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Made in mokapop.com

RONIN N°1 FEB 2017

FUMETTI-PROSA-ILLUSTRAZIONI-ARTICOLI-POESIA

FOOLISH SAMURAI Gianlorenzo Di Mauro RICORDI IN FIERA Generoso - Antonini - Della Verde SOLACE IN A POST-POST NUCLEAR ERA Mattia Ferri POLLO Champa Avellis #COLTURE Resli Tale HORROR BUS Elisei - Losurdo UNA NOTTE COME TUTTE LE ALTRE Francesca Piantanida WITH TEETH Francesco Segala ZERO Jay Cans1 & Silent Pitt

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Made in mokapop.com

Ciao a tutti! Sono molto contento di essere qui a presentarvi un’altra delle idee realizzate in seno alla community Mokapop. Come qualcuno di voi saprà la community è ormai operativa da qualche tempo on line, ed ha già realizzato alcune cose molto interessanti (a mio avviso) tra cui l’antologia “Mokapop Presenta 1: Oceano”, uscito per Spectre Edizioni. La particolarità di Mokapop Presenta è la presenza di un tema scelto in condivisione che poi è quello che guiderà ogni storyteller nello sviluppo della propria visione. La cosa è ben rodata e ha una riuscita notevole, a livello di partecipazione, riscontro e soprattutto a livello artistico. Rodata la prima parte, si è quindi presentata una seconda esigenza: realizzare un “contenitore” che desse spazio a tutta quella parte della produzione dei partecipanti alla comunità, che non rispondeva ad un tema preciso. Storie spontanee o frutto di collaborazioni interne che rischiavano di non trovare una

ILLUSTRAZIONE DI COPERTINA Erika Asphodel 2

“casa” nella “nave ammiraglia” di Mokapop. Allora l’idea (banale, quanto importante): Ronin. Ronin è una rivista come Métal Hurlant, come il Giornalino, il Corrierino dei Piccoli, 2000AD, ma è anche diversa. Vi troverete storie autoconclusive, a puntate, fumetti, poesia, illustrazioni, storie in prosa. Non c’è un limite né di tema, né di metodo espressivo. Ronin è una “rivista onda” che segue la marea e la corrente generate da chi contribuisce alla sua realizzazione. Sarà Bimestrale e scaricabile gratuitamente in forma di pdf direttamente dal sito www.mokapop.com. Se volete partecipare noi, come al solito, siamo qui: facebook.com/groups/MokapopPlaza/ e anche qui: facebook.com/MokapopStorytellers/ Buona lettura. Pietro “Pitt” Rotelli


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SOLACE IN A POST-POST NUCLEAR ERA di Mattia Ferri Era stanco. Viaggiava ormai da chissà quanto tempo, le gambe erano piene di aghi che lo tormentavano ad ogni movimento. Il respiro, o meglio, l’affanno era diventato ormai un mantra di cui era diventato talmente consapevole da dimenticarselo ad ogni passo. Zakraius si malediva sempre di più. Perché doveva essere così cocciuto? Perché non aveva ascoltato il buon Urger quando gli aveva detto di lasciare stare queste fantasie assurde e rimanere lì con lui, fino alla fine dei giorni? La Landa Infinita a quanto pare era davvero degna del suo nome. Ma Zakraius continuava a camminare. Non ricorda ancora quando gli venne in mente che forse non esisteva solo quell’enorme distesa di roccia sterile ma anche altro. Anzi, sì, se lo ricordava. Gli era caduto un fiore in una crepa… o forse era una goccia d’acqua… Era stanco Zakraius, molto stanco, talmente stanco che quei dannati aghi che lo perseguitavano ormai se li sentiva anche nel cervello, quando cercava di ricordare. Chissà quante risate si stava facendo Urger alle sue spalle, comodo nel suo bivacco accogliente e di cui ormai conosceva tutto. Chissà quante risate pensando alla confusione di Zakraius, alla sua fatica, al suo dolore, al suo sconforto. Urger era davvero un pezzo di merda. Iniziò a dubitare che l’avesse scongiurato di non avventurarsi in

