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SPECIALE - LE STORIE

PERIODICO DI CULTURA GIOVANILE diretto da S. Alfredo Sprovieri

Anno VI Numero V

Pag.11 > SONO FIGLIO DI DUE MONDI Il garzone sampietrese che da Little Italy conquistò un radioso destino

Pag.12 > SOTTO IL TETTO DI MIO PADRE Il viaggio di due fratelli americani alla ricerca delle radici calabresi

Pag. 14> IO, TRA FRATELLI DI FATTO Ricordo di un’infanzia in collegio col Natale scippato dal cuore

O I C I N VI A L E S S CAPO >>PAG 8 CAOS COLLE MUSSANO L’ETERNITÀ PUÒ ATTENDERE


L’

Editoriale

ECCOCI ALLA PROVA DEL 9

Perché il traguardo di Mm sa di miracolo, e perché ancora il meglio deve arrivare di S. Alfredo Sprovieri (Siamo ancora qui perché le nostre situazioni singolari miglioreranno solo insieme a quelle della comunità. Siate davvero egoisti, pensate agli altri insieme a noi)

fondata nel 2002

Vice Direttore: Paolo Vigna, Salvatore Intrieri Grafica: Gabriele Morelli_gabrixmorellix@libero.it Amministrazione: Fausto La Nocara Segreteria di redazione: Irene Napoli Indirizzo mail: ammasciata@libero.it Profilo facebook: mmasciata sampietrese Pagina Twitter: mmasciata

Per collaborazioni o pubblicità 329 0919975

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Permetterete un ritorno a voce alta ma non troppo sulla strada del nostro passato comune. Mm arriva alla prova dei nove anni, ed è tempo di fare un bilancio di quello che oggi balza agli occhi di tutti come un piccolo miracolo. Giova ricordarsi che anche noi siamo in Italia, un Paese in cui ogni anno 3milioni e mezzo di euro pubblici vengono dati a giornali come “Primorski Dnevnik”, un quotidiano in sloveno realizzato a Trieste. Quattro invece sono i milioni, sempre nostri, che diamo al quotidiano “La Padania” perché abbia la libertà di scrivere che con noi - italiani che gli diamo i soldi per sopravvivere - non vuole avere niente a che fare. In totale gli editori italiani ricevono più di 150 milioni di euro dallo Stato sfruttando collaboratori e giovani giornalisti anche attraverso uno strumento arcaico come l’ordine professionale, che presta il fianco alle speculazioni dividendo la categoria in privilegiati e poveracci. Ciò avviene nonostante gli scenari di crisi nell’editoria siano evidenti, sempre di più sono le testate locali che alzano bandiera bianca, esempre di meno la gente che legge. In Calabria, l’avrete notato, la situazione è ancora più allarmante e, nonostante ci siano diversi giornalisti (spesso giovani) di importante qualità umana e professionale, l’informazione generale che ci viene proposta non riesce a dare risposte sufficienti ai quesiti che ogni giorno ci rendono la vita un inferno. In un quadro del genere un’iniziativa come Mm, autofinanziata e retta da un gruppo di giovani in un piccolo paese di dimenticata periferia è già una grande vittoria. Nove anni sono un traguardo che la maggior parte delle testate non raggiungono, figuratevi come sia stato difficile per noi inventarci qualcosa per coprire le spese ogni volta. Partimmo in cinque nove anni fa, era estate, ritenevamo di aver subito un torto e ci rendevamo conto che non potevamo far altro che farlo sapere a quante più persone possibile. A Natale eravamo in stampa, e negli anni quel gruppo di ragazzi, oggi separato nei luoghi dell’emigrazione, ha saputo fare tesoro di quell’esperienza per la propria corsa della vita, e qui è stato sostituito sempre da nuovi ragazzi come loro. Nemmeno nelle più rosee previsioni potevamo immaginare quanto Mm sarebbe diventata un punto di riferimento per tanti giovani di diversa provenienza, un grande laboratorio di amicizia sempre aperto a nuove sperimentazioni. Questo è il più grande vanto di questi nove anni. Sotto il punto di vista giornalistico, sono stati mesi di grandi conquiste, non nascondiamocelo. Interviste esclusive che potevano arrivare nelle vostre case solo sotto l’egida di grandi testate sono state distribuite nelle piazze semideserte con il nostro punto di vista, pseudo amatoriale, ma autentico. Siamo

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riusciti in meno di un anno ad intervistare ben tre importanti cantautori italiani, tutti entrati di recente in una recente e famosa classifica di “RollingStones”, e abbiamo l’orgoglio di essere stati fra i primi a dare spazio a talenti della nostra terra che oggi ottengono riconoscimenti in tutto il mondo. Ne citiamo uno per tanti: il giovane regista Giuseppe Gagliardi da Saracena, che nel numero di agosto ci ha parlato di emigrazione e talento e qualche mese dopo ha avuto l’onore e il merito di entrare in una rosa di candidature per i premi Oscar. Apparentemente però, le storie che vi abbiamo proposto si allontanano dall’ottica dell’informazione locale, dell’attenzione alle tematiche civiche che Mm vi aveva abituato a trovare. Anche se ci teniamo a ricordare che con pochi mezzi si è riusciti a fare tanti piccoli scoop dal territorio, riteniamo che molti si siano lamentati di un distaccamento dalle loro vite, non senza ragioni. A questo, visto che ogni lettore è l’unico padrone a cui siamo disposti ad obbedire, porremo rimedio presto. Non senza aver detto però che attraverso le parole di grandi protagonisti del nostro tempo stiamo raccontando la storia di tutti, stiamo fotografando il nostro tempo. Caparezza e il suo successo figlio del ritorno al Sud, Vinicio Capossela e la sua capacità di portare per il mondo l’epica dei villaggi di provincia, ma anche l’esempio di Brunori e degli Operai della Fiat 1100, artisti che dai nostri posti sono riusciti a diffondere la loro musica nei locali di tutto lo Stivale. Tutti queste storie, questi incontri, declinati attraverso la metafora della cultura, per dire che ce la possiamo fare facendo leva su chi ha talento, e che talento ne abbiamo da vendere. Come ce l’hanno i ragazzi che da San Pietro, centro nevralgico del nostro universo interiore, portano in giro l’immagine di una comunità che oltre alla speranza di un futuro ha un’idea del presente che vuole vivere appieno. Per noi fare un giornale è ancora poter raccontare storie che non si conoscono, e cercheremo di farlo realizzando un prodotto sempre migliore. Certo, c’è tanto da fare. Anche grazie alla magica direzione grafica di Gabriele Morelli stiamo immaginando nuove ali per il sogno che vi chiediamo di condividere e di sostenere sempre più direttamente. Scrivete, partecipate alle nostre iniziative in modo concreto, passate a trovarci e fateci sapere le vostre critiche, perché informare significa soprattutto fare i conti con i propri limiti, che sono tanti ed evidenti. Per quanto riguarda chi scrive c’è la promessa di fare onore al ruolo storico dell’informazione, che è soprattutto quello di spina nel fianco di chi ha responsabilità di governo a qualsiasi livello. Lo faremo con correttezza intellettuale, ma senza guardare in faccia a nessuno. Sicuri che quando sbaglieremo l’avremo fatto in buona fede. Dobbiamo tutti insieme saper stimolare chi gestisce la cosa pubblica a fare sempre meglio, proprio perché sappiamo quanto difficile possa essere in un periodo come questo. Noi ci siamo, insomma, ci spenderemo non perché questo ci fa sentire migliori, ma perché conviene occuparsi degli altri. La nostra singolare situazione può migliorare solo e davvero se migliora quella della nostra comunità. Per essere davvero egoisti, dovete pensare agli altri, e facendolo sappiate che ai torti potrete rispondere facendolo sapere a tutti attraverso queste pagine, dove scrive chi non ha paura di dire la sua e soprattutto non ha paura di sentire che ne pensano gli altri. Forse è poco, ma di certo non è niente. Da nove anni è così e faremo a modo che duri il più possibile.

