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In questo mese gli ospiti del Centro S. Anna festeggiano il Noruz che significa:

Nuovo Giorno

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In questo mese gli ospiti del Centro S. Anna festeggiano il Noruz Che cos’è Il Noruz? Il Noruz è una ricorrenza tradizionale che celebra il nuovo anno. Ricorre il 21 marzo. Nato in ambito persiano pre-islamico, viene considerata una festa popolare ma non religiosa simile al capodanno dei paesi occidentali. Oltre a rappresentare la data di inizio del calendario legale iraniano , il Noruz viene anche festeggiato ovviamente come data di inizio della primavera (il 21 marzo). Il termine Noruz deriva dall’unione di due parole antico-persiane: “nuovo” e “giorno” e significa perciò “nuovo giorno”. Anche nel moderno persiano ha mantenuto lo stesso significato. Il Noruz fu una delle poche festività

dell’antica Persia a sopravvivere all’avvento dell’Islam nel 650; i primi musulmani incorporano infatti la festività insieme alle feste solenni del loro calendario. Il Noruz è stato celebrato per oltre 3000 anni ed è stato assimilato da tutti i popoli e le culture un tempo facenti parte dell’impero persiano.Attualmente viene festeggiato in molti paesi del vicino Oriente, dell’Asia centrale, in Turchia, in Albania e in alcune repubbliche ex-sovietiche. È un’importante festa del popolo curdo, presso cui viene considerata un importante momento di unità nazionale, ed è considerata festa religiosa. L’Iran (antica Persia) è il paese dove il Noruz è nato e dove la tradizione è probabilmente più sentita. I festeggiamenti prevedono varie tradizioni e rituali; di questi i più importanti sono: la pulizia della casa, la festa del fuoco e la preparazione della tavola. 26

La pulizia della casa costituisce probabilmente un riferimento al rinnovamento della natura che avviene in primavera: la tradizione comprende anche l’acquisto di vestiti nuovi e la decorazione delle case con fiori, in particolare il giacinto ed il tulipano. Inizia usualmente 12 giorni prima del Noruz, durante i quali ogni famiglia si dedica alla pulizia della casa e alla visita a parenti ed amici. In particolare queste visite reciproche ai famigliari ed agli amici stretti sono una componente fondamentale del Noruz e raggiungono l’apice nel giorno della festività vera e propria, in cui le persone si riuniscono intorno a una tavola imbandita, apparecchiata con il pranzo tradizionale e gli scambi dei doni. La festa del fuoco è un rito che si celebra l’ultimo mercoledì dell’anno. Costituisce una rappresentazione allegorica della luce (il fuoco) che sconfigge le tenebre. Durante la notte è tradizione uscire nelle strade ed appiccare piccoli e grandi falò, sui quali i giovani uomini saltano cantando i versi tradizionali “il mio colore giallo a te, il tuo colore rosso a me”, che simbolicamente significa “la mia debolezza (giallo) a te, la tua forza (rosso) a me”(queste parole sono riferite al fuoco). Tavola imbandita delle “sette S” preparazione di una tavola con sette elementi il cui nome inizia con ‘S’ in persiano. Il sette è un numero sacro e simboleggia i sette arcangeli con l’aiuto dei quali, quasi tremila anni fa, Zarathustra ha fondato la sua religione. Questa preparazione porta agli abitanti della casa fortuna, salute, prosperità, purezza spirituale e lunga vita. E’costituito anche dal particolare modo di disporre ed imbandire la tavola, che viene adornata nel modo più bello possibile, con fiori, il libro sacro(il Corano), la bandiera tricolore persiana, verde, bianco e rosso in orizzontale. Non mancano mai le candele accese, una ciotola di acqua a simboleggiare la trasparenza della vita e una foglia sull’acqua per la

