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giugno 2013

o c c o t a t c a S M


Torneo di scacchi

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Quattro ospiti del nostro Centro di Accoglienza provenienti dal Bangladesh, dall’Afghanistan e dall’Iran, tra i venti e i trent’anni, hanno partecipato al Torneo di scacchi che ogni anno si tiene a Cutro. Esso ricorda l’impresa di Giò Leonardo Di Bona, detto “puttino” per la sua piccola statura e della sua celebre vittoria (1575) contro monsignor Ruy López de Segura, che gli consentì di ottenere il titolo di campione “d’Europa e del Nuovo Mondo”. Grazie all’impresa del Di Bona l’abitato di Cutro fu proclamato “Città”. Perché questa partita di scacchi tra il Di Bona e monsignor Lòpez?

Culturale, Kami, che è stato il loro tutor. Kami è Maestro Nazionale di scacchi e con grande gioia ha allenato gli ospiti ogni giorno trasmettendo loro la sua conoscenza nell’ambito di questo gioco del quale una leggenda racconta che: un re indù vinse una grande battaglia per difendere il suo regno, ma per vincere dovette compiere un’azione strategica in cui suo figlio perse la vita. Da quel giorno il re non si era più dato pace, perché si sentiva colpevole per la morte del figlio, e ragionava continuamente sul modo in cui avrebbe potuto vincere senza sacrificare la vita del figlio: tutti i giorni

Il fratello di Leonardo Di Bona era in carcere in Spagna e lui chiese a monsignor Lòpez la liberazione affidandola ad una partita di scacchi che il Di Bona vinse. Grande vittoria se si pensa che Lòpez era un grande giocatore. Nel gioco degli scacchi c’è una mossa che prende il suo nome, “apertura spagnola”, o “apertura Lòpez”. I nostri ospiti hanno avuto la grande opportunità di incontrare i Grandi Maestri (GM) di scacchi provenienti dalla Francia e dalla Russia e, uno di loro, ha riportato una bellissima vittoria ricevendo i complimenti dell’arbitro internazionale del Torneo. Per partecipare al Torneo di scacchi 2013 i nostri ospiti si sono allenati con l’aiuto del nostro Mediatore

rivedeva lo schema della battaglia, ma senza trovare una soluzione. Tutti cercavano di rallegrare il re, ma nessuno vi riusciva. Un giorno si presentò al palazzo un monaco che, per rallegrare il re, gli propose un gioco che aveva inventato: il gioco degli scacchi. Il re si appassionò a questo gioco e, a forza di giocare, capì che non esisteva un modo di vincere quella battaglia senza sacrificare un pezzo, ovvero suo figlio. Il re fu finalmente felice, e chiese al monaco quale ricompensa egli volesse: ricchezze, un palazzo, una provincia o qualunque altra cosa. Il monaco rifiutò, ma il re insistette per giorni, finché alla fine il monaco guardando la scacchiera, gli disse: «Tu mi darai un chicco di grano per

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la prima casa, due per la seconda, quattro per la terza, otto per la quarta e così via». Il re rise di questa richiesta, meravigliato del fatto che il monaco potesse chiedere qualunque cosa e invece si accontentasse di pochi chicchi di grano. Il giorno dopo i matematici di corte andarono dal re e lo informarono che per adempiere alla richiesta del monaco non sarebbero bastati i raccolti di tutto il regno per ottocento anni. In questo modo il monaco insegnò al re che una richiesta apparentemente modesta può nascondere un costo enorme. In effetti, facendo i calcoli, il monaco chiese 18 trilioni di chicchi di grano! Il gioco degli scacchi all’interno del CARA ha un grande valore “terapeutico”. E’ infatti un gioco che rafforza la volontà e aiuta a riflettere prima di agire. Non è un gioco che si affida alla fortuna, ma all’abilità del giocatore. Concentrazione, pazienza, volontà sono gli ingredienti di questo gioco di strategia, gioco pacifico, ma gioco vero e proprio. Stare tante ore seduti, concentrati richiede una grande forza di volontà e un grande controllo. Einstein diceva, “Gli scacchi sono il gioco supremo del pensiero” e Lasker grandissimo campione di scacchi affermava, “Sul tavolo degli scacchi cadono tutte le ipocrisie. Rimani tu, nudo, davanti al tuo avversario”. Ecco, l’ospite impara che quando uscirà dal Centro si troverà di fronte un avversario: eventi, prove, che gli chiederanno strategie e tattiche, ovvero strumenti da usare per raggiungere obiettivi. C’è un “come” da imparare per affrontare la vita e il gioco degli scacchi contribuisce ad apprenderlo. Inoltre questo gioco insegna a calcolare le mosse dell’avversario e le combinazioni che potrebbe fare. E quale avversario più temibile di se stessi? Gli ospiti hanno ricevuto la medaglia e il vincitore del Torneo 2013 è stato un ragazzo con problemi psicologici importanti. Una doppia vittoria dunque!!!


