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Cosa ricordi dell’esperienza di E.T.? «Me la ricordo come un sogno ad occhi aperti; quale bambino non vorrebbe incontrare un alieno e con lui vivere un’avventura? Lì è iniziata per me l’avventura della mia vita, del mio lavoro, di quello che tuttora vivo». Già intuivi che sarebbe diventata per te una professione e ti avrebbe avvicinato alla recitazione? «Ero troppo piccolo per avere una chiara consapevolezza, non mi facevo domande sul futuro; giorno dopo giorno è diventata la mia vita perché non ho mai smesso di doppiare». Doppiare richiede tempismo e immedesimazione, sono caratteristiche che ti hanno aiutato poi da attore? «Nel doppiaggio è fondamentale l’immediatezza, non c’è trasposizione fisica, si deve dar voce alle emozioni che in quel momento qualcun altro sta vivendo, recitare invece coinvolge anche il corpo e tutta la sfera emotiva, quindi c’è un approccio molto differente. Ciò che sicuramente mi ha aiutato è stato imparare il rigore, la precisione, la costanza e l’attenzione, tutti aspetti fondamentali per vivere il set». Nella tua vita c’è stato un momento in cui ti sei trasferito da Roma a Bologna, hai cambiato in toto il tuo modo di vivere e di avvicinarti al lavoro. Credi che si possano sempre conciliare scelte personali e carriera? «È molto difficile in un mestiere come questo: ci vuole equilibrio perché spesso si è fuori casa, costretti da orari davvero complessi da gestire e da impegni improvvisi a cui dire di no non sempre è possibile. Ne paga, le conseguenze, involontariamente, chi ci sta vicino. Diventa fondamentale bilanciare le priorità». Ricordi il momento preciso in cui hai capito che andare oltre la sala di doppiaggio, quindi recitare, era il tuo sogno? «A 25 anni ho avuto un momento di svolta; volevo lasciare tutto e diventare maestro di sci, altra mia grande passione. Poi ho incontrato quello che ora posso definire il mio maestro, Riccardo de Torrebruna, che mi ha aiutato a capire come dare corpo alla voce e come gestire le emozioni. Da quel momento ho imparato ad amare la recitazione per la sua completezza, per la forza con cui si può rappresentare l’esperienza umana». A gennaio ti vedremo in tv in “Un Matrimonio” per la regia di Pupi Avati, da molti considerato un maestro; com’è stato lavorare con lui? «Davvero è un grande maestro! Un uomo dall’aspetto burbero in apparenza, ma in realtà buonissimo e

capace di interagire con tutta la troupe. Ho cercato di “rubare” il più possibile sul set, guardavo come sistemava le macchine, come dirigeva noi attori, con quale affabilità e fermezza si rivolgeva a tutti. La sua instancabile passione». Tu sei stato sposato, hai poi avuto una storia importante e un bellissimo bambino, quanto di te hai messo in questo progetto con Avati? «In realtà porto sempre la mia esperienza personale sul set, non si può prescindere da ciò che si è; è un lavoro emozionale, in cui inevitabilmente si toccano corde sensibili. È anche importante l’immedesimazione per dare credibilità al progetto, ma in questo caso specifico è stato semplice; l’ambiente era di per sé familiare e raccontare la storia di un matrimonio lungo 50 anni attraverso dinamiche domestiche ha permesso un coinvolgimento maggiore». Si può dire che da anni frequenti Città di Castello grazie ad alcuni rapporti di amicizia ormai consolidati; cosa ti piace di qui? «In una parola: la quiete. I ritmi della capitale sono davvero faticosi, Roma è una città meravigliosa e spietata allo stesso tempo, quando vengo qui è un rigenerarsi. Il silenzio, la calma e sicuramente il buon mangiare! I miei impegni non mi permetterebbero, almeno ora, di allontanarmi dalla città, ma avere un approdo tranquillo è sicuramente importante per decomprimere tensioni e stress». Sei direttore di doppiaggio, impegnato in un prossimo progetto a teatro, ti vedremo inoltre anche nel cast di Centovetrine: pensi di poter fare già un bilancio o preferisci aspettare di vedere cosa riserva il futuro? «Il bilancio è assolutamente positivo. Senza presunzione, mi reputo un uomo pienamente realizzato: sono contento del lavoro, ho dei rapporti importanti che mi arricchiscono sempre, ma soprattutto ho un figlio che amo e che mi ha assolutamente cambiato in meglio. Ovviamente questo non toglie che c’è il desiderio di migliorare e di raggiungere tutti gli obiettivi che mi sono prefissato». In un ambiente competitivo come quello dello spettacolo non sempre è facile per un giovane trovare la propria strada ed emergere, cosa consiglieresti? «Di pensarci molto molto molto bene (sorride). È una strada davvero difficile, dura, a volte passione e talento possono non bastare. Ci vuole fortuna ovvio, ma anche capacità di sacrificio e umiltà per non pensare di dover mai smettere di studiare e crescere. In fondo è quello che chiede anche la vita, no?» 1 YEAR

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The Mag 7  

T alenti che arrivano. Talenti che vanno. Poi ci sono quelli che tornano... nel girotondo di persone che abbraccia il palcoscenico di The Ma...

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