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I guai dell'Umanità cominciarono da una mela che non si doveva mangiare: questo per dire quanto sia centrale per i singoli come in generale per le civiltà la storia dell'alimentazione. In principio, quando gli uomini vivevano ancora in condizioni paradisiache in un giardino fiorito da qualche parte al centro dell'universo, era sempre festa. C'era cibo in abbondanza soprattutto di dolci. Nessuno doveva preoccuparsi del pane quotidiano, tutto era disponibile in abbondanza. La tavola paradisiaca era composta esclusivamente di cibi vegetariani: frutta, miele, acqua, latte e qualche volta anche olio, sec. il Corano. Finché vissero in paradiso, gli uomini non conobbero né malattie né morte. I frutti dolcissimi e abbondanti, il miele, il latte e l'acqua della fonte gli garantivano l'immortalità, la stessa che possedevano gli dei. A differenza di quest'ultimi, però, l'immortalità gli veniva assegnata solo a determinate condizioni. In quanto esseri imperfetti, quindi soggetti a malattie e potenzialmente mortali, l'arroganza, la superficialità, la disobbedienza ad un comandamento divino fecero perdere quei privilegi. Gli uomini dovettero abbandonare il giardino delle delizie e, da allora lavorare per la propria sussistenza col “sudore della fronte”. Secondo 1'Antico Testamento (Genesi 217-18) gli uomini si resero colpevoli di disobbedienza per aver mangiato “I frutti prodotti dall'albero della conoscenza del bene e del male”. Dopo la cacciata dal Paradiso, cominciarono per l'uomo tempi “amari” nel vero senso della parola; il miele era disponibile in modeste quantità, costava fatica cercarlo e sfruttare i favi posti com'erano sugli alberi o nei crepacci in alta montagna. Per di più si metteva a repentaglio la salute o la vita. La dolcezza dei frutti si poteva assaporare solo quando erano maturi e non ne rimanevano molti da essiccare. Ma non tutti scontavano il filo del peccato originale fino alla fine dei loro giorni. Alcuni pochi eletti, grazie ad una vita irreprensibile ed esemplare, acquisivano presso gli dei meriti tati da guadagnarsi una grazia che gli evitava il regno dei morti e che una volta giunta la loro ora, li riconduceva “indietro” in quel paradiso ora più lontano che mai, dove potevano gustare i cibi celesti e godere di nuovo della immortalità. Tra gli eletti poteva annoverarsi un intero popolo. Allorché gli Ebrei, dopo la fuga dall'Egitto, attraversando il deserto del Sinai, vennero sopraffatti dagli stenti e cominciarono a rimpiangere il pane e la carne forniti dal Faraone, il Signore inviò loro stormi di quaglie e, durante la notte, fece cadere la manna, “pane degli angeli”: allora si pensava, infatti, che quello

fosse il cibo degli angeli. Per ordine di Mosé ne raccoglievano ogni mattina e “mangiarono la manna per quarant'anni fino all'arrivo in una terra abitata (Es 16, 135). La manna aiutò gli ebrei a compiere la marcia nel deserto e a raggiungere la “Terra Promessa” dove “scorreva latte e miele” (Es. 13, 8 e 17). Latte e miele rappresentavano il cibo degli dei e dei neonati (v. Isaia, 7-15). Allo stesso modo a chi si convertiva da adulto si usava porgere un calice di latte e miele subito dopo il battesimo (“la loro rinascita”) come avviene ancora oggi nei riti battesimali copti ed etiopi. Quelli che più si davano da fare per purificarsi l'anima, cercavano di cancellare il peccato originale vivendo una vita ascetica. Si isolavano dal mondo sia a livello interiore sia a livello sociale, digiunavano e si mortificavano, si nutrivano di cibi esclusivamente vegetariani o di cibi raccolti (San Gerolamo, nel deserto, si nutriva di locuste e piccoli vermi). Nel 1200 le donne cristiane, completamente sottomesse a Dio, rinunciavano del tutto al cibo terreno per vivere esclusivamente del “pane degli angeli”, l'eucarestia che già Gesù e gli evangelisti avevano equiparato alla manna e che a quelle donne veniva donata dagli angeli per rafforzarsi durante il pellegrinaggio nel deserto della vita terrena.

Già molti anni prima della morte, santa Caterina da Siena (1347-1380) si nutriva, come lei stessa racconta, esclusivamente di questo “pane” che riceveva direttamente dalla mano degli angeli. In tempo di carestia gil uomini si cibavano di radici, erbe, foglie e corteccia che di norma erano disprezzate perché erano secche durissime e molto amare. Era piuttosto diffusa la credenza che questo cibo particolare, cui si ricorreva solo in casi di necessità, fosse cibo per gli animali, indegno degli esseri umani. Per una mela che non doveva essere mangiata, stiamo ancora pagando il peccato di disobbedienza. Sant'Agostino afferma (“Sulla grazia e la remissione del peccati”) che insieme ad Adamo ed Eva tutta l'umanità ha peccato e che, pertanto, fin dal primo giorno di vita, ci portiamo addosso questo fardello, il peccato originale. Pelagio, monaco irlandese vissuto nei primi anni del V sec. negava l'importanza del peccato originale affermando il principio secondo il quale ognuno è responsabile dei peccati commessi. Pelagio non aveva tutti i torti. Darwin con la sua teoria sull'evoluzione ha dimostrato o ha voluto dimostrare che Adamo ed Eva non sono mai esistiti e che noi discendiamo da altre forme di corpi. Ma di questo abbiamo parlato in un altro articolo.


Anche quest’anno si sono svolti a Orta Nova i festeggiamenti per celebrare San Sebastiano, martire della Chiesa e protettore di tutti i Comandi nazionali di Polizia Municipale. Infatti sabato 21 gennaio i Comandi dei Comuni dei Cinque Reali Siti si sono dati appuntamento davanti Largo Ex Gesuitico per il raduno e la benedizione dei mezzi quotidianamente a loro disposizione, per poi partecipare alla Santa Messa presso la Chiesa della B.V. Maria Addolorata di Orta Nova officiata da Don Giacomo Cirulli, alla presenza delle Amministrazioni Comunali e delle più importanti autorità civili e religiose, per dimostrare la vicinanza verso un Ente a cui, oggi più che mai, è richiesto un gravoso impegno per garantire la sicurezza ai cittadini. Il Comando Municipale di Orta Nova, dedicato lo scorso anno alla memoria dei compianti Vigili Urbani Angelo De Meo e Vito Piscitelli, consta oggi di sole 15 unità, insufficienti per una realtà territoriale così complessa e delicata; e la situazione non è certamente più rosea nel territorio complessivo dei Cinque Reali Siti, dove Carapelle e Ordona constano di 4 agenti della Polizia Municipale, Stornarella di 3, mentre a Stornara le unità sono soltanto 2. Il tema “emergenza criminalità” emerse fortemente lo scorso 7 dicembre, a margine della Tavola Rotonda organizzata presso Palazzo di Città e voluta dal sindaco Iaia Calvio: “I vincoli di bilancio, sempre più stringenti, limitano l’operatività dell’Amministrazione Comunale rispetto alla condivisa riorganizzazione del Corpo di Polizia Municipale”, disse la Calvio, con l’obiettivo di giungere ad una

“dotazione organica più adeguata alle necessità della comunità ortese” realizzando così una “collaborazione operativa con altri soggetti, pubblici e/o privati, in grado di garantire apporti tecnologici tali da migliorare l’azione di monitoraggio del territorio”. Inoltre dall’incontro è stata proposta, dal consigliere IDV Antonio Tartaglia, la proroga dell’orario di chiusura del Comando Municipale oltre le ore 21.00, in modo da tutelare soprattutto gli esercizi

commerciali. Rilevanti infine sono stati gli interventi del consigliere di minoranza Gerardo Tarantino, ex vicesindaco durante l’Amministrazione Moscarella: in più occasioni ha sottolineato l’importanza di costituire una consulta permanente per arginare il problema criminalità e di incrementare la presenza delle Forze dell’Ordine, affinchè lo Stato torni a riappropriarsi del territorio per evitare il susseguirsi dei gravi episodi criminosi.

La musica come forma d’arte per arricchire l’anima e darle un significato culturale. È questa la missione di “Music Art”, una nuova associazione di promozione musicale nata a Orta Nova a inizio novembre per volontà del presidente Enzo Pastore e della sua vice Alessandra Torchiarella. Si tratta di una realtà educativa rivolta a chiunque, di qualsiasi età, voglia imparare a cantare oppure a suonare uno strumento musicale: la scelta è assai ampia, con ben 17 corsi tenuti da dieci docenti diplomati al Conservatorio e che vantano lunghe e importanti esperienze professionali con musicisti di fama internazionale. I corsi abbracciano i gusti più svariati, riguardando canto moderno, pianoforte, chitarra, basso elettrico, batteria, violino, contrabbasso, hard disk recording, flauto, sassofono, tromba e trombone, teoria e solfeggio, armonia, computer music, musica d’insieme e propedeutica musicale.

Questi ultimi due rappresentano dei veri e propri elementi caratterizzanti della scuola: con la musica d’insieme i docenti si pongono l’obiettivo di creare delle vere e proprie emergenti band per favorire l’integrazione di strumenti diversi, mentre il corso di propedeutica consente l’avvicinamento a questa nobile arte da parte dei bambini delle scuole materne, mediante un corso gratuito basilare di 8 settimane organizzato proprio presso gli asili comunali di Orta Nova. La scuola si muove secondo un’ottica diversa rispetto a quella che lo scorso anno fu organizzata dai soci dell’Harlem Club, di cui parlammo dalle colonne di questo periodico e da cui Pastore e Torchiarella hanno preso il testimone: “mancava nel nostro paese qualcosa che garantisse una preparazione più elaborata in modo da unire più musicisti: ci sono tanti giovani che frequentano lezioni sullo strumento singolo, senza porre le basi per la creazione di una band” ci fa sapere il presidente Pastore, spiegando il perché di Music Art.

Gli allievi sono oltre trenta, quasi tutti di Orta Nova, tranne un paio provenienti da Ordona e Stornara, e i corsi si snodano per un anno dalla data dell’iscrizione (che può avvenire in qualsiasi momento, in quanto le lezioni sono individuali) attraverso due incontri settimanali ciascuno di un’ora; in estate si terrà un saggio per tracciare un bilancio dei primi mesi di lezione dei corsi e subito dopo sono previsti degli accattivanti seminari organizzati da musicisti veri esperti del settore di fama internazionale, i cui nomi sono ancora top secret. Il nostro auspicio è che Music Art diventi una vera e propria fucina di giovani desiderosi di scoprire l’affascinante mondo della musica, affinchè possano anche loro, come Beethoven, capire che essa è “una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia”.


Orta Nova - Ufficio del Giudice di Pace, Calvio: “Disponibile al confronto, purché contribuiscano tutti i sindaci della circoscrizione” Riunire i sindaci della Circoscrizione giudiziaria che fa capo all’Ufficio del Giudice di Pace di Orta Nova per “avere un contributo di idee e una disponibilità operativa su come fronteggiare l’annunciata soppressione di questo servizio”. È quanto ha deciso di fare il sindaco ortese Iaia Calvio per “meglio rappresentare l’interesse della comunità ortese, preminente su quello della categoria professionale a cui mi onoro di appartenere” nel confronto con l’Amministrazione comunale di Cerignola e all’interno dell’associazione (UDAI) che riunisce buona parte degli avvocati della sezione staccata del Tribunale cerignolano. In una lettera inviata alla presidente dell’UDAI Stella Vigliotti, il sindaco valuta “inarrestabile il processo di riorganizzazione avviato dal Governo Monti, che sarebbe stato anche nostro compito di avvocati promuovere per tempo così da garantire agli utenti del sistema giudiziario una gradualità che oggi è impossibile da applicare in ragione degli effetti della crisi sulla finanza statale, regionale e comunale”. Ciò non toglie la preoccupazione “legittima e opportuna” per la paventata soppressione degli Uffici del Giudice di Pace di Orta Nova e Cerignola, da cui discende la proposta del primo cittadino ofantino “dell’assunzione di una responsabilità diretta dei Comuni quanto alla gestione finanziaria” così da evitare almeno la chiusura di quello cerignolano. Premesso che “anche considerata la geografia dei luoghi - scrive Calvio - andare a Cerignola o a Foggia è del tutto indifferente tanto per gli avvocati che per i loro clienti” ortesi, la sindaco ha chiesto agli uffici finanziari un’ipotesi di costo del servizio ed è emerso che “oggi l’Amministrazione comunale anticipa per conto del Ministero di Giustizia le spese di funzionamento dell’Ufficio del Giudice di Pace, che ammontano a 50.323,48 euro. Se a queste si aggiungesse il costo del personale