caducità della vita, insieme a pesci rossi, lo specchio per essere visibili come siamo. Vengono preparati: • chicchi di lenticchie, orzo o frumento germogliati, a simboleggiare la rinascita • un impasto di orzo germogliato e tostato, a simboleggiare l’abbondanza • frutti secchi di oleastro, a simboleggiare l’amore. • aglio, a simboleggiare la salute. • mela scrupolosamente rossa, a simboleggiare la bellezza. • bacche di Sumac, a simboleggiare l’asprezza della vita. • aceto a simboleggiare la pazienza e la saggezza. • La tavola rimane imbandita per tredici giorni. I semi fatti germogliare vengono poi gettati in acqua corrente il tredicesimo giorno. Il tredicesimo giorno si esce dalle città per festeggiare la conclusione del Noruz. Ai bambini si regala carta moneta nuova che

viene custodita nel Corano come segno di augurio e di prosperità. Gli ospiti del Centro di Accoglienza indossano abiti nuovi, puliscono i loro ambienti e i più giovani di età vanno a far visita ai più adulti. Mangiano riso mescolato con verdura e con pesce bianco. Si preparano con la preghiera e a mezzanotte del 20 marzo festeggiano: si abbracciano, si baciano e consumano i dolci che hanno preparato o acquistato, bevono il tè e mangiano frutti di stagione. Rimangono tutta la notte svegli aspettando il nuovo giorno. Al mattino si ritrovano fuori dal Centro di Accoglienza per consumare il loro pasto speciale in un prato o in campagna. Kami e Franca De Franco

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Festa della Donna al Centro di Accoglienza e CARA di S. Anna

L’8 marzo si celebra la Festa della Donna, tra mimose, retorica e buone, buonissime intenzioni. Ci si chiede se c’è bisogno di festeggiare l’altra metà del cielo e la risposta è sì. Lo è ancora di più in luoghi come il Centro di Accoglienza e CARA di S. Anna, dove le ospiti, coadiuvate da tutto il team didattico, tecnico e di laboratorio della Misericordia di Isola di Capo Rizzuto coordinato dalla dott.sa Rossella Stillitano, hanno voluto organizzare un momento di riflessione e di gioia a favore delle donne. Donna domani il mondo tuo sarà, hanno cantato le ospiti alle altre tante donne che hanno fatto loro visita nella struttura del “Laboratorio delle donne” creato qualche anno fa all’interno del centro proprio per dare voce, esistenza, alle donne provenienti da tutte le parti del mondo e ospiti temporanee presso il Centro di Accoglienza. Tra queste donne c’era anche la Vicepresidente della Regione Calabria, Antonella Stasi, che ha scelto di festeggiare insieme alle donne del Centro declinando diversi inviti a lei giunti per questa festa. Inoltre c’era la Presidente della Commissione

Pari opportunità della Provincia di Crotone, Alba Amato con la consigliera Maria Francesca Siclari e la dott.sa Maria Antonia Spartà dirigente dell’ufficio immigrazione della Questura di Crotone. Presenti anche il Vicepresidente delle Misericordie d’Italia, nonché Governatore della Misericordia di Isola di Capo Rizzuto, Leonardo Sacco e il Direttore del Centro, Francesco Tipaldi. “Occorre superare ogni forma di discriminazione, soprattutto di sesso, iniziando dalle scuole” ha detto la Presidentessa della Commissione Pari Opportunità della Provincia di Crotone. Perché i ragazzi di oggi saranno gli uomini di domani e la cultura della uguaglianza deve partire da subito, senza pregiudizi” Voi - ha concluso l’Amato rivolgendosi alle donne ospiti del CARA - non siete invisibili, ma portatrici di cultura e di sapere, che non possono che arricchire la nostra società. Anche la Vicepresidente regionale Stasi ha voluto lanciare un messaggio a tutte le donne e soprattutto a quelle calabresi, “Per superare le difficoltà occorre uscire allo scoperto” –

