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fare con uno di un’altra categoria anche quando non si impegna. E qui viene il malissimo. Sì, perché Morgan poteva fare meglio. L’omaggio a Tenco è durato lo spazio di una manciata di canzoni e alcuni racconti - interessantissimi, a dirla tutta - ma per il resto si è ascoltato veramente di tutto. Troppo di tutto. Da Bowie ai Queen fino a Sergio Endrigo. Quindi? Chi si aspettava un concentro esclusivamente tarato sulla figura di Tenco, come suggeriva il titolo, è rimasto deluso. Gli altri, come il sottoscritto, hanno goduto della maestria del maestro e stop. Il signor Castoldi si è presentato con un bicchiere di vino in mano, poco prima del tramonto, e si è seduto al pianoforte. “Mi sono innamorato di te” è un incipit delizioso e serve a Morgan per introdurre la figura di Tenco. Il discorso è di quelli importanti. «La disillusione è dei vecchi e dei giovani. Tenco, quando scriveva musica, era in quell’età in cui si affronta l'esistenza con energia. Ma lui, invece, decise di arrendersi. E questa resa l’ha trasformata in opera d’arte – dice – Ebbe la tragica consapevolezza di stare nel posto sbagliato e di essere una persona sbagliata». Castoldi racconta ancora: «Dall'esterno, però, tutto appariva diverso. Il pubblico vedeva solo bellezza e compiutezza. Ma non era così. Pensando a Luigi mi sono chiesto: uno che è dominato dalla resa, come può adempiere agli impegni quotidiani? Questa è la contraddizione che brucia in Tenco ed è così che dopo una fatica immensa a sopportare questa condizione, arrivò il crollo. Arrivò a pensare che l'unica soluzione è il cappio al collo, che per quanto possa essere poesia è comunque un cappio». Tenco era un disadattato, sentenza Morgan prima di intonare “Vedrai, Vedrai”. Castoldi è un fiume in piena, o meglio, un lago ingrossato: «Le canzoni di protesta non ci sono più. Così come non c’è più la canzone sociale. Oggi parliamo di social, ma la socialità non si può fare ognuno a casa sua. Non andiamo più in piazza, non protestiamo più e tiriamola fuori questa canzone di protesta!». E subito dopo attacca la “La ballata della moda”. Poi si alza il vento, volano i fogli sopra il pianoforte e Morgan si alza e li va a raccogliere imprecando: «Il vento mi piace, ma ora mi ha stancato. Il vento non esiste da solo, ha bisogno delle cose per esistere. Capito vento? Non ti credere chissà chi!», inveisce. E poi parte il primo pezzo “extra”, quella “Wild is the wind” di David Bowie che ci sta a pennello. Selvaggio è il vento e selvaggio è Morgan che riprende il suo discorso su Tenco con il pubblico. «Tenco fu

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un ragazzo scomparso anzitempo. Lui non era triste, è triste quello che ha fatto. Una creatura come lui fa le cose più intensamente degli altri e, semplicemente non ha voluto evitare questa sua fine, forse necessaria». Poi è la volta de “Il mio regno”, altro gioiello di Tenco. Dopo il vento arrivano le cicale e Morgan se la prende anche con loro. Dal cilindro tira fuori una fiaba di Leonardo Da Vinci. «Il cedro, insuperbito per la sua altezza, guardava dall’alto verso il basso gli altri alberi. Poi arrivò un vento fortissimo e lo sradicò – racconta Morgan – E nel frattempo il grillo ride, così come la cicala». Si rimette al piano e attacca “Cicale, cicale, cicale”. Poi ci ripensa e lancia un’altra invettiva: «Non far fare programmi televisivi a me, ma farli fare a Mika, è un po’ come dire a Piero Angela che al suo posto c’è Heather Parisi». Se la prende con il suo bicchiere a corto di moscato e attacca “Per fare un albero”, lasciando qualche perplessità tra il pubblico. Torna in cattedra e si esibisce in un mash-up davvero bello tra la sua “Altrove” e “Bohemian Rhapsody”. Si riaffaccia Tenco con “Ciao amore, ciao” e poi la struggente “Quando”. Si chiude con “Il mio mondo” di Umberto Bindi. Intorno, nel frattempo, si è fatto buio da un pezzo, la gente se ne va, il lago ringrazia.

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Estate è quando non riesco a smettere di meravigliarmi di fronte a un campo di grano dorato, alle distese di girasoli, al verde ridondante d...

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