Issuu on Google+

Contattaci redazione@mocapress.org

s s e r P a MoC

12 F e b b r ai o 20

(e x)

Visita il nostro sito internet

www.mocapress.org Pochi eroi, molti irresponsabili La banale (ma efficace) analogia tra la nave Concordia che affonda e l’Italia che sprofonda è diventata un mantra sui media e tele-salotti della ciarla e l’esasperazione della divisione tra innocentisti e colpevolisti, tra fatalisti e super-uomini è uno sport in cui pochi altri riescono a batterci. Ci sono gli eroi da poltrona 2.0 che si lanciano in furibonde invettive contro il codardo Schettino, reo di non aver avuto gli attributi per rimanere sulla nave e governare i soccorsi e i polemisti pseudomarinareschi (con patente nautica presa su Wikipedia in dieci minuti) che pappagallescamente si scagliano contro la pratica degli “inchini”, l’imperizia del capitano e finanche contro il malefico dominio degli armatori che obbligano certe pratiche per motivi di business, pur senza manco aver mai visto il mare aperto. E infine non mancano mai i complottisti che associano il declassamento da parte di S&P all’affondamento della nave i cui ponti “misteriosamente” si chiamavano come i paesi declassati. In realtà l’incidente della Con-

cordia, più che sulle responsabilità nel caso specifico, sollecita naturalmente una riflessione (oltre che sull’infantile opinione pubblica mainstream) sul modo di concepire la responsabilità nel nostro Paese e sui riflessi sulla vita dei cittadini. E non basta il solito panegirico inutile e demagogico, sulla mediocre classe politica che ci

governa e sui suoi privilegi per lavarci la coscienza. Perché la responsabilità (e la sua assenza) si fa sentire a tutti i livelli: dall’autista del bus che ci porta nei luoghi di lavoro, fino al medico che ci prescrive dei farmaci, passando per tecnici e operai che costruiscono gli edifici delle nostre città. Tutte cose complesse da monitorare in tempo reale e, in pratica, demandate alla coscienza civica del singolo e della collettività. Sarà questa “coscienza” che percepisce che

fare controlli fiscali a Cortina (o in qualsiasi altro luogo) è sintomo di un fantomatico “accanimento fiscale” o per cui “la ricevuta posso anche non fartela perché tanto a te non serve”, salvo poi lamentarsi delle misere pensioni minime o dei servizi inesistenti? Ed è sempre la medesima coscienza che permette alla “conoscenza” di battere 4-0 il merito per avere il famigerato “posto”, pubblico o privato che sia, o contribuisce a mettere (e mantenere), in posti di potere personaggi che vanno dal Cosentino di turno fino all’ultimo funzionario pubblico che sottobanco ti regala la pensione di invalidità? Se così fosse e se la “coscienza civile” è di questo lignaggio, non è possibile meravigliarsi se sempre più spesso ai posti di comando ci siano incompetenti, raccomandati o farabutti in piena regola. Perché, in fondo, tra piccole ruberie, favoritismi e approssimazione, siamo tutti dei piccoli Schettino, ogni giorno. La Redazione redazione@mocapress.org

Sommario Il coraggio di crescere

2

Io mi differenzio

2

Cultura forzata

2

La scuola siamo noi...

3

“Se Dio esiste dovrà...

3

Il trapano nel cervello

4

Facciamo finta che...

4

La classifica dei libri

4

“Erano altri tempi”...

5

Dubbi amletici

5

Leggi direttamente dal tuo telefono cellulare le ultime notizie del nostro sito, attraverso questo codice QR


