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012 Nov e m b r e 2

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Qua, chi puzza e chi fete! Siamo meridionali. E nonostante tutto quello che ci dicono, siamo fieri di esserlo. Il Sud è sole, il Sud è buon cibo, il Sud è affabilità, sorrisi e, purtroppo, poco lavoro. Ma di certo non è razzismo. Se ci spostiamo al Nord del nostro amato stivale e chiediamo cos'è il Sud la risposta sarà certamente diversa. Diranno che il Sud è munnezza, il Sud è maleducazione, è caciara, il Sud è mafia, è camorra, è 'ndrangheta, il Sud è Napule (come se fosse un male). La realtà, però, è ben diversa: il Nord pare sia molto più Sud di noi! Hanno, infatti, importato uno dei prodotti tipici della nostra terra: la 'ndrangheta. La Lombardia, in particolare, ne fa un consumo spropositato! Quasi da indigestione. La questione, in verità, era stata già toccata da Roberto Saviano nel 2010 nella trasmissione “Vieni via con me”; la replica dell'ex Ministro Maroni fu la seguente: ”le accuse fatte da Saviano sono infamanti, totalmente prive di fondamento, gravemente offensive e diffamatorie”. Non è passato molto da quando queste parole sono uscite dalla sua bocca; hanno da poco ricevuto smentita. Un assessore della Regione Lom-

bardia, tale Domenico Zambetti, ha preso i voti della 'ndrangheta alle elezioni del 2010. Ma il suddetto non è stato il solo a frequentare questo “simpatico giro”: anche Ambrogio Crespi è stato arrestato con l'accusa di essersi incaricato, in accordo con i vari clan, di raccogliere i voti nelle periferie milanesi.

L'assessore sembra abbia pagato 50 euro a voto i “pacchetti di preferenze” offerti dalla criminalità organizzata calabrese sita in Lombardia. Per ottenere tutti i consensi alla fine ricevuti (si parla di undicimila), l'assessore Zambetti ha fatto uso di un portavoce dei clan calabresi, dandogli la modica cifra di 200 mila euro. Insomma, Zambetti è accusato di voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Esistono, del resto, delle intercettazioni in cui l'assessore parla chiaramente

della faccenda e dei metodi di pagamento usati. La sensazione che una persona onesta prova nel conoscere questa vicenda è schifo, inevitabilmente schifo. Siamo un Paese triste, questa è la verità. Le associazioni mafiose ci governano, i politici sono ladri corrotti che succhiano le nostre risorse, gli onesti ne pagano le conseguenze e tutto va a rotoli. Quand'è che capiremo che l'Italia non è divisa fra Nord e Sud ma fra Onestà e Disonestà? E quand'è che ci uniremo compatti contro la feccia?! Del resto, non c'è motivo di stupirsi della nostra incapacità. L'Italia è un Paese in cui una partita come JuventusNapoli, più che un semplice incontro sportivo, sembra una guerra civile! Non dimentichiamo la perla donataci dal giornalista del TgR Piemonte Giampiero Amandola secondo cui i napoletani e i cinesi sono riconoscibili dalla puzza e i polentoni, dall'olfatto sopraffino e dall’accento marcatamente meridionale, riescono anche a distinguerla! Beh, come si dice a Montella, vedete di tacere perché, tra “voi e noi”, qua chi puzza e chi fete! La Redazione redazione@mocapress.org

Malata di etica

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V per Valle

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“Io guido con Manal” 2 Il “caso Englaro” ...

