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s s e r P a M oC

Settembre 20

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Visita il nostro sito internet www.mocapress.org Siamo tornati! Mentre tutto crolla E con un po' di presunzione diciamo che ce n’era proprio bisogno! Sì, perché il nostro periodo di assenza è stato colmato da un’ormai ingestibile e spropositata mole di parole di odio, di intolleranza, di prevaricazione e saccenza in ogni settore dello scibile umano e soprattutto i nostri fedeli lettori avranno sicuramente sentito la mancanza di questo piccolo giornale che ormai da 9 anni si pone l’obiettivo contrario di aprire confronti, offrire spunti, informare chi non vuole fermarsi alle notizie “da propaganda” ed è fermamente convinto che la mente per funzionare deve essere come un paracadute, aperta! Paradossalmente, proprio questo periodo, così pieno di crimini assurdi, profughi sequestrati, ministri indagati, donne violentate, ronde fasciste, è stato per noi terreno fertile, perché se quello che troverete in questo numero lo abbiamo sempre scritto, oggi più che mai risuona come una rivendicazione di umanità e di disomogeneità del pensiero. Saremo pure “i soliti”, ma abbiamo proprio bisogno di dire a chiare lettere che siamo antifascisti, solidali, ottimisti, indipendenti! La cronaca quotidiana degli ultimi tempi ha decisamente superato anche le nostre paure peggiori e se ci sono indubbiamente stati in

passato periodi storici con personaggi politici ambigui e situazioni paradossali all’italiana (il crollo del ponte di Genova, ahi noi, potrebbe essere accostato a svariate tragedie preannunciate nel nostro Bel Paese), la realtà attuale sembra essere davvero “il fondo”, oltre il quale

non resterebbe che scavare. Non tanto, o non solo, per l’assenza definitiva della classe politica e di una guida solida del Paese, quanto per l’impoverimento culturale e la pedissequa ondata di odio ed intolleranza che hanno pochi (chiari, in verità) precedenti. Certo, manca il lavoro, mancano degli investimenti importanti, non c’è un welfare degno di chiamarsi tale, non ci sono servizi che vagamente corrispondano alle tasse che paghiamo (e tutto questo ha già del catastrofico), ma quello che ci spaventa molto è la

perdita addirittura dell’umanità (che non è solo una bella parola da usare in un hastag, ma è ciò che ci rende appartenenti ad un genere pensante e senziente). Quanti di voi non si sono riconosciuti nel brutale diniego di accoglienza esteso a bambini e donne violentate? Quanti di voi sono convinti che la famiglia la fa l’amore e non la qualificazione di genere? Quanti di voi sentono la mancanza di seri investimenti (non solo economici) sulla scuola, sui servizi sociali, sulla cultura, sul turismo, potremmo dire sulla conoscenza in genere? Beh, se state leggendo questo giornale probabilmente vi includerete nel gruppo! Non è tempo di piangersi addosso, però! Lo abbiamo detto in premessa, siamo idealisti ma anche ottimisti ed abbiamo sempre creduto nell’esercizio della democrazia dal basso. Non per fare rivoluzioni, perché quelle sono degli indignati veri e noi italiani non lo siamo abbastanza, ma per partire dalle piccole dimensioni in cui conta il singolo individuo, il suo pensiero, il suo agire quotidiano. Oggi più che mai, diceva un’arguta scrittrice, schierarsi è un atto politico, necessario. Noi non ci tiriamo indietro e ci schieriamo con i nostri articoli. Buona lettura! La Redazione redazione@mocapress.org

Sommario: Eravamo tre...

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“Il cielo è di tutti”

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Il popolo della notte

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Più fatti, meno selfie

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Fascismo eterno

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Pagliacci...

