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Lighthouses vol. II

Mola Mola


Una produzione: www.molamola.it


Indice Intro di Roberta D始orazio Uno: Pure Morning 1. Polvere, Nadia Vecchio 2. Le agenzie di recupero crediti verso i sentimenti, Riccado Ricci 3. L始aurora, Eugenio Bucci

Due: Space Oddity 4. Il laboratorio, Antonello Recanatini 5. Cade, Marco Matti

Chapter Three 6. Ol'bag of bones, Roberta D始Orazio 7. Oltreoceano, Angela Giorgi 8. Normandia 3913, Valeria Pierini Crediti


WEBGRAFIA - Compilation + Ebook www.molamola.it http://molamola-webzine.bandcamp.com/ issuu.com/molamolawebzine


Intro Non ho mai compreso del tutto quale sia stato il momento esatto, nella storia dell'umanità, in cui la misurazione del tempo ha smesso di essere una comodità funzionale all'uomo per rivoltarsi contro il suo creatore, come il figlio ribelle di un qualche dio tracotante. Non l'ho compreso, nutrita dalle letture dei romanzieri post-moderni che a loro piacimento rinnegavano la dimensione lineare dello svolgersi delle azioni, giocando come bambini irridenti con i flash forward o avvolgendo all'indietro, con una matita, il nastro della narrazione. Eppure cado anch'io nell'inganno. Altri trecentosessantacinque giorni per Mola Mola webzine, lo splendido giocattolo che io e Barbara Della Porta abbiamo inventato e costruito, con l'aiuto e l'apporto di persone meravigliose. Barbara non è più al mio fianco, immersa in mille ulteriori progetti in accordo con la sua natura guerriera, ma spesso penso che se non fosse stato per lei, mai mi sarei convinta a trasformare in realtà un progetto che pur da troppo tempo agitava il mio cuore. Per cui oggi, tra i mille motivi che ho per abbracciarla, c'è anche questo. Trecentosessantacinque giorni trascorsi, insieme ai collaboratori, a fare ricerca musicale, a cercare di comprendere le motivazioni sottese e nascoste ai fenomeni che alimentano la nostra curiosità al pari di quella di Ulisse. Noi non resisteremo alle sirene: ci getteremo fino alla perdizione alla volta del loro canto, ne verremo divorati. E ne saremo graziosamente felici. A questo ci conducono i punti che segnano la rotta del nostro viaggio, e i fari che ne illuminano il cammino: alla perpetua gioia dello smarrimento entro i confini di ciò che più amiamo. Saranno le bandiere colorate dei nostri spiriti irrequieti a indicarci la via e insieme approderemo verso le luci dei nostri locali e delle nostre case piene di musica. Questo mi suggerisce l'immagine di copertina, nella sua laconica luminosa eleganza: sullo sfondo, una Buenos Aires che anche nel buio mostra la sua caotica bellezza. A Valentina Lanci, autrice dello scatto, appartengono gli occhi più onesti entro i quali io abbia mai visto immagini riflesse, specchi gemelli che catturano della realtà i dettagli vividi, spogliati dagli artifici retorici. Il secondo volume di “Waypoints and Lighthouses” nasce così. Come l'anno scorso, il progetto è vivisezionato in due anime complementari: “Waypoints”, compilation di brani selezionati dai nostri redattori, scaricabile gratuitamente sul Bandcamp della webzine all'indirizzo http://molamola-webzine.bandcamp.com/ o direttamente dal nostro sito, in collaborazione con Zype. “Lighthouses”, antologia di fotografie e racconti ispirati alle canzoni scelte, reperibile sul nostro sito, sfogliabile su Issuu e compresa all'interno della cartella musicale in Free Download su Bandcamp. Così la voce intesa e delicatissima di Amanda Rogers, cantautrice statunitense, mi ha sussurrato all'orecchio la storia di una fuggitiva, e lo sguardo di Ludovica Galeazzi ha catturato di tale corsa selvaggia. Le atmosfere dilatate degli Hartal! hanno suggestionato Valeria Pierini che racconta, con immagini e parole, la storia di una donna atipica (o forse no?) che vive in macchina, “pericolosa perché fuori tempo”. La sua fotografia è una sorta di proiezione ortogonale dell'anima, che reinterpreta un famoso scatto di Gianni Berengo Gardin, vivisezionandone le angolazioni secondo il proprio punto di vista. A Valeria vanno i miei ringraziamenti nonché la promessa di ettolitri di birra per l'immenso lavoro che ha svolto con serietà e professionalità non solo nella realizzazione del suo capitolo, ma anche nell'editing e l'impaginazione di questo ebook.


Angela Giorgi, conosciuta in redazione come Angie BackToMono, ha pescato dall'ampolla delle proprie emozioni una canzone dei Dead Cat in a Bag e ha chiesto al suo autore, Luca Andriolo, di illustrare con uno scatto il racconto scritto da lei, meraviglioso: anche questa la storia di una migrazione o forse di uno stato privo di quiete. Sono fiere le sue parole. Ma in senso letterale, bestie bellissime che si dimenano sul foglio. Spartiacque tra i racconti dedicati alla fuga e quelli dedicati all'approdo nei sogni, Danilo Di Feliciantonio affida la sua fotografia, rigorosamente in bianco e nero, ad una novella e a una canzone di Antonello Recanatini, immaginifica e mai austera malinconia affidata alle capacità della propria voce e alla propria chitarra. Marco Matti, assorto nella luminosa visione scattata da Giusy Beddia, affascina i lettori con un noir romantico-ipnotico-erotico che ben si intona alle distorsioni pantagrueliche di un pezzo affascinante come “È difficile” dei suoi Allan Glass. Infine, se io fossi un capo dispotico (ma più in generale, se io fossi un capo) avrei attribuito allo scatto e al racconto di Riccardo Ricci una qualche canzone del nuovo album di Le luci Della Centrale Elettrica: lo stile è affine a quelle strambe e ottimistiche luminescenze con cui Brondi colora i sentimenti nella tarda età dell'industria. Ma Riccardo sceglie, con mia somma approvazione, i Be Forest e i loro stralunatissimi sogni. Sono ancora, indifferentemente, i moti dell'anima e le condizioni climatiche ad animare la storia e l'immagine di Eugenio Bucci, in cui l'aurora influisce sui paesaggi interiori con la stessa potenza della canzone dei suoi irriverenti, acidi e spassosi Rusty Blues Propellers. Poi, dall'aria aperta, si passa ad una stanza chiusa. I dolcissimi indugi romantici di Nadia Vecchio, accompagnati dalla foto leggera e leggiarda della frizzante Chiara Giudici, dondolano tra le note delle canzoni de La biblioteca Deserta: è il math rock a cullare la deliziosa forza delle parole della nostra promettente scrittrice. A questo punto non mi resta che immergermi, una volta ancora, nella lettura visiva e nell'attento ascolto, augurandovi di trovare tra queste pagine lo stesso amorevole conforto che sento, quando approdo qui. Roberta D'Orazio.