attualmente in servizio alle dipendenze dello Stato, pari a 88.093,72 euro, si arriverebbe ad un’ipotesi di spesa poco inferiore a 140.000 euro l’anno”. “È inimmaginabile - sottolinea Calvio - stanziare una cifra di questo genere per sostenere un servizio che costituzionalmente ed istituzionalmente spetta allo Stato. E lo affermo non per becere partigianerie politiche o per legittime ragioni finanziarie, giacché accedendo a questo ragionamento dovrei poi mettere nel conto di addossare sulle già debolissime spalle della Amministrazione comunale le spese delle strutture sanitarie, dei trasporti pubblici, della rete viaria e di quant’altro Provincia, Regione e Stato vorranno dismettere per ragioni di efficienza ed efficacia, anche finanziaria”. “Volendo, però, attribuire valore all’iniziativa del sindaco Antonio Giannatempo, non intendo sottrarmi al confronto sul tema - conclude la sindaco - a patto e condizione che sia condiviso da tutti i sindaci dei Comuni compresi nelle circoscrizioni giudiziarie di Cerignola e Orta Nova. Condizione che pongo per il rispetto da me dovuto alla comunità che rappresento e amministro”. Bilancio positivo per l’ANFCDG Si è svolta, nei giorni scorsi, la rituale riunione di fine anno della sede ortese dell’Associazione Nazionale Famiglie Cadute e Dispersi in Guerra, per rendicontare ed esporre le attività svolte nel 2011 e da svolgere nel 2012. L’assise è stata caratterizzata da un folto gruppo di socie e autorità civile e militari, tra essi il sindaco Avv. Iaia Calvio, il comandante della stazione dei Carabinieri, Giordano Protopapa, il comandante dei Vigili Urbani, cap. Umberto Santoro, il ten. Domenico Spataro rappresentante del Comando Provinciale dei Carabinieri, il prof. Luigi Di Cuonzo e il presidente provinciale del sodalizio geom. Berardino L’Apiscopia. Molti sono stati gli interventi tra questi quello del presidente della sezione locale, Saverio Pandiscia che oltre ad illustrare le attività ha presentato un dvd dove racchiude le prin-

cipali attività svolte. “E un dvd interessante dal punto di vista storico e culturale, un opera multimediale che contribuisce a lasciare traccia nella memoria cittadina”, così ha sottolineato nel suo intervento Annito Di Pietro, editore del giornale. Orta Nova - si fondono l’Istituto Professionale e la sezione distaccata del Classico Rinviata all’anno scolastico 2013-2014 la costituzione dei due Comprensivi Orta Nova diventerà sede di un Istituto di Istruzione Secondaria Superiore a partire dal prossimo anno scolastico, mentre slitta al 2013 la costituzione degli Istituti Scolastici Comprensivi. Sono gli effetti del Piano regionale per il ridimensionamento della rete scolastica approvato dalla Regione Puglia che “ha accolto in pieno le indicazioni deliberate dalla Giunta comunale commenta il sindaco, Iaia Calvio - all’esito del positivo dialogo con i dirigenti delle scuole”. L’I.I.S.S. sarà il risultato della fusione tra l’Istituto professionale per il Commercio e il Turismo ‘Adriano Olivetti’ e la sezione distaccata del Liceo Classico ‘Nicola Zingarelli’ di Cerignola; mentre i due I.S.C. nasceranno a seguito dell’accorpamento tra il I° Circolo didattico ‘Nicola Zingarelli’ e un plesso della scuola media ‘Sandro Pertini’, e tra il II° Circolo didattico ‘Papa Giovanni XXIII’ e l’altro plesso della ‘Pertini’. “Lo slittamento dell’attivazione di questa fusione eviterà un’aggregazione forzata degli istituti”, commenta Calvio, “che avrebbe potuto pregiudicare l’attività didattica, a maggior ragione considerando che sono ancora in corso i lavori di ricostruzione della scuola media, i cui plessi saranno utilizzati proprio come sede degli I.S.C.”. Lutto È venuto a mancare all’affetto dei suoi cari Antonio Ladogana, già Appuntato dei Vigili Urbani. L’Editore e la Redazione tutta sono vicini al dolore della moglie e dei figli.


L’Avis di Orta Nova continua a confermarsi come una delle realtà associative tra le più attive e impegnate nel nostro territorio, a testimonianza di un gruppo di donatori sempre più numeroso e fedele e di un direttivo di soci attento a sensibilizzare tutta la comunità a compiere il nobile gesto della donazione di sangue con accattivanti eventi culturali di ampio respiro. Come da tradizione, anche quest’anno presso il Teatro Cicolella, è stata organizzata la Festa del Donatore, una classica manifestazione prenatalizia abbinata con la raccolta fondi Telethon per la ricerca, giunta ormai alla sua sedicesima edizione. La serata è culminata con la premiazione di benemerenze per i soci che nel corso del 2011 hanno raggiunto un numero significativo di donazioni o di anni di iscrizione nella grande famiglia Avis: a 49 persone è stata consegnata la medaglia di bronzo (5 anni e almeno dodici donazioni oppure sedici donazioni complessive), 37 sono stati insigniti della medaglia di argento (10 anni e 24 donazioni oppure 36 donazioni), e infine una particolare menzione è andata a Molfese Gianbattista e Giannone Vito Pio, premiati con l’ambita medaglia d’oro, assegnata a chi tocca quota 40 donazioni o ha compiuto venti anni di iscrizione. Il numeroso pubblico intervenuto è stato poi allietato dallo spassossimo spettacolo teatrale in vernacolo foggiano “E ije che me vuleve curà i nirve…” messo in scena dalla compagnia “Enarchè” a suon di equivoci e risate. Tre giorni dopo, il 18 dicembre, si è poi tenuto un pranzo sociale presso la Sala Ricevimenti International, dove il presidente Antonio Prisco ha fatto il punto della situazione sulle attività

Si è svolta giovedì 19 gennaio 2012 presso la sala della “Rimembranza” di palazzo ExGesuitico ad Orta Nova la premiazione della prima edizione del concorso di poesia “Fatima”, dal tema “I Nonni”, organizzato dalla Associazione “Fatima” di Orta Nova. L’idea della realizzazione di questa iniziativa nasce dalla Presidente dell’Associazione Dora Iannuzzi che, appassionata di poesia, ha deciso di promuovere nell’anno sociale 2011/2012 una programmazione d’intesa con i due circoli didattici di Orta Nova. Infatti, grazie alla collaborazione delle Dirigenti Scolastiche Prof.ssa Margherita Palma e Prof.ssa Immacolata Conte, al premio di poesia “Fatima” hanno preso parte gli alunni del I e II circolo didattico di Orta Nova che attraverso le insegnanti collaboratrici delle dirigenti hanno presentato circa 200 componimenti poetici. In una fase successiva, la commissione esaminatrice presieduta dalla Prof.ssa Mariolina Fioretti ha analizzato e valutato in forma totalmente anonima tutti gli elaborati al fine di garantire imparzialità e totale libertà di tutti gli esaminatori nella attribuzione dei riconoscimenti di merito. In data 12 gennaio 2012 la stessa Commissione, composta dalla Presidente Prof.ssa Mariolina Fioretti, Prof.ssa Angela Galli, Prof.ssa Elvira Masucci,

avissine e sugli obiettivi raggiunti. Obiettivi che parlano di importanti numeri confermati anche per il 2011: infatti sono da registrare quasi 1000 donazioni con 780 nuovi giovani; rinnovato il Consiglio Direttivo, con la new entry di Liliana Mercaldi, una giovane che si è sin da subito resa disponibile ad aiutare nella organizzazione delle attività e nel prestare supporto durante le donazioni domenicali presso la Sala Prelievi “Villa Fatima” di Corso Matteotti. Il nuovo anno prevede subito un evento imperdibile per chi ama conoscere le bellezze arti-

stiche e naturalistiche del nostro Paese: infatti dal 27 aprile al primo maggio è in programma una gita in Sicilia, con tappe a Palermo, Mondello, Monreale, Acireale, Siracusa e Taormina, per un costo complessivo di 350 euro a persona. Rinnovato quindi l’impegno dell’Avis Comunale di Orta Nova nell’aiutare il prossimo bisognoso di trasfusioni di sangue come una vera e propria responsabilità morale, perché donare sangue è, come recita un motto coniato dalla associazione stessa, “facile come bere un bicchier d’acqua”.

Ins. Filomena Papagno e dal Rag. Nicola Di Stasio (che ha assunto funzione di segretario del premio letterario) si è riunita, deliberando con apposito verbale i componimenti meritevoli: per il 1° Circolo Didattico i riconoscimenti sono stati assegnati agli alunni Antonio De Feo (4ª a), Sara Rollo (4ª b), Matteo Festa e Simona Arace (5ª b); per il 2° Circolo Didattico i componimenti che si sono aggiudicati il riconoscimento sono stati scritti dagli alunni Gaia Squar-

ciotta (5ª c), Piero Peloso (5ª c), Gregori Musto (5ª b). La presidente Iannuzzi ha ringraziato quanti hanno collaborato per la realizzazione del Premio “Fatima”, in particolare le Istituzioni Scolastiche, gli sponsor che hanno contribuito fornendo i premi e tutti i membri della commissione che hanno svolto egregiamente un ruolo professionale e corretto nella determinazione molto ponderata dell’attribuzione dei riconoscimenti. “Un ringraziamento particolare”, ha aggiunto Dora Iannuzzi, “lo devo a Nicola Di Stasio che ha creduto fin da subito nel premio letterario “Fatima” ed ha collaborato zelantemente dalla stesura del bando all’organizzazione per lo svolgimento dei lavori della commissione, dimostrando professionalità e senso di dedizione nei confronti dell’ambiente culturale locale e scolastico”. Si conclude così un appuntamento molto importante per la vita associativa di Orta Nova, a dimostrazione che anche i cittadini più avanti nell’età, dimostrano di essere attenti alle questioni sociali e culturali riuscendo a tessere una sinergia con le Istituzioni scolastiche ortesi, sempre vigili e presenti ai richiami dei nonni che rappresentano il passato e la storia di ogni cittadino.


Mario Merelli, uno tra gli alpinisti bergamaschi più celebri, è precipitato nei pressi del pizzo Scais, sulle Orobie Bergamasche. È successo alle 7.15 del mattino di mercoledì 18 gennaio. Merelli è morto sul colpo dopo un volo di circa 300 metri. Mario per un periodo della sua vita è stato un cittadino ortese e qualche anno fa, per iniziativa mia e di questa rivista è stato ospite in una serata conviviale organizzata dal Rotary di Cerignola. È stata una serata indimenticabile con i suoi racconti e il suo amore per la montagna, sicuramente “un caminetto” che resterà negli annali dei rotariani di Cerignola. Merelli era nato a Vertova 49 anni fa e abitava a Lizzola con la moglie. Da sempre la montagna era la sua grande passione, lui l'ha sempre definita “la sua Vita”, e proprio in montagna, sui suoi monti, è deceduto. L'incidente si è verificato mentre l'alpinista si trovava in compagnia dell'amico di sempre, Paolo Valoti. Erano partiti di sera tardi da Valbondione. La coppia si era fermata al rifugio Coca per una pausa, per poi salire in notturna sul canalino che porta al pizzo Scais, oltre i 3 mila metri. Avrebbero raggiunto la vetta intorno alle 6,30 del mattino per poi, data la buona visibilità, decidono di scalare alcune creste minori della zona valtellinese. Nel tratto finale per raggiungere la cima dello Scais è accaduta la tragedia: Mario Merelli era dietro a Valoti e un ma-

gli ottomila metri conquistati: Everest (2 volte), Makalu, Kangchenjunga, Shisha Pangma, Annapurna, Broad Peak, Gasherbrum I, Lhotse, Cho Oyu, Dhaulagiri. Durante le ascensioni, sia nelle ripetizioni di “vie” già note, sia nell’apertura di nuovi itinerari estivi ed invernali, ha sempre privilegiato il mantenimento delle condizioni naturali, piuttosto che il ricorso ad espedienti che avrebbero potuto facilitare le salite stesse, modificando però l’ambiente originario. cigno a cui l'alpinista si è aggrappato per arrampicarsi ha ceduto, facendogli perdere l'equilibrio e facendolo precipitare per trecento metri. La caduta è avvenuta sul versante valtellinese e Paolo Valoti ha assistito inerme all'incidente: è subito sceso per verificare le condizioni dell'amico, ormai morto, per poi risalire la parete e raggiungere una zona che gli permettesse di chiamare i soccorsi. Immediato l'intervento dell'elisoccorso del 118: il corpo senza vita di Mario Merelli è stato recuperato con il verricello e temporaneamente trasferito nella base del soccorso alpino di Valbondione, dove è accorso anche il fratello Dino. Fu il padre Patrizio, guida alpina, ad avviarlo alla montagna. Nei 20 anni di carriera ha effettuato numerose ascensioni sulle principali montagne italiane ed europee, anche con importanti spedizioni extraeuropee. Tra