questa follia solo per far sì che lui lo facesse davvero. Ormai Zakraius non era più un essere vivente, era la personificazione della confusione. Aveva anche smesso di camminare dritto. Era come una di quelle nuvolette che lui e Urger osservavano incuriositi, un ammasso di gas che veniva sballottato a destra e a manca dalle correnti, dai venti, dagli agenti atmosferici, senza alcun potere decisionale sulla sua direzione e sulla sua destinazione. Se la similitudine può sembrare ardita, sappiate che Zakraius, o meglio il suo corpo, aveva davvero la consistenza di una nuvola. Pensava che avrebbe trovato qualche ratto da spolpare sul tragitto, ma niente. Solo roccia sterile e arida, solo l’infinita Landa Infinita. Mentre sbandava come la più promiscua delle banderuole, si accorse di qualcosa per terra. Senza pensarci un attimo, e intendo letteralmente, nessun processo chimico si attivò nel suo cervello, fu un atto di puro istinto, si gettò sull’oggetto e una volta preso in mano ne addentò un angolo con una forza sovraumana. Si staccò un pezzo irregolare e iniziò a masticare. Lo sputò immediatamente e osservò questo strano materiale plasticoso tutto pieno di saliva e accartocciato. A causa della delusione rinsavì momentaneamente e notò che nell’oggetto che teneva in mano v’era raffigurato un suo simile. Ma c’era qualcosa che non tornava… Aveva 9


due protuberanze sopra la pancia che egli non aveva. E più in basso mancava un’altra protuberanza, estremamente fondamentale per il suo sollazzo nei giorni in cui non vagava come un idiota per la Landa Infinita. Distolse lo sguardo da ciò che aveva in mano e mise a fuoco il terreno. Incredibilmente pieno di frutti. Vide che giacevano per terra altre immagini di questo strambo essere vivente. E anche uno strano piano rettangolare tutto bianco come le nuvole che osservava, estremamente sottile e lindo. Si accucciò per raccoglierlo, illuminato dal suo candore, quando perse la presa sull’oggetto che aveva raccolto in precedenza, che riportava nell’angolo in alto a sinistra la ferita del morso subito. Con un altro atto d’istinto, avido del suo primo ritrovamento, il braccio di Zakraius scattò nell’aria e raccolse al volo l’oggetto. Nel farlo però lo ferì nuovamente. E a quanto pare in maniera grave. In pratica lo stava scuoiando, rivelandone le interiora appiccicose. Fulminato da un’idea, e quindi infilzato dai numerosi aghi nel cervello, Zakraius scuoiò del tutto la sua preda e ne pose le interiora sopra il piano bianco e limpido. L’immagine di quell’essere strambo si unì al piano, formando un unico oggetto. Zakraius rimase a bocca aperta per diversi minuti. Minuti passati continuando a camminare, perché il mettere un piede davanti all’altro era ormai un gesto inconsapevole. Le fitte alle gambe erano ormai la normalità per il suo essere. Appena richiuse la sua caverna vide un’altra immagine per terra, sempre di un essere strambo, simile al primo ma differente in piccoli aspetti. Anche questo si fece scuoiare senza problemi, e come un ragazzino che ha appena scoperto una nuova droga, unì anche quest’immagine al foglio. Fece lo stesso con altre quattro immagini, sempre trovate vagando a caso inconsapevole. 10

