagineo, della membrana e del liquido sinoviali e quindi dell’articolazione in toto.

Traumeel

Esaminiamo i suoi componenti: - Gruppo degli organoterapici estratto di Cartilago, Funiculus umbelicalis, Embryo, Placenta. Il loro effetto si esplica con la stimolazione generale dei tessuti interessati, la loro rivitalizzazione, il miglioramento della loro irrorazione sanguigna. - Rhus toxicodendron TM - rimedio delle patologie riguardanti tutti i tessuti periarticolari e quindi con azione a livello di tendini, legamenti ed aponeurosi. - Arnica TM - rimedio principale dei traumi anche di vecchia data e delle loro conseguenze. - Dulcamara TM - rimedio ad azione “antireumatica” nelle patologie che si aggravano soprattutto con l’umidità. Il soggetto solitamente non sopporta lo stare fermo e soffre all’inizio del movimento; migliora invece dopo qualche tempo che si muove. - Symphytum TM - rimedio con azione soprattutto a livello del periostio migliorandone e regolarizzandone la funzione sia nei fatti acuti, sia in quelli cronici. Sanguinaria TM - rimedio delle affezioni di tipo reumatico delle ossa e delle articolazioni legate soprattutto all’umidità. Sulfur TM - rimedio di stimolo organico e del metabolismo cellulare soprattutto per quanto riguarda le patologie di tipo cronico. Acidum silicicum - rimedio di stimolo di tutta la funzione del tessuto connettivo, osseo e cartilagineo. 28

bolismo - NAD, CoA, Ac. Lipoico, Natrium oxalaceticum.

È il rimedio principale nelle lesioni di vario genere, quali fratture, ematomi, ferite, versamenti articolari, artrite, artrosi, ecc. È un farmaco molto complesso composto da 14 rimedi omeopatici, tutti a basse potenze, in grado di esplicare, grazie all’effetto combinato dei vari principi, un’azione di tipo antiflogistico, un’azione antiessudativa ed una rigenerativa. In seguito alla somministrazione di Traumeel si è in grado di ottenere contemporaneamente una modulazione dell’infiammazione, un’aumento del tono vasale, un’azione emostatica, una accelerazione della cicatrizzazione, un miglioramento del metabolismo tissutale ed una diminuizione del dolore locale. Vediamo in particolare i singoli componenti omeopatici: - Arnica - esplica un effetto locale di stimolo della cicatrizzazione, di prevenzione della suppurazione, di riassorbimento del sangue stravasato e di aumento della coagulazione intracapillare. - Calendula - svolge un effetto antisettico e cicatrizzante anche su piaghe e ulcere. - Hamamelis - agisce attenuando le emorragie di tipo venoso. - Millefolium - al contrario del precedente esplica un’azione sulle emorragie di tipo arterioso. - Belladonna - è attiva nelle fasi di reazione localizzate con dolore acuto e violento (tumor, rubor, dolor, calor); svolge anche un effetto a livello cerebrale nei casi di congestione. - Aconitum - esplica un’azione analgesica ed emostatica; è l’antiflogistico omeopatico per eccellenza, ma con migliore effetto all’inizio dell’affezione. - Mercurius solubilis hahnemanni - rimedio molto valido nelle suppurazioni e in tutti gli stati infiammatori in genere. - Hepar sulfuris anch’esso è il rimedio delle suppurazioni accompagnate da dolore; è contemporaneamente complementare ed antidoto del precedente. Inoltre

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contribuisce al miglioramento della respirazione cellulare e delle ossido-riduzioni. Chamomilla - svolge un effetto antinfiammatorio, di stimolo della cicatrizzazione e contemporaneamente attenua la sensibilità al dolore contribuendo a diminuire lo stato di agitazione post-traumatica. Symphytum - agisce a livello del periostio stimolando la formazione del callo osseo in caso di fratture, nel caso di ritardi di ossificazione; attenua i dolori periostei. Bellis perennis - è il rimedio degli edemi provocati da cause meccaniche, traumatiche o da compressione; ha effetto nelle lussazioni, stimola il riassorbimento dell’edema. Echinacea angustifolia - rimedio che consente di attivare le difese di origine mesenchimali e quindi di prevenire infezioni cutanee purulente e setticemie. Echinaceapurpurea - rimedio simile al precedente con attivazione delle difese istiocitarie. Hypericum - è il rimedio del danno neurale e cerebrale, previene la manifestazione di paralisi. Rimedio principale delle nevriti.