È nata lo scorso agosto 2011, ma è già una realtà. Ad Ordona, le mamme fanno gruppo e collaborando con scuola e comune, realizzano di volta in volta opportunità di formazione, socializzazione e svago tra adulti e piccini. Womam, questo il nome dell’associazione di promozione culturale, che dall’acronimo di Woman “donna” e Mam “mamma” mette insieme le due anime inscindibili di ogni donna, che una volta diventata mamma non perde affatto le precedenti passioni e capacità e tra una pappa e un pannolino, i compiti al pomeriggio e il catechismo, non riesce a dedicare a se stessa il tempo che vorrebbe. Essere genitori è una tappa della crescita che fa sperimentare concretamente tutta la difficoltà del cambiamento, ma anche la possibilità di vivere sentimenti di auto-efficacia. C'è un'opportunità insita nei momenti di crisi che può permettere di scoprire chi si è, chi si sta diventando: una trasformazione che mette alla prova la propria capacità di adattamento creativo. In Italia, in particolare al Sud, si parla spesso di carenza di strutture e servizi inadeguati. È vero, però, anche il contrario: esistono isole felici affidate all'intraprendenza individuale, dove si costruiscono progetti attraverso la passione e il co-

raggio. Womam rappresenta proprio l'opportunità di ripartire dalla Relazione. L’associazione che ha sede operativa presso la Biblioteca comunale di Ordona costituisce infatti, un luogo di relazione e confronto in cui le mamme e le donne possono incontrarsi e relazionarsi, esporre idee e progetti e partecipare attivamente alla realizzazione di eventi. Fitto è stato il calendario degli scorsi mesi e a breve prenderanno anche il via incontri tematici con degli esperti, su temi riguardanti la genitorialità, l’infanzia, la gravidanza e l’educazione mediante una collaborazione con il centro la Salute di Foggia. Oltre ad occuparsi delle mamme, womam, l’associazione delle mamme per le mamme, si occupa anche di regalare del tempo di qualità a bambini e genitori proponendo laboratori artistici, attività manuali, reading adatti ai più piccoli ed incontri teatrali. Il tutto perseguendo l’idea di imparare giocando e facendolo non da soli ma con il supporto dai propri genitori, che oltre a condividere del tempo con i propri figli hanno l’occasione di farlo in maniera diversa, più rilassata e in un ambiente accogliete. In una quotidianità scandita da orari e scadenze, avere un’ora a disposizione per ridere, sporcarsi e giocare con i propri figli dovrebbe

essere un’occasione da cogliere al volo. Un esempio e una novità nel panorama associativo locale, che attraverso la volontà e l’impegno delle associate va avanti autonomamente e si propone di divenire figura di rilievo anche oltre i confini ordonesi. Da sempre si è a conoscenza delle capacità organizzative delle donne e della loro capacità di mettersi in gioco e con Womam le mamme di Ordona diventano protagoniste del loro paese. Una realtà molto ammirata ed elogiata anche oltreprovincia, tanto da richiamare l’attenzione dei media nazionali, che hanno invitato il direttivo a prendere parte in studio ad una puntata di Uno Mattina, dedicata alla maternità e non solo la tv ma anche la carta stampata ha visto in womam delle potenzialità e allo scorso Bimbi in Fiera che si è tenuto a Bari, la Sfera editore che pubblica tra gli altri i mensili, donna&mamma, io e il mio bambino e Dolce attesa ha invitato Womam a presentare il suo progetto e ad esporlo al vasto pubblico che ha preso parte all’evento fieristico. Per tenersi informati su quanto ruota intorno all’associazione potete consultare il loro Blog: www.assowomam.blogspot.com nonché cercarle su FB.


La nostra Unitre mostra segnali di positivo fermento in direzione di una sempre più adeguata formazione dei docenti e di una nuova interazione tra cultura e laboratori. Mi riferisco ai corsi in Ordona di Archeologia e Ceramica e ai docenti F.sco Paolo Maulucci, Angela Mastropietro e Cosimo Tiso, che, presso la struttura gestita dall’Associazione “Bollenti Spiriti” nella persona di Gerardo Consagro, conducono una lodevole attività di laboratorio tutti i mercoledì. Dobbiamo sempre convincerci che la cultura e l’operatività della Sede sono strettamente connesse alle istituzioni pubbliche in primis a quella comunale e di ciò ringraziamo il Sindaco di Ordona, Dott. Rocco Formoso. I lavori per il nuovo assetto dei laboratori continuano e, alla luce di ciò che emerge, continuiamo a programmare sul nuovo indirizzo da dare, ad esempio, al corso di “Taglio e Cucito” seguito da un buon numero di corsisti su Carapelle e Stornarella, condotto da Vincenzo Corbo, esperto nel settore della moda a livello internazionale; su Orta Nova il corso di Potatura e Giardinaggio, di Ricamo e Chiacchierino e su Carapelle quello di Tecniche pittoriche. In questi anni le famiglie, il territorio e gli enti locali si sono rivolti a un’interazione sempre più stretta e portata a termine, per creare un’attenzione qualitativa verso i bisogni della persona. La nostra Sede, in quest’ambiente di continua trasformazione e in posizione di considerazione sempre puntuale e articolata di tutto

Ci troviamo nel pianeta Terra anno 2200, caratterizzato da telefoni con i quali si chiama attraverso la forza del pensiero, dai pagamenti che si effettuano tramite la propria impronta digitale e dove per cucinare basta premere un pulsante posizionato sulla propria cintura. I treni sembrano quasi volare e gli aerei sono sostituiti da shuttle (navicelle spaziali). Lo scienziato Lunalieno stava studiando un metodo per creare una macchina (K2So2) che permettesse di trasformare i rifiuti in elementi utili in un nanosecondo, era l'unico ostacolo che impediva al pianeta Terra di condurre una vita completamente sana, pulita. Nonostante il progresso che si era raggiunto, la popolazione continuava a inquinare il pianeta e a non fare la raccolta differenziata. Presto ciò avrebbe significato la distruzione dell'intero ecosistema, nonché la fine del pianeta. Malgrado questo, nessuno se ne rendeva conto. Dopo varie e attente ricerche, il nostro Lunalieno capì che il solo modo per costruire la “K2So2” era prendere il seme del “Fulicosì”, piantagione lunare creata cinquant'anni prima da PinoAmpol, famoso scienziato del 2150. Decise di partire con la sua “Ultramegagalas”, potentissima navicella spaziale, per la luna. Si imbarcò e azionò il pilota automatico. Dalle finestre della sua invenzione vide il Sole, la meravigliosa stella color scarlatto conquistato dal pianeta Terra, sul

ciò che concerne la prevenzione, la formazione e la predisposizione di servizi per l’intero arco della vita, appare sempre più valida. Nota peculiare del nostro tempo è la crisi delle certezze, che investe ogni campo e anche l’Unitre porta il proprio fardello d’incertezze e di problematiche, ma è anche vero che tante

crisi trovano possibilità di accostamenti e di soluzioni più corali, caratteristica questa della nostra Associazione. Non viviamo, quindi, nel peggiore dei mondi possibili, ma in una realtà sempre più complessa e contraddistinta da insperate e impreviste opportunità di crescita umana e culturale.

quale cresceva la “birinubiniva”, pianta indispensabile per la sostituzione della benzina assai inquinante per l'atmosfera. Arrivato, si diresse subito verso la sua casa megagalattica che si trovava nelle vicinanze del “Laboratori Incontri Scientifici”, detti LIS. La sua stravagante e modernizzata casetta era circondata da un violaceo laghetto nel quale Lunalieno allevava i Puntagrandi, grandi cigni blu che potevano nuotare sott'acqua per molto tempo, senza avere la necessità di risalire in superficie per inspirare ossigeno, e per cavalcarli bastava solo infilarsi la ransennina, particolare tuta che permetteva di respirare sott'acqua, una delle sue tante brillanti invenzioni. Non c'era tempo da perdere, così si mise subito a lavoro. Non voleva parlarne con gli altri scienziati, sicuramente si sarebbero voluti prendere il merito. Si avviò verso la piantagione di fulicosì, ma era sorvegliata da particolari cyborg. Probabilmente stavano raccogliendo il frutto dalle straordinarie capacità. Grazie alla sua Copt, macchina rimpicciolente, riuscì ad intrufolarsi nel campo e da un frutto ne prelevò il seme. Finalmente sarebbe potuto partire per il Sole e godersi una meritata vacanza mettendosi la crema RaggiRiflettente, che lo avrebbe protetto dai raggi del sole. Sfortunatamente i pirati spaziali avevano circondato la Luna e il Governo Planetario si rivolse a Lunalieno in cerca d'aiuto.

Era molto difficile catturarli poiché usavano navicelle impossibili da vedere anche dai mezzi scientifici di quel tempo. Lo scienziato si rinchiuse in uno dei laboratori del LIS. Durante trenta giorni nessuno seppe cosa stesse facendo fino a quando non uscì gridando «Uph1/4!». Nel corso di quel mese aveva progettato questo speciale congegno che posto sull'occhio destro permetteva la scansione di tutto ciò che è invisibile. Inoltre si notava una pompetta a forma di mezza luna contenente COop, una sostanza letale per qualsiasi forma di vita. Con la macchina fotomaterializzante, produsse tanti Uph1/4 quanti gli scienziati, i quali in sella ai loro Cuyuttiporter, peculiari cavalli alati creati in laboratori segreti ubicati a duecento metri sotto terra, e con l'aiuto delle nuove attrezzature supertecnologiche combatterono contro i pirati alcuni dei quali furono lunarrestati e condannati seduta stante all'esilio sul Pianeta Morto mentre gli altri furono costretti a fuggire. Finalmente libero di rilassarsi, il ricercatore con il viso segnato dalla stanchezza arretrata, andò sul Sole dove prese anche dei semi di birinubiniva, certamente gli sarebbe stata utile. Tornato sulla Terra cominciò subito a lavorare sulla K2So2. Notò casualmente che combinando i due semi la macchina non acquistava solo la funzione dello scope originario, bensì poteva anche assorbire i gas inquinanti e chiudere il buco nell'ozono, ormai allargatosi a dismisura. Nel tentativo di costruire una macchina con una sola funzione, Lunalieno ne costruì tre, salvando l'umanità dalla imminente fine a cui era destinata. IIª media - anni 12 Ha partecipato al concorso lettariario indetto dal quotidiano “La Repubblica”


Quel lontano novembre del 1989, rappresentò certamente una pietra miliare per la storia europea, per la stessa evoluzione dell'economia mondiale e non solo per quella del vecchio continente. Quel giorno, tutti lo ricordiamo come data ufficiale della caduta del il muro di Berlino, o muro della “Vergogna”, come spesso viene ricordato da molti. Quasi per miracolo, in quanto nessuno se lo aspettava, ed in forma assolutamente non traumatica, veniva accettata dagli Stati oltre cortina non solo la demolizione, ma anche il sistema economico praticato al di là del “muro”, che era riuscita a produrre quel progresso tanto propagandato dal mondo occidentale ed in particolar modo dagli Stati Uniti d'America. Insieme al muro, cadeva sotto i colpi del piccone della libertà, mandando in frantumi anche, un sistema economico che aveva determinato, dalla fine del secondo conflitto mondiale, il precario e misero sviluppo delle ex repubbliche socialiste sovietiche che per decenni avevano subito le conseguenze di una “economia statale pianificata”. Da allora, l'economia di un capitalismo, forse troppo liberale domina senza rivali la scena economica mondiale; un dominio che ha visto un solo vincitore in una “competizione”, anche in veste ideologica, portata avanti tra due sistemi economico-sociali contrapposti, che allora per un certo verso venivano considerati alternativi tra loro. Tutti avevamo applaudito, anche per ragioni di natura strettamente politiche, ad una netta sconfessione ed alla conseguente sconfitta delle utopie di un “socialismo reale”, ancorato su sistema economico che aveva penalizzato duramente proprio quella classe sociale considerata beneficiaria. Attualmente però, è apparsa all'orizzonte una gravissima crisi economica che riguarda il capitalismo, proprio quel sistema che aveva convinto i Paesi dell'Est europeo ad abbandonare il loro. Tuttavia anche in presenza dell'attuale crisi economica, che per altro non si conoscono ancora

i relativi risvolti, si continua ancora a nutrire piena fiducia in una forma di capitalismo, in cui gli Stati sono costretti ad arrendersi alla “sovranità del mercato”. Causa principale, che con velocità impressionante riesce a spostare cifre enormi nelle “tasche giuste” del mondo capitalistico, costringendo i governi dei paesi “bocciati” ad approntare durissime manovre, piani di rientro dai deficit con “lacrime e sangue” per lavoratori, pensionati, giovani, donne e piccole aziende. Ormai è evidente, anzi chiaro come la luce del sole, che ambienti molto ristretti del capitalismo internazionale, detengono in mano mezzi efficaci attraverso i quali hanno la possibilità di decidere il destino dei nostri governi ed anche delle disgrazie delle grandi masse popolari. A questo punto, ci troviamo di fronte ad un gravissimo fenomeno che va oltre la speculazione finanziaria e ci sono tutti gli estremi per dubitare, che questi “signori” avendo i loro interessi spalmati sui ogni forma di investimento, controllano anche le agenzie di rating facendo diventare così, il loro, un potere devastante. Dai loro “consigli di amministrazione” e dai monitoraggi permanenti dei loro consulenti spesso escono quei personaggi che poi operano ai vertici delle istituzioni di controllo e garanzia su banche, borse e ministeri economici dei vari governi. Attualmente, la voracità di questo sistema economico-finanziario, è diventato talmente incontrollabile da non riconoscere nemmeno quei governi che i loro stessi mezzi di informazione hanno favorito l'elezione. In questa costrizione all’autodistruzione, al momento, a rimetterci sono gli stati e le masse popolari, ma anche i concetti stessi di democrazia e di sovranità. Le libertà fondamentali sono in pericolo! E non si vede all’orizzonte un progetto politico, forze sociali e movimenti politici in grado di differenziarsi da una palude nella quale in Europa affondano tutti, partiti di destra e di sinistra.