Pagina 2

MoCa (ex)Press Febbraio 2012

Il coraggio di crescere Ossessionato dal suicidio di due giovani fans, Cheyenne (Sean Penn) vive ormai da vent’anni cristallizzato nel suo personaggio di rock star. Si veste e si trucca tutte le mattine per indossare la maschera dell’unica identità che è riuscito a costruire per se stesso. Vive agiatamente con la moglie Jane (Frances McDormand) determinata ed iperattiva esattamente al suo opposto che, invece, appare costantemente e visibilmente annoiato o forse meglio, come dice lui, “disturbato” ma non sa da cosa. La morte del padre, con il quale non ha rapporti da trent’anni, lo porta a New York dove ha modo di conoscere l’ossessione alla quale il padre aveva dedicato tutta la sua vita senza risultati: riscattarsi dall’umiliazione ricevuta da un nazista in un campo di concentramento. Inizia così il viaggio paradossale del protagonista attraverso tutti gli Stati Uniti; Cheyenne trascina simbolicamente il suo trolley, che rappresenta il peso dei rimorsi di una vita, ed incontra, in questo cammino, strane figure dalle singolari personalità, vivendo così una sorta di crescita interiore ed esteriore che lo porterà ad indossare finalmente i panni di un uomo. Meravigliose le battute della pop star bambino che appare a volte ironico e a volte violentemente lucido nelle sue riflessioni. Lo stile di Paolo Sorrentino si riconosce dalle inquadrature, che qui si focalizzano sui primi piani dei volti dei protagonisti oppure sugli ampi paesaggi degli Stati Uniti, e dai lunghi silenzi segnati all’improvviso dai dialoghi mai scontati. Bella anche la selezione musicale dai Talking Heads (il titolo del film è tratto da una canzone del gruppo) alla presenza nel film di David Byrne nei panni di se stesso. Iolanda Dello Buono iolanda.dellobuono@mocapress.org

Io mi differenzio Il 2011 portò con sé l’entrata in vigore di una normativa che regolamentava l’abolizione dei sacchetti di plastica. Da ecologista attenta salutai con massimo favore la nuova legge. Tutti i negozi sarebbero stati tenuti a dispensare buste che fossero conformi alla normativa europea. E tali buste si sarebbero potute utilizzare anche per la raccolta dell’umido, perché venivano banditi definitivamente i sacchetti di plastica. Infatti le buste in uso avrebbero dovuto riportare la scritta “sacchetto conforme alla normativa UNI EN 134322002”, oppure avere i marchi di fabbrica “compostabile cic”, “compostable”, “mater-bi” o “vincotte”. E ora veniamo a noi. Ad un anno di distanza che risultati si sono ottenuti? Mi viene fatto notare da una persona a me cara, che alcuni negozi montellesi dispensano sacchetti che non rispettano la suddetta normativa, o meglio, la eludono. Mi armo di buona volontà e, effettivamente, scopro che i sacchetti che sarebbero dovuti essere classificati come compostabili, così da certificarne la biodegradabilità in tempi rapidi, non sono tali e che molte volte sono spacciati per compostabili e adatti a rifiuti organici quei sacchetti di plastica trattati con l’additivo Ecm, che non rispondono alle specifiche definite dalla normativa europea. Giusto per intenderci: ci affanniamo a raccogliere l’organico e lo depositiamo in sacchetti ad alta percentuale di plastica. E allora la norma? Come da prassi, quando si cerca di far luce su una vicenda anomala, c’è il solito rimbalzo di accuse e nessuno ne sa niente. Tutti gli enti, come degli odierni Ponzio Pilato, si scaricano eventuali responsabilità. E che fare? Di certo continuare a differenziare i rifiuti premurandosi di utilizzare i sacchetti idonei e se ogni tanto qualche istituzione si degnasse di rispondere a qualche domanda, l’idea non sarebbe poi così malvagia! Laura Bonavitacola laura.bonavitacola@mocapress.org