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GIORNALISMO METEOROLOGICO Le troppe falle di un mestiere sempre più importante di Salvatore Intrieri

Il giornalismo meteorologico è una disciplina che ha molto di scientifico, è un esercizio sempre più importante e attuale, anche se rischiosa e, spesso, ossessivamente imprecisa. Ogni anno se ne sentono dire di tutti i colori, eppure fin dal suo principio la terra ha avuto dei cambiamenti con il passare delle ere, e non per caso ad ognuna è stata accostata una denominazione ben precisa, a secondo della temperatura media annuale. Eppure la meteorologia è diventata “senso comune” di recente, la gente ne discute preoccupata e dà per certo ciò che ascolta ai Tg. Le tesi sono sspesso queste: “Il clima è cambiato, fa più caldo, non farà più neve”; non è colpa loro, spesso sbagliano i telegiornali, tra l’altro sempre più omologati, e le imprecisioni si diffondono a catena. Prendiamo come classico esempio le alluvioni dell’ultimo mese in Italia, in primis Genova, le precipitazioni sono state davvero abbondanti, fino a 500mm di pioggia in sole tre ore, evento non raro, soprattutto nella stagione autunnale ligure, per via della difficile orografia del territorio. Le alluvioni hanno sempre caratterizzato la storia d’Italia, siamo al centro del Mediterraneo, non scordiamocelo, i contrasti d’aria sono frequenti e i fenomeni abbondanti hanno sempre caratterizzato la nostra storia, eppure i tg continuano a classificare tali eventi come “secolari”. E’ solo un piccolo esempio di disinformazione. Dopo il nubifragio di Genova per una settimana intera sono state emanate allerte inutili in mezza penisola, ogni goccia credevano fosse un nuovo nubifragio. La solita sindrome: c’è bisogno di prevenzione non di allarme e paura dopo che l’evento catastrofico è già avvenuto. Nono solo ciò che si dice, ma come lo si dice. Restituirebbe affidabilità al sistema, il rinunciare alle signorine che appaiono in minigonna per la sola scenografia? Probabilmente sì. Se ci siamo scordati che un tempo avevamo Bernacca e Baroni mentre ora siamo costretti ad ascoltare una bella ragazza che ha solo l’interesse di far aumentare la visione della rete, è chiaro che poi vengono prese sottogamba anche le previsioni dei veri esperti in materia come quelle di Sanò (Ilmeteo.it) Caridi (Meteoweb), Grosso (Meteolive) e perché no anche dei nostri amici di Cosenzameteo. Tutto su Internet, che sulla meteorologia dimostra più attendibile di molti servizi televisi. Dopo cena, un collegamento a questi siti ci aiuterebbe a riconciliarci con la realtà e con una delle sue espressioni più nobili: L’atmosfera.

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L’

esclusiva

DIETRO LE QUINTE DELL’INCANTO CRONACA DI UNA GIORNATA CON

VINICIO CAPOSSELA,

IL CANTAUTORE CHE NON CI MERITIAMO

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inicio Capossela, “il cantautore che non ci meritiamo”, non rilascia interviste, è cosa nota. Il Corsera strilla come “esclusivo!” un video anteprima di tre minuti preso da un suo concerto, Repubblica.it si bulla per un paio di copertine di XL e qualche mini video sul sito, e in rete gira qualche intervista di contrabbando. Poi c’è un bel film girato nel suo paesino e i suoi libri. Il resto è leggenda. Fra i ben informati del settore c’è chi sostiene anche che è talmente originale il personaggio che c’è chi, volendo puntare all’esclusiva sulle sue parole, abbia comprato il suo silenzio.

Noi abbiamo avuto l’opportunità di passare una giornata con lui in occasione del suo concerto al Politeama di Catanzaro, e questo che leggete non è altro che il ricordo di quanto successo, della serata in cui il vascello di Capossela attraccò in Calabria e di quando un gruppo di amici se ne andò in giro col suo capitano. Il teatro Politeama, nel centro di Catanzaro, è come un modellino di plastica calato dall’alto, nella notte. Bianco, con migliaia di finestre, è accerchiato dallo scorbutico traffico del centro. I primi due ad arrivare

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sono anche quelli che partono da più lontano. E’ presto, alla porta del teatro non li calcolano nemmeno, ma prestano un sorriso d’ordinanza e a quell’ora va bene così. Non fa molto freddo, tanto vale farsi un giro per la città. Perdersi nei vicoli. Servirà, scopriranno. Svelati bislacchi segni fagocitati da una città dal brutto carattere, si ritorna alla base dopo un pezzo di isola pedonale dove hanno incontrato più multe che gente. Il pensiero va ai 50 centesimi per ogni quarto d’ora di parcheggio e i commenti sono per aver scoperto piazza Ignazio Larussa e aver immaginato il banchetto dei novelli preti sfornati dal duomo. Arrivano le ragazze, sono le 18. Elia atterra al momento giusto, pilota anche le nuvole di scena e conosce i segreti del teatro. Ci indica l’entrata al retropalco, ci fa dare una sbirciatina alla scenografia. Un privilegio che sazia. Fuori a bruciare sigarette e convenevoli, per poco non ci accorgiamo che l’Audi grigia che ha appena parcheggiato affianco a noi viene dall’Irpinia. Vinicio scende lento, gli attimi sembrano ore e si cerca di condividere sguardi in cerca di segnali. Marta pensa di essere in un sogno e si avvicina, il poeta di Hannover sorride e saluta, abbraccia. Poi viene verso di noi, stringe le mani, dice “Piacere” e “forse volevate fare una foto”. Beh, sì, volevamo farla, e la facciamo. Cominciamo a parlare da pari nel silenzio del posto, Capossela è un uomo timido e curioso di capire la Calabria. Racconta che ci vorrebbe suonare più spesso, che l’hanno chiamato a Catanzaro ed è stato felice di venire, come gli è invece dispiaciuto non poter suonare al “Rendano” di Cosenza. “Li ci siamo proposti noi ma ci hanno detto che non era possibile, peccato”.