Lighthouses


Uno Pure Morning


01. Polvere RACCONTO: Nadia Vecchio BRANO: Dalla terra alla luna, La biblioteca deserta FOTOGRAFIA: Chiara Giudici 


Aprii la porta ed entrai nella sua camera. Era nuova ma mi sembrava che nulla fosse cambiato, che tutto fosse rimasto nella stessa posizione di due anni fa. Cʼerano quei poster delle sue band preferite sullʼarmadio, il libro sul comodino, le foto appese sparse sui muri bianchi. Pensai che anche nel suo cuore fosse rimasto tutto intatto, che si fosse fermato in quellʼistante, a quel saluto, che si fosse posata solo un poʼ di polvere che avrei potuto soffiare via chiudendo gli occhi. Notai quellʼordine, le sue scarpe tutte allineate e per un attimo pensai che il disordine fosse in realtà nella sua testa, quella situazione che stava vivendo lʼaveva di sicuro cambiata, il mio ritorno lʼaveva di sicuro scossa, ma a me sembrava solo più bella, con la stessa prontezza di sorriso e il suono squillante della sua risata. Ci poggiamo sul letto a parlare come vecchi compagni di avventure, inciampando in quegli occhi verdi che non avevano mai avuto un colorito così bello fino a quel momento. Pensai che nessuno può sostituire il vuoto che lascia una persona se non la persona stessa, e in quel momento mi sentivo pieno finalmente. Eravamo lì in un mare in tempesta ancorati a noi stessi. Le accarezzai le mani, lei aveva paura e lo sentivo e il buon Bukowski aveva ragione: “Lʼamore è una sorta di pregiudizio, si ama ciò di cui si ha bisogno”, e in quel momento sentivo che lei aveva bisogno di quella dolcezza che da tempo le era stata negata, di starsene tra le mie braccia sospirando nellʼattesa del mare calmo. Ci sono storie che durano anni, dove in questo tempo ci si innamora di altra gente e ci si disinnamora, dove alcuni non si amano più e restano insieme per comodità, altri invece si lasciano, incontrano altra gente che gli regala qualcosa, ma capiscono che gli spazi con la forma quadrata non hanno bisogno di formine tonde, hanno bisogno solo di tempo e ritornano più forti di prima.


02. Le agenzie di recupero crediti verso i sentimenti RACCONTO: Riccardo Ricci FOTOGRAFIA: Riccardo Ricci BRANO: Airwaves, Be Forest


Ridi, ridi di me e dei miei debiti accumulati per acquistare sentimenti, pagati con assegni scoperti. Scegli il sostanziale, non l'attuale, ridi a dirotto. Saluta i passanti come se li conoscessi da una vita, dì addio, ricomincia, perditi come quella volta che tra la folla avevi perso te stessa, e anche la mia mano. Perdi, vinci, ma non ti convinci, mai del tutto. I silenzi intterrotti sotto le scale con l'umidità che mi mangiava i polsi e ti rovinava i capelli, immigrati al secondo piano, io sempre fermo e convinto di avere un piano, uno per me, uno per te e forse uno anche per noi. I dischi in vinile perchè fa più vintage, non perchè il suono fosse diverso. I tuoi occhi nascosti dagli occhiali appannati per non fraintedere neanche un movimento involontario. Involontarie come le scelte che compiamo come orologi a pendolo, andiamo, però torniamo divisi Casomai torniamo, magari per quanta strada faremo, troveremo qualcosa di più interessante da condividere su instagram, riflettendo felici da fare schifo su quale descrizione ci calzi meglio. Addio, arrivederci, a domani rimangono convenevoli del cazzo. E a questo punto andiamo al mare.


03. L始aurora RACCONTO: Eugenio Bucci FOTOGRAFIA: Eugenio Bucci BRANO: The Brand New Dawn, Rusty Blues Propellers


Aprii gli occhi una mattina di primavera. Ricordo che lʼaria era estatica, ferma, seducente. Dalla finestra entrava una parentesi di luce che tracciava un solco gentile sulla coperta del letto. Cʼera qualcosa di magico in quella serenità ovattata. Sarebbe stato magnifico mantenere quella sensazione nellʼutopica cornice dellʼeternità. Però, un attimo, un baleno passato a riflettere sulle quantità, sui numeri e sulle ripetizioni delle situazioni che questo posto contiene. Lʼaltra faccia della medaglia che ti fa convergere le sopracciglia. Fuori da questa finestra che filtra i dolori del globo, forse, il vento sta silenziosamente straziando i rami di un melograno, o i radi capelli di un anziano signore portati via dai maestrali della sua vita. Correnti che hanno scosso il suo passato dalle radici alle fronde. Mi domando se tutto questo sia necessariamente logico o naturale. Mi domando, pensando agli altri, se la mia presenza sia davvero necessaria. Chi mi ha collocato qui? Troppo facile pensare ad unʼentità suprema. Non sono mai stato troppo avvezzo ad appioppare la colpa agli altri per questioni fin troppo personali. E dunque Sole, perché hai fatto irruzione nel mio spazio? Per farmi pensare che forse a te interessa la mia presenza, oppure, che mi tieni sotto controllo accecandomi col tuo calore? Le mie condizioni, per quanto migliori di quelle di tanti altri, a me simili, sono legate saldamente alla storia di chi non si curava nemmeno del mio arrivo e, soffiando libecci e prepotenti maestrali sgretola piano piano, ma senza accorgersene, la scogliera dei tempi che verranno. Tento giornalmente di dimenarmi con la mente, con il volto, con le idee e con le urla per scardinare la presa salda delle tradizioni e delle questioni che ormai riempiono e avvelenano il mio tempo. Mi sento un essere che ha tutto senza possedere niente. Maneggio senza cognizione un grappolo di oggetti e speranze che non ho mai chiesto. So, quasi con certezza, che tutti coloro che corrono fuori dalla mia finestra, sballottati dalle turbolenze, stanno correndo per chi vende loro percezioni che non vogliono, ma che tuttavia bramano. Vorrei un giorno coricarmi aspettando la nuova alba, fiducioso che sarà quella che col suo pallore indeciso, mi donerà maggior consapevolezza del mio ruolo su questa sfera corrotta e rovinata.