Cultura forzata L'idea non è male, seppure utopistica. Spesso e volentieri mi era balenata alla mente e, guardando il docu-film “Niente Paura”, le parole dell'attore Paolo Rossi mi hanno colpita, Mi sono resa conto, infatti, di non essere stata l'unica al mondo ad immaginare un “obbligo alla cultura”. Così come Rossi, anche io credo sia necessario attuare una vera e propria rivoluzione culturale in Italia. Bisognerebbe, infatti, fare sì che avvenga una conversione del “pubblico” italiano in “popolo” italiano. La cosa non è semplice… ed è qui che entrerebbe in gioco l'idea della cultura forzata, nel senso stretto del termine! Questo obbligo dovrebbe essere rispettato grazie ad una (come la definisce Rossi) “polizia culturale” che alla gente fermata per strada, oltre che i documenti, chiederà: “conosci Leopardi? Hai letto i Promessi Sposi? E fino a che punto? Hai mai letto la Costituzione Italiana?” E, se la risposta a queste domande sarà negativa, obbligare le persone a studiare. E questo varrebbe anche per il cinema! Far credere a tutti di poter vedere gratuitamente la proiezione dei cine-panettoni e poi proiettare un film di Pasolini (dopo aver accuratamente legato tutti alla poltrona ovviamente!). Questo pensiero anti-democratico di Rossi non può essere, ahimé, messo in pratica; la democrazia ammette anche la libertà ad essere ignoranti. Ma, come sempre alla fine delle mie riflessioni, mi faccio una domanda: se l'ignoranza altrui può influire sulle scelte, non solo personali, ma anche collettive, quanto è giusto essere democratici nei suoi confronti? Rita Mola rita.mola@mocapress.org


Pagina 3

MoCa (ex)Press Febbraio 2012

Riceviamo e pubblichiamo La scuola siamo noi, nessuno si senta escluso! È stato necessario il Big Bang per formare l’universo. Sono state successivamente necessarie rivoluzioni e lotte sul bizzarro pianeta Terra per migliorare la società (purtroppo, con scarsi risultati). Un eclatante “tentativo-di-risanarequesta-aggregazione-di-uomini-venali” è “L’Utopia” di Tommaso Moro. Un trattato che descrive questa isola immaginaria, Utopia, appunto, di cui dovrebbe ripassare i contorni anche la nostra società. I tempi cambiano, i problemi no. Forse bisogna partire dal gradino più basso, cercando di stabilizzare e migliorare i casi che ci riguardano più da vicino. E sono proprio i miei “colleghi” ai quali mi sono dedicata di recente. Ho chiesto agli studenti del liceo scientifico Rinaldo d’Aquino di Montella cosa non apprezzano di questa scuola a partire dall’edificio, dall’organizzazione e da tutte le altre maglie di questa catena un po’ arrugginita. 1. Struttura dell’edificio: all’esterno la scuola sembra un fabbricato normale. Purtroppo non è la confezione a sostituire la sorpresa nascosta. Molti ragazzi hanno confermato che l’interno lascia un po’ a desiderare. Le finestre sono grandi, ma molte non si aprono (lascio immaginare cosa soffriamo d’estate quando gli “odori” sono “forti”!). D’inverno si gela dato che i termosifoni sono spenti o, al massimo, vengono accesi per poco tempo. Inoltre, nei bagni spesso

manca la carta igienica ed il sapone è una leggenda. Almeno le aule sono state ridipinte. 2. Professori poco preparati: “La scuola è aperta a tutti, ma non è per tutti”. Questa massima non si addice

solo a noi studenti, calza bene anche ai professori. È da troppo che sento molti alunni lamentarsi per la scarsa preparazione di alcuni insegnanti. Si sa: l’Italia non è un paese basato sulla meritocrazia. Questo ci penalizza molto perché gli studenti volenterosi devono pagare professori privati per terminare un programma che dovrebbe essere concluso a scuola da una persona idonea, ossia l’insegnante! Sicuramente non mancano i professori preparati che sanno anche coinvolgerci. Ce ne vorrebbero di più! 3. Scioperi: pensandoci mi vengono in mente cortei di gente che difende i propri diritti. Osservando gli scioperi oggi è questa l’immagine scattata: ragazzi che si dirigono al bar tranquillamente. Re-