ore. Potrebbe già finire qui, ma non finisce. Vinicio dopo poche decine di minuti dal concerto esce dal’entrata principale mentre tutti lo aspettavano a quella dalla quale era entrato, saluta cordiale le persone che hanno assistito allo spettacolo e si avvia alla cena, visto che ha disdetto catering e hotel per un b&b in centro non intende spostarsi di molto. La compagnia si divide, c’è chi riuscirà a condividere anche il ristorante, ma fra giornalisti troppo invadenti e curiosi l’atmosfera non può essere quella di prima. Ci rincontriamo per caso dopo cena, nella strada che porta alle macchine. Vinicio dice agli altri guardando verso di noi: “Eccoli”. Ci si scambia le impressioni sul concerto e lui ascolta attento spiegandoci quanto le trovate sul palco siano in realtà figlie di esercizio e di applicazione costante. Poi arrivati alla macchina ci chiede di proseguire, di andare con lui alla scoperta della città. Quanto segue, fino a tarda notte, è un patrimonio dei ricordi più profondi; si parla di come sono nate le sue canzoni più famose, regna sovrana sui discorsi l’incontro fra le nostre curiosità, lui ci racconta delle tradizioni di Calistri, Giovanna con occhi da bambina le narra il mito del Ddirrocco. Quando ci salutiamo ci ringrazia per “avergli offerto le chiavi del posto”. Proprio noi che non siamo di là, ora siamo consapevoli di essere di fronte ad un addio, alla fine di un amicizia durata quanto le rose. Allora ritornano presenti le sue parole sulla memoria come “il posto dove, bandita la nostalgia, possiamo far durare le cose quanto vogliamo” e la sua idea di destino, “che è come la coda di una balena, ti accorgi di lui appena dopo che è passato”. S. Alfredo Sprovieri

“La Calabria è come un isola”, ci dice capitan Vinicio. La terra di dove finisce la terra. Il suo sguardo, nel lungo calvario della A3, deve averlo portato a trasformare il mito. Già, il mito. Ci chiede di parlarci di quello, anche perché il panorama da quel punto rimanda solo ad un tetro parcheggio privato. Francesca da Sambiase ha sentito parlare di una sosta di Ulisse a Catanzaro Lido e gliene parla. Il maestro è molto divertito, il ghiaccio è rotto e si fanno battute sugli autogrill ai tempi di Omero. Poi invece si ritorna seri per parlare della Locride, di Re Alarico, e di musica. Vuole capire bene come è fatta la lira calabrese, e ci racconta dei pizzichi fra le corde che in Marocco sanno dare la vita ad uno strumento simile. Prende il quadernino e segna le cose che ritiene più buffe fra quelle che gli raccontiamo. Chiede lo spelling dei nomi e rilegge divertito le espressioni più curiose, che scena. Il soundcheck lo chiama, giusto il tempo di un tè caldo in camerino e si suona. Ma la discussione sulla musica non si ferma, davanti a quella porticina è un via vai di artisti e ragazzi dell’entourage, ci raccontano che quando non sono in concerto lavorano al nuovo disco, che sta per essere finito, che è pronto un dvd e molte altre sorprese all’insegna della sperimentazione. Paolo è tornato dal piacevole limbo in cui erano finite le emozioni e biascica via, con passione e competenza, tutto quello che pensa su 15 anni di musica caposseliana, potete leggerlo nelle pagine che seguono. Ci si prepara ad assistere al concerto con pizzette e arancini bianchi, quasi increduli si racconta agli amici che hanno rinfoltito d’appetito la compagnia. Si salpa e si viaggia per quasi tre

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L’

esclusiva

NELLA PANCIA DELLA BALENA LO SPETTACOLO DI CAPOSSELA FRA EPICA E LIBERAZIONE Di Paolo Vigna

“L’attesa, è un inganno l’attesa ma, preferisco l’attesa (…)” perché non vorresti mai che uno spettacolo del genere abbia mai inizio, ne tanto meno fine. L’attesa dell’artista più innovativo sulla scena musicale degli ultimi (almeno) 15 anni. Vinicio Capossela è il cantautore (se lo si può definire “solo” tale) che lega: la “stirpe immortale” di predecessori a quella fiorente degli “anni zero”. Il suo ultimo tour è una vera e propria commedia teatrale incentrata su “marinai, profeti e balene” che compaiono, incredibilmente, sul palco ogni qualvolta viene intonata una nota. Il capitano attracca la sua nave nel capoluogo di regione: Catanzaro. Sembra incredibile che una nave possa approdare in una zona di terra così lontana dal mare ma, Vinicio ci ha abituato anche a queste sorprese quindi siamo obbligati a crederci. Pequod (il nome preso in prestito dal libro Moby Dick) è una nave bellissima ma soprattutto mai vista, costruita con le ossa del “grande Leviatano”, è piazzata proprio al centro del proscenio, noi siamo poco sopra di lui. L’attesa finisce e lo spettacolo inizia: calano le luci sulla platea fino a chiudersi del tutto mentre si accendono quelle sul palco e le ossa iniziano a muoversi come per magia, stimolate dalla canzone dedicata proprio al Leviatano. Dopo aver preso coscienza dell’incantosubìto (quasi fosse un mago) si prende coscienza della composizione della nave; i marinai sono musicisti e coristi; e proprio loro sono sparsi chi a poppa e chi nel centro

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della nave. La prora, invece, è da sogno: un pianoforte, all’occorrenza illuminato come un casinò, suonato magnificamente dal capitano e timoniere della nave: Vinicio Capossela. L’artista riesce a rapire il pubblico con i suoi discorsi infiniti di parole e di significato, citando con lo stesso trasporto“sommi” scrittori e gente comune. Per mettere in scena lo spettacolo, prende in prestito varie personalità diventando: Billy Budd, Lord Jim, Polifemo, Achille, Odysseus e Achab, tutti magnificamente interpretati. Sul palco sono chiamati i vari: Goliath, Calipso e Job. Mentre Pryntyl, sirena birichina, è accompagnata da tre splendide e simpaticissime sirenette. Quando, per trovar la rotta, ci si affida alle “Pleiadi”, il gioco di luci che si presenta agli occhi ha dell’incredibile. Le stelle proiettate sul pubblico fanno intravedere il momento da sogno che sta attraversando, viaggiando, sognando e cantando con lui. Dopo aver solcato il mar Egeo e l’oceano Atlantico si ritorna alla realtà. Nella seconda parte dello show, il cantastorie fa un passo indietro e infiamma la platea con i brani che hanno lasciato il segno nel suo cammino musicale: “Il ballo di San Vito”; “Che cos’è l’amor”; “Marajà” che per l’occasione (viste le dimissioni, proprio in quegli istanti, di Berlusconi) è “dedicata” al premier; e molte altre ancora. Quando viene intonata “L’uomo vivo”, il teatro è una vera e propria bolgia; i corpi degli spettatori fino ad allora attenti ed immobili, si alzano in piedi a ballare trascinati dalla musica coinvolgente; la commozione e la partecipazione diventano tangibili quando, il pubblico, si lascia andare a lunghissimi applausi che spingono l’artista a concedere due lunghissimi bis. Arrivati al termine (dopo due ore e mezza di concerto), però, ci si rimette di nuovo a sedere per ascoltare il canto de “Le sirene” e a commuoversi per i versi di “Ovunque proteggi”, colonna sonora di una vita spesa a proteggere i cuori della gente attraverso la musica; protezione che si cela dietro una lacrima.

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Vinicio Capossela (Hannover, 14 dicembre 1965) è uno dei cantautori più amati dei nostri tempi. Nato in Germania, da genitori di origine irpina viene chiamato Vinicio in onore al celebre fisarmonicista Vinicio. Cresce artisticamente nei circuiti underground dell’EmiliaRomagna, fino ad essere notato e lanciato da uno dei massimi esponenti contemporanei della musica d’autore, Francesco Guccini. Vive da quasi 20 anni a Milano.