Due Space Oddity


05. Il laboratorio RACCONTO: Antonello Recanatini FOTOGRAFIA: Danilo Di Feliciantonio BRANO: The fall of the central galaxy, Antonello Recanatini


- Cara, mi passi il sale? Uhm! Grazie! Sembri proprio come la mia compagna di banco alle superiori. Sempre scortese, non mi aiutava mai quando le chiedevo qualcosa, chiusa, negli occhi piccoli. - Portava il cibo alla bocca come se dovesse per forza, mangiava senza gustare. In televisione un programma musicale, una tristezza sonora riempiva la stanza dalle pareti buie. Eva non era mai stata una brava cuoca, gli occhi di lei giacevano abbandonati sul volto smorto. Pensava al perché' si fossero sposati, se mai l'avesse amata, almeno all'inizio. Non trovò la risposta, continuava a mangiare in silenzio. Fuori pioveva, sui guaiti dei cani bagnati di lacrime. Lei aveva finito di cenare e lo fissava dondolandosi sulla sedia, attraverso il fumo denso, assente. - Mi sento la febbre nelle ossa – disse lui mentre si alzava - Umidi pensieri sui vestiti bagnati, nel cuore un senso di estraneità. Guardò dalla finestra, il cielo di lampi illuminarsi a tratti di luce, pensava lontano, voleva andare via. Il rumore dell'acqua del rubinetto, si mescolava col suono della pioggia, Eva lavava i piatti a mano. - Oggi è venuto il dottore - disse lei stancamente. - Si lo so - rispose l'uomo - L'ho incontrato in città' stamattina, mi ha detto che sarebbe andato dai ... dai vicini. Sembra che la loro piccola abbia dei problemi- disse lei con acidità'. Lontano nei ricordi dell'uomo, giornate scomparse, la giovinezza in corpo, il mare, i capelli di sale, d'oro come una statua, guardava la sua fidanzata uscire dall'acqua, bionda di sorrisi, lo sguardo malizioso inondato dal sole. Era stato troppo tempo fa, fu colpito al petto da un proiettile vagante, durante una rapina, coma, ospedale e riabilitazione, poi si era sposato. Pensava spesso alla sua fidanzata di allora, fuggita nei giorni di sospensione. Un po' ci aveva sofferto, ma cercava sempre di giustificarla per quel gesto che aveva il sapore acre di un amore appassito. - La piccola dei... mi è sempre sembrata un poʼ strana, ma dopo che l'hanno ritrovata, lo è ancora di più - disse lei dall'angolo dalla bocca libera dalla sigaretta. - Dicono che ce ne siano moltissimi - rispose lui - Ieri i notiziari hanno fatto vedere un video dove costruivano una cosa pazzesca, una sorta di torre, con raggi laser. - Sentirono gli spari in lontananza, era in atto la caccia, di notte era sempre cosi. - Domenica verrà' con me anche il signor... - Disse lui. - Ah! Di nuovo! - Sembrava arrabbiata. - Si! Dopo quello che gli è capitato, si è deciso, basta con lo sparare ai cerbiatti mi ha detto! - Speriamo che non sia tardi, ormai siamo circondati, sono sempre più' minacciosi. - Colpi di arma da fuoco in contro-tempo ai tuoni del temporale. Eva aveva finito di lavare, si versava del bourbon fumando silenziosa. Una piccola stanza, la trapunta scura, le pareti colorate dai poster, delle ampolle per gli esperimenti sulla scrivania di legno, un libro di chimica aperto, sul letto, una spazzola di capelli argentati, lunghi fili chitinosi oscillavano al ralenti, una finestra aperta alla fuga. Era domenica, la battuta di caccia notturna procedeva, nel buio dal cuore di tenebra, due uomini al passo. - Vuoi un goccio? - Prese un sorso dalla bottiglietta di whisky irlandese.


- Grazie ci vuole proprio, a me fa paura la notte. - Il signor... procedeva pensieroso bevendo sorsi dalla bottiglia per riscaldarsi, umide parole serrate in gola, poltiglia di pensieri. La donna si era nascosta nel letto. - Spero proprio che sia maschio - Sussurrava le parole sotto le coperte. - Il ticchettio dell'orologio le ricordava il lavoro, un altro turno massacrante al laboratorio dei Cosi, come lo chiamavano in città' . - Aveva la nausea, qualcosa di viscido le risaliva in gola, un succo acido corrodeva le parole ed i pensieri. - Non si è accorto di nulla, sono quasi tre mesi - Recitava come una cantilena, il rumore del vento si infrangeva sulle finestre. - Il mio bambino! Il mio piccolino dentro di me - Sentimenti in note di jingle pubblicitario, la pioggia rigava il suo sguardo. - Ehi! La, si è mosso qualcosa! - Mirarono e fecero fuoco. Una famigliola di conigli esplose a batuffoli sporchi di sangue. - Cazzo! Peccato, beh! Andiamo ancora più' avanti, sento che ne faremo fuori almeno un paio. - Il vento spegneva i suoni delle loro voci. Un ricordo riaffiorava dal buio. Sentiva la pressione delle dita sul corpo, erano quelle di Eva, l'infermiera dell'ospedale. Fu distratto da un bagliore inatteso, il signor... aveva fatto fuoco, un corpo fluorescente giaceva al suolo, come schiuma da bagno. - Eccone uno - disse l' uomo - Bastardo figlio di troia, te la prendi con le bambine eh? Dai! Su! Affrontami bastardo! - La schiuma svaniva velocemente nel terreno bagnato, come muffa, ribolliva dileguandosi. Aprì la porta, nascosta dal furore del vento, senza indugiare trovò la stanza da letto, gli occhi sbarrati, vuoti, freddi, imbracciava un fucile, spalancò con un piede la porta, un sussurrio indistinto nella stanza, spezzato da una raffica di colpi rossi. Lasciò la morte sotto le coperte, la ragazzina si girò di scatto, uscendo nella notte, sentì gli uomini che si avvicinavano, si nascose in un sacchetto di patatine, piangendo lacrime salate. - Ciao ci vediamo. - I due si salutarono. Camminava come su uno strato di nuvole mentre rincasava, la pesantezza della scena che ebbe di fronte, gli premette sul petto. Il sole caldo negli occhi, guardava delle donne fare il bagno, belle come silfidi, una gioia di goccioline d'acqua, rinfrescava il suo cuore. Un sorriso si spense fra i neuroni, in un bagliore diffuso, emettendo il suono che fa un insetto che brucia. Cavi, ventose, tubicini di liquido, sonda nel naso. Una strana macchina pulsava una linea di vita, un filo continuo oscillava debolmente, lente gocce, tic, tic, medicine e monitor, i cerotti sugli occhi. In un silenzio assoluto.