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Quelli brutti

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MoCa (com)Press Novembre 2012

Malata di etica

Ho saputo con sommo dispiacere, come molti di noi, della vicenda che ha coinvolto un bambino di 10 anni residente a Cittadella, in provincia di Padova. La zia del piccolo Leonardo ha filmato tutto: il bambino trascinato via dalla polizia, l’ispettore che le intima di tacere perché “non è nessuno” e lei che urla come una disperata per farsi ascoltare. Fare delle osservazioni sulla vicenda credo sia inutile a questo punto, è stato detto già tutto. Ed è proprio questo che voglio sottolineare. Io l’ho saputo di mattina, ero seduta a tavola guardando la televisione quando Paolo Del Debbio, presentatore di Mattino 5, ha iniziato a parlare della vicenda usando il suo classico tono “ne-parlo-perché-sono-un-paladino-della-giustizia”. Ovviamente, il video è stato mandato in onda. L’avviso che tutti i giornalisti danno ai telespettatori è di stare attenti perché “il video potrebbe urtare la nostra sensibilità”. Trovo la cosa ironica! Sarà stato anche giusto rendere pubblica la vicenda in quanto tutti noi dobbiamo sapere che, purtroppo, certe cose accadono e pertanto vanno fermate, ma era tanto necessario iniziare il “bombardamento mediatico” mandando continuamente in onda le immagini? I giornalisti sembravano tutti preoccupati per il bambino; io, per via del mio innato cinismo, ho visto nelle loro intenzioni solo sciacallaggio. Nessuno di quei giornalisti e conduttori si è posto la domanda: “è giusto diffondere le immagini di questo bambino? Cosa proverà sapendo che un suo trauma tanto grave è stato messo in onda sulle reti nazionali?”. Penso seriamente che a notare lo sciacallaggio televisivo sia stata soltanto io visto che, 24 ore dopo, la mamma del bambino era ospite a Mattino 5. Sono una malata di etica? O forse la televisione è diventata il nuovo tribunale degli italiani? Almeno adesso so che, se in futuro avrò dei problemi, non dovrò andare né alla polizia né tanto meno da un giudice, mi rivolgerò direttamente a Canale5! Rita Mola

V per Valle

rita.mola@mocapress.org

C’è un teatro a Roma che da più di un anno è occupato dalle lavoratrici e dai lavoratori dello spettacolo allo scopo di portare avanti una lotta in modo diretto ed autoorganizzato contro i ripetuti attacchi al mondo dell’arte e della cultura. Il teatro in questione è il Valle, il più antico teatro della capitale ancora in attività. Il luogo di cultura capitolino sta rischiando, a seguito della soppressione dell’Ente Teatrale Italiano, di venire affidato a privati che ne tradirebbero la sua reale identità. È l’ennesimo bene pubblico dismesso senza un progetto trasparente e partecipato e gestito secondo logiche privatistiche. Gli occupanti hanno inoltre lanciato un appello, sottoscritto da moltissimi personaggi della cultura e dello spettacolo, da Franca Valeri ad Andrea Camilleri, da Toni Servillo a Fabrizio Gifuni, con il quale dichiarano di volere “difendere il patrimonio artistico del Paese. Le politiche governative stanno dismettendo una funzione essenziale che la Costituzione italiana assegna allo Stato: la promozione e la tutela dei Beni culturali”. Il sistema culturale italiano è in uno stato di continua emergenza, gravato dai continui tagli non solo allo spettacolo, ma anche alla scuola, alla ricerca e dall’assenza di un progetto politico finalizzato all’attuazione di riforme che portino a soluzioni efficaci e definitive. Teatri, cinema, musei, produzioni rischiano ogni giorno la chiusura. Il pensiero libero e indipendente è a rischio, quindi sono a rischio le fondamenta di una società che possa dirsi civile. Le lavoratrici e i lavoratori del mondo dello spettacolo e dell’arte non hanno garanzie sui propri diritti, non esiste alcun sistema di welfare che tuteli i tempi di non lavoro, i tempi della ricerca, della creazione. Gli occupanti invocano dunque una rivolta culturale, e io spero che sia quanto più contagiosa possibile! Laura Bonavitacola