È una vera e propria minaccia che questa esperienza storica che stiamo vivendo, ci insegna che un progetto neo-liberista con il potere dello Stato ridotto ai minimi termini, porta inesorabilmente al fallimento. È assolutamente necessario ed anche urgente da parte della dirigenza politica, non solo dei nostri governanti, dover riflettere seriamente se continuare con un capitalismo che affonda le sue radici su un liberismo sfrenato ed incontrollabile, oppure porre delle regole ben precise, che solo una forte coercizione dello Stato è in grado di far rispettare. Inoltre c'è da valutare con molta attenzione se questa crisi, di per sé già tanto grave rappresenta solo una prima avvisaglia ovvero la punta di un “iceberg” che potrebbe nascondere una catastrofe di enormi proporzioni. Sarebbe importante, anzi direi proprio obbligatorio porsi una domanda: Ma, siamo sicuri che l'attuale classe politica ed in particolare chi ci governa intende il capitalismo come quel meccanismo di libera competizione che ha garantito uno sviluppo fino ai tempi nostri? Pongo un'altra domanda: Ma, la forza del vero capitalismo non consiste, o forse non più, nel mettere insieme libera competizione e cooperazione fra tutti gli individui? Se questa è la base, è necessario, che competizione e cooperazione siano rispettate in un sistema di regole condivise che solo la garanzia di uno Stato forte e consapevole può far rispettare. Però dobbiamo stare attenti che con un mercato globalizzato anche lo Stato potrebbe non essere in grado di offrire queste garanzie, perciò non c'è dubbio che siamo di fronte ad una particolare crisi del capitalismo occidentale, sia di quello americano che di quello europeo. La crisi del capitalismo è ormai onnipresente e si manifesta in maniera sempre più pressante il problema di indicare nuove forme al suo interno e addirittura nuove alternative. La sensazione è che siamo passati senza accorgercene, ad una subdola dittatura ancora più grave:quella di mercato.


Il nuovo anno (2012) ha portato in dono ai comuni di Carapelle, Ordona, Ortanova, Stornara e Stornarella una «bella» iniziativa editoriale, sostanziatasi nel periodico di informazione Lo Sguardo sui 5 Reali Siti che, in linea di continuità con L’Ortese, si pone come una «voce» importante del territorio, oltre che come punto di riferimento dei cinque centri coinvolti. Rispetto al precedente periodico, Lo Sguardo sui 5 Reali Siti - tipograficamente godibile come L’Ortese - segna un punto di rottura e un momento di svolta ad un tempo. Il punto di rottura è legato alla felice intuizione dell’inossidabile Annito Di Pietro - ideatore e patron dell’iniziativa giornalistica nata nel 2003 e giunta oggi al suo decimo anno di vita - che, di concerto con il versatile direttore responsabile, Michele Campanaro, ha ben interiorizzato il convincimento che la rivista poteva e doveva avere una dimensione intercomunale, nel momento in cui sul territorio è in atto una sperimentazione politico-amministrativa (leggi: «Unione»), finalizzata alla creazione della «polis sovracomunale». Il punto di svolta, poi, è nella volontà dei due tenaci animatori del periodico non solo di mettere le proprie pagine al servizio del progetto politico «unionista», ospitando un inserto di ben quattro pagine dal titolo «Notiziario dell’Unione dei Comuni dei 5 Reali Siti», dedicato alla vita amministrativa del nuovo ente sovracomunale, ma anche di porsi essi stessi come sostenitori/fiancheggiatori/accompagnatori del progetto di una «governance unica» sul territorio. Tutto questo, a mio parere, darà al periodico nuova linfa e farà circolare tra le sue pagine aria nuova, l’una e l’altra generatrici di una funzione della rivista ancora più significativa di quella precedente, perché, frantumata la centralità del comune di Ortanova sottolineata dal titolo L’Ortese, gli altri centri potranno sentire come proprio il giornale che, per questa via, apparterrà d’ora in poi ai cinque paesi o, meglio, all’«Unione», all’interno della quale tutti i paesi hanno e devono avere pari dignità. Per Lo Sguardo potrà iniziare così una nuova «avventura», resa «nobile» dall’assunzione di precise responsabilità: per Lo Sguardo non si tratta, infatti, come direbbe oggi Elio Vittoriani, di «suonare

il piffero» per l’«Unione», ma semplicemente di veicolare tra la gente la ratio dello «stare insieme» dei cinque comuni e soprattutto di assicurare la massima trasparenza possibile alle decisioni assunte in seno alla Giunta o al Consiglio, perché le popolazioni non vivano il nuovo ente sovracomunale come qualcosa di estraneo o, peggio, di calato dall’alto e senza radici sul territorio. D’altronde, due uomini liberi come Annito Di Pietro e Michele Campanaro non accetterebbero mai alcuna sorta di compromesso, abituati come sono a dire sempre la propria opinione e ad essere, per deontologia professionale, al servizio di un’informazione corretta e leale. Per queste ragioni, nella mia qualità di assessore «unionista» alla cultura, saluto con parole di plauso e di apprezzamento la nuova iniziativa editoriale che - sono certo - saprà dare un contributo prezioso alla causa, soprattutto in questo momento storico in cui mi pare che «il sogno si stia appannando»: avverto, infatti, che di «Unione» si parla troppo poco e solo negli organi istituzionali, ma non tra la gente che sembra vivere il tutto con distacco, se non con indifferenza. L’informazione, pertanto, diventa in questo contesto fondamentale per l’affermazione della democrazia, per la partecipazione alle decisioni, per la condivisione delle scelte: così la decisione de Lo Sguardo di dedicare quattro pagine alla vita amministrativa dell’«Unione» è un’occasione preziosa da accogliere con gratitudine, perché rende il «palazzo» trasparente e fa in modo che il cittadino possa essere continuamente informato circa fatti, problemi ed iniziative concernenti diritti ed interessi delle comunità dell’«Unione». Tutto questo, però, non basta, perché, di là della «vetrina», occorre anche aprire un dibattito sul territorio a proposito delle scelte decisive per il territorio: non è sufficiente, in altri termini, che l’«Unione» trasmetta messaggi ai cittadini, ma essa deve anche promuovere risposte positive da parte dei destinatari, stimolando proposte, critiche, suggerimenti di ogni natura. In questa direzione intende muoversi Lo Sguardo e, per questo, merita la massima attenzione non solo del pubblico, ma anche e soprattutto della politica. Buona navigazione, amici de Lo sguardo. *Assessore alla cultura dell’«Unione»


Il dott. Rocco Settimo Formoso, sindaco di Ordona, è il nuovo presidente dell’Unione dei Comuni dei 5 Reali Siti. Domanda: Presidente Formoso, per l’Unione è il terzo anno di vita. Risposta: Si è vero sono ormai passati tre anni dal suo primo atto costitutivo. Ho sentito spesso ricordare tutto questo tempo trascorso quasi a volerne fare parametro di riferimento per dimostrare la lentezza o addirittura l’inerzia che avrebbe caratterizzato la progressione della Unione nel suo cammino verso la sua compiutezza. Giustifico queste affermazione perché le interpreto, come sicuramente sono, dettate da passione, dal desiderio di vedere realizzata ed operativa questa nuova creatura. Giustifico dicevo queste affermazioni ma le giudico non molto generose. Sarebbero giustificate se fossero riferite ad una comune associazione finalizzata all’impegno nel sociale, se fosse riferita ad una cooperativa o piuttosto ad una società per azioni. Si per queste entità i tre anni sono un lasso di tempo più che sufficiente perché il loro funzionamento possa tranquillamente essere messo a regime. Purtroppo grazie a Dio, l’Unione non è una cooperativa, non è una onlus, ma qualcosa di molto più articolato, di molto più complesso e nello stesso tempo di molto più delicato. E, come la biologia insegna, più gli organismi sono complessi, tanto più la loro maturazione diventa lunga e talvolta problematica. D.: Quindi? R.: L’unione è un organismo complesso e come tale ha bisogno per carburare, per completare il uso ottimale rodaggio di un articolato processo al quale concorrono fattori, i più disparati che condizionano pesantemente l’iter dilatando pesantemente i tempi, tempi che rischiano di diventare biblici se alle difficoltà proprie del processo unificante si aggiungono quelli dovuti alle fasi paralizzanti dei lunghi periodi preelettorali dei rinnovi, purtroppo non sincroni, delle nostre amministrazioni comunali. D.: Nella filosofia del bicchiere, completamente vuoto non è? R.: Credo che sia doveroso ricordare che in questi tre anni trascorsi non si è stati a guardare la luna: la realizzazione

dell’ufficio di segreteria, l’organizzazione della sede, il nucleo di valutazione, l’approccio all’assicurazione unica per la responsabilità civile, servizio per la sanificazione degli ambiente, progetto unico per la rigenerazione urbana, progetto per la navetta metropolitana di superficie, progetto per il canile sovracomunale, sponsorizzazione di tante iniziative per la promozione del territorio, l’affidamento a un pool universitario dell’incarico di collaborazione per supportare l’attuazione delle scelte gestionali ed amministrative dell’Unione. D.: Il terzo anno, quindi, l’anno della svolta? R.: Credo che per l’Unione sia giunto il momento che cominci a fare il mestiere per cui è nata che, come recita l’articolo quattro dello statuto costitutivo dell’Unione stessa è quello di “addivenire ad una gestione efficiente ed efficace dei Servizi sull’intero territorio, assicurandone l’efficienza e la maggiore econonomicità a vantaggio della comunità”. È la gestione unitaria di molti servizi ora spezzettati nei cinque enti che può e deve dare un senso, un significato all’Unione stessa. Se non realizziamo questo passaggio tutto il lavoro fin qui svolto sarebbe improduttivo. Avremmo fatto una operazione di facciata fine a se stessa ed avremmo dissipato in un vacuo make-up il nostro tempo e preziose sostanze pubbliche. Mi rendo contro che parlare di trasferimento di funzioni e di servizi dai Comuni all’Unione è un nodo molto semplicistico di affrontare il problema. Funzioni e Servizi non sono termini astratti; dietro ogni funzione, dietro ogni servizio ci sono uomini, donne che per forza di cose verranno coinvolti e vivranno dei cambiamenti più o meno importanti nella loro quotidianità lavorativa.


Stornara Le Origini Il primo documento storico in cui per la prima volta si parla di Stornara risale al 1203. Il villaggio sorse propria a margine dell’antica Via Traiana, ancora utilizzata in alcuni tratti del medioevo. Nel 1223 Federico II° di Svevia fece trasferire molti saraceni in Capitanata e una parte di loro fu destinata a Stornara, la cui economia era basata unicamente sulla produzione cerealicola. Ogni famiglia ottenne una casa, un po’ di terra e degli attrezzi per coltivarla. Si stabilì, così, una piccola colonia di saraceni dotata di una precisa identità culturale e religiosa. Stornara passò, poi, sotto la dominazione degli angioini. Nel 1300 Carlo II° d’Angiò promosse un vero e proprio esodo forzato dei saraceni dalla Capitanata e così Stornara rimase spopolata e molti terreni lasciati abbandonati ed incolti. Dopo il 1343 vi furono diverse epidemie tra cui quella terribile della peste nera del 1348. Nel 1447, con il Re Alfonso d’Aragona venne istituita la “dogana della mena delle pecore di Puglia” per disciplinare la transumanza in modo che l’erario potesse trarre da essa maggior reddito. Stornarella La Carboneria e l’Unità d’Italia Giovani di Stornarella studenti all’Università di Napoli vennero a contatto con le organizzazioni segrete della Massoneria prima e della Carboneria poi. Fra essi va ricordato l’avv. Pietro Golia, Gran Maestro della “Vendita”, cui aderivano anche massoni ortesi (i fratelli Col avita e i Carella). Essi organizzarono sia nel 1820 che nel 1848, manifestazioni a sostegno della concessione della Costituzione da parte dei Sovrani borbonici, patendo il carcere e il confino. Dopo l’annessione del Regno di Napoli al Regno d’Italia, Stornarella (per la sua vicinanza al Vulture) fu teatro di cruenti scontri tra briganti e truppe piemontesi. Uno di questi avvenne la sera del 30 marzo del 1862 tra i Cavalleggeri del Reggimento “Lucca2 ed i briganti di Giuseppe Schiavone. Alle ore 15 del 1° aprile 1862 venivano ricomposte e tumulate nel “Camposanto” di Stornarella le salme di 17 Cavalleggeri. Orta Nova L’espulsione dei Gesuiti Il 31 ottobre del 1767 i Gesuiti furono espulsi dal Regno di Napoli e tutti i loro beni incamerati dalla Corona, tra cui

la Casa d’Orta che comprendeva: a) Il convento con la chiesa dedicata a S. Maria delle Grazie; b) La Badia Concistoriale di Ordona; c) Le Masserie di Stornara e Stornarella; d) Passo d’Orta; e) Le due taverne di Orta ed Ordona; f) Terreni coltivabili per 143 carra e 14 versure (3.548 Ha) F. Nicola De Dominicis, amministratore dei bene gesuitici della Casa d’Orta, verificò le condizioni delle masserie di Orta, Ordona, Storanara e Stornarella e riscontrò un peggioramento rispetto al periodo gesuitico. Pertanto, sollecitò con comunicazione scritta, D. Gennaro Pallante, Commissario dell’Azienda Gesuitica, a trovare una soluzione. Nel 1773 il re Ferdinando IV° rispose con un progetto di censuazione, che prevedeva la coltivazione di piccoli lotti da parte di gente bisognosa, dietro pagamento di un censo. Furono reperiti 410 coloni con bando pubblico esposto in terra di bari, nella Capitanata, nella Basilicata e nel Principato Ultra (Avellinese), promettendo ad ognuno di loro 10 versure da coltivare e 2 da destinare a mezzana per il pascolo degli animali da lavoro. Le assegnazioni furono fatte in Orta il 3 agosto del 1774 destinando: 105 ad Orta, 93 ad Ordona, 83 a Stornara, 73 a Stronarella e 56 a Carapelle sito creato ex novo presso il ponte del fiume Carapelle.


PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ALFONSO OLIVIERI CONSIGLIERI DELL'UNIONE 1) Mauriello Potito - Orta Nova 2) Lacerenza Gerardo - Orta Nova 3) Bellino Antonio - Orta Nova 4) De Finis Michele - Orta Nova 5) Costantini Massimo - Orta Nova 6) Gervasio Giuseppe - Orta Nova 7) Maffione Nicola - Orta Nova 8) Porcelli Michele Antonio - Orta Nova 9) Curci Antonio - Orta Nova 10) Annese Lorenzo - Orta Nova 11) Pagliuca Mauro - Carapelle 12) Labbellarte Saverio - Carapelle 13) Versi Carla - Carapelle 14) Tanzi Giuseppe - Carapelle 15) Parrella Onofrio - Carapelle 16) Lattarulo Nicola - Stornarella 17) Luce Franco - Stornarella 18) Volpe Maria - Stornarella 19) De Angelis Antonio - Stornarella 20) Olivieri Alfonso - Stornarella 21) Misino Matteo - Stornara 22) Piano Giuseppina - Stornara 23) Marchionna Giuseppe - Stornara 24) Nigro Roberto - Stornara 25) Calamita Rocco - Stornara 26) Scagliozzi Fabio - Ordona 27) Terribile Giuseppe - Ordona 28) Lombardi Michele - Ordona 29) Volpone Rocco - Ordona Iª Commissione Ambiente, Personale, Attività Produttive e Sport

IIª Commissione Sanità, Servizi Sociale e Agricoltura Consiglieri maggioranza 1 MAURIELLO POTITO presidente 2 VERSI CARLA segretario 3 SCAGLIOZZI FABIO vicepresidente LUCE FRANCO 5 LACERENZAGERARDO Consiglieri minoranza 6 VOLPONE ROCCO 7 CALAMITA ROCCO III Commissione Beni Culturali, Turismo, Spettacolo, Bilancio e Patrimonio Consiglieri maggioranza 1 DE FINIS MICHELE presidente 2 COSTANTINI MASSIMO 3 TERRIBILE GIUSEPPE 4 PAGLIUCA MAURO segretario 5 SCAGLIOZZI FABIO Consiglieri minoranza 6 MAFFIONE NICOLA 7 ANNESE LORENZO IV Commissione Lavori Pubblici, Urbanistica e Sicurezza Consiglieri maggioranza 1 LOMBARDI MICHELE presidente 2 TERRIBILE GIUSEPPE 3 PAGLIUCA MAURO 4 LABBELLARTE SAVERIO 5 BELLINO ANTONIO Consiglieri minoranza 6 PARRELLA ONOFRIO vicepresidente 7 DE LUCA LEONARDO Vª Commissione Cultura e Pubblica Istruzione

Consiglieri maggioranza 1 GERVASIO GIUSEPPE Presidente 2 LACERENZAGERARDO 3 MARCHIONNA GIUSEPPE 4 VOLPE MARIA Segretario 5 MISINO MATTEO

Consiglieri maggioranza 1 LUCE FRANCO presidente 2 PIANO GIUSEPPINA segretario 3 LATTARULO NICOLA 4 MAURIELLO POTITO 5 MARCHIONNA GIUSEPPE

Consiglieri minoranza 6 TANZI GIUSEPPE vice presidente 7 CURCI ANTONIO

Consiglieri minoranza 6 PORCELLI MICHELE 7 NIGRO ROBERTO


Mentre si definiscono gli ultimi dettagli, concernenti il piano di riorganizzazione ed accorpamento degli Istituti Superiori che ridisegnerà l’assetto scolastico territoriale dei Cinque Reali Siti, siamo andati a fare quattro chiacchiere con il Dirigente Scolastico dell’I.P.S.S.C.T “Adriano Olivetti”, per conoscere meglio l’Istituto che da decenni prepara i nostri giovani al mondo del domani. Domanda: Prof. Leonardo Cendamo innanzitutto, come è stato accolto al suo arrivo ad Orta Nova? Risposta: Devo dire, in maniera davvero ottimale. Sono arrivato solo in questo nuovo anno scolastico, provenendo dalla Direzione Didattica di San Severo, ed ho immediatamente avvertito un clima più che sereno da parte di tutta la Scuola, nei miei confronti. D.: Come ha trovato l’Istituto? R.: Devo ammettere, con mia sorpresa, di aver trovato una realtà scolastica ben qualificata rivolta ad un’utenza medio-alta. D.: Qual’è il suo impegno primario? R.: Cercare con l’aiuto dei docenti, di realizzare una Scuola che metta i ragazzi in condizione di trovare un lavoro stabile e qualificato, è il mio più importante obiettivo. È nostro dovere di educatori, infatti, accompagnare i giovani che formiamo oltre la Scuola, lungo la strada della vita. D.: In quest’ottica, quali sono le opportunità offerte ai vostri studenti? R.: Le opportunità sono varie e differenziate. Già da tempo è partito un progetto coordinato dal prof. Guglielmetti, attraverso il quale l’Olivetti si è accreditato come Ente presso il Portale Governativo “clicklavoro.gov”, che ha nei fatti sostituito la Borsa Nazionale Continua del Lavoro. Il Portale offre agli studenti, un servizio attraverso il quale domanda ed offerta di lavoro, s’incontrano. Per agevolare tale incontro, all’interno della Scuola è già attiva una postazione multimediale, aperta anche ai nostri ex studenti e a tutti i giovani del territorio. In particolare per quanto riguarda gli ex alunni, abbiamo realizzato con la collaborazione della prof.ssa Giovannelli, percorsi di formazione post-diploma attraverso l’attuazione di stage nei mesi estivi, presso importanti aziende italiane. Tutto ciò, è stato reso pos-

sibile grazie all’attuazione del “PON C5”. Tornando ai nostri attuali studenti, non abbiamo trascurato l’importanza della conoscenza ottimale delle lingue straniere, certificata attraverso la partecipazione a stage esteri. Infine, resta centrale il ruolo svolto dagli stage formativi presso importanti realtà ricettive italiane, che interessano gli studenti degli ultimi anni di corso, attraverso i quali gli stessi ragazzi entrano in contatto diretto, con il mondo del lavoro. D.: Preside, l’Olivetti è da sempre una realtà scolastica dinamica ed attenta alle problematiche, che riguardano i giovani. A parte il lavoro, quali altri progetti ed iniziative state attuando in quest’ottica? R.: I finanziamenti legati al PON C3, ci

hanno consentito di portare tra i banchi di scuola l’importante tema della legalità, con la conseguente nascita di percorsi associati in collaborazione con la Questura di Foggia, che hanno condotto i nostri studenti a Roma, per due giorni, in visita presso la Scuola di Specialità della Polizia di Stato e presso la Polizia Scientifica. Non solo, ma sono stati anche attivati percorsi per favorire l’incontro genitori-figli, estremamente precario nell’età delicata dei nostri ragazzi. Non solo, ma stiamo anche affrontando l’importante problema della dispersione scolastica, attraverso la partecipazione ad un progetto specifico. Siamo poi anche attenti all’integrazione ed alla partecipazione attiva dei nostri studenti, ai processi democratici del Paese. In quest’ottica, un’importante iniziativa è stata quella coordinata dal prof. Francesco Traisci, responsabile alla funzione strumentale e ai rapporti con il territorio, che ha visto una delegazione

di studenti delle classi 2ª e 3ª, recarsi in visita presso Montecitorio lo scorso 10 gennaio accompagnata oltre che dallo stesso prof. Traisci, dalle docenti Concetta D’Addato, Assunta Radogna e Antonella Russo. Occasione preziosa per gli studenti dell’Olivetti, di poter verificare direttamente quanto appreso durante gli studi ed in particolare di poter osservare, dal vivo, l’effettivo funzionamento delle Istituzioni, in relazione ad un momento particolarmente delicato della vita politica e democratica del nostro Paese. Ci sono inoltre una serie di iniziative, finalizzate alla promozione dell’Istituto. Nel mese di febbraio apriremo la Scuola a genitori e futuri alunni, per consentire la visita degli spazi e un approccio di orientamento con i docenti. Nel mese di maggio, si svolgerà invece la consueta “giornata della creatività”, interamente organizzata dai ragazzi. D.: Prof. Cendamo, l’Olivetti non si dimentica dei suoi studenti, in particolare di quelli più bravi. R.: L’Olivetti non dimentica gli alunni che sono passati negli anni attraverso questa Scuola, e lo fa in due modi. In primo luogo, attraverso una cerimonia di premiazione che si svolge annualmente, premiando gli studenti che si sono diplomati l’anno prima, riportando una valutazione tra 90 e 100. In secondo luogo è stato istituito un “Albo d’Oro”, ossia un registro delle eccellenze, dove vengono annotati i nomi degli studenti che si sono maggiormente distinti durante gli anni di corso. D.: Preside, l’Olivetti, si distingue anche per la sua partecipazione a momenti di grande solidarietà. R.: Da sempre i nostri studenti, sono sensibili a tutte quelle iniziative di solidarietà promosse nel territorio da Enti ed Associazioni, che contribuiscono alla loro crescita. In particolare ci sono poi avvenimenti nella vita stessa della Scuola, che generano nei ragazzi la spinta verso un forte slancio solidaristico. È quanto è avvenuto ad esempio, conseguentemente alla tragica scomparsa della povera Maria Berardi, la studentessa morta lo scorso novembre in un terribile incidente stradale. Fin nell’immediatezza della tragedia, gli stessi ragazzi si sono attivati da soli per sostenere la famiglia della loro compagna, facendo sentire la propria vicinanza ed il proprio affetto.


