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COMUNE DI PIANO DI SORRENTO PROVINCIA DI NAPOLI

LA CANZONE DE LO CAPO D’ANNO Nell’anno del bicentenario (1808-2008) acquista un valore particolare la riproposizione del canto della “canzone de lo capo d’anno”. Il valore della TRADIZIONE come bagaglio di pensiero, cultura, sacralità per ritrovare l’eredità da cui veniamo… Il valore della MEMORIA non solo come mero esercizio del ricordo, ma come intuito del cuore per riappropriarsi di ciò che vale… Il valore della RIFLESSIONE, imparare cioè l’arte di fermarsi nel frastuono e scendere in profondità per sognare dove andiamo… TUTTO CIÒ MI PIACE PENSARE È “LA CANZONE DE LO CAPO D’ANNO” Un pensiero e un ringraziamento particolare al gruppo teatrale de la “Chiorm” non solo per l’iniziativa che renderà più sentito il nostro capodanno 2008, ma perché è la prova che ogni tradizione ha valore quando ci sono uomini e donne che sanno trasmetterla… a tutti e a voi in particolare l’augurio che ciò avvenga.

Buon capodanno 2008 Buon anno bicentenario Dalla Residenza Municipale, 16 dicembre 2007 IL SINDACO Prof. Giovanni Ruggiero 3


BIOGRAFIA DI GAETANO AMALFI Gaetano Amalfi nacque a Piano di Sorrento il 14 luglio 1855 da Giovanni e da Maria Iacono. Poche notizie si hanno sulla sua vita, si laureò nel 1880 e la sua tesi II Consenso dagli ascendenti nel matrimonio fu subito pubblicata. Quattro anni dopo la laurea Gaetano Amalfi divenne magistrato, prima a Pendino come vicepretore, poi a Teggiano come pretore. Dopo la morte delta moglie Rosalia de Angelis e del figlio Vittorio, nel 1888 fu pretore a Pagani e poi a Torre Annunziata. Nel 1891 si risposò con Emma Sabbatini da cui ebbe tre figlie, Maria, Oriele e Nerina. Nel 1898 fu nominato sostituto procuratore del re a Matera, poi ad Avellino, a Salerno, a Nicosia e a Napoli. Nel 1908 fu procuratore generale a Potenza e net 1909 fu trasferito alla Corte di Cassazione di Napoli dove morì nel 1928. Ernesto Branci disse di lui: “fu tra i magistrati più stimati, operosi, imparziali, amante unicamente della verità senza quella deformazione professionale che si verifica in parecchi, nemico d’ogni ipocrisia ed incurante del farsi strada, la sua fortuna è stata finora inferiore al merito”. I suoi libri furono donati per volontà dello stesso Amalfi, alla Biblioteca Nazionale di Napoli dagli eredi del magistrato: la moglie Emma e le figlie Oriele e Nerina. I1 18 settembre 1935 il direttore Burgada comunicò al Ministero dell’Educazione Nazionale che la donazione era stata effettuata. Il riordinamento della collezione è stato lungo a causa della quantità dei volumi circa 4.000 ed è terminato nel 1950. I manoscritti sono stati sistemati da Alba Lenzi. Gli interessi dell’Amalfi erano rivolti principalmente a cinque ben distinti rami della cultura: quello giuridico, quello folkloristico, quello letterario, quello filosofico e quello storico, come si può constatare sia dal carteggio e sia dalla sua raccolta di libri e di opuscoli. “...All’immissione nella Biblioteca Nazionale di Napoli di autografi di persone vissute tra 1’800 e il `900 hanno contribuito i carteggi di Onorato Fava, che contiene lettere di 88 persone, di Gaetano Amalfi, di Salvatore di Giacomo, di Alfonso Miola, di Francesco Lo Parco.