Il piano era ormai in gran parte ricoperto dagli esseri strambi e non era più lindo come… no, non ricordava più com’era prima di imporgli la presenza delle sue prede. Il terrore si impossessò del suo corpo. Aveva trovato un’altra immagine per terra. Un’altra preda da scuoiare facilmente. Ma non aveva alcuna idea di dove poterla unire col foglio. Non c’era spazio e non voleva unirla ad un’altra preda, era la sua creazione e voleva godersela così com’era senza doverla modificare per forza. Ma non poteva rinunciare a quell’atto d’unione che gli creava un così grande piacere. Gli occhi saettavano sul piano alla ricerca di un punto bianco abbastanza grande da ospitare il suo nuovo trofeo ma niente, non era possibile senza insozzare le altre prede. Fu allora che una potentissima folata di vento inizio a scompigliargli i capelli, una corrente apparentemente infinita lo colpì sul volto e su tutto il resto del corpo e piegò il piano che teneva in mano, regalando a Zakraius la soluzione ai suoi problemi. Il piano aveva due facciate, e aveva quindi un’enormità di altro spazio in cui poter installare il suo trofeo. L’aria continuava imperterrita a scalfire la superficie del corpo magro di Zakraius, mentre quest’ultimo compiva ancora una volta un atto di creazione, unendo l’immagine al piano. Anzi, sarebbe meglio dire che il corpo magro di Zakraius scalfiva l’aria imperterrito mentre compiva ancora una volta un atto di creazione, unendo l’immagine al piano. Insomma, Zakraius aveva ragione. Non esisteva solo quella landa infinita nella Landa Infinita. Esisteva anche tutto un altro mondo. E questo mondo si trovava molto più in basso rispetto alla Landa Infinita, e Zakraius, con un sorriso ebete stampato in faccia, lo stava raggiungendo a folle velocità.


“POLLO” Champa Avellis

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Una notte come tutte le altre di francesca piantadina E’ una nottata fresca, come tante altre.. mi sveglio, mi stiracchio, come sempre… Cosa faccio oggi? Che periodo dell’anno è? E’ inverno… per fortuna, ho molto più tempo a disposizione… Ho un aspetto niente male, minuta ma formosa, e mi piace crogiolarmi nell’edonismo guardandomi allo specchio mentre scelgo con calma accessori, trucchi ed indumenti che mi valorizzino. Un po’ di cera nelle mani per scompigliare i capelli corti, lucidi e folti, rossi fuoco… questo mese rossi fuoco. Resto un po’ basita, ferma, immobile come il cadavere che sono, ad ammirare le migliaia di sfumature, calde, corpose e al contempo gelide e metalliche della nuova tintura, ad assaporare con lo sguardo questa chioma cangiante come un gatto davanti all’acquario, ipnotizzato dagli ignari pesci che passano oltre il vetro… Il telefono suona. E’ come essere svegliati da una doccia gelida. Aspetta, aspetta… ‘spetta… non smettere di squillare sto arrivando. Ancora Squilli. Più forti, quasi rabbiosi… sollevo la cornetta: non è il telefono. Il cellulare!!… no aspetta, ce l’ho in tasca, ed è spento. Gli squilli sono diventati un unico acuto rumore costante… Il timer della lavatrice? Mi sembra alquanto improbabile… nel dubbio controllo: no la lavatrice è spenta, e peraltro anche vuota, vatti a ricordare quando l’ho mandata 34

l’ultima volta… Gli squilli sono tornati intermittenti, ma sempre molto rapidi… intervallati da colpi…. Colpi? Calci? La porta!!! Corro verso la porta e la spalanco di colpo. “Che cazzo di scusa hai stavolta?” Non è molto raffinato come buongiorno, buon risveglio, buona sera, o quello che è… ma Picchio non è mai stato noto per essere un maestro di bon-ton, tra l’altro nessuno che venga tutte le sere lasciato dietro la porta, a bussare in quel modo, riuscirebbe a conservare un atteggiamento distaccato per più di una settimana, e a Picchio è toccato in sorte di ripetere questa storia quasi ogni tramonto, da circa cinquant’anni e chissà per quanti decenni a venire: è comprensibile che sfoci nel turpiloquio. “Quand’è stata l’ultima volta che ti ho buttato giù la porta?” “Abitavamo già qui” “Fantastico… quindi non mi posso permettere di rifarlo almeno per un paio d’anni, direi che sarebbe un po’ troppo sospetto per il fabbro… l’altra volta che scusa hai usato” “Furto con scasso… ho addirittura sporto denuncia” Sento il cuore gelare, trafitto dallo sguardo che mi manda: è odio puro, misto a fascino ed ipnosi, è lo sguardo da caccia, è l’attrazione verso la morte, ovviamente io non posso percepirla, essendoci già passata, quando lo usa con me è solo ed esclusivamente a beneficio del mio senso di colpa, vuol dire: se non fossi tu ti avrei già ammazzata per la cazzata che hai fatto. Un lungo e profondo sospiro lo scuote dall’alto


