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Con Promemoria lo ‘scaffale’ della Memoteca Pian del Bruscolo si arricchisce di una nuova pubblicazione, che si aggiunge a quelle realizzate nel primo triennio del progetto. Dopo il volume di itinerari proposti nel 2009, e l’album che documentava l’esperienza di didattica degli archivi, è ora la volta di una rivista di studi, dedicata alla storia del nostro territorio nei suoi molteplici aspetti. Dalle tradizioni di un tempo ai prodotti della nostra terra, dalla Storia alle vicende quotidiane dei nostri paesi, questa pubblicazione intende offrire uno spaccato della vita nell’area compresa nei confini dei cinque Comuni dell’Unione Pian del Bruscolo (Colbordolo, Monteciccardo, Montelabbate, Sant’Angelo in Lizzola e Tavullia), soffermandosi soprattutto nel periodo tra la fine dell’Ottocento e gli anni della II guerra mondiale. Le immagini in bianco e nero sono qui spesso poste a fianco di quelle, più moderne, a colori, per mostrare i cambiamenti avvenuti nel tempo; quasi tutte le fotografie sono tratte da album di famiglia: caratteristica fondamentale di questa pubblicazione, così come dell’intero progetto Memoteca, è infatti la volontà di rendere protagonista la gente comune, le persone che hanno costruito il territorio che ci troviamo ad amministrare e nel quale viviamo. Il progetto Memoteca, punta di diamante delle attività culturali dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo, si inserisce in un piano più ampio di valorizzazione e promozione del nostro territorio, così ricco di storia e di arte ma anche di splendidi scorci naturali. Ancora una volta desideriamo esprimere il nostro ringraziamento a Banca dell’Adriatico, per il supporto e la fiducia che continua ad accordare alle nostre attività, e ai dipendenti dei Comuni e dell’Unione Pian del Bruscolo, i quali a vario titolo hanno contribuito al progetto Memoteca, specie nelle sue fasi iniziali. La nostra gratitudine e il nostro apprezzamento per il lavoro svolto vanno infine a tutti coloro che con sensibilità e competenza hanno collaborato a Promemoria. Federico Goffi

Assessore alla Cultura e alla Promozione del Territorio Unione dei Comuni Pian del Bruscolo

Claudio Formica

Presidente Unione dei Comuni Pian del Bruscolo

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Dopo Itinerari tra storia, memoria, realtà, la guida al territorio presentata con successo nel 2009, anche quest’anno Banca dell’Adriatico ha accolto con entusiasmo l’invito dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo a sostenere una pubblicazione riguardante la storia e la memoria dei cinque Comuni di Colbordolo, Monteciccardo, Montelabbate, Sant’Angelo in Lizzola e Tavullia. Banca dell’Adriatico è tesoriere dell’Unione Pian del Bruscolo sin dalla sua costituzione e, fedele alla dicitura “Vicini a voi” che accompagna il nostro marchio, ha rafforzato negli anni la propria presenza sul territorio dell’Unione, dove conta numerose filiali, sia attraverso servizi e prodotti pensati per le famiglie, sia proponendo agli imprenditori soluzioni efficaci per affrontare le sfide di un mercato in continua evoluzione. Grazie alla Capogruppo Intesa Sanpaolo, infatti, Banca dell’Adriatico è in grado di agevolare l’ingresso delle aziende in tutti i mercati mondiali, compreso quello cinese, oggi così rilevante, dove Intesa Sanpaolo ha una presenza storica e consolidata, con sedi operative a Shanghai e Hong Kong che si aggiungono all’ufficio di rappresentanza a Pechino. Anche con Promemoria Banca dell’Adriatico appoggia una pubblicazione destinata a un pubblico ampio, pensata per essere letta e apprezzata dai residenti nei Comuni di Pian del Bruscolo, così come da chi frequenta quest’area per ragioni di lavoro o di turismo. È proprio il sostegno alle iniziative sociali e culturali, insieme con il dialogo costante con i cittadini e le imprese, a consentire a Banca dell’Adriatico di concretizzare la propria vocazione di banca del territorio, nella valorizzazione del patrimonio culturale e delle specificità locali, all’interno di un più vasto orizzonte, in un percorso che guarda al futuro con fiducia. Rinnoviamo dunque agli amministratori dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo i nostri complimenti, e auguriamo anche a Promemoria la massima diffusione, per far conoscere sempre più da vicino questo territorio, ricco di storia e tradizioni. Roberto Troiani

Direttore Generale Banca dell’Adriatico

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Promemoria. [pro-me-mò-ria]. Breve scritto, o anche semplice appunto, con cui si vuol tenere o far presente qualcosa. [Dalla loc. latina pro memoria ‘per memoria’, ‘per ricordare’]. G. Devoto - G. C. Oli, Il dizionario della lingua italiana, Firenze 2002.

Per ricordare, per memoria. Un post-it sullo sportello del frigorifero, un segno bianco sull’ardesia della lavagnetta, uno spillo colorato nella bacheca di sughero. Come un taccuino, questa rivista, di cui presentiamo il numero zero, annota fatti, cose, pezzi di vita tolti dall’esperienza della Memoteca Pian del Bruscolo e dalle ricerche che da essa hanno preso le mosse, con l’idea di tenere traccia delle storie di un territorio, per riportarle a disposizione della comunità locale. I racconti dei nonni a fianco dei documenti dell’Archivio di Stato, le visioni ottocentesche dei nobili dell’Accademia agraria e le prospettive degli immigrati, le ricette povere della tradizione, gli anni di guerra, le trame degli incontri. La storia e le microstorie, anzi, le storie e basta. Precedute e intonate dalle parole di un Testimone, forti, concrete, vitali, nelle quali leggere di volta in volta il racconto del cambiamento dei nostri microcosmi, affacciandosi a sfondi e temi più ampi. Attraverso la dimensione del frammento (come nei mosaici, nella tela ruvida di un tempo, o nei quadri di Cézanne, è nello spazio bianco tra le tessere, tra i fili, tra una pennellata e l’altra, che si offre al lettore la possibilità di sostare e vagare con lo sguardo), attraverso una pluralità di punti di vista, quasi un caleidoscopio, Promemoria prova a ricomporre alcuni indizi del passato, utili, in questa civiltà dell’oblio (Bauman) a tenere insieme ciò che troppo spesso è stato disperso o, peggio, relegato a una sommaria fascinazione verso le atmosfere rétro delle foto seppiate. Al di là dell’umanissimo senso di nostalgia e della tenerezza che promanano da documenti e immagini del passato, occorre infatti, oggi più che mai, esercitare un discernimento, richiamarsi a un’ecologia della memoria, per evitare l’abuso ma anche il rischio di una nuova e più feroce dissipazione di ciò che, talvolta indiscriminatamente, affolla lo spazio virtuale, quasi ponendosi come oggetto di culto. Per Promemoria il discrimine sono le vite delle persone, per rintracciare nel come una volta ciò che è utile all’oggi, per rammentare, ricordare e, come ripercorrendo la scia di briciole o sassolini delle fiabe, ritrovare la strada. Grazie dunque a tutti coloro che hanno accolto l’invito a collaborare a Promemoria, con le loro diverse abilità e competenze; grazie agli amministratori e al personale dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo e dei Comuni a essa aderenti, che dal 2005 credono nell’importanza di promuovere la Memoteca; grazie a chi sostiene il progetto, rendendo possibile la raccolta e la restituzione di tanti materiali; grazie, infine, a tutti i Testimoni che ci hanno accompagnato e ai quali chiediamo di continuare a farci strada, con i ricordi, le fotografie, le chiacchiere davanti al tè o al caffè.

Cristina Ortolani

concept+image Memoteca Pian del Bruscolo promemoria_NUMEROZERO


Sommario > Il Testimone. Lilliana Baiocchi, Monteciccardo CONVERSAZIONE DI CRISTINA ORTOLANI pagina 8 > DiSegnare il Territorio. Pian del Bruscolo e il catasto Gregoriano, 1. Montelabbate DI ANTONELLO DE BERARDINIS - DIRETTORE DELL’ARCHIVIO DI STATO DI PESARO pagina 14 > Esercitazioni Agrarie. L’Accademia Agraria e il distretto agricolo pesarese DI FRANCA GAMBINI - ACCADEMICO ORDINARIO ACCADEMIA AGRARIA DI PESARO pagina 19

> Luoghi della memoria. Tornare al fiume. Il Foglia e Pian del Bruscolo tra passato e futuro DI GIOVANNI BARBERINI pagina 25 > Storie di Palazzo. 1. Tavullia. Cleveland, Ohio - Tomba, Pesaro-Urbino. Nascita del Palazzo della Comunità DI SIMONETTA BASTIANELLI

pagina 29

> Voci d’archivio. Giovanni Gabucci. Il facchino della Diocesi DI CRISTINA ORTOLANI > Album di Famiglia. La scuola A CURA DI CRISTINA ORTOLANI

pagina 34

pagina 38 > Album di Famiglia. Io c’ero Tra Pinocchio e Cuore. La scuola divertente - Mary Ann Arduini, insegnante elementare INTERVISTA DI SANDRO TONTARDINI pagina 46 > Storie di guerra. I.M.I. - Internati Militari Italiani DI GIANLUCA ROSSINI - ISTITUTO DI STORIA CONTEMPORANEA DI PESARO E URBINO pagina 50 > Avvenne ieri. Sant’Angelo in Lizzola, 1915. Fiat lux A CURA DI CRISTINA ORTOLANI pagina 54

> Centolire. 1 Ci dicono che siamo della mano nera DI CRISTINA ORTOLANI pagina 60 > Centolire. 2 Con gli occhi della Loffa DI LAURA MACCHINI pagina 62

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> Oltre confine. 1 La musica dappertutto. Appunti sulla Banda di Ginestreto DI CRISTINA ORTOLANI pagina 68

pagina 73

> Oltre confine. 2 Da Gabicce a Gabicce Mare. Breve storia di un percorso Gabicce città balneare DI SIMONETTA BASTIANELLI E GIOVANNA MULAZZANI

Esercizi di memoria pagina 78 > La memoria degli altri Domenico Sbordone e Ferat Sulemani CONVERSAZIONI DI GIANLUCA ROSSINI pagina 80 > Capitanomiocapitano Quella volta che ho ballato INTERVISTA DI ELISA GIANGOLINI pagina 81 > Il sapore dei ricordi Le alici con le cipolle della Maria di Ripe DI CRISTINA ORTOLANI pagina 82 > Parole nel tempo Detti di una volta dalla raccolta di Fausta Fratesi DI SANDRO TONTARDINI pagina 84 > La memoria delle cose E cammina cammina. La storia raso terra DI CRISTINA ORTOLANI pagina 87 > Pian del Bruscolo da sfogliare Colbordolo pagina 88 > Mi ricordo pagina 92 > Hanno collaborato a questo numero pagina 94 > La Memoteca Pian del Bruscolo > Come collaborare

Avvertenza per la lettura Per non appesantire il testo e facilitare la lettura, si è scelto di ridurre al minimo le note, inserite alla fine di ciascun articolo e riservate perlopiù all’indicazione di Fonti e tracce. Abbreviazioni utilizzate in questo numero: b. (busta); fasc. (fascicolo); id. (idem); ms (manoscritto); s.d. (senza data di pubblicazione); s.l. (senza luogo di pubblicazione). Eventuali altre abbreviazioni o sigle particolari usate nelle note sono date di volta in volta. Il corsivo identifica le citazioni da documenti, fonti a stampa e testimonianze orali; tra [ ] le note dei redattori. In corsivo sono indicati nel testo anche titoli di libri, articoli, siti internet, spettacoli e manifestazioni; titoli di riviste e periodici sono invece riportati tra “ ”. promemoria_NUMEROZERO

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Il Testimone. Lilliana Baiocchi, Monteciccardo il testimone

R ACCONTARE I MUTAMENTI DEI NOSTRI PAESI DAL DOPOGUERRA A OGGI, LEGGENDO I SEGNI DEL TEMPO CHE SCORRE CON GLI OCCHI DI CHI

COMUNI DI PIAN DEL BRUSCOLO CI VIVE DA SEMPRE. PRIMO DEI NOSTRI TESTIMONI È LILLIANA BAIOCCHI DI MONTECICCARDO NEI

CONVERSAZIONE DI

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CRISTINA ORTOLANI

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L’idea è quella di raccontare un paese attraverso gli occhi di chi lo ha visto cambiare. Di leggere le tracce degli anni sui volti e sui luoghi, per capire qualcosa in più del tempo che viviamo, per orientarci senza perdere di vista ciò che siamo stati. La ricostruzione dopo la guerra, lo spopolamento delle campagne, il boom economico, che per il territorio di Pian del Bruscolo significa soprattutto la crescita esponenziale delle industrie del mobile nella valle del Foglia. Nei modi di vivere, soprattutto, il passaggio da ‘campagna’ a ‘città’, l’arrivo dei primi immigrati dal sud poi dai paesi esteri, il confronto con l’altro: insomma, i mutamenti della società indagati nel piccolo di cinque paesi, che però oggi tanto piccolo non è, se si considera che, tutti insieme, Colbordolo, Monteciccardo, Montelabbate, Sant’Angelo in Lizzola e Tavullia arrivano a quasi 32mila abitanti. In ogni numero di Promemoria proveremo a tracciare il ritratto di uno dei cinque comuni di Pian del Bruscolo, partendo dai ricordi e dalle osservazioni di altrettanti Testimoni. Persone e vite ‘normali’ che, proprio in virtù di questa loro assiduità quotidiana, ci offrono dei nostri microcosmi prospettive e sguardi inusuali. Apre la serie Lilliana Baiocchi Crescentini di Monteciccardo.

Sullo sfondo: Monteciccardo,Via Roma (cartolina, anni Cinquanta del ‘900; raccolta privata, Pesaro). In alto: Lilliana Baiocchi oggi e in una fotografia del 21 Ottobre 1954 (raccolta Lilliana Baiocchi Crescentini, Monteciccardo).

MONTECICCARDO Superficie 25,87 kmq 70% superficie agricola 391 ettari di boschi(15% del totale) Altitudine 50 - 396 m s.l.m. Abitanti 1.714 al 31 Dicembre 2009 stranieri iscritti all’anagrafe 145 Frazioni Montegaudio,Villa Betti, Monte Santa Maria, Villa Ugolini Confini Pesaro, Montefelcino, Serrungarina, Mombaroccio, Sant’Angelo in Lizzola, Montelabbate, Colbordolo, Urbino, Petriano

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Sopra: Monteciccardo, anni Cinquanta del ‘900. Lilliana Baiocchi insieme con il marito Ermanno Crescentini e la famiglia di quest’ultimo. Sotto, in bianco e nero: Lilliana ed Ermanno con amici e parenti nel giorno del loro matrimonio (23 Ottobre 1954; raccolta Lilliana Baiocchi Crescentini, Monteciccardo); a colori: Lilliana insieme con il sindaco Federico Goffi nel febbraio 2010 (foto Cristina Ortolani).

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Quando sono arrivata qui avevo diciannove anni e non sapevo niente. Zero, niente di niente. Neanche andavo in paese, solo qualche volta a fare la spesa, e a ballare per Carnevale, sempre sotto gli occhi di mia madre. Certo esagera, Lilliana Baiocchi, quando con un guizzo degli occhi scuri descrive la giovane sposa approdata nel 1954 a Monteciccardo dalla frazione Cairo di Mombaroccio, a pochi chilometri di distanza. No, no, che esagerare. Abitavo in campagna, anche gli anni della guerra li ho passati in casa. In casa eravamo quattro sorelle e i miei genitori, e prima di uscire mia madre ci assegnava i compiti, ogni giorno ci si alternava: chi puliva in casa, chi fuori, una preparava la pasta e il sugo, l’altra lavava i piatti. Ermanno veniva a casa mia in bicicletta, e se mi avessero detto che avrei trascorso più di cinquant’anni dentro un negozio… Ero timida, anche adesso non mi piace fare troppi discorsi, ho dovuto imparare un po’ alla volta a trattare con la gente. Residente a Monteciccardo dal 1954, anno delle nozze con Ermanno Crescentini, Lilliana racconta il suo paese d’adozione da un punto di vista privilegiato, forse uno dei migliori per comprendere l’evoluzione dei nostri borghi e castelli: l’alimentari, che prima dell’avvento degli ipermercati funzionava da emporio. Sugli scaffali i collant di fianco agli orosaiwa, tra un fruttino e un surrogato di cioccolata da affettare c’era il borotalco e sì, le caramelle stavano in grandi barattoli colorati e servivano per dare il resto. Chiuso nel 2003 (io ero stanca, il lavoro si era fatto più pesante, poi la gente cominciava a far segnare, era sempre più difficile andare avanti), il negozio, suddiviso negli anni più recenti tra macelleria e generi alimentari, si affacciava sulla strada principale del paese, di fianco alla gloriosa Società Operaia di Mutuo Soccorso, quasi di fronte al palazzo comunale. La sera, dopo aver pulito e risistemato scaffali e bancone, pronti per i clienti della mattina, quattro chiacchiere sulla porta di casa, seduta sulle banchelle [panchine] con i vicini; nei giorni di primavera, moltitudini di gerani rossi che ridono dalle inferriate alle finestre e, quando c’è qualche occasione speciale, per esempio le elezioni, crostata offerta anche a chi è solo di passaggio, tutti sono i benvenuti, come si usava una volta. La famiglia di mio marito aveva la macelleria già dagli anni prima della guerra, era stata aperta da mio suocero Attilio, con i miei figli siamo alla terza generazione di macellai, e chissà che anche qualche nipote non segua questa strada, dopo gli studi. Rimasta vedova nel 1984, Lilliana ha tre figli (due maschi e una femmina) e sette nipoti nati e cresciuti tutti qui, in questa casa, e la domenica a tavola siamo almeno in quattordici. Nelle feste promemoria_NUMEROZERO


si aggiunge anche mia sorella da Pesaro, insomma, a Pasqua e Natale siamo in venti. E per i compleanni dei nipoti mi piace preparare la loro pasta preferita: a chi piacciono i ravioli, chi preferisce i cappelletti, io li faccio piccoli, precisa, e i buongustai conoscono la differenza, o le lasagne o i cannelloni. E i dolci… ah, quelli mi piacciono proprio. Non parliamo poi della carne, che Lilliana sa cucinare in almeno mille modi, dalla pignattaccia (il salmì) al pollo al girarrosto, passando per la perfetta cottura di salsicce e bistecche. Ah ma io lo dico ai miei figli, tutti e due sono macellai: se non mi servite bene, io non torno! La cucina, il cibo, il mangiare insieme: altri luoghi fondamentali per comprendere le vite dei nostri intervistati. Delle donne, ma anche degli uomini. Adesso la spesa la faccio il più delle volte a Montecchio, comunque nei supermercati. A Monteciccardo capoluogo non c’è l’alimentari, il più vicino è a Sant’Angelo, oppure bisogna andare a Villa Betti. E’ infatti verso Villa Betti e la campagna circostante che si espande oggi l’abitato di Monteciccardo (vi risiedono 758 dei 1.714 cittadini dell’intero comune), il torrente Arzilla un tempo costellato dai mulini a far da confine con il vicino comune di Mombaroccio. Campagna e annessi hanno tuttora grande rilevanza nell’economia di Monteciccardo (il 70% del territorio comunale è rappresentato da superficie agricola, e il 15% è occupato dai boschi), che ospita diversi produttori di formaggio, molti dei quali di origine sarda, e numerose cantine e produttori di vino.

Villa Betti di Monteciccardo, 2009. Sopra: l’interno del Circolo ARCI; sotto: il Centro per l’infanzia (fotografie Cristina Ortolani).

Monteciccardo: 12 Maggio 1952, la fiera di Santa Eurosia. Sopra, la piazza del paese gremita di visitatori e venditori; qui a fianco, bambini su un calesse trainato da un somarello (fotografie raccolta Lilliana Baiocchi Crescentini, Monteciccardo). Sopra, a destra: Monteciccardo, anni Trenta del ‘900 (fotografia Q. Candiotti, San Giovanni in Marignano; cartolina Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo Gabucci). A destra: Comune di Monteciccardo, 1902. Manifesto per la rinomata fiera di merci e bestiame denominata di Santa Eurosia (Archivio comunale di Sant’Angelo in Lizzola). promemoria_NUMEROZERO

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Dall’alto: Monteciccardo, anni Cinquanta del ‘900. Attilio Crescentini, macellaio, suocero di Lilliana Baiocchi, fotografato in via Roma (raccolta Lilliana Baiocchi Crescentini, Monteciccardo); via Roma negli anni Cinquanta - Sessanta del ‘900: sullo sfondo si vede la chiesa di San Sebastiano Martire, inaugurata nel 1952 (raccolta Carmen Allegrucci Dorazi, Monteciccardo); a colori: via Roma, oggi. Sotto: l’ingresso del paese dalla strada per Sant’Angelo in Lizzola, con il Monumento ai Caduti ricavato nel 1927 dalla chiesetta di Sant’Eracliano (fotografie Cristina Ortolani).

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Quando sono arrivata a Monteciccardo c’era poco e niente, la chiesa era stata ricostruita da poco, molte delle case ancora non c’erano. Avevamo la SOMS, l’osteria della Marietta, dietro aveva il campo delle bocce, e un altro alimentari. Non c’era la parrucchiera, meno male che ho sempre avuto i capelli ricci naturali, li asciugavo davanti al camino. Davanti al camino facevo anche il bagno ai figli, nella mastella di legno. Però a Monteciccardo c’erano molti più abitanti, specialmente nelle campagne: per la fiera di Santa Eurosia il paese si riempiva, dava gusto a vedere, lassù al monumento c’erano i venditori di polli, uova, formaggio, era bellissimo. Li vedo come se fosse adesso. Anche a noi sembra di vederli, i venditori, i paesani, le frotte di visitatori nel bianco e nero delle fotografie, quasi come in un film che scorre lungo via Roma: sì, perché io queste cose le ho viste sempre da dietro il bancone, il negozio era aperto anche la domenica e nei giorni di festa, anzi, era allora che si vendeva di più, arrivavano tante persone anche da fuori, siamo sempre stati rinomati per la carne, e magari chi pranzava all’osteria poi si fermava a fare acquisti. Insomma, ho lavorato sempre, ma non ne sono pentita. Anche perché adesso mi godo la vacanza! Il lavoro. Fare bene il proprio lavoro, la naturalezza nell’attendere alle cose di tutti i giorni; la stanchezza, sì, ma anche l’orgoglio del lavoro ben fatto. Ho lavorato sempre, ma non ne sono pentita: una frase che con poche varianti abbiamo sentito, e sentiremo spesso, dai nostri testimoni. E la festa, diversa dai giorni normali, per il vestito, le scarpe, il cibo, il riposo. Un differente senso del tempo. In inverno la cucina, in estate l’orto (lavorare all’aria aperta abbassa anche il colesterolo) e, tra i mille altri interessi, le vacanze organizzate ogni anno dall’Amministrazione comunale: spiccano, tra le tante fotografie che vanno ammucchiandosi sul tavolo con lo scorrere del pomeriggio, gruppi sorridenti intorno a un tavolo, o in posa sulla scalinata di un albergo. A Luglio andiamo a Castrocaro, ci troviamo bene, e ogni anno io porto a tutti un pensierino, alle donne un bagnoschiuma o una crema per il corpo, per gli uomini un dopobarba, oppure al ritorno invito tutti a mangiare la pizza, un anno una cosa un anno l’altra, perché bisogna anche stare attenti, attenti a non sprecare. Si descrive generosa, Lilliana, ma sempre sullo sfondo resta la sobrietà di chi ha visto la guerra: lo dico sempre io, finché sono viva voglio stare insieme con le persone, anche se, aggiunge citando un vecchio proverbio, la staccia la jà da gì d’in qua e d’in là, cioè, il setaccio funziona bene se si muove in due direzioni, così come, allo stesso modo, tra le persone deve esserci uno scambio di attenzioni reciproco. E, pur vivendo in quello che la tradizione vuole essere il paese dei ficcanasi, Lilliana è anche riservata: certo, per stare in promemoria_NUMEROZERO


negozio non si può essere chiacchieroni. Ne ho sentite di tutti i colori, in cinquant’anni, ma dalla mia bocca non è mai uscito niente. Non mi interessano i discorsi fasulli, dice proprio così, ‘i discorsi fasulli’, ho sempre cercato di servire al meglio i clienti, e anche di guadagnare il giusto per noi. I primi tempi, ancora non c’era il registratore di cassa, nemmeno la calcolatrice, riprovavo i conti due volte, per essere sicura di farli bene. Ancora faccio le divisioni a mano, io. (E questo, agli occhi di molti della mia generazione, assume davvero connotati eccezionali). Il rispetto prima di tutto, prosegue decisa, l’ho sempre insegnato anche ai miei nipoti, anche se un po’ bisogna smodernarsi, non si può vivere come cinquant’anni fa. ‘Smodernarsi’. Seguire i cambiamenti del tessuto sociale, lasciarsi incuriosire da ciò che è intorno, e che ci modifica, forse non sempre in peggio. Adesso, ha visto, a Uomini e donne [la trasmissione televisiva] ci sono anche gli anziani, commenta mentre prendiamo il caffè. L’occasione è troppo ghiotta, specie per chi la televisione soprattutto la spolvera come soprammobile, e così chiediamo a Lilliana come si trova con questa tv, con questa civiltà, si vorrebbe dire, dove lo spazio per rispetto, attenzione e buona creanza appaiono drasticamente ridotti. Sì, alza le spalle, mi fa un po’ di compagnia. Ma, riprende dopo un’occhiata acuta, sono tutte stupidaggini, sono pochi i programmi da vedere. Adesso litigano tutti, ma non è solo in televisione, è così dappertutto. Una volta ci si aiutava, a Monteciccardo eravamo quasi come una famiglia, ma anche con gli abitanti dei paesi vicini. Qui ancora conta la persona, Lilliana scuote la testa, ma già si sente che non è più come una volta, e ogni motivo è buono per discutere, per arrabbiarsi. Come una volta. Occorrerà riflettere a fondo sul valore di questo come una volta. Che non è nella nostalgia, né nel rimpianto dei bei tempi andati, tempi che non erano nemmeno così rosei, ma che nella nostra modernità liquida ha un peso, un’incisività che non si può trascurare. Prima di salutarci, un’ultima occhiata alle fotografie che ormai affollano il tavolo davanti al camino, qualche consiglio su come cucinare il baccalà (io aggiungo, in qua e in là, delle pacche di pomodori, quelli che congelo in estate) o la pasta margherita imbottita (uno strato di crema pasticciera, uno di crema al cioccolato e sopra un bello strato spesso di panna montata, decorata con le ciliegie sotto spirito, quelle che preparo io) e la promessa di risentirci: ormai siamo quasi vecchie amiche, Lilliana e io. Proprio come una volta. * Zygmunt Bauman, Vite di corsa, Il Mulino, Bologna 2009 promemoria_NUMEROZERO

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DiSegnare il territorio. Pian del Bruscolo e il catasto Gregoriano 1. Montelabbate disegnare il territorio in collaborazione con Archivio di Stato di Pesaro

DALLE MAPPE DEL CATASTO GREGORIANO (1835) ALLE IMMAGINI DI OGGI: UN VIAGGIO TRA PASSATO E PRESENTE NEL TERRITORIO DEI CINQUE

COMUNI DI PIAN DEL BRUSCOLO DI ANTONELLO DE BERARDINIS DIRETTORE DELL’ARCHIVIO DI STATO DI PESARO

il Borgo Mercato 14

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il Castello

Il catasto ha due scopi principali: uno giuridico (accerta le proprietà immobiliari) ed uno fiscale (accerta il reddito imponibile di ogni proprietà immobiliare e ripartisce l’imposta). Il termine ‘catasto’ (o estimo) indica in pratica un registro in cui si descrive il patrimonio di ciascuno per un’equa ripartizione delle imposte. All’epoca dello Stato Pontificio il fine della catastazione era rendere possibile l’imposizione non solo delle tasse che andavano a vantaggio della comunità (pesi comunitativi), ma anche delle tasse destinate alla Camera Apostolica, cui la comunità rispondeva (pesi camerali). Primo catasto generale (= l’ordine del Pontefice era rivolto a tutte le comunità dello stato con norme univoche cui attenersi) dello Stato Pontificio è il cosiddetto Catasto Innocenziano, e trae il nome dal Pontefice Innocenzo XI che nel 1681 diede disposizione per la formazione di nuovi catasti generali in tutto lo Stato. La compilazione fu fatta mediante dichiarazioni giurate con descrizione più o meno sommaria dei beni posseduti (= assegne) da parte dei singoli proprietari, tutti indistintamente obbligati, ecclesiastici e privilegiati compresi.