ha detto -. Non t e n e t ev i n i e n t e dentro ma trasferite agli altri tutte le vostre gioie, ma anche i vostri dolori”. Anche la dott.sa Spartà si è detta m o l t o fe l i c e d i par tecipare alla festa organizzata dal Laboratorio delle Donne ed è rimasta molto colpita dal video proiettato durante la festa che sintetizzava tutte le attività e i lavori che si svolgono a l l ’ i n t e r n o, m a anche le tante emozioni che si vivono. La festa si è svolta tra canti e recite di poesie, tutti rigorosamente dedicate alla donna, divertiti hanno partecipato anche i bambini della vicina ludoteca, che nei giorni prima avevano preparato tutti gli abbellimenti della sala che ospitava la festa. Al termine due di questi hanno recitato una poesia e hanno regalato alle presenti le mimose, simbolo floreale della donna, della piccole farfalle in terracotta coloratissime, e dei bracciali, opere realizzate nei mesi scorsi all’interno del laboratorio. Anche il laboratorio di pittura del Centro ha collaborato, infatti gli artisti hanno donato alcune loro opere raffiguranti donne al laboratorio. Grande soddisfazione per la riuscita della festa è stata espressa da Rossella Stillitano. Una festa delle donne e per le donne, che ha saputo raffigurare perfettamente il lavoro che ogni giorno svolgiamo offrendo alle ospiti, non solo accoglienza, ma anche collaborazione e condivisione, per favorire sempre di più la loro integrazione e la loro indipendenza, costruendo rispetto e riconoscendo dignità. l’Isula Marzo 2013

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ogni Paese del mondo ha i suoi santi SuDAN

Giuseppina Bakhita (Olgossa, 1869 – Schio, 8 febbraio 1947) Nacque intorno al 1869 in un piccolo villaggio del Sudan occidentale.All’età di sette anni, fu rapita da mercanti arabi di schiavi. Per il trauma subito, dimenticò il proprio nome e quello dei propri familiari: i suoi rapitori la chiamarono Bakhita, che in arabo significa “fortunata”. Venduta più volte dai mercanti di schiavi sui mercati di El Obeid e di Khartum, conobbe le umiliazioni, le sofferenze fisiche e morali della schiavitù. In

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particolare, subì un tatuaggio cruento mentre era a servizio di un generale turco: le furono disegnati più di un centinaio di segni sul petto, s ul ve n tre e su l braccio destro, incisi poi con un rasoio e successivamente coperti di sale per creare delle cicatrici permanenti. Nella capitale sudanese venne infine comprata dal console italiano residente in quella città, Callisto Legnani, con il proposito di renderle la libertà. Questo diplomatico già in precedenza aveva comprato bambini schiavi per restituirli alle loro famiglie. Nel caso di Bakhita ciò non fu possibile per la distanza del villaggio di origine dalla capitale e per il vuoto di memoria della bambina riguardo ai nomi del proprio villaggio e dei propri familiari. Nella casa del console Bakhita visse serenamente per due anni lavorando con gli altri domestici senza essere più considerata una schiava. Quando il diplomatico italiano dovette fuggire dalla capitale in seguito alla Guerra Mahdista, Bakhita lo implorò di non abbandonarla. Insieme ad un amico del signor Legnani, Augusto Michieli, raggiunsero prima il porto di Suakin sul Mar Rosso, dove appresero della caduta di Khartum,

e dopo un mese si imbarcarono alla volta di Genova. In Italia Augusto Michieli con la moglie presero con loro Bakhita come bambinaia della figlia e la por tarono nella loro casa a Zianigo (frazione di Mirano). Dopo tre anni i coniugi Michieli si trasferirono in Africa a Suakin dove p o s s e d ev a n o u n a l b e r go e lasciarono temporaneamente la figlia e Bakhita in affidamento presso l’Istituto dei Catecumeni in Venezia gestito dalle Figlie della Carità (Canossiane). Bakhita venne ospitata gratuitamente come catecumena e cominciò a ricevere così un’istruzione religiosa. Quando la signora Michieli ritornò dall’Africa per riprendersi la figlia e Bakhita, quest’ultima, con molto coraggio e decisione, manifestò la sua intenzione di rimanere in Italia con le suore Canossiane. La signora Michieli fece intervenire il Procuratore del Re, venne coinvolto anche il cardinale patriarca di Venezia Domenico Agostini, i quali insieme fecero presente alla signora che in Italia non erano riconosciute le leggi di schiavitù. Il 29 novembre 1889 Bakhita fu dichiarata legalmente libera.