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1° GENNAIO 2008 Per il 1° gennaio 2008 è sembrato bello ripresentare la tradizionale Canzone de lo Capo d’anno e iniziare l’anno nuovo con la famosa stornellata augurale composta a Carotto per il primo gennaio del 1700. Dobbiamo a Gaetano Amalfi studioso e ricercatore degli usi e costumi del nostro territorio se questa tradizione è pervenuta sino a noi anche se probabilmente contaminata da tradizioni ,innovazioni e adattamenti avvenuti nel corso del tempo nella tradizione popolare napoletana. Cominciare l’anno buono ci riporta al più famoso dialogo leopardiano ma chissà se non sia effettivamente augurale richiamare in piazza e festeggiare insieme tutti i nostri ricordi, le persone care, in un unico canto propiziatorio. La canzone de lo Capo d’Anno nella sua edizione tradizionale dovrebbe stare in tutte le case dove bene o male si tiene almeno un accenno di canzone “fatta in casa” e magari con adattamenti e accompagnamenti vari, di strumenti buffi e d’occasione. Strimpellatori, cantori avvinazzati, donne, indovini e poeti coinvolgono anche i più restii, i più seriosi a una coralità di nenia popolare che si ripete come una cantilena senza fine. E poi tornano alla mente i ricordi di un tempo quando, fino agli anni sessanta, i ragazzini continuavano con riti e tradizioni del donare il rametto di alloro, di scagliare le pietre augurali nei portoni … ora di tutto ciò restano solo i segni del tempo col rischio della perdita dell’identità, della memoria, del passato con cui invece noi vogliamo riannodare i fili. Il gruppo teatrale “A Chiorm” di Piano di Sorrento che ha elaborato una drammatizzazione della Canzone guiderà la piacevole serata in Piazza Cota, 1 gennaio 2008 ore 18,30 dove potremo trascorrere il migliore avvio dell’anno bicentenario del Comune. Saremo tutti su un ideale grande palcoscenico, con le simpatiche maschere realizzate in cartapesta dal gruppo “A Chiorm” dove ognuno reciterà la sua parte, con l’intento di liberarsi di tutto il vecchio che residua dentro di noi. Quest’anno (9 gennaio 2008) si celebra la data in cui il Comune del Piano (all’epoca costituito dagli attuali Comuni di Meta, Piano di Sorrento e Sant’Agnello) ottennero la definitiva separazione dal Comune di Sorrento. L’antagonismo di un tempo è senz’altro superato, le divisioni e incomprensioni magari vanificate, le situazioni sono mutate e la globalizzazione ci ha ben amalgamati. Ma non deve sembrare anacronistico il ricordo delle generazioni che ci hanno preceduti e il loro impegno e il loro lavoro per rendere bello e grande il nostro paese. Carlo Pepe 5


LA CANZONE DI CAPODANNO Si conserva ancora, per quanto un po’ mutata nella forma, un’antica canzone di Capodanno, che va sotto il nome di napoletana. L’aggettivo farebbe pensare che essa sia stata composta e cantata, dapprima nella capitale del Mezzogiorno, e che da essa si sia diffusa, poi, in tutto il napoletano. Ma noi, che per ragioni di studio e di ricerche storiche, abbiamo ficcato il naso in vecchi archivi ed in polverose biblioteche, possiamo affermare che la suddetta canzone è carottese, come Manfredi Fasulo nella sua pregiata, ed oggi quasi introvabile, Penisola Sorrentina. Anzi le nostre ricerche ci hanno condotto più a fondo nella conoscenza dei fatti, e possiamo affermare con tutta tranquillità che la Canzone del Capodanno fu composta a Carotto per il primo giorno dell’anno 1700. S’intende che la forma originale ha subito delle variazioni e dei mutamenti nel corso di tanti anni e non ce ne meravigliamo, ma la sostanza è la stessa. Sac. Alfredo Ammendola da “Il Dolce Nido”

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BUON CAPO D’ANNO! (USO DEL POPOLO DI PIANO DI SORRENTO)