Sarebbe stato investito da uno dei blindati del convoglio col quale viaggiava, il caporal maggiore capo Francesco Saverio Positano, morto il 23 giugno 2010 durante una missione di perlustrazione nella zona di Herat in Afghanistan: è la conclusione cui è giunta la perizia redatta dall’ingegnere biomedico Gionata Fragomeni e allegata in una denunciaquerela depositata dai parenti dell’alpino alla Procura di Roma. Lo hanno reso noto Luigi e Rosa Positano durante una conferenza stampa convocata a Foggia. Secondo la versione ufficiale fornita nella immediatezza del tragico e-vento, il militare avrebbe avuto un malore e sarebbe caduto dal “Buffalo” durante una manovra. In realtà, già le perizie medicolegali della Procura e di parte hanno escluso questa ipotesi, anche in considerazione delle gravi ferite riportate dal militare al cranio e in altre parti del corpo. Scrivono il professor Pietrantonio Ricci, ordinario di Medicina legale dell'Università della Calabria, e il medico legale Domenico Natale che «l’unica ipotesi che si può escludere con assoluta certezza è appunto la caduta dal mezzo fermo», così come peraltro conviene anche il perito del Pm. Ora, lo studio cinematico commissionato dai genitori esclude definitivamente l’ipotesi della «caduta accidentale dal mezzo militare fermo» e propende per «una dinamica più complessa quale l’investimento da parte di un veicolo a bassa velocità in fase di manovra». «È ragionevole ipotizzare - scrive l’ingegnere biomedico - che l’investimento sia avvenuto durante la fase di manovra di uno dei veicoli del convoglio mentre la vittima era scesa probabilmente per verificare le distanze o la situazione del mezzo». La denuncia e la perizia sono state incluse nel nuovo fascicolo di inchiesta che la Procura della Capitale ha aperto «contro noti» con l’ipotesi di omicidio colposo proprio a seguito delle numerose istanze e sollecitazioni rivolte dalla famiglia del militare. Una prima indagine era stata infatti avviata nelle ore immediatamente successive alla morte del caporale ed era stata archiviata non senza «contraddizioni e incongruenze». “Quello che ci muove”, hanno spiegato i genitori del giovane militare, “non è il desiderio di vedere punito qualcuno a tutti i costi, né tanto meno un sentimento di vendetta contro il responsabile o i responsabili della morte di Francesco: vogliamo soltanto sapere la verità sulla morte di nostro figlio, quella verità che finora ci è stata negata e a cui invece riteniamo di avere diritto”. “Non ha avuto un malore, nostro figlio”, hanno aggiunto, “godeva di ottima salute e stava servendo il suo Paese all'estero: qualcuno ha sbagliato e Francesco oggi non c’è più”. “Agli atti della Procura”, hanno rilevato

gli avvocati Annarita Antonetti e Lucia Frizzano, “mancano molti tasselli che sono invece indispensabili per far luce su quanto accaduto: manca un’accurata planimetria del luogo dell’incidente, mancano gli abiti indossati da Positano, manca l’elmetto, per arrivare alle testimonianze, lacunose e perlopiù inattendibili”. In quella missione - hanno ricostruito - erano impegnati in venti, compreso Francesco. Di questi soltanto sei sono stati ascoltati sommariamente, come testimoni, subito dopo l’incidente: “Le loro dichiarazioni sono così inattendibili che neppure il Pm che ha archiviato la prima inchiesta le ha ritenute utili”. “Perfino i rilievi fotografici effettuati dai militari che hanno soccorso invano Francesco”, hanno sostenuto i legali, “sono stati

nella materiale disponibilità della Procura soltanto otto mesi dopo il fatto, tanto che l’esperto nominato dal pm non ha potuto neppure visionarli prima di consegnare la sua perizia”. “Elmetto, divisa e equipaggiamento”, hanno proseguito “dovevano essere conservati con scrupolo e attenzione proprio perché utili ai fini dell’indagine, e invece a oggi non si sa se, da chi e dove sono stati conservati”. “Se Francesco Positano è stato investito, ci sono profili di responsabilità colposa che vanno accertati”, hanno concluso, “così come potrebbero esserci profili di inadempimento alle disposizioni regolamentari dell’ordinamento militare: è questo che abbiamo chiesto alla Procura di Roma di accertare”.


Nasce il Consiglio Comunale dei ragazzi Si sta realizzando, nelle classi Quinte del Secondo Circolo Didattico, il progetto “Cittadini in erba” con l’obiettivo di educare le nuove generazioni a diventare protagoniste responsabili del miglioramento della qualità della vita per tutti. E questo si può fare da subito, magari con la costituzione di un Consiglio Comunale Ragazzi, con il quale partecipare in maniera più responsabile e democratica all’Amministrazione municipale. E

allora… via, con entusiasmo, prima ad una vera e propria campagna elettorale con tanto di programmi, loghi e manifesti, e poi alle elezioni con seggi, voti e ballottaggio. Il 12 gennaio 2012 il neo costituito Consiglio Comunale Ragazzi è stato presentato al sindaco Maria Rosaria Calvio nell’Aula Consiliare del Comune e l’alunna Noemi Angino ha indossato la fascia tricolore di sindaco junior, alla presenza del Dirigente Scolastico Immacolata Conte, dell’Amministrazione Co-

munale, dei docenti, degli alunni e dei loro familiari. Durante la cerimonia, iniziata con l’esecuzione dell’inno nazionale, il dirigente scolastico ha sottolineato come la scuola sia il luogo privilegiato per l’esercizio della democrazia e che sicuramente questa esperienza che stanno vivendo gli alunni contribuirà a renderli artefici del benessere proprio e altrui. Il sindaco, nel suo intervento, ha avuto parole di apprezzamento per i docenti che hanno a cuore l’insegnamento di valori come la giustizia, la libertà, la solidarietà. Consegnando al neosindaco una copia della Costituzione Italiana, ha detto ai ragazzi: “La Costituzione sia il faro della vostra condotta, voi siete il fiore all’occhiello della nostra società, da voi partiamo per scrivere una nuova pagina della storia ortese. Mi aspetto da te Noemi, e dai tuoi amici, un contributo di idee per migliorare la qualità dei servizi destinati ai ragazzi. Siate il cambiamento che volete”. A conclusione dell’incontro la scuola ha donato al sindaco un quadro dipinto dall’artista ins. Mina Reddavid, ispirato all’art. 3 della Costituzione che esalta l’uguaglianza e la pari dignità sociale. Auguri ragazzi e buon lavoro! Giornata della memoria “Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oswiecim (maggiormente nota con il suo nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazista”. Questo è il testo di uno dei documenti presi in esame dai ragazzi di V del II° Circolo

Didattico di Orta Nova nel loro percorso di ricerca storica che li ha portati alla realizzazione dell’Alfabeto della Shoah: viaggio nelle tappe fondamentali di quello che si può definire uno dei periodi più tristi dell’umanità. Gli alunni hanno voluto prendere in consegna le testimonianze scritte e video dei sopravvissuti e farle proprie, per impegnarsi a divulgare la cultura della pace. Durante la celebrazione della “Giornata della Memoria”, alla presenza di Saverio Pandiscia, presidente dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi in Guerra, e del dirigente scolastico Immacolata Conte, gli alunni hanno cantato il testo di una delle più note canzoni di Francesco Guccini, “Auschwitz (canzone del bimbo nel vento)”, e recitato brani da “Se questo è un uomo” di Primo Levi e altri componimenti anonimi scelti per la suggestione del loro contenuto. “Noi ricorderemo, perché questo non accada mai più!” ha declamato con forza un’alunna al termine della manifestazione. Questo è il messaggio che deve essere accolto dai bambini... gli uomini del futuro. È da loro che si deve partire per costruire una mentalità che combatta ogni tipo di razzismo, ogni intolleranza e ogni discriminazione. Se questo avverrà, l’obiettivo sarà raggiunto e non vedremo mai più le immagini di morte che ogni guerra porta con sé.


Il 23 gennaio 2012 la nostra classe si è recata al Comune, dove ci ha accolti il Sindaco, che ci ha fatto accomodare nella Sala Consiliare e ci ha detto che tra poco verrà istituito il Consiglio dei Ragazzi, dimostrandoci così la sua sensibilità nei nostri confronti. Con grande attenzione ha ascoltato le nostre domande. Diversi bambini hanno richiesto, anche attraverso lettere, un maggior controllo urbano, più spazi verdi attrezzati, una piscina comunale, una pista ciclabile, la raccolta dif-

Son morto con altri cento, son morto ch'ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento... Ad Auschwitz c'era la neve, il fumo saliva lento nel freddo giorno d' inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento. Da circa 10 anni il sig. Saverio Pandiscia, presidente dell'ass. naz. Famiglie caduti e dispersi in guerra, affianca le docenti del I Circolo di Orta Nova nella promozione del “Giorno della Memoria”. Ormai è consuetudine approfondire, con gli alunni più grandi, pagine della memoria storica che non fanno più parte dei programmi di studio. Come ogni anno, le classi quinte ricordano la Shoah e le classi quarte le Foibe. Quest’anno, gli alunni delle classi 5ª A-B-CD-E, insieme alle loro insegnanti, hanno voluto dare un taglio diverso a questo avvenimento: il ricordo della shoah è stato collocato all'interno del “riconoscimento dei diritti dei bambini”. Le docenti si sono ispirate alla “Carta dei Diritti dei Fanciulli” e gli alunni, attori e spettatori di questa giornata, hanno evidenziato come a tanti loro coetanei questi diritti fossero stati negati. La cerimonia si è svolta nella Sala Teatro di via Vittorio Veneto. Sulle note dell’inno di Mameli è stato fatto passare sopra le teste dei presenti il bandierone dell'Italia (un enorme tricolore), segno di unità e fratellanza, e, con orgoglio e commozione, tutti hanno cantato l’Inno Nazionale. L’intervento della Dirigente dott.ssa Margherita PALMA ha menzionato l’evento più terribile ed orrendo dell’intera guerra, l’uccisione deliberata di circa 6 milioni di uomini, donne e bambini ebrei, deportati dalla Germania e dai paesi occupati nei campi di concentramento nazisti. La shoah (una parola ebraica che significa “sterminio”) fu programmata da Hitler che, salito al potere, diede inizio a una vasta e feroce persecuzione contro gli Ebrei. Agli Ebrei fu proibita la maggior parte dei lavori, le loro proprietà furono confiscate ed essi furono costretti a vivere nei ghetti e a indossare in pubblico la stella gialla di David. Ebrei, ma anche zingari, omosessuali, malati di mente, testimoni di Geova e oppositori politici furono rinchiusi nei campi di sterminio e mandati a morire nelle camere a gas di Auschwitz, Ber-

ferenziata ed altro… Lei ha risposto che, per alcune cose stanno già provvedendo, mentre per altre sarà necessario più tempo a causa della carenza di fondi. Le abbiamo, inoltre, chiesto alcune curiosità sulla sua “Vita da Sindaco” che, ha soddisfatto pienamente. Prima di salutarci ci ha consigliato di iniziare già da adesso ad essere dei “Bravi cittadini”, mettendo in pratica piccoli comportamenti, come non gettare cartacce a terra, non urlare per strada, non fare i prepotenti

con i compagni ed essere degli alunni “Modello”. Infine, abbiamo visitato l’ufficio anagrafe, in cui un impiegato ci ha mostrato i registri dell’anno 2003, anno della nostra nascita e ci ha riferito che lì sono custodite le informazioni di tutti i cittadini di Orta Nova. Felicissimi di aver conosciuto personalmente il Primo Cittadino del nostro Paese, siamo tornati a scuola. Gli alunni della 3ª C 1° Circolo “N. Zingarelli”

gen-Belsen, Buchenwald, Dachau, Mauthausen e di altri lager. Gli alunni hanno cantato in diverse lingue: in inglese “Life is beautiful” (dal film “La vita è bella”), “Wojna jest z’a” in polacco (la guerra è male) e in ebraico “Gam gam” (dalla Bibbia, Salmo 23 - tratto dal film "Jona che visse nella pancia della balena). Gli interventi dell’assessore Trecca e del presidente dell’Avis, Prisco (accompagnato da una giovane consigliera, Liliana Mercaldi), hanno ricordato come il “Giorno della memoria” non può essere solo un “ricordare”, ma un impegno per iniziare a rendere concreti i buoni propositi. Collocare i momenti di riflessione sulle guerre del passato nella cornice della vita vissuta deve servire a valutare se oggi sono rispettati i Diritti di Tutti. E... a proposito di Diritti, gli alunni delle classi 5ª B e C hanno drammatizzato “Il Treno dei Diritti”, liberamente tratto da “Lo zio Diritti” di R. Piumini: Alcuni bambini intraprendono un viaggio fantastico su un fantomatico treno e, ogni qualvolta raggiungono una stazione, si scontrano con una realtà di bambini maltrattati, abbandonati, analfabeti, soldati, malati. I piccoli viaggiatori intervengono salvandoli e accompagnandoli alla Stazione dei sogni, approdo finale in un posto dove non ci sono più guerre, violenze, sfruttamenti: un mondo senza più bambini affamati, sfruttati, emarginati, indifesi, picchiati...

Ad ogni stazione gli alunni delle classi 5ª A - D - E hanno contrapposto alla fantasia del viaggio in treno la realtà, testimoniata da letture, documentazioni, poesie di bambini ebrei vissuti al tempo dell’olocausto, di persone a cui sono stati negati il diritto all’istruzione, alle cure mediche... alla vita. L’intervento di mons. Giacomo Cirulli, parroco della Chiesa Madre ha ben spiegato il significato della parola “shoah” e ha invitato ad una profonda e seria riflessione: - Perché la guerra è male? - Perché lede la dignità di ogni uomo... bisogna riflettere sulla negazione di quei fondamentali diritti che si vivono nella quotidianità. Purtroppo si comincia dal poco, come emarginare un bambino “diverso”, per sfociare in quella trama ordita che sono le guerre... La Dirigente ha concluso sottolineando come l'obiettivo delle docenti è far comprendere agli alunni, con la riflessione sui diritti, che la pace si costruisce, rispettando ogni bambino di qualunque colore, razza e religione, giorno dopo giorno: in casa, a scuola, in parrocchia… praticando i valori della solidarietà, del rispetto reciproco, della non violenza. Solo se sapremo essere immuni a mali come il pregiudizio e il razzismo potremo preservarci dall’orrore della guerra. … Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà... Il bambino nel vento (di Francesco Guccini).