Nascere in Marocco Subito dopo che il bambino è nato ed è stato lavato e vestito, il papà o l’Imam (capo religioso islamico) sussurrano nell’ orecchio destro del neonato la formula della preghiera denominata Adhan (invito o chiamata alla preghiera). Questa preghiera contiene il credo fondamentale dell’lslam e così le prime parole che il piccolo sente sono quelle della professione di fede. Dopo sette giorni dalla nascita ci si accinge a preparare la festa, soboh. La giovane mamma si prepara, aiutata dalle amiche o dai familiari. Si lava, effettua il bagno, hammam (bagno turco), decora con hene mani e piedi, veste il kaftan, vestito di colore bianco, lungo, si sistema i capelli, si trucca usando il kajal (polvere naturale per gli occhi), mette gioielli d’oro. Il bambino viene presentato al gruppo di parenti e alla società. Si preparano dolci e tè verde alla menta; le persone ricche preparano agnelli che vengono decorati, dopo essere stati cucinati, con pezzetti di formaggio,

olive, cetrioli...Vengono invitati gruppi per allietare la festa con canti e danze. La scelta del nome: nel momento in cui viene ucciso l’animale (mucca o agnello le persone ricche, un gallo le persone povere), viene pronunciato il nome del bambino, preceduto dall’invocazione “Dio è grande”. La carne di questi animali vine usata per preparare i piatti del pranzo del giorno della festa. Dopo quaranta giorni dalla nascita, durante una cerimonia chiamata Hijama o Lhssana, la testa del piccolo viene rasata dal nonno paterno o se non c’è dal nonno materno, per eliminare tutte le impurità; i capelli vengono pesati e un pezzo di argento pari al loro peso viene dato ai poveri come elemosina. Si prepara un piatto a base di hene, decorato con uova sode; si prepara anche un piatto di frutta secca mista: mandorle, noci, datteri, pistacchi... Le uova sode vengono regalate ai bambini o alle donne che non hanno ancora avuto figli come segno di buon auspicio. La festa si

svolge in casa del bambino o, se non c’è molto spazio, anche in casa dei vicini o nel cortile. Le amiche della donna che ha partorito preparano la casa per la festa. Al neonato vengono fatti regali; chi non può comprare un regalo, mette dei soldi vicino alla testa del piccolo. Gli uomini si riuniscono tutti in una casa e le donne in un’altra; i bambini spesso giocano in cortile. Si balla e si canta in un’ atmosfera di grande gioia. Sonia (Mediatore Culturale del Marocco)

Nascere in Eritrea Appena si diffonde la notizia della nascita di un bambino le donne lanciano le loro grida di gioia (yuyu). Tradizionalmente, venivano ripetute tre volte per la femmina e sette volte per il maschietto. Subito le parenti della madre preparano il piatto speciale per questa occasione: il ghat, una specie di polenta di semolino, condita con burro chiaro e berberè, un misto di spezie piccanti. La partoriente viene salutata con queste parole: “ Inkuà Mariam anziatiky” “La Madonna ti ha salvato Auguri”. Oppure: “Haros ambesa”, “Leonessa che ha partorito”. L’augurio viene gridato all ‘entrata della stanza: nessuno deve entrare per non essere contaminato. Le donne che hanno assistito al parto sono considerate impure e sono

obbligate ad assistere alla cerimonia del battesimo per essere purificate. La partoriente non esce di casa per

quaranta giorni se il figlio è maschio, per ottanta se è femmina. La funzione del battesimo viene celebrata durante la Messa e il neonato riceve tre sacramenti: Battesimo, Cresima, Prima Comunione . Il Battesimo viene celebrato in sacrestia

per immersione. Sono presenti alla funzione i genitori del battezzando, i padrini e tutte le persone che si ritengono contaminate. E’ obbligatorio fare un piccolo rinfresco. Sono presenti: il padre spirituale della famiglia, alcuni Kesei (padri della chiesa) i genitori del bambino, i padrini e gli amici. Di solito il nome viene assegnato al bambino dopo otto giorni, quando viene portato fuori casa per la prima volta e viene presentato ai parenti e ai vicini. In Eritrea, come in molti altri paesi, non esiste il cognome, così come lo intendiamo noi. Ogni individuo viene identificato attraverso tre o quattro nomi: il nome del bisnonno, il nome del nonno, il nome del genitore e il proprio nome. Habtay (Mediatore Culturale) l’Isula Giugno 2013