Da un pezzo, volevo dir quattro parole di quest’uso; ma, rimandando la cosa d’oggi in domani, ho tardato finora, e tant’è, ci siamo stavolta, ed è meglio tardi, che mai! Procediamo con ordine. Siamo all’ultimo dell’anno e, già, di buon’ora, due o tre strimpellatori, con una cantatrice, che in certa guisa, richiama alla mente 1’arpeggiatricetta dello Heine’ , vanno per le case e per le botteghe, augurando a tutti le buone feste. Così si continua nel resto del giorno e, facendosi sera, crescono le strimpellate, il chiasso e il frastuono. Pure qui si tratta d’un semplice preludio; l’opera verrà dopo. I. Quando annotta, e le strade son, quasi, deserte, (il che accade ben presto), si comincia ad udire il suon del tammurro (cembalo), il quale, divenendo, sempre più forte e, poi, inlanguidendo, dura fin oltre la mezzanotte.

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Oh! che fastidio per chi, come si usa in paese, ha l’abitudine di rincasarsi, (per servirmi di una frase popolare) quando si ritira la gallina, e d’andar prestissimo, a letto. Ma, qui, cari lettori, ho bisogno di fare una distinzione. Duplice è il modo di augurar le buone feste: il primo appartiene alle persone di condizione mediocre, o ... a quelli che non vonno esser seccati; il secondo a’ più ricchi e a quei che amano un pochino le feste ed il chiasso. Cominciamo dal primo, se non vi dispiace. Qui si tratta di auguratrici... (di due donne, per lo più attempate), le quali ben custodite ne’ loro scialli, vanno attorno, augurando il buon principio d’anno. L’una suona il tammurro ( cembalo), e l’altra porta il cosiddetto tiesto (testo) con un po’ di fuoco sepolto nella cenere. Nè crediate, che ciò sia fatto a caso; anzi... quando l’umido rallenta la cartapecora del tammurro e questo manda cattivo suono, si riscalda un pochino, e, teso torna al pristino stato. Dunque, come dicevamo, queste femminucce vanno di famiglia in famiglia, di porta in porta, cantando e sonando, con l’ordine seguente. Giunte, per es. vicino alla vostra porta, prima ad alta voce vi dicono qualche parola di augurio, come queste: La bona sera e buon principio d’anno, etc. Ovvero: Buon capuranno a tutte; e poi, mentre l’una suona il tammurro, cantano a coro qualche parte d’una canzone, che corre manoscritta e stampata per la Penisola. Finita la prima parte, si fanno gli auguri come certi strimpellatori del paese, i quali hanno una specie di nota di tutti i nomi delle persone più agiate, appunto per iscroccare qualche mancia, nel giorno del loro onomastico; come certi sedicenti verseggiatorucoli, solenni tiratori di stoccate, sanno appuntino a chi debbano dedicar de’ loro versicciattoli, con le lodi più smaccate, per carpir qualche ricompensa; così queste sonatrici-cantatrici-auguratrici sono informate, se non di tutti i nomi delle persone di casa, almeno, de’ principali componenti della famiglia e de’ loro mestieri e professioni. Gli auguri si fanno suppergiù, con questo formulario. Poniamo il caso, che il padre famiglia si chiami Giovanni, e, allora, una di esse dice, ad alta voce: A chillo caro don Giuvanne! e l’altra risponde : Ammen! Poi si passa alla moglie. Sapendone il nome, lo profferiscono; sennò, l’una dice: A chella cara sposa! e 1’altra risponde: Ammen! È inutile dire, che, in questo caso, il tammurro tace. Dopo questi auguri, cantano altre parti, accompagnate dal solito suono, e, poi, il consueto dialogo, per augurar le buone feste alle altre persone di casa, finchè non ce ne resta alcuna immentovata. Con un garbo e una sveltezza tutta propria, quelle rozze donne sanno adattar le parole e gli auguri alle differenti persone. 9


