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Torino Milano Festival Internazionale della Musica 05_ 23 settembre 2012 Sesta edizione

Settembre Musica

Torino Conservatorio Giuseppe Verdi

Trio di Parma

Giovedì 06.IX.2012 ore 17

Schubert Dvorˇák Beethoven


MITO SettembreMusica

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Franz Schubert (1797-1828) Trio in mi bemolle maggiore D. 897 op. post. 148 “Notturno” Adagio

Antonín Dvorˇák (1841-1904) Trio n. 4 in mi minore op. 90 “Dumky” Lento maestoso. Allegro Poco adagio. Vivace non troppo Andante. Vivace non troppo Andante moderato (Quasi tempo di marcia). Allegretto scherzando Allegro Lento maestoso. Vivace

Ludwig van Beethoven (1770-1827) Trio in si bemolle maggiore op. 97 “L’Arciduca” Allegro moderato Scherzo. Allegro Andante cantabile ma però con moto Allegro moderato. Presto

Trio di Parma Alberto Miodini, pianoforte Ivan Rabaglia, violino Enrico Bronzi, violoncello

Videoimpaginazione e stampa • la fotocomposizione - Torino


Adagio schubertiano conosciuto come “Notturno” ha origini un po’ misteriose: non si è mai chiarito se fosse stato pensato per uno dei L’ trii quasi coevi poi pubblicati come op. 99 e op. 100, o se sia invece del tutto autonomo, una sorta di corrispettivo cameristico dei Klavierstücke pianistici. Per certo si sa soltanto che fu trovato fra le carte di Schubert solo dopo la sua morte e pubblicato dall’editore Diabelli nel 1845 con il titolo apocrifo di “Notturno” che poi non l’ha più abbandonato. Curiosa anche la storia critica di questo brano, liquidato con sufficienza da alcuni commentatori, ma annoverato da altri fra le gemme dell’ultimo periodo di Schubert. La forma è quella semplice e ternaria del pezzo breve, con un tema principale ampio e diffuso, molto vicino alla cantabilità del Lied, e un intermezzo contrastante di carattere solenne che sembra voler mettere in riga i tre strumentisti dopo le divagazioni della prima parte, che peraltro finiscono per riprendere il sopravvento, dissolvendo la chiara positività della sezione centrale con accorte e inattese modulazioni. Memorabile, nella sua semplicità, l’esordio del pianoforte, con arpeggi ampi e lunghi che paiono i gesti di un incantesimo da cui scaturisca il tema principale: di cui si noterà, oltre all’ampiezza melodica, anche la qualità timbrica, fra pizzicati agli archi e cascate d’arpeggi al pianoforte.

Quando compose il suo quarto Trio, fra il novembre 1890 e il febbraio 1891, Antonín Dvorˇák era all’apice della sua fama: aveva appena terminato la stesura di un Requiem commissionato da Birmingham, era stato nominato membro dell’Accademia di Scienze e Arti di Praga e subito dopo insignito della laurea honoris causa dalle Università di Praga e di Cambridge. Eppure da questo Trio l’accademismo è del tutto bandito; se già nei lavori corali di quei mesi le parti più riuscite erano sempre quelle liriche, qui l’intera composizione riesce a trovare il suo equilibrio nel segno della libertà formale e dell’interiorità. Con questo lavoro lo stesso Dvorˇák girò per alcuni mesi in tournée con Ferdinand Lachner e Hanus Wihan tra la Boemia e la Moravia, i paesi che meglio potevano comprenderne la vena espressiva. Il titolo dumky deriva dal fatto che ognuno dei movimenti (insolitamente in numero di sei) ha il suo centro in una melodia malinconica del tipo che viene appunto definito con l’appellativo di dumka, preso a prestito dalle forme della poesia popolare. La prima dumka è un canto filiforme che passa dal violoncello al violino, alternandosi con una sezione molto più mossa e in modo maggiore: anche questo avvicendarsi di malinconia e solarità rientra nei connotati popolari slavi e contraddistingue l’intero Trio op. 90. La seconda sezione comincia su un disegno quasi immobile, sul quale i piccoli inserti del violoncello sembrano tracce di un canto perduto e pudico, di nuovo posto in alternanza con una sorta di danza d’elfi. Nella terza sezione è particolarmente evidente come sia proprio il canto esile della nuova dumka, accelerandosi, a originare la sezione rapida. L’Andante moderato (quarta sezione) spicca per il carattere di marcia, ammorbidito dalla lentezza dell’andamento e dalla poesia dell’arco melodico che continua a rinascere al violoncello, strumento verso cui Dvorˇák mostra sempre un


affetto particolare. Dopo una sorta di “scherzo” in ritmo quasi di tarantella, il brano conclusivo comincia con gesti quasi improvvisativi, isolati, esitanti, per incanalarsi poi gioiosamente nel tema a cui spetta concludere il lavoro.