Al 1777 data il Catasto Piano (dal nome del pontefice Pio VI), maggiore operazione catastale compiuta in tutto lo Stato Pontificio. L’organizzazione è più accentrata e razionale e cerca di porre fine alla difformità degli estimi ed ai disordini che ne derivavano. Tre erano le fasi di svolgimento delle operazioni di catastazione: 1. raccolta delle assegne dei proprietari; 2. individuazione del valore generale dei vari tipi di terreno nelle diverse località dello Stato Pontificio ad opera di commissioni locali; 3. applicazione dei valori teorici (veri e propri indici di rivalutazione) ai singoli terreni denunziati dai proprietari. Molte, però, furono le controversie e i ricorsi contro gli accertamenti effettuati dalle commissioni. Il consiglio generale di ciascuna comunità (naturale referente in materia fiscale nel-

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l’organizzazione dello Stato Ecclesiastico) doveva designare la ‘congregazione del catasto’ di ciascun luogo, presieduta, in rappresentanza del Buon Governo, da un preside, un governatore o da un giudice locale. A operazioni concluse le assegne originali, riunite in filze, dovevano essere conservate con particolari cautele nelle segreterie comunali. I risultati del catasto Piano furono riassunti in 10 volumi, rilegati in marocchino e oro, consegnati nel 1785 a Pio VI. Gravi inconvenienti: la diversità delle unità di misura adottate ed il fatto che il catasto Piano si rivelò quasi subito viziato da gravi errori (pare fosse stata sottratta l’assegna di circa 100.000 rubbia di terreno), di qui la definizione del cardinale Guerrieri ‘catasto di menzogne’. A partire dal 1808 nei territori del Regno Italico napoleonico fu effettuata una nuova misurazione dei terreni a cura di geometri governativi e le nuove mappe censuarie, condotte con la misura uniforme data dal sistema metrico decimale, erano quasi compiute all’atto della Restaurazione. Nel 1816 Pio VII ordina una nuova catastazione seguendo il metodo napoleonico (sistema metrico decimale), continuando a conservare le precedenti denominazioni di canna, palmo… seppur con diverso significato rispetto al passato. Il catasto di Pio VII (per Marche e Legazioni in gran parte compiuto durante il Regno Italico) entrò in vigore nel 1835 ed è perciò comunemente noto sotto il nome di ‘catasto Gregoriano’ (dal pontefice regnante Gregorio XVI). L’attuazione del nuovo catasto fu affidata alla Presidenza Generale del Censo ed il relativo archivio risulta distribuito tra le cancellerie del censo locali, istituite nel 1818 in ogni comune sede di Ufficio del Registro, seppure con circoscrizione territoriale diversa (in tutto lo Stato della Chiesa erano 77). Dopo l’Unità d’Italia le cancellerie del censo divennero prima Agenzie delle Imposte, poi Uffici Distrettuali delle Imposte Dirette. Dal 1939 la conservazione del catasto divenne di competenza dell’Ufficio tecnico erariale. Mappe, brogliardi (descrizione delle proprietà secondo il progressivo di mappa), catastini (= riunione delle varie partite sotto un medesimo proprietario) e libri di volture costituiscono gli atti catastali. 16

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Osteria Nuova

la zona dell’Abbadia promemoria_NUMEROZERO

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Farneto, il Castello

FONTI E TRACCE Pagine 14 - 18: Catasto Gregoriano, prima metà del XIX secolo. Mappe di Montelabbate e delle sue attuali frazioni (Archivio di Stato di Pesaro). Fotografie: pagine 14 - 15, 18, Comune di Montelabbate (2009); pagina 16, Luigi Mariotti (2009); pagina 17, Cristina Ortolani (2009).

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Le mappe del Gregoriano vennero usate nel periodo post unitario dall’Istituto Geografico Militare con riscontri soddisfacenti. Scale di rilievo: 1:2.000 per i terreni, 1:1.000 per i fabbricati, con riduzioni in scala 1:8000 e 1:4.000 secondo il grado di frazionamento della proprietà. La scala 1:32.000 era utilizzata per formare una carta corografica detta ‘Buradore’ (con la riunione dei fogli in territori provinciali) La rappresentazione cartografica prevedeva che l’individuazione dei confini tra i vari territori avvenisse sulla base di limiti precisi (fiumi, fossi, strade). All’interno del perimetro dei singoli territori andavano rappresentate tutte le strade pubbliche e private (classificate in corriere, provinciali, comunitarie e vicinali) e i corsi d’acqua (fiumi, laghi, canali di irrigazione…). Per conferire alle mappe tono di immediata e facile lettura visiva era prescritto l’uso di particolari colorazioni in relazione ad elementi qualificanti il territorio: costruzioni in rosso, orti e giardini in verde, acque in celeste, strade in fuligine chiaro).

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Esercitazioni Agrarie. 1 l’Accademia Agraria e il distretto agricolo pesarese esercitazioni agrarie in collaborazione con Accademia Agraria di Pesaro

L’ATTIVITÀ AGRICOLA NELLE CAMPAGNE PESARO, TRA L’OTTOCENTO E I PRIMI DEL NOVECENTO, ATTRAVERSO I RESOCONTI DELL’ACCADEMIA AGRARIA

INTORNO A

DI

FRANCA GAMBINI ACCADEMICO ORDINARIO

Omnium rerum, ex quibus aliquid exquiritur, nihil est agricultura melius, nihil uberius, nihil dulcius, nihil homine libero dignius. Cic. Off. I, c.42. Niuna cosa migliore par che traesse l’Italia dalle condizioni singolari del nostro secolo, quanto l’amore più efficace e più operativo all’agricoltura. E se a qualunque popolo torna a gran bene lo studio di cotesta primogenita delle arti, nessuna speranza di prosperità è da credere per noi soverchia, che sortimmo un paese da fecondare appositamente fatto per ogni ricchezza agreste. Mossi da ciò gli abitatori delle terre subappennine, che stendonsi fra il Rubicone e il Metauro, vennero in desiderio di crescere, quanto fosse da loro, la cura delle cose rustiche, e indirizzarvi gl’intelletti volgari, sia per rimoverli da non poche pratiche perniciose, sia per erudirli né buoni e recenti metodi, e addomesticarli un poco all’aspetto delle scienze naturali. A questo fine, che parve loro nobilissimo, necessitava una conformità di studi scientemente ordinati e speditamente comunicatisi, una diffusione copiosa e agevole de sani principii, e una continuità di esperimenti , i quali oltre essere fonte ai rivi delle nostre arti, come disse il poeta, convincono , più che altre cosa, le menti selvatiche e tenaci dell’errore. Chiesero pertanto con viva sollecitudine ai rettori dello stato, concedessero di aprire accademia in Pesaro, e di porvi a discussione le materie d’agraria e di scienze affini; acconsentirono lietamente: e sovvenutala d’aggiustata provvisione s’aperse con pieni augurii dì 31 Gennaio del corrente anno [1829]*.

* Fu la provincia accademica determinata in quel tratto di paese che comprende i distretti di Pesaro, Urbino, Rimino e Sinigaglia.

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Questo, quanto si legge, nelle prime righe della Prefazione al primo volume delle Esercitazioni dell’Accademia Agraria di Pesaro Pesaro, del 1829, il mezzo attraverso cui l’Accademia si espresse con la pubblicazione dei contributi scientifici, scelti tra tutti quelli presentati dai soci sotto forma di memorie, o letti nel corso delle adunanze pubbliche. Una prefazione che evidenzia l’intendimento dei fondatori dell’Accademia Agraria, così come viene sottolineato anche in altra lettura dello stesso fascicolo, quella del Censore Domenico Paoli Della necessità di promuovere l’istruzione nella classe degli agricoltori, dove l’autore evidenzia tra l’altro (…) Che l’istruzione fatta comune a quelli, cui la coltura de’ nostri campi viene affidata, sia il mezzo più spedito perché infra essi le cognizioni agrarie si diffondano, ella è cosa di per sé evidente. (…) e ancora (…) l’istruzione delle genti di campagna, è uno di que’ mezzi senza di che i migliori e i più utili ritrovamenti degli agronomi non giungerebbero al loro scopo1. Tuttavia questa istruzione doveva rimanere entro certi limiti, come disse il conte Francesco Baldassini: (…) Le persone che vivono alla campagna non debbono ammollire le membra né studi sedentari che farebbero loro disertare l’arte fondamentale della società: ma non per ciò esser debbono condannati ad una totale ignoranza, per la quale non sanno trovare altro rimedio ai mali che li circondano, che a spese del giusto e dell’onesto. Il leggere, lo scrivere, i conti, gli elementari metodici, semplici e chiari della loro professione, una morale dolce ed insinuante dovrebbe formare l’unica loro erudizione, e tutta la loro sapienza; la quale basterebbe ad ordinare le loro idee, a renderli più docili ai progressi della agricoltura2. Queste prime righe, e il testo successivo, vogliono offrire un primo generale inquadramento circa lo stato dell’attività agricola e della popolazione ad essa dedita, nel periodo che sta a cavallo dell’unità d’Italia, attraverso i resoconti delle attività dell’Accademia Agraria, istituzione che ha profondamente inciso nel nostro territorio sull’avanzamento delle conoscenze in agricoltura e in altre materie ad essa collegate. Un avanzamento ottenuto attraverso innumerevoli iniziative ma, in primo luogo, con l’istituzione di una Scuola di Agricoltura basata sull’insegnamento teorico e su prove sperimentali e dimostrative praticate in diversi campi sperimentali appositamente allestiti. Quindi attività basata su istruzione, sperimentazione e divulgazione delle buone pratiche agronomiche e delle innovazioni nelle differenti discipline, da divulgare in tutta la “provincia accademica” ed in particolare nel Distretto pesarese, comprendente anche i territori dei Comuni che oggi costituiscono l’Unione dei Comuni del Pian del Bruscolo. L’Accademia Agraria ancora oggi svolge un’intensa attività, ai 20

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più forse poco nota, pertanto in questo primo appuntamento ci è sembrato opportuno proporre alcune fondamentali informazioni sulla storia della sua istituzione. La ricerca sulle origini dell’Accademia Agraria può sicuramente prendere in considerazione l’epoca rinascimentale, quando già ai tempi di Francesco Maria I della Rovere, Duca di Urbino, fiorirono anche nel nostro territorio, e in particolare nella città di Pesaro, libere associazioni culturali nelle quali trovarono spazio anche le attività scientifiche. Un richiamo va fatto alle accademie seicentesche, ed in particolare al 1730, quando Annibale Degli Abbati Olivieri propose all’amico Giovan Battista Passeri l’istituzione di un’Accademia Pesarese di Scienze Lettere ed Arti la stessa che, in ottemperanza all’editto napoleonico, cambiò la propria denominazione in Ateneo Pesarese di Scienze Lettere ed Arti, con una sezione per l’agricoltura ed il miglioramento delle coltivazioni nel territorio. Ma fu solo nel secolo successivo, e precisamente intorno all’anno 1827, che emerse l’attuale Accademia Agraria che si proponeva, con la sua azione, di conseguire risultati pratici per far progredire l’agricoltura. Ad ottenere il “nulla osta” alla costituzione dell’Accademia, superando i sospetti dello Stato Pontificio verso l’associazionismo, temuto cospiratore contro il governo, furono alcuni nobili tra cui il marchese Antaldo Antaldi, il marchese Francesco Baldassini, il conte Francesco Cassi (Gonfaloniere del Comune di Pesaro), il conte Domenico Paoli, il marchese Pietro Petrucci, il conte Giuseppe Mamiani, fratello del più noto Terenzio, con l’appoggio del delegato Apostolico mons. Benedetto Cappelletti, del mons. Luigi Ciacchi e del Can. Tommaso Panieri. Il primo statuto reca data 12 Giugno 1828, giorno ufficialmente riconosciuto come quello di fondazione. Il 31 Gennaio 1829, alla presenza di 26 soci, l’Accademia Agraria tenne a Pesaro, nella sala del Consiglio Comunale, la sua prima adunanza. Nelle Marche (come è riportato nell’autorevole Storia de l’agricoltura italiana di Rossini e Vanzetti) preesistevano accademie agrarie a Fermo, a Corinaldo, a Treja (Accademia Georgica di Treja del 1778, denominata poi, con l’avvento della Repubblica Cisalpina, Società Agraria), che però non trovarono un ambiente adatto a sviluppare un’attività di qualche rilievo, al di là degli studi per migliorare l’agricoltura locale. La scena fu invece dominata dall’Accademia Agraria di Pesaro la quale creò nella regione una meritata fama, non solo per le sue ricerche scientifiche, ma anche per le attività pratiche, come organizzazione di mostre, assegnazione di premi e più tardi con una scuola agraria, che le fruttarono importanti incarichi ufficiali.

Il frontespizio dello Statuto dell’Accademia Agraria di Pesaro, stampato dalla Tipografia Annesio Nobili (Pesaro, 1828); nella pagina precedente: timbro dell’Accademia Agraria.

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L’agricoltura nel distretto pesarese Quando fu fondata l’Accademia Agraria, nel distretto pesarese, l’agricoltura attraversava un eccezionale periodo di carestia. I raccolti erano irrisori; basti pensare che la produzione di grano non superava i 4 quintali ad ettaro di cui, tolta la semente, non restavano neppure 3 quintali al coltivatore. Condizioni ancor peggiori si riscontravano nelle zone collinari interne. Uno dei primi lavori prodotti dall’Accademia fu quello di promuovere uno studio al fine di Indicare i prodotti rurali sì nella qualità, che nella quantità, almeno approssimativamente, della Provincia di Urbino e Pesaro, desumendone il calcolo da un decennio. Su tali fondamentali si dovrà compilare una statistica ragionata. Questi dati sono riportati nelle Notizie Statistiche intorno all’Agraria del Pesarese, raccolte da Luigi Bertuccioli, segretario del Comune di Pesaro, e pubblicate nelle Esercitazioni dell’Accademia Agraria del primo semestre del 18313. Da queste statistiche si rileva tra l’altro la dimensione del Distretto Pesarese: (…) La circonferenza del Distretto è di miglia romane quarantasei, e piedi geometrici cinquecento. Sopra la superficie contenuta in questa circonferenza stanno quattordici Castelli, cinque Terre e la nostra Città: vive una popolazione di 33.320 individui ripartiti in 39 Parrocchie e sussistono 13.942 capi di bestiame addetto all’agricoltura ed ai trasporti. I terreni descritti al pubblico Censo occupano nella detta superficie la quantità di canne agrarie quadrate pesaresi 9,343,917:69. [La canna agraria pesarese quadrata corrisponde a metri italiani quadrati 27]. Tutto il terreno coltivato era suddiviso in 2.460 colonie. La produzione di grano si aggirava intorno alle 27.000 staia [uno staio corrispondeva a kg 131,83], che non bastavano a soddisfare il consumo della popolazione, che era di 32.000 staia. Un ruolo importante, nell’alimentazione delle classi rurali, veniva ricoperto dalla coltivazione del granoturco, con una produzione di 3.200 staia, esuberante rispetto al fabbisogno, tanto da essere oggetto di esportazione. La viticoltura, un tempo fiorente, aveva fatto registrare un notevole regresso, sia per lasciare posto alle colture cerealicole, sia per la carenza di braccia. Dagli olivi si ricavavano oltre 1000 some [una soma d’olio corrispondeva a lt 77,7031] di olio all’anno, quantità in grado di soddisfare i 2/3 del fabbisogno del distretto. Numerose erano poi le piante di gelso, che favorivano il crescente sviluppo della bachicoltura; la produzione della foglia si aggirava sui 2 milioni di libbre, sufficienti ad allevare bachi da seta per complessive 120.000 libbre di bozzoli [una libbra corrispondeva a gr 329,5825]. Il contratto colonico dominante era la mezzadria. Esso stabiliva che il colono dovesse mettere il lavoro, gli attrezzi, la 22

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semente, le spese ed anche gli animali, mentre al proprietario spettava mettere il terreno, la casa e pagare le tasse. Sul contadino spesso gravavano numerosi altri obblighi, come dare al padrone 100 libbre di maiale, due paia di capponi a Natale, 100 uova a Pasqua, due paia di galline a carnevale, tre paia di pollastri all’assunzione, un’oca alla festa di ognissanti, 150 scope alla vendemmia, per ogni paio di buoi che mantenga. Altri contratti imponevano al colono di piantare ogni anno 50 alberi per ogni coppia di buoi, altri ancora facevano esplicito divieto al contadino di allevare maiali per proprio conto. In questo contesto iniziò ad operare l’Accademia Agraria la quale come abbiamo detto, alla base della sua attività, poneva il miglioramento delle condizioni dell’agricoltura nel distretto pesarese, attraverso l’informazione sulle pratiche agrarie da eseguirsi in accordo con i nuovi dettami scientifici. L’informazione avrebbe dovuto passare attraverso tre “canali”: le Esercitazioni, attraverso cui avrebbero dovuto essere diffuse le nuove scoperte in campo agrario, la Scuola di Agricoltura, che avrebbe dovuto insegnare metodi più corretti e redditizi di quelli tradizionali, ed il Podere Modello, che avrebbe avuto la duplice funzione di campo per le esperienze pratiche degli alunni della scuola, e di banco di prova per dimostrare la fondatezza delle teorie scientifiche propugnate dagli accademici. Lo statuto approvato nel 1828 prevedeva all’articolo 20: Il lettore d’agraria una volta almeno alla settimana dà lezione teorica d’agricoltura e di statistica applicata all’agricoltura a tutti i fattori, coltivatori ed amatori d’agraria che vogliono intervenirvi. Alla teoria unisce la pratica dell’orto sperimentale. La Scuola d’Agricoltura fu inaugurata il 4 Maggio 1828 in una costruzione annessa agli Orti Giuli. Nelle intenzioni degli accademici la scuola di agricoltura avrebbe dovuto funzionare a livelli differenziati: diffondere pratiche migliori tra i contadini, formare fattori competenti e risvegliare nei proprietari l’interesse per l’agricoltura. Negli anni dal 1839 al 1864 l’insegnamento seguì gli orientamenti forniti dai professori addetti alla cattedra di agricoltura, i quali avevano anche l’incarico di recarsi nei paesi del distretto accademico per tenere conferenze ai coltivatori. Questa iniziativa dimostra come l’Accademia fosse tra i primi in Italia a comprendere l’importanza dell’istruzione e a far funzionare quelle che saranno le future “Cattedre Ambulanti”. L’impegno nell’istruzione agraria ha dunque costituito l’elemento fondamentale di tutta l’attività dell’Accademia e si è

Il frontespizio del I numero delle Esercitazioni dell’Accademia Agraria di Pesaro, stampato dalla Tipografia Annesio Nobili (Pesaro, 1829); nella pagina precedente: un particolare della stessa immagine.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 1 D. Paoli, Della necessità di promuovere l’istruzione nella classe degli agricoltori, in “Esercitazioni dell’Accademia Agraria di Pesaro”, Pesaro 1829, a. I, s. 1. 2 F. Baldassini - Rapporto all’Accademia intorno agli studi fatti dalla epoca della sua fondazione - in “Esercitazioni dell’Accademia Agraria di Pesaro”, a. VI s. I, Pesaro 1838. 3 L. Bertuccioli, Notizie statistiche intorno l’agraria del Pesarese, in “Esercitazioni dell’Accademia Agraria di Pesaro”, Pesaro 1831, a. III, s. I.

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via via estrinsecata in istituzioni successive tra cui la Colonia Agraria, realizzata a Villa Caprile (acquistata dall’Accademia, assieme all’annesso podere, nel 1876), e successivamente (1881) trasformata in Regia Scuola Pratica di Agricoltura. Altra iniziativa, che lasciò un segno importante nel territorio, fu quella delle Cattedre Ambulanti che, per lunghi anni, furono protagoniste del progresso agricolo. Nel 1906 l’Accademia, d’accordo con la Scuola Pratica di Caprile, stabilì di istituire a Pesaro la Cattedra Ambulante di Agricoltura per il Mandamento. Il personale della Cattedra, coadiuvato dai Sindaci e dai maestri delle scuole di campagna, tenne nei giorni festivi conferenze e riunioni nei singoli Comuni del Mandamento e durante i mesi invernali i coloni poterono frequentare presso la Scuola di Caprile, corsi pratici di potatura e innesto. La Cattedra curò anche un periodico mensile: L’Agricoltura nel Pesarese. Sempre in quegli anni l’Accademia, in sintonia con la Scuola, continuò a sviluppare i suoi programmi, a indire concorsi e ad istituire poderi modello; tra questi ricordiamo il fondo Savelli, a Montecchio, che però non divenne mai pienamente operativo e ben presto venne venduto, per estinguere un mutuo contratto con la Cassa di Risparmio, per far fronte alle spese di sistemazione dei fabbricati della scuola danneggiati dal terremoto del 1916. Il legame amministrativo, tra la Scuola di Agricoltura e Accademia Agraria, si chiude il 30 Dicembre 1924 quale conseguenza dell’applicazione della riforma Gentile, che impose la trasformazione delle Reali Scuole Pratiche di Agricoltura in Scuole Agrarie Medie; l’Accademia si vide costretta anche a vendere Villa Caprile, con l’annessa azienda agraria, alla provincia di Pesaro e Urbino.

POPOLAZIONE DEL DISTRETTO DI PESARO NELL’ANNO 1828 Nello Specchio n. 1, allegato al volume Esercitazioni dell’Accademia Agraria del primo semestre del 1831, dedicato alla “Popolazione del distretto di Pesaro nell’anno 1828”, vengono forniti dettagli sulle seguenti voci:“Luoghi”, “Parrocchie”, ”Animato”, “Numero de’ vecchi, sopra gli anni 70, 80, 90”, “Numero de’ Nati, Morti, Matrimoni, Esposti, Pazzi, Studiosi” (in una nota viene evidenziato che per studiosi si intendono solamente quelli, che imparano a leggere, e a scrivere), “Classificazione e ragguaglio” e “Osservazioni”. Nei “Luoghi” tra le “Terre” sono compresi Mombaroccio, Sant’Angelo in Lizzola, Gradara, Montellabate, Gabicce; mentre tra i “Castelli” troviamo Candelara, Novilara, Fiorenzuola, Ginestreto,Tomba, Pozzo, Casteldimezzo, Granarola, Monteluro, Mon. S. Maria, Montelevecchie [oggi Belvedere Fogliense], Mon.Ciccardo, Monte Gaudio, Farneto. Nelle terre di Sant’Angelo in Lizzola si trovano indicate due parrocchie, la priorale di San Michele Arcangelo e la Santa Maria di Montecchio, con una popolazione di 1.658 persone; a Montelabbate la parrocchie dei Santi Quirico e Giulitta con 623 persone. A Monteluro, le parrocchie di San Giovanni e Santa Maria, con 168 persone; a Monteciccardo, San Sebastiano con 583 abitanti; a Montegaudio, San Michele Arcangelo con 249 abitanti; Monte Santa Maria, Sant’Agata, 460; Montelevecchie, San Donato, 639; Farneto, San Martino, 406.

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Tornare al fiume. Il Foglia e Pian del Bruscolo, tra passato e futuro luoghi della memoria

SIN DALL’ANTICHITÀ IL FIUME FOGLIA (L’ANTICO ISAURO), HA SEGNATO LA STORIA DEL TERRITORIO DELL’UNIONE DEI COMUNI DI PIAN DEL BRUSCOLO. SEGUENDO IL SUO CORSO, IN UN IDEALE ITINERARIO CHE SI SNODA TRA COLBORDOLO, MONTECICCARDO, MONTELABBATE, SANT’ANGELO IN LIZZOLA E TAVULLIA, APRIAMO LA SERIE DEI LUOGHI DELLA MEMORIA, SENZA DIMENTICARE CHE, COME TUTTI I FIUMI, ANCHE IL FOGLIA HA BISOGNO DI UN’ATTENTA CURA DA PARTE DELL’UOMO DI

GIOVANNI BARBERINI

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Il fiume Foglia attraversa nella bassa valle cinque Comuni e, da confine amministrativo come è stato nel passato, è diventato dal dopoguerra in poi filo conduttore dello sviluppo economico del territorio attraversato. Oggi lungo il suo asse si susseguono centri residenziali, zone artigianali e industriali cresciute velocemente, determinando ricchezza in tutto il territorio, ma anche contrasti e problemi come quelli legati alla viabilità; il fiume ha dovuto inoltre sopportare il notevole incremento degli scarichi civili e industriali che, seppur depurati, hanno peggiorato la qualità delle sue acque. Il fiume è un elemento biologico capace, grazie agli organismi che ci vivono, di essere anche un grande depuratore naturale, abbattendo gli agenti inquinanti. Pur sofferenti, le acque del Foglia non stanno poi così male, come risulta dai controlli che periodicamente vengono eseguiti, e ciò si deve alle politiche intraprese dagli Enti locali nel campo della depurazione. Molto resta ancora da fare, però: i progetti e le loro elaborazioni ci sono, e bisognerà con tenacia reperire le risorse per la loro realizzazione. Gli interventi nel sistema fiume devono essere frutto di un progetto del complesso del territorio (Unione dei Comuni), in una logica di sistema che consenta di risolvere le varie criticità che, in alcuni casi risolte, vengono in realtà solo trasferite ad altri. La parte del fiume Foglia individuata nel progetto di difesa idrogeologica e valorizzazione ambientale e storico culturale elaborato dall’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo insieme con l’Amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino e altri soggetti, va da Pontevecchio (Colbordolo) a Chiusa di Ginestreto (Pesaro), interessa i Comuni dell’Unione di Pian del Bruscolo ed è inserita in una progettazione più ampia che coinvolge anche il Comune di Pesaro nell’ambito del progetto Passo DP (programma ambientale di sviluppo del distretto pesarese). Gli interventi necessari sono vari, sempre nell’ambito di un programma territoriale di valorizzazione e di recupero del ‘sistema fiume’, con azioni integrate e interventi con finalità diverse: difesa idraulica, valorizzazione ambientale, storico-culturale, fruizione a fini ricreativi, rilancio delle attività agricole e turistiche; il progetto è certamente ambizioso, ma la sua realizzazione non è impossibile. Gli interventi progettuali sono sostenuti dai molti lavori fatti dal Laboratorio strategico di ‘Città futura’, da ricerche e tesi di studenti sia medi sia universitari, dai tecnici dell’Unione di Pian del Bruscolo e dai servizi dell’Amministrazione provinciale. Il progetto è fortemente integrato con la valorizzazione del sistema rurale collinare (borghi e castelli), in modo da aumentare l’offerta storico-culturale complessiva e con le attività delle aziende agricole che sono in grado di offrire prodotti di eccellenza. 26

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Difesa idraulica L’intervento previsto è la realizzazione di una cassa di espansione alla confluenza dell’Apsa, importante affluente del Foglia, dimensionata sulla piena del 2005 che ha prodotto gravi danni ed è stata una delle più forti degli ultimi cento anni. La nuova cassa di espansione determinerà anche il ripristino di circa un chilometro di argini che diventeranno fruibili dai cittadini che vorranno avvicinarsi al fiume, il recupero di un piccolo lago molto importante per gli uccelli migratori e stanziali; una parte di questi argini potrà essere destinata a parco ricreativo e per attività sportive. Tale opera, pur importante, non sarà risolutiva in tema di sicurezza idraulica: saranno comunque necessari altri interventi, altre casse di espansione, nuovi argini e, in particolar modo, la cessazione di tutti quegli interventi che comportano il restringimento dell’alveo del fiume. Dal momento che le acque del fiume Foglia sono alimentate dai fossi che dalle colline scorrono verso la valle, anch’essi saranno da naturalizzare di nuovo e da considerare come una connessione ecologica al sistema fiume.

Sotto: da sinistra, in senso orario, il Foglia nei pressi della Peschiera di Case Bernardi - Rio Salso (Tavullia); i resti del Ponte vecchio, presso il mulino, nell’omonima località del Comune di Colbordolo; il fiume visto dal Ponte della Pedana (Montelabbate) e la chiesa della Madonna dell’Arena (Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola), edificata nel 1711. A pagina 25: il corso del fiume verso Pesaro, dal Ponte della Pedana di Montelabbate. A pagina 28: i ruderi del Pontaccio, in prossimità di Bottega di Colbordolo (fotografie Cristina Ortolani, 2009).

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Valorizzazione ambientale e culturale Oltre agli interventi di recupero direttamente destinati al fiume, il progetto tiene conto non solo del recupero di alcuni tratti di pregio dell’ambito fluviale, ma anche della sistemazione degli impianti idraulici che sono in relazione con lo stesso, che ci raccontano la storia e tante storie di uomini che avevano bisogno delle acque del fiume e lo rispettavano, perché era fonte di vita. Nel tratto interessato esistono inoltre importanti realtà architettoniche, in parte recuperate e in parte da recuperare; partendo dal Mulino di Pontevecchio, scendendo verso valle si incontrano la chiesa di San Martino (Tavullia), i ruderi del ponte sul fiume detto il Pontaccio in prossimità di Bottega (Colbordolo), l’Abbadia di San Tommaso in Foglia perfettamente restaurata (Montelabbate), le due chiesette di via Madonna dell’Arena a Montecchio (Sant’Angelo in Lizzola), mentre conclude l’itinerario la Chiusa Nuova (Montelabbate). Il progetto prevede dunque la realizzazione di un percorso che consenta di visitare i luoghi attraverso un sistema di piste ciclabili e pedonali a basso impatto ambientale, recupero dei sentieri e creare delle piccole aree di sosta prospicienti i luoghi più significativi dal punto di vista ambientale. L’auspicio è che il progetto possa svilupparsi, certamente per gradi, perché credo che tutti noi vorremmo tornare al fiume, in questo caso il Foglia, vedere acque trasparenti, godere dei diversi colori nelle varie stagioni e, perché no, tornare a bagnarci come tante volte quelli della mia generazione hanno fatto.