Se, nella famiglia, a cagion d’esempio, vi è un mediconzolino, si dice: Puzzate sanà ‘ tutt’e malate! o qualcosa di simile. Se vi è un avvocatucolo, o paglietta, come dice il popolo, senz’attribuire alcuna odiosità alla voce paglietta, che, veramente, dovrebbe indicare un rabula qualunque, gli si augura la vincita di tutte le cause. Se, poi, vi è un parroco, gli augurano, che faccia molti sposalizi, molti battesimi, molte feste et similia. Forse, negli auguri, vi è compreso anche quello, che muoia molta gente, almeno per non lasciare scontento il parroco e, per non farlo sclamare, come quel tal pievano: “Quest’anno si va malaccio, perche è morta poca gente!” Ma non usciamo di tema! Questa musica ( per quanto possa solleticar la vanità di certuni), non è certo la più piacevole, e, in un certo senso, le si potrebbe benissimo adattar ciò che dice il Vottiero: “Mentre un musico cantava, una vecchia faceva gli occhi lagrimosi e, quando egli strillava, dava in dirotto pianto. Egli le chiese: Perchè piangi? E lei rispose: Io teneva un ciuchino e mi morì, e quando ragliava, faceva giusto la voce vostra: io, udendo voi, mi son ricordato del mio asinello, e perciò piango” . Dunque, allorchè la famiglia s’è seccata, o le donnicciuole non han più che dire, esce il padron di casa, o manda qualcuno a ringraziare e a fare un regaluccio, per lo più, in denaro; ed esse, dopo aver ripetuto gli auguri, vanno via, continuando a far lo stesso in tutta la notte, per cui, a ragione si può ripetere il verso di una canzon popolare: Stanotte int’a stu luogo nu’ se dorme. E, qui, una parola del secondo modo; di quello, che appartiene, specialmente, alle famiglie agiate. I suoni sono in casa, o in mezzo al cortile, (quando ci è), e ci vanno gli strimpellatori e suonano e cantano la stessa canzone. In sostanza, la cosa non diversifica gran fatto; e il padron di casa fa de’ doni, sempre del vino, e, talvolta, anche dei dolci, dei sosamielli, del rosolio e che so io! Noto solo, che questi strimpellatori la sogliono prendere a lungo, mentre le donne, delle quali ho parlato prima, per risparmiarsi, non cantano tutta la canzone; ma solo qualche parte, dovendo passar di porta in porta. Ed ora non voglio perder l’occasione di ristampare, nella miglior lezione, che per me si possa, la canzone del capo d’anno, la quale, raffazzonata, corre, come dicevamo, anche a stampa, su foglio volante. Si vende dai muricciolai; ma è un poco rara, ed io ho durato fatica a trovarla, e, perciò, la ripubblico, anche nella speranza, che non sia nota a tutti i miei pochi lettori, se tant’è, che io ne abbia. Cominciamo: 10


Canzone de lo capodanno (Coro d’introduzione) La buona sera e buon principio d’ anno A tutti ‘sti signure ‘ncompagnia! Simme venute e turnarammo ogn’ anno, Pe’ farve chille aurie, che sapimmo. Spilateve li rrecchie; apritece lu core La casa, la dispenza e la cantina, Ca cheste so’ ghiurnate de cuntiente: Se magnia e beve e nun se pensa a niente!

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1

Aprimmo 1’ anno nuovo Cu’ tric-trac e botte, Passammo chesta notte In allegria.

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Nce fa venire a mente La luminosa stella, La bella grotticella E li pasture;

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Nascette lu Messia Avenno, puveriello, `Nu voje e n’aseniello Pe’ vrasera.

10

Che gruosse e criature Dall’ Angelo avvisate Correvano priate A la capanna.

3

Da tanno ‘a ‘sta manera Passato s’è `stu juorno, Pèffa’ dispietto e scuorno, A Farfariello.

11

E chile porta o manna, Cu’ ceste e cu’ panare, E chi lo va ‘adurare, A faccia ‘nterra.

4

Ca chillo mariunciello, Nce avea tutt’aggranfate, Nè nce avarria lassate E nce arrosteva.

12

E da lontana terra Pe’ffino li tre Magge Cu’ traine e carriagge Se partèttero;

5

Si ‘ntiempo nu’ veneva Da Cielo lu Guaglione, Ca p’essere sguazzone Nce priggiaje.

13

Ch’ appena, che vedettero Lu cielo alluminato Dicettero era nato Lu Messìa.