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Moca Press Settembre 2018

Eravamo tre buoniste sul treno Disposte a fare un viaggio di novanta minuti (destinazione stazione di Calitri, Sponz Fest) senza aria condizionata, per ascoltare – sotto un sole cocente – le testimonianze di sindaci coraggiosi, che hanno scommesso sull’accoglienza! Beh, se questo è buonismo, comunismo o radical chiccheria allora ben venga. E che soddisfazione scoprire, giunte sul posto, che c’erano un centinaio di altri buonisti-comunistiradical chic che per due ore hanno ascoltato rapiti i racconti di Giusi Nicolini (ex sindaco di Lampedusa, ex ahimè, perché il coraggio non sempre paga!) ed Elena Carletti (sindaco di Novellara), prime cittadine coraggiose di comunità in cui la multiculturalità e l’integrazione nemmeno si devono scegliere, perché sono già realtà, gestite con umanità ma soprattutto con una pregevole organizzazione che sta anche un po' “davanti alla Legge” – dicono – che non sempre segue la storia con la stessa velocità! Certo, finiamo sempre più spesso a parlarci tra di noi e ci capiamo, ovviamente, e condividiamo grandi ideali di solidarietà, carità, fratellanza, anche se quotidianamente siamo costretti a subirci parole vomitate che trasudano odio, razzismo, prepotenza, soprattutto in quelle grandi casse di risonanza “a gratis” che sono i social. Ma non si può dire che sia facile mantenere la propria identità quando sembra così marginale. E se l’apparenza ingannasse? Il fatto che in un afoso pomeriggio estivo in quel della stazione di Calitri ci fossero cento persone e più per un evento così impegnativo e così controcorrente non vorrà forse dire qualcosa? Chi determina veramente la marginalità di un pensiero? Mica mr. Facebook? Mica i giornali? I media, si sa, hanno bisogno della “risonanza” della notizia e una parola forte, volgare, fastidiosa ha sicuramente un primo impatto più consistente di una parola d’amore, di accoglienza, di speranza. Ma siamo veramente tutti così noi italiani (che, per giunta, qualcuno vuole far primeggiare!)? Così aggressivi, così poco accoglienti, così omologati, così ignoranti? Io non voglio crederci e non voglio nemmeno credere che questa fase di odio durerà per sempre. Il mondo va in un’altra direzione (anche se noi abbiamo sempre avuto la “sindrome da penisola”!) e volerlo negare significa solo rallentare un processo evolutivo e, soprattutto, non correggere delle storture che senza dubbio la globalizzazione si porta dietro. Va be’, mi rendo conto che il mio suonerà come “il solito discorso da …”, ma se abbiamo preso un “treno dei desideri” che fino a qualche anno fa era un’utopia, per partecipare ad un evento dove si mischiano culture e tradizioni, in un’atmosfera internazionale, pur rimanendo a Calitri, allora non vedo perché non essere ottimista! Giuseppina Volpe

“Il cielo è di tutti”

giuseppina.volpe@mocapress.org

Se dovessi creare una “nuvola di parole” con tutte quelle più utilizzate negli ultimi tempi, la più grande e centrale, ahimè, sarebbe “razzismo”. Oddio, anche “odio” non scherza. Le cronache degli ultimi mesi sono note a tutti. Lungo lo Stivale abbiamo assistito ad aggressioni nei confronti di persone che avevano la sola “colpa” di avere un colore della pelle diverso dal nostro, il tutto fomentato da un clima squadrista figlio della migliore ignoranza che si possa immaginare. Fortunatamente sono di carnagione chiara e neanche dopo un mese di mare arrivo a livelli di abbronzatura estrema, altrimenti c’era da preoccuparsi! Ho trascorso l’anno scolastico che si è concluso in una parte d’Italia a me completamente sconosciuta: in Val Calepio. La classe, che mi sono trovata di fronte, era molto variegata, ne avevo già parlato in un precedente articolo (Benvenuti al Nord cfr.). I mesi trascorsi con loro sono stati molto belli, stimolanti ed intensi, oltre che per me una vera e propria ricchezza da aggiungere al mio bagaglio culturale ed umano. Scoprire gli usi e i costumi dei bambini provenienti da altre culture, vedere che per loro il razzismo non esiste perché, evidentemente, c’è solo nelle menti (bacate) degli adulti, mi ha fatto, per certi versi, ben sperare. Mi ha fatto capire quanto è importante iniziare a diffondere dei sani valori sin da piccoli. Tra di loro sono tutti uguali e non danno importanza al colore della pelle o al Paese d’origine. Quella varietà ogni giorno mi ha fatto scoprire mondi che mai avrei visto. Quei nomi per me inconsueti che nei primi giorni non sapevo quasi pronunciare, poi mi sono diventati assolutamente familiari. Per non parlare della loro gioia e dei loro sorrisi che ogni giorno hanno accompagnato la nostra avventura. Gli stessi che ritrovo nelle foto del mio telefono e che non potrò condividere per rispetto della loro fanciullezza. Che belli che eravamo e quante cose hanno insegnato loro a me! Ricorderò sempre quelle manine che facevano a gara per stringere la mia all’uscita da scuola. Spero che la vita gli sorrida sempre e che possano avere quel riscatto che meritano. Fortunatamente non siamo tutti come certi Ministri della Repubblica Italiana! Sarò anche una “buonista”, una “radical chic” e “idealista” (come ha detto qualcuno), ma che nessuno mai si senta straniero perché non lo è! Laura Bonavitacola laura.bonavitacola@mocapress.org