FONTI E TRACCE Arch. Stefano Gattoni Dr. Geol. Ennio Palma Dott.ssa Nicole Hofmann Dr. Roberto Gattoni Unione dei Comuni di Pian del Bruscolo * Sant’Angelo in Lizzola, Archivio comunale, Delibere del Consiglio comunale, 1868 - 1872, da Pian del Bruscolo. Itinerari tra storia, memoria e realtà (Sant’Angelo in Lizzola, 2009).

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Storie di Palazzo 1. Tavullia Cleveland, Ohio - Tomba, Pesaro Urbino. Nascita del Palazzo della Comunità storie di palazzo

NEGLI ANNI TRENTA DEL ‘900 TOMBA (NON ANCORA TAVULLIA), SI COSTRUISCE LA NUOVA CASA COMUNALE. È COL PAESE DI VALENTINO A

IL PRIMO APPUNTAMENTO ALLA SCOPERTA DELLE STORIE DI PALAZZO DI

SIMONETTA BASTIANELLI

Comincia da molto lontano la storia del ‘nuovo’ palazzo comunale di Tomba. L’anno millenovecentotrentratre - 1933 - il giorno 21 del mese di Gennaio nella città di Cleveland, Contea di Cuyahoga, Stato di Ohio negli Stati Uniti di America, avanti a me Arduino Melaragno, notaio pubblico per la città di Cleveland con ufficio al n. 14714 di Elm Avenue e alla presenza dei signori…, si è personalmente costituito il signor Domenico Antonio Cardellini fu Domenico per la stipula di questo atto, in forza del quale il medesimo Antonio Cardellini ha dichiarato di voler nominare a suo procuratore speciale e generale suo fratello signor Luigi Cardellini fu Domenico, concedendogli tutte le facoltà necessarie perché in nome e conto di esso mandante amministri tutti i beni da esso posseduti e ne disponga come fosse l’assoluto proprietario e così: acquisti, venda, permuti mobili e immobili, ne convenga il prezzo… prezzo TOMBA DI PESARO, 1931. Come si collega la stipula di questo atto notarile con la ABITANTI: storia dell’edificio comunale di Tomba? CAPOLUOGO 1.758 La sede amministrativa del castello di Tomba aveva BELVEDERE FOGLIENSE 1.478 sempre trovato posto nei locali del Cassero: l’antico MONTELURO 933. Municipio quasi appollaiato sulla volta della Porta, LA POPOLAZIONE È all’ombra amica della torre (I. Balducci). Le mura del PREVALENTEMENTE RURALE : TRANcastello, però, che fino a tutto l’Ottocento avevano racQUILLA, OPEROSA, MODESTA. chiuso gli abitanti, difendendoli, diventarono ostacolo al necessario sviluppo urbanistico del paese che trovò Aldo Barbadoro, nella strada consorziale, poi via Roma, la possibile e segretario comunale, 1932 principale direttrice di espansione edilizia. promemoria_NUMEROZERO

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Sotto e nella pagina seguente: Rinaldo Rifelli, 1934. Piante del nuovo Municipio di Tavullia (Archivio di Stato di Pesaro).

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Quasi contemporaneamente alla stesura della procura ‘americana’, a Tomba il Podestà Arturo Benelli così descriveva la residenza municipale: ha locali umidi, insufficienti e antigienici e non offre servizi necessari al buon funzionamento del Comune stesso, che è uno dei più importanti comuni rurali del mandamento. Il notevole incremento di popolazione richiedeva lo sviluppo e la creazione di altri servizi pubblici i quali non trovavano da collocarsi per deficienza assoluta di locali. Tale difetto si va a rimediare con la costruzione del nuovo edificio in luogo centrale del paese, nel cui piano terra troveranno posto l’ufficio postale e telegrafico, la Farmacia, l’Ufficio imposte di consumo, l’archivio di deposito del Comune ecc. Tale nuova costruzione è resa necessaria dalla civiltà del tempo e dalle aumentate esigenze degli Enti locali. Il 4 Marzo 1934 il Podestà deliberava, quindi, di approvare il progetto del geometra Rinaldo Rifelli per il palazzo del Municipio ammontante ad una spesa di lire 137.000; di acquistare gli appezzamenti di terreno necessari per la costruzione dell’edificio con rinuncia al procedimento di espropriazione, avendo il proprietario dichiarato di voler trattare amichevolmente; di stipulare il relativo atto d’acquisto dopo aver ottenuto l’autorizzazione prefettizia; di provvedere al finanziamento della spesa con mutuo da contrarsi con la cassa di Risparmio di Pesaro. Le pratiche per l’acquisto di quel terreno che ben si prestava per la sua centricità furono condotte da Luigi Cardellini, legale procuratore del fratello Antonio residente in America. Ed ecco il collegamento con l’atto notarile di Cleveland. La trattativa tra il Comune e il signor Cardellini deve essere iniziata sotto i migliori auspici, data la linearità e velocità con cui essa viene condotta: dapprima la dichiarazione di voler trattare amichevolmente, poi, sebbene la stima della superficie di area occorrente risultò ammontare ad un valore complessivo di Lire 8.646, pur di favorire la nuova costruzione il proprietario ha acconsentito ridurre l’importo a Lire 8.000. La prima licitazione privata per appaltare i lavori non andò a buon fine, per mancanza di offerte accettabili; nella seconda, l’offerta migliore risulta essere quella della Cooperativa Muratori di Montelabbate alla quale, il 5 Giugno 1933, vengono affidati i lavori. Nel contratto si legge che il corrispettivo dovuto dal Comune alla promemoria_NUMEROZERO


Ditta è fissato a lire 89.829 e cent. 21 e che l’impresa dovrà portare a compimento i lavori nel termine di sei mesi. La data dell’inaugurazione fu fissata al 28 Ottobre 1934: premesso che il giorno 28 Ottobre p.v. si inaugura il nuovo Edificio Comunale; che, non disponendo di mobili, necessita provvedere subito all’acquisto del materiale più indispensabile in modo che non abbia più a verificarsi l’inconveniente fino ad ora lamentato che tutte le pratiche e tutti i Registri sieno collocati su sedie con facilità di dispersione, il Podestà determina di provvedere all’acquisto del seguente materiale: cartelliera per l’Archivio corrente triennale armadietto-libreria; una cartelliera a scrittoio; due cartelliere minori; un attaccapanni e portaombrelli; 4 sedie a poltroncina. E, poiché nel nuovo edificio avrebbero dovuto trovare posto altri uffici, quali la Banca, la Posta, la Palestra coperta dell’Opera Nazionale Balilla, la sede dell’Organizzazione Fascista, l’abitazione del Segretario, i quali tutti hanno diritto per contratto al riscaldamento degli ambienti dato il rilevante prezzo dell’affitto… si acquistano dalla Società 100 quintali di carbone per 4 mesi di riscaldamento. Sono sufficienti pochi mesi per sperimentare una affollata coesistenza di inquilini troppo difficile per poter continuare, se in una lettera del Podestà al Prefetto, datata 18 Febbraio 1935, si legge: il locale attualmente affittato alla Segreteria Politica si trova, come è dato rilevare dall’unita pianta, proprio di fronte alla Segreteria Comunale, alla distanza di appena m. 1,50 e lungo il breve corridoio di accesso agli altri uffici municipali, per modo che tutta la gente, che deve affluire al Fascio, specie durante l’inverno quando funziona l’Ente Opere Assistenziali reca notevole disturbo, tanto più che la costruzione è alquanto sonora e gli uffici sono divisi da semplici muri in foglio di mattoni forati. Inoltre dal corridoio si sente parlare per modo che nessun affare potrebbe essere trattato in forma riservata sia dalla Segreteria come dal Podestà. E’ necessario rendere gli uffici comunali completamente liberi per modo che nelle ore di chiusura e nei giorni di vacanza nessuna persona estranea possa accedervi. Attualmente non esiste una garanzia ed una sicurezza per gli uffici: tolta la sede del Fascio si costruirà un cancello in ferro e così gli uffici resteranno salvaguardati. Ai promemoria_NUMEROZERO

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MA NEL CASTELLO… Camminando oggi per le stradine dell’ordinato e lindo castello di Tavullia è difficile immaginare il passato degrado, così come ci viene descritto dalla relazione del medico provinciale, datata 1 Gennaio 1934: 1) l’agglomerato delle case che costituiscono il nucleo più importante di questo capoluogo è costruito in ambiente molto ristretto; 2) le vie molto ristrette, brevi ed angolose, impediscono il libero accesso non solo delle persone e delle cose, ma anche della luce e dei raggi solari; 3) le case molto piccole, di aspetto desolante, di antichissima costruzione non sorpassano i due piani; 4) le finestre molto piccole rendono molto difficile l’areazione e l’illuminazione degli ambienti; 5) gli ambienti che costituiscono il pianterreno oltre ad essere molto ristretti e bassi, comprendono quasi confusamente l’abitazione degli uomini e degli animali, per cui le stalle vengono a trovarsi in diretta comunicazione colle cucine; 6) esistono in molte case scale di legno ripide e pericolose; 7) il piano superiore a volte è costituito di una sola camera dove dormono confusamente tutti i costituenti la famiglia, da otto a dieci e più persone di ambo i sessi… Volendo provvedere ad un risanamento radicale occorrerebbe distruggere le case vecchie e costruirne delle nuove secondo le moderne regole di architetture e d’igiene.

Tavullia, anni Sessanta del ‘900. Luigia Benelli, che amava dire di essere la prima impiegata comunale del dopoguerra, si affaccia al balcone del Municipio (Archivio storico comunale di Tavullia).

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fini del Partito poi è quasi una necessità che la sede del Fascio si trovi in un locale distinto dal Comune sì che il popolo comprenda che sono due istituti e due attività, pur collaborando reciprocamente, essenzialmente diversi. Il nuovo locale che s’intende dare in affitto alla Segreteria Politica è più grande, più comodo e di più facile accesso. E’ urgente anche la rimozione dell’Ufficio Postale Telegrafico poiché la timbratura giornaliera disturba talmente gli uffici comunali soprastanti che a volte è impossibile attendere ai lavori di un certo studio e di una certa precisione, quale la contabilità. Non si tratta di un piccolo rumore ma di colpi forti che si trasmettono ed echeggiano da un’estremità all’altra del fabbricato per cui non esiste un punto dal quale il disturbo non si senta. Inoltre il locale della posta si trova, come dall’unito disegno, incuneato tra le due uniche stanze da letto dall’appartamento affittato al Segretario Comunale e i rumori rendono impossibile ai grandi come ai bambini il riposo. Dalle due stanze da letto si sentono distintamente i discorsi del pubblico che si sofferma talvolta nell’ufficio a discutere e il rumore dei passi, lo stropiccio delle scarpe, il muovere delle sedie, l’aprire dei cassetti, lo sbattere delle vetrate ecc. Il Telegrafo può essere ricevuto a orecchio onde esiste anche la violazione del segreto telegrafico. promemoria_NUMEROZERO


Sopra: Tomba di Pesaro, via Roma, anni Trenta del ‘900 (cartolina ed. Francesco Olmeda, Tavullia; fotografia Q. Candiotti, San Giovanni in Marignano; raccolta privata, Pesaro). Sulla sinistra si intravede il nuovo palazzo comunale, a destra la scuola elementare; a destra: via Roma negli anni Sessanta (cartolina, raccolta privata, Pesaro).

Nell’inverno la posta parte alquanto presto e bisogna che la famiglia del Segretario faccia sveglia alle 7. Nell’estate sarebbe impossibile riposare il pomeriggio. E’ da notare che l’ufficio telegrafico deve a volte rimanere aperto fino a tarda notte. Si ritiene infine che i locali adibiti ad ufficio di posta non siano di prescrizione pel fatto che la cassa forte è immessa nel muro divisorio di una stanza in vicinanza della spalliera del letto, mentre dovrebbe trovarsi su un muro maestro. Per tutte le ragioni su esposte l’ufficio di posta abbia a ritornare nel precedente locale di proprietà del Comune… Ripulito dai chiassosi inquilini, il Nuovo Municipio viene finalmente collaudato e nel Gennaio 1936 si deliberò l’approvazione del conto finale relativo all’appalto per la costruzione del Nuovo Edificio Comunale.

FONTI E TRACCE Tavullia, Archivio comunale, Deliberazioni podestarili, 1932-1934. Archivio di Stato di Pesaro, Prefettura, serie II, 1936-1938, b. 342. Aldo Barbadoro, Il Comune di Tomba di Pesaro, Morciano 1932. promemoria_NUMEROZERO

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Giovanni Gabucci. Il facchino della Diocesi voci d’archivio in collaborazione con Archivio diocesano di Pesaro

LA MEMOTECA PIAN DEL BRUSCOLO DEVE MOLTO A GIOVANNI GABUCCI, SACERDOTE, STUDIOSO E INSTANCABILE RACCOGLITORE DI MEMORIE. UN LIBRO NE RACCONTERÀ LA FIGURA, ATTRAVERSO LE SUE CARTE, CONSERVATE PRESSO L’ARCHIVIO DIOCESANO DI PESARO, E LE TESTIMONIANZE DI CHI LO HA CONOSCIUTO DI

CRISTINA ORTOLANI

Il dottore di carte muffite e indecifrabili1, l’appassionato raccoglitore di memorie storiche2, dotato di un ingegno versatile in tutto che si conviene all’arti belle, e perspicace ad avvertire nel dubbio il probabile e dall’errore il vero3, il prete degli scherzi, assai colto ma un po’ burlone4. Ci vorrebbe la penna di Guareschi per descrivere don Giovanni5. Già, Guareschi. Non che Giovanni Gabucci (1888 - 1948) sia un don Camillo, tutt’altro, ma certo con il pretone della Bassa, che quando non era impegnato a scontrarsi con i ‘rossi’ lucidava gli angioletti col sidol, il sacerdote santangiolese ha molto in comune. La battuta pronta, intanto: ancora oggi, a oltre sessant’anni dalla morte (1948), la prima cosa che tutti ricordano di don Giovanni sono i commenti arguti e talora sarcastici, la vis polemica e le risposte pungenti che non risparmiava nemmeno al vescovo (era un uomo libero, dicono ancora di lui). Poi, probabilmente, una certa irruenza, che sembra di poter leggere in filigrana sia nelle lettere sia negli accuratissimi diari, e l’inclinazione verso le cose semplici: non avrebbe disdegnato, don Gvan, di sedersi a tavola con don Camillo, Peppone & soci, davanti al camino o sotto il pergolato della vite, per un piatto di pane e formaggio. Non ebbe (non volle, dice lui) mai la parrocchia, però, don Giovanni: preferì piuttosto pensarsi, sempre in via provvisoria, vice parroco, economo spirituale, predicatore. Per umiltà, secondo alcuni, o forse per potersi spostare liberamente nel territorio della Diocesi (virtualmente anche fuori, come dimostra la mappa geografica dei suoi scambi epistolari, che tocca tra l’altro Roma, Milano, Buenos Aires), seguendo l’irresistibile richiamo della curiosità, e anche per offrirsi a una vocazione in larga parte 34

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coincidente con la diffusione della cultura. Richiestissimo come predicatore, don Gabucci sembra considerare sullo stesso piano i ritiri spirituali e le conferenze a proiezioni: il metodo è lo stesso, nell’un caso per indurre l’uditorio ad approfondire nuovi spunti di fede, nell’altro, per leggere il creato attraverso l’illustrazione delle nostre migliori bellezze6, a Montelevecchie come a Pesaro o nella natia Sant’Angelo in Lizzola. Una libertà mentale che, pur disciplinata dai solidi strumenti del Dottore in archivistica e paleografia (il titolo al quale teneva di più, quello che lo ricorda sulla lapide nel piccolo cimitero sulla collina di Montecalvello di Sant’Angelo in Lizzola), lo porta a preferire la dimensione del frammento a quella dello studio sistematico. Frequentando le sue carte, conservate presso l’Archivio storico diocesano di Pesaro, l’impressione che si ricava è infatti quella di una mente vorace, di uno studioso che, pur consapevole delle proprie doti, non appare interessato a lasciare di sé il ricordo di uno storico, almeno non secondo i canoni tradizionali. Attentissimo, quasi ossessivo nel tenere traccia dei propri interessi, Gabucci non si cura di interpretare, né di comporre in un’opera unitaria la mole di materiali accumulati in oltre quarant’anni di ostinate ricerche: non c’è tra i manoscritti, per quel che è dato rilevare allo stato attuale degli studi, un abbozzo, nemmeno un menabò destinato a tradursi in volume; poche le opere a stampa, perlopiù opuscoli tratti da articoli apparsi su riviste culturali a diffusione locale (Le curiosità di un libro di battesimi, La patria di Giovanni Branca e pochi altri tentativi, molti dei quali pubblicati su Studia Picena o su riviste locali). Numerose e consistenti invece le collaborazioni con altri studiosi, con suo grande disappunto spesso non riconosciute: a Gabucci si devono per esempio molte delle schede sui castelli pesaresi contenute ne La Provincia di Pesaro e Urbino di Oreste Tarquinio Locchi, pubblicato a Roma nel 1934, mentre ad Antonio Zecchini, autore di un lavoro su Antonio e Romolo Liverani, Gabucci fornì dettagliate informazioni circa la presenza degli scenografi GIOVANNI GABUCCI PAR LUI-MÊME Vice-Parroco di Sant’Angelo in Lizzola. Diocesi di Pesaro - Pisauren Nato a S.Angelo in Lizzola il 9.II.1888. Compì i corsi regolari di Ginnasio e Filosofia nel Seminario Diocesano di Pesaro. Corso Quadriennale di Teologia nel Seminario Regionale di Fano (1908 - 1912). Ordinato Sacerdote in Pesaro dal proprio Vescovo Mons. Paolo Tei il 26.VII.1912. Confessore e Predicatore in Diocesi. Economo Spirituale a Montelabate dal 1916 al 1920, a Montelevecchie nel 1922.

Nominato nel 1924 Socio Corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Marche. Collaboratore, con articoli storici, in giornali e periodici (Idea, Bollettino Diocesano, Bollettino della Cattedrale, Giovane Marca, Studia Picena, ecc.). Ammesso alla Scuola Vaticana di Paleografia e Archivistica nel 1926. Roma, 3 Maggio 1928, Sac. Giovanni Gabucci. Nominato nel 1918 ispettore onorario per le opere di Antichità e Arte dalla Soprintendenza alle Antichità delle Marche e dell’Umbria, Giovanni Gabucci mantenne tale carica per tutta la durata della sua vita. Morì a Sant’Angelo in Lizzola il 6 Settembre 1948.

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A pagina 34: don Giovanni Gabucci (con gli occhiali), insieme con l’amico Mario Macchini di Montelevecchie (oggi Belvedere Fogliense - Tavullia) e la sua famiglia (fotografia A. Bernardi, Montelevecchie, datata 27 Aprile 1922; raccolta Famiglia Macchini-Giovanetti, Pesaro). A pagina 35: Don G. Gabucci, ore 9, disegno di monsignor Salvatore Scalognini (Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo Gabucci). In questa pagina: un collage di materiali provenienti dal Fondo Giovanni Gabucci conservato presso l’Archivio storico diocesano di Pesaro.

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faentini nel Pesarese. Fu in contatto, tra gli altri, con l’allora direttore dei Musei Civici di Pesaro, Giancarlo Polidori, con lo scrittore di Tavullia emigrato a Milano Igino Balducci, con l’avvocato e drammaturgo Antonio Conti, con lo scrittore Fabio Tombari. Tanto compulsare e trascrivere, raccogliere e inventariare non genera dunque una narrazione autonoma, non nella riconoscibile forma del libro: assenza, nella sterminata biblioteca gabucciana (diecimila volumi, secondo don Raffaele Mazzoli7), per volere dello stesso proprietario oggi confluita in quella del Seminario vescovile, di cui dobbiamo prendere atto e sulla quale occorrerà soffermarsi in una fase più avanzata degli studi. (In giro, dovunque, libri, vecchie scansie, sedie di paglia, la piana di marmo del comò come tanti scaffali per tutti quei libri che ancora attendono di essere ordinati)8. Un’altra assenza colpisce, sempre per quanto è dato conoscere oggi del lascito di Giovanni Gabucci, o meglio, una difformità: di fronte alla ricchezza talora ridondante dei segni atti a documentare persone e luoghi, storia e storie, scarseggiano le informazioni personali, ridotte a pochi, essenziali documenti. Una misura della quale ci si accorge poco a poco, nel tentativo di fissare almeno le tappe salienti della vita del sacerdote santangiolese, che devono essere scovate e assemblate proprio come in una caccia al tesoro. Ecco, forse è in questo deliberato scostarsi, quasi un mettersi da parte rispetto alla storia da testimoniare che va cercata la ribadita umiltà di don Giovanni Gabucci. Umiltà che trova il suo corrispettivo oggettivo nella tonaca lisa, alla quale persino dalle fotografie viene voglia di dare una bella spazzolata, e nel francescanesimo9 della sua stanza (subito però si affaccia l’ombra di un San Francesco più dannunziano, nell’ossessione dell’accumulo, e nella frustata liberty dell’ornato di certi schizzi). Parte fondamentale del lavoro intorno a Giovanni Gabucci è il tentativo di rileggere il suo archivio secondo una logica unitaria: tentativo da operarsi per approssimazioni, e

destinato a generare cupe frustrazioni, se si considera che negli anni le sue carte sono state smembrate e riclassificate in base a criteri del tutto diversi da quelli originali, ove non saccheggiate o definitivamente disperse. Eppure è un gesto di restituzione dal quale non si può prescindere: intanto per il rispetto di una vita trascorsa a mettere da parte e documentare; e poi perché è la stessa eredità gabucciana a reclamarlo: pur nell’attuale distribuzione di libri, fascicoli e fogli, dislocati tra più stanze e addirittura tra piani diversi dei locali dell’Archivio storico diocesano di Pesaro, emerge infatti una potente coerenza, una articolata ma precisa intenzione di raccolta che si impone sulle vicissitudini logistiche. Fotografie, disegni, appunti, frammenti di realtà chiamati a comporre un domestico atlante della memoria (non ce ne vorrà Aby Warburg con il suo Mnemosyne); carte che, interrogate, a loro volta interpellano l’interlocutore, in un costante, vivace dialogo. Agli occhi dell’oggi, quasi un ipertesto.

FONTI E TRACCE 1 Giovanni Gabucci, citato in Katja Del Baldo, Appunti sull’eredità di Giovanni Gabucci: disegni e studi dimenticati, in “Frammenti” n. 5, Pesaro 2000; p. 248, nota 6. 2 Giovanni Gabucci, lettera ad Antonio Zecchini, 31 Gennaio 1941 (Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo Gabucci; come segnalato, il Fondo Gabucci è in corso di catalogazione: diamo dunque in nota solo alcuni riferimenti essenziali a rintracciare i documenti citati, rimandando al volume di prossima pubblicazione, nel quale sarà contenuto un inventario del Fondo). 3 Cristoforo Mambrini, Per Giovanni Gabucci, ms, Dicembre 1948 (Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo Gabucci; pubblicato dal Comune di Sant’Angelo in Lizzola, Urbania 1949). 4 Personaggi d’altri tempi, versi del prof. Enrico Garattoni, schizzi del prof. Mario Franci (dattiloscritto, Sant’Angelo in Lizzola, s.d.; raccolta Elisa Antonini, Sant’Angelo in Lizzola). 5 Testimonianza di Giancarlo Cacciaguerra Perticari, Sant’Angelo in Lizzola, raccolta nella primavera 2007. 6 Montelevecchie (Belvedere Fogliense), Possesso parrocchiale e inaugurazione del Ricreatorio, da “L’Idea”, 15 Dicembre 1922. 7 Testimonianza di Raffaele Mazzoli, Pesaro,Aprile 2010. 8 Adelio Battarra - Pacifico Cristofanelli, Don Giovanni Gabucci 1888-1948 verso il centenario della nascita in “Il Nuovo Amico”, 25 Maggio - 8 Giugno 1986. 9 Testimonianza di Agla Marcucci Gattini, Pesaro, raccolta nel Marzo 2010. * Arlette Farge, Il piacere dell’archivio, essedue ed.,Verona 1991.

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Album di famiglia. La Scuola album di famiglia

*Edmondo De Amicis, Cuore, prima ed. Treves, Milano 1886.

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In alto: Montelevecchie (oggi Belvedere Fogliense,Tavullia), anni Venti del ‘900. Anita Antonelli Macchini con la sua classe (raccolta Pro Loco Fogliense,Tavullia); qui sopra: Sant’Angelo in Lizzola, 1927. Il maestro Duilio Tacconi con la sua classe (raccolta Famiglia Carlo Salucci, Sant’Angelo in Lizzola). Nella pagina precedente: Sant’Angelo in Lizzola, 1906 o 1907, ancora il maestro Tacconi con i suoi alunni (raccolta Gabriella Giampaoli, Pesaro).

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In alto: Tavullia, fine anni Trenta - primi anni Quaranta del ‘900. Il maestro Vittorio Giunta con la sua classe. A Vittorio Giunta, caduto nella II guerra mondiale, è intitolata dagli anni Sessanta la scuola elementare del capoluogo (raccolta Vittorina Capanna, Tavullia); qui sopra: 1948, classe mista al Farneto (Montelabbate), (raccolta Stefania Bacchiani, Osteria Nuova - Montelabbate).

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In alto:Tavullia, fine anni Quaranta - primi Cinquanta del ‘900 (raccolta Alberta Gambini,Tavullia); qui sopra: Montecchio (Sant’Angelo in Lizzola), anno scolastico 1948-‘49 (raccolta Franco Bezziccheri, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola).

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In alto: una classe dell’asilo a Montefabbri (Colbordolo), anni Cinquanta del ‘900 (raccolta Vittorio Eusebi, Montefabbri - Colbordolo); qui sopra: Montegaudio (Monteciccardo), anni Cinquanta del ‘900. Maria Giorgi Cappelletti con i bimbi dell’asilo (raccolta Maria Giorgi Cappelletti, Montegaudio - Monteciccardo).

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In alto: Osteria Nuova (Montelabbate), anni Cinquanta del ‘900 (raccolta Terenzio Gambini, Osteria Nuova Montelabbate); qui sopra: Montelabbate, primi anni Sessanta del ‘900. I bimbi dell’asilo (raccolta Rita Luccardini, Pesaro).

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In alto: Monteciccardo, fine anni Sessanta del ‘900 (raccolta Leonardo Ruggeri, Monteciccardo); qui sopra: Monteciccardo, Aprile 1969, la classe IV elementare. Da sinistra, in seconda fila: Claudio Tonucci, Guido Simoncelli, Gabriele Bonazzoli, Giancarlo Crescentini; in prima fila: Massimo Allegrucci, Fabrizio Allegrucci, Stefano Costantini, Piergiorgio Allegrezza (raccolta Gabriele Bonazzoli, Monteciccardo).

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In alto: Cappone (Colbordolo),1974, la classe I elementare con la maestra Jole Gambarara. Da sinistra, in prima fila: Paolo Marzi, Silvia Stoppani, Oscar Pieri, (...) Antoniucci, Massimiliano Scappellini; in seconda fila: Gabriele Nicolini,Alfiero Bacoli, Simone Filippini, Marzia Cartoceti, Emanuela Buratti; in terza fila: Sabrina Andruccioli, Severino Focarini, Katia Vincenzetti, Katia Giunta, Marcello Galli e la maestra Jole Gambarara (raccolta Marzia Cartoceti, Morciola - Colbordolo). Qui sopra: Colbordolo, fine anni Settanta del ‘900. La classe di Anna Damiani Tontardini durante una festa di Carnevale (raccolta Anna Damiani e Sandro Tontardini, Morciola - Colbordolo).