07. Cade RACCONTO: Marco Matti FOTOGRAFIA: Giusy Beddia BRANO: Ăˆ difficile, Allan Glass


Cade, restando immobile. In un attimo, in un tempo infinitesimamente piccolo, contratto in un punto inesteso di questa realtà. Restare vigili dunque diventa impossibile.” È come essere in una passeggiata infinita, senza un inizio senza una fine. Camminare da quando si è nati, o forse anche da prima, camminare e non esserne mai sazi.” Il mio credo è questo: rimani fedele finchè puoi, poi ruba tutto e tutti e scappa. Una sorta di proto nazismo comunista tra il serio e il faceto. Mia madre cantava canti liturgici in continuazione, io non la sopportavo. Mio fratello la chiamava devota. Ora riposano, entrambi, sotto 3 metri di terra. Una fatta a pezzi in giardino. Lʼaltro chissà dove, sparso per il mondo. Forse sotto la colata di cemento che copre lʼaltra parte della terra, quella dove le armate migliori si sono immolate. Con questo non voglio dire che mi dispiaccia, ma ogni tanto ci penso. Però ogni tanto, penso anche come sarebbe stato Damasco senza tutte le bombe, e i fuochi, e come sarebbe Damasco con le stelle. Forse oggi saremmo tutti più felici. Sicuramente andremmo di fretta. Ettore è un caro amico, ogni tanto viene a trovarmi, deve attraversare impervi sentieri per farlo, ma dice di farlo volentieri. Scala la collina e poi si siede qui, davanti a me. Io sto fumando, lui ha il cuore nero e lo sa cosa vuol dire vivere come se non si sapesse nuotare in un mondo dʼacqua. Però non conosce i miei segreti. Non sa che mia madre riposa esattamente dove lui calpesta quando, in preda al suo morbo, deve riprendere a camminare per non farsi coagulare il sangue. Il suo morbo è un regalo dei traditori: se si ferma, il suo sangue diventa cemento. E quindi lui è costretto a muoversi sempre. Forse è per questo che mi viene a trovare. Da quando è scoppiata la guerra, la quarta, se non si contano gli occhi di mia madre e tutti quelli a cui li ho cavati, lui è lʼunico che io abbia incontrato. Io e Ettore ci conoscevamo già da tanto tempo, ancora prima di essere sul fronte insieme: noi di qui, i traditori e quegli strani cosi dallʼaltra parte. Quando eravamo bambini non giocavamo insieme, a me piaceva suonare anche se non ero minimamente capace. Lui, no, lui era un piccolo fenomeno del calcio, quando ancora la parola calcio non era semplicemente unʼazione ma un gioco. Lui era fortissimo, poi un giorno ha conosciuto Elisa, e da lì la sua passione si è tramutata in lei. Viveva per Elisa. Quando Elisa è stata crocifissa lui cʼera. Io no. Da quel giorno Ettore è cieco. I suoi occhi non hanno più voluto vedere. Tenevano la sua testa con delle corde, e due ami, conficcati nelle palpebre obbligavano il suo sguardo a fermarsi su di lei. Il suo corpo nudo sanguinava. Lei non aveva nemmeno più la forza di urlare. Mi disse Ettore che ci mise quattro giorni a morire, lui al secondo non vedeva più. Lʼultima frase di Elisa fu: “ora muoio”. E si spense. Provarono a farla ripartire con delle batterie al litio. Ovviamente ci riuscirono. Così Elisa riprese a deambulare, solitaria senza una meta. Riuscivano a far ripartire le funzioni motorie ma il sistema nervoso centrale non rispondeva. Così si diventava degli automi senza una metà. Le batterie si auto-ricaricavano e si finiva per deambulare senza uno scopo per il resto dei propri giorni. Cioè per sempre.


Ettore mi dice sempre che ha provato a cercare Elisa, ma non lʼha mai trovata; ogni volta rispondo sempre che essendo cieco non è facile. Lui ride e poi mi dice: “ il suo profumo era inconfondibile” . Dopo tutto questo tempo penso che il suo profumo si sia trasformato in odore di morte. Questo a Ettore non lo dico però. Esattamente 24 ore dopo, la guerra finiva. Tutti noi scoprimmo che quegli strani così erano terrorizzati, letteralmente terrorizzati, dalle pulci. Per uno strano difetto del loro sistema visuale, le pulci, per loro, erano come per noi i brontosauri: immensi. Per tutti gli altri, i traditori , fu semplice: vennero sciolti nel sale, ma già allora ne restavano pochi in circolazione. Quella mattina non so perché ma volli tendere quel filo in mezzo al mio cortile. In mezzo si fa per dire. Il mio cortile non ha unʼestensione ben precisa, io comunque piantai due paletti di legno e ad ognuno ci legai un capo di quella corda, tendendola per bene. Era quella corda che si usava per pescare, trasparente e molto molto resistente. La stessa che usavamo, tesa tra due alberi, per tagliare la testa (o la parte che più ci assomigliava) agli strani così quando correvano allʼimpazzata sul nostro pianeta. In verità ci riuscimmo poche volte, appena capirono il giochetto, prima dei loro spostamenti incendiavano tutto ciò che cʼera nel raggio di 200 km. E così noi via a correre a perdifiato, sperando che i loro occhi non ci raggiungessero. Tesi la corda e ci misi un cartello: “ Attenzione, Elettricità!” La parola elettricità era vuota di significato ormai ma mi piaceva tanto: mi ricordava tempi andati e poi suonava dannatamente bene: elettricità. Mi piaceva ripeterla scandendola per bene. Elettricità. Quando iniziò la guerra mia madre era già morta da due anni. Io da due anni ero un ricercato, ma comunque continuavo ad abitare lì, perché il ricercato era qualcuno, non proprio me. E poi anche mia madre era una ricercata. Magari è solo sparita. Poi, il 23 settembre è scoppiata la guerra. Tutti i ricercati non sono più stati tali. Tutto si è azzerato. Solo noi contro i traditori e quegli strani così. Per anni. Non credevo che lʼumanità potesse reggere così a lungo ma probabilmente è vero: ognuno di noi nasconde dentro di sé un mostro. Dopo qualche ora che un nuovo sasso abitava il mio cortile scesi dal tetto. Andai in camera, quella immensa camera adornata da tende bianche che cʼè al piano interrato sotto casa mia, aprii la porta e dissi: “ Hey Amore, Ettore questa settimana non è venuto, probabilmente è morto!” E lei, con il suo sorriso di ferro, camminando allʼimpazzata, costeggiando i muri di questa stanza, obbligata dalla necessità indotta delle sue batterie al litio innestate , non disse nulla, dʼaltronde non avrebbe potuto dire nulla: era unʼ automa in perenne movimento. Ma io ora lo so. Finalmente sei mia, Elisa.