6

E tutte da li guaje Volette liberarce, Patenno e cu’ lassarce Purzi lu piello.

14

E cu’ gran cortesia, Vediste aggenucchione Denanze a ‘nu guaglione Tre regnante.

7

Ma nuje, che scordariello e Nu’ simmo e manco ‘ngrate Passamme ‘sti ghiurnate A fà sciacquitto.

15

Arode Re birbante, Trasette gia ‘mpaura, Ca chella criatura Lo spriorava.

8

E lu sentire schitto Tornà lu zampognaro Nce mette all’ummacare Alleramente.

16

E perchè se tremmava Chell’ arma ‘ntaverzata, Fa’ fa’ chella salata De guagliuni.

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17

Che; simmele a picciune, Li facette scannare Pe’ farece ‘ncappare A lu Bammino.

25

A festa so’ aparate Purzì fora li vie Poteche, speziarie E bancarelle.

18

Chiù ‘nfame, chiù assassino N’avite visto maje?! E ‘nterra nu’ chiavaje. Tanno pe’ tanno.

26

E ne vide spurtelle, Panare, votte e ceste, E scatole, e caneste, E gran sportune !

19

Ma le restaje lu ‘nganno, Nè ne cacciaje niente, Cu’ tutte li nuciente Ch’ accedette;

27

D’anguille e capitune, E pisce d’ogni sciorte, Ne vide grosse sporte A centenare.

20

Che la Madonna avette D’a cielo lu consiglio De ne fuì lu figlio, Tanno tanno.

28

Tutta’sta robba pare Potere abbastà n’anno Eppure tanno tanno Scumparesce.

21

‘Ste cose già se sanno; Ma quanno è chisto juorno; Ncè arrollanno chiù attuorno A la memoria.

29

La gente trase e esce, E corre e va e vene E spenne quanto tene Pe’ la canna.

22

E sia ditto pe’ gloria, Nce portano allegrezza, Tanto che nc’è priezza Pè ogni parte.

30

Né truove chi nu’ manna ‘N’aurio o ‘nu rialo: Sarrò malo Natale Nu’ manna’ niente.

23

E, sulo, all’addonarte Ch’asciute so’ lippigne, Te prieje a chillo signe De Natale.

31

Lu strazio de’ nuciente Se fa cu ‘li capune Che songo a miliune Scapezzate.

24

Vi’mo’ p’ogne locale, Pe’ppuoste e pe’ pontune, Li robbe so’ a montune, Apparicchiate.

32

Neh! vuje quanno trovate Chiù festa e chiù allegria? Mò la pezzenteria Nùn cunuscimmo.

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33

E, nuje, perzò venimmo, Cù feste, canto e suone P’aurià’ lu buono Principio d’ anno.

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Puozze, si si’nutare, Fa poche testamiente, Capitule e strumiente, Nzine fine.

34

Priesto che fenarranno Li guaje e li turmiente, Né mmaiecchiù lamiente Sentarrite.

42

Si’ ‘nu ‘ngegnere fine?... Trovasse ricche pazze, Pe’ fraveca palazze E turriune.

35

Spero, che vedarrite Spuntà pe’ vuje ‘na stella Lucente comm’è chella, E auriosa.

43

O, meglio a la Commune, Aggranfete cull’ ogne, Ca llà sempe se mogne, E se va ‘nchino.

36

Spero, ch’a vvuje sfarzosa La sciorte addeventasse, E che vi contentasse A tutte quante.

44

Si’ ‘n ommo trafechino E vuò cagnare stato? Rijesce Deputato, O Consigliere.

37

Si si ‘nevunziante, Sempe puozz’ aunnare, Comm’ aònna lu mare Ntutte Fore.

45

Tanno si’ Cavaliere? Si lu guverne appruove, ll’ aneme de li chiuove Venarranno.

38

Si pò si ‘vennetore, E tiene magazzino, Se pozza ogni carlino Fà ducato.

46

Si’ prevete? Te manno Ll’ aurio, che dimane Si’ fatto parrucchiano O monsignore.