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Tra Pinocchio e Cuore. La scuola ‘divertente’ album di famiglia | io c’ero NATA A

MARY ANN ARDUINI, AHRON (OHIO - U.S.A.) IL 26 APRILE 1930, INSEGNANTE

INTERVISTA DI SANDRO TONTARDINI

Sul “Corriere della sera” di sabato 16 Gennaio 2010 il prestigioso giornalista Gian Antonio Stella, richiamando poche righe tratte dal Cuore di Edmondo De Amicis ci ricordava quanto peso hanno avuto i maestri elementari nella storia del paese. Tra i ricordi dell’infanzia, per tutti esiste un maestro o più maestri che ci rimandano alla frequenza della scuola elementare. Far parlare un’insegnante che ha visto passare tanti alunni è comunque una cosa emozionante, perché nel raccontare il proprio lavoro emergono episodi, aneddoti, racconti particolari che hanno sicuramente lasciato traccia nel vissuto dell’alunno e dell’insegnante. Ripercorrendo i momenti salienti di una lunga attività, si può comunque correre il rischio di rifugiarsi nel racconto nostalgico di un tempo che, forse, non ci potrà essere più. Penso invece sia importante trovare un filo conduttore che possa mettere a confronto con la realtà attuale situazioni, modi di vivere la 46

quotidianità del proprio lavoro, che il tempo ha sicuramente modificato. Incontro l’insegnante Mary Ann Arduini nella sua casa nel centro storico di Pesaro, sono un po’ in ritardo sull’orario concordato e questo mi preoccupa, perché lei è sempre molto precisa. L’incontro è cordiale, dopo qualche battuta, e precisato meglio cosa dovremmo fare, sollecitata dalle mie domande e, presa a volte dal gusto di raccontare certe cose, inizia la mia intervista. Dimenticavo, sul tavolo è pronto un album di fotografie che raccontano il suo percorso di insegnante, dalla scuola di Pontevecchio alla scuola di Bottega dove ha chiuso la sua carriera dopo ben quarantacinque anni di attività. In che anno hai iniziato a fare l’insegnante? Era il lontano 1949 nella scuola di Pontevecchio e avevo una pluriclasse, sono rimasta lì per un anno, sono successivamente andata a Bucaferrara, Talacchio e infine a Ripe. In quel periodo esisteva la scuola popolare per chi non aveva la licenza elementare e quindi c’erano alunni di tutte le età. Erano corsi organizzati dal C.I.F - Centro Italiano Femminile. Non si prendevano soldi ma il lavoro lo si faceva solo per acquisire il punteggio. promemoria_NUMEROZERO


Dove hai frequentato le scuole superiori? La scuola media e le scuole magistrali le ho frequentate in Urbino, vivevo a casa di mio zio don Giuseppe che aveva la parrocchia a Pallino e tutti i giorni percorrevo in bicicletta il tragitto Pallino Urbino con la bicicletta che mi aveva comprato mio padre. In che anno hai avuto l’incarico di ruolo? Nel 1950 ho dato il concorso magistrale a Forlì e sono entrata in ruolo nel 1955-‘56. Per il mio primo incarico di ruolo sono dovuta andare a Valle Avellana, abitavo presso una famiglia in una casa senza luce né riscaldamento, era però considerato un posto di lusso poiché in quella casa c’era comunque il telefono. Da Valle Avellana mi sono spostata a Mercatino Conca insieme a Gabriella Arceci, che era come me di Talacchio. Ti ricordi a quanto ammontava il primo stipendio? Non ricordo con precisione ma era di circa 25.000 lire. Come erano le classi? Al mio primo incarico io avevo una classe seconda di 33 alunni di cui sette ripetenti. Come sei arrivata a Talacchio? Da Mercatino Conca sono venuta al Casino Albani (attuale Casella) nel 1956-‘57, poi sono arrivata a Talacchio, dove sono rimasta ininterrottamente per 28 anni. Dal 1956 sino ad arrivare al 1968 ho sempre avuto la pluriclasse. Nella pluriclasse con gli alunni si instaurava un bellissimo rapporto. Ogni gruppo aveva il proprio compito e il proprio ruolo. La fatica dell’insegnante consisteva soprattutto nell’organizzazione delle attività didattiche…, mentre gli alunni di prima copiavano un testo, quelli di seconda leggevano in silenzio, gli altri svolgevano esercizi di matematica… tutti lavoravano sempre con grande impegno. Durante la tua attività c’erano delle materie o delle attività che svolgevi con maggiore passione? Io ho sempre svolto il mio lavoro con grande passione, preferivo comunque insegnare italiano, storia e geografia. Dedicavo anche molto tempo al teatro, ogni anno organizzavo anche quattro recite. Erano momenti bellissimi, di grande impegno e tensione per tutti, bambini, insegnanti e genitori, ma il tutto veniva sempre ripagato da grandi soddisfazioni. Mi divertivo veramente e questa mia passione penso - ne ho avuto la conferma - di averla trasmessa anche a molti dei miei alunni. Ricordo ancora con immenso piacere il contenuto di un biglietto di ringraziamento scritto dalle mamme dei miei alunni quando

Talacchio di Colbordolo, sopra: 1° Ottobre 1964. La prima pagina del Piccolo notiziario locale, ideato e redatto dai ragazzi delle classi IV e V della Scuola elementare di Talacchio, sotto la guida di Mary Ann Arduini. Sotto: anno scolastico 1963 -‘64, primo giorno di scuola. Mary Ann con la figlia Francesca Mulazzani.

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sono andata in pensione: Noi signora la ringraziamo non solo per quello che ha insegnato ai nostri figli ma perché li ha fatti anche divertire tanto. Che ruolo ha avuto la lettura nella tua attività didattica? Penso che la lettura se fatta con passione e convinzione, anche oggi in cui i ragazzi sono distratti, presi da mille stimoli, rappresenti ancora uno degli elementi cardine del fare scuola. Ricordo ancora il silenzio, le facce stupite, le risate di gusto nella lettura delle Avventure di Pinocchio, la stessa attenzione, anche se naturalmente con stati di animo diversi, la si viveva con la lettura dei diversi episodi del libro Cuore di Edmondo De Amicis. I ragazzi restavano estasiati e come accade ancora oggi quando l’insegnante legge in classe non si vorrebbe che questa attività finisse. Quante scuole c’erano allora nel nostro territorio? Nel nostro territorio c’erano diverse scuole, ogni paese aveva la sua: Montefabbri, Pontevecchio, Talacchio, Colbordolo, Morciola, Bucaferrara, Casino Albani (attuale Casella), Cappone e Bottega. Sino agli anni Cinquanta alcune scuole contenevano anche l’abitazione della famiglia dell’insegnante, molti ricorderanno la maestra Falghera a Morciola e la maestra Arceci a Talacchio. Come ci si riscaldava? Le aule erano ampie, con soffitti altissimi e grandi finestre e per riscaldarle c’era di solito una stufa di terracotta al centro dell’aula con sopra un pentolino d’acqua che non bolliva mai perché non si raggiungevano mai temperature elevate. Le stufe andavano a legna ed in alcuni periodi erano i ragazzi stessi a portarne un po’ da casa. Come hai vissuto lo spostamento dalla tua scuola di Talacchio a Bottega? La chiusura della scuola di Talacchio con il conseguente trasferimento forzato a Bottega, comportava per me non pochi disagi, non mi spaventava certamente il rapporto con nuovi colleghi, il problema più grosso era che non guidavo e quindi dovevo dipendere sempre da qualcuno per i miei spostamenti. Nel frattempo dal maestro unico che aveva segnato tutta la mia carriera ero entrata nei cosidetti “moduli“ con un’organizzazione didattica 48

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che prevedeva all’interno della stessa classe la presenza di più insegnanti, ognuno con competenze diverse: la scuola era ormai la mia vita, e quindi ho accettato la nuova sfida. Sto per farle altre domande ma Mary Ann (detta familiarmente Merien), si alza e va a prendere dei vecchi quaderni, uno in particolare mi colpisce, ha incollata sulla copertina una vecchia cartolina di Talacchio, il suo titolo è: Piccolo notiziario locale. Appena lo apro capisco di trovarmi di fronte a uno spaccato della storia del nostro comune raccontata e illustrata dai ragazzi. Nella prima pagina spicca la foto di un gruppo di alunni con la loro insegnante, relativa all’anno scolastico 1963-’64. Lo sfogliamo insieme: i testi dei ragazzi, i loro disegni, le fotografie allegate oltre a essere una fonte di notizie sul territorio, documentano l’impegno, la fantasia, la creatività e l’entusiasmo che l’insegnante ha saputo dare nello svolgimento del suo lavoro. Proponiamo alcune pagine di quel lavoro, ma tutte meriterebbero di essere pubblicate.

Sopra: la festa di fine anno nella scuola elementare di Bottega, anno scolastico 1993-’94. Sotto:Talacchio di Colbordolo, anni Sessanta del ‘900.A sinistra: Mary Ann con la sua pluriclasse; a destra: 1961, i bimbi della scuola elementare del paese insieme con le loro insegnanti, riuniti in occasione delle celebrazioni per il centenario dell’Unità d’Italia. In basso: fronte e retro di una fotografia dell’anno scolastico 1967‘68 (tutte le immagini delle pagine 46-48 provengono dalla raccolta di Mary Ann Arduini, Pesaro).

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1943. Dopo l’8 Settembre I.M.I - Internati Militari Italiani storie di guerra in collaborazione con ISCOP - Istituto di Storia Contemporanea di Pesaro e Urbino

L’8 SETTEMBRE 1943 IL MARESCIALLO BADOGLIO ANNUNCIA IL COSIDDETTO “ARMISTIZIO”. L’ESERCITO ITALIANO È ALLO SBANDO, I NOSTRI SOLDATI DIVENTANO PRIGIONIERI DEI TEDESCHI: LA VICENDA DEGLI

IMI - ITALIENISCHE MILITÄR-INTERNIERTEN RESPONSABILE DELLA SEZIONE

Potremmo passare giorni e notti l’uno accanto all’altra, a chiedere e rispondere su un’infinità di cose che tu supponi neppure: di cose che ho visto ed ho sentito, di fatti che ho intuito dalla prudenza dei segni e dall’eloquio delle occhiate; di drammi che hanno emaciato fino all’inverosimile i volti di molti italiani, di tragedie che hanno fatto piangere lacrime di sangue a molti giovani con una colpa uguale alla mia, con un destino più crudo del mio. Non so neppure se vorrò dire tutto; perché credo che quando avrò riguadagnato il conforto e la pace della mia famiglia, si quieterà in me l’ansia dei giorni trascorsi e prevarrà un solo desiderio: quello di dimenticare, di dimenticare tutto perché tutto è brutto, doloroso, cupo, vergognoso. Così scrive un ufficiale medico alla moglie il 25 Luglio 1944, internato nei pressi di Atene. In questa frase si riassume gran parte della vicenda, pressoché dimenticata, degli IMI, gli Internati Militari Italiani. Se vengono citate le parole “Auschwitz”, “Shoah”, “Resistenza”, “SS”, tutti noi sappiamo di cosa si stia parlando, ma la sigla IMI è priva di significato per la maggior parte delle persone. A maggior ragione lo è per le nuove genera50

DI GIANLUCA ROSSINI MEMORIA DELLA DEPORTAZIONE DELL’ISCOP

zioni. La Resistenza e la lotta di Liberazione sono due pietre miliari della nostra Repubblica, grazie alle quali l’Italia si è in parte riscattata dall’onta di essere stata alleata con il Reich di Hitler. Ma in realtà esiste un’altra vicenda che forse rende ancora più merito all’Italia e in modo particolare all’esercito italiano: questa vicenda è proprio quella che riguarda gli IMI. L’8 Settembre 1943 il Maresciallo d’Italia Badoglio annuncia alla radio che è stato firmato un accordo di resa incondizionata (che gli italiani chiameranno armistizio) con le truppe Alleate. Mussolini era stato arrestato già dal 25 Luglio. Gli Alleati avevano occupato la Sicilia. A Badoglio era stato affidato il governo dal Re Vittorio Emanuele III (lo stesso re che aveva permesso l’ascesa di Mussolini e la marcia su Roma). Badoglio aveva il compito, oltre che di gestire gli affari correnti, di trattare la resa con gli alleati, in quanto la guerra (alla quale Mussolini aveva voluto fortemente partecipare) aveva fiaccato l’Italia e rischiava di trascinarla sempre più verso la miseria e la bancarotta. La data dell’8 Settembre è chiamata da molti il giorno dello “sbandamento”. Infatti, a seguito delpromemoria_NUMEROZERO


l’annuncio radiofonico dell’avvenuta firma della resa, avvenne un fatto cruciale per l’esercito italiano: ci fu un completo sbandamento di tutto il gruppo dirigente militare; a cominciare da Badoglio passando per tutti i generali di corpo d’armata, fino a tutti gli ufficiali. Nessuno sapeva quali erano gli ordini. I nazisti erano diventati nemici? Si tornava tutti a casa? Bisognava cedere le armi? Bisognava combattere al fianco di coloro che fino a quel momento erano stati i nemici, e cioè gli Alleati? Nessun ufficiale sapeva nulla. O meglio gli ordini che avevano ricevuti erano confusi e contraddittori. Il Re fuggì da Roma per rifugiarsi al sicuro nei territori occupati dagli Alleati e con lui anche Badoglio e tutto il governo italiano. L’esercito tutto fu allo sbando! Hitler aveva previsto da tempo che l’Italia avrebbe ceduto agli Alleati e da tempo aveva preparato diversi piani (il più famoso è l’ACHSE) per l’invasione e il successivo controllo dell’Italia. In diverse zone d’Europa e d’Italia i nostri soldati erano in numero preponderante rispetto alla Wehrmacht, ma la mancanza di ordini precisi fu fatale. In pochissimi giorni l’esercito tedesco e le SS riuscirono a disarmare centinaia di migliaia di soldati italiani. Ci furono episodi di resistenza e addirittura di ribellione, tra i quali il più famoso è senz’altro quello di Cefalonia. Da qui ha inizio quella che è forse la vicenda più tragica ma anche, forse, più eroica dell’esercito italiano, la vicenda degli IMI appunto. Per i nazisti gli italiani erano traditori; li chiamavano “Badoglien” in senso dispregiativo. Per Hitler (ma anche per tutti i tedeschi) gli italiani dovevano subire una punizione esemplare. Quindi l’arresto e la deportazione nei campi di prigionia e lavoro (Stammlager) non era abbastanza punitivo, perché, in qualità di prigionieri di guerra, avrebbero avuto diritto al rispetto della Convenzione di Ginevra, alle visite della Croce Rossa Internazionale e, soprattutto, avrebbero avuto il diritto di non sottostare ai lavori forzati. Ma gli italiani dovevano esser puniti. Quindi Hitler escogitò la soluzione: i militari italiani prigionieri non vennero definiti prigionieri di guerra ma bensì Internati Militari Italiani (IMI - Italienische Militär-Internierten). Non essendo così prigionieri di guerra non avevano il diritto a tutti quei “privilegi” riservati ai prigionieri Alleati. Potevano quindi essere impiegati come lavoratori forzati (la Germania era al collasso e quindi aveva una gran necessità di lavoro a costo zero). Ma questo non era ancora abbastanza. Quindi intervennero considerazioni di carattere razziale: gli italiani erano, per loro natura, infidi e inaffidabili, con scarsa propensione al sacrificio e sulla scala razziale vennero “degradati” ad un livello molto basso, seguiti solo dagli Slavi (i Russi principalmente). Questo fece sì che le condizioni di vita dei giovani militari italiani nei campi di prigionia furono da subito tremende. Costretti a dormire a decine in baracche costruite per poche unità. I più fortunati con un’unica stufa per scaldarsi. Senza diritto ad avere coperte o ve-

* Giovannino Guareschi, Diario clandestino, Rizzoli, 1949, più volte ripubblicato. Catturato il 9 Settembre 1943 ad Alessandria, liberato il 16 Aprile dagli alleati, Giovannino Guareschi (1908 - 1968) fu uno degli oltre 700mila internati militari italiani. Trascorse gli anni di prigionia in Polonia, tra i lager di Bremerworde, Sandbostel, Czestochowa, Benjaminovo e Wietzendo; tornò in Italia il 4 Settembre 1945.

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stiti invernali (furono catturati in Settembre, quindi tutti indossavano divise estive). Le razioni di cibo erano le stesse riservate ai Russi: una brodaglia di rape e pane (fatto di poca segale, segatura e acqua). Costretti a turni di lavoro massacranti e in condizioni impossibili, soprattutto a patire il freddo (un sopravissuto ha parlato di 40 gradi sotto zero). Non avevano diritto di ricevere aiuti dalla Croce Rossa. Fucilati se colti a raccogliere bucce di patate o altri rifiuti di altri prigionieri (i fortunati Alleati!). Ma i nazisti, aiutati dal neonato esercito Repubblichino, promettevano ai prigionieri italiani che la loro condizione poteva essere nettamente migliorata se solo avessero acconsentito ad aderire al nuovo esercito di Mussolini (liberato il 12 Settembre 1943 dai tedeschi), a fianco dei nazisti. Ebbene la quasi totalità dei soldati italiani (ben 760mila su 810mila totali) preferirono le sofferenze e alcuni la morte piuttosto che cedere! Qui sta l’eroismo e l’orgoglio del popolo italiano. Non solo coloro che si dettero alla macchia e com-

batterono nelle file partigiane hanno quindi riscattato l’onore Italiano ma anche gli IMI, con le loro sofferenze e la loro determinazione vi contribuirono. L’ISCOP (Istituto di Storia Contemporanea della provincia di Pesaro e Urbino) sta svolgendo una ricerca per dare un nome a tutti gli IMI della nostra provincia. Il lavoro si dovrebbe concludere entro il 2010 con la pubblicazione di un libro. Dai primi dati raccolti presso l’archivio di stato di Pesaro e quello di Ancona, sono scaturiti (alla data in cui si scrive) 263 nomi di IMI che nacquero nei nostri 5 comuni o che qui risiedevano (55 nati a Cobordolo, 42 nati a Monteciccardo, 42 nati a Montelabbate, 29 nati a Sant’Angelo in Lizzola, 50 nati a Tavullia e 45 nati altrove ma residenti nei cinque comuni dell’attuale Unione Pian del Bruscolo). Di questi sappiamo che 18 morirono in prigionia e che solo 2 decisero di aderire alla RSI. Credo che questi numeri (ancorché provvisori) possano essere motivo di orgoglio per la nostra comunità.

Gli internati militari di Pian del Bruscolo Questi, a tutt’oggi (la ricerca dell’ISCOP citata sopra è tuttora in corso), i nomi degli internati militari nati o residenti nei Comuni di Pian del Bruscolo. Li presentiamo suddivisi a seconda del Comune di nascita indicando, ove disponibili, il Comune di residenza, se diverso da quello di nascita, e l’occupazione svolta; segnaliamo anche gli internati militari nati in altri Comuni della provincia di Pesaro ma residenti nel territorio di Pian del Bruscolo: in questo caso il Comune di nascita è riportato tra ( ). COLBORDOLO Guerrino Amadori; Dino Andreini, Pesaro, muratore; Quinto Antonelli, colono; Leonardo Bacciardi, contadino; Aristide Baldelli; Silvano Bastianelli, Montelabbate, contadino; Olivio Bertuccioli; Ubaldo Bezziccheri, bracciante; Giuseppe Bisel-

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li; Luigi Boschi; manovale; Ciro Brenda, Schieti di Urbino, contadino; Edo Brenda, colono; Guelfo Cartoceti, commerciante; Oreste Cereti, colono; Elso Cioppi, muratore; Aroldo Corsini, meccanico; Dino Donati, colono; Guerrino Fabi; Filodelfo Facchini, Petriano, falegname;Adamo Feduzi, Petriano, manovale; Mario Filippini; Gino Fiorini, bracciante; Giuseppe Foschi, contadino; Fernando Fradelloni; Faustino Fraternali, bracciante; Pasquale Fraternali, colono; Giovanni Gambini, colono; Domenico Giavoli; Livio Guidi, colono; Arturo Liera, bracciante; Ilario Aldo Giuseppe Liera; Domenico Marchionni, colono; Aldo Marcolini, Montelabbate, colono; Guerrino Marcolini, Monteciccardo; Antonio Marzi; Cleto Morelli, Saludecio, contadino; Dante Ondedei, colono; Egiziano Palestroni, falegname; Ferrino Paolucci, Gallo di Petriano, contadino; Edo Piermattei, Urbino, barbiere; Augusto Raffaelli, bracciante; Gennaro Righi, con-

tadino; Elio Romani, autista; Primo Ruggeri, contadino; Astorre Sorcelli, colono; Antonio Spezi, Urbino, contadino; Elvino Spezi, Urbino, colono; Nino Tagliabracci, muratore; Primo Tagliabracci, Gallo di Petriano, contadino; Sergio Ugoccioni, studente; Delvino Uguccioni, contadino; Giuseppe Uguccioni, contadino; Alfonso Uguccioni; Carlo Volponi, contadino; Dino Zaccarelli, contadino. Vittorio Ambrogiani (Urbino), bracciante; Aldo Bacchiani (Ginestreto [Comune fino al 1929]), contadino; Gino Battistini (Mondaino), colono; Vittorio Cipolletta (Osimo), colono; Elio Ciselli (Urbino), colono; Marino Duranti (Montefelcino), colono; Paolo Furiassi(Fermignano); Enrico Leonardi (Petriano), impiegato; Pierino Macci (Serrungarina); Nicola Mazzini (Urbino), contadino; Elvino Palazzi (Mondaino); Angelo Patrignani (Montefelcino), contadino; Antonio Persipromemoria_NUMEROZERO


ci (Urbino), contadino; Ferrino Piovaticci, (Urbino) contadino; Giuseppe Ruggeri (Montefelcino), sellaio; Roberto Spada (Lecce), studente. MONTECICCARDO Guglielmo Albertini, contadino; Nizio Albertini, Mombaroccio; Ezio Allegrucci, sellaio; Guerrino Amadori, contadino; Ottavio Amadori, Colbordolo, mugnaio; Mario Angelini, bracciante; Vincenzo Antini, contadino; Arsenio Ascani, Pesaro, barbiere; Igino Bonazzoli, contadino; Giuseppe Bonazzoli, contadino; Fernando Carnaroli; Persio Cinolini; Antonio Denti, panettiere; Pietro Dorazi; Carlo Ferri, fornaio; Agostino Federici, Montefelcino, bracciante; Vincenzo Gabbani, Pesaro, marmista; Marino Gabrielli, Pesaro, colono; Talmino Gabrielli, contadino; Tranquillo Gabrielli, colono; Primo Giangolini, Fano; Flavio Giorgi, fabbro meccanico;Tito Giorgi, manovale; Dante Gili, Sant’Angelo in Lizzola, fabbro; Marino Giovanelli, contadino; Adamo Gregori, colono; Sergio Gregori, contadino; Luigi Lucchini, contadino; Antonio Mainardi; Nazzareno Marinelli,contadino; Giuseppe Palazzi, colono; Sebastiano Paolucci, Pesaro, tappezziere; Giuseppe Panicali, meccanico; Dario Pierleoni, colono; Giuseppe Piermaria, Sant’Angelo in Lizzola, contadino; Giuseppe Righi, colono; Domenico Santini, Pesaro, colono; Adamo Sperindio; Guerrino Tonelli, colono; Gino Uguccioni, Montelabbate, bracciante; Mario Vagnini; Giulio Vitali, fornaio. Renato Biagioni (Pesaro), contadino; Elvidio Calcinari (Mombaroccio), colono; Gaspare Cecchini (Pesaro), contadino; Giovanni Frascali (Mombaroccio), contadino; Artide Rosati; Luciano Tonucci (Pesaro), bracciante. MONTELABBATE Gennaro Arduini contadino; Guerrino Balducci, colono; Luigi Ballarini, muratore; Gennaro Basili; Carlo Bertuccioli, colono; Ribello Brigidi, carrettiere; Pietro Cambrini; Carlo Carloni, commerciante; Giuseppe Carnaroli, muratore; Marino Carnaroli; Libero Casabianca, ebanista; Giuseppe Cassiani, Sant’Angelo in Liz-

zola, contadino; Guido Cassiani, barbiere; Gigino Cesarini, colono; Caffiero Clini; Tranquillo Dall’Acqua, contadino; Tonino De Carli, Urbino; Emilio Donzelli, contadino; Giovanni Ferri; Gino Galeazzi; Fermino Gili, contadino; Cinzio Magi, manovale; Peppino Magnini, contadino; Gennaro Marchionni, contadino; Sergio Mariani; Elso (?) Mazzanti, muratore; Anselmo Mazzoli, Sant’Angelo in Lizzola, contadino;Tonino Ovani;Venerino Pasquini, contadino; Mario Pianosi, Monteciccardo, sellaio; Giovanni Pierfelici, fornaio; Solindo Piermaria, contadino; Giocondo Ridolfi, contadino; Claudio Romani; Renzo Romani, impiegato; Settimio Rossi, Colbordolo, contadino;Terzo Rossi, Colbordolo, colono; Enrico Ruggeri, Sant’Angelo in Lizzola, contadino; Gino Sabatini; Aristodemo Santangeli, Pesaro, contadino; Giuseppe Simoncelli, Gabicce, contadino; Domenico Taboni, barbiere; Sante Tegaccia. Tonino Gregori (Fiorenzuola di Focara), contadino; Achille Lucchetta (Parigi); Giulio Pirani (Petriano), contadino; Silvio Stefanelli (Urbino), contadino; Vedasto Ridolfi (Pesaro), colono; Antonio Biondi (Urbino); Francesco Gramolini (Fiorenzuola di Focara); Severo Pennacchini (Urbino), calzolaio. SANT’ANGELO IN LIZZOLA Ettore Alessandroni, barbiere; Gino Angelotti, Montelabbate, contadino; Giovanni Bacciaglia, Pesaro, manovale; Mario Badioli, contadino;Valentino Balduini, Mombaroccio, contadino; Paolo Barilari, Pozzo Basso, contadino; Umberto Bertuccioli, Pesaro, muratore; Arnoldo Binda, Pesaro, fruttivendolo; Gino Carnaroli, Colbordolo, autista; Luigi D’Orazi, fruttivendolo; Raffaele Ferri, contadino; Ugo Giombini, calzolaio; Francesco Giovannini, calzolaio; Alfio Lazzari, sellaio; Attilio Mancini, commerciante; Anteo Olivieri, muratore; Giuseppe Olivieri, meccanico; Pierino Paci, meccanico; Giuseppe Paolinelli, muratore; Ugo Pentucci, manovale; Antonio Ricci, Pesaro, bracciante; Alfredo Ricci, contadino; Gianino Simoncelli; Emilio Spadoni; Alberino Stramigioli; Guido Tonti, contadino; Mario Tonti, colono; Ezio Ugolini, Monteciccardo, colono;

Adamo Verni, contadino. Angelo Barilari (Gradara), contadino; Washington Luccarini (Urbino), contadino; Guido Mazzoli (Pozzo Alto), muratore; Salvatore Ringucci (Montefiore Conca), contadino. TAVULLIA (fino al 1938 Tomba di Pesaro) Anselmo Baiocchi; Nando Baiocchi, contadino; Odoardo Ballerini, contadino; Delcio Banini, contadino; Bernardino Bardeggia; Matteo Bartolucci, accordatore fisarmoniche; Corrado Benedetti, meccanico; Luigi Benelli;Valentino Benelli, contadino; Pio Benvenuti, colono; Aldo Bertuccini, contadino; Guerrino Binda, Gradara, muratore; Edo Casoli, fornaio; Daniele Del Bianco; Giacinto Della Chiara, colono; Italo Della Chiara, contadino; Nicola Della Chiara, contadino; Duilio Della Costanza, agricoltore; Luigi Di Carlo, studente; Domenico Esposto, contadino; Guido Esposto; Gennaro Fossati, contadino; Alceo Franca, contadino; Guglielmo Franca, Pesaro, contadino; Germano Frulla, Pesaro, contadino; Pietro Galeazzi; Luigi Galli, colono; Plinio Gaudenzi, colono; Igino Gessi, contadino; Alceo Giorgi, contadino; Angelo Giunta, Pesaro, muratore; Primo Grandicelli, contadino; Odoardo Gurini, colono; Eugenio Lucarelli, meccanico; Odoardo Mancini, contadino; Luigi Marcantoni; Elvino Marcolini, contadino; Edo Massalini; Olinto Moratti; Ugo Pacassoni, barbiere; Agostino Patrignani, contadino; Igino Ricci, colono;Vasinto Salvatori, colono; Primo Sandroni, contadino; Lazzaro Sarti, colono; Giuseppe Sartini, barbiere; Renato Savini, contadino; Aldo Tenti, agricoltore; Alfredo Terenzi, colono; Romualdo Torriani, contadino. Giuseppe Di Cecchi (Pesaro), colono; Tonino Di Cecchi (Pesaro), contadino, Agostino Fraternali Meloni (Urbino), colono; Getulio Giorgiani (Pesaro), contadino; Claudio Guidi (Montecalvo in Foglia), colono; Ferdinando Magnanini (Sassocorvaro), contadino; Pero Marcolini (Montegridolfo), colono; Pierino Serafini Gradara), carrettiere; Vincenzo Tardini (Auditore), contadino; Gino Zanca (Montefelcino), contadino.