verso il basso prima che io possa immaginare scuse da balbettare, e quando riapre gli occhi è tornato il solito: disincantato, stanco, ironico, pragmatico e mille altre cose, cui non si sa ancora che connotazione dare, anche se la somma tende senza dubbio al positivo. “Muoviti dai, dobbiamo andare ad aprire” “Ma mi sono appena alzata…” “E’ novembre, sono le sette meno cinque… se tu sei pigra e lenta è solo un problema tuo”, improvvisamente sorride, ed il suo sorriso è geniale ed esaltante, per il mio punto di vista, oggettivamente sarebbe cattivo e crudele… credo… “E poi scusa, lavoriamo in un pub, se hai sete, ti puoi sempre servire” Il sorriso si spalanca automaticamente anche sul mio viso, mentre afferro la borsa e lo seguo alla macchina, una Chrysler Crossfire Roadster nera che Picchio considera più di un’amante, e che guida sempre e costantemente senza tenere in alcun conto le condizioni meteorologiche o i limiti di velocità. Una volta, molti anni e molti modelli di automobili addietro, ho provato a fargli notare che non ne aveva il minimo bisogno, che era in grado di spostarsi più o meno alla stessa velocità senza l’ausilio di alcun mezzo meccanico: mi guardò come se avessi bestemmiato, come se avessi insultato un suo parente… e mi disse, spiazzandomi: “Ma non è per me… è per l’auto!” Non ho più avuto il coraggio di tornare sull’argomento. Picchio è assurdo nella sua fissazione per le auto costose, e questo ancor di più se considerate che è l’unico vampiro che conosca ad avere seriamente problemi di soldi. Ci impazzisco ogni volta che ci penso, per noi vampiri è facile essere ricchi, abbiamo tutto il tempo del mondo per accumulare denaro, anche a pochi spiccioli per volta, e non abbiamo alcuna spesa costante per il mantenimento… il cibo gratis è una vera ‘svolta’. Anche per quanto riguarda i vestiti possiamo accontentarci di poco per lunghi periodi, non soffrire mai per il troppo freddo, è anche questo un vantaggio, insomma, volenti o

nolenti abbiamo modo di mettere da parte parecchio denaro, e non abbiamo vere e proprie necessità da soddisfare con negozi commerciali: è praticamente impossibile non finire con le tasche stracolme, figuriamoci squattrinati… Picchio è l’eccezione che conferma la regola, a lui piace spendere, e continuerà a sperperare più di quanto abbia per il resto dell’immortalità; è peggio di un tossico in questo, ragion per cui gli tocca lavorare, e mi ha convinto a fargli da socia. Io non mi curo poi troppo dei soldi, come dicevo prima, anche se avessi soltanto due centesimi elemosinati al giorno, non avendo alcun motivo di spenderli, in capo a due o tre generazioni umane sarei ricca sfondata. Tenete conto che sono in giro da parecchio più tempo… ho smesso di contare gli anni dopo un paio di secoli; e quindi sì, sono più abbiente di quanto mi serva o servirà mai, e quel parassita di Picchio mi si appoggia in tutto e per tutto… vive nell’abbaino della mia villetta sulla Giustiniana, come un inquilino del piano di sopra, salvo che non mi paga l’affitto…e gestisce il pub di cui sono proprietaria. Bisogna dargliene atto, questo per me è un ottimo affare. Nonostante non sappia tenersi un misero euro in tasca è un genio nella gestione: quel locale è sempre costantemente stracolmo di gente festante… e lui è infaticabile. Quanto a me: il pub è un buon modo per non annoiarsi, la noia è l’unico vero rischio che devi temere in una vita immortale. A volte mi chiedo come abbia fatto ad aggirarlo prima di trovare Picchio, che con i suoi assurdi problemi materiali ed i suoi stratagemmi per risolverli pare fatto apposta per un’esistenza di continui colpi di scena. Noi due giriamo insieme da quando si è risvegliato ma non sono stata io a crearlo, o almeno non credo, era un festino piuttosto nutrito, istintivamente ancora sorrido al ricordo. Sono pigra nello svegliarmi e quindi la sera dopo ero tra gli ultimi ad aggirarmi ancora 35