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Una pennellata di rosa Ci voleva un... tocco femminile nel nostro Laboratorio Artistico. Ed eccolo. Si chiama Ida. Ida è un ospite del Centro di Accoglienza che ha iniziato a frequentare il Laboratorio di pittura. E’ una ragazza carina, bionda, con uno sguardo profondo e luminoso. Molto dolce e delicata, ma nel contempo forte, ha iniziato a mettere su tela se stessa. Sì, con l’aiuto insostituibile del “maestro” Aurelio, sta realizzando opere artistiche degne di una mostra. Ciò che colpisce è trovare un artista donna davanti ad una tela. In mezzo a tanti ospiti uomini, ecco una donna. Sarebbe il caso di dire che il Laboratorio è andato oltre il maschile!! Quella donna plasmata e creata perché fosse “di aiuto all’uomo”, ce la ritroviamo in questo contesto di tempere, colori, tele... perché continui il suo mandato iniziale: aiutare. Chi? L’uomo, l’essere maschile, tanto forte in certi contesti quanto debole in altri; l’uomo grande, ma piccolo allo stesso tempo, bisognoso di vedere un volto femminile che gli ricordi la madre o la sorella, la sposa o la donna da incontrare e con la quale diventare uno. Entrando nel Laboratorio vedi questi “artisti” intenti a dipingere sotto lo sguardo attento, discreto, materno e a volte direi “mariano”, di Aurelio e noti il bisogno di usare colori forti, accesi, caldi, come se le pennellate di quei colori dovessero sconfiggere il nero, il grigio e il freddo di eventi vissuti e di traumi subiti. Si vuole dare ai colori il potere di vincere la morte, il fallimento, la perdita, il distacco. Si osa far duellare i colori con il bianco della tela per farli uscire vittoriosi, fissandoli su di essa per sempre. La nostra ospite Ida sta mettendo su tela una donna e non poteva essere altrimenti in questo momento della sua vita. Lei, donna, si proietta e mette su tela ciò che vuole essere, ciò che vuole diventare e vivere quando lascerà il Centro S. Anna. Di questa donna, bella com’è il suo animo, colorata e luminosa com’è la sua personalità, sono stati ormai ultimati i vestiti 28

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e i capelli, ma non ancora il volto. E’ come se una volta indossata nuovamente la dignità che la guerra e la violenza le hanno portato via, per il volto non ci sono problemi: la sua identità di donna nessuno gliela potrà mai portare via. La osservi, le fai i complimenti e lei ti sorride, quasi non riesce a credere in se stessa, nella capacità di operare il prodigio dell’opera d’arte. Aurelio le dà l’ok pur suggerendole ritocchi e correzioni, sempre con il suo occhio che per questi ospiti ricorda l’azzurro del mare che hanno miracolosamente attraversato. L’aiuto del “maestro” rappresenta invece lo sbarco: gli dice che possono ancora e sempre pensare all’estro artistico nonostante i bisogni primari da soddisfare, anzi, gli dice che sarà il dare sfogo alla loro fantasia ad aiutarli e a sostenerli nell’attesa. Shalom! Franca De Franco


Un ospite speciale

“Dublino”, questo il nome con cui è stato battezzato un cucciolo meticcio che qualche mese fa, il Centro di S.Anna ha accolto al suo interno e che durante una giornata rigida e ventosa ha chiesto “asilo” presso gli uffici dei servizi alla persona del Cara. Gli operatori o meglio le operatrici hanno immediatamente “preso in carico” il cucciolo in questione e fornitogli riparo presso un ufficio con tanto di coperta di Linus, si sono interrogate su ciò che potesse servire al nuovo “ospite.” Sicuramente una “seconda accoglienza” fuori dal campo, dove avrebbe potuto iniziare una nuova vita all’interno di un tessuto sociale capace di regalare amore e calore; ma prima di pensare ad una futura casa volenterosa di ospitalità, a chi affidare il piccolo? Andava forse trattato alla stregua di un “minore e affidato ai servizi sociali”? – certo che no… Il caso necessitava di una soluzione poiché la fase di conoscenza e ospitalità avrebbe avuto fine quando, verso sera, i

servizi alla persona avrebbero chiuso i battenti e saremmo state costrette ad indirizzare il nostro “rifugiato” altrove. Ma dove? In maniera provvidenziale la visita di un ospite del Centro, aprì un barlume di speranza quando quest’ultimo, accortasi del cucciolo si avvicinò e con amorevole cura lo prese in braccio dicendo che sarebbe stato meglio se lo avesse portato presso la sua abitazione. Ma l’ospite, improvvisamente andò via e tutte le nostre speranze sembrarono dissolte nel nulla. Noi pensavamo che il nostro nuovo amico “Dublino” avesse già trovato una collocazione e invece ci trovammo al punto di partenza e sgomente, ci guardammo senza dire una parola. Qualcuno avanzò l’ipotesi di portarlo momentaneamente a casa con sé ma sarebbe stata pur sempre una sistemazione provvisoria, invece “Dublino”aveva bisogno di qualcuno che si occupasse di lui almeno fino a quando, diventato più grande avesse trovato la sua casa per sempre. Ma