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Sant’Angelo in Lizzola, 1915. Fiat lux avvenne ieri

LA NOTTE DI CAPODANNO DEL 1915 ENTRA IN FUNZIONE A SANT’ANGELO IN LIZZOLA LO SPLENDIDO IMPIANTO DI ILLUMINAZIONE ELETTRICA. ECCO COME DUE PERIODICI DELL’EPOCA RACCONTANO L’AVVENIMENTO A CURA DI

SANT’ANGELO IN LIZZOLA, 1910. POPOLAZIONE RIUNITA 883 NON RIUNITA 1.332 TOTALE 2.215

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CRISTINA ORTOLANI

La sera dell’ultimo giorno dell’anno venne festeggiata l’inaugurazione della luce elettrica. Il concerto cittadino ha gentilmente prestato l’opera sua svolgendo un buon programma sulla piazza del paese sfarzosamente illuminata per l’occasione. Indi numerosi cittadini si riunirono a fraterno banchetto. La sala era illuminata a cura della Ditta in modo splendido. L’intervento dell’intera cittadinanza fu una solenne affermazione di stima e di affetto verso la Ditta Andreatini e Lardoni per la sua coraggiosa iniziativa dell’impianto elettrico. Allo champagne, offerto della Ditta, si diede l’inizio ai brindisi. Si levò primo a parlare il Segretario De La Ville, il quale si disse incaricato dall’Amministrazione Comunale, di porgere alla Ditta l’espressione sincera della piena soddisfazione degli amministratori e della cittadinanza per lo splendido impianto. Parlò indi il Cav. [Luigi] Marcolini che sciolse un inno a questa energia di cui è stato dotato il paese, augurando che da questa energia sorga un’era novella di fecondo lavoro. Dopo altri brindisi tutti improntati a sentimenti entusiastici verso la Ditta sorse a parlare il Sig. Andreatini Giuseppe che, anche a nome del socio Lardoni [Cesare Lardoni, veterinario], ringraziò tutti per la solenne dimostrazione fattagli, ed affermò che tutta l’opera della Ditta avrà sempre per mira il bene del paese. A mezzanotte, col sorgere del nuovo anno, gli adunati si sciolsero, scambiandosi calorosi auguri (“L’Idea”, 16 Gennaio 1915). promemoria_NUMEROZERO


Sant’Angelo in Lizzola, 1913. Gruppo di Santangiolesi alla Villa Marcolini. Da sinistra a destra, seduti: il segretario comunale Ferdinando De La Ville Sur Illon, il maestro Celestino Pizzagalli; in piedi: Andrea Marcolini, il maestro Duilio Tacconi, Gino Guidi, il farmacista Giuseppe Andreatini, l’ex maresciallo Emilio Giacomazzi, Antonio Pucci, Sandro Andreatini (fotografia Cesare Lardoni, Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo Giovanni Gabucci). L’indicazione delle persone ritratte è riportata dallo stesso Giovanni Gabucci sul retro della fotografia.

Si è inaugurata nel nostro paese l’illuminazione elettrica fornita dalla Ditta Andreatini - Lardoni di qui. La luce è chiara, splendida, di soddisfazione generale, fa onore alla Ditta ed accresce il decoro di questo paese, che per la sua eleganza, nettezza e vita industriale e commerciale arieggia a cittadina. Anche il telefono ha incominciato a funzionare e fra non molto speriamo di vedere attuata la corsa automobilistica. Così avremo a nostra disposizione tutti i mezzi dei quali l’attività moderna si conforta e si serve per svilupparsi nelle industrie e nei commerci. A festeggiare l’illuminazione della luce elettrica si è tenuto un banchetto con intervento anche di gentili signore e signorine, splendidamente riuscito (“La Provincia”, 3 Gennaio 1915). promemoria_NUMEROZERO

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GIUSEPPE ANDREATINI Il nonno Peppino sembrava un signore rinascimentale. (...) Uomo colto, le sue passioni erano il teatro e la meccanica. Aveva un’officina, cosi lui la chiamava, tutta tappezzata di utensili e arnesi di ogni foggia e grandezza, con cui, insieme a un suo lontano cugino, faceva ogni sorta di oggetti e di invenzioni. Era un fervido ammiratore di tutto ciò che significasse novità e progresso. Era stato lui che a Sant’Angelo aveva fatto arrivare la luce elettrica; ed era stato sempre lui ad aprire una filiale della Banca Popolare. Quando si era sposata la figlia, mia madre, appunto, aveva voluto una festa grandiosa. Non fu un matrimonio privato, ma fu simile a quello che fanno gli eredi al trono: il nonno aveva voluto che tutto il paese partecipasse, e anche i paesi vicini. I pasticcieri del luogo erano stati tutti mobilitati; il rinfresco era aperto a tutti, e la piazza del paese era diventata un enorme salotto, pieno di tavole imbandite. Montagne di bignè alla crema erano dappertutto. (...) Del suo passato conoscevo poco. Sapevo che da giovane avrebbe voluto fare l’ingegnere, ma che la morte prematura del padre l’aveva costretto a ripiegare sulla facoltà di farmacia. Orfano a vent’anni e con una sorella e un fratello molto più piccoli di lui da mantenere, aveva dovuto prendere in mano la farmacia del padre. Sapevo, poi, che anni addietro lui e la nonna erano stati grandi attori: c’era una stanza nella loro casa piena di fotografie che li ritraevano coi costumi dei personaggi che avevano interpretato e portato sulle scene del bellissimo teatro di Sant’Angelo (Laura Marcucci, da Il cuore in viaggio, 2000). 56

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LA LUCE ELETTRICA, COEFFICIENTE DI CIVILTÀ Ginestreto, 18 Gennaio 1915. Domenica 17 corrente anche il nostro paese a cura della Spettabile Ditta Andreatini e Lardoni, è stato illuminato a luce elettrica. Alle ore 19 il Concertino musicale, diretto dal M° Pavoni, ha suonato allegre marce. Alle 20, a compimento della festa, si è tenuto un modesto banchetto cui presero parte quasi tutti i Consiglieri e molti cittadini del paese e anche di Sant’Angelo. All’Asti spumante, dono gentile della Ditta fornitrice della corrente, si sono fatti i brindisi e discorsi, fra i quali quello del Maestro Comunale del luogo e quello del Segretario di Sant’Angelo inneggianti alla luce come coefficiente di civiltà e progresso, e come gloria italiana, nella persona del grande fisico Alessandro Volta. La lieta riunione si protrasse fino a tarda ora, lasciando in tutti ottima impressione (“L’Idea”, 23 Gennaio 1915).

In alto, a destra: carta intestata della ditta Andreatini e Lardoni (Archivio comunale di Sant’Angelo in Lizzola); sullo sfondo: modello da sera, inverno 1913, da “La nouvelle mode,” Parigi, 30 Novembre 1913 (raccolta privata, Pesaro). La rivista proviene dall’archivio privato di una nobildonna dei dintorni di Sant’Angelo in Lizzola, che per il suo guardaroba effettuava regolari ordini a Parigi. Nella pagina precedente: 1° Gennaio 1915, Ditta Andreatini e Lardoni, Prospetto dell’illuminazione pubblica nel Comune di Sant’Angelo in Lizzola (Archivio comunale di Sant’Angelo in Lizzola); Sant’Angelo in Lizzola, 1920-’30: Giuseppe Andreatini insieme con i nipoti, figli del fratello Alessandro (fotografia P. Belli, Pesaro; raccolta Giovanni Marcucci, Montelabbate).

UN’ORRIBILE DISGRAZIA Ginestreto, 4 Marzo 1915. Un’orribile disgrazia ha funestato il nostro paese. Martedì il giovane operaio Renzini Ciro della ditta Andreatini - Lardoni, mentre attendeva alla verniciatura dei sostegni di ferro per i fili ad alta tensione, per causa imprevista, cadde dalla scala in forte dislivello presso le mura del paese. Un quarto d’ora dopo, assistito da alcuni pietosi, moriva compianto da tutti senza distinzione di parte. Giovedì seguirono i funerali imponentissimi. Gremita la nostra Arcipretale durante l’officiatura, accompagnata da buona musica. Lunghissimo il corteo che dal nostro paese accompagnò il feretro al Camposanto di Sant’Angelo, sua patria. (...) Notate 15 corone. Prestarono ottimo servizio i concerti di Ginestreto e Sant’Angelo in Lizzola. In segno di lutto i negozi di Sant’Angelo in Lizzola durante il corteo rimasero chiusi. (...) I funerali furono fatti per cura della ditta Andreatini - Lardoni (“L’Idea”, 6 Marzo 1915).

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1915. ORARIO DELL’ILLUMINAZIONE Gennajo dall’Ave Maria alle ore 7 del mattino Febbrajo dall’Ave Maria alle ore 6 del mattino Marzo dall’Ave Maria alle ore 5 del mattino Aprile dall’Ave Maria alle 4 1/2 del mattino Maggio dall’Ave Maria alle 4 del mattino Giugno dall’Ave Maria alle 3 del mattino Luglio dall’Ave Maria alle 3 del mattino Agosto dall’Ave Maria alle 3 1/2 del mattino Settembre dall’Ave Maria alle 4 1/2 del mattino Ottobre dall’Ave Maria alle 5 del mattino Novembre dall’Ave Maria alle 6 1/2 del mattino Dicembre dall’Ave Maria alle 7 del mattino

FONTI E TRACCE Archivio comunale di Sant’Angelo in Lizzola, b. 294 (1915), fasc. Luce elettrica. “L’Idea”, 16 Gennaio, 23 Gennaio, 6 Marzo 1915. Giovanni Gabucci, A casa nostra, conferenza tenuta nel Marzo 1948 al cinema “G. Branca” di Sant’Angelo in Lizzola (Archivio parrocchiale San Michele Arcangelo, Sant’Angelo in Lizzola). Laura Marcucci, Il cuore in viaggio, Roma 2000.

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Municipio di Sant’Angelo in Lizzola, Ordinanza del sindaco Vincenzo Sallua per misure preventive contro eventuali bombardamenti, 1915-1918 (Archivio comunale di Sant’Angelo in Lizzola). Nella pagina precedente: Sant’Angelo in Lizzola, primi anni del ‘900. Il Borgo (fotografia Uguccioni, Pesaro; Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo Gabucci); Comune di Sant’Angelo in Lizzola,1915: Schema del Capitolato per l’illuminazione pubblica, Orario dell’illuminazione (Archivio comunale di Sant’Angelo in Lizzola); sullo sfondo: Sant’Angelo in Lizzola, Panorama, 1922 (cartolina, ed. Garattoni, Sant’Angelo in Lizzola; Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo Gabucci).

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Ci dicono che siamo della mano nera centolire | 1

NEL PERIODO 1880 - 1915 APPRODANO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA OLTRE QUATTRO MILIONI DI ITALIANI. TRA LORO ANCHE MOLTI ABITANTI DI PIAN DEL BRUSCOLO, CHE VARCARONO L’OCEANO IN CERCA DI FORTUNA. IN QUESTE PAGINE RICORDIAMO ALCUNE DELLE LORO STORIE DI

Ellis Island, 8 Maggio 1905. Dal piroscafo Città di Napoli sbarcano Giovanni Di Luca, trentaquattrenne originario di Montelabbate, la moglie Augusta Cassiani (trentadue anni, nata a Montecchio di Sant‘ Angelo in Lizzola), e la loro bimba Candida, di soli due anni. Sono partiti da Genova il 20 Aprile, insieme con un folto gruppo di montelabbatesi, del quale fanno parte anche il fratello e la sorella di Giovanni, Amato e Virginia, i loro rispettivi consorti Ada e Pietro Nobili; tutti sono diretti a Grenville, nello stato del Mississippi, dove intendono raggiungere i loro conoscenti (friends) Pietro Bucci di San Giorgio di Pesaro, arrivato nel Novembre 1903 (e all’epoca diretto nel Massachusetts), e Nazzareno Magnini di Pozzo Alto, arrivato alla fine del 1904. 60

CRISTINA ORTOLANI

Tutti sono registrati come contadini. Giovanni dichiara di possedere trenta dollari, Augusta venti. Nessuno di loro è mai stato negli U.S.A.; tutti dichiarano di avere già il biglietto per la meta del loro viaggio, e tutti risultano in buono stato di salute. Per gli impiegati dell’ Ufficio Immigrazione, che compilano i registri da cui abbiamo tratto queste informazioni, Montelabbate è situato nell’Italia meridionale (South Italy). Nel 1917 uno dei figli di Virginia Di Luca e Pietro Nobili viene ucciso, vittima di un delitto passionale. Così, dopo la conclusione del processo che vedrà assolto il colpevole, Virginia scrive al fratello Giovanni e alla cognata Augusta, da tempo tornati in Italia. promemoria_NUMEROZERO


Indianola, Mississippi (U.S.A.), 29 Gennaio 1918 Carissimo fratello e famiglia rispondo alla tua lettera e mi scuserai che ho tardato a scriverti. Abbiamo cambiato posto, non sapevo il numero della posta e ho voluto aspettare anche della causa. Per quell’assassino è andata bene, è fuori in libertà, ha pagato tanta moneta [e] dalla moneta ha vinto: gli avvocati suoi ci hanno fatto passare che siamo della mano nera, che gli italiani non sono degni d’andare alla corte e poi ci ha fatto passare di tutte le qualità. Per vincere la causa gli avvocati sono pagati, a loro non gli importa di dir le bugie, qua vale la moneta non la ragione, caro fratello, credimi pure che io sono in un grande dispiacere perché aver tutta la ragione e perdere… almeno se avessero dato la condanna mi sarebbero passati un po’ di dispiaceri. Come ha tribolato il mio caro figlio che avesse tribolato anche lui, ma invece lui gode e cammina e il mio non lo vedo più. Credimi pure che il dispiacere è grande, e mai più avrò pace fin tanto che campo. Non ti dico più altro che la testa mi va via (...) Caro fratello ti faccio sapere che quelli di casa stanno tutti bene come ti ho detto prima e come credo di voialtri pure che state tutti bene. Quel caro di nostro padre come è diventato piccolino, ma quando sta bene non fa niente se è piccolino. Mi raccomando che gli vuoi bene anche per me che io sono lontano e lui ne ha fatte tante per noi. Bacialo tanto per me caro fratello. Io ti spedisco scudi 20: dieci scudi farai dire tutte messe per la mamma nostra, per quel caro figlio, per la madre di Guerrino e per i genitori di Pietro, ne farai dire tanto per uno, senza far tanta spedizione con la moneta e poi sento a Domenico che non può nemmeno camminare, fa tutto te che è lo stesso. Questa moneta la spedisco per telegramma perché per posta… questo è il mio indirizzo Indianola Miss. box 292. Virginia Di Luca Nobili (raccolta Anna Capponi Donati, Sant’Angelo in Lizzola)

Dall’alto: Virginia Di Luca con il marito Pietro Nobili, 1920-’30; Augusta Cassiani con il marito Giovanni Di Luca e la figlia Candida, 1900-’10. Nella pagina precedente, la lettera di Virginia Di Luca al fratello Giovanni (raccolta Anna Capponi Donati, Sant’Angelo in Lizzola).

Dall’Elenco dei passeggeri del piroscafo Città di Napoli, arrivato al porto di New York l’8 Maggio 1905 (www.ellisisland.org) Nome e cognome

Età

Stato civile

Pietro Nobili Virginia [Di Luca] (moglie) Emilio (figlio) Dante (figlio) Albina (figlia) Domenico Nobili Augusta (moglie) Guerrino (figlio) Teodoro (figlio) Ciro (figlio) Terenzio Nobili Giovanni Di Luca Augusta [Cassiani] (moglie) Candida (figlia) Amato Di Luca Ada (moglie)

33 32 8 6 1 34 40 16 4 1 69 34 32 2 23 21

sposato sposata

sposato sposata

celibe [single] sposato sposata sposato sposata

Sa leggere e scrivere

Professione

sì sì no no no sì no no no no no sì sì no no no

contadino contadino contadino contadino contadino contadino contadina contadino contadino contadino contadino contadino contadina contadina contadina contadina

Se va a raggiungere un parente o un amico, e dove

Se possiede almeno 50 dollari (se meno, quanti?)

Pietro Bucci (Grenville, Mississippi)

40 [Pietro,Virginia e i loro figli dichiarano di possedere 40 dollari in totale]

Alfredo Bucci (Grenville, Mississippi)

30 [Domenico, Augusta e i loro figli dichiarano di possedere 30 dollari in totale]

Nazzareno Magnini (Grenville, Mississippi)

30 20 24 10

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Da Montelevecchie alla Merica. Con gli occhi della Loffa centolire | 2

MERICA, MERICA. MA NON C’È SOLO LA VICENDA DELL’EMIGRAZIONE HA ANCHE IL VOLTO DI CHI ASPETTA A CASA, COME ADOLFA ANTONELLI, SPOSA DI ANASTASIO MACCHINI,

CHI PARTE.

DONNA FORTE E GENEROSA DI

Che invenzione la fotografia. Ricordo ancora la prima volta che ho visto scattare una foto: in posa c’era mia madre Marianna Duchi, nell’aia di casa. Mi è parso subito un miracolo. Anche io mi sono fatta fotografare, sapevo che era l’unico modo per essere ricordata anche dopo la morte. Lasciate che mi presenti: sono Adolfa Antonelli, un metro e mezzo d’altezza, una vita vissuta quasi tutta nel paesino di Belvedere Fogliense. Sono nata nel 1883 e la mia vita è stata lunga (sono morta a 81 anni nel 1964); sin da piccola ho cominciato a lavorare nei campi. Mio padre Raffaele faceva il bracciante e noi lo aiutavamo. A 21 anni mi sono sposata con Anastasio Macchini, anche lui di Belvedere (ancora si chiamava Montelevecchie), un uomo buono e onesto che mi ha resa felice. Sono sempre stata una donna forte, dura; non mi sono mai lasciata sopraffare dagli eventi e non ho mai pianto, mai. Non ho pianto quando Anastasio ha deciso di partire in cerca di fortuna per l’America, lasciandomi sola e incinta al nono mese di Ugo; non ho pianto quando al suo ritorno è stato chiamato in guerra, lasciandomi di

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LAURA MACCHINI

nuovo sola e incinta del terzogenito Menotti; non ho pianto quando nel ‘18 morì dopo solo venti giorni di vita il mio piccolo Gaetano, neppure quando qualche mese dopo Anastasio morì, lasciandomi vedova a trent’anni e con tre figli da mantenere. Non ho pianto quando anni dopo, nel 1943, persi in un mese mia nuora Cesira e mio figlio Menotti, morti entrambi a 28 anni per un male incurabile. A cosa sarebbe servito piangere? Io non ho mai voluto pensare troppo a chi non c’era più, ma sempre a chi rimaneva e dipendeva da me: i miei figli, mia nipote rimasta senza madre. Insomma, ho sempre pensato che una donna non avesse tempo per lagnarsi tanto, ma il suo destino fosse quello di stringere i denti e andare avanti. Ho fatto tanti lavori per mantenere la famiglia. Ho aiutato Anastasio nella sua attività di commerciante: lui forniva ghiaia, sabbia e pietre al Comune e ai costruttori. Avevamo un carretto tirato da un asino per le consegne e io lo aiutavo a caricarlo. Nel frattempo badavo promemoria_NUMEROZERO


alla casa, all’orto e ai figli. Dopo nove anni di matrimonio la miseria era davvero insostenibile ed è per questo che Anastasio decise di andare in America, a New York. Era un viaggio lungo, faticoso, insicuro, ma del resto sua sorella Ida era già andata là nel 1907, nella lontana America e si era stabilita a Port Clinton, Ohio, con il marito Angelo Magi; ci mandava lettere rassicuranti, se la passava bene. Anastasio decise di tentare: partì con gli amici di sempre Luigi e Clemente Massalini e suo cugino Giuseppe. Salparono da Genova sul piroscafo America della compagnia La veloce e giunsero sani e salvi il 15 Aprile del 1913. Nel frattempo, otto giorni prima, io avevo partorito il nostro secondogenito Ugo. Avevamo già avuto Maria, ma questa volta era un maschio, per questo mi sarebbe piaciuto che Anastasio potesse vederlo, sarebbe stato fiero di lui e di me. Quegli anni di lontananza furono duri, ma i soldi che arrivavano ci facevano tirare avanti con dignità. Il soggiorno in America durò poco: dopo un anno Anastasio tornò, e nel ‘15 nacque nostro figlio Menotti. Ma ancora una volta Anastasio dovette lasciarmi, questa volta chiamato alle armi. Era dura vivere senza sapere se stesse bene, se fosse vivo. Le cartoline che arrivavano dal fronte erano scarse e sbrigative. Due anni dopo ritornò a casa per un po’, il tempo necessario per concepire il nostro ultimogenito Gaetano, che morì dopo soli venti giorni dalla nascita. Anastasio nel frattempo era già ripartito per la guerra e, qualche mese dopo, anche lui se ne andò per sempre: fu ricoverato all’Ospedale militare di Faenza per complicazioni polmonari e non ci fu nulla da fare. Rimasi sola ancora una volta, con mio padre Raffaele (mia mamma era morta anni prima), e i miei figli Ugo e Menotti; Maria aveva seguito il marito Guerrino Ugolini in Argentina.

Mi rimboccai le maniche e lavorai sodo. Per un po’ ho fatto la postina. A quei tempi arrivava la corriera da Pesaro per portare la posta e si fermava a Rio Salso. Io scendevo tutte le mattine a piedi da Belvedere verso le sei e aspettavo che arrivasse la corrispondenza. E quando Ugo ha deciso di aprire una rivendita di materiali edili a Rio Salso, l’ha intestata a me, perché lui aveva già un lavoro in Provincia, come cantoniere. Abbiamo dovuto lasciare Belvedere e l’amata casa della Piazza. In quegli anni arrivarono altre disgrazie: nel 1943 mia nuora Cesira morì per un male incurabile, lasciando mio figlio Ugo e mia nipote Liliana di appena cinque anni; dopo un mese anche Menotti morì improvvisamente per una pleurite. Cosa avrei dovuto fare? Ho pensato subito alla piccola Liliana. Fortunatamente Ugo si è risposato tre anni dopo con Valeria. Mi piaceva questa donna. Non gliel’ho mai detto, non potevo. Ero dura, io. Ma era una come me: lavorava forte, era robusta, non si tirava mai indietro. Per questo le ho lasciato la custodia della casa e della piccola Liliana e mi sono fatta da parte. Avevo sessantaquattro anni ed ero stanca di portarmi tutto sulle spalle. Presi l’abitudine di andare tutti i giorni a piedi a Belvedere a trovare le amiche o a pregare al cimitero per i miei cari. A Belvedere mi chiamavano la Loffa, diminutivo di Adolfa. Non mi dispiaceva. Tutti mi ricordano ancora per i dispetti che facevo. Si scherzava, era un modo per alleggerire le fatiche della vita, per ridere un po’. Sono stata una brava moglie, una brava madre, una buona nonna. Voglio che mi ricordiate così. Adolfa Antonelli Macchini; in alto a destra: sua madre Marianna Duchi e, a sinistra, Anastasio Macchini, marito di Adolfa (raccolta Laura Macchini, Rio Salso - Tavullia).

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Vicini a voi. Tavullia, 1969

BANCA DELL’ADRIATICO

Banca & Territorio

HA PROFONDE RADICI NEL TERRITORIO DI

PROMEMORIA. STORIA E STORIE DELLE FILIALI DI PIAN DEL BRUSCOLO

RIFERIMENTO DI

Tavullia, martedì 1° Aprile 1969. Nell’anno dello sbarco sulla Luna, che avverrà di lì a pochi mesi (20 Luglio), la Banca Popolare Pesarese inaugura la propria sede di via Roma 54. Costituita nel 1875, presente a Tavullia almeno dal 1940, quando era ospitata nei locali del Municipio, la Banca Popolare gestisce già all’epoca il servizio di tesoreria comunale, oggi affidato in perfetta continuità a Banca dell’Adriatico. Il numero di telefono è il 68615 (non si usava ancora il prefisso); il direttore è Luigi Benelli, figura di spicco in paese, affettuosamente detto Benellone. Allora come oggi gli eventi che segnano la vita di Tavullia recano l’imprimatur di don Cesare Stefani (oggi monsignore), che le cronache recenti conoscono 64

per i vivaci concerti di campane con i quali saluta le vittorie di Valentino: dopo l’inaugurazione, avvenuta nella mattinata con la benedizione di don Cesare, ci fu un rinfresco, ricorda Gianfranco Foschi, attuale vicesindaco; tra i presenti anche Arnaldo Forlani, allora Ministro per le Partecipazioni Statali. I vecchi locali del palazzo comunale cominciavano a essere inadeguati, ci hanno raccontato in paese autorevoli testimoni dell’evento, anche se indubbiamente erano pittoreschi: si entrava da una porta a due ante basculanti, un po’ come nei vecchi saloon, e il riscaldamento era fornito da una stufa, con un tubo che, per diffondere meglio il calore, attraversava la parte riservata al pubblico, sbucando all’esterno dal vetro dell’unica finestra. E non di rado capitava che il direttore chiedesse a qualche cliente di rinvigorire il fuoco con un pezzo di legna… Altri tempi! promemoria_NUMEROZERO


A destra: l’attuale sede dell’Agenzia di Tavullia della Banca dell’Adriatico, in via Roma, e via Roma (allora via Borgo) negli anni Venti del ‘900 (Archivio comunale di Tavullia). Nella pagina precedente: Tavullia, 1 Aprile 1969. L’inaugurazione della nuova sede dell’allora Banca Popolare Pesarese. Nella fotografia grande, da sinistra: Tarcisio Brualdi, don Cesare Stefani e Arnaldo Forlani (fotografia A. Ammazzalorso, Pesaro; archivio Banca dell’Adriatico, Pesaro); nella foto piccola, da sinistra: Igino Felici (ispettore capo della direzione centrale), il sig. Sanchini (direttore della filiale di Montecchio), il comm. Luigi Visentin (direttore generale della Banca Popolare Pesarese), il sig. Donati (direttore della filiale di Sant’Angelo In Lizzola), e Luigi Benelli (direttore della filiale di Tavullia; fotografia: raccolta privata, Pesaro).

Nel 1969 operavano già sul territorio di Pian del Bruscolo le agenzie di Sant’Angelo in Lizzola (aperta nel 1914), di Montecchio, Montelabbate e Rio Salso; la nuova sede di Tavullia era situata in uno stabile appositamente acquistato dall’Istituto di credito, luminoso e accogliente: lo stesso che, ai piedi del castello pavesato a festa per Valentino Rossi, accoglie oggi i clienti della Banca dell’Adriatico. Fedele alla propria vocazione di banca del territorio, Banca dell’Adriatico ha rafforzato negli anni la sua presenza nell’area dell’Unione dei Comuni di Pian del Bruscolo, della quale è tesoriere fin dalla costituzione. Crediamo che il nostro compito, come banca di prossimità, sia quello di dare nuovi strumenti e opportunità di crescita all’economia della nostra regione, afferma oggi Roberto Troiani, direttore generale di Banca

dell’Adriatico, per mettere a disposizione degli oltre 230.000 clienti i servizi di un Istituto ben radicato e vicino a tutte le loro esigenze, potendo contare anche sulla competenza e sulle possibilità offerte dai rapporti internazionali di un grande Gruppo come Intesa Sanpaolo, che ha sportelli in tutto il mondo. L’attenzione verso le necessità e le esigenze delle famiglie e dei laboriosi imprenditori che abitano il territorio di Pian del Bruscolo, si traduce anche nel sostegno offerto con entusiasmo alle iniziative sociali e culturali, nel dialogo costante con i cittadini e con le loro storie, come quelle che raccontiamo attraverso Promemoria, per testimoniare l’importante compito di valorizzare il patrimonio culturale e le specificità locali. Di ieri e di oggi, in un percorso che guarda al futuro con fiducia.

“L’Idea”, 21 Dicembre 1912. (fotografia raccolta Vittorina Capanna,Tavullia)

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IL MOBILE GUARDA AL 2020

BANCA DELL’ADRIATICO È BANCA PARTNER DI COSMOB, NEL VENTICINQUESIMO ANNIVERSARIO DALLA FONDAZIONE DEL

CONSORZIO

Nonostante la crisi, l’industria mobiliera rimane uno dei poli produttivi più significativi dell’intera economia regionale. Prospettive e sviluppi di un settore fondamentale per la bassa Valle del Foglia sono stati al centro di un convegno organizzato a Pesaro da COSMOB (Centro tecnologico per il settore mobiliero delle Marche) e Banca dell’Adriatico

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Proiettarsi verso il futuro guardando solo per un attimo indietro, per dare alle aziende del mobile la possibilità di affrontare i mercati come, se non meglio, rispetto ai concorrenti: così Mario Fabbri, presidente del COSMOB, ha sintetizzato la missione del Consorzio. Laboratori tecnologici, progetti sulle tematiche della sicurezza e della sostenibilità ambientale, collaborazioni con centri di ricerca a scala nazionale e internazionale: queste alcune tra le più significative azioni promosse dal COSMOB nei suoi venticinque anni di vita (fotografie: 1. Rosario Messina, presidente di Federlegno - Arredo, insieme con Mario Fabbri; 2. la registrazione dei partecipanti al convegno; 3. l’intervento del sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli).

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Particolarmente significativo l’intervento di Rosario Messina: la globalizzazione della competizione può essere affrontata con successo solo attrezzando maggiormente le imprese del settore verso la commercializzazione, ha sottolineato il presidente di Federlegno - Arredo, per superare la loro subordinazione alle strutture distributive, che stanno acquisendo un forte potere contrattuale nei confronti dei produttori (4. autorità e addetti del settore tra il pubblico del convegno; 5. il direttore generale di Banca dell’Adriatico Roberto Troiani insieme con Mario Fabbri e Rosario Messina; 6. un momento dell’intervento di Rosario Messina).