Come rimedi collaterali sono stati scelti Colocynthis homaccord (per l’artrosi localizzata a livello dell’articolazione femoro-tibio-rotulea, di quella coxo-femorale e della colonna lombare) e Ferrum homaccord (per l’artrosi scapolo-omerale). Colocynthis Homaccord

Farmaco omotossicologico delle nevralgie, anche viscerali, originanti da patologie vertebrali come artrosi o osteocondrosi; il suo effetto giunge fino ad interessare il nervo ischiatico e le sue irradiazioni. Esaminiamo i suoi componenti: - Colocynthis - rimedio delle contratture muscolari di origine nervosa periferica. Nel caso particolare il suo effetto si esplica a livello dei nervi periferici ed in particolare sulle nevralgie crurali e ischiatiche (coxalgia, dolori lombari, infiammazioni delle radici nervose a livello della colonna lombo-sacrale).


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- Gnaphalium polycephalum - rimedio delle nevralgie che si irradiano nella zona posteriore della coscia e che possono determinare parestesie. Ferrum Homaccord

Farmaco omotossicologico che nella particolare situazione esaminata esercita la sua azione sulle nevralgie conseguenti a patologie ossee con localizzazione a livello della zona scapolo-omerale (periartrite omero-scapolare). Esaminiamo velocemente i suoi componenti: Ferrum metallicum - rimedio degli stati reumatici soprattutto del muscolo deltoide con lateralità sinistra. Ferrum phosphoricum - rimedio degli stati infiammatori e dei dolori di tipo nevralgico-reumatico soprattutto per quanto riguarda muscoli ed articolazioni di spalla, arto anteriore e colonna vertebrale cervice-toracica. Ferrum sulfuricum - rimedio delle nevralgie degli arti anteriori sensibili soprattutto al freddo. Ferrum muriaticum - rimedio degli stati di debolezza generale conseguente ad anemia. Spiraea ulmaria - rimedio delle nevralgie e dei dolori muscolari ed articolari soprattutto a livello dell’articolazione del gomito.

Il 5 0 % degli animali malati, nell’ambito della stessa patologia, è stato curato con scelta casuale effettuata da computer con terapia allopatica tradizionale e consueta, mentre il rimanente 5 0 % è stato sottoposto a terapia omotossicologica. La terapia omotossicologica è stata condotta per sei settimane per via parenterale suddivisa in due somministrazioni settimanali ed una applicazione mesoterapica settimanale sulle zone di risentimento Il melange omotossicologico è stato standardizzato (anche se dal punto di vista strettamente omeopatico non

si può parlare di terapia standard) nel seguente modo: - per la cura dei primi tre gruppi di patologie ( Galium-heel, Traumeel, Zeel, Colocynthis homaccord); - per la cura dell’ultimo gruppo (Galium-heel, Traumeel, Zeel, Ferrum homaccord). Nel corso della terapia sono stati presi in considerazione per monitorare l’andamento i seguenti parametri: 1 - dolore 2 - zoppia.

La sperimentazione

Nel presente studio sono stati considerati, per un totale di 70 soggetti, due gruppi di pazienti omogenei di specie canina di età compresa fra i sei ed i tredici anni affetti da artrosi a vari livelli e precisamente: 1) artrosi della colonna lombare: n° 24 soggetti 2) artrosi del ginocchio: n° 20 soggetti 3) artrosi coxo-femorale: n° 16 soggetti 4) artrosi scapolo-omerale: n° 10 soggetti. 29


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I rilievi sono stati effettuati allo scadere della prima, terza e sesta settimana di terapia come si osserva dalle tabelle. Per quanto riguarda la terapia allopatica sono stati prescritti i comuni farmaci antinfiammatori non steroidei nei dosaggi consigliati. In questo caso non è stato però possibile protrarre la terapia oltre il 15° giorno per via degli effetti collaterali, soprattutto di origine gastroenterica, che costantemente si sono manifestati (in alcuni casi la terapia 30

è stata sospesa in tempi ancora più precoci).