Tre Roads


06. Ol'bag of bones RACCONTO: Roberta D'Orazio FOTOGRAFIA: Ludovica Galeazzi BRANO: Ol'bag of bones, Amanda Rogers


Correre. Ciò che mi hanno insegnato. Guardare indietro è l'attitudine degli empi, e dei folli. Quando raggiungerò il sentiero brecciato sarò abbastanza vicina da poter tirare un sospiro che pure non sarà di sollievo. Non abbastanza vicina da potermi fermare. La mia piccola Stonehenge non è lontana. Le mie gambe mentono, mentre percepiscono l'esatto contrario. Il luogo della sacra sepoltura non sprofonda oltre l'orizzonte che inganna la vista in questa landa abbandonata dagli uomini e dagli dei. Correre. Lo sceriffo è alle mie spalle. Se mi raggiungesse, potrebbe condurmi dove non voglio tornare. Ho io la sua pistola. Ho il fodero di cuoio, consumato, in cui depone le armi la sera, quando stendendosi accanto alla sua donna dopo una giornata trascorsa a difendere il paese, dimentica per un attimo di essere un eroe. E nei sogni trova l'unico rifugio entro il quale non sono ammessa. Sono, io, l'unica custode di ogni suo respiro, segreto, volontà. È per questo che mi sta cercando. Perché ha bisogno di me per restare in vita. Ciò che devo fare. Correre più forte. Ho iniziato a parlare con lui una sera in cui la solitudine a cui in genere sono abituata non mi lasciava dormire. Con gli spilli dell'insonnia sulle palpebre, vagavo nella grande casa in cui non vive più nessuno oltre me. Fu allora che lo vidi, appoggiato all'armadio rosicchiato dai tarli e dal tempo. Non mi domandai come fosse entrato, né gli chiesi cosa stesse cercando, a quell'ora della notte. “Abiti qui da sola?” domandò con l'aria di chi esegue un normale controllo. “Sì” risposi. “So che prima c'erano altre persone in queste stanze, ma sono andate via tutte. C'è come un mistero che le spinge a scappare. Prima di lasciare questo posto però lasciano una specie di pegno alla casa, un oggetto importante che ha rappresentato la loro esistenza. La nonna li ha conservati in un sacchetto. Lei lo chiamava il sacchetto delle ossa.” Mi resi conto di aver detto più di quanto mi veniva richiesto, e improvvisamente realizzai di non avere compagnia da molti giorni o forse mesi. “Come ti chiami?” Mi chiamo Clara, ho undici anni, vivo sola nella grande casa dopo che la prostituta è andata e il prete è andato e anche la ballerina è andata. Adesso sto scappando da tutti loro – lo sceriffo in testa alla fila disordinata dei miei cacciatori – per raggiungere la piccola Stonehenge. Non so che fine abbiano fatto i miei genitori, e poco prima che io diventassi l'unica custode del sacchetto delle ossa c'era mia nonna con me, poi è sparita anche lei. Non ho paura. Ho sete.


È il vento a rassicurarmi quando non ho più forza per sperare nell'arrivo e la tentazione di smettere si insinua nel suono festoso dei miei lunghissimi passi. Tutto ciò che devo fare. Imitare il vento, correre. I capelli si muovono nella danza scomposta che a tratti copre la vista, cadendo sui miei occhi sottili che più non conoscono la strada. Ma la pelle intuisce il sentiero dall'odore. Non mi fermano i piedi martoriati se le gambe sentono, finalmente, le carezze dell'erba, i suoi graffi osceni e irridenti, non mi ferma la fatica se finalmente capisco che la libertà mi attende dietro un angolo che sono prossima a scoprire. La terra custodirà il segreto ed io sarò, finalmente, me stessa: un ago nell'immenso pagliaio della mia amata indipendenza, dove nessuno potrà più trovarmi. La prostituta non era davvero una prostituta, o meglio. Lei praticava quel mestiere antico che in paese tutti sanno. Anche noi bambini sappiamo tutto di queste cose, e undici anni sono abbastanza per comprendere la mercificazione del peccato. Lei praticava quel mestiere antico, ma per altri motivi. La realtà è che era innamorata di un uomo che non l'avrebbe mai posseduta, se non a pagamento. Lei lo capì dal modo in cui la guardava durante la messa domenicale, avendo la certezza che l'altissima moralità derivante dal suo mestiere sempre gli avrebbe impedito di tradire la propria legittima donna. A pagamento è un'altra cosa. L'ho visto sbirciando tra le travi di legno di un vecchio bordello, una volta. Non esistono nemmeno i baci nella bocca, durante le compravendite amorose. Così Betsy, proveniente da una ricca e aristocratica famiglia, si spogliò letteralmente dei panni della propria rispettabilità e iniziò a battere, accogliendo le attenzioni di improbabili signori che mai si sarebbero potuti permettere una donna bella quanto lei. Dei suoi antichi orpelli tenne soltanto una collana di perle, un dono di sua madre, per ricordare la sua provenienza. Non iniziò mai ad appassionarsi alle squallide vicende poco lusinghiere per la sua vanità. Fino a quando vide entrare nella sua casa l'unico che avesse mai desiderato. Betsy aveva gli occhi lucidi ogni volta che mi raccontava questa storia, davanti al camino, quando eravamo sole e nessuno poteva ascoltare i suoi indugi romantici. Quando il terreno si fa più arido, le zolle diventano trappole in cui i miei passi inciampano e il respiro si affanna. Mi faccio strada tra gli ostacoli che i campi arati oppongono, contrari alla mia determinazione, mi dimeno ormai persa tra le alte canne che sembrano volermi trattenere un attimo prima di incontrare – finalmente – il fiume. Sono qui, adesso, i miei piedi martoriati conoscono il conforto dell'acqua, è solo un attimo prima di riprendere la fuga, solo un attimo ma un attimo ancora, fammi restare qui, lasciami in pace, terribile segreto che mi impedisce di crescere, di liberarmi di vite non mie, fammi restare qui a giocare con le correnti che scorrono tra i sassi, con i mulinelli, fammi restare dove sono me stessa, libera, selvaggia e viva, dove posso cantare i gemiti del vento che il mio corpo bambino nasconde, fammi restare, restare, restare. Ma dopo aver placato la gola arsa dalla sete, io riprenderò a scappare. Tutti pensano che appartenga alla ballerina, invece è del prete. La giarrettiera blu non lascia spazio ad equivoci: è chiaramente una promessa d'amore.