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Al convegno ha preso parte anche il governatore delle Marche Gian Mario Spacca, evidenziando come la sfida per le istituzioni sia oggi quella di creare nella regione più manifatturiera d’Italia un terreno fertile, e far in modo che le imprese restino qui, per fronteggiare con un modello di sviluppo integrato una competizione che non si misura più tra territori o stati, ma addirittura tra continenti (7-8. gli interventi di Alberto Drudi, presidente della Camera di Commercio di Pesaro e Gian Mario Spacca, governatore delle Marche; 9. un momento del convegno). (Fotografie Luca Toni) 66

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oltreconfine sguardi fuori Pian del Bruscolo


La musica dappertutto. Appunti sulla Banda di Ginestreto oltreconfine | 1

UNA FOTOGRAFIA DAI BORDI SBIADITI; QUATTRO CHIACCHIERE CON UN SUONATORE DI CLERINO,

LE STORIE DI FANTASMI DELLA NONNA. APPUNTI PER UNA STORIA DELLA BANDA DI GINESTRETO, TRA CRONACHE E RICORDI DI

CRISTINA ORTOLANI

Ginestreto, 5 Agosto 1900. Alcuni giovanotti del paese, da più mesi studiano musica, per l’impianto di un concertino e hanno già acquistato gli strumenti dalla premiata ditta De Toni di Verona. Speriamo che presto questi colli ameni possano echeggiare di qualche marcia brillante, o allegro ballabile1. Nemmeno un anno dopo, il 12 Maggio 1901 la stampa ci informa che i bravi giovanotti del concerto si riuniscono quasi ogni sera per fare le prove, e hanno già un piccolo repertorio di suonate. Anche domenica passata sono stati chiamati alla frazione Chiusa [poco sotto Ginestreto, in direzione di Pesaro] nella cui chiesuola celebravasi la festa di Santa Eurosia protettrice delle campagne e, a quanto mi si riferisce, nota il corrispondente della “Provincia”, si sono disimpegnati discretamente. Peccato che manchi un maestro stabile. Speriamo che il Municipio vi provveda nell’anno venturo. E per far questo, non occorre dirlo, abbisognano denari, non chiacchiere2. Già dal 2 Maggio i giovanotti hanno richiesto alla Giunta comunale di Ginestreto un sussidio di 30 Lire, che verrà approvato anche dal Consiglio il 17 Novembre3. L’impegno dei musicofili dà i suoi frutti: il 18 Maggio 1902 il Concerto di Ginestreto si unisce alla locale Società Operaia in gita di piacere a Pozzo, con bandiera. Avvenimento di una certa importanza, ribadisce non senza sussiego ancora “La Provincia”. Accompagnavano la Società il sindaco di Ginestreto, Cav. Mancini, il segretario comunale Astolfi e il presidente della Società 68

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Luca Mosca. Dopo la bicchierata e i brindisi di rito, seguiti da un applauditissimo discorso del maestro Poderi di Ginestreto [maestro elementare], il concerto diretto dall’egregio maestro sig. Pavoni eseguì scelti pezzi musicali. A ora tarda la Società Operaia fece ritorno a Ginestreto, acclamatissima, lasciando in noi graditissimo ricordo4. L’egregio maestro sig. Pavoni: solo dieci giorni prima, superando ataviche diffidenze di campanile, il Consiglio comunale di Ginestreto aveva ratificato la nomina a maestro del Concerto cittadino del direttore della Banda del confinante castello di Sant’Angelo in Lizzola. Il quale ha già dato prove bastanti di zelo e capacità nel disimpegno del suo magistero, interessandosi grandemente al buon andamento e istruzione di questi filarmonici. Il compenso annuo di Pavoni, che tra i suoi ottimi requisiti annovera anche l’abilitazione a Maestro Compositore dell’Accademia Filarmonica di Bologna conseguita il 28 Aprile 1879, ammonta a Lire 4005. Dotato di cotanto direttore, il Concerto di Ginestreto è finalmente pronto a diventare una presenza stabile nella vita del paese: nell’Aprile 1903 accompagna il corteo organizzato in occasione del trigesimo della morte del conte Federico Raffa-Spannocchi, marito della contessa Lucrezia6 e nell’Agosto ritroviamo i musicanti al funerale di Maria Marcolini Astolfi, sorella del Cav. Luigi Marcolini di Sant’Angelo in Lizzola7; il 27 Ottobre prende parte alla festa del Crocifisso, movimentata dai dispettucci dei socialisti di Sant’Angelo in Lizzola e di altri paesi8 (vedi pagina seguente) e, infine, nel pomeriggio del 22 Novembre, insieme con i colleghi di Sant’Angelo in Lizzola, i musicanti ginestretesi rallegrano la

festa di Santa Cecilia con alcuni scelti pezzi, partecipando anche al banchetto serale9. Gite e banchetti a parte, il Concerto non sembra in realtà passarsela benissimo: come milioni di connazionali, molti ginestresi sono partiti in cerca di lavoro, e il 18 Giugno 1905 il Consiglio comunale delibera in merito a una petizione con la quale il locale concerto chiede un abbuono di spese incontrate per l’intervento di diversi suonatori di Sant’Angelo in Lizzola, che in seguito a invito sono venuti a suonare nelle sortite d’obbligo di questo concerto che si trovava deficiente di suonatori in quanto emigrati all’estero in causa lavoro. Il consigliere Antonio Ridolfi propone una gratificazione di lire 25 facendo obbligo allo stesso concerto di verniciare i lettorini [i leggii] a sue spese avendo chiesto anche per questo titolo una gratificazione a questo Municipio10. Nel Dicembre 1906 muore ancor giovane il sindaco di Ginestreto Luca Mosca, a poco più di un anno dalla sua elezione. L’evento desta grande commozione: ai funerali imponentissimi partecipano, oltre al Concerto, le rappresentanze delle più importanti Società operaie dei dintorni, che si aggiungono alle personalità del paese e agli oltre 100 coloni che seguono il feretro11. Ginestreto, Giugno 1912. Si inaugura la bandiera della Società Cattolica Femminile di Mutuo Soccorso, ricamata dalle Maestre Pie dell’Addolorata. Man mano che le rappresentanze giungono viene loro offerto un vermouth d’onore. Alle 11 precise preceduto dal concerto cittadino il corteo s’avvia verso la chiesa arcipretale per la benedizione della nuova bandiera... si celebra la messa solenne

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1903. L’INNO DELLA DISCORDIA La banda di Ginestreto è, anche se indirettamente, toccata dal rovente clima politico che agita Pesaro e i suoi dintorni tra il 1903 e il 1907, negli anni della costituzione delle Leghe contadine e delle lotte di classe. Nell’Ottobre 1903, durante la festa del Crocefisso alcuni intervenuti da Montelabbate si misero a richiedere al Concerto l’Inno dei lavoratori… la maggior parte del pubblico protestò vivamente, l’inno non fu eseguito, e i pochi dimostranti se ne tornarono con le pive nel sacco1. Pochi giorni dopo i socialisti di Sant’Angelo replicano: noi ci siamo recati a Ginestreto per divertirci… anzi noi stessi, mentre ritornavamo a casa, fummo colpiti a pochi passi dal paese da alcuni sassi lanciati da individui nascosti dietro la siepe2. La vigliaccheria prosegue Geronte Garattoni, futuro sindaco di Sant’Angelo, raggiunge il colmo, quando asserisce che la maggior parte del pubblico protestò, mentre nessuno aprì bocca per contrastare la richiesta dell’Inno dei Lavoratori, che il concerto non poteva dare perché non… l’aveva3. Il 12 Dicembre “Il progresso” dà notizia della formazione del gruppo socialista tra i compagni di Sant’Angelo e quelli di Ginestreto, avvenuta sei giorni dopo la prima conferenza di propaganda socialista, tenuta dall’avvocato Faggi4. Nel 1905 l’incidente occorso il 30 Gennaio al medico condotto Lorenzo Giovannini che, passando per la strada che dalla porta del paese mette al borgo [la ripida impietrata], scivolò e cadde riportando forte contusione a una spalla, offre all’”Idea” l’occasione per mettere il dito sulla negligenza del sindaco che, alto e grosso com’è non ha occhi per vedere queste sconcezze [le frequenti cadute della povera gente], né orecchi per sentire i continui lamenti della popolazione? (…) Giacché non c’è solo la strada da accomodare. Nella Valle e giù al piano la povera gente che non ha il vino da bere, beve l’acqua putrida, i bambini della scuola elementare muoiono dal freddo nella scuola sempre senza fuoco. E intanto il Municipio spreca quattrocento lire all’anno nella musica (dico spreca, perché all’estate, per una ragione o per l’altra, non si suona; all’inverno si balla solamente… dal freddo e dalla fame) e i passeggeri seguitano a sdrucciolare, i bambini a battere i denti a scuola!5 Dalle colonne de “Il Progresso” devono levarsi parole indignate in difesa della banda, se il 19 Febbraio “L’idea” riprende: Signor corrispondente del Progresso… mi tirate fuori che io combatto la musica e mi gridate Evviva il concerto! Ma evviva cento volte!6

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Quanto alle condizioni economiche del paese e delle campagne circostanti è utile citare una cronaca del 27 Maggio dello stesso anno, nella quale si segnala che, in occasione della festa della Madonna del Buon Consiglio, solennizzatasi nella Chiesa del signor Betti [San Paolino, situata a Villa Betti di Monteciccardo ma incorporata nella parrocchia di San Pietro in Rosis di Ginestreto], dopo il pranzo dato sabato a tutte le principali famiglie del paese, ripetuto domenica per tutti i parenti e amici del Betti, lunedì mattina fu distribuita a circa 600 poveri una buona elemosina consistente in pane, vino e 20 centesimi per ciascheduno7. Nell’Ottobre 1906 la stessa testata lamenta le carenti condizioni igieniche della scuola maschile (la scuola femminile manca, e le lezioni si svolgono presso l’Istituto delle Maestre Pie dell’Addolorata)8. In compenso, si aggiunge una settimana dopo, il Comune ha deliberato la costruzione del nuovo fabbricato per gli uffici comunali e destinato il vecchio ad abitazione del medico9. Restauri e nuove costruzioni sono in effetti tra gli argomenti maggiormente presenti nelle deliberazioni di questi anni, ove figurano spesso i restauri da effettuare in diversi punti del paese, dalle mura castellane sotto l’arcipretale, alla casa comunale uso forno, fino agli orinatoi10.

L’INNO DELLA DISCORDIA - FONTI E TRACCE 1 “L’Idea”, 1° Novembre 1903. 2 “Il Progresso”, 7 Novembre 1903, Da Sant’Angelo in Lizzola. 3 Id., Da Montelabbate. 4 “Il Progresso”, 12 Dicembre 1903. 5 “L’Idea”, 31 Gennaio 1905. 6 “L’Idea”, 19 Febbraio 1905. 7 “L’Idea”, 27 Maggio 1905. 8 “L’Idea”, 13 Ottobre 1906. 9 “L’Idea”, 20 Ottobre 1906. 10 Archivio storico comunale di Pesaro, Registro delle delibere consigliari, 27 Maggio 1894 - Dicembre 1905, delibera del 18 Giugno 1905. promemoria_NUMEROZERO


accompagnata da buona musica della Schola cantorum diretta da D. Angelini [Don Nazzareno Angelini]. Ritornate le bandiere alla sede ha luogo il banchetto sociale egregiamente e con lusso servito in tre sale addobbate con serietà e gusto. (…) Il tempo che si è sempre mantenuto minaccioso alle 16 si rasserena e alle 16,30 si ordina nuovamente il corteo che, col concerto alla testa, si snoda in un largo giro per le vie del paese sostando sulla piazza del castello ove, da un apposito palco, fiancheggiato dalle bandiere, l’avv. Boccaccini [Amos Boccaccini, politico di ispirazione cattolica assai noto all’epoca] dice al numerosissimo uditorio un forte e brillante discorso rivendicando ai cattolici la sincerità del programma sociale in cui devano convenire anche gli avversari onesti. E’ spesso interrotto da applausi. La bella festa però non era ancora finita poiché il concerto cittadino eseguì nel piazzale del borgo uno scelto programma e quando le ombre avevano tutto ricoperto, la gente che animava le vie ammirò una ben riuscita illuminazione fantastica ed assistette alla accensione di fuochi artificiali12. E così, tra un corteo funebre e una processione, tra un comizio e una festa da ballo, le note del Concerto, insieme con quelle della Schola cantorum, accompagnano Ginestreto fino agli anni della II guerra mondiale. (Poniamo tra parentesi il triste fatto del 24 Settembre 1932 quando, ritornando da Pesaro sul camion che riportava a casa i musicanti dopo un servizio, Egisto Tomassucci - Tino - in età di anni quarantuno e mesi quattro, per un improvviso scarto del camion, batté fortemente la testa in un palo del telegrafo e rimase subito morto sul posto13. Don Gugliemo Betti non annota sul Libro dei morti - come avrebbe potuto? - che di lì a poco si sarebbero verificati in paese fenomeni assai bizzarri, tali da indurre l’energico arciprete a ricorrere, dicono, persino a un sacerdote esorcista, con gran corredo di messe del sprofond - De profundis, ça va sans dire. Ma, appunto, questa è un’altra storia.) Dopo le vicende belliche i bandisti si ritrovano: di nuovo, le voci di genis, clarini e grancassa si levano dalla sala dell’ex forno comunale (l’attuale scuola elementare), dove da sempre si svolgono le prove. Provavamo il sabato sera, racconta Armando Galanti (1936), suonatore di clarino, musicante della banda di Ginestreto dall’età di dodici anni e, dal 1989, impegnato con il Complesso bandistico e l’Orchestra di fiati di Candelara di Pesaro. Prima della guerra eravamo una quarantina di elementi; poi chi era tornato dal fronte aveva provato a ricomporre il gruppo, era stata istituita anche una scuo-

A pagina 70: Ginestreto, il Borgo. Cartolina dei primi del ‘900 (editore Vittorio Stein, Venezia; Archivio storico diocesano, Pesaro). Qui sotto: Ginestreto, 1915 circa. La Schola cantorum e, in divisa, don Nazzareno Angelini (raccolta Nerina Gattoni e Armando Galanti, Ginestreto - Pesaro). Don Nazzareno Angelini (1882-1940) era all’epoca cappellano della parrocchia di Ginestreto, dal 1920 diventerà parroco di Montelabbate, dove è ancora oggi ricordato con affetto. A pagina 68: Ginestreto, panorama dei primi del ‘900. La fotografia reca sul retro il timbro “Pirro Astolfi - segretario comunale, Ginestreto” (Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo Gabucci). A pagina 69: Ginestreto (Pesaro), 11 Settembre 1941. Il piccolo Antidio Corsini ‘dirige’ alcuni musicanti del Concerto di Ginestreto (raccolta Raffaella Corsini Ortolani, Pesaro).

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Ginestreto, 1960 circa. Da sinistra: (?) Cardellini (Burdón, piatti), Emilio Bacchiani (grancassa), Anteo Guerra (presidente del sodalizio, senza strumenti), Oliviero Pedini (tromba), Luigi Baiocchi, Carlo Falcioni (sassofono), dietro di lui, Anselmo Gattoni, Gino Benvenuti (seminascosto dallo spartito), Armando Galanti (clarino), Luigi Giunti (con il cappello), Gines Ugolini (genis), Mario Brunori e Colombo Corsini (clarino). La fotografia,è stata scattata probabilmente in occasione del centenario della morte della beata Elisabetta Renzi (1786-1859), fondatrice della Congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata, presenti in paese almeno dal 1872 (raccolta Nerina Gattoni e Armando Galanti, Ginestreto, Pesaro).

la di musica, e per un po’ abbiamo lavorato bene. Verso la fine degli anni Cinquanta era diventato sempre più difficile trovare i suonatori, il paese si stava spopolando… molti, da Ginestreto come dai paesi vicini, si trasferivano a Pesaro chiamati dal lavoro, e così le file della Banda si sono sempre più assottigliate. Mentre Armando prepara il caffè, sua moglie Nerina Gattoni, figlia di Anselmo, Guardia municipale e clarinettista anche lui (ma negli ultimi tempi si era adattato a suonare la grancassa, perché non la voleva nessuno), ci aiuta a riconoscere i bandisti di una foto di una cinquantina di anni fa, e a gara con il marito ricorda i maestri che si sono susseguiti alla guida del concerto. Tra i successori di Antonio Pavoni emergono, per il Dopoguerra, i nomi del M° Peroni da Novilara, di Orfeo Ricciarini (in seguito anche maestro della Banda di Candelara), Walter Ioni e, per ultimo, del M° Buscaglia. Sulla scia delle note, i ricordi volano sempre più lontano, e dalla Banda arriviamo ai veglioni di prima del fronte, ai tiri che i ragazzi giocavano a Alfredo Corsini Bernér, suonatore di trombone, fino ad arrivare alle battute fulminanti di don Giovanni Gabucci, che a Ginestreto era di casa. Eh… don Gvan e la sorella Angelina, sorride Elvezia Baronciani Zaffini, anche lei ginestretese da sempre, mentre ritorna a quando, ragazza, si entusiasmava per gli allegri ballabili della Banda. Prima della guerra la banda suona72

va molto spesso per le feste religiose, quella del Corpus Domini, quando facevamo l’infiorata, per la fiera di Santa Lucia, quando arrivava la gente anche dai paesi vicini, e la sera poi si ballava; ma suonavano anche la mattina di Capodanno, passavano di casa in casa a fare gli auguri [la Pasquella, tradizione ancora viva in molti paesi della Romagna e delle Marche]14. Era bello, il sabato sera, in paese sentivamo la musica dappertutto, dalle finestre del circolo. La musica dappertutto.

FONTI E TRACCE 1 “La Provincia”, 12 Agosto 1900. 2 “La Provincia”, 12 Maggio 1901; la corrispondenza da Ginestreto è firmata Il Montanino. 3 Archivio comunale di Pesaro (d’ora in avanti ACP), Registro delle delibere consigliari, 27 Maggio 1894 - Dicembre 1905, delibera del 17 Novembre 1901. 4 “La Provincia”, 25 Maggio 1902. 5 ACP, Registro delle delibere consigliari, 27 Maggio 1894 - Dicembre 1905, delibera dell’8 Maggio 1902. 6 “La Provincia”, 26 Aprile 1904. 7 “L’Idea”, 15 Agosto 1903. 8 “L’Idea”, 27 Ottobre 1903. 9 “L’Idea”, 28 Novembre 1903. 10 ACP, Registro delle delibere consigliari, 27 Maggio 1894 – Dicembre 1905, delibere del 18 Giugno e 24 Settembre 1905. 11 “L’Idea ”, 8 Dicembre 1906. 12 “L’Idea”, 4 Giugno 1912. 13 Ginestreto, Parrocchia di San Pietro in Rosis, Registro degli atti di morte 1894 - 1934, 27 Settembre 1932. 14 Le testimonianze di Elvezia Baronciani Zaffini, Nerina Gattoni e Armando Galanti sono state raccolte nel Febbraio 2010. Statistica della provincia di Pesaro e Urbino per G. Scelsi, Pesaro 1881; ristampa anastatica, Pesaro 1997. promemoria_NUMEROZERO


Da Gabicce a Gabicce Mare: breve storia di un percorso oltreconfine | 2

DALLA STAZIONE BALNEARE DELLA BORGATA TAVOLLO ALLA BAIA VERDE E BLU, PASSANDO PER LA C APRI DELL’ADRIATICO : NASCITA DI UNA VOCAZIONE TURISTICA TRA

MARCHE E ROMAGNA

DI SIMONETTA

Se in passato le guerre, i passaggi di truppe, le espoliazioni, gli incendi furono i “killer” degli archivi, in tempi più vicini a noi sono stati soprattutto i trasferimenti e gli scarti dissennati a menomare la documentazione degli enti pubblici. L’archivio comunale di Gabicce Mare, che oggi sembra aver trovato pace dopo tanto peregrinare, di traslochi e di scarti ne ha patiti tanti! Ogni informazione tratta dalla lettura dei suoi documenti sembra quindi più preziosa, tanto più quella desunta tra le righe di un argomento lontano da ciò che si sta cercando. Tra i punti all’ordine del giorno di una seduta di Consiglio del lontano 1907, vi è quello riguardante la costruzione di un ponte sul torrente Tavollo, assolutamente necessaria, faceva sapere il sindaco Adamo Franchini, allo scopo di aprire una comoda e sicura comunicazione fra la borgata Tavollo e il paese di Cattolica. L’opera era senz’altro di pubblica utilità trattandosi di evitare continue e gravi disgrazie che avvengono pel passaggio del porto canale di Cattolica privo di ponte… Ma è stata l’altra motivazione addotta ad avere attirato la nostra attenzione: il comodo passaggio sarebbe stato utile anche a dar vita rigogliosa a tale borgata [Tavollo] ricercata ed

BASTIANELLI

amata dai signori forastieri specialmente per la stazione balneare. Qui si sta istituzionalizzando la sempre decantata vocazione turistica di Gabicce: siamo ai primi del Novecento e si parla di stazione balneare in un atto pubblico. L’adozione del progetto del ponte, in parte girevole, era già stata deliberata favorevolmente dal Consiglio comunale di Cattolica, sebbene i maggiori vantaggi fossero per Gabicce e si sarebbero risolti nella costruzione di molti fabbricati nella borgata Tavollo con vita di guadagno e benessere per gli abitanti tutti… senza escludere che il Governo pure darà un contributo, facilitando il ponte, il servizio delle Regie Guardie di Finanza di Cattolica obbligate in oggi di servirsi di un battello e quindi ad una spesa pel suo mantenimento…

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Gabicce Mare, due cartoline degli anni Cinquanta del ‘900 (raccolta Simonetta Bastianelli, Tavullia). Nella pagina precedente: Gabicce - Tavollo, Albergo-Pensione Della Santina (da Gabicce - Il Dolce Colle, Stradella, 1933). Nella pagina seguente: Gabicce Mare, cartolina degli anni Sessanta del ‘900 (raccolta Giovanna Mulazzani, Gabicce); a pagina 76: Gabicce Mare, anni Quaranta del ‘900, Casa Romita.

FONTI E TRACCE * Touring Club Italiano. Guida pratica ai luoghi di soggiorno e di cura in Italia, Parte I - vol. II, Milano 1933. Gabicce Mare, Archivio Comunale, Deliberazioni.

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Da questo momento, e in particolar modo dagli anni Trenta, sarà difficile trovare una deliberazione che non abbia almeno un accenno alla bellezza del luogo, al suo clima salubre, all’aumento della presenza di turisti, di cui molti stranieri, all’incremento dei servizi durante la stagione estiva, al nascere di alberghi e a tutto quanto ha fatto della piccola Gabicce la grande Ospite. Il 6 Dicembre 1932 il Commissario prefettizio delibera di chiedere che il Comune di Gabicce venga dichiarato “luogo di soggiorno, turismo e svago” considerato che possiede tutti i requisiti per essere dichiarato tale, avendo nella frazione di Tavollo una ridente e ricercata spiaggia e nel Capoluogo [Gabicce Monte] un soggiorno climatico per eccellenza, data la sua incantevole posizione elevantesi a picco sul Mare Adriatico, con un panorama aperto lungimirante la pianura di Romagna tanto che nell’estate particolarmente è meta di innumeri stranieri e connazionali… Nel giro di neanche un ventennio si riscontra che il numero degli alberghi-pensioni e ville private è fortemente aumentato. Ormai la popolazione ha costituito motivo prevalente di attività e di vita solamente il TURISMO. Ecco un’istantanea dall’anno 1950: la capacità ricettiva è tale da poter ospitare oltre 5.000 bagnanti al mese; sono censiti 17 alberghi; più di 250 alloggi privati sono affittati a 2000 persone; oltre al cinema, sono stati aperti 2 Dancing per il ballo all’aperto; si stanno ultimando Pensioni per un totale di 180 posti letto. Uno sviluppo che ebbe il suo apice negli anni Sessanta e che richiamò dai paesi vicini un numero considerevole di operatori, impegnati a “fare la stagione”. E pensare che nei ricordi di una bambina di quegli anni, che non aveva ancora elaborato il senso della distanza, venivano da molto lontano… promemoria_NUMEROZERO


DI

La storia di Gabicce come località balneare inizia in sordina, senza clamori e con la naturale conversione da paese di pescatori a luogo di vacanza, maturata nel dopoguerra dalle continue richieste di abitazioni da affittare che poi attraverso continui ampliamenti sono diventate gli alberghi di oggi. La storia di Gabicce ci racconta vicende diverse da quanto accaduto nella vicina Cattolica fino a Rimini e oltre: qui, lungo la costa romagnola, il turismo è iniziato con i ricchi villini della borghesia cittadina che al mare passavano l’intera estate e anche con le strutture “sanitarie” per la cura di malattie dell’apparato respiratorio. Poi in seguito, durante il fascismo, con le colonie marine e nel dopoguerra il grande balzo verso un turismo di massa che vedeva nella vacanza al mare la possibilità di vivere un momento da sogno. Così gli alberghi, nati da piccole costruzioni private senza uno stile ben preciso, invece di guardare a esempi colti dell’architettura del tempo, operano un livellamento del linguaggio architettonico moderno, mutuando dallo stile razionalista non la filosofia che lo sottendeva ma le regole di semplicità che la nascente economia balneare richiedeva, compromettendo così qualsiasi velleità e potenzialità estetica. Le Corbusier fu pratico

GIOVANNA MULAZZANI

per i pilotis, cioè per le macchine da collocare sotto le costruzioni, Wright per i forti aggetti che consentono le ampie pensiline degli ingressi, mentre Alvar Aalto “servì” come suggeritore di un linguaggio funzionale e semplificato. Mies van der Rohe fu citato nelle grandi aperture delle sale da pranzo. Si può affermare che l’architettura dei maestri moderni osservata e copiata dai professionisti locali, ha mutato di significato e valore per adeguarsi ai meccanismi della edificazione selvaggia tipica della costa. E’ successo che il “senso” di un edificio è stato trasferito dalla forma al suo contenuto, abbandonando la forma alla deriva, libera di sviluppare i propri significati immanenti. Il determinare la funzionalità di un edificio, nel caso l’albergo, ha comportato una decostruzione del linguaggio colto dell’architettura moderna, così ci siamo ritrovati a Gabicce una omologazione di stile che ha appiattito l’edificato sotto l’egida dello stile balnear-romagnolo.

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Senza distinzione di luogo o paesaggio. Si, perché il paesaggio di Gabicce Mare è particolare rispetto al resto della costa; qui la morfologia del territorio ci ha “regalato” un promontorio che da sempre caratterizza l’immagine del paese, ma nonostante questo l’architettura non ha nulla di differente da quella costruita sulle distese di sabbia della zona riminese. E pensare che di esempi di bella architettura ne esistono anche qui: nel tratto a settentrione di Gabicce è presente un notevole esempio di memoria architettonica, la ex colonia marina XXVIII Ottobre, meglio conosciuta con l’appellativo di Le Navi realizzata nel 1932 dall’architetto Busiri Vici e attualmente trasformata in parco marino. Una seconda presenza importante è stata la realizzazione della casa Romita sul promontorio di Gabicce dove poi è stato costruito il complesso denominato Castel Paradiso. L’architetto Bega, che a Cattolica costruì la parte del Kursaal demolita purtroppo anni fa, realizzò la villa, che fu ...suggerita e guidata dall’amenità di un luogo incantevole… nel 1943: essa sorgeva su di una altura con una vista da sogno, con la zona giorno affacciata sul bellissimo giardino progettato dal paesaggista e architetto Pietro Porcinai. I materiali e la forma sono quelli che la natura suggeriva: pietra da taglio, muri arrotondati senza aggetti e ampie finestre. Purtroppo essa fu bombardata durante la seconda guerra mondiale e nel 1952 fu demolita. Al suo posto alla fine degli anni Sessanta fu realizzato un progetto dello studio B. B. P. R. (Banfi-Belgioioso-Pe-

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ressutti-Rogers) per un illustre committente, l’editore Giovanni Mazzocchi, che fondò con Giò Ponti la rivista Domus e altre famose testate come Quattroruote. Il complesso residenziale denominato Castel Paradiso si inserisce nel paesaggio a tal punto che dalla strada Panoramica non è visibile; la sua composizione articolata, consistente in alcune palazzine residenziali con vano scala turrito, si snoda attorno ad un cortile interno in cui è presente una zona balneare formata da una vasta piscina con ampio solarium. Lo studio dei dettagli, l’inserimento nel paesaggio e lo studio compositivo rendono questo complesso un bel pezzo di architettura gabiccese di cui pochi conoscono l’esistenza. L’architettura legata all’“economia turistica” nulla ha mutuato da questi esempi sparsi come perle in un panorama di architettura frettolosa, e così alcuni progetti che potevano rappresentare una voce nuova sono depositati nell’archivio del comune di Gabicce solo come disegni.

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esercizi di memoria

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la memoria degli altri | 1 CONVERSAZIONI DI

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GIANLUCA ROSSINI

Sin dagli anni Sessanta, la crescente industrializzazione ha attirato nella bassa Valle del Foglia persone provenienti da diverse parti d’Italia e poi del mondo, in cerca di lavoro. Oggi il territorio dei cinque Comuni di Pian del Bruscolo ospita circa 3.600 persone provenienti da paesi esteri, secondo una percentuale leggermente superiore al 10% del totale

dei residenti, in linea con i dati nazionali e provinciali (dati forniti dai Servizi anagrafici di ciascun Comune, aggiornati al Dicembre 2009). Tra i paesi più rappresentati il Marocco, l’Albania, la Romania, la Macedonia (ex Jugoslavia). Alle loro storie e tradizioni Promemoria dedica queste pagine.