sponsabilizzatevi! Vi chiarisco che gli scioperi servono per difendere i propri diritti e noi, essendo studenti, dovremmo difendere il nostro diritto allo studio, diventato ormai un fantasma. 4. Scarso uso dei laboratori: il nostro è un liceo scientifico e, come tale, presenta stanze adibite a laboratori. È vero che i libri non mentono e possono aiutarci nell’apprendimento, ma penso che si impari meglio mettendo in pratica gli argomenti studiati. 5. Corpo bidelli e segreteria: ciò che contestiamo è l’atteggiamento di alcuni bidelli che ci sbraitano contro o sbuffano se devono scopare un po’ di polvere per terra. Ci sono anche quelli cordiali, ma alcuni sono intrattabili! Per non parlare dei simpaticoni dello sportello della segreteria! Spesso gli studenti vengono trattati in maniera scortese quando si rivolgono a loro. Se siamo tutti parte di questa piccola società chiamata “scuola” dovremmo essere disponibili verso tutti. Siate rispettosi come lo siamo noi nei vostri confronti! Penso di aver esposto con chiarezza i problemi riferiti dai “colleghi” intervistati. Non voglio elevarmi al di sopra degli altri o giudicare, ho scritto sulla base di episodi personali e di altri studenti iscritti al mio stesso liceo. Caro Moro, sarai fiero di me?

Silvana Palatucci

“Se Dio esiste dovrà chiedermi perdono” Un’espressione laconica su una parete di quella prigione dannata che fu Auschwitz. Un graffito anonimo. Un graffio su un muro. Un graffio in un’anima. In troppe anime. Un graffio firmato dal silenzio di chi vide la propria esistenza umiliata oltre l’inimmaginabile. Non ha bisogno di commenti. Il 27 gennaio millenovecentoquarantacinque i cancelli di Auschwitz spalancarono l’orrore e lo mostrarono agli occhi del mondo. E ora le parole mancano, perché percepite come inadeguate. Guardo questo foglio quasi sperando che si riempia da solo in qualche modo. Cancello e riscrivo nell’assoluta certezza di sfiorare la retorica. E mi scuso con chi non potrà mai leggere questa inadeguatezza. Mancano a me le parole, mancano a noi che non c’eravamo. Ma c’è una mancanza che si carica di significati profondi quando è attribuita a chi visse quell’orrore. “Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo”. Primo Levi, nel suo tristemente celebre “Se questo è un uomo”. Mancavano anche a lui che sopravvisse alle torture del lager. Mancavano a lui che percepiva tra le parole che conosceva e l’esperienza vissuta uno scarto non quantificabile, un discrimine irriducibile. Smettono a questo punto i miei fallimentari tentativi di riflessione, inadeguati come le parole che non trovo. Affido a questo foglio bianco i pensieri di chi visse l’orrore sulla propria pelle. “Meditate che questo è stato”. A noi rimane solo l’obbligo morale di non ignorare quella vergogna, affinché quei crimini indicibili non vengano affidati ad un mortificante oblio. “Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l'inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi di stare in piedi, e c'è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia”. Se Dio esiste dovrà chiedere perdono a ciascuno di loro. Ventisette gennaio duemiladodici. Angela Ziviello angela.ziviello@mocapress.org


Pagina 4

MoCa (ex)Press Febbraio 2012

La Narrativa… a cura di Luigi Capone Il trapano nel cervello- Prima parte Stamattina ho vomitato la bile. E’ un liquido di colore giallo-verde che esce dal fegato quando non ne può più di smaltire alcool. Fino a poco fa pensavo che stavo per morire e avevo paura. Ma ora sto peggio perché mi sono reso conto che non morirò così facilmente. Sono steso su un letto scomodo di una stanza polverosa. Sento un trapano perforarmi il cervello. Non sono i muratori che lavorano qui fuori dalle sei di mattina in poi, è proprio il mio cervello. Tutto ciò che vorrei è puntarmi, in quel preciso punto del cranio, una pistola e fare clic. Ripenso a come mai ogni notte devo aspettare l’alba bevendo e discutendo coi miei simili per strade opache e tristi, entrando in quei bar appena aperti per le colazioni di gente che va a lavorare. Li vedi li col cappuccino e un cornetto glassato ficcato in bocca. E ridi. Ieri notte mi trascinavo come una lumaca sull’asfalto spingendo un carrello pieno di bottiglie e lattine di birra. A un certo