là, come al risveglio dopo i postumi di una sbronza, d’un tratto Picchio si alzato dal mucchio degli avanzi (scusate, intendo i corpi sistemati in fila davanti l’inceneritore) perplesso ma per nulla spaventato, mi ha visto, si è guardato intorno ed ha capito subito cos’era successo, ancora ricordo le sue parole: “Ho veramente bisogno di bere, o mi insegni come si fa o rischio di sputtanarvi tutti andando a casaccio” Come vi avevo anticipato l’educazione non è mai stata il suo forte. Da allora giriamo insieme, per utilizzare canoni umani si potrebbe dire che è il mio migliore amico, a tratti forse addirittura il mio compagno (sottolineo a tratti), io lo prendo in giro dicendo che è come un papera: non si è mai liberato dell’imprinting. “Non mi hai risposto” Scuoto la testa nell’aria notturna, e improvvisamente mi rendo conto che siamo fermi ad un semaforo, nel caos brillante e multicolore del quotidiano ingorgo del traffico romano, che a quest’ora bolle del sottofondo continuo della rabbia che portano con sé i lavoratori, stanchi, sulla via (intasata) del rientro a casa, talmente inebetiti dal loro quotidiano da non voltare neppure la testa, stupiti, dinnanzi due tizi che in piena notte invernale girano in spider col tetto aperto. Siamo quasi arrivati: perdermi nei ricordi mi ha fatto dimenticare il presente. “Non-mi-hai-ris-pos-to” Per Picchio sillabare è come lanciare un ultimatum. “A cosa non ti ho risposto?” “Alla prima domanda che ti ho fatto”. Mi guarda di traverso ingranando la prima con fare rabbioso: “Non incastrarti il cervello, non ti ho rivolto una domanda adesso mentre eri palesemente persa nelle tue seghe mentali, intendevo dire: non mi hai ancora detto che cazzo di scusa hai avuto stasera per essere in ritardo come al solito. Guarda che deve essere una scusa valida, intendo abbastanza valida da non farmi venir voglia, domani, di sfasciarti quella porta di merda, invece di bussare” 36

Decisamente l’educazione ed il linguaggio per lui non vanno di pari passo, ed è ancora peggio quando si tratta di educazione e comportamento… mi ritiene una folle per il semplice fatto che anche quando siamo solo tra di noi io mi ostini a farlo bussare, nonostante gli basterebbe una manata per tirare giù la porta blindata con tutto il montante appresso. Altro semaforo, altre luci in fila, in una processione di punti rossi e bianchi, scintillanti in una lunga teoria di veicoli, di vite, di vene pulsanti e di odori, di fragranze, sapori differenti e sconosciuti che d’improvviso mi ricordano quanto io abbia sete, quanto le mie percezioni agiscano meglio del mio cervello gridandomi che stanotte non ho ancora bevuto e che quindi tutta me stessa deve tendere ad un unico scopo: cacciare, concentrarmi in questo marasma di potenziali sapori e trovare quello che voglio farmi esplodere in bocca, per far appagare tutti i sensi e far sì che bere non sia solo sostentamento, ma soprattutto un esperienza devastante per tutti i sensi… piacere che si diffonde attraverso ogni singolo capillare venoso, come luce calda attraverso il corpo. Espiro profondamente, non perché ne abbia bisogno, ma per liberare il naso da tutti gli odori, al fine di calmarmi e far mente locale sul fatto che non sono sola, che sono in auto con qualcuno che pretende una risposta da me. “Ieri mattina prima di addormentarmi ho tinto i capelli” La risposta lo lascia talmente sconvolto da farlo voltare dal mio lato e fargli scordare la guida per un istante, e per quanto un predatore come lui abbia i riflessi molto più sviluppati di un uomo, la legge del semaforo è implacabile, in quel nanosecondo di troppo scatta il verde ed un coro selvaggio di claxon si leva alle nostre spalle…. “Ma porco.. Madda se hai sete vai a fare fuori quegli stronzi. Ok ok, mi muovo!!!” Due, tre traverse e raggiungiamo il locale. Frena di scatto, con grande sofferenza dei copertoni e si inchina con la testa sul volante, come a riprendere fiato.