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inchiesta

NEL LIMBO DI COLLE MUSSANO Viaggio nella “città dei morti” di Matteo Dalena All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro? (U.Foscolo, I sepolcri). Urne permettendo! Il cimitero di Cosenza, vera e propria città alle porte della città dei bruzi, è al collasso. Carenza di loculi e relativo affollamento di salme nelle salette mortuarie situate vicino all’ingresso creano confusione, rabbia, dolore che si aggiunge a dolore. C’eravamo anche noi per dare l’ultimo saluto ad un caro estinto in una calda mattinata di fine novembre. Abbiamo visto in totale 23 bare, stipate una accanto all’altra, in attesa di essere tumulate non si sa quando ma, soprattutto, dove. Trovare un posto nella “città dei morti” sul colle Mussano è cosa ardua. In casi come questi “ridurre” le spoglie mortali degli “inquilini” di vecchia data dovrebbe essere la strada maestra, ma spesso, anche dopo decenni, il perfetto stato di conservazione della salma non consente la riduzione e la relativa sostituzione, risultato anche dei conservanti che assumiamo per tutta la vita. In generale però, insistiamo, ci sembra davvero ingiustificato mantenere alle dimensioni iniziali sepolture d’inizio ‘900 e anche più vetuste. La situazione non è facile; c’è chi prova a farsi “prestare” un loculo da qualche parente o amico, salvo poi scoprire che lo stesso è inutilizzabile a causa delle cattive condizioni strutturali della cappella comunale dov’è ubicato. Qui umidità, sporcizia e crepe regnano sovrane: urgono ristrutturazioni, anche se siamo in tempo di crisi. La nuova amministrazione comunale bruzia ha dichiarato che farà il possibile per ovviare a decenni

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Alcune istantanee dal cimitero di Cosenza. In basso, la parte franata tre anni fa e il recente sopralluogo del sindaco Mario Occhiuto e dell’assessore Katia Gentile. Hanno annunciato una serie di interventi di riqualificazione e la creazione di nuovi loculi per superare l’emergenza.

di incuria. Intanto, per la sepoltura del nostro caro, pare essere rimasta un’ultima possibilità. Una sorta di “anticamera”. Una ventina di box quasi pronti per essere occupati e già tutti affittati: scopriamo che diverse aziende che lavorano in condizioni di emergenza li consegneranno a giorni e altri ne verranno costruiti nelle prossime settimane. E’ una sistemazione “provvisoria”, dicevamo, che prevede un contratto d’affitto di durata decennale con l’obbligo, pare, di mantenerla per un minimo di due anni. Le tariffe, una sorta di “deposito cauzionale” per il contratto di affitto, sarebbero abbastanza alte e variano a seconda della posizione del loculo. L’alternativa alle alternative è la cremazione ma, per svariate ragioni, resta ancora una scelta poco praticata. In definitiva, chi ha la possibilità preferisce traslare la salma del proprio caro in qualche cimitero di provincia, in luoghi magari anche più curati e dignitosi. Ma anche qui la burocrazia ci si mette d’impegno: al Comune di Cosenza occorrono tre giorni tre per un “permesso d’uscita”. Superato anche questo ultimo ostacolo il nostro caro può ora riposare, davvero in pace, in un tranquillo e periferico borgo ai confini della nostra provincia. Del resto, l’eternità può aspettare.

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cosa dice la legge

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e hai perso qualcuno a te caro, anche seppellirlo nel cimitero della sua città può essere un problema spinoso del quale è difficile venire a capo. Infatti, nel cimitero comunale potrebbe non esserci posto benché, a norma di legge, ogni Comune debba garantire la sepoltura, almeno in terra, per ogni persona deceduta o residente nel territorio per almeno 10 anni. E’ assurdo ma è così: allora che si fa? Come abbiamo visto in diverse inchieste in un cimitero il “racket del caro estinto” è sempre in agguato, vediamo cosa dice la legge a nostra tutela. Secondo l’art. 823 comma 1 del Codice Civile “i beni che fanno parte del demanio pubblico sono inalienabili e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei modi stabiliti dalle leggi che li riguardano”. Il cimitero è un bene demaniale comunale ai sensi del successivo art. 824. Tuttavia, i beni del demanio possono essere concessi in uso a tempo determinato. Per quanto riguarda i luoghi di sepoltura, il DPR 285/1990 (Regolamento di Polizia Mortuaria) prevede la possibilità di concessione a tempo determinato di loculi preesistenti o zone dell’area cimiteriale “a persone o enti”. Ma la concessione è finalizzata, per le persone che la ottengono, a riporvi le spoglie dei propri defunti e, per gli enti,“il diritto all’uso delle sepolture concesse è riservato alle persone contemplate dal relativo ordinamento e dall’atto di concessione. Può essere consentita la tumulazione di salme di perone che abbiano acquisito particolari benemerenze nei confronti dei concessionari”. Se voi non siete membro, né iscritto, né in alcun modo conoscete l’ente che vi propone il suo “aiuto”, è difficile che possiate rientrare legalmente nei soggetti che ne hanno diritto, in ogni caso, anche se così fosse in nome di una destinazione di categoria (es. “per tutti coloro che hanno svolto attività di vigile del fuoco”), ciò dovrebbe esser previsto dal regolamento dell’ente. La normativa prevede espressamente che “a persone o enti che mirino a farne scopo di lucro non può essere rilasciata la concessione”, dunque è vietata la compravendita di loculi concessi a privati, ma è vietata anche la cessione fra privati. In conclusione: l’ente che ha avuto dei loculi in concessione ha pagato un corrispettivo al comune. Quello stesso ente non può cederli a voi chiedendovi a sua volta un corrispettivo, perché questo può farlo solo il Comune. Se volete acquisire la concessione di una sepoltura privata, dovete rivolgervi all’apposito ufficio del comune. La gran parte dei Comuni e delle Regioni hanno specificato tutto questo nei Regolamenti comunali di polizia mortuaria. Non il Comune di Cosenza. O meglio, tale regolamento non è rintracciabile sul sito web del Comune, come non lo sono le modalità di gestione e concessione delle aree cimiteriali, in barba a quanto previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale e dalla l.69/2009, che prevede che gli obblighi di pubblicazione di atti e provvedimenti amministrativi aventi effetto di pubblicità legale di ogni amministrazione pubblica sono assolti esclusivamente, a far data dal primo giorno dell’anno, quindi, con la pubblicazione sul sito web dell’ente stesso o su quello di altre amministrazioni. Per quanto riguarda la Regione Calabria, invece, essa è l’unica, insieme alla Basilicata, a non aver ancora emanato nemmeno una legge regionale in materia, ma solo una proposta (la n.247). Che la sistemazione dei nostri morti non interessi proprio a nessuno? Manuela Bevacqua