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Moca Press Settembre 2018

Riceviamo e pubblichiamo Il popolo della notte Se la decisione di leggere o meno un articolo dipende dal titolo che ne rivela il contenuto, credo che adolescenti e uomini/donne maturi/e in cerca ancora d’avventure non siano motivati a proseguire nella lettura. Il popolo della notte è la definizione che ho voluto dare a quel gruppo di persone che durante le ore notturne hanno riempito i vuoti e i silenzi di un ospedale nella provincia di Avellino, una volta… La porta del bagno era socchiusa e con solo quel po’ di luce che entrava nella stanza potevo ricurva scrivere su un foglietto già malconcio, ritrovato in una delle tante tasche poco usate della mia grande borsa, quello che sembrava essere uno dei racconti da inserire in un futuro, remoto libro. L’unico rumore che proveniva dal corridoio era il risultato di uno struscio debole e stanco degli zoccoli di un’infermiera dai capelli rosso fuoco. Un tempo doveva essere stata davvero una donna appariscente, considerato il modo in cui portava ancora le sopracciglia e le labbra di rosso tinte, durante la notte. Difficilmente chi ha trascurato la sua persona, nell’abbigliamento, negli accessori, nel modo di camminare, riesce ad avere una rivoluzione, nell’anima e nel corpo. Forse di rado succede, ma io ne conosco davvero pochi, anzi a pensarci bene… forse nessuno. Lei era così eccessiva perché lo era sempre stata probabilmente, anche se ora con l’età tutto sembrava sproporzionato. Mentre dalla camera in fondo al corridoio arrivava un forte rumore di tosse e vociare misto ad imprecazioni di ogni tipo e la solita nenia “mamma, mamma…vienimi a piglià!” io controllavo che il lento goc-

ciolio della flebo non si interrompesse. Ho impiegato tre notti a capire che dopo una certa ora non sarebbero mai finite perché venivano “programmate” lente, di proposito, e poi “riprogrammate” più veloci al mattino presto, dopo il primo prelievo. Quando ero ricoverata io in ospedale erano di vetro queste bottigliette a testa in giù,

ora invece, che facevo semplicemente compagnia ad un’amica, ho notato come fossero di uno strano materiale, molto morbido, una plastica che sembrava quasi silicone. Di sicuro un grande passo avanti per la sicurezza. Un ragazzo molto giovane e apparentemente timidissimo era arrivato alle venti e trenta. Il suo compito era stare accanto a quel signore di ottantanni che la malattia aveva ridotto ad uno zombie. Era morto da quindici giorni ma nessuno se ne era accorto. Continuava a respirare e questo gli aveva fatto guadagnare un bonus, una flebo intrisa di morfina. Il ragazzo, a cui ho dato per poche ore il nome di Nike, come lo scrivi così lo leggi, come nella famosa scena del saloon nel vecchio film con Michael J. Fox, era proprio come Marty McFly Jr, fuori dal tempo. Non parlava italiano, non sapeva cosa fare, gironzolava con le cuffie del cellulare infilate nelle orecchie e

parlava con qualcuno in una lingua che assomigliava al rumeno ma non lo era. Un paio di volte un’infermiera lo ha richiamato e poi ha dato un’occhiata alla camera dove mi trovavo io. Non so se fosse infastidita più dal mio essere perennemente sveglia o dal fatto che stessi scrivendo, mi ha spento la luce e ha detto a voce alta che era il caso di dormire. Manco fossi un ragazzo di quindici anni, in un dormitorio per adolescenti e mi avesse sorpreso con una rivista porno, ho ubbidito. Appena i suoi zoccoli hanno smesso di interrompere il silenzio di una notte d’agosto, ho riacceso la luce del bagno. Ero in un punto cruciale della scrittura del mio racconto quando mi sono accorta che c’era un’urgenza. Il silenzio era mutato in chiasso, dalle stanze vicine si affacciavano le donne e gli uomini chiamati a fare “la notte” quindi ho scoperto che c’era qualcuno in quell’ospedale. Erano solo nascosti. Nike impegnato nella conversazione telefonica che proseguiva dal corridoio al capezzale del moribondo, nemmeno ha capito cosa stava accadendo. Era appena morto un uomo. Era arrivato nel pomeriggio e accanto a lui c’era una giovanissima donna straniera, alta, bionda e dalle guance rosse, consumate dal vento e dal sole, ignare di quella cosa che noi donne d’occidente chiamiamo crema idratante. L’indomani, alle otto del mattino, Nike e gli altri del popolo della notte sono andati via, incassando il loro prezzo, cinquanta euro, soldi neri, come “la notte in cui tutte le vacche sono nere”.