“Io guido con Manal”

laura.bonavitacola@mocapress.org

Manal al Sharif, invitata al festival di Internazionale a Ferrara, raggiunge la città in auto. Beh? Qual è la notizia? Una donna alla guida, in effetti, non è una notizia. Ma Manal non è semplicemente una donna, è innanzitutto una cittadina, anzi una suddita saudita. In Arabia Saudita le donne non hanno diritto al voto, (pare che il sovrano si sia impegnato per garantire la loro partecipazione al voto per il 2015!), non possono prendere mezzi pubblici né possono guidare. È disdicevole, è sconveniente. Manal, figlia conservatrice di una famiglia conservatrice, ha sempre obbedito, addirittura sequestrava e distruggeva le musicassette che il fratello riusciva in qualche modo a procurarsi. Eh già! Perché anche ascoltare musica è proibito in Arabia Saudita! Finché Manal ascolta per puro caso una di quelle cassette requisite e comincia a chiedersi come quella melodia meravigliosa possa essere fonte di peccato! Finché Manal comincia a chiedersi che senso abbia aver un’auto ferma e non poterla usare! Dalla sua quotidianità inizia la sua rivoluzione e quella delle donne saudite. Manal decide di mettersi alla guida, di farsi riprendere e di pubblicare il filmato su youtube. Un gesto normale, scontato per molte donne, che a lei però costa caro: prima la carcerazione e poi l’ammissione della propria colpa (frutto quest’ultima di forti pressioni). Manal non ha intenzione di fermarsi così, nonostante le promesse, continua a guidare e porta la sua storia e quelle delle donne saudite in giro per il mondo. Manal non si arrende e io guido con Manal! Marialuisa Giannone marialuisa.giannone@mocapress.org


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MoCa (com)Press Novembre 2012

Riceviamo e pubblichiamo Il “caso Englaro” al cinema “Bella addormentata” è per me uno di quei film da vedere a prescindere. A prescindere da se ti piaccia o no il genere; a prescindere se sei a favore o contro l’eutanasia. Il cinema è, infatti, in questi casi lo strumento più immediato per confrontarsi con temi sociali, etici e sentimentali (nel senso “educativo” del termine). Tutti, nei giorni precedenti la morte di Eluana Englaro, ci siamo chiesti se la scelta dei familiari della ragazza fosse giusta e condivisibile. Probabilmente se lo è chiesto anche Bellocchio, regista del film, che però – a mio modesto avviso – non è riuscito ad essere incisivo sul tema. La storia reale di Eluana si intreccia con vicende e personaggi inventati, accomunati dall’avere a che fare con la morte o con la “non vita”. C’è il senatore berlusconiano che,

strano a dirsi, vuole votare secondo co- ria d’amore, buttata lì un po’ per caso, scienza; c’è la tossica che vorrebbe ucci- senza grande intensità e senso (a meno dersi ma è dolcemente condannata a che non ci si accontenti del “l’amore cambia il modo di vedere le cose”). Insomma, non è un vero film sul “fine vita” (ricordo, tra gli altri, un molto più intenso “Mar adentro” con Javier Bardem), ma è di sicuro una occasione per far discutere di un tema etico e politico, quale l’eutanasia, delicato anche per la coscienza più laica. È, inoltre, un po’ lento, alleggerito solo da alcune scene memorabili, come quella dei senatori (della repubblica romana?!) “a bagno” prima della votazione in aula e del rosario gridato a gran voce per ottenere la grazia. Molto interessante il cast, in vivere; c’è la grande attrice, santificata cui non potrebbe non spiccare Toni dall’esperienza dello stato vegetativo Servillo. Tutto sommato da vedere! della figlia. Non manca nemmeno la stoGiuseppina Volpe