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ronache

SE IL DEGRADO FA PARTE DEL PAESAGGIO IL MOSTRO DI CEMENTO CHE RISCHIAMO DI PAGARE DUE VOLTE di Paolo napoli Viviamo nel tempo in cui i mass media ci propinano così tante testimonianze di spreco di denaro pubblico che finiamo per sprecare pure la rabbia che ci viene vedendoli. Anche nel territorio della Presila esistono molte strutture costruite e mai terminate, o terminate e mai utilizzate, come era fino a qualche anno fa il palazzetto della Polisportiva Casolese, per fortuna oggi terminato ed in funzione. “E io pago!” citando la storica frase di Totò rilanciata da “Striscia“. Quando poi queste strutture, diventano divertimento per i vandali è segno che la vicenda sta iniziando a trasformarsi. Naturalmente per la politica locale, il tutto torna utile soltanto in campagna elettorale, quando c’è da attribuirla come colpa a questo o a quello; fatto sta che ormai non ci facciamo neanche più caso, il degrado diventa quotidianità. Spostiamoci proprio dietro il palazzetto, in via Fiano, dove è possibile vedere questo palese esempio di spreco. Doveva essere la nuova sede dell’Asp ma ormai è una catapecchia, visto che una volta finiti gli impianti di luce e acqua è mancato il collaudo e il conseguente via libera. Spoglia, con i vetri rotti, svuotata di ogni cosa, attaccata dalla natura selvaggia, sembra quasi che abbia sempre fatto parte del paesaggio. Si è integrata nella natura e poco importa se è in quello stato di abbandono, se ospita ogni sera i cani randagi della zona, tanto è impossibile che la popolazione riesca da

sola a recuperarla. Dal palazzo comunale di Casole Bruzio gli assessori Greco e Ferraro hanno iniziato ad indagare più approfonditamente la questione, e a Mm è stata confermata l’intenzione, pur non rientrando tra le priorità della loro giunta, di acquisire (già, non è nemmeno comunale) e recuperare la struttura. Seguiremo gli aggiornamenti. Ci fanno inoltre sapere che è stata inviata una lettera alla Regione, speriamo presto di potergli dare visione anche noi, che intanto registriamo l’ennesimo sfregio alla sanità regionale. Proprio quella Sanità che continua a riconfermarsi fanalino di coda in Italia, nonostante il nuovo corso del governatore Scopelliti si vanti del risanamento che sta portando avanti. Risanamento a suon di tagli, che si ripercuotono sui servizi offerti alla popolazione rendendoli a volte anche insufficienti, che spesso finisce per pagarli anche ad un prezzo maggiore per le nuove tariffe. Non è questione di colore politico, perché spontaneamente viene da domandarsi: ma staremo mica pagando una seconda volta per queste strutture fantasma? E’ pacifico che una prima volta si possa pagare con le tasse, al momento dello stanziamento dei fondi per la realizzazione della struttura, ma difficilmente concepibile risulta che i tagli si ripercuotano su di noi una seconda volta, facendoci avere servizi insufficienti e più cari e, quello che è sicuro, tangibile, l’ennesimo mostro di cemento nella natura.

ROVITO, I CITTADINI: COPRITE LA DISCARICA DI CELICO

Il Comitato Cittadino di Rovito “No discarica di Celico” intende chiedere l’appoggio di tutte le forze politiche e di tutte le realtà che si ispirano ad una gestione responsabile dei nostri. Per questo hanno diffuso una nota stampa che denuncia le condizioni dell’aria che si respira in paese da quando (2002) nel centro di compostaggio della vicina Celico sono iniziate le lavorazioni del “compost”. Secondo il comitato “il problema è dato dalla mancanza di copertura delle vasche dove viene mescolato il materiale, copertura che è presente nei progetti ma che non è mai stata realizzata”. In seguito a numerose iniziative da parte di enti privati e pubblici, turbati dai cattivi odori e preoccupati per la salute pubblica, sono stati promossi una serie di incontri nei quali la società MIGA si è impegnata a costruire in tempi brevi la copertura. Ma ad oggi, denuncia ancora il comitato, “nonostante l’impegno ed i ripetuti solleciti anche da parte dell’attuale Amministrazione comunale di Rovito, non è stata prevista nessuna data di inizio lavori”. Il comitato si è dichiarato pronto a dare per pacifico che il tutto è a norma, nonostante pare surreale l’esistenza di una struttura del genere in un polmone artificiale come quello, “ma ci pare un nostro diritto chiedere che l’impianto sia il meno invasivo e nocivo possibile per il territorio e le persone, che sia monitorato periodicamente”. Una richiesta sacrosanta che troverà anche il nostro impegno affinché si controlli e informi la gente il più possibile.

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la storia

ANTHONY MARIA TURANO FIGLIO DI DUE MONDI

ANTHONY, IL GARZONE DI LITTLE ITALY CHE FECE ONORE AL SUO NOME ITALIANO di Igino Iuliano Antonio Maria Turano, poi americanizzato in Anthony Maria, appartiene alla seconda generazione dei primi italo-americani. Nacque a San Pietro in Guarano il 31 Ottobre del 1893, da Martino Turano e Rachele Pugliese. Suo padre, calzolaio, emigrò in America nel 1899 e nel 1905 tentò di ricongiungere la famiglia con “l’atto di richiamo” per la moglie e i tre figli. Ma l’America del tempo era impietosa verso chi non poteva esprimere forza lavoro e non diede il visto dell’immigrazione al figlio minore, menomato perché colpito da paralisi infantile. La madre non volle lasciar solo il ragazzo, bisognevole di cure, e restò nel piccolo paese calabrese; consentì, comunque, ai due figli maggiori di ricongiungersi con il padre, a Pueblo, in Colorado. Al sospirato ricongiungimento si sostituì, pertanto, una più drammatica disgregazione familiare, già iniziata con l’emigrazione del capofamiglia, cinque anni prima. Antonio, giunto in America all’età di quasi dodici anni, ebbe l’impatto con la nuova realtà ed in particolare con la nuova lingua, complicata dal gergo degli italo-americani, che per un po’ di tempo, egli identificò con l’inglese. Per qualche anno aiutò suo padre nella bottega di droghiere e macellaio, ma non tardò a rendersi conto che nel nuovo mondo bisognava essere intraprendenti e, spronato dallo stesso genitore, cominciò a studiare da autodidatta. In seguito cominciò a girare per gli States americani del west viaggiando spesso su treni merci, da clandestino. Fu proprio in seguito ad uno di questi avventurosi spostamenti che, scoperto, finì poi, paradossalmente, per trovare lavoro, come ragazzo tuttofare, in uno studio legale. Studiò quindi legge e diventò uno stimato avvocato. A differenza del padre che era vissuto nel ristretto ambiente della locale Little Italy, commerciando solo con qualche fornitore nativo del luogo, s’integrò benissimo nella complessa società americana, senza dimenticare le sue origini. Scrisse diversi e autorevoli articoli sull’American Mercury, ri-