Quando mi è stato chiesto di raccontare brevemente la storia di un immigrato italiano, immediatamente ho pensato a Domenico Sbordone. Ci sono molti immigrati dal sud nei nostri comuni e quindi avevo una ampia gamma di persone tra cui scegliere ma Domenico è sicuramente colui che, secondo me, meglio rappresenta la storia di un successo: aver raggiunto la completa integrazione con il nostro modo di vivere e di essere (a parte l’inflessione campana che non l’ha abbandonato!). Domenico Sbordone (1949) nasce a Pannarano in provincia di Benevento, primogenito di una famiglia numerosa. Si diploma in Ragioneria nel 1968, avendo potuto usufruire, dalla seconda media, per titoli e poi per meriti scolastici di una borsa di studio per frequentare il Convitto nazionale di Benevento; si iscrive quindi all’Università che però non riuscirà mai a frequentare a causa delle condizioni familiari. Dopo il diploma, in una provincia del sud con scarse prospettive di lavoro, prova vari lavori molto precari e instabili tra i quali, mi racconta, anche un’occupazione di un mese e mezzo presso l’Argo di Varese, città nella quale si era trasferito con un gruppo di compaesani nel 1970. Nel 1971 viene assunto alla SIP di Benevento. Sono anni particolari, anni in cui i movimenti politici sono tumultuosi e tutti sono obbligati a prendere posizione. Domenico, nonostante le inclinazioni politiche dei genitori, di tipo moderato, si iscrive al PCI e comincia a fare attività sindacale all’interno dell’azienda in cui lavora, fino a diventare responsabile della CGIL per la categoria dei

telefonici nel 1977: questa passione non lo abbandonerà mai. Nel 1984 la SIP della Campania ha necessità di ridurre il personale, così chiede ai dipendenti la disponibilità a trasferirsi altrove: Domenico decide di accettare e chiede di essere trasferito alla SIP di Pesaro. In quel periodo la moglie era stata posta in cassa integrazione dalla ditta in cui lavorava e la prospettiva, per lei, era il licenziamento. La scelta è ricaduta su Pesaro in quanto a Borgo Santa Maria e a Tavullia vivevano (e vivono) già due zie della moglie, oltre a offrire alla sua consorte migliori occasioni di lavoro. Ma Pesaro era nota a Domenico fin da bambino: trascorse infatti un periodo di vacanza in colonia estiva proprio nel nostro capoluogo di provincia. Secondo Domenico, da buon campano, questo è stato senz’altro un segno del destino! Nel 1984 quindi, decide di anticipare la sua venuta a Pesaro approfittando delle ferie estive in modo da avere tempo per cercarsi una casa in cui vivere con la moglie e i due figli. Trova così l’appartamento di Montecchio (Sant’Angelo in Lizzola) dove tutt’ora vive. Mi racconta che non ha mai avuto alcun tipo di problema ad ambientarsi e integrarsi: tutti sono stati con lui, da subito, molto cordiali ed amichevoli e certamente la sua militanza politica e sindacale lo ha agevolato in questo suo inserimento. Oggi Domenico è in pensione e ricopre il ruolo di segretario dello SPI-CGIL Lega Distrettuale di Pesaro, dopo aver ricoperto, nel 2006 e 2007, lo stesso incarico nella Lega dei pensionati di Fano. Se chiedete a coloro che lo conoscono, a vario titolo, che cosa ne pensino di Domenico, state pur certi che tutti vi indicheranno due tratti del suo carattere: l’estrema serietà e onestà in ogni cosa della quale si occupa e la precisione nello svolgere i suoi compiti, precisione che a volte appare maniacale: due tratti che non rappresentano certamente quello che invece è lo stereotipo del campano! promemoria_NUMEROZERO


Incontro Ferat Sulemani un martedì sera, prima di cena. Non ci siamo mai visti prima, ci siamo sentiti per telefono solo per stabilire l’appuntamento. Non avevo mai parlato, fino ad ora, con una persona di origine macedone. Nella mia vita, per lavoro, ho conosciuto persone di svariate parti del mondo: ogni nuova conoscenza è stata per me fonte di arricchimento, un motivo di conoscenza e di allargamento di orizzonti culturali. Con Ferat Sulemani, anche se la chiacchierata è stata breve, questa sensazione di scoperta e di arricchimento è stata ancora maggiore, sia per la pacatezza e la pazienza nel rispondere alle mie domande (anche imbarazzanti talvolta), sia per il senso di calma e ottimismo che è stato in grado di trasmettermi. Ferat Sulemani è nato nel 1958 in Macedonia appunto, in una famiglia numerosa. Rimane prematuramente orfano di padre e cresce, insieme ai fratelli, con la madre e l’aiuto di alcuni zii. Il suo mestiere è il marmista. Nel 1989, a causa della mancanza di lavoro nel suo paese, decide di tentare l’avventura italiana, lasciando la moglie Kesiban e i tre figli (un maschio e due femmine) con la promessa di chiamarli a sé non appena si fosse sistemato in Italia. Si imbarca quindi nel porto di Bar (Jugoslavia) ed arriva al porto di Ancona. Grazie ad alcuni conoscenti viene a sapere che c’è la possibilità di lavorare in Puglia: si trasferisce in quella regione, e inizia a lavorare presso un artigiano del settore del marmo. Non si trova bene, però: mi ha raccontato di un ambiente strano, e il titolare gli incute una certa paura. Dopo questa breve esperienza, non troppo positiva, Sulemani decide di partire alla volta di Pesaro. Quando arriva nella nostra provincia ha due problemi: cercare un alloggio (a basso costo) ed un lavoro.Trova un posto per dormire presso un albergo di Rimini (a Pesaro i costi sono troppo alti) e nel frattempo comincia a cercare lavoro. Incontra a Pesaro, presentato da conoscenti comuni, un collaboratore della Caritas diocesana, una persona che Sulemani porta nel cuore per l’aiuto ricevuto, e che gli ha permesso di avere un futuro. Sulemani riesce a trovare un posto alla Curvet, ditta nella quale continuerà a lavorare fino al 2007. Dapprima continua a vivere a Rimini ma presto ha la possibilità di trasferirsi in un appartamento ad Apsella,

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messo a disposizione dalla società stessa, in cui vivrà insieme a 5 senegalesi. Nell’Aprile del 1990 i senegalesi lasciano l’appartamento e così Ferat Sulemani, stabilizzato nel lavoro e con un appartamento tutto suo, può ricongiungersi con moglie e figli. Le cose proseguono bene fino al 2007, quando, a causa della crisi, viene messo in cassa integrazione, situazione in cui (purtroppo) si trova a tutt’oggi. Ma Ferat Sulemani non è persona che si perde d’animo, anzi, approfitta del tempo forzatamente libero per occuparsi degli altri, di coloro che, arrivati in Italia da meno tempo, hanno più difficoltà di lui ad integrarsi. Grazie alla sua disponibilità e alla sua affabilità, dal 1995, anno in cui cominciano ad arrivare i primi immigrati dal Marocco, dalla Tunisia e anche dalla Macedonia, Sulemani diventa il punto di riferimento per tante persone spaesate e impaurite. Nel 2003 crea una associazione (ma l’idea la covava da tempo), il Centro Culturale di Integrazione di Macedoni Musulmani, che ha lo scopo di conservare le culture dei tanti immigrati (macedoni in primo luogo), ma anche quello di fungere da guida soprattutto per i tanti giovani, che se non ben indirizzati e informati, sarebbero a rischio di finire su strade sbagliate e pericolose. Oggi Sulemani vive in un appartamento di sua proprietà a Bottega di Colbordolo. Si trova bene nel nostro territorio ma, tra le righe, quasi se ne vergognasse, le sue parole sembrano trasmettere un senso di disagio per come le cose, anche nella nostra realtà, stiano cambiando. Anche se non in forma violenta o esplicita, sembra voler dire, quando va al bar o a far spesa, nel rapporto quotidiano con la comunità in cui vive, comincia a percepire sentimenti di sospetto, quasi di ostilità. Speriamo che questo non sia, che sia solo una sensazione, e che mai, nei nostri comuni, si debbano registrare episodi razzisti come in altre zone d’Italia.

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capitanomiocapitano

INTERVISTA SEMI-SERIA A DUE “NONNE” DI MONTECICCARDO DI

Ho incontrato Ida e Lidia in un nevoso pomeriggio di Gennaio e abbiamo iniziato parlando del tempo (t’ha vést? Ancora bufa!!), di come si vive oggi (ah forse se stèva mei quand se stèva pegg…) ma soprattutto abbiamo parlato dei giovani. Allora “nonne”, che mi dite dei giovani di oggi? IDA: I giovani oggi vogliono troppo e subito, a 14 anni il motorino poi la macchina. Ai miei tempi la macchina ce l’aveva solo il dottore! LIDIA: Noi andavamo a piedi ovunque, anche a ballare. E dove andavate a ballare? LIDIA: C’erano le sale da ballo, a Villagrande [di Mombaroccio] o a Sant’ Angelo in Lizzola dove c’è il Gramigna… IDA: Si, ma si andava solo di domenica e solo per le feste comandate, tipo la festa del Perdono o il Lunedì bello e sempre accompagnati dai genitori… Il Lunedì bello? IDA: Sarebbe il lunedì prima di Carnevale. Che balli si facevano? IDA: Si ballava il liscio, ma il mio preferito era il ballo della caramella… Il ballo della caramella? LIDIA: In pratica quando c’era questo ballo, se un ragazzo voleva chiederti di ballare ti dava un pacchetto di caramelle ma a volte arrivava un altro con un pacchetto più grande e poi un altro ancora…

ELISA GIANGOLINI

E al quel punto con chi si ballava? IDA E LIDIA: Con quello che aveva più caramelle!! Ma voi ci siete mai andate a ballare di nascosto? IDA: No no, io no… sempre con i miei genitori. LIDIA: Eh una volta… eravamo in quattro, la Tonina, Selvino, Io e Piero che veniva su a far l’amore... allora io a mia madre ho detto che sarei andata a ballare accompagnata dai genitori della Tonina e lei ha detto che sarebbe venuta a ballare con i miei… ma solo quella volta! Ma brava!! E pensare che oggi i giovani spesso si parlano attraverso internet. Se non si ha Facebook non si è nessuno.Voi che ne pensate? IDA: No non mi piace, è meglio vedersi di persona! LIDIA: Ah guarda... io vedo mia nipote, è sempre al computer e dice: ho 200 amici... ma mica è vero! Sono tutti amici e poi neanche si conoscono! Ma quindi alla fine è vero o no che se stèva mei quand se stèva pégg [si stava meglio quando si stava peggio]? IDA: Ma no... cioè per le comodità e per la tranquillità si vive molto meglio adesso, una volta non era così… si faticava sempre... la vita era dura davvero… LIDIA: Sì, è vero, però quando ci si divertiva, ci si divertiva veramente.

Nelle foto al centro della pagina: Ida Roselli (piccola, in primo piano) e Lidia Coretti (raccolta Elisa Giangolini, Monteciccardo)

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il sapore dei ricordi

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Tra le specialità della Maria di Ripe, come la chiamano i fedelissimi, particolarmente apprezzate anche dai pesaresi che tuttora rimpiangono le sue tagliatelle (coi fagioli o al ragù, su richiesta - dice - anche coi piselli), spicca un piatto della tradizione povera, oggi poco conosciuto ma che ha attirato a Ripe centinaia di buongustai: le alici con le cipolle. Ecco come ce le ha raccontate. Si prendono le alici sotto sale, quelle del barattolo di latta; si puliscono [vanno eviscerate e diliscate], si lavano sotto l’acqua fresca e si sciacquano nell’aceto. Poi bisogna allinearle in un piatto, e condirle con olio, aceto e un po’ di pepe. Il sale non serve, sono già salate. A parte si affettano le cipolle, sottilissime, proprio un velo: per questo piatto si usa la cipolla bianca. Si mettono per un po’ a bagno, poi si scolano e si strizzano bene. Anche le cipolle vanno condite, con olio, aceto, sale e pepe. Si tagliano le alici a pezzettini e si mescolano alle cipolle. E Buon Appetito!

CRISTINA ORTOLANI

LA RICETTA DI MARIA SALVI,

OSTESSA E COMMERCIANTE,

MONTECCHIO (SANT’ANGELO IN LIZZOLA) NATA A

MA PER OLTRE QUARANT’ANNI RINOMATISSIMA CUOCA DELL’OSTERIA DI

RIPE (MONTELABBATE), CHE HA GESTITO INSIEME CON IL MARITO

GIULIO CALZOLARI

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parole nel tempo DI

Nel momento attuale, in una situazione di globalizzazione che interessa tutti settori della società italiana, che ci obbliga a confrontarci con il mondo, che tende a omologare ogni cosa, con il rischio che si perdano tutte le specificità dei luoghi, è necessario conservare e valorizzare il patrimonio culturale inteso nel senso più ampio del termine. All’interno di questo patrimonio rientra a pieno titolo il dialetto, una lingua “magica” e popolare che serve a comunicare in maniera diretta e immediata. Una forma di comunicazione che, se non opportunamente valorizzata, oggi corre il rischio di scomparire. Il dialetto contraddistingue zone diverse del nostro territorio, se pensiamo al territorio dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo possiamo renderci conto che spostandosi per esempio da Morciola (Colbordolo) a Montecchio (Sant’Angelo in

SANDRO TONTARDINI

Lizzola) o da Morciola a Tavullia si notano già delle differenze. A Montecchio è maggiormente presente l’inflessione pesarese, a Tavullia si possono notare delle inflessioni romagnole. Questo mio modesto contributo vuole far conoscere una serie di modi di dire che diventano occasione di infinite metafore quanto mai efficaci, colorite, fresche e piene di significato. I modi di dire riportati in queste pagine fanno parte di una raccolta consegnatami da una mia carissima amica di infanzia, Fausta Fratesi, originaria di Morciola, scomparsa purtroppo alcuni anni fa e che aveva veramente a cuore le persone anziane, semplici, piene di saggezza e vera autenticità popolare, le quali utilizzavano quotidianamente il dialetto per comunicare fra di loro. A lei va tutto il mio ringraziamento, per avermi offerto questa opportunità. L’AVEVA TACHET SAL SPUT Sentenziava chi si trovava tra le mani qualcosa che si era scollato troppo presto. El sput è la saliva. C’HA ‘NA LENGUA CH’TAIA E CUSC Detto di una donna linguacciuta che sa non solo difendersi, ma che soprattutto non sta mai zitta TE DAGH SAL MANTCHE D’LA GARNETA È una minaccia che la donna faceva al proprio figlio che l’aveva esasperata la scopa, la ramazza ,erano sempre presenti e ben in vista nel cantone della grande cucina. Frequente è anche T’ARIV ‘NA PALTETA! Perché anche la paletta del camino era sempre a portata di mano. È CUM EL BAGHIN È veramente sporco. Ma anche pensa solo a se stesso quando mangia. È ‘NA BAGHINA È una donna di malaffare.

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HA SEMPRE LA CANDELA MAL NES Il naso che sgocciola è come una cannella dell’acqua o del vino. I’HA DAT EL COR E LA CURADELA Gli ha dato tutto di sé (anche il cuore e il fegato). È ROZ CUM ‘NA FASCINA D’MARUGHIN E’ rozzo come un fascio di rami di acacia selvatica, piena di spine. I VOL BEN CUM MA ‘NA CUVATINA DE SORC In una conversazione tra amici sta a indicare che l’affetto che la persona ha per l’altro non è certamente sincero. Infatti i topi richiamano sempre a un senso di repulsione. EN C’HA LA BISCHCCA MA I’OCCH Non ha la vista appannata, non è uno sprovveduto: non lo si può facilmente fregare come qualcuno crede. (Bishcca = biccica, cispa).

EL ‘NA BRENDLA Detto di un bambino vivacissimo. La brendla è una falena che gira impazzita intorno al lume di casa nelle notti d’estate. HA EL FOC MAL CUL Chi ha il fuoco alle calcagna salta e scappa. Così è il bambino particolarmente vivace. ARVÀ T’LA COSCHLA Una minaccia per il bambino inappetente da qualche tempo: invece di crescere si fa sempre più piccolo. Tenera l’immagine del pulcino appena affacciato alla vita dal guscio. Solo che qui… EN FE’ EL BREGN! Non fare il broncio. Il bambino che fa il broncio tende a far sporgere il labbro inferiore della bocca, che così dà l’idea di un trogolo (bregn).

È STAGN CUM UN CUL D’UN BICHIER È una persona affidabile.

È SEMPRE TUT SBUDLET Detto di chi ha la camicia fuori dai pantaloni e non pensa a presentarsi in modo decoroso nemmeno quando le circostanze lo richiederebbero.

DAI UN PO’ LA GARNETA TLE MEN, VEDRÈ SI PASSA LE ZIRLE Quella ragazza ha troppi grilli per la testa: falla faticare di più e tutto le passerà.

HA BAIET TUT STANOT! Abbaia come un cane chi tossisce tutta la notte, togliendo il sonno a chi gli sta accanto.

LU POL PISCÈ IN TEL LET E PU DI’ C’HA SUDET Il ricco può farla anche a letto e dire che ha solo sudato.

ME PER ‘NA CHEPRA SCORNETA Se la capra non ha più le corna non è una bella capra,è una buffa creatura fuori luogo. Così è per una donna mal ridotta nel suo aspetto e nell’umore.

HA PISCET IN TEL BATESME A quanto pare, chi fa la pipì durante il battesimo nella vita non è troppo fortunato. È UN ROTECC Il bambino che non ha pace è simile al roteggio di un mulino.

ME PER LA MADONNA D’LURET È detto di una donna troppo agghindata e ingioiellata: l’immagine della Madonna di Loreto appare irrigidita nella dalmatica costellata di pietre preziose e oro.

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la memoria delle cose

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CRISTINA ORTOLANI

Prendete la fotografia di Marianna Duchi, a pagina 63, in alto. E provate a guardarla negli occhi. Io non ci sono mai riuscita: inesorabilmente, irresistibilmente, lo sguardo è attratto da quei piedi che avanzano verso lo spettatore, ai bordi dell’immagine, concreti più di quelli del Cristo morto del Mantegna, nodosi come una radice d’ulivo o impastati nel fango come certi personaggi di Van Gogh. Piedi che le scarpe le hanno viste poco (all’ultimo, forse), piedi che magari non erano così dissimili da quelli degli scolari scalzi che, per risparmiare l’unico paio di scarpe, percorrevano a piedi nudi chilometri di terra ed erba. Se i passi sono un po’ l’unità minima su cui si misura la storia, certo è sulle traiettorie di piedi come questi che si intrecciano le trame dei luoghi della Memoteca, ed è dalle scarpe sformate, rattoppate - o paradossalmente intatte, indossate solo la domenica, nei giorni di festa e davanti al fotografo -, che deve cominciare il racconto della memoria delle cose.

Una galleria virtuale (almeno per ora), per rammentare, anzi, ricordare, a partire dai dettagli; per esercitare l’attenzione, provare a sostare di fronte al tempo. Oggetti quotidiani, segnati dall’uso, modificati, adattati alle mani di chi lavora, totalmente corrispondenti alla loro funzione, pensati per servire e dunque quasi sempre bellissimi nella loro povera matericità; oggetti capaci di sopravvivere ai traslochi, alle guerre, all’incuria. Cose che, non si sa come, rievocano la potenza fatata dei segni di fiaba, quelli che nell’oscuro del bosco si tengono stretti, perché fanno ritrovare la strada. 84

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Naturalmente, in classe, volevo che i miei alunni portassero le scarpe‌ Arrivavano a scuola con le scarpe in mano, e appena entrati le indossavano. Poi, all’uscita, se le toglievano di nuovo e tornavano a casa a piedi nudi (Maria Milena Lombardi, Pesaro, 2010).

Mi raccontava mia nonna che alle famiglie, Mussolini dava i vestiti e le scarpe, per farsi fotografare (Un testimone, Pesaro, 2009). I sandali me li faceva mio zio, con i copertoni vecchi (Un testimone, Pesaro, 2010).

Ricordo che negli anni di guerra indossai un paio di scarpe rivoltate. SĂŹ, proprio come i cappotti: ricavate da un vecchio paio di scarpe di mio padre (Angela Volpini, Pesaro, 2010).

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1. Un’immagine dall’album della Famiglia Paci - Ortolani, originaria di Montegaudio (Monteciccardo) (raccolta Paci - Ortolani, Pesaro); 2. Tavullia, primi del ‘900. I calzolai al lavoro in una via del castello (raccolta Vittorina Capanna,Tavullia); 3. Sant’Angelo in Lizzola, anni Venti-Trenta del ‘900. I calzolai del paese (raccolta privata, Pesaro).

4. Cendrillon, illustrazione del XIX secolo; 5. Rio Salso (Tavullia), primi del ‘900. Marianna Duchi Antonelli (raccolta Laura Macchini, Rio Salso - Tavullia); 6. Sant’Angelo in Lizzola, primi del ‘900. Un’immagine dall’album di Leonella Giovannini (raccolta Leonella Giovannini, Sant’Angelo in Lizzola); 7. Monteciccardo, anni Quaranta del ‘900. Un’immagine dall’album di Fiorino Pacini (raccolta Fiorino Pacini, Monteciccardo); 8. Pesaro, 1912. La Famiglia Barbanti, originaria di Montecchio (Sant’Angelo in Lizzola) (raccolta Maria Teresa Badioli, Pesaro); 9.Vincent Van Gogh, Scarpe con lacci (1886, olio su tela,Van Gogh Museum, Amsterdam).

A destra, in bianco e nero: Tavullia, fine anni Novanta del ‘900. Serafino Gambini, (Fino) calzolaio, barbiere e memoria storica del paese, si affaccia alla porta della sua edicolabarbieria (foto Carlo Ciappi, Firenze; raccolta Alberta Gambini,Tavullia); a colori: il banchetto da calzolaio di Serafino Gambini, sul quale hanno lavorato - dice la figlia Alberta - almeno tre generazioni di calzolai, dalla fine dell’Ottocento, e la striscia di cuoio utilizzata dai calzolai per proteggere le mani in alcune fasi della lavorazione delle scarpe (fotografie Cristina Ortolani, 2010).

FONTI E TRACCE

Michel De Certeau, L’invenzione del quotidiano, trad. M. Baccianini, Edizioni Lavoro, Roma 2005, pp. 150-174. Collodi (Carlo Lorenzini), Le avventure di Pinocchio - storia di un burattino, prima ed. Firenze 1883. Charles Perrault, Cenerentola, libera traduzione di Collodi, da I racconti delle fate, prima ed. Firenze, 1875. Paolo Conte, Bartali, da Un gelato al limon (RCA, 1979). Le testimonianze di Maria Milena Lombardi e Angela Volpini sono state raccolte a Pesaro tra il febbraio e l’aprile 2010.

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pian del bruscolo da sfogliare

Da più di trent’anni promotocoltura e società rurale nel XIV re della Mostra del Libro per secolo (1997), fino ad arrivare Ragazzi di Morciola, giunta alla alla monografia su Montefabbri XXXIII edizione, Colbordolo del 1999 e, nel 2006, al volume si è raccontato negli ultimi sulla frazione di Talacchio. Orianni attraverso una nutrita serie di pubblicazioni. È ginario di Gradara ma residente a Colbordolo dal 1976, del 1983 (ma ristampata nel 2008) la Vera storia della Moretti lasciò anche un consistente nucleo di appunti Banda Grossi, dove la figura di Terenzio Grossi, bri- che avrebbero dovuto concludere la ‘trilogia’ dedicata gante le cui gesta sono ancora oggi ricordate con al suo paese adottivo, indagando, dopo Montefabbri e un certo timore tra Pontevecchio e Montefabbri, è Talacchio, le vicende di Colbordolo capoluogo. La sua rievocata con rigore attraverso gli atti processuali e i eredità è stata raccolta da un giovane studioso, Matteo documenti d’archivio da Riccardo Paolo Uguccioni e Sisti, vicino a Moretti sino agli ultimi giorni di vita, che Massimo Monsagrati; proprio al mulino di Pontevec- nel prossimo Giugno presenterà il volume Il castello di chio, nei pressi dell’antico ponte sul Foglia, sono poi Colbordolo, basato sulle ricerche di Moretti. Il volume è dedicati alcuni saggi, tra i quali Il mulino di Pontevecchio. stato promosso dal Comune di Colbordolo e realizzaLa storia, il restauro (2008). La storia di Colbordolo è to con il sostegno della Banca di Credito Cooperativo presente, in filigrana, anche sullo sfondo del volume di Gradara. sul locale corpo bandistico, pubblicato nel 2004, in Accanto ai libri, da tempo Colbordolo ha intrapreso la occasione del centocinquan- M. Monsagrati - R.P. Uguccioni, La vera storia della strada della valorizzazione delle tesimo compleanno del com- Banda Grossi, Pesaro 2008 (prima ed. 1983). tradizioni e dei personaggi locaplesso, che la tradizione vuole G. Calegari, Giovanni Santi, El paternal mio nido, li, attraverso iniziative come Sul Fano 1996 (prima ed. 1994). fondato nel 1853. filo della memoria, che comprenL. Moretti, Castelli sospesi tra sogno e memoria, PeMa la storia di Colbordolo re- saro 1993. de tra l’altro la raccolta di testista legata, per quanto riguarda L. Moretti, Colbordolo, agricoltura e società rurale nel monianze e interviste curata da il panorama degli studi locali, a XIV secolo, Rimini 1997. Sandro Tontardini: dopo monsiLeonardo Moretti (1953-2009), L. Moretti, Montefabbri, Colbordolo 1999. gnor Mario Sacchini di MorcioS. Bastianelli - C. Ortolani - M. L. Ubalducci, La autore di diversi volumi su Col- Banda di Colbordolo, 2005 (con un’introduzione di la, quest’anno l’appuntamento è bordolo e le sue frazioni, da L. Moretti), Colbordolo 2004. con i ricordi di Leandro RomaCastelli sospesi tra sogno e me- L. Moretti, Talacchio, Urbania 2006. ni di Bottega. moria (1993), a Colbordolo, agri- E. Baldetti (a cura), Il mulino di Pontevecchio. La sto- (info: www.comune.colbordolo.pu.it) ria, il restauro, Pesaro 2008. L. Moretti - M. Sisti, Il castello di Colbordolo (uscita prevista nel Giugno 2010).

LA BIBLIOTECA PIAN DEL BRUSCOLO E I ‘SUOI’ FUMETTI ALLA XXXIII MOSTRA DEL LIBRO PER RAGAZZI DI COLBORDOLO Anche quest’anno il servizio bibliotecario dell’Unione dei Comuni Pian Del Bruscolo assieme all’associazione Hamelin di Bologna, ha organizzato un corso di fumetti nella biblioteca di Morciola. L’anno scorso abbiamo creato Abitato, una fanzine, un piccolo prodotto a fumetti che raccoglieva tutte le nostre storie. Quest’anno il tema proposto era lo stesso: io nel territorio. Mi piaceva l’idea di raccontare posti, luoghi e storie che ci circondano disegnate da un punto di vista speciale e personale, dice Alessandro Baronciani, illustratore e fumettista, curatore del corso. Ma quest’anno, diversamente da Abitato, le storie erano meno legate al territorio e più intimiste. È come se l’argomento fosse stato sviluppato di più intor-

no all’ “io” che al “territorio”. Da qui è nato il nome Case. Perchè i racconti sembrano case isolate, sperdute nelle campagne forse, o in qualche appartamento di città. Accanto a Case, i ragazzi che hanno seguito il corso di fumetto l’anno precedente, allievi del Liceo Artistico “Scuola del Libro” di Urbino, hanno creato e autoprodotto la fanzine Resina. Case e Resina sono state presentate a Bologna il 6 Marzo 2010 a Bilbolbul, festival internazionale del fumetto, e alla XXXIII Mostra del Libro per Ragazzi di Colbordolo (8-15 Maggio 2010). (info: www.mostralibrocolbordolo.it; www.biblioteche.unionepiandelbruscolo.pu.it)

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mi ricordo

TRA PROUST E PEREC, QUATTRO PAGINE DI MEMORIE IN LIBERTÀ. E TU, COSA RICORDI?