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Nel convento delle Canossiane, dove rimase, Bakhita ricevette i sacramenti dell’iniziazione cristiana e, con i nomi Giuseppina Margherita Fortunata, entrò nel noviziato e pronunciò i primi voti religiosi.

Fu trasferita in un convento dell’ordine a Schio dove trascorse il resto della propria vita. Qui lavorò come cuciniera, sagrestana, aiuto infermiera nel corso della Prima guerra mondiale quando parte del convento venne

adibito ad ospedale militare. Le venne assegnato l’incarico di portinaia, servizio che la metteva in contatto con la popolazione locale che prese ad amare questa insolita suora di colore per i suoi modi gentili, la voce calma, il volto sempre sorridente: venne così ribattezzata dagli abitanti di Schio “Madre Moréta”. Bakhita divenne famosa in tutta Italia e molte persone, comitive e scolaresche andavano a Schio per vederla. Iniziò a girare l’Italia per tenere conferenze di propaganda missionaria. Timida di natura e capace di parlare solo in lingua veneta, Bakhita si limitava a dire poche parole alla fine degli incontri, ma la sua presenza attirava l’interesse e la curiosità di migliaia di persone. Bakhita, con un gruppo di missionarie in partenza per Addis Abeba, venne ricevuta da Benito Mussolini in Palazzo Venezia a Roma. Dal 1939 cominciò ad avere seri problemi di salute e non si allontanò più da Schio. Morì l’8 febbraio 1947 dopo una lunga e dolorosa malattia. Diceva spesso “quello che vuole il Signore! Quanto è buono il Signore, come si fa a non voler bene al Signore”. Quando la gente la compiangeva per la sua storia, rispondeva ”Povera io? Io non sono povera perché sono del Signore e nella sua casa. Quelli che non sono del Signore sono i veri poveri”. Il processo di canonizzazione iniziò nel 1959, a soli 12 anni dalla morte. Nel 1978 Papa Giovanni Paolo II firmò il decreto dell’eroicità delle virtù della serva di Dio; nel 1992 la beatificò e il 1° ottobre del 2000 la canonizzò. Il miracolo per la canonizzazione fu la guarigione di Eva da Costa Onishi(Brasile), madre di 4 figli, guarita nel 1992 da ulcerazioni infette agli arti inferiori, causate da diabete e ipertensione. La memoria liturgica si celebra il giorno 8 febbraio. Non è difficile trovare legami tra la storia di tanti nostri ospiti del Centro e la vita di Bakhita, ma soprattutto credere che non esiste notte tanto buia da non lasciare spazio al nuovo giorno. Franca De Franco l’Isula Marzo 2013

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Amir, Daniela, Hassan, Carlo, Fahran, Salvatore, Esfandyar, Antonio, Belour Behrukl, Maria Greca, Asal, Valentina, Azar, Rossella, Farrch, Relios, Ali, Giulia, Farzam, Edoardo, Jahangeer, Leonardo, Kontar, Pasquale, Kourash Mehrang, Marco, Mitra, Francesco, Nastaran, Demissie, Omaid, Chinua, Osman, Parsa, Habiman, Gatete, Fujo, Gabra, Mara, Upali, Wasante, Fakih, Kamil, Kamal, Bomani, Baba, Areta, Ashanta, Akiki, Alessandro, Matilde, Nedim Santo, Roozbeh, Demis, Salan, Sandra, Sceeva, Luigi, Waim, Gianluca, Zemar, Dario, Abda, Afala, Abeke, Abayomi, Abam, Obama, DarAbassi, Casper, Azam, Bahaar, Babak, Afsar Azda...e tanti altri.

Il catIno dI acqua sporca. . . Madeleine Delbrel

Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione prenderei proprio quel catino colmo d’acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente e ad ogni piede cingermi dell’asciugatoio e curvarmi giù in basso, non alzando mai la testa oltre il polpaccio per non distinguere i nemici dagli amici 30

e lavare i piedi del vagabondo, dell’ateo, del drogato, del carcerato, dell’omicida, di chi non mi saluta più, di quel compagno per cui non prego mai, in silenzio, finché tutti abbiano capito nel mio il tuo Amore.

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