punto ho preferito restare solo, alcuni una volta tanto, ma l’occasione ti viene miei amici a un certo punto diventano a prendere anche lì. Passa a prenderti troppo sensibili, non reggono i miei di- ti porta con sé. Come dei flash rivedo le ore passate a Scampia. Rivedo noi ubriachi in macchina a cercare crack, a marciare per le vie del marciume. Rivedo la scritta all’ingresso: “se non trovi la bellezza, cercala dentro di te”. Ho paura che dentro di me ci siano solo insetti e topi morti. Come ho fatto ad entrare in quel buco fetido? C’era una puttana per strada intenta ad aiutarci a trovare il crack. L’avevamo fatta saltare in macchina e ci portò subito sotto un palazzo enorme. Era la nostra guida spirituale, il nostro Virgilio. Sembrava davvero una di quelle puttane ottimiste e di sinistra. Non so come eravamo scorsi forse e scoppiano a piangere. O annebbiati e la puttana ci conduceva forse scoppiano in lacrime per qualche attraverso un drappo scuro sudicio altro motivo. Ripenso anche a come ho appeso a un muro. Cumuli di rifiuti fatto ad entrare in quella specie comuni- coprivano tutto, lacci emostatici, merde tà di tossici. Basta poco: io ero in via di cane, puzza di aids.. (Continua…) Verzieri a zonzo e facendomi i cazzi miei luigi.capone@mocapress.org

La recensione… a cura di Francesca Pennucci Facciamo finta che non sia successo niente di Maddie Dawson Un proverbio calabrese dice: “Se la nubile sapesse quanto sa la donna sposata, si metterebbe al letto fingendosi ammalata”. Tanti altri aneddoti si conoscono sulle pene del matrimonio, ma sarà poi vero che è tutto così impossibile? Maddie Dawson non è tanto pessimista e decide di dedicare il suo primo romanzo ad un racconto diverso dalle solite telenovelas. Non è un semplice gioco di tradimenti e follie d’amore, più che altro è un viaggio all’interno di una vita, nell’estremo tentativo di dare forma ad un indeterminato futuro. Annabelle e Grant si amano dai primi istanti, entrambi hanno capito di aver trovato la persona giusta. Ma nella vita le distrazioni sono molte e non sempre ogni cosa riceve la sua giusta attenzione. Quello che si trascura pian piano appassisce e cerca di sopravvivere in altro modo. Annabelle e Grant ne sanno qualcosa e vi aiuteranno a capire quanto sia importante stabilire delle priorità, sacrificare qualcosa per ricostruire ogni volta tutto da capo con la persona che si ama, anche nelle situazioni più disperate, anche quando sembra che non ci sia più niente da fare. Amore, ascolto e comprensione. Spesso è troppo facile dire: “fermiamoci qui”. Molto più difficile cercare di confrontarsi e di ritrovare insieme il nodo della matassa, litigando e soffrendo, ma tenendo viva la voglia di continuare, per sostenersi … sempre. francesca.pennucci@mocapress.org

La classifica dei libri 1. “L'educazione delle fanciulle” di Luciana Littizzetto, Franca Valeri € 10.00 2. “Le prime luci del mattino” di Fabio Volo € 19.00 3. “Il quaderno di Maya” di Isabel Allende € 20.00 4. “Un diamante da Tiffany” di Karen Swan € 9.90 5. “Il museo immaginato” di Philippe Daverio € 35.00 6. “Mr Gwyn” di Alessandro Baricco € 14.00 7. “1Q84” di Haruki Murakami € 20.00 8. “Tre atti e due tempi” di Giorgio Faletti € 12.00 9. “Mare al mattino” di Margaret Mazzantini € 12.00 10. “Il silenzio dell'onda” di Gianrico Carofiglio € 19.00

Fonte: http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/ home/pages/classifiche/toplibri.html