Inviaci un tuo articolo, lo pubblicheremo! La recensione di un cd…

Classifica musica

di Silvana Palatucci

Rimmel di Francesco De Gregori Una voce dolce quella di De Gregori che rappresenta il mondo delle apparenze camuffato dietro ad artifici proprio come si camuffano gli occhi con un tocco di rimmel. E nei compartimenti standard delle storie più comuni, come la fine di un amore in “Rimmel” o i famosi “Quattro cani”, i nove brani dell’album fanno luce su ciò che si cela dietro al trucco e ai consueti modi di fare. Tra la dolce ninna nanna “Buonanotte fiorellino” e la rivoluzionaria “Pablo”, spicca la ormai famosissima “Pezzi di vetro” dalle tante sfumature. Compare tra i versi la figura di questo uomo che senza paura “salta e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride” e che con la sua temerarietà riesce a conquistare il cuore di chi è disposto a dargli tutto in un semplice minuto. Il percorso tortuoso dell’innamoramento, fatto di schegge di vetro, fa paura, ma questo “santo a piedi nudi” sembra impassibile agli occhi di chi lo guarda dall’esterno considerandolo persino un acrobata circense. Eppure, dietro tutta questa impalcatura tenuta ben salda dall’opinione altrui, si protegge l’umana fragilità che può sopportare il cammino sui pezzi di vetro, ma non il rifiuto di chi si vuole conquistare. È questa la ferita più temuta. E come nel caso di questo bizzarro personaggio, anche gli altri vengono mostrati e puliti del loro “rimmel” da De Gregori che ci svela come dietro ogni piccolo e semplice costume possa nascondersi un immenso mondo di paure e complicazioni. silvana.palatucci@mocapress.org

1. “Opera seconda” di Pooh € 19,99 2. “The 2nd law” di Muse € 20,99 3. “Ecco” di Niccolò Fabi €19,99 4. “The 2nd law (Deluxe Edition cd + Dvd)” di Muse € 22.00 5. “The best of (cd)” di Radiohead € 20,90 6. “Sud il tour (2cd + dvd)” di Fiorella Mannoia € 22,00 7. “Glad rag doll deluxe” di Diana Krall € 21,00 8. “Live while we're young” di One Direction € 6,50 9. “¡uno!” di Green Day € 19.99 10. “24 Preludi - 4 Mazurche - Notturni nr 7-8 - Scherzo nr 2” di Frederic Francois Chopin € 19,99 Fonte: http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/ home/pages/classifiche/topmusica.html “La presente pubblicazione non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene pubblicata senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7-3-2001”


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MoCa (com)Press Novembre 2012

La Narrativa… a cura di Luigi Capone Quelli brutti Come diceva Emanuele noi siamo quelli brutti, quelli che vogliono sempre stare da soli e si nascondono nei peggiori bar. Quelli che non sono tanto contenti di fumarsi le canne di nascosto insieme agli amici per evitare di farsi venire dei brutti film in testa. Ci basta stare ubriachi per poi andare al cesso e passare nel letto. Andrebbe tutto davvero bene se solo non dovessimo alzarci la mattina, se le donne non rompessero le palle e se non ci capitasse sempre qualche bastardo intorno, di quelli che fanno discorsi sul capitalismo, e parlano sempre di affari, di marketing, di target come se le persone fossero bestie, consumo e risparmio. Ma noi il mondo non lo aggiustiamo, non siamo bravi a capire le meccaniche. Non siamo meccanici. Siamo quelli che asfaltano, quelli che passano e stendono strascicandosi al suolo, lasciando i propri escrementi ovunque. Mentre pensavo queste cose stravaccato su una poltrona di una bettola, mi sentii arrivare un calcio. Il dolore mi provocò quasi un effetto benefico, mi sentii di colpo meglio, come se le funzioni del mio

corpo e i miei sensi assopiti si fossero di roba e mi depositasse comodamente tutt’ a un tratto ridestati. E mi sentii nella paletta. Ma dovetti alzarmi dopo dire: -Spostati sacco di merda che in- varie sollecitazioni. Sembravo un bebé che voleva ritornare nell’utero materno, in questo caso nella pattumiera. Per fortuna in quel bar nessuno si scandalizzava per questo genere di cose. Al massimo sanno parlare di macchine, di lavori manuali, di carabinieri, battesimi e matrimoni. Le altre cose non le capiscono. Per questo vado in posti simili. Potevo anche prendermi un’altra birra con nonchalance. C’era anche la cameriera dall’accento polacco che ogni tanto ammiccava, almeno cosi mi sembrava. Perfetto. Questi momenti duravano poco. Erano i momenti che facevano da spartiacque a tonnellate di stress, per gombri il passaggio!-. Mi si vedevano il questo val la pena goderseli e saperli culo e le mutande sporche e mi bastava apprezzare. Un solo cervello è anche quello come risposta. Ma il tipo era un troppo, occorre necessariamente dargli rissoso. Arrivò un pugno e mi ritrovai tanto tempo per farlo parlare con se seduto sul pavimento insieme alla birra stesso. Con l’alcool di mezzo poi è un’ale alle noccioline sparse ovunque. Giun- tra storia: a un certo punto occorre use immediatamente la cameriera a briacarsi per non rischiare di farsi del spazzare, io volevo quasi che prendesse male, pensando troppo. anche me insieme agli altri pezzettini luigi.capone@mocapress.org