Ricordo lo scoppio della prima guerra del Golfo. Le riprese televisive dei bombardamenti notturni sembravano sequenze di un video gioco. Ricordo una gita scolastica delle elementari presso lo Zoo di Pistoia al cui ingresso uno scimpanzè dava il Benvenuto ai visitatori con una stretta di mano. FEDERICO GOFFI Sant’Angelo in Lizzola

Mi ricordo una fiaccolata femminista in piazza del Popolo, a Pesaro, e gli uomini che chiedevano... ma cosa vorranno queste...?!!! GIOVANNA MULAZZANI Gabicce Mare

Mi ricordo... la merenda fatta con una fetta di pane ed uno scacco di cioccolata metà bianca e metà nera. GIANLUCA ROSSINI Sant’Angelo in Lizzola

Mi ricordo il saggio di danza al cinema teatro Nuovo Fiore in estate. E il rito dell’acconciatura: la mamma che mi raccoglieva i capelli, tiratissimi, con la spazzola bagnata; le forcine, la retina, la lacca e - da ultimo - la coroncina con i fiori bianchi. E poi, il percorso a piedi fino al teatro, per le vie del centro, con il tutù dentro il sacco trasparente su una spalla, accompagnata dal corteo dei parenti, mentre mi pavoneggiavo dall’alto dei miei sette anni. SIMONA ORTOLANI Pesaro

Mi ricordo la mia prima supplenza presso l’Istituto Tecnico Industriale di Forlì il 3 Febbraio del 1970. Avevo una classe composta di 33 alunni. L’insegnamento in una classe1 C composta da 25 ragazze presso l’ITIS “E. Mattei” di Urbino verso la fine degli anni Ottanta del ‘900. La prima radio portatile (Philips) regalatami da mio padre in prima media. La bellezza, il fascino, la grandiosità dell’Arsenale di Venezia. SANDRO TONTARDINI Colbordolo 88

Mi ricordo gli alberi di Paulownie, di cui ora ne è rimasto solo uno, vicino all’Hotel Vittoria, a Pesaro. Mi ricordo che, nell’immediato dopoguerra, tornati dallo sfollamento, abbiamo fatto tutti la vaccinazione antivaiolo nella casa Michetti in via Branca, nella grande stanza d’ingresso sul ballatoio.Anche io c’ero! MARIA TERESA BADIOLI (1923 - 2010) Pesaro


Mi ricordo l’estate degli aeroplanini di carta. Tutti i giorni con Gianluca a inventare una piegatura nuova per quelli “a missile” e per quelli da planata, e poi sul balcone, tirarli nel cortile della scuola. Tutto il pomeriggio così, un mese intero. A Settembre, il cortile era ancora tappezzato di bianco. WALTER VANNINI Pesaro

Mi ricordo i miei nonni. Con mio nonno paterno andavo alle Feste dell’Unità e ho un ricordo nitido di quella del 1984.Vedevo da ogni parte manifesti con il volto di un uomo e a un certo punto chiesi: Chi è nonno quello lì?. È un uomo perbene - mi rispose - che è stato sempre dalla parte dei più deboli. Quell’uomo era Enrico Berlinguer e per me è stato una sorta di imprinting politico. Mio nonno materno, invece, mi portava spesso a fare passeggiate in bici, io stavo sulla canna e lui guidava e mi parlava. Ero un ragazzino appena, quando un giorno mi disse che per il popolo, la gente umile, l’unico modo per affermarsi è lo studio. Il sapere come riscatto sociale. MATTEO RICCI Pesaro

Mi ricordo la scampagnata del I Maggio, Festa dei lavoratori, e la mangiata sdraiati sulle coperte sui prati di lumachén e di garagoj. Noi bambini giocavamo con i gusci vuoti sull’erba… SABINA CARDINALI Pesaro

Ricordo la carta paglia per impacchettare gli alimenti: la usavamo per fumare in segreto. Ricordo quando mia madre ci dava cento lire e ci uscivano tre ghiaccioli e due chewingum. LUCIANA NATALONI San Costanzo

Mi ricordo, io bambina, stesa tra i fiori di erba spagna. FABRIZIA TAGLIABRACCI Montelabbate

Mi ricordo quando io e mio fratello guardavamo Mazinga Zeta sul divano. Mi ricordo quando alle elementari io e le mie amichette giocavamo all’elastico. Mi ricordo i panini con la nutella alle quattro in punto. Mi ricordo le caramelline all’orzo che vendeva Learco. LAURA MACCHINI Tavullia

Mi ricordo quando si andava al cinema con cinquemila lire e il cono gelato più grande ne costava millecinquecento. FRANCESCA ONORATO Pesaro

Mi ricordo il sapore del pane. Mi ricordo la difficoltà per imparare a tenere il ditale. ALESSANDRA BONCI Montemaggiore al Metauro

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Mi ricordo le caramelle di panna, avvolte nella carta bianca e azzurra, che mi dava mia nonna Pina. Mi ricordo quando andavo a scuola e “studiare è il tuo lavoro”. Mi ricordo una scamiciata a scacchi bianchi e lavanda, con una margherita applicata davanti, comprata da Fiordelmondo a Pesaro (il signor Ettore, che faccia severa!, la signora Giuliana, sembrava la fata Smemorina, e poi c’era la commessa Pupa). CRISTINA ORTOLANI Pesaro Mi ricordo quando da bambino vivevo in campagna, ricordo la pace e la serenità di quei momenti, ricordo che tutte le sere alle otto cercavo mia madre perché volevo vedere il carosello stando seduto sulle sue ginocchia, ricordo che avevo dieci anni la prima volta che vidi una busta di latte... perché ero abituato a quello appena munto nella stalla di mio padre, ricordo le merende con la panzanella, le foto all’asilo dentro l’uovo di Pasqua, l’odore del pompelmo della maestra Giombini e la mia classe di soli sei bambini. Ricordo, ricordo con gioia queste cose perché mi hanno insegnato a vivere… GIORGIO AGUZZI Fossombrone

Se Guccini ricorda in una splendida canzone (Stagioni) il triste giorno in cui arrivò la notizia della morte di Ernesto Guevara Lynch detto il Che, io ricordo le bandiere della (allora) Cecoslovacchia, non in tv che era in bianconero, ma riprodotte qua e là in alcune piazze e avrei capito solo anni dopo il significato di quelle riproduzioni. Ricordo anche un periodo in cui di domenica non si girava in macchina per via dell’austerity e ho assaporato quelle giornate di silenzio automobilistico soltanto quando l’anno scorso per il Giro d’Italia, per la tappa a cronometro Pesaro - Urbino i nostri paesi furono chiusi al traffico. Ricordo anche quando in tv c’erano quiz seri in cui la gente doveva presentarsi studiando, letteralmente studiando (vedi Rischiatutto), e si assisteva a tribune elettorali con politici di grande spessore culturale e di grande esperienza. A casa mia, per chiari motivi politici, si attendeva con attenzione l’invito al voto di un uomo magro, con poco sorriso (oggi fan tutti a gara a chi fa ridere di più), rigoroso nelle parole e nei comportamenti, che scomparve improvvisamente in una fine primavera del 1984. GUIDO FORMICA Sant’Angelo in Lizzola 90

Ricordo la gioia del primo goal ufficiale! Avevo 11 anni e il campionato era quello dei “pulcini”. Mi sentivo in paradiso, ogni mio sogno si era avverato! Ero un vero calciatore, avevo segnato un goal! MORENO BORDONI Pesaro

Mi ricordo da bambino le vacanze, l’estate, la spiaggia ed il sorgere del sole, tutto rosso, dalle acque dell’Adriatico. ANTONELLO DE BERARDINIS, Pesaro

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Mi ricordo l’acqua gelida della fontana; mi ricordo i giochi nella vecchia Simca del babbo; mi ricordo il lunghissimo viale alberato che portava al fiume; mi ricordo l’immenso camino nella sala da pranzo LUCA LUCARINI Colbordolo

Ricordo la prima volta che sono entrata a una riunione del Partito Comunista della mia città, in Ucraina. Avevo un tailleur verde. ANIA ONUFRASH Pesaro

Mi ricordo il primo libro che ho letto, Il piccolo principe, regalo di non so quale parente. Mi ricordo il mio primo paio di scarpe con il tacco, erano alte solo 3 cm ma mi sentivo una gran stangona. ELISA GIANGOLINI Monteciccardo Mi ricordo i tuffi nel Gorgo della Scala, nel fiume Mutino, in Carpegna. Mi ricordo di quando pescavo le anguille con le mani, nel fiume Cesano. GIOVANNI BARBERINI Monteciccardo

Mi ricordo di quando ho detto al prete: all’asilo dalle suore non vengo più, perché i bagni sono tutti zozzati, i coconi poco sugati e la minestra tutto brodo. MARIA GRAZIA NARDINI Fano

La mia mamma l’ha sentita da sua mamma che l’ha sentita da sua mamma… Sapa ben, sapa mel | sapa ben in tel cavdèl* | s’el padron al ven a veda | tal cavdèl us met da seda (*inizio o fine del rettangolo di terra; solco diritto dal voc. Romagnolo). Il senso: fa’ come vuoi, ma zappa bene all’inizio e alla fine del campo, perché se viene a vedere il padrone si ferma all’inizio e non si inoltra. Mi ricordo che mio padre amava ricordare a noi figlie che fu proprio il periodo più brutto della vita, quello della prigionia di guerra, a regalargli uno dei doni più belli: l’Amico fraterno di Candelara. Ciao Attilio. Mi ricordo che mi piaceva tanto l’odore della matita (Fila 2) quando ‘facevo la punta’ che la consumavo tutta a forza di temperarla. E la tentazione continua… SIMONETTA BASTIANELLI Gabicce Mare

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MEMOTECA

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hanno collaborato a questo numero Cult movies: Ninotchka di Ernst Lubitsch, a pari merito con Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock, e The pirate di Vincente Minnelli. Cult books: Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio; Cristina Campo, Gli imperdonabili; Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby. Un cibo: solo uno? Comunque, piadina con le erbe di campagna, latte intero, cioccolato fondente. Luogo: la luce della Provenza. Colori: quelli di Matisse. Si avvicina al racconto della memoria attraverso i libri di Giovannino Guareschi, le storie di fantasmi della nonna e le provocazioni del professor Arnaldo Picchi, con il quale si è laureata a Bologna, al DAMS Spettacolo, nel 1993. Del teatro (per il quale ha firmato dal 1984 al 2004 i costumi di diversi spettacoli di opera lirica) le restano scatole di campioni di tessuti d’epoca, che utilizza per comporre artworks ai quali - dice - spera di dedicare la vecchiaia. Tra storia e storie ha curato una ventina di pubblicazioni, principalmente legate al territorio provinciale di Pesaro e Urbino, tra cui Pesaro, la moda e la memoria (2008 e 2009). Ha collaborato con la FondazioneVittorio De Sica, con saggi sui costumi nei film del grande regista. Dal 1999 scrive anche per internet, occupandosi di costume, lifestyle, teatro e cinema. Dal 1996 collabora con i Comuni dell’Unione Pian del Bruscolo per progetti e iniziative culturali sui temi della memoria locale; nel 2005 ha creato la Memoteca Pian del Bruscolo e ideato le cene in famiglia di Belvedere Fogliense (Tavullia). È nata nel 1965 a Pesaro, dove vive e lavora. Laureato in filologia greca e latina presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’, ha conseguito successivamente presso la Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dell’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’ prima il diploma di conservatore di manoscritti, poi il diploma di Archivista Paleografo, quindi il diploma di Paleografia Greca presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica. Presso l’Università degli Studi di Macerata ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in ‘Cultura dell’età romanobarbarica’.Vincitore di concorso per archivista di Stato ricercatore storico-scientifico, dal 1999 è nei ruoli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Dal 1 Giugno 2009 è direttore dell’Archivio di Stato di Pesaro. Nata a Sant’Angelo in Lizzola il 17 Febbraio 1958. Laureata in Scienze Agrarie. Sposata, con una figlia. Svolge attività di libero professionista, didattica e editoriale nel settore paesaggistico, agricolo ed ambientale. Dal Giugno 2009 è assessore del Comune di Sant’Angelo in Lizzola con deleghe alla Pubblica Istruzione, Formazione, Ambiente e Agricoltura. Segretario membro del Consiglio direttivo dell’Accademia Agraria di Pesaro, per Promemoria Franca Gambini ha curiosato negli archivi di questa prestigiosa istituzione, con la serie Esercitazioni Agrarie.

Per trent’anni professore all’Istituto Agrario “A. Cecchi” di Villa Caprile di Pesaro (tra le materie insegnate anche Ecologia del territorio e del paesaggio), Giovanni Barberini è stato sindaco di Monteciccardo dal 1995 al 2004; tra il febbraio 2003 e il novembre 2004 è stato presidente dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo, diventando successivamente, sempre all’Unione dei Comuni, Assessore alla Cultura e alla Promozione del territorio. Sin da ragazzo frequentatore assiduo delle acque fluviali (dal Cesano, dove di notte pescava le anguille - a mano, al Mutino, a Carpegna, ove si tuffava dal Gorgo della Scala), per Promemoria ha inaugurato la serie dei Luoghi della memoria, con un articolo sul recupero e la valorizzazione del percorso del fiume Foglia, che da sempre segna le vicende del territorio di Pian del Bruscolo. Sono nata quando Modugno vinse Sanremo con Nel blu dipinto di blu. Laureata in Lettere con tesi in Storia dell’arte e diplomata in Archivistica, Paleografia e Diplomatica. E così ho dichiarato subito i miei due grandi amori. In nome del primo ho partecipato all’organizzazione di alcune mostre, tra cui quelle a San Leo sulValentino, il Seicento eccentrico (di cui son stata co-redattrice del catalogo per Giunti Editore) e Ciro Pavisa a Mombaroccio; ho redatto e schedato per il volume I Santuari nelle Marche, relazionato a convegni sulla scultura lignea; ho collaborato alla stesura dei testi per il video Medioevo nella Provincia di Pesaro. Ho curato schede sugli arredi di alcune chiese dell’urbinate e, per la De Agostini, sui Pittori marchigiani dell’800. Per l’altro amore, l’archivistica, ho anche continuato a studiare, frequentando due Master sulla Progettazione e gestione informatica dei servizi documentari e un corso universitario; ho riordinato gli archivi di vari Comuni e lavorato al censimento, commissionato da Regione e Soprintendenza, degli archivi ospedalieri e degli enti assistenziali della Provincia. La conoscenza degli archivi e la ri-conoscenza per la storia mi hanno messo sulla via delle mostre storico-documentarie e della pubblicazione dei relativi contributi. Oggi lavoro come archivista del Comune di Pesaro.

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Sandro Tontardini, 61 anni, insegnante tecnico pratico in pensione, sposato con due 2 figli. Vive a Bottega di Colbordolo. Si è sempre dimostrato attento e sensibile ai problemi di carattere culturale del proprio territorio. Collabora da tempo all’organizzazione della Mostra del Libro per Ragazzi di Morciola di Colbordolo, giunta quest’anno alla XXXIII edizione. Attualmente ricopre presso l’amministrazione comunale di Colbordolo la carica di assessore alla Cultura, Promozione del territorio e Volontariato.

Nato nel 1967, coniugato, 2 figli maschi. Ingegnere elettronico, mi occupo di automazione e strumentazione per impianti oil&gas. Ho una passione per la Storia, soprattutto quella che va dal 1943 al 1945 e che riguarda gli IMI (Internati Militari Italiani): faccio parte dell’ISCOP (Istituto di Storia Contemporanea di Pesaro e Urbino), nel quale seguo la sezione Memoria della deportazione. Ho una moto del 1982 (Honda Nighthawk) che non riesco mai a adoperare quanto vorrei. Mi piace viaggiare: ho viaggiato “abbastanza” per lavoro venendo a contatto con mentalità e modi di vivere tra i più vari: non mi piace viaggiare solo per divertimento o per svago ma per conoscere altri modi di vivere diversi dal mio. Credo profondamente nell’integrazione tra tutti gli uomini e nel rispetto di ogni diritto. Mi piace leggere: ho una buona biblioteca nonché alcuni volumi “antichi” (dal 1600 in poi).

Laureata in Architettura presso l’Università di Firenze. Sin da allora si occupa del tema delle colonie marine presso l’Istituto dei Beni culturali della Regione Emilia Romagna, con la direzione scientifica di Pierluigi Cervellati. Da tale interesse sono nate le pubblicazioni Colonie a Mare e Avanguardia Romagnola. Nel 1989 vince un appalto-concorso sul recupero della Colonia Italo Balbo di Cattolica. Ultima pubblicazione in ordine di tempo Colonie per l’infanzia tra le due guerre. Storia e tecnica (2009). Ha partecipato a concorsi di urbanistica e di architettura e all’allestimento di alcune mostre, tra cui IlValentino e Il Seicento eccentrico (Rocca di San Leo). Nel 1998 con l’architetto Patrizia Lay e con la facoltà di architettura di Roma, organizza un convegno dedicato ai “Frattali” come nuova lettura della realtà e degli Archetipi dello Spazio. Nel 2003 partecipa al convegno internazionale di Viareggio Passeggiate su molti Mari. Da diversi anni è membro del consiglio dell’INU della sezione Marche. Svolge da anni attività professionale nell’ambito della ristrutturazione alberghiera e residenziale.

Laura Macchini, 34 anni, sposata. Laureata in Lettere classiche, ha avuto esperienze in varie scuole medie e superiori. Attualmente lavora presso la ditta di materiali edili di suo padre. Ama la storia, l’arte, la fotografia e leggere... cosa? di tutto!!!

Ventitre anni, laureanda presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Urbino, Elisa Giangolini è Assessore alle Politiche sociali e educative, Politiche giovanili, Informazione comunicazione e partecipazione del Comune di Monteciccardo, in una Giunta composta di under 40. Le piacciono: Jane Austen e la buona letteratura, le scarpe viola tacco dodici, le borse cult e Johhny Depp.

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LA MEMOTECA PIAN DEL BRUSCOLO Da quasi cinque anni, ormai, la Memoteca Pian del Bruscolo percorre il territorio dei Comuni dell’Unione Pian del Bruscolo, raccogliendo ricordi e testimonianze in un progetto di recupero e valorizzazione della memoria (le memorie) della comunità locale della bassa Valle del Foglia. Oltre trecento persone hanno sinora partecipato alla raccolta del materiale, con fotografie dagli album di famiglia (circa cinquemila le immagini raccolte), interviste, segnalazioni di documenti di diverso genere, dalle ricette di cucina alle lettere agli elenchi dei corredi, solo per citarne alcuni: un patrimonio ricco di minute informazioni, grazie al quale la vita quotidiana tra XIX e XX secolo si intreccia con la storia, componendo un quadro sempre più preciso delle trasformazioni avvenute nel nostro territorio. Materiale che, insieme con quello proveniente da archivi comunali, parrocchiali e altri è stato utilizzato per esposizioni, pubblicazioni, filmati, proposti al pubblico in numerose occasioni. Una parte di queste testimonianze iconografiche e documentarie è inoltre stata catalogata secondo standard

Questa pubblicazione è realizzata grazie al sostegno di

internazionali e inserita sul sito web www.memotecapiandelbruscolo.pu.it, cuore del progetto, luogo virtuale di scambio tra persone e generazioni, al quale l’Unione dei Comuni intende affiancare presto uno spazio reale. Al di là del valore di ricostruzione di un tessuto storico e sociale fatto di dettagli (la microstoria), va segnalato l’interesse che le ricerche della Memoteca hanno suscitato tra le persone coinvolte, portando giovani e anziani, bambini, nonni e “nuovi arrivati” a radunarsi, e non di rado a far festa, intorno ai loro luoghi, scoprendone (o ritrovandone) radici e identità. Una vivacità che caratterizza il lavoro della Memoteca sin dagli inizi e che ne è ormai divenuta la cifra. Come dice Moni Ovadia, che certo di queste cose se ne intende, la memoria è un progetto per il futuro: recuperare le radici significa per noi attingere alla memoria nella sua connotazione più vitale e meno nostalgica, così come emerge dalla quotidiana frequentazione di persone e luoghi dove usi e tradizioni di stampo antico coesistono senza troppi attriti con la contemporaneità.

Puoi partecipare al progetto inviandoci fotografie o riproduzioni di altri documenti, raccontando la storia della tua famiglia o le storie del tuo paese: per informazioni puoi rivolgerti all’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo (tel. 0721 499077), scriverci all’indirizzo info@memotecapiandelbruscolo.pu.it o consultare il sito www.memotecapiandelbruscolo.pu.it.

LA MEMOTECA PIAN DEL BRUSCOLO - PUBBLICAZIONI E INIZIATIVE DAL 2007 Estate 2007 > Percorso espositivo SCRIGNI DELLA MEMORIA. Sei tappe nei cinque comuni dell’Unione, in occasione di altrettanti eventi programmati dalle amministrazioni. > Partecipazione al II FESTIVAL NAZIONALE DELL’AUTOBIOGRAFIA Città e paesi in racconto di Anghiari (AR). Inverno - Primavera 2008 > CACCIA ALLE TRACCE. Collaborazione al VII Concorso letterario per piccoli scrittori: lezioni nelle 13 classi partecipanti al Concorso; visita di due classi all’Archivio Comunale di Sant’Angelo

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in Lizzola; esposizione fotografica-documentaria presentata alla 31a Mostra del Libro per Ragazzi di Colbordolo; realizzazione del volume Caccia alle tracce - L’album del concorso, presentato al PalaDionigi di Montecchio. Inverno - Primavera 2009 BRUSCOLO. ITINERARI TRA STORIA, MEMORIA E REALTÀ: volume di itinerari tematici intercomunali alla scoperta del territorio dell’Unione Pian del Bruscolo. > PIAN

DEL

> La Memoteca ha inoltre collaborato con il Comune di Sant’Angelo in Liz-

zola alle prime due edizioni del Piccolo Convegno di Storia Locale (luglio 2007 e agosto 2008) e al progetto editoriale Montecchioracconta - storie e memorie di un paese lungo la strada (2007-2009); con il Comune di Monteciccardo la Memoteca ha collaborato alla realizzazione del progetto editoriale Monteciccardo, cronache, storie, ricordi (2008-2009). Nell’Aprile 2010 l’esperienza della Memoteca Pian del Bruscolo è stata al centro della tavola rotonda Vetera componere novis, organizzata dall’Archivio di Stato di Pesaro in occasione della XII Settimana nazionale della cultura.

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> Promemoria - periodico culturale testata in attesa di registrazione presso il Tribunale di Pesaro > numero zero > chiuso in redazione il 23 Aprile 2010 > direttore responsabile Cristina Ortolani > coordinamento editoriale, immagine e grafica Cristina Ortolani > coordinamento organizzativo Vincenza Lilli - Unione dei Comuni Pian del Bruscolo > hanno collaborato a questo numero Antonello de Berardinis, Giovanni Barberini, Simonetta Bastianelli, Franca Gambini, Elisa Giangolini, Laura Macchini, Giovanna Mulazzani, Gianluca Rossini, Sandro Tontardini > informazioni www.memotecapiandelbruscolo.pu.it;info@memotecapiandelbruscolo.pu.it Unione dei Comuni “Pian del Bruscolo”, via Nazionale, 2 61022 Bottega di Colbordolo (PU) - tel. 0721 499077 www. unionepiandelbruscolo.pu.it; info@unionepiandelbruscolo.pu.it Cristina Ortolani, via Avogadro 39 - 61122 Pesaro cristina@cristinaortolanistudio.it > le immagini appaiono con l’autorizzazione degli aventi diritto > il materiale raccolto è stato inserito con la massima cura, tuttavia i responsabili della pubblicazione si scusa per eventuali involontarie omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti e resta a disposizione degli aventi diritto per le immagini di cui non è stato possibile rintracciare i titolari del copyright > i testi sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons “Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0” (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0) > la responsabilità dei contenuti dei testi è dei rispettivi autori > stampa SAT - Sant’Angelo in Lizzola (PU) la carta utilizzata per la stampa di Promemoria ha ottenuto la certificazione ambientale F.S.C. (Forest Stewardship Council), che identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. > la Memoteca Pian del Bruscolo è un progetto realizzato con il contributo della Provincia di Pesaro e Urbino ai sensi della L.R. 75/1997 > realizzazione del portale Servizio Informativo e Statistico - Provincia di Pesaro e Urbino, progettazione della banca dati Michele Catozzi

Memoteca Pian del Bruscolo e Promemoria concept+image Cristina Ortolani

> per i documenti, racconti, le fotografie, la pazienza grazie a: Archivio storico diocesano di Pesaro Parrocchia di San Michele Arcangelo, Sant’Angelo in Lizzola Parrocchia di San Pietro in Rosis, Ginestreto - Pesaro Archivio di Stato di Pesaro Archivio storico comunale di Gabicce Mare Archivio comunale di Montelabbate Archivio storico comunale di Pesaro Archivio storico comunale di Sant’Angelo in Lizzola Archivio storico comunale di Tavullia Accademia Agraria di Pesaro ISCOP - Pesaro ai collaboratori della Memoteca e di Promemoria agli amministratori e al personale dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo e dei Comuni di Colbordolo, Monteciccardo, Montelabbate, Sant’Angelo in Lizzola e Tavullia e a Giorgio Aguzzi, Fossombrone; Carmen Allegrucci Dorazi, Monteciccardo; Antonella e la Comunità di Bose, Magnano (BI); Elisa Antonini, Sant’Angelo in Lizzola; Mary Ann Arduini, Pesaro; Maria Teresa Badioli (1923 - 2010), Pesaro; Stefania Bacchiani, Osteria Nuova - Montelabbate; Lilliana Baiocchi Crescentini, Monteciccardo; Elvezia Baronciani Zaffini, Ginestreto - Pesaro; Luca Bartolucci, Pesaro; Alessandra Benvenuti, Pesaro; Franco Bezziccheri, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Gabriele Bonazzoli, Monteciccardo;Alessandra Bonci, Montemaggiore al Metauro; Moreno Bordoni, Pesaro; Giancarlo Cacciaguerra Perticari, Sant’Angelo in Lizzola; Famiglia Calzolari, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Vittorina Capanna, Tavullia; Anna Capponi Donati, Sant’Angelo in Lizzola; Sabina Cardinali, Pesaro; Marzia Cartoceti, Morciola - Colbordolo; Lidia Coretti, Villa Betti - Monteciccardo; don Igino Corsini, Pesaro; Raffaella Corsini Ortolani e Famiglia Ortolani, Pesaro; Lucia Curina, Mombaroccio;Anna Damiani Tontardini, Bottega - Colbordolo; Luciano Dolcini, Pesaro;Vittorio Eusebi, Montefabbri - Colbordolo; Guido Fabrizi, Pesaro; Gabriele Falciasecca, Pesaro;Alberta Gambini e Famiglia Gambini,Tavullia; Terenzio Gambini, Osteria Nuova - Montelabbate; Nerina Gattoni Galanti e Armando Galanti, Ginestreto - Pesaro; Roberto Gattoni, Pesaro; Stefano Gattoni, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Gabriella Giampaoli, Pesaro; Maria Giorgi Cappelletti, Montegaudio - Monteciccardo; don Enrico Giorgini, Sant’Angelo in Lizzola; Leonella Giovannini, Sant’Angelo in Lizzola; Nicole Hofmann; Maria Milena Lombardi e Fernando Curina, Pesaro; Luca Lucarini, Morciola - Colbordolo; Rita Luccardini, Pesaro; Famiglia Macchini - Giovanetti, Pesaro; Famiglia Angelo Marchi, Peglio;Agla Marcucci Gattini, Pesaro; Giovanni Marcucci, Montelabbate; Luigi Mariotti, Colbordolo; don Raffaele Mazzoli, Pesaro; Maria Grazia Nardini, Fano; Luciana Nataloni, San Costanzo; Francesca Onorato, Pesaro; Ania Onufrash, Pesaro; Simona Ortolani e Walter Vannini, Pesaro; Famiglia Paci - Ortolani, Pesaro; Fiorino Pacini, Monteciccardo; Ennio Palma, Pesaro; Primo Poli, Morciano di Romagna; Pro Loco Fogliense, Belvedere Fogliense - Tavullia; Matteo Ricci, Pesaro; Michelangelo Ricci,Tavullia; Ida Roselli,Villa Betti - Monteciccardo; Leonardo Ruggeri, Monteciccardo; Famiglia Carlo Salucci, Sant’Angelo in Lizzola; Graziella Salucci Stiassi, Bologna; Maria Salvi Calzolari e Giulio Calzolari, Ripe - Montelabbate; Domenico Sbordone, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Ferat Sulemani, Colbordolo; Angela Volpini, Pesaro; Laura Bertuccioli e Daniele Volpini, Pesaro.

PROMEMORIA - COME COLLABORARE La collaborazione a Promemoria è aperta a tutti ed è a titolo gratuito. Gli elaborati dovranno essere originali e inediti, e dovranno riguardare tematiche d’interesse della rivista: memoria locale, memorie personali, personaggi del territorio dell’Unione Pian del Bruscolo o di zone limitrofe ecc.; per altri temi consigliamo di contattare comunque la redazione, che valuterà ogni proposta. È possibile anche segnalare persone da intervistare o storie da raccontare ai nostri collaboratori. La pubblicazione dei contributi avviene a discrezione della redazione, che si riserva di apportare tagli e/o modifiche, rispettando il senso e la sostanza dei testi.

I testi inviati devono essere accompagnati da nome e cognome dell’autore, luogo e anno di nascita, recapiti (compresi cellulare e indirizzo email), professione o qualifica. Saranno valutate tuttavia le richieste di pubblicazione sotto pseudonimo. La rivista sarà pubblicata anche in versione digitale sul sito della Memoteca Pian del Bruscolo; alcuni contributi potranno essere pubblicati, con il relativo materiale iconografico, anche in forma di pagine del sito. Per tutti i dettagli consultare il sito www. memotecapiandelbruscolo.pu.it. o scrivere a info@memotecapiandelbruscolo.pu.it.

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Promemoria - storie e figure dalla Memoteca Pian del Bruscolo  

Una rivista per raccontare i ricordi

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