“Che diamine c’entra la tintura per i capelli adesso? Eri stanca per la fatica?” “Non… non avevo notato bene il colore, le sfumature sotto la luce, mi sono incantata a guardarle una per una, a gustare il confine sottile tra un cambio di colore e l’altro” “Quanto hai bevuto ieri sera ?” “Perché?” “Uno? Due?” “Diciamo intorno ai due” “Qualcuno completo, tanto per cambiare?” “Vuoi che ti ammazzi i clienti Pi’? Sei impazzito?” “Potresti andare a caccia prima, o dopo, o arrivare tardi qui al pub, o per una sera non venirci proprio… insomma la baracca è tua no? Lo sappiamo tutti e due che questo per te è un solo un giocattolo molto proficuo, non coglionarmi con la scusa che non volevi ammazzare clienti… e poi perché no scusa, quale posto è meglio di questo? Lo prendi, te lo succhi, lo metti agonizzante al volante e la curva in fondo alla strada si occuperà con una bella sfiammata di lui, delle fottute prove che la polizia potrebbe trovare sul suo corpo, di restare tutti in questa magnifica segretezza… e le statistiche sulla guida in stato di ebbrezza potranno aggiornarsi senza timori… insomma dov’è il problema se accoppi qualcuno qua giù nel vicolo… o improvvisamente non ti va più che il tuo cibo muoia?” La domanda era un grande classico, ovviamente vivendo in mezzo agli umani si finisce con l’affezionarsi a loro, e le cosiddette crisi di coscienza hanno fatto impazzire più di uno di noi, con conseguenze nefaste per gruppi interi: la nostra unica regola è non far sapere che esistiamo, ed un elemento che va fuori di testa crea scompiglio in tutta la comunità. Mi sentii in dovere di rassicurare Picchio, la nostra, di comunità, si riferiva in maniera più ampia al discreto numero di vampiri presenti a Roma (quasi un centinaio), sparsi in giro in sotto-gruppetti che spesso nei secoli si incontrano solo per fronteggiare problemi. Tradotto: se io fossi divenuta un problema avrei trascinato il mio socio a

fondo con me. “Tranquillo, ricordi? Il fatto che io non mangi il mio coniglio non vuol dire che non debba più mangiare alcun coniglio” Era il nostro motto per dare una definizione ogni volta che qualcuno di noi ci chiedeva che genere di rapporto intrattenessimo con i nostri dipendenti umani, con gli avventori del pub, o con i conoscenti in genere. Sono argomenti di discussione piuttosto tipici tra la mia gente… probabilmente lo sarebbero anche per un umano se improvvisamente le mucche diventassero senzienti ed occupassero una scrivania in ufficio. Pensavo che quell’accenno alla nostra risposta-tipo fosse sufficiente, soprattutto considerando che l’avevo pronunciata guardandolo negli occhi, fisso, profondamente convinta di ciò che dicevo. Ho occhi che sono armi da caccia, irresistibili e magnetici, per quelli come me, che non subiscono ipnosi, sono però libri aperti, che mostrano la base di ogni intenzione. Lungi dal rassicurarsi Picchio si adagiò ancora più mollemente sul sedile rilassando completamente ogni tensione muscolare, come un pupazzo di pezza che si disarticoli; tremai leggendo lo sconforto nel suo aspetto in genere così determinato, capivo che c’era qualcosa in me che lo tormentava ma non afferravo cosa. “Madda, non puoi andare avanti così” “Come” “A sorsate cazzo! Un morso qui, un morso lì… a parte che rischi di distrarre i tuoi begli occhi ipnotici per qualche secondo e che il tuo pasto si accorga, o si ricordi, di quello che sta succedendo” “Perché mai non dovrei più riuscire a bloccare una preda?” “Non lo so… non so che merda ti frulla dentro se non me lo dici! Quello che so è che come ti nutri non ti basta, sei perennemente sotto trip da sete…. hai i sensi a tremila… come se dovessi scattare a cacciare ogni minuto. Stai ‘a rota’ e non riesci più a controllare la cosa… ormai sei talmente ipersensibile che vai in sballo guardandoti i capelli” “D’accordo, hai ragione, rischio di ridurmi ad avere troppa sete… il problema è che è un po’ 37