La recensione di un libro…

Classifica libri

di Francesca Pennucci

Aleph di Paulo Coelho Chi, tra coloro che leggono anche solo sporadicamente, non ha sentito parlare del famoso Coelho? Aleph è uno dei suoi ultimi lavori e racchiude un pezzo della sua esistenza. Capita spesso nella vita di perdere il senso delle azioni, di pensare che tutto sia diventato scontato e poco stimolante. In quei momenti vacilla la speranza di capire qualcosa della vita e nasce il desiderio di mutare. Paulo crede di aver smarrito la fede, di non poter più progredire, ma la sua guida spirituale lo incita ad uscire dalla routine per riprendere a vivere il presente. Non è un consiglio gradito, però la sua realizzazione avviene con naturalezza e fa nascere l'avventura che il libro narra. Un viaggio, che rappresenta la vita e le sue innumerevoli forme e dimensioni. Un incontro, che deve portare redenzione, perdono all'Universo. Sarebbe dura da affrontare, ma Paulo riceve i giusti aiuti e i giusti segni. Alla fine sarà l'Amore a trionfare e a riportare nel mondo il bene che mancava. Non so per quale motivo, ma mi aspettavo molto di più da questa lettura. Giunta alla fine ho avuto l'impressione di aver letto qualcosa di simile ad un romanzo ben scritto: affascinante, ma privo di quel contenuto che colpisce e si imprime nella memoria. Sarà che l'autore non crede nella memoria, sarà che la storia risulta abbastanza surreale, resta il fatto che non riesco a dare un giudizio positivo in tutto. A voi replicare, se credete! francesca.pennucci@mocapress.org

1. “Di tutte le ricchezze” di Stefano Benni € 16,00 2. “Cinquanta sfumature di grigio” di James E.L. € 14,90 3. “Cinquanta sfumature di nero” di James E.L. € 14,90 4. “L'inverno del mondo” di Ken Follet € 25,00 5. “Cinquanta sfumature di rosso” di James E.L. € 14,90 6. “Mettiamoci a cucinare” di Benedetta Parodi € 17,90 7. “Il manoscritto ritrovato ad Accra” di Paulo Coelho € 16,00 8. “Exit” di Alicia Gimenez-Bartlett € 16,00 9. “Il corpo umano” di Paolo Giordano € 19,00 10. “Open (La mia storia)” di Andre Agassi € 20,00

Fonte:http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/ home/pages/classifiche/toplibri.html


MoCa (com)Press Novembre 2012

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Provolone 2.0 Il "provolone 2.0" si è sviluppato con l'avvento dei social network, in particolar modo di Facebook. Si distingue dal suo antenato, il provolone classico, per uno spiccato uso degli aforismi di Bukowski di cui molto probabilmente non ha mai letto un libro, ma del quale vorrebbe emulare le gesta, sessuali e poetiche. Vorrebbe. La caratteristica principale del provolone 2.0 è perlustrare in maniera approfondita i profili Fb degli amici in cerca di donzelle che commentano e mettono "mi piace" per poi aggiungerle come amiche con la speranza che facciano lo stesso con lui, intravedendo in ciò un'apertura mentale e una disponibilità di massima, che il più delle volte non esiste, purché non trattasi di bimbeminkia pseudoalternative stile "Ilaria condizionata" di Caparezza o di quei soggetti femminili con tutte le foto ritoccate al photoshop. Il provolone 2.0 fa sfoggio di una sincera sensibilità con dosi di depressione ed è quasi sempre alla ricerca di una sua simile, possibilmente quella più disadattata del branco di amiche. Il provolone 2.0 soffre molto la rivalità tra uomini, in special modo quella virtuale, infatti quando nei commenti della preda vi sono altri maschi, lui si limita a mettere "mi piace" o ad aggiornare il proprio status con frasi tipo "il mondo non mi capisce". Infine, il provolone 2.0 non si schiera mai per nessun tipo di duello: Beatles-RollingStones, VascoLigabue, Renzi-Bersani, commedie-cinemaimpegnato; a lui vanno bene tutti a prescindere poiché cambiando preda potrebbero mutare anche le proprie opinioni. Yuri Buccino yuri.buccino@mocapress.org