“Non volevo intraprendere la carriera ecclesiastica” mi disse quella volta che eravamo seduti sui gradini di casa “ma non sapevo come mascherare le mie vere inclinazioni. Quando conobbi John non ebbi più dubbi sulla mia natura. Passammo un'intera estate ad amarci, a travestirci nei modi più bizzarri. Non ho mai conosciuto nulla di più affine alla felicità. Poi la realtà è piombata nelle nostre vite come un falco in picchiata sulla propria preda. I miei genitori ci hanno scoperti. Non mi è rimasta altra strada per riparare al disonore con cui avevo macchiato la nostra famiglia. Andai via di casa. Ma ancora conservo il suo dono.” È nelle mani l'affanno. Molto più del resto del corpo, pure impegnato nella folle corsa, le dita maltollerano il peso. Più volte ho temuto che il sacchetto delle ossa potesse scivolare via, vanificando i miei sforzi. “Nonna, perché lo chiamiamo così?” le chiesi una volta. “Perché, bambina mia, i ricordi che conserviamo sono come le ossa che ci sostengono: nessuno le vede, ma se ne fossimo privi saremmo esseri vacui, al pari degli invertebrati. Più sono nascosti, più caratterizzano la nostra esistenza. Per questo si parla di scheletri nell'armadio. Qui dentro sembrano esserci solo comunissimi oggetti, ma in realtà ci sono gli elementi fondanti delle vite delle persone che hanno abitato qui prima di noi.” Ciò che devo fare. Seppellire le vite di altri, per poter vivere la mia. Da sempre sola, non ho mai agito se non di riflesso alla mia immaginazione. Non ho avuto esistenze se non quelle che ho inventato. Il sacchetto delle ossa sembra pesantissimo mentre le mie gambe compiono l'estrema fatica dello slancio finale e il sentiero brecciato non è più un miraggio davanti a me, ed ecco, sono quasi salva, sono lontani lo sceriffo, la ballerina, la prostituta e il prete. O almeno lo spero. La ballerina dormiva con me nelle notti senza fame e senza sonno, quando l'inverno era troppo lungo perché io potessi sopportarlo nella grande casa. Mi dice spesso che somiglio a una sua sorella scomparsa molti anni prima. “Intendi dire che è morta?” le chiesi la sera in cui festeggiammo insieme il suo compleanno. “I miei genitori hanno sempre detto così. Ma io non ci credo. Sento che è ancora viva, da qualche parte, e che anche lei mi sta cercando. Il giorno in cui mi diedero quel falso terribile annuncio, trovai accanto al cuscino un suo guanto di velluto. So che era un segno, per me. Come un segugio, continuo a cercarla.” La piccola Stonehenge appare davanti al mio sguardo infuocato in tutta la sua minuscola magnificenza. Accanto a un barile, i due sassolini che ho posizionato per ricordare il punto preciso in cui ho deciso di dimenticare tutto. Le ginocchia cadono accanto al segnaposto del mio nuovo inizio. Apro per l'ultima volta il sacchetto delle ossa. Lì dentro, una pistola, una giarrettiera blu, una collana di perle, un guanto di velluto.


Oggi seppellisco i fantasmi che vissuto con me tra le pareti della mia immensa casa vuota, con cui ho giocato quando avevo troppo freddo per muovermi e troppa fame per ragionare lucidamente. Non rivelerò a nessuno che l'uomo amato dalla prostituta era proprio lo sceriffo, e che dopo la messa domenicale fu il prete – esperto in materia di sotterfugi – a consigliarle le modalità con cui avrebbe poi raggiunto il suo scopo, a discapito di una sorella perennemente triste che mai, tuttavia, l'avrebbe creduta morta. Questi pensieri che pure mi hanno scaldato e ossessionato il cuore, con cui ho sostituito l'eventualità di una vita vera, non sono più miei. Vado via dalla grande casa vuota. Lascio, qui, il mio sacchetto delle ossa, per diventare finalmente libera, finalmente selvaggia.


08. Oltreoceano RACCONTO: Angela Giorgi FOTOGRAFIA: Luca Andriolo BRANO: Nothing Sacred, Dead Cat In A Bag


Quello che tutti voi volete sapere è dove sono stato, benché sappiate che sono andato a Ovest; ancora fantasticate sulla mia storia di immigrazione da dopoguerra, perché in realtà non comprendete lʼistinto dellʼimpermanenza né la condanna alla fuga da questa vita che mi sta alle calcagna, lʼindifferenza colpevole e questo delirio di autosufficienza, non lʼavete mai capito. A chi resta ho lasciato un silenzio infestato di domande, mentre io sono partito con il mio bagaglio leggero di interrogativi inesausti; a chi resta è rimasto il silenzio, lʼeco muta della mia voce straziante che si allontana carica di rimpianti. Ho scelto lʼoceano come tetro e impenetrabile guardiano a tenere lontano gli affetti che mi appartenevano mio malgrado; lʼemisfero opposto conserva ora il mio rigetto per loro che vogliono amore e parole, a cui non basta la follia della musica né i miei rari cinematografici abbracci da fine del mondo. A volte accade che ricordi vaghi e imprecisi disturbino il mio esilio. I giorni che occultavo nel sonno della mia stanza dominata dallʼentropia e invasa da copricapo bizzarri, cimeli di concerti e sacchi di biglie da spiaggia, prima di trascinarmi fuori e tornare nelle strade placide della mia città in pianura, prima di stemperare lʼennesima lunga notte nellʼalcol; il concerto di Leonard Cohen che forse un giorno avrei potuto essere io e i miei concerti in fila negli anni, in cui ruggivo e abbaiavo disperato e feroce al pubblico attonito; i pochi dischi logorati da ascolti continui a orari improbabili, che ho sottratto al vecchio frigorifero in cui li custodivo per affidarli a un amico paziente, i miei dischi invece, che forse ancora qualcuno sta ascoltando. E la folla, la moltitudine di sorrisi e mani e voci di chi mi ha voluto bene, dimenticando la mia natura di animale ostile, di chi si affiancava a me solo per brillare di luce riflessa o di chi tollerava a stento le mie intemperanze, con la stolta accondiscendenza della rassegnazione alle bizzarrie di un parente pazzo. Mi hanno circondato allora e ora ritornano a ondate nel mio presente al confino volontario, confusi nel lunfardo incomprensibile di questo indifferente anonimato cercato e ottenuto. A me urgeva suonare e partire, come una bestia braccata a cui appartengono solo il proprio latrato e lʼistinto di sopravvivenza; eppure per me sopravvivere ha sempre avuto la forma dellʼautodistruzione cosciente, lo slancio verso nuove imprese durava lo spazio di un sussulto e poi mi ritraevo, attendendo che il tempo consumasse le rovine che abbandonavo. Ho salutato lʼultima alba nel vecchio mondo con un addio estemporaneo a una donna che diceva di amare il blues ma che sospetto, in fondo, amasse me e la pericolosa tristezza dei miei occhi, la mia espressione malinconica e beffarda da cinema muto. Ho voluto esaurire nel respiro di una notte lʼintimità delle nostre esistenze, quasi atterrito dalle prime luci impietose che avrebbero sottratto magia allo scintillare livido della nostra pelle bianchissima, che avrebbero offuscato il tetro bagliore dei miei occhi irrequieti al primo contatto con i suoi, nella solitudine sincronica dei nostri sguardi agli antipodi. Ho riempito di piccoli gesti e luoghi e volti e suoni le ore che hanno preceduto questa lunga attesa in cui lʼho abbandonata; lʼho lasciata a scrutare la carta del cielo cercando lʼesatta tonalità dei miei occhi, permettendo alla sua solitudine di fingere la grande illusione. Mentre io trovavo rifugio nella frontiera illibata, lei preparava lʼinganno che avrebbe accolto il suo amore claudicante e sconsolato, sognando le nostre minuscole figure allontanarsi di spalle mentre io le avrei cinto la vita nel tramonto rovente del deserto. Quel deserto da cui il mio ululato affranto proviene e a cui, infine, è voluto tornare.