ecco che l’ospite sparito, si materializzò nuovamente e con una piccola ciotola di latte caldo… in effetti, intente a considerare l’ipotesi di una sistemazione avevamo dimenticato che il cucciolo potesse aver fame! Finalmente, dopo aver provveduto a rifocillare il piccolo meticcio, osservammo l’ospite prendere tra le braccia Dublino e dirigersi verso la sua abitazione, consapevoli che il percorso adottivo stava iniziando il suo corso. La storia di Dublino, si è conclusa così, come tante altre storie di persone che transitano dal Centro di Accoglienza; persone che siamo abituate a vedere ogni giorno per mesi e che poi, improvvisamente vanno via, come se non fossero mai esistite se non nel cuore delle persone che continueranno a portarli nel loro bagaglio fatto di conoscenza, di relazione, e che conserveranno la loro storia come un piccolo pezzo di mosaico unico e irripetibile. Concetta Federico (Ass. sociale) l’Isula Giugno 2013

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è ...

Amir, Daniela, Hassan, Carlo, Fahran, Salvatore, Esfandyar, Antonio, Belour Behrukl, Maria Greca, Asal, Valentina, Azar, Rossella, Farrch, Relios, Ali, Giulia, Farzam, Edoardo, Jahangeer, Leonardo, Kontar, Pasquale, Kourash Mehrang, Marco, Mitra, Francesco, Nastaran, Demissie, Omaid, Chinua, Osman, Parsa, Habiman, Gatete, Fujo, Gabra, Mara, Upali, Wasante, Fakih, Kamil, Kamal, Bomani, Baba, Areta, Ashanta, Akiki, Alessandro, Matilde, Nedim Santo, Roozbeh, Demis, Salan, Sandra, Sceeva, Luigi, Waim, Gianluca, Zemar, Dario, Abda, Afala, Abeke, Abayomi, Abam, Obama, DarAbassi, Casper, Azam, Bahaar, Babak, Afsar Azda...e tanti altri. APRIMI FRATELLO

My SISTERS, My BROTHERS...OPEN TO ME!

(René Philombe)

(René Philombe)

Ho bussato alla tua porta ho bussato al tuo cuore per avere un letto per avere del fuoco perché mai respingermi? Aprimi fratello! Perché domandarmi se sono dell’Africa se sono dell’America se sono dell’Asia se sono dell’Europa? Aprimi fratello! Perché domandarmi quant’è lungo il mio naso quant’è spessa la mia bocca di che colore ho la pelle che nome hanno i miei dei? Aprimi fratello! Io non sono nero io non sono rosso io non sono giallo io non sono bianco non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta aprimi il tuo cuore perché sono un uomo l’uomo di tutti i tempi l’uomo di tutti i cieli l’uomo che ti somiglia!

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I have knocked at your door. I have called to your heart because I dream of a soft bed, because I am eager for a well-lighted house. Why do you drive me away? Open to me, my sister! Why do you ask, “Am I a native of Africa? Am I from America? Am I from Asia or am I from Europe?” Open to me, my brother! Why do you question me about the shape of my nose, the thickness of my lips, the colour of my skin, the names of my gods? Open to me, my sister! No, I am not black. No, I am not copper-coloured. I am not olive-skinned. No I am not white-skinned. I am only a human person. Open to me, my brother! Open your door! Open your heart! Because I am human! Human as in all ages! Human as in all climates! Human like you!

L’HOMME qUI TE RESSEMBLE (René Philombe)

J’ai frappé à ta porte J’ai frappé a ton coeur Pour avoir bon lit Pour avoir bon feu Pourquoi me repousser? Ouvre-moi mon frère!... Pourquoi me demander Si je suis d’Afrique Si je suis d’Amérique Si je suis d’Asie Si je suis d’Europe? Ouvre-moi mon frère!... Pourquoi me demander La longueur de mon nez L’épaisseur de ma bouche La couleur de ma peau Et le nom de mes dieux? Ouvre-moi mon frère!... Je ne suis pas un noir Je ne suis pas un rouge Je ne suis pas un jaune Je ne suis pas un blanc Mais je ne suis qu’un homme Ouvre-moi mon frère!... Ouvre-moi ta porte Ouvre-moi ton coeur Car je suis un homme L’homme de tout les temps L’homme de tout les cieux L’homme qui te ressemble.


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