Fra i Trii beethoveniani l’op. 97 tiene un posto analogo a quello dell’op. 106 fra le sonate pianistiche, per maestà di carattere e ampiezza di proporzioni. Dedicato all’arciduca Rodolfo, fratello dell’imperatore, fu composto fra il 1810 e i primi mesi del 1811, benché pubblicato solo nel 1816; ed è veramente un’anticipazione del tardo stile beethoveniano, fra momenti di intimismo lirico e zone di regale solennità, in cui gli schemi formali consueti sono ripensati senza romperli, ma rinnovandoli dall’interno. Il primo movimento ha il passo calmo di un Allegro moderato ed esordisce con una melodia nobilmente distesa, da cui subito si sprigionano inserti quasi recitanti di violoncello e violino; tra frequenti deviazioni e anfratti lirici, persino le giunture sintattiche si trasformano in momenti espressivi, portando il discorso quasi inavvertitamente verso la giocosità del secondo tema: sempre che questi termini abbiano ancora un senso, quando tutto è ormai diventato tematico. La zona più impegnativa dal punto di vista costruttivo, ossia lo sviluppo centrale, dissimula la sua funzione con una ricerca continua di nuove combinazioni timbriche, tra staccati, pizzicati, divaricazioni di grave e acuto, qualche volta divertendosi a scendere ai limiti dell’udibile. Lo Scherzo è un campione di umorismo beethoveniano, con uno spunto tematico che continua a rincorrere se stesso da uno strumento all’altro, come giocando; a questa schiettezza fa da contrappeso la linea tortuosa del Trio, che sale a fatica dai timbri gravi, strisciando come il Fafner wagneriano: ma da quest’opacità esplode poi a sorpresa una fiammata di danza degna piuttosto di Weber. L’Andante cantabile è capostipite delle grandi variazioni dell’ultimo Beethoven: il tema sarà inserito da Liszt (previa orchestrazione) in entrambe le Cantate in memoria di Beethoven ed è esemplare di una cantabilità capace di unire intimismo e compattezza corale; dimensioni poi trasfigurate nelle variazioni, in un progressivo rarefarsi della materia. L’ultimo movimento è ancora un Allegro moderato, come il primo; ma qui la “moderazione” fa da calmiere a una vena ritmica che pare pronta a esplodere in ogni momento, e che sfocia in un Presto che tuttavia divaga in trilli prolungati e sembra perdersi: l’attesa così accumulata si risolve nella ripresa accelerata e trionfante dell’idea principale, luminosa e vitalissima. Elisabetta Fava


Il Trio di Parma si è costituito nel 1990 nella classe di musica da camera di Pierpaolo Maurizzi al Conservatorio di Parma. Successivamente ha approfondito la sua formazione musicale con il leggendario Trio di Trieste presso la Scuola di Musica di Fiesole e l’Accademia Chigiana di Siena. Nel 2000 è stato scelto per partecipare all’Isaac Stern Chamber Music Workshop presso la Carnegie Hall di New York. Il Trio di Parma ha ottenuto i riconoscimenti più prestigiosi con le affermazioni al Concorso Internazionale “Vittorio Gui” di Firenze, al Concorso Internazionale di Musica da Camera di Melbourne, al Concorso Internazionale della ARD di Monaco e al Concorso Internazionale di Musica da Camera di Lione. Inoltre nel 1994 gli è stato assegnato il Premio Abbiati quale miglior complesso cameristico. È stato invitato dalle più importanti istituzioni musicali in Italia (Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Società del Quartetto di Milano, Amici della Musica di Firenze, Teatro La Fenice di Venezia, Unione Musicale di Torino, GOG di Genova, Amici della Musica di Palermo, Accademia Filarmonica Romana) e all’estero (Filarmonica di Berlino, Carnegie Hall e Lincoln Center di New York, Wigmore Hall di Londra, Konzerthaus di Vienna, Sala Molière di Lione, Filarmonica di San Pietroburgo, Teatro Colón e Coliseum di Buenos Aires). Ha collaborato con importanti musicisti quali Vladimir Delman, Carl Melles, Anton Nanut, Bruno Giuranna, Alessandro Carbonare ed Eduard Brunner; ha effettuato registrazioni radiofoniche e televisive per la Rai e per numerose emittenti estere. Ha inoltre inciso l’opera integrale di Brahms per l’UNICEF, di Beethoven e Ravel per la rivista «Amadeus», musiche di Sˇostakovicˇ (premiato come miglior disco dell’anno 2008 dalla rivista «Classic Voice») e di Pizzetti. Il Trio di Parma, oltre a un impegno didattico costante nei Conservatori di Modena e Gallarate e al Mozarteum di Salisburgo, tiene corsi alla Scuola Superiore Internazionale “Trio di Trieste” di Duino, alla Fondazione Musicale Santa Cecilia di Portogruaro e alla Scuola di Musica di Fiesole. Ivan Rabaglia suona un Giovanni Battista Guadagnini costruito a Piacenza nel 1744 ed Enrico Bronzi un Vincenzo Panormo costruito a Londra nel 1775.


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