che non riesco a trovare un sapore che voglia davvero gustare fino in fondo, che mi ispiri lo spirito della caccia, e se devo bere solo per reggermi in piedi vanno più che bene le sorsate dai clienti che adesco” “Fantastico… e poi tutti penseranno che qua dentro la proprietaria è ninfomane… sei fuori di testa” Esce e d’istante si ritrova ad aprirmi la mia di portiera. Non per cavalleria ma per assicurarsi che non gli rovini la vernice sbattendo lo sportello. Il problema è che lui ha sempre considerato il sangue come un panino, del cibo pronto da essere preso, non ha mai provato davvero a cacciare, è sempre stato talmente sazio, con talmente tante prede a portata di mano da non capire cosa si prova quando la sete acuisce i tuoi sensi e ti rende in grado di distinguere ogni colore, ogni odore, con una consapevolezza che trascende la mente e pervade ogni fibra del tuo essere. Il problema, il vero problema è che Picchio rispetto a me è un bambino, è così… umano… col suo lavoro, i suoi problemi. XXX Non capisco come sia possibile ma non ha mai sviluppato il vero ed unico istinto della caccia, non fine al nutrimento ma fine al braccare, al dimostrare la propria supremazia in una lotta dallo scopo primordiale, e se nessuno mi ispira una tale sfida, mi annoia profondamente il concetto di batterlo, di nutrirmi di lui, e mi faccio andar bene qualche morso di straforo. Ma Picchio ha ragione, la scintilla di energia che ti da’ una vita morente, quando trasmette in te il suo spasmo magico ed unico… è quello l’unico nutrimento che sostiene, anche se la vittima non è di mio gradimento, è l’unico modo per restare sazi a lungo, per evitare di farsi travolgere nel turbine di un milione di stimoli che perdendosi nel vuoto prima di raggiungere la pelle e le orecchie umane giungono intatte ai miei nervi, pure e sublimi… ipnotiche. Gli rivolgo un sorriso sfavillante, rabbioso, che mostri in pieno le zanne, un sorriso 38

dedicato a noi e a quelli della nostra razza. “Hai ragione tesoro, prometto che mi riempirò la pancia… ma che vuoi farci, è più forte di me, è più importante colpire che saziarmi” “Sei proprio una belva Rossa, nel senso letterale del termine” Ma anche lui sorride, di quel magnifico sorriso che farebbe gelare il sangue a qualunque umano, se ne esistesse uno in grado di conservare raziocinio di fronte alla sua espressione. “Rover, che cazzo, corri dentro che si è inceppata la spina della doppio malto!” Barbara, una delle nostre cameriere ci riporta in un mondo ‘umano’ con la rapidità di un giro di pagina. E’ giovane, sveglia, iper-attiva, professionale, stressata: il ritratto della gioventù italiana. Non so cosa intuisca esattamente di noi, e non voglio neppure immaginare cosa possa avergli detto in proposito Picchio, anzi, Rover… Non è una balla, è il suo nome, adesso capirete perché non ce lo chiamo mai. Le sue generalità complete sono: Rover Sullivan, stando al passaporto che aveva in tasca al momento della morte, nato a Londonderry nel 1915, evidentemente da qualche suddito britannico fanatico d’automobili, ed il DNA ha impiantato questa passione insieme al nome di battesimo nel sangue del marmocchio, talmente forte da sopravvivere al decesso, al risveglio, ai decenni…

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