Ma lʼisolamento della libertà negativa ha il suo prezzo, e da padre ingrato ho dovuto rendere orfana la progenie più cara: lʼarte che inseguivo da tutta una vita, il distintivo sulla mia camicia di cattivo gusto che gridava alle folle la realtà potente del mio personaggio; non ero che un uomo-bambino, dovreste saperlo, camuffato da crooner in un carnevale perenne. In molti tentavano di scrutare lʼanima putrida che sgorgava inquieta dai miei occhi cerulei, ingenuamente sperando di eludere il mio essere estraneo al mondo e allʼumanità. Io non amavo nessuno, come da manuale per ogni aspirante rockstar; amavo me stesso o forse nemmeno, neanche mi impegnavo a scegliere una donna diversa ogni sera, cantavo a gola spiegata e mi credevo Mick Jagger, o forse Tom Waits oppure Nick Cave; tutti a parte me stesso perché, in fondo, non esistevo. Ho rinunciato allo spettacolo che avevo eletto come unica legittimazione alla mia esistenza diseredata, ho smesso i panni del maudit noncurante dellʼamore, invecchiato anzitempo per la solitudine autoimposta e gli eccessi, coscientemente scontroso e sopra le righe, dislocato ovunque ma con la presunzione della costante e studiata padronanza di sé. La convinzione con cui recitavo il mio sogno post-adolescenziale vi ha persuaso e incantato, trascinandovi inermi nel mio colare a picco. E a voi che rivolgete preghiere a divinità ipotetiche affinché mi riportino indietro, che indagate sul mio misterioso destino o che ancora semplicemente chiedete, non posso che replicare con la mia risata soffocata che esala filtrata dai polmoni intrisi di tabacco: ancora non capite che lʼoceano che è ora tangibile, in realtà cʼè sempre stato.


09. Normandia 3913 RACCONTO: Valeria Pierini FOTOGRAFIA: Valeria Pierini BRANO: Uno, Hartal


Erano le macchine che decidevano dove portarci. O meglio, le macchine avevano solo una destinazione. Ogni macchina era settata per un preciso percorso. Nel corso del suo essere cosa, dell'essere macchina, poteva percorrere solo quello. Dunque, quando un bipede umanoide andava ad acquistare-noleggiare-rubare-una macchina, lo faceva secondo due opzioni: sceglierla in base al percorso che gli era congeniale, perciò cercare una macchina preparata per quel percorso; sceglierla senza criterio: prenderla e basta, perché gli piaceva il modello o perché voleva esplorare all'avventura il continente o perché gli serviva un posto dove stare o per rivendersi come autista a chi necessitava di passaggi ma non aveva un'auto o non aveva un auto che copriva tutto lo spazio che la macchina che affittava col guidatore soddisfava. Volevo una macchina che coprisse tutto il continente: da est ad ovest e con il più ampio margine di spostamento a nord e sud. Fu così che trovai Greta. Malmessa, per pochi soldi fu mia. Il mio meccanico fece il resto. Fu così che trovai di cosa mantenermi. Unica donna trasportatrice dei derelitti del paesello di provincia. Unica trasportat-rice sta per unica donna che faceva questo lavoro. Chissà perché erano gli uomini al volante-da sempre, nelle storie, nei romanzi. Da apollo che guidava il carro del sole a Caronte che portava i morti, ai camionisti sulla 66-tutti uomini. Le donne, se ti accompagnavano, lo facevano a piedi come Beatrice o a letto. Se andava male, aspettavano. Allora ecco che tesseva Penelope e, se le donne dimostravano un pò di carattere, venivano addirittura condannate a tessere, ecco dunque Aracne. Lei nemmeno aspettava più nulla poiché aveva in concessione tutta l'eternità. Quando poi non tessevano, le donne scrivevano, oh signori se scrivevano. E lo facevano perché avevano tempo, poiché erano gli uomini a guidare: carri, eserciti, e tutti gli altri mezzo di locomozione e potere, possibilmente offensivi e invasivi. Io, da donna al volante di un mezzo invasivo dello spazio, trasportavo persone per offrire un servizio pacifico e pacifista. Nelle pause scrivevo pure. Greta era cabrio e nera-una ripresa ineccepibile-rombava quando scalavi le marce e le piaceva quando scalavi a corto. Era felice quando facevamo deviazioni nel tragitto est-ovest. Era sulla strada, sulla rete stradale, che il mio destino di donna che faceva un lavoro maschile si compiva, perché io vivevo aspettavo e scrivevo. Fanculo alla storia. A settembre dovetti ricambiare un pezzo. Il mio meccanico, era tale Bukowsky, che, quando non si sbronzava a suon di bop psichedelico, scriveva. Scriveva principalmente di quanto fossero profondi e al contempo idioti alcuni suoi colleghi di genere e di donne. Su di me, ovviamente non aveva da dire nulla: 'una donna che guida! Prendi un uomo al volante e dagli la tua testa, ecco come guidi tu. Una donna che vive in macchina è pericolosa perché è fuori tempo. Siamo ancora troppo primitivi per questo.' Detto ciò, declamandomi le doti degli ascensori di cui parla Douglas Adams e contestando la risposta '42', calcolata da 'P.P.'- 'Pensiero Profondo'-sulla domanda fondamentale, mi cambiò il pezzo.