Pagina 5

MoCa (ex)Press Febbraio 2012

“Erano altri tempi” – riflessioni di un momento L’emergenza creata dai blocchi dei camionisti che protestano contro i provvedimenti del governo Monti, ha messo in luce la contraddizione verificatasi in Italia negli ultimi decenni riguardo il trasporto delle merci. Sono bastati pochi giorni di blocco dei caselli autostradali per generare una situazione emergenziale che sta avendo ripercussioni gravi sia sul costo delle merci e sia per l’approvvigionamento del carburante. Le scelte di una politica cieca e spesso succube di grossi interessi industriali, hanno fatto sì che quasi il 90% delle merci in Italia viaggi su strada a discapito di altre forme di trasporto. Questa vicenda mi ha riportato alla mente gli anni della mia infanzia quando seguendo mio padre in molte sere della mia vita, Capostazione nella locale stazione di Montella, vedevo correre merci e persone lungo le strade ferrate. “Erano altri tempi” penserà qualcuno leggendo queste righe. Eppure osservando oggi i binari morti della vecchia e importante linea “Avellino – Rocchetta Sant’Antonio” che collegava le zone interne della Campania con la Puglia, dismessa dal 13 dicembre 2010 e lasciata nell’incuria più totale, mi rendo conto del grave danno subito dalle popolazioni di questa zona della Campania, lontana dai grandi centri abitati. Sarebbero bastati pochi investimenti mirati e lungimiranza politica che avesse scelto di dotare i nuclei industriali del “cratere”, nati dopo il sisma dell’80, di trasporto su rotaia, per collegare l’Irpinia con le grandi realtà economiche della nostra nazione. Sicuramente avremmo raggiunto l’importante obiettivo di creare sviluppo e appetito industriale, vista la difficoltà di collegamenti che ci ha penalizzati per decenni, e preservare un presidio storico di civiltà e identità che lentamente ci stanno scippando. E mentre dei coraggiosi “sognatori” riunitisi nell’ associazione “In_Loco_Motivi” a cui va tutta la mia riconoscenza lottano per far rivivere la linea Rocchetta Sant’Antonio qualcuno da Napoli pensa di smistare i rifiuti nelle nostre zone. Povera Irpinia: terra del Sud e di Sud…ditanza!!! Gianluca Capra gianluca.capra@mocapress.org

Inviaci un tuo articolo, lo pubblicheremo! Dubbi amletici Ogni genitore, di certo molto spesso, riceve dai bimbi delle domande su come funziona il mondo che li circonda. Questa sana curiosità è alla base del nostro essere e ci permette, in fondo, di appellare la nostra specie homo come sapiens. Il problema sorge quando si cerca di dare delle risposte. Secondo una ricerca condotta su 2000 genitori inglesi, due terzi degli intervistati è in difficoltà, mentre un quarto arriva fino alla frustrazione. Perciò, pur di non ammettere la propria ignoranza (nessuno degli intervistati lo fa), si è disposti a prendere del tempo per cercare di documentarsi, come fa un terzo del campione, oppure molto più semplicemente quasi due su dieci passano la patata bollente al partner. In realtà, a parziale discolpa dei genitori, molte domande all'apparenza banali nascondono risposte che non lo sono per nulla. Infatti, insieme a come “scopriremo mai l'esistenza degli alieni?” o “perché l'acqua è bagnata?” ci sono quesiti del tipo “perché il cielo è blu?” o “come fanno gli aerei a volare?”, che trovano una precisa risposta solo grazie alla fisica e quindi meritano qualche riga in più. Intanto vi lascio con la risposta alla domanda più gettonata di tutte: “perché la luna si vede anche di giorno?”. Bene, la luna è illuminata dal sole e periodicamente la sua orbita la porta nel cielo durante il giorno. Perciò non deve sorprendere che il sole vi si rifletta mostrandola luminosa anche prima del tramonto. Per le atre risposte? Aspettate i prossimi numeri. Carmine Di Rienzo carmine.dirienzo@mocapress.org

“La presente pubblicazione non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene pubblicata senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7-3-2001”



bozza-moca-express-febbraio-2012