Conclusioni

Esaminando le tabelle della terapia omotossicologica, risulta chiaro un peggioramento nella prima settimana di terapia in 17 casi, per quanto riguarda il dolore, ed in 13 casi, per quanto riguarda la zoppia.

Questa osservazione è dovuta al fatto che la terapia omotossicologica è in grado di provocare uno stimolo di riattivazione tissutale tale da determinare una risposta organica che si può manifestare con un iniziale peggioramento del quadro sintomatologico dei pazienti. Nei casi di artrosi consolidata il miglioramento inizia dopo un periodo, che potremmo definire di “latenza”, che varia dai 5 ai 9 giorni. Da questo momento in poi il miglioramento è costante e graduale fino ad arrivare al secondo controllo con la completa scomparsa di tutte le fasi di aggravamento dei sintomi. Ulteriore conferma di questo andamento si ottiene osservando la tabella del terzo controllo. La terapia allopatica, a differenza di quella omotossicologica, dà solitamente buoni risultati in prima settimana, per il fatto che, non essendo una terapia biologica, blocca e maschera quasi immediatamente i sintomi portando ad un miglioramento precoce. Ai controlli, però, della terza e sesta settimana si nota che la situazione non si consolida e mostra addirittura un peggioramento dei sintomi dovuto in parte alla sospensione della terapia per problemi iatrogeni ed in parte al fatto che la quantità di farmaco in circolo non è più tale da consentire il mascheramento dei sintomi. Dal punto di vista dei danni iatrogeni risuha evidente l’assenza di effetti collaterali della terapia omotossicologica mentre in parecchi casi di terapia allopatica, soprattutto nella prima settimana, il fenomeno era talmente evidente da consigliare la sospensione della terapia. Per concludere, la terapia omotossicologica si pone come alternativa molto valida alle terapie tradizionali allopatiche. Molte patologie possono essere curate, anzi sarebbe più giusto dire che in molti casi gli animali possono essere stimolati e portati all’autoguarigione tramite la somministrazione di rimedi biologicamente attivi e questo studio ne è una dimostrazione. Sarebbe possibile ottenere risuhati ancora migliori ma in questo caso la terapia non potrebbe essere standardizzata, dovrebbe, invece, essere studiata accuratamente in modo diverso da paziente a paziente cosa che si presterebbe male ad un analisi completa di tipo statistico.


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Analisi statistica

I dati sono elaborati secondo il test del (tabelle 2 x 2) per verificare l’ipotesi di indipendenza del miglioramento (ottimo-buono-scarso) dalle terapie applicate (omotossicologica e allopatica). Prima settimana

Il valore di altamente significativo ci induce a rifiutare l’ipotesi che il miglioramento sia indipendente dalla terapia applicata. Inoltre poiché i casi di miglioramento ottenuto con la terapia allopatica sono superiori al numero di casi di miglioramento ottenuti con la terapia omotossicologica, si può concludere a favore della terapia tradizionale. Terza settimana

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Il valore di non statisticamente significativo indica che la differenza fra il numero di casi in miglioramento dopo terapia omotossicologica e dopo terapia allopatica non è sufficientemente alta da favorire una terapia piuttosto che l’altra. ESITO FINALE

Il valore di è statisticamente significativo = 0,05). Quindi si può concludere che, seguendo la terapia omotossicologica si ottiene un numero di casi di miglioramento superiore rispetto alla terapia allopatica. In altre parole utilizzare la terapia omotossicologica in questo tipo di patologia è conveniente al 95%.

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