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guardanti molti aspetti della legislazione americana e strettamente legati ai grandi temi sociali del suo tempo. Tali suoi scritti sono ancora frequentemente indicati come bibliografie per studi e ricerche da alcune università americane, reperibili anche in internet. Alcuni di questi articoli sono stati anche pubblicati in America in una collana divulgativa di “piccoli libretti blu”. Scrisse “Un padre immigrato”, (An immigrant father), un racconto di vita vissuta dal padre, e “Il linguaggio di Little Italy”, (The Speech of LIttle Italy), un’attenta analisi sul singolare linguaggio degli immigrati italiani. Nel 2002, in Italia, è stato pubblicato “Figli di due Mondi”, prima collana di narratori italo-americani edita in Italia (Avagliano Editore), diretta da Francesco Durante, per far conoscere gli autori di origine italiana, figli di emigranti, che hanno lasciato straordinarie testimonianze del loro impatto col Nuovo Mondo. Si tratta di un’antologia di dieci racconti risalenti agli anni ‘30 e ‘40, del XX secolo, che proprio in apertura presenta la narrazione di Anthony M. Turano: “Un padre immigrato”, (An immigrant father). Si parla di Martino, il padre dell’autore, che in America, aveva trasformato l’ingresso della sua abitazione in una bottega di drogheria e macelleria e che degli americani aveva preso solo l’abitudine di bere il tè al pomeriggio. Martino ritorna in Calabria all’età di 78 anni e dopo 35 anni di emigrazione, orgoglioso di essere stato un pioniere in una terra in cui aveva spianato il futuro a due dei suoi figli, ma deluso di non essere riuscito, neppure da americano naturalizzato, in un suo secondo tentativo di ricongiungere la famiglia. Questa volta, anzi, prendeva maggiormente atto del dramma che l’emigrazione gli imponeva senza lasciargli sogni e speranze: una terza e nuova scomposizione familiare, inesorabile e definitiva. Salutando camionisti, venditori e clienti, gli unici americani che aveva conosciuto, disse loro: “Addio, me ne torno al mio paese; mi piacerebbe restare in America, ma ho in Italia una moglie e un ragazzo che non vedo da molto tempo”. Ad Anthony e suo fratello che restavano in America, consigliò di mantenere il cognome Turano, scritto con la grafia originale, e di onorarlo con i fatti. Raccomandò, inoltre di far sapere ai loro figli, che sarebbero nati in America, le origini dei loro genitori. In vista del treno che doveva portarlo all’imbarco del ritorno, salutando i figli in un unico e commosso abbraccio, infine disse loro: “Cercando di essere un buon padre non ho potuto fare a meno di essere un marito assente. Vostra madre mi ha aspettato per tutti questi anni e ha diritto alla parte finale della mia vita”.

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Il

viaggio

THE KEY TO MY GRANDFATHER’S HOUSE

[LA CHIAVE DELLA CASA DI MIO NONNO] di Irene Napoli Un breve racconto che descrive la nostra bellissima terra di Calabria. David e Doug sono due fratelli americani le cui origini sono da ricercare nella piccola contrada Padula di S. Pietro in Guarano. I due fratelli decidono di visitare il luogo di nascita di loro padre. Vengono in Calabria e rimangono estasiati dalla bellezza dei nostri territori. David decidere di scrivere un breve racconto per poter esprimere al meglio i suoi sentimenti riguardo il nostro paese. Questo viaggio ha cambiato il modo in cui David vedeva se stesso, le esperienze vissute qui hanno condizionato le sue scelte, “ho sempre saputo che le mie radici erano in questa terra , ma non credevo potesse rappresentarmi così tanto” sentiva di appartenere a S. Pietro. La famiglia di David e Doug lasciò il nostro paese nel 1929 per raggiungere l’America. Da ragazzo emigrato il nonno iniziò a lavorare prima in un acciaieria per poi arrivare ad inaugurare una stazione di gas che lui e i suoi figli avevano letteralmente

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costruito con le loro mani. “Come mio nonno anche mio padre dedicò tutto il suo tempo, in realtà tutta la sua vita, alla sua famiglia e al suo lavoro, proprio come se fosse nel suo paese d’origine ma senza la terra meravigliosa che aveva lasciato” David ha girato il mondo in cerca di forti emozioni che lo ispirassero ma nella nostra Calabria ha sentito sentimenti di forte passione innamorandosi della storia della nostra terra. “Teresa e Vittorio vennero a prenderci alla stazione ferroviaria di Cosenza. Ci portarono a casa loro, un appartamento al quinto piano di un condominio, mi affacciai dal loro balcone e vidi le colline dove un tempo abitava mio padre. San Pietro in Guarano è il villaggio più vicino alla fattoria della nostra fami-

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glia. Mi capita spesso di guardare da un balcone la collina e la montagna e vorrei trovarmi lì mentre questo pensiero non mi sfiora quando dalla campagna guardo la città. Sento di amare queste persone anche se non le avevo mai incontrate prima. Eccomi d’avanti casa dei miei nonni, Michele e Luisa Napoli. È la casa dove mia nonna Caterina ha vissuto da ragazza. È la fattoria dove lei e mio nonno Eugenio hanno vissuto come sposi, su questa ripida collina rocciosa mio padre è nato. C’è un vecchio cappotto appeso vicino alla porta poteva essere lì da più di 50 anni. Questa è la casa Napoli ma guardando giù dalla collina vedo anche la casa Imbrogno, la casa dov’era nato mio nonno. Dal passato torniamo al presente, la giornata finisce e ci ritroviamo in pizzeria con alcuni i parenti, sono felice di aver la possibilità di conoscere le miei origini. Roberto un nostro cugino il giorno seguente ci portò a fare un giro per la meravigliosa terra calabrese, dalla montagna al mare.” David si è innamorato della nostra terra, ha conosciuto le sue origini, ha visitato insieme a suo fratello luoghi che lo hanno impressionato, luoghi che attraverso l’immaginazione sono stati in grado di portarlo nel passato, fargli provare emozioni che solo la storia e gli affetti sono in grado di dare. Lo scrittore portò con se pezzi del passato, in particolare una tegola della casa Napoli che ha poggiato su una mensola posta sul letto di suo padre. Dopo poco tempo suo padre morì e lui arrivò a giudicare la sua storia completa. Suo padre era morto sotto lo stesso tetto dov’era nato. Conclude il suo racconto scrivendo “tutti noi portiamo cicatrici e ferite dal presente e dal passato. Alcune ci danneggiano altre ci rendono semplicemente più forti. Alcuni ne portano i segni sulla pelle altri li nascondono per motivi che spesso non conoscono neanche. Ciò che bisogna chiedersi è: dobbiamo continuare a negare le ferite o possiamo abbracciare il dolore? La risposta sta nella paura del dolore. Il dolore non è sempre una cosa negativa, spesso la negazione è peggiore.” Nel bene e nel male, qualunque esperienza, che abbia lasciato un segno nelle nostre vite, bella o brutta che sia vale la pena di averla vissuta e bisogna ricordarla e tenerla stretta nel nostro cuore.

Brothers. Nella foto grande, David Imbrogno, autore del sito www.cowgarage.com, nel riquadro suo fratello Douglas che ha pubblicato online il diario fotografico “calabrian journal” di cui abbiamo parlato in numero di Mm di qualche anno fa. Entrambi sono ritratti a Padula di San Pietro in Guarano.