Momenti di grande intensità, di vera ed autentica sincerità, rivelatrice dei sentimenti nascosti dell’animo umano, di equilibrio tra fantasia e realtà, ma anche momenti goliardicamente satirici, intessuti di sottile e briosa ironia o addirittura burleschi, da strappare un divertito sorriso. Bellissima ed assai intima la celebrazione domenicale, come di consueto, della Santa Messa, officiata da Don Renzo Ronzitti. Nell’antica cattedrale, edificata sul punto più alto del Borgo Vecchio, nel luogo dell’insediamento urbano più antico, tutti i poeti hanno partecipato alla solenne celebrazione, tra i canti di una pregevole Schola Cantorum, e donato, durante l’offertorio, i prodotti tipici del proprio territorio di provenienza, e pregato insieme con quartine in lingue dialettali diverse, tali da comporre un’unica preghiera corale che comprendesse gli abitanti dell’intera nazione. Ma, come se tutto ciò fosse poco, c’è stata la musica a farla da padrona in questo convegno, e che musica! Quattro serate d’intrattenimento, quattro e più occasioni di ascolto e fruizione di bella e coinvolgente musica. Da quella tradizionale del gruppo folkloristico “A paranze”, ormai famosa dovunque, a quella degli “Inossidabili”, un trio capeggiato dalla simpaticissima socia molisana Rina di Nardo; da quella classica del “Mettiamoci all’Opera”, elegante e colto spettacolo offerto da valentissimi giovani musicisti e cantanti lirici del melodramma italiano, a quella sinfonica dell’orchestra giovanile della Scuola Musicale “Maria Brigida” di Termoli, formata da ragazzi della scuola dell’obbligo, che hanno eseguito pezzi inediti, oltre a brani classici di pregevole esecuzione. Per concludere in bellezza, l’ultima serata è stata quella del concerto della grande Orchestra Sinfonica Giovanile dello Stato Vargas (Venezuela), diretta dal maestro Domenico Lombardi, presenti per una breve tournee in Italia ed ospite, per l’occasione, della parrocchia di don Enzo Ronzitti. Composta da ragazze e ragazzi giovanissimi, tutti dotati di grande talento naturale, è uno dei gruppi nati nell’ambito del “Fesnojiv”, il progetto

governativo delle Orchestre sinfoniche giovanili e infantili del Venezuela, fondato trent’anni fa dal maestro José Antonio Abreu. Questo sistema nazionale delle orchestre, unico a livello mondiale, ha anche interessato artisti del calibro di Claudio Abbado e Placido Domingo, coinvolgendo quindicimila insegnanti e trecento orchestre e cori giovanili. I ragazzi e bambini coinvolti sono oltre duecentoquarantamila, il novanta per cento dei quali di estrazione poverissima, raccolti dalla strada dove vivrebbero situazioni di droga e delinquenza. Ragazzi che hanno trovato nella musica una grande possibilità di riscatto personale e, in molti casi, diventando professionisti, un lavoro stimolante con cui riescono a vivere e a mantenere la famiglia di appartenenza. La musica, quindi, come naturale strumento per uscire dalla povertà, come opportunità di rinascita sociale ed umana. Gli ottanta ragazzi giunti a Termoli, diretti magistralmente dal Maestro Lombardi, figlio di emigrante termolese, hanno eseguito con i loro strumenti, oltre a brani conosciuti anche degli inediti e soprattutto musiche e canti propri della tradizione venezuelana, nuovi, per le originali sonorità, per il folto e caldissimo pubblico presente, che applaudiva fragorosamente. Le fresche ed argentine voci dei cantori ed i vivaci suoni degli strumenti, vestiti dell’energia pura dei giovani musicisti, hanno fatto vibrare di gioia le pareti dell’edificio sacro ed il cuore dei presenti, in una sinergia di grande piacevolezza e gioiosa euforia collettiva. È stata una festa inaspettata questa, a conclusione del ricco convegno, dal profondo significato umano … Mentre gli economisti di tutto il mondo si stanno domandando se davvero gli aiuti stanziati negli anni siano serviti allo sviluppo dei Paesi più poveri, e se i complicati progetti delle organizzazioni internazionali abbiano mai prodotto un qualche risultato, il sistema Abreu fa tornare in mente un antico detto cinese: “Se dai un pesce ad un uomo, si nutrirà una volta. Se gli insegni a pescare, mangerà tutta la vita. Se i tuoi progetti valgono un anno, semina il grano. Se valgono cent'anni, istruisci le persone”. Perciò, evviva

la musica, evviva la poesia, evviva l’arte, evviva la cultura!!! Damme ‘n’appuntamente di Carlo Cappella (Termoli, 23 giugno 1926 - 31 marzo 2009) Damme’ n’appuntamente de matine, a scanna crape verse l’Asenarche, tra i junge nganne a mare sta ‘na varche te porte all’acquachiare da cavalline. Damme’ n’appuntamente de matine. Damme’n’appuntamente a mezzejurne, ammizz’i scujje quande abbamb’u sole, te vojje dice sule ddù’ parole, strette vicine a mè nde mette scurne. Damme ‘n’appuntamente a mezzejurne. Damme ‘n’appuntamente a vintun’ore, sutt’u seppurte ‘ndu paese vicchie, trevame zitte zitte nu cuernicchie andò’ petime staje core a core. Damme ‘n’appuntamente a vintun’ore. Damme ‘n’appuntamente a sser’attarde, Abbasce ‘u purte dinte a ‘na varchette, mittete quella stessa camecette andò’ l’ucchie mì posen’ u sguarde. Damme ‘n’appuntamente a sser’attarde. Dammi un appuntamento Dammi un appuntamento di mattina / a “Scannacrape” verso il Sinarca / tra i giunchi vicino al mare c’è una barca / ti porto al largo, verso l’acqua chiara della “cavallina”. / Dammi un appuntamento di mattina. // Dammi un appuntamento a mezzogiorno / in mezzo agli scogli quando il sole brucia, / ti voglio dire solo due parole, / stretta vicino a me non vergognarti. / Dammi un appuntamento a mezzogiorno, // Dammi un appuntamento alla sera / sotto un arco del paese vecchio / troviamo silenziosamente (zitti zitti) un angolo / dove possiamo stare cuore a cuore. / Dammi un appuntamento alla sera. // Dammi un appuntamento a tarda sera / giù al porto dentro una barchetta, / mettiti quella stessa camicetta / dove i miei occhi posano lo sguardo. / Dammi un appuntamento a tarda sera (di notte).


Al mattino, il mercato si svolgeva in Largo ex Gesuitico; nel tardo pomeriggio ogni ortolano, col suo carretto trainato da un cavallo, percorreva le strade del paese e si fermava ad ogni quadrivio per lanciare il suo richiamo: “robba d’urt!” (roba, produzione dell’orto). Nel mese di maggio gli ortaggi più comuni e più richiesti erano le fave, i “cardune de ciucce” e le lattughe. Mi ero rivolto a Pasquale Annese, l’ultimo componente del nostro quintetto di amici d’infanzia per chiedergli: “Pasqua’, ti ricordi la sceneggiata davanti al Bar Dembech?”. “No, raccontala tu”. E io l’avevo raccontata. Quella sera di maggio del 1955 Antonio Di Staso aveva il suo carretto pieno di lattughe appena tagliate e aveva cominciato il giro per il paese. Contrariamente al solito, però, la sosta ad ogni quadrivio era più breve e le chiacchierate nelle quali indulgeva con le massaie erano limitate al minino, tanto che una signora, in Via Carlo Alberto, davanti casa mia, gli aveva detto: “Anto’, che hai?. Ti vedo piuttosto nervoso stasera!”. “Non sono nervoso, comare Incoronata; ho solo fretta perché devo incontrare un amico!”. L’amico che doveva incontrare, come capii una mezz’ora più tardi, era Angelo La Sorsa. I due erano amici dall’infanzia e avevano entrambi uno spiccato senso dell’umorismo e ordivano spesso burle ai danni delle persone per le quali non nutrivano una eccessiva simpatia, oppure che ritenevano troppo semplici per intuire le loro intenzioni. Una persona semplice e di animo buono, aliena da ogni gazzarra era Paolo Dembech, proprietario del Caffè omonimo ubicato nell’allora Via Nazionale (oggi Corso Aldo Moro), nel fabbricato che attualmente ospita il Centro del Mobile. Dirimpetto al Caffè c’è il Palazzo di Vincenzo Torraco, all’epoca noto commerciante di grano e di vino e proprietario di molti terreni. Davanti alla sua “Cantina”, la sera si intratteneva un gruppo numeroso di mezzadri, braccianti agricoli, facchini e autisti di camion, i quali attendevano di conoscere le disposizioni per il giorno seguente. Altrettanto numerosa era la clientela che si intratteneva dentro il Caffè e sul marciapiede antistante. Il luogo era stato scelto di proposito da Antonio e Angelo, perché fosse teatro e platea della loro pantomima. L’appuntamento era stato fissato per le sette della sera. Angelo era arrivato un po’ prima nella piazzetta an-

tistante la Chiesa Madre a bordo del suo “zanzino” (ciclomotore), e si era fermato, per far passare il tempo a parlare con il macellaio Bollino. Dopo alcuni minuti, aveva sentito il bando di Antonio il quale, superato l’incrocio fra la Circonvallazione e Via Nazionale, si dirigeva verso il luogo dell’appuntamento. Il sincronismo era perfetto. Giunti a una trentina di metri di distanza l’uno dall’altro, Antonio aveva cominciato a gridare: “Ecco arriva il vagabondo! Vai a lavorare, sfaticato!”.

Di rimando, Angelo, procedendo a passo d’uomo, aveva risposto: “Vagabondo sei tu! Se non la smetti di insultarmi, ti rompo le corna e ti faccio passare la ‘mbriachezza!”. Il tono delle voci e la pesantezza degli insulti crescevano man mano che i due si avvicinavano al Caffè Dembech e alla Cantina di Torraco e, sia gli avventori del Caffè che i dipendenti di Vincenzo Torraco erano usciti sul marciapiede. Perciò, i due contendenti si avvicinavano l’uno all’altro in mezzo a due ali di folla ed era proprio ciò che essi desideravano. Quando erano giunti ad una diecina di metri di distanza l’uno dall’altro, Antonio Di Staso sempre inveendo, era saltato giù dal carretto impugnando la falce che gli era servita per tagliare il fieno per il suo cavallo. A quella vista Angelo aveva abbandonato il ciclomotore dopo aver estratto dalla

cassetta legata sul portabagagli una grossa accetta dal lungo manico. L’accetta e la falce roteavano nelle mani dei due contendenti, che si muovevano come i “pupi” che fino a qualche anno prima venivano impiegati nelle storie dei “paladini di Francia” rappresentate nel grande tendone verde posizionato in Largo Ex Gesuitico. Gli insulti e le (finte) minacce venivano declamate come in quelle rappresentazioni e risultavano credibili, per cui le persone presenti sui due marciapiedi cominciavano ad essere preoccupate. Il più preoccupato di tutti era il buon Paolo Dembech, il quale con voce tremante, pregava gli astanti di intervenire per evitare che il duello verbale degenerasse e che scorresse del sangue. Nessuno dei presenti, però,osava avvicinarsi all’ascia e alla falce roteanti. Tutti stavano con il fiato sospeso e la distanza fra i due contendenti si era ridotta ormai al minimo, non più di quattro metri. Quando la falce aveva toccato l’ascia e ne erano sprizzate vivide scintille, la folla aveva trattenuto il respiro aspettando il peggio e Paolo Dembech era svenuto. A questo punto, era avvenuto l’imprevisto. Dopo aver gridato, rispettivamente: “Adesso ti spacco in due con questa accetta!” e “…. E io ti taglio la testa con questa falce affilata!”, Angelo e Antonio simultaneamente le avevano lasciate cadere a terra ed erano corsi ad abbracciarsi, ridendo come matti. Il cambiamento di umore degli astanti era stato altrettanto repentino. La preoccupazione prima e il timore poi di vedere scorrere il sangue, si erano tramutati prima in una risata liberatrice e subito dopo in una grande collera, quando nelle loro menti si era fatta strada la consapevolezza di essere stati presi in giro, di essere rimasti vittime di una sceneggiata. Il più arrabbiato di tutti era Paolo Dembech il quale si era rimesso dal malore e si era diretto verso i due brandendo il suo bastone. Angelo e Antonio, vista la mala parata, si erano allontanati di corsa, sempre ridendo, verso la Chiesa dell’Alto Mare. Erano tornati solo alcuni minuti più tardi per riprendere rispettivamente l’ascia e il ciclomotore, la falce e il carretto. Pasquale e Franco che avevano rivisto mentalmente, insieme a me, la scena alla quale tutti e tre avevamo assistito, erano scoppiati a ridere. Pasquale, il saggio del nostro quintetto aveva sentenziato: “Uomini così non c’è ne sono più!”. E su questa considerazione la nostra permanenza nel Bar Annese era terminata. Fuori il sole al tramonto illuminava il Monumento ai Caduti e le ombre cominciavano ad allungarsi sulle basole di pietra scura. Poco distanti da noi due ragazzini parlavano animatamente con i loro telefonini, a ricordarci che il presente è molto diverso. (Fine)


