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BURRI AL GUGGENHEIM:

IO C'ERO di Elisa Mambrini

Non poteva che essere il Solomon R. Guggenheim Museum di New York la cornice d'eccezione per onorare al meglio il nome di Alberto Burri oltreoceano, in occasione delle celebrazioni del centenario della sua nascita. “The Trauma of Painting” infatti si preannuncia come la maggiore e più completa retrospettiva dedicata all’artista negli Stati Uniti. Ho avuto la possibilità di partecipare all'opening della mostra e già quando si arriva l'emozione è amplificata dal trovarsi di fronte uno dei musei d'arte contemporanea più belli al mondo. Non solo per il suo contenuto ma per la sua architettura meravigliosa, fatta di volute bianche che si allargano verso il cielo, in una spirale perfetta. Piccolo tra i grattaceli ma immenso nella sua bellezza, il museo è opera di Frank Lloyd Wright, icona e capolavoro dell'architettura contemporanea. Basterebbe già questo per sentirsi orgogliosi. Il nostro patrimonio "familiare" prima ancora che artistico e culturale è lì dentro e farà mostra di sé fino a gennaio 2016.

espositivo ci si può sedere in enormi cuscini per realizzare insieme agli addetti museali, piccole combustioni e sacchi. È una rassegna ampia, che copre gli anni dell’intera carriera dell’artista, includendo tutte le tipologie di supporti espressivi utilizzati. Una mostra sulla materia e sul sentire, sul trauma del dopoguerra europeo e personale dell'artista, ma anche sull'immediatezza delle emozioni dello spettatore. Emozioni trasparenti come plastiche, altre volte bianche come vesti, altre calde come i legni. Una mostra “meta-contemporanea”, che per il suo contenuto sembra pensata oggi, per quanto attuale: così d'impatto scenico e allo stesso tempo essenziale. Una mostra che, dovrebbe renderci orgogliosi di essere tifernati e di mostrare al mondo il nostro più bel capolavoro: il maestro Alberto Burri.

Il nome di Burri campeggia nella rotunda, nero su bianco, che già sembra anticipare il piglio elegantissimo con cui la mostra è stata allestita. È un succedersi lento e ben scandito di opere, molte sconosciute anche a noi tifernati perché di proprietà di collezioni private e gallerie. Provengono non solo dall’Italia o dall’Europa, ma anche dagli Stati Uniti dove agli inizi degli anni cinquanta, il giovane Burri espone con mostre collettive e personali ottenendo un immediato riconoscimento. Sarà per questo che le opere sembrano così bene inserite in questo contesto newyorkese, come se ci fossero sempre state, o come se gli americani lo conoscessero profondamente da sempre. Le opere esposte sono cento tra Catrami, Muffe, Gobbi, Bianchi, Legni, Ferri, Combustioni plastiche, Cretti e Cellotex. In una sala si può assistere alla proiezione di un documentario speciale sul Cretto di Gibellina e nel percorso

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