39

Si pò si n’avvucato, Te dico sulamente, Che puozze avè cliente Cape tuoste

47

Si si’ faticatore, Salute, forza e accunte! Accussì tu la spunte, E può campare.

40

Pecchè l’abbusco vuosto, Nce sta d’ògne manèra, Si perde o va ‘ngalera, O fà denare!

48

Però haje da scanzare Lu juoco e la cantina, o ‘ncuorpo la matina Niente trase.

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49

Si si’ padrone ‘e case, Te scanza lu Signore De malo pagatore. Cumm’e nuje.

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Nzomma, ‘nqualunqou stato, Avisse li rricchizze E chelle contetizze Ch’ addesiria.

50

Che ‘ntiempo se ne fuje Li terze si non pava; E se po to la chiava, P’ altrittante.

58

E chi ne tene ‘mmiria, Che pozza fa’ na botta, E le scennesse sotta ‘Nu contrappiso.

51

Si po’ si’ navigante, N’avisse maje tempeste, Fà li viagge leste E ricche ancora.

59

Troppo nc’ avite ‘ntiso, E ve site stuffate, E nuje simmo stracquate, E sete avimmo.

52

Si’ miedeco? Bonora Me ‘mbroglie ‘nveretate! Va, puozze ogne malate Fà guarire.

60

Da cca nu ‘nce muvimmo La faccia è troppo tosta, Simmo venute apposta, E 1’ aspettammo.

53

‘Sti bobbe pozzo dire, Si si’ nu’speziale, Sanasser’ ogne male, Ògne dolore.

61

Neh! ch’ addesiderammo? Castagne, fiche e nuce, E aute cose duce E susamielle.

54

Si po’ si ghiucatore, Venga la carta ‘npoppa; Nè puozze maje fà toppa A zecchinetto.

62

Duie o tre canestrielle Abbastano a ‘sta panza, Sapimmo la crianza, E simmo poche.

55

Si essere protetto De la fortuna vuoje, Cerca ‘e fa quanto puoje. D’essere ciuccio.

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Primma de chesto ‘loche Nce aprite la dispenza, Simme de confidenza, Pigliammo tutto!

56

Si quacche ‘mpiegatuccio?... Puozze piglià ‘nu terno ! Sinnò starrje ‘n eterno ‘Ndebetato.

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O provole, o presutto, N arrusto, o ‘nu castrato, O’ friddo, o sia scarfato ‘Nu capone.

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Nuje l’obbricazione Sapimmo esattamente, Nè nce restammo niente, Pè farve annore.

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Tanno trovà cchiù bene, Sperammo e cchiù allegria, E ‘na speziarìa. ‘E cose doce.

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Ca site ‘nu signore Sfarzuso e curazzone, E ‘n tutt’l’occasione, ‘Nù scumparite.

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Nce resta auze la voce, Pe ve cercà lecienza, Dann’ a ‘sta bella udienza La bona notte.

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Piacere anze n’ avite, Si v’hanno scommorato, E nce addesiderate L’anno che vene.

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E bona notte, Buon capodanno a tutte, E bona notte !