Quanto costa calunniare? La singolare polemica che nelle settimane scorse ha tenuto banco è stata quella sul cosiddetto “Caso Sallusti”, il direttore de “Il Giornale” ed ex-direttore di “Libero” che è stato condannato in Cassazione ad un anno e due mesi, senza condizionale perché un articolo apparso sul suo giornale, firmato da uno pseudonimo, aveva diffamato un magistrato. Il dettaglio della storia, in realtà è ben poco interessante e il pepe nella vicenda l’ha messo tutto il vespaio che si è sviluppato a seguito della sentenza. Da una parte, lo stesso Sallusti, auto-elettosi martire della mala-magistratura, re-itera le ben note posizioni ideologiche sulla giustizia, mentre dall’altra, e questa è la sottotrama più inquietante, arrivano decine di attestati di stima (sic) e appelli al rispetto della libertà di stampa. A parte le patetiche tirate sulla “libertà di informazione”, quantomeno inopportune e tardive visto il Ventennio di disinformazione appena trascorso, qualcuno alza il tiro: “No al carcere per la diffamazione è esagerato. Solo pene pecuniarie”. Sentire quest’ultima proposta, pure discretamente bipartisan, mi ha gelato il sangue nelle vene. Certamente c’è da tutelare il diritto di espressione e coniugarlo col diritto al buon nome di ognuno, ma derubricare la diffamazione a reato punibile solo con ammenda, specie senza tener conto delle recidive, è un po’ come fare un “tariffario” della calunnia, rendendola, alla fin fine, un costoso mezzo di propaganda. Alla faccia della libertà di informazione. Luigino Capone luigino.capone@mocapress.org

Signori si nasce…prefetti si diventa Ho sempre creduto che il rispetto per le istituzioni sia imprescindibile per una società civile. Lo dico a scanso di equivoci e prima di inoltrarmi in questo mio articolo riguardante un episodio che mi ha lasciato molto perplesso su come spesso gli uomini delle istituzioni si pongono rispetto ai cittadini. La storia è ormai arcinota e riguarda il video in cui il prefetto di Napoli De Martino riprende con toni duri e altezzosi il parroco “anticamorra” Don Maurizio Patriciello. La colpa del parroco (udite bene) è stata quella di aver appellato in maniera educata “Signora” il prefetto di Caserta Carmela Pagano e non signor prefetto. Prefetto il primo, parroco il secondo. Uomo arroccato nel suo ruolo di potente il primo, prete di frontiera e coraggioso il secondo che, dinanzi ad un “tavolo tecnico”, denunciava lo scempio dei rifiuti industriali interrati e bruciati nelle campagne tra i territori di Napoli e Caserta. Sono questi episodi che allontanano e sfiduciano la gente e ci fanno sentire sudditi invece di cittadini. Al vecchio vizio italiano del “Lei non sa chi sono io?” del signor De Martino mi piace contrapporre le parole di Don Maurizio che fanno bene alla mente e al cuore: “.io dei camorristi non ho paura. Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ ho messo in conto fin dal primo momento in cui sono stato ordinato prete. No, non sono loro che rendono insonni le mie notti. Loro non sono lo Stato. Loro sono i nemici del vivere civile. Loro hanno sempre e solamente torto.” Gianluca Capra gianluca.capra@mocapress.org


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