Ovviamente lo pagai regalandogli una cassa di whisky perché non compravo i suoi libri a stock come facevano gli amici, non mi piaceva regalarli. Per onestà intellettuale. Lui diceva di adorarmi per questo. Io pensavo che era tropo banale adorare una donna che come diceva lui 'è fuori tempo', perché per la donna in questione era sinonimo di odore di guai. Perché adorare non era amare. E perché a fare ciò erano dei colleghi di genere di B. e da quello che raccontava lui nei suoi libri, sebbene alcuni sembravano profondi, non è che erano poi troppo svegli. Tuttavia B. adorava Greta-ovviamente quasi più di me-ma semplicemente perché Greta, una come lei, avrebbe potuto permettersela. E con Greta era lui che pagava. Tra di noi invece ero io che pagavo il whisky.  Ricevuta la cassa, rispose al telefono. Suo cugino doveva andare all'ovest. Doveva arrivare in Normandia dove l'ovest finisce e ricomincia l'est. Come rombò Greta all'idea di mangiarsi tutto il continente!!! E non la metà di esso come accadeva più spesso (le macchine avevano un percorso massimo e tu potevi usarle su questo o per percorsi minori purché contenuti in esso). L'ovest era il mio sogno segreto. Prima però era necessario sapere cosa c'era intorno e fisiologico il viaggio. La sensazione del viaggio. Erano 5 anni che vivevo per strada. Avevo una casa ma lavoravo molto. Sentivo il senso del viaggio parte di me, come tutte le strade che riuscivo ad inglobare. Greta ci passava ed io le ingurgitavo. Io scrivevo guidando, avevo una mappa che non usavo mai. Le mappe, quelle per me, le creavo dopo il viaggio, non prima, perché viaggiando scrivevo e creavo le mie opere. Moto a luogo-guardare-mappare. Ecco la mia vita. Ad ovest avrei osservato l'oceano a più non posso. Anche lui è un foglio bianco niente male. L'opposto dell'asfalto a me caro. Ma lo amavo comunque. Con l'oceano tu puoi stare fermo perché è lui che si muove. Con la strada non lo puoi fare. Se non ti muovi non esiste. Io e greta caricammo Julian. Non sapevo il suo nome quando mi presentai all'appuntamento. 'Ciao io sono Zorro.'-'Ma davvero? Allora sarai abbastanza eroe da non scegliere la musica né il percorso, a meno che per quanto riguarda esso, tu non debba far tappe particolari.' Atterrito, Julian (scoprì il nome solo dopo un posto di blocco dove oltre che scroccarci una sigaretta ci chiesero i documenti) si tirò sul naso bene bene gli occhiali da sole, mise i piedi sul cruscotto e Greta ruggì. Io e J. non facemmo amicizia fino a che non arrivammo ai confini con il deserto. Sapevamo entrambi, ognuno per i fatti suoi, che nessuno dei due sarebbe tornato al paesello e forse lì percepimmo ognuno questa cosa dell'altro. Passato il deserto e la camminata a piedi-di dovere-obbligo-devozione-J. si mise improvvisamente a dire cose profonde, belle, sagaci, interessanti, e se la frase con cui si era presentato mi fece l'effetto di un guanto di sfida, adesso sapevo che era quello il guanto di un'intelligenza che chiama un'altra intelligenza simile.


Insomma io con questo J. ci ho camminato a piedi senza accompagnarlo come Beatrice fa con Dante. Io, Donna, l'ho accompagnato tenendo un volante ma ciò non era più vero dal momento che non solo, avevamo entrambi l'intenzione di andare nel medesimo luogo con lo stesso scopo, ma diventammo compagni di un'esperienza simile, comune, che trascendeva il moto a luogo. Un unico viaggio di due fisiologie simili. J. era di quella parte profonda e pura di bipedi di cui parlava B. Non tornammo più dalla Normandia. Spedivamo periodicamente il whisky a B. Comprammo un'altra auto-Giorgina. Era settata come Greta-perché volevamo poter andare per la strada quando volevamo, senza vincoli. Vivevamo in una casa al limite del continente, dove esso si getta nel mare. Greta diventò la nostra piscina. E sempre ruggì.


Fine


CREDITI Regia Progetto a cura di: Roberta DʼOrazio Foto di copertina: Valentina Lanci Editing: Valeria Pierini www.valeriapierini.it Autori 1. Polvere, Nadia Vecchio Foto: Chiara Giudici Brano: Dalla Terra alla Luna, La Biblioteca Deserta www.facebook.com/bibliotecadeserta 2. Le agenzie di recupero crediti verso i sentimenti, Riccardo Ricci Foto: Riccardo Ricci Brano: Airwaves, Be Forest www.facebook.com/beforest3 3. Lʼaurora, Eugenio Bucci Foto: Eugenio Bucci Brano: The Brand New Dawn, Rusty Blues Propellers www.facebook.com/rustybluespropellers 4. Il laboratorio, Antonello Recanatini Foto: Danilo Di Feliciantonio Brano: The Fall Of The Central Galaxy, Antonello Recanatini www.facebook.com/antonellorecanatini 05. Cade, Marco Matti Foto: Giusy Beddia BRANO: È Difficile, Allan Glass www.facebook.com/allanglassrock 06. Ol'bag of bones, Roberta D'Orazio Foto: Ludovica Galeazzi Brano: Ol'Bag Of Bones, Amanda Rogers www.facebook.com/amandarogersmusic Oltreoceano, Angela Giorgi Foto: Il sorriso, Luca Andriolo Brano: Nothing Sacred, Dead Cat In A Bag www.facebook.com/pages/Dead-Cat-in-A-Bag Normandia 3913, Valeria Pierini Foto: Normandia 3019 Valeria Pierini Brano: Uno, Hartal! www.facebook.com/daghedehartal Per contattare gli autori o la redazione: roberta@molamola.it



Waypoints and ligthouses vol. 2