Francesca Rullo


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Più fatti, meno selfie Ormai è chiaro a tutti noi quanto sia diventato facile (soprattutto attraverso i social) dare dimostrazione della propria arroganza smisurata. I signori “so-tutto-io” sono dietro ogni angolo, sia esso fisico o virtuale. La gara è fra chi la dice più grossa, senza esclusione di colpi. La faccenda, però, diventa grave quando a partecipare a questa gara, anche con fare alquanto accanito, sono i nostri cari politici (anche quelli locali, intendiamoci) che sparano a zero su tutto e tutti come se non ci fosse un domani. Ed infatti, grazie a loro, un domani quasi certamente non ci sarà. La moda del politico (e non) è quella di criticare, commentare e di infangare il “diverso da sé” facendosi paladini della verità. Le dichiarazioni sui giornali o ai microfoni (soprattutto da parte di un paio di schieramenti politici in particolare) rasentano la presunzione, ma è sui social che viene fuori il bullo politico. Una persona che ha un’ideologia politica differente esprime una opinione? Ecco che partono commenti ricchi di

insulti dove in maniera del tutto velata (così da evitare di essere bannati) si susseguono offese all'intelligenza. Ho

subito io per prima una cosa del genere da un tizio che crede di essere un personaggio politico ma che io, vivendo fuori dal suo territorio di caccia (al voto), non so manco chi sia. Eppure, per aver solo espresso un consenso, ho subito offese personali gratuite da uno sconosciuto. Se tutta questa veemenza la impiegas-

sero per fare cose buone lì dove sono stati messi a servire il Paese, staremmo tutti meglio! La faccenda in questione la vidi come una possibile interpretazione del paradosso che siamo costretti a vivere oggigiorno: si parla tanto di bullismo, al punto tale che gli studenti nelle scuole non ne possono più, ma chi è che finisce per dare il cattivo esempio? I politici. Quelli che, in teoria, dovrebbero garantire l’esercizio di un'etica del comportamento, a quanto sembra, per loro totalmente campata in aria. La differenza, però, è che il bullo viene giustamente punito a scuola dal professore, il politico no. Lui sguazza gioiosamente nel suo vivere da intoccabile. Anche per loro ci vorrebbero punizioni esemplari, che facciano smettere davvero tutti di perdersi nell'inutile cialtronaggine e di credersi dei tuttologi del nulla. Misurate le parole, date il buon esempio. Più fatti, meno social, grazie! Rita Mola rita.mola@mocapress.org

Il fascismo eterno "Il fascismo è passato, non esiste più, è qualcosa che appartiene allo scorso secolo". Questo è l'alibi pericoloso di chi ignora, o finge di ignorare, le similitudini, le analogie, i parallelismi con le situazioni storiche, culturali, sociali che permisero nell'immediato primo dopoguerra il graduale avvento di quel modo di concepire la realtà che la storia ha etichettato come "Fascismo". Di scritti e saggi storici, critici, sociologici, da una parte e dall'altra, ho avuto modo di leggerne e studiarne tanti, altri se ne aggiungeranno. E non riesco a non pensare "Altro che passato, altro che secolo scorso!". Sono terrorizzata da ciò che sta accadendo e incredula di fronte dall'inerzia di tutti coloro che dovrebbero reagire, opporsi, perché avvertono il pericolo che stiamo correndo, e invece, delegittimati e messi all'angolo come un pugile prossimo al ko, si agitano confusamente, ognuno per conto proprio, simili a tacchini impazziti, dando la sconfortante impressione di non avere affatto chiara la direzione da prendere. Nel mentre, siamo in balia di un personaggio abietto, immorale, meschino che probabilmente è molto più furbo di ciò che appare, che agisce incontrastato anche grazie ai vezzi e all'ingenuità di altri personaggi che sembravano più astuti, ma stanno palesando giorno per giorno la propria totale spaventosa inadeguatezza. Da un po' di tempo, a chiunque mi chieda il perché della mia accanita, manifesta, mai negata intolleranza verso Salvini e verso la sua - ahimè - abile strategia comunicativa, consiglio di leggere un pamphlet illuminante di Umberto Eco, "Il fascismo eterno". È una lettura che non regge alla scusa del "non ho tempo", si completa in mezza giornata, forse meno. Mi spaventa pensare agli scenari che si stanno aprendo dinanzi a noi, mi spaventa chi continua a sottovalutare la portata di certe iniziative, mi spaventa il clima di scomposta approvazione in cui tutto si realizza. Difficile immaginare come andrà a finire. Se la storia è maestra di vita, appare sempre più evidente quanto siano poco attenti i suoi allievi. In definitiva ho poche certezze, ma rimango ferma e irremovibile in una convinzione: il fascismo, in qualunque veste si mostri, non è un'opinione, è un crimine. Angela Ziviello angela.ziviello@mocapress.org