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Il

racconto

FRATELLI DI FATTO…

A

di Gianfranco Aloe

mmucchiati tutti insieme, nella sala studio della settima squadra. Per comodità. Erano i locali più centrali. Così era più facile raggiungere il refettorio. Era uno spazio dove, ben allineati, stavano posizionati una trentina di banchetti e sedie, la cattedra dell’istitutore ed al suo fianco, una lavagna. In mezzo a quei banchi passavamo le nostre giornate di vacanza. In una grande veranda, libera da ingombri, facevamo la nostra ricreazione. Non c’era altra scelta. Fuori le mura, il tempo non consentiva distrazioni. Umidità e nebbia. Freddo e pioggia ad intermittenza. Il maltempo diventava, così, lo scrupoloso sorvegliante della nostra reclusione. Puntavamo gli occhi al cielo, cercando di aiutare il vento a squarciare le nubi tanto da respingerle più lontano. Contraeree delicate, sostenute dal disincanto dei teneri pensieri. Ché se noi fermi, loro in viaggio, per centinaia e centinaia di chilometri. A volare verso casa. Il campo centrale sarebbe risultato troppo grande per noi. Per distrarci, poteva bastare il più piccolo. Ci voleva, però, il terreno asciutto. Ma, il maltempo si accaniva. Al pari del cane che morde lo straccione. Ci costringeva a restare tra i banchi. Un’attesa noiosa. Senza mai il desiderio di bloccare lo scorrere del tempo. Eravamo studenti ma, non sapevamo il significato letterario della parola malinconia. La vivevamo ma, non sapevamo che si chiamasse così. Gli sguardi smorti, di ragazzi senza sorriso. Senza una carezza, anche sperduta, che si posasse sul viso. E meno male che, in quell’ambito, la carezza non arrivasse… Un colore grigio scuro. Quello delle nostre divise. Quello della tristezza, in un deserto orrendo, dove non era possibile scorgere la volta celeste. Il cielo coperto, impossibile vedere gli astri e fantasticare, spaziare nella galassia con la nostra fantasia Avremmo atteso volentieri, incantati, di vedere la caduta di una stella e di esprimere un desiderio. E non ci saremmo accorti del tempo che passava, quei giorni sarebbero volati. Tutti noi saremmo tornati, velocemente, alla normalità. E anche tra di noi non filtravano sguardi. Non riuscivamo a guardarci negli occhi, a scambiarci speranze…Quando, distrattamente, li incrociavamo, prontamente li lasciavamo cadere. Avremmo rischiato facili lucciconi. Non potevamo rischiare di scoppiare in lacrime. Il nostro orgoglio l’impediva. Lo facevamo di nascosto, ci sfogavamo tra le lenzuola, al buio, senza che nessuno ci potesse vedere e udire. In quei giorni non mi andava di studiare. Tanti dei miei compagni avevano fatto ritorno alle loro case. Avrebbero trascorso quei quindici giorni con le loro famiglie. Si sarebbero rifocillati riassaporando i propri spazi di libertà. Si sarebbero dissetati mitigando l’arsura d’affetto. Avevo rimediato un libro ma, per quanto bello, la sua lettura non mi aiutava. Sicuramente un capolavoro ma, David Copperfield contribuiva, se possibile, ad aumentare il mio malessere. La sua vicenda umana commuoveva tanto che, a stento, pizzicandomi forte le braccia, riuscivo a non piangere per lui. Tutto l’anno in quell’ambiente. Riuscivamo, anche, a ritagliarci momenti di spensieratezza. In tanti, chi per un motivo, chi per un altro, si era costretti a vivere in quel posto. Non era sicuramente una bella condizione ma, apparteneva a tutti. Tra di noi c’era una tacita solidarietà che, ci affratellava. Così come può succedere nei tanti luoghi, dove, la sofferenza è comune. Le vicende della vita ci costringevano a dover ri-

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nunciare alla fanciullezza, all’età senza pensieri. Ci trovavamo rinchiusi in quel posto, senza aver fatto nulla di male. Orari rigidi, disciplina la più assoluta. Eppure, non eravamo stati cattivi, non eravamo dei rei, condannati a dover espiare pene per colpe o peccati. In tal caso, lo stare male, in qualche modo, avrebbe avuto plausibile giustificazione. Ce ne saremmo fatti una ragione. Noi affrontavamo altra situazione. Il bisogno che afferrava, stringendo alla gola i nostri cari, le nostre famiglie, era la causa principale del dramma che eravamo costretti a vivere. Non esagero se, ora, in età adulta dico che comprendo lo spirito che accomuna i carcerati. A volte mi chiedono di acquistare un cesto di Natale, quale contributo ai fratelli rinchiusi nelle patrie galere…Capisco i bisogni di chi sta dentro e di chi sta fuori… I detenuti godono, se così si può definire, della visita parenti. In tanti di noi, non abbiamo mai potuto cogliere tale opportunità che avrebbe, forse, spezzato il lungo periodo, ogni anno, di dieci mesi di “detenzione”. No…non esagero e non vorrei nemmeno farlo. Era lo stato d’animo che avevamo in quei giorni. Il trattamento non era affatto cattivo, anzi. Un collegio non è un luogo di svago o di villeggiatura. A quei tempi, il collegio, rappresentava la più facile ed efficace minaccia, utilizzata dai genitori nei confronti dei figli negligenti, ingestibili normalmente. Va detto che il luogo dove si era rinchiusi, non era minimamente comparabile ad un carcere. Non solo non avevamo né celle, né bocche di lupo ma, la struttura era una stata realizzata molto bene. Cinema teatro, campi di gioco, una grande ed attrezzata palestra ed una grande chiesa tutta per noi. Ma a noi fanciulli ciò non bastava. Avevamo bisogno di altro. Soprattutto del calore della nostra famiglia. Di poter urlare la nostra felicità in mezzo alla strada la nostra felicità, in quanto esseri liberi, così come fanno le rondini in cielo nelle giornate di primavera. La mia condizione, era comune con gli altri ragazzi che erano rimasti. La distanza dalle proprie case era tanta. I soldi per i biglietti del treno mancavano. Erano rari i casi che ricevessimo la visita di un familiare. A me successe solo in occasione della mia cresima…Mio fratello, quattordicenne, accompagnò mia madre. Il mio padrino si risparmiò il viaggio e solo per procura ottemperò al suo dove-

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E’ TORNATO “I MET ANDY”

re… Era una commedia triste, messa in scena sul palcoscenico della vita. E, in occasione delle feste di Natale, si stava ancora peggio. Ci rendevamo conto, nella nostra condizione di orfani. Quella era l’atmosfera del nostro Natale… A nulla riuscivano i freddi tentativi messi in atto dal Rettore e dalla sua famiglia. Un quadretto di persone distaccate e formali che mi faceva venire in mente quelli che ritraggono lo Zar, nel freddo della Grande Madre Russia. Malgrado i suoi signorili sforzi, non riusciva a comunicare né sensazioni d’affetto, né di quell’umanità di cui avevamo bisogno, come l’albero di Natale di palline e di addobbi. Cercava di accontentare le nostre richieste di doni, senza mai entrare nel merito della richiesta stessa. Non ci conosceva nemmeno di nome. Da parte mia, chiedevo le cose più impensabili. Non me ne fregava niente… Arrivai a chiedere addirittura un paio di guanti da portiere… io che detestavo quel ruolo, quello star fermo in mezzo ai pali… Io che amavo correre libero nel campo di calcio, con la fantasia del gol… ero scarso ma, giovane…sognavo. O come successe ad Antonio Conti, da Bergamo. Mio caro amico, malgrado la provenienza. Insieme e con naturalezza abbattemmo quelle barriere di campi spinati che si alzano, razziste, tra gli esseri umani, per soli interessi egoistici. Eravamo tutti e due di Bergamo, eravamo tutti e due di Cosenza. Anche lui, di qualche anno più grande di me, era, come me, orfano ed appartenente a famiglia numerosa con notevoli difficoltà economiche. Come regalo di Natale chiese al Rettore di poter imparare a suonare la chitarra. Gli fu donata una chitarrina da bimbi con annesso sacchettino di caramelle. La distrusse sulla scrivania con un colpo netto. Seppi poi, che, in seguito Antonio costituì, insieme ad altri compagni di collegio e ad un istitutore, un bel gruppo musicale. In tutto questo non dimentico, certo, la bella figura del vice Rettore. Era un uomo, questi, che trasudava umanità. Un secondo padre per noi tutti, ma, troppo solo e, da solo, non bastava. Quattro anni senza trascorrere il Natale a casa mia, dalla quinta elementare alla terza media, servirono per levarmi dal cuore la grande festa, in tutti i suoi significati più belli. E poi? E poi un grazie ad Emilia da Partenope sorta…