Finalmente nell’Ottocento il pomodoro fu inserito nei primi trattati gastronomici europei. Nel 1819 nell’edizione del Cuoco Galante del grande cuoco napoletano di corte Vincenzo Corrado descrive molte ricette con pomodori farciti e poi fritti. Infine nel 1839 il napoletano Don Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino, nella seconda edizione della sua Cucina Teorico Pratica propose di condire la pasta con il pomodoro ed illustrò la prima ricetta del ragù. Le ricette di questo mese sono un omaggio al pomodoro e alla cucina foggiana con il piatto “della bandiera”. Il Pomodoro È una pianta orticola della famiglia delle solanacee. La pianta è originaria del Cile e dell’Ecuador, dove per effetto del clima tropicale offre i suoi frutti tutto l’anno, mentre nelle nostre regioni ha un ciclo annuale limitato all’estate, se coltivata all’aperto. Dominatore della gastronomia italiana, in particolare quella meridionale e largamente diffuso in tutto il mondo per il suo gusto oltre che per le sue importanti proprietà dietetiche. La coltivazione della pianta del pomodoro era già diffusa già in epoca precolombiana in Messico e Perù, fu poi introdotta in Europa dagli Spagnoli nel secolo XVI secolo, ma non come ortaggio commestibile, bensì come pianta ornamentale, ritenuta addirittura velenosa per il suo alto contenuto di solanina, sostanza considerata a quell’epoca dannosa per l’uomo. Infatti nel 1544 l’erborista italiano Pietro Matthioli classificò la pianta del pomodoro fra le specie più pericolose, anche se ammise di aver sentito voci secondo le quali in alcune regioni il suo frutto veniva mangiato fritto nell’olio. Alcuni alchimisti del ‘500 e del ‘600 attribuirono al pomodoro misteriosi poteri eccitanti ed afrodisiaci tanto da preparare pozioni e filtri magici. In merito a questo venne attribuito, in diverse lingue europee, vari nomi: pomme d’amour, in francese, love apple in inglese, libesapfel in tedesco fino al termine italiano pomo (o mela) d’oro. Nel mondo arabo veniva definito pomo dei Mori, perché il pomodoro appartiene alla famiglia delle solanacee cui appartiene anche la melanzana, ortaggio preferito in quei tempi. La pianta era chiamata dagli Aztechi xitomati, che significa grande tomati. La tomati era un’altra pianta, simile al pomodoro, ma più piccola e con i frutti di colore verde-giallo. Gli Spagnoli chiamarono entrambe tomate e ciò diede origine alla confusione. Poche sono le notizie relative all’uso alimentare. Il primo impiego sporadico si registra in alcune regioni dell’Europa meri-

dionale solo nel XVII secolo. Un forte impulso alla coltivazione a scopo alimentare si registra alla fine del Settecento principalmente in Francia e nell’Italia meridionale. Ma mentre in Francia il pomodoro si consumava solo alla corte del re, nell’Italia meridionale si diffuse rapidamente tra la popolazione. Finalmente nel 1762 furono definite le prime tecniche di conservazione grazie agli studi di Lazzaro Spallanzani che notò che gli estratti fatti bollire e posti in contenitori chiusi non si alteravano. Poi nel

1809 il cuoco parigino Nicolas Appert pubblicò l’opera “L’art de conserver le substances alimentaires d’origine animale et végétale pour pleusieurs années” dove fra gli altri alimenti era citato anche il pomodoro. È opportuno sottolineare che negli Stati Uniti e nelle Americhe, da cui proveniva, il pomodoro come ortaggio commestibile, si affermò con molte difficoltà, per la diffusa convinzione popolare dei suoi poteri tossici. Nel 1820 il colonnello statunitense Robert Gibbon Johnson decise di mangiare, provocatoriamente, davanti ad una folla prevenuta e sorpresa. Si narra che alcuni avversari politici del Presidente americano Abrahm Lincoln convinsero il cuoco della Casa Bianca a preparare una pietanza a base di pomodoro per avvelenarlo. Dopo la cena la congiura fu scoperta, anzi l’episodio contribuì a rendere popolare il pomodoro, perché Lincoln ne divenne un appassionato consumatore.

Orecchiette rucola e patate Ingredienti: 320 gr. di orecchiette; 400 gr. di patate; 500 gr. di rucola; 2 spicchi di aglio; 150 gr. di pomodorini ciliegini; peperoncino; sale, pepe e olio di oliva extravergine q.b. Su di una spianatoia versate la farina aperta a fontana (semola di grano duro e un terzo di farina bianca). Impastare con acqua tiepida fino a quando il composto di pasta non diventa consistente, elastico, compatto e morbido. Quindi tagliarlo e ricavare dei cilidretti spessi un dito. Con un coltello tagliare i cilindretti di pasta a pezzettini dalle dimensioni dell'unghia del pollice, strascinarli con il coltello sulla spianatoia e con un colpo di pollice rovesciarli realizzando così le Orecchiette. Nettare e lavare la rucola, tagliare a pezzi non troppo piccole le patate, quindi immergere in una pentola con acqua fredda salata, portare a bollore, dopo 5 minuti aggiungete le orecchiette. Nel frattempo in un tegame mettete l’olio, gli spicchi d’aglio ed il peperoncino, lasciare imbiondire e aggiungere i pomodorini tagliati in quattro, lasciare per due o tre minuti di cottura. Non appena le orecchiette saranno al dente, scolare insieme alla rucola e le patate, condire con la salsa di pomodore e servire caldo con un filo di olio crudo e una spolverata di pepe. Orecchiette e finocchietti Ingredienti: 320 gr. di orecchiette; 400 gr. di finocchietti; 150 gr. di pomodorini ciliegini; olio di oliva extravergine; sale e pepe q.b. Nettare e lavare il finocchietto quindi immergere in una pentola, portare a bollore, dopo 5 minuti aggiungete le orecchiette. In un tegame mettete un filo d’olio di oliva extravergine, gli spicchi d’aglio e aggiungete i pomodorini tagliati in quattro, salare moderatamente, pepare e lasciare la cottura per 10 minuti. Non appena le orecchiette saranno al dente, scolare insieme la pasta e la verdura, condire con la salsa di pomodore, versare un filo di olio crudo, una spolverata di pepe e servite.


Uno dice Roma e noi cattolici pensiamo subito al Papa e a San Pietro. Così scrive, nella quarta di copertina, Sebastiano Nata, riguardo al libro di Mario Gravina Preti di periferia edito in questi giorni dalla casa editrice Ibiskos/Ulivieri Euro 13 Gravina ci racconta, invece, delle parrocchie inserite nei quartieri periferici di Roma: Settebagni, Pietralata, Acilia, Tiburtino, Torre Spaccata, Torre Angela. Chiese con sacerdoti italiani e stranieri, pezzi della Città eterna dove il romanesco si mescola ad altre lingue. La vita e la fede di questo popolo di Dio, unico anche se siamo tutti diversi”. In questo libro l’autore ci presenta raccontandoci l’incontro con sette sacerdoti tra cui tre italiani e quattro di altri paesi (un colombiano, un brasiliano, un polacco e un maltese). Nei reportage l’autore ha ritenuto utile rivolgere l’attenzione verso quei preti che svolgono il ministero sacerdotale all’interno di quel particolare luogo della Chiesa che prende nome di parrocchia. Già, un anno fa, abbiamo avuto modo di leggere nelle pagine dell’Ortese un intervento di Gravina proprio sul tema dell’Anno Sacerdotale indetto da Benedetto XVI in cui egli poneva alla nostra riflessione la figura e il ruolo del sacerdote nella nostra società contemporanea. Oggi, con la pubblicazione di Preti di periferia, possiamo approfondire ulteriormente e con più elementi il tema del sacerdozio. Non si tratta, come qualcuno può pensare, di un argomento superato, come se l’annuncio del Papa per l’Anno del Sacerdozio, avvenuto il 19 giugno del 2009, fosse stato già vecchio e superato dal tempo. Credo che non si possa considerare un argomento di tale portata e di importanza universale per tutta la Chiesa, un “prodotto” da consumare entro una certa data. La riflessione sulla figura e la funzione del prete tra noi, rimane sempre viva perché viva è la Chiesa all’interno della società e della

comunità cristiana. Pertanto bene ha fatto Mario Gravina ad aprire una ulteriore meditazione sull’Anno Sacerdotale offrendoci l’occasione di un prosieguo di meditazione non solo personale ma anche comunitario. E credo che la funzione e lo scopo di “Preti di periferia” sia esattamente questo. Man mano che si entra nella lettura del libro ci immergiamo in bellissime narrazioni e testimonianze dei quei parroci visitati e rac-

contati brillantemente dall’autore che li inserisce, con uno stile semplice e accattivante, all’interno della comunità cristiana e nel tessuto sociale della grande metropoli romana. Ma in questo libro, a mio parere, c’è soprattutto un raccontare lo specifico della vocazionale al sacerdozio da parte dei preti intervistati. Ecco perché, ci dice Gravina nella premessa al suo libro, per capire meglio il compito di questi sacerdoti bisogna ascol-

tare la loro storia personale e da qui addentrarsi nel territorio in cui essi svolgono il loro mandato annunciando il Cristo nato, morto e risorto per l’umanità. E per conoscere anche come opera nel territorio una parrocchia non è sufficiente definirla in maniera astratta quanto piuttosto capire quale sia la sua missione cristiana nel territorio. La Chiesa parrocchiale è la casa in cui i cristiani celebrano l’eucarestia, si nutrono della parola di Dio, è il luogo della preghiera personale e comunitaria e si amministrano i sacramenti. Essa, col suo campanile, segna il luogo ove s’incrociano cielo e terra e s’incontrano le esperienze della vita umana e dello spirito. La Chiesa è luce del mondo, è il luogo ove si ri-accendono le speranze per rendere il mondo più vivibile, più solidale, più bello, più spirituale. Il sacerdoteparroco è totalmente immerso in questa duplice realtà impastata di cielo e di terra. Pur se il prete è un uomo legato a questo mondo e vive in questa realtà, egli tuttavia ne annuncia sempre uno migliore, più giusto, schierandosi di continuo e comunque dalla parte degli emarginati e dei più poveri. Un mondo che non è destinato solo al contingente, al tempo che fugge, ma all’eterno. Essere prete, dice don Fabrizio, uno dei sette preti intervistati da Gravina, comporta una scelta d’amore radicale. Il sacerdote riceve un grande dono che a sua volta restituisce gratuitamente agli altri. Ho voluto, con questo libro-reportage, scrive ancora Gravina, entrare in quelle parrocchie di frontiera e ascoltare le testimonianze dirette di sacerdoti che vivono quotidianamente le difficoltà in un territorio sì difficile ma che nutre la fiducia di un riscatto che non è legato solo ai bisogni fondamentali del vivere quotidiano bensì alla dignità della persona umana. Le voci e le testimonianze di questi sacerdoti/parroci, che sono state raccolte in questo libro, ci invitano a riflessione sull’Anno Sacerdotale indetto da Benedetto XVI non solo in un tempo delimitato ma sempre perché sempre è vivo l’amore che Dio ha per noi e non ha alcuna scadenza. E Mario Gravina ce lo ricorda nelle primissime pagine di “Preti di periferia” indicandoci il passo del vangelo di Matteo (5,23) che dice: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini”.


d’u mare e u ciele inda i jurnate de sole prepotende.

A PADRE PIO Adagiato in un paradiso d’oro e d’argento umile nel tuo piccolo celato sacello, splendente nella tua santità eroica, richiami i fedeli con ardore alla preghiera e alla meditazione. Tutti t’invochiamo e ti ricordiamo come figli devoti e sinceri. Tutti a te ricorrano per un conforto ed una speranza. Rocchina Morgese

“NU SUNNE” Quandesarrie belle nà case a pianterrene

grosse che nà terrazze sop’au mare Nà loggecumme n’ata case che nùcaminette de prète pe la carne arrestute che passè la jurnate n’cumbagnie d’i figli e ppocheamice de vecchia date Nùtàvelespaziuse che ttandasigge a nu zinne nu belle bbigliardine scartate da qualche bbarrestrutturate ece stesse bbune pure nu’ ggiubbòxe ben fornite che tttandacanzune d’i cchiùgrussecandande de quillibbelletiembe Mina, Di Capri, Mina e Mina. Ma la cosa chiù ‘mburtande ch’addaavè so rrose e ggeranieatturneatturne quillerusse gialle e rose scherziete s’adda'mmischiè ch’u bblù

Che sti coluresgargiande de fiure a mille a mille forse pure che nùsemblicepanine 'nnanze a stuspettacule a cculure sfide a cchiunque a non addevendèrreggine. Pinuccia Di Venosa TERRA DAUNIA Terra mia rigato porto sul petto orma del tuo soffio d’ulivo e di grano. Sei il mio anello sponsale inciso sul cuore che varca e resta oltre il tempo. Qui sta in altro luogo la mia carne di tua sembianza e il sangue che dentro mi scorre. Come un forte favonio ancora è tua linfa, il tuo midollo. Oh! terra terra mia Daunia terra del mio primo respiro Itaca mia lontana, genesi e mio ultimo fiato. Pinuccia Di Venosa



Lo Sguardo, Anno 10 - N. 2 Febbraio 2012