“La presente pubblicazione non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene pubblicata senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7-3-2001”


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Pagliacci, picchiatori e tweet In questi giorni ricorrono gli 80 anni dall’orrida firma delle leggi razziali fasciste. Non che sia un “compleanno” particolarmente allegro per tutti gli italiani civilizzati, ma coi tempi che corrono è improbabile che nel loro profluvio di tweet, i “vicerè delle mistificazione” reggenti possano farvi anche un lontano accenno. Già da prima questo genere di commemorazioni ingeneravano un misto tra indifferenza e fastidio nel corpaccione elettorale. Ora, i twittatori seriali e i loro ministri della propaganda, anche se volessero mostrare un innaturale (per loro) slancio antifascista, dovrebbero seriamente valutarne l’impatto sul loro seguito social. Sì, perché nel Paese c’è una voglia di “fascismo pop” e di “fascisterie” accessorie che te la raccomando. E non è una grande scoperta. Reduci e nostalgici son morti o statisticamente irrilevanti. Quelli che la fanno da padrone sono le loro versioni macchiettistiche: i cialtrofasci. In un Paese dove è sempre andato di moda, sottotraccia, fare il broncio quando si parla del “25 Aprile” e della “Liberazione”, la cosa sorprende poco. E sorprende ancora meno che tutti i dubbi storiografici e filosofici svaniscono davanti alla graditissima combinazione “Pasqua”, “Liberazione”, “1° Maggio”. È pragmatismo, si dirà. Ma ad ogni occasione, questo “pragmatismo” si traveste a turno da vigliaccheria o paraculismo. Altrimenti come spiegare la voglia improvvisa di tiro al piccione-negro con fucili a pallini? Zotici che feriscono bimbi di 9 mesi, muratori africani su impalcature e nigeriani a caso, per strada. E tutti che stanno “provando” le loro armi o sparando ad un piccione che passava di lì. Pur comprendendo l’ascesa e l’entusiasmo che anima questi amanti delle armi con l’arrivo del ministro Matteo, patrono del “se-entri-in-casa-mia-esci-steso”, potremmo anche smetterla di prenderci per i fondelli: la caccia al negro, anche in senso letterale, è oramai sdoganata, ma questi frignoni non hanno nemmeno le palle di ammetterlo. Anche qui sarà pragmatismo (su consiglio dei propri legali), ma forse è piu’ lo spirito del cialtrofascismo che aleggia. Insieme allo sdoganamento delle parole di odio, dei tweet aggressivi, e delle risse social, poi succede che qualcuno pensa che si possa fare davvero la caccia allo straniero (povero) suonando la carica de “la ggente è esasperata”. E succede che due di questi cialtroni si tramutino in delinquenti, ammazzando di botte un marocchino perché “era un sospetto ladro”. Piagnucolando un “non volevamo ammazzarlo” una volta in caserma. Ma siamo all’inizio: i “vattene via sporco negro”, gli autisti che non si fermano per far salire gli africani e le uova in faccia ad italianissimi atleti con la pelle nera si moltiplicheranno. Che il Governo continuerà a non far nulla e a minimizzare questi episodi per trarre ulteriore consenso dall’ennesima invettiva a base di fake news del vicerè di riferimento, mi pare pure superfluo scriverlo. Ah, dimenticavo: finche non lo smantellano, c’è ancora il codice penale in vigore. E per quanto “il Capitano” si appunti i capi di imputazione come fossero medaglie, non potendo appuntarsi nulla di concreto dopo mesi da “Ministro dall’Interno” (di Twitter), è bene lanciare un chiaro avviso ai naviganti: lui può farlo perché ha il culo al caldo tra Tribunale dei ministri ed autorizzazioni a procedere varie. A voi, leoni da tastiera e cialtrofasci da strapazzo, potrebbe andare molto peggio. Chiedete ai fenomeni che dopo l’ebbrezza da “impiccment”, a suon di insulti e minacce varie, ora se la stanno vedendo con la DIGOS. Luigino Capone luigino.capone@mocapress.org


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