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Andy alla fine ce l’ha fatta. È tornato, e questa volta è ufficiale. Sabato 29 ottobre al Caffè Letterario di Cosenza c’è stata la prima del cortometraggio “I Met Andy” diretto da Pierluigi Sposato, alias Elias Mulkanto. A presentare la serata Emilio Siriani, accanto a lui i protagonisti del cortometraggio: Annalisa Macchione sceneggiatrice e attrice principale, Ovidiu Morgos direttore della fotografia e Pierluigi Sposato. Prima di iniziare, il presentatore Sirianni ha fatto una breve introduzione al progetto e alle tematiche della Pop Art parlando della figura di Andy Warhol. Dopo di che è stato proiettato il video backstage montato da Annalisa Macchione con le musiche di Fabio Abate. Il video ha mostrato al pubblico la lavorazione del film e la preparazione delle scene. Si è potuto così apprezzare il lavoro stilistico di Francesco Orrico e di Federica Caputo, che si sono curati del make up e dell‘hair style del cast.  Poi il momento tanto atteso: la primissima del cortometraggio “I Met Andy”. Il corto si è aperto con una scritta significativa: New York 1966. La voce fuoricampo, scritta da Manuela Giardino, ha immerso il pubblico nella factory di Warhol e negli anni della Pop Art. Gli artisti e l’arte sono gli elementi principali della factory e il film ha voluto mettere in evidenza proprio questo: non sono gli attori i protagonisti del film, ma l’arte in tutte le sue sfaccettature. Le immagini hanno raccontato il mondo dentro e fuori la factory, gli artisti e le modelle a lavoro, i sogni visionari della protagonista, le tematiche della Pop Art e il pensiero di Warhol. Il pubblico ha omaggiato il lavoro di Sposato e della Macchione con un lungo e meritato applauso. Il presentatore, prima di passare la parola allo staff, ha voluto sottolineare le potenzialità del gruppo e il gioco di squadra. La prima a prendere la parola è stata Annalisa Macchione: “Qua in Calabria è difficile realizzare un progetto, ma se ci siamo riusciti noi giovani, che abbiamo ancora poca esperienza in questo campo, ci potete riuscire anche voi. Le location del cortometraggio non sono state scelte caso: Il Nero Factory è stato scelto perché ricordava la factory di Warhol, l’Università della Calabria perché è il nostro tempio della cultura. Non bisogna sottovalutare quello che abbiamo qui in Calabria. Per questo sostengo che non c’è bisogno di andare al nord per trovare lavoro o per realizzare progetti di questo tipo. Per il futuro ho tantissimi progetti che vanno dal cinema alla musica. Una cosa è certa: io di qua non mi muovo, credo nella mia terra e nei miei sogni”. Dopo Annalisa Macchione è intervenuto il direttore della fotografia Ovidiu Morgos: “Ricordo ancora quel giorno, quando Annalisa mi chiamò e mi disse: “Questa notte ho sognato una cosa, puoi darmi una mano?” Io credo nei sogni e nell’arte, e per questo ho accettato senza pensarci troppo”. L’ultimo intervento è stato del regista Pierluigi Sposato, alias Elias Mulkanto: “Il gruppo si è dovuto scontrare un bel po’di volte prima di trovare il giusto equilibrio, ma senza di loro non ce l’avrei mai fatta. Oggi l’arte costa, ed è merito del gruppo se ce l‘abbiamo fatta. Anch’io credo in questa terra, ho studiato e lavorato per diversi anni fuori e questa è stata una bellissima occasione per ritornare qui”. ( ga.gu.fo.)

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la lettera

LA LOTTA FRA GENERAZIONI, UNA TRAPPOLA GOLOSA di Massimo Ferraro

Continua il dibattito sulle pagine di Mm, all’accorato appello alla partecipazione di Romilio Iusi, già sindaco di Lappano per due legislature, ha risposto un giovane attivista politico di San Pietro.

ammasciata@libero.it

N

ella politica e nell’amministrazione è essenziale un rinnovanon porta a niente, solo al disgregarsi di risorse e dispersione di idee mento generazionale, e questo non si decide per decreto ma che insieme possono raggiungere quel livello alto che alla politica solo attraverso un vostro sforzo, un impegno, che bisogna a è dovuto. Non sarà prendendo a calci qualcuno che risolveremo il tutti i costi provocare in un sistema che è ancora molto chiuso”. Lo problema dell’attivismo giovanile, ma dimostrando di essere ottimi ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rivolgensostituti, ottimi giocatori titolari, che non vedono l’ora di dimostrare dosi agli studenti universitari di Cosenza nell’ormai lontano 2009. partendo dal basso, le loro qualità e professionalità, ritrovando le Perché se è vero che la politica non si fa con la carta d’identità nuova motivazioni “alte” della politica che sono le motivazioni del serdi zecca, è altrettanto vero che una rivendicazione di partecipazione vizio, della solidarietà, della gratuità. La parola che racchiude il giovanile alla cosa pubblica dobbiamo conquistarcela, e sbaglieremtutto è il mio più umile appello mo se confondessimo il “conqui“Noi giovani sbaglieremmo a confon- alla partecipazione, perché in tanti stare” con il “ci è dovuto”. Perché, riusciremo a portare quell’aria di nonostante la politica sia a livello dere il conquistare con il ci è dovuto. primavera che i partiti e gli enti nazionale che regionale non sia Non sarà prendendo a calci qualcu- aspettano da diverso tempo, perché da stimolo alle nuove leve, nono- no che risolveremo i nostri problemi, non esiste cosa più gratificante che stante la politica sia distante e fa dobbiamo dimostrarci pronti a pren- confrontarsi con le leve Senior e paura, dobbiamo risvegliare una conquistarci quella fiducia e quello passione che ci appartiene, perché dere in mano il nostro futuro” spazio che nessuno vuole levarci , ha ancora senso impegnarsi politicamente per costruire una società annullando la difficoltà nel dialogare con le istituzioni, a volte un po’ migliore. Una società che guardi al futuro, dove il cambiamento e distanti e arroccate in se stesse, proponendoci noi in primis come inrinnovamento non sarà solo quello anagrafico, ma quello culturale, terlocutore maturo e compagno di splendidi progetti. Ma per far quedove cambierà il modo di intendere e fare politica anche nei piccoli sto, si deve cambiare. Cambiare per non lamentarci solamente, fare comuni, dove la piccola e semplice discussione, dove il confronto gedel vittimismo, sempre e comunque, stare alla finestra non perdendo nuino e democratico hanno smarrito la strada lasciando spazio ad l’occasione di criticare quello che altri giovani fanno. Basta delegare un piattume non solo politico che non ci appartiene e che un paese ad altri, basta preferire la comodità di una poltrona o di una bar come il nostro non merita. La pecca più grande che potremmo comalle difficoltà di un impegno politico–sociale dimenticandosi forse mettere noi giovani è abbracciare lo slogan del trasformismo dovuto, che “se non ti occupi di politica, la politica si occuperà di te” nel bene o la squallida ed inutile lotta tra generazioni, trappola golosa, che e nel male. Non deleghiamo, prendiamo in mano il nostro territorio.

Via Luigi Settino, San Pietro in Guarano 0984471037 \3284593067


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