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Ordinariamente, cantando, si sogliono ripetere gli ultimi versi di ogni strofa. Mentre rivedo le bozze di stampa arrivo a sapere che questa Canzone si attribuisce ad una tale E. C. di Meta, autore di alcuni versi sull’acqua dell’Alimuri. II. Io, per me, mi limito al Piano di Sorrento, lasciando ad altri far dei raffronti di questo uso con quelli di altrove e di notar le varietà, che si trovano nella stessa penisola. Sicuro! Non vi ha nulla di meramente locale. I canti, i conti, le leggende, gli usi, ecc.,ecc., tutto, con qualche variazione, si ripete in altri luoghi. Anche que’ canti, che sembrano avere un carattere particolare, portando dei nomi di paesi, non sono mica di quel paese, perchè, spesso, con le stesse parole e con la sola mutazione dei nomi si ripetono presso altre genti e in altri vernacoli, quindi la difficoltà di determinarne l’origine. Ma non dimentichiamo la seconda parte del nostro uso! Alcune ore dopo la mezzanotte, incomincia un’altra specie di auguri. In generale, son degli uomini, che vanno errando di porta in porta, gittando, con violenza, vicino a ciascuna, una pietra e pronunziando, ad alta voce, le parole sacramentali: Tanto puozze guadagna chist’anno, quanto peso i’, `a preta e tutt’e panne. Ma badate, che la pietra dev’ essere calcarea e non mai tufa, appunto per indicar la forza, e quanto è più grande, migliore e l’augurio. È per questo, che ne gittano di quelle, che han bisogno di un facchino, per esser portate via e, con l’urto, arrivano a danneggiar porte fortissime. Per es. ne ho visto qualcuna rovinata addirittura; ed un portone guastato orribilmente. Figuratevi, che piacere! mentre uno se la dorme, tranquillamente, sognando chi sa quanti castelli incantati, ad un tratto, ode quel rumore, e balza improvviso. Quando poi e al mattino, colui che, forse, non ha dormito tutta la notte, per darvi una prova del suo buon cuore, idest, colui, che vi ha gittato la pietra, vi si presenta, come un usciere dell’ esattore delle imposte che viene a riscuoter la tassa e vi informa degli auguri fatti e vi chiede il regalo. Questo può esser in roba o, anche in danaro, a vostro beneplacito.

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Prima e poi si ripetono gli auguri, con frasi simiglianti: “Siate janco e cuntento ‘cu tutta la famiglia! Pe’ cientemila anne ve’ nce pozza trovà! ‘O Signore v’aonna ‘e bene! puzzate campà’ quant’o pane e’ o vino!” E così ognuno resta contento. Voi, per es. vi tenete gli auguri, e quel poveretto, che ha avuto la buona intenzione di desiderarvi ogni felicità, trova modo anch’egli da passare allegramente il primo dell’anno. Si fa il buon augurio, come dicono essi, cominciando bene; e ci è da sperare non poco dal nuovo anno, che s’inizia in modo cosi lusinghiero. Ma, ora, vieniamo alla chiusa, che mi arieggia l’ultima parte in un’operetta, in tre atti. Siamo, come sapete, nel giorno del primo dell’anno, in cui corrono strenne, carte da visita ecc.; in cui un amico, imbattendosi in un altro, gli augura il buon principio d’anno. E il popolo anche esso vuol prender parte a questa festa... d’auguri. Capannelli di ragazzi e di ragazze, con manate di ramuscelli di lauro (l’alloro di una volta, dei poeti), vanno per le vie, girano per le case, augurando a tutti, buon capo d’anno ed offrendo una foglia, un ramuscello di lauro ed esclamando: “ ‘O lauro a vuje e ‘a ‘nferta a me! “ Così gentilmente, chiedono il solito regaluccio e basta donare ad un solo, perchè ciascuno ne abbia la sua parte. Essi non somigliano per nulla a quei quattro monaci di cui parla il Vottiero , i quali, andati ad asciolvere a Posilipo, si portarono in questa guisa: “Avendo fra le altre pietanze una spinola arrostita, accomodata con aceto ed oglio, di cui, il solo odore faceva venire l’acquolina fra i denti, uno di essi le tagliò il capo e la noce de lu cuollo e, tirandosela dentro il piatto suo, disse: “caput sporpabo! ”Il secondo attroppoliandosi il resto del corpo sclamò: “corpus in corpore meo! ” E il terzo, che vide le cose malamente incaminate, senza pensare ad altro, si tirò la coda e con un latino ancor più bizzarro: “et ego codam pizzicantem!” il quarto, vedendo che non avevano avuto creanza di lasciargli niente, gli venne la stizza, prese il piatto con l’aceto e l’oglio che ci era restato e lo gittò addosso ai compagni dicendo: “aspergo vos!”. Noto che non traduco fedelmente dal dialetto. Ma dove siamo andati?... Insomma quei ragazzi dividono da buoni amici: ecco tutto! 18


Ne è da credere, che essi siano, sempre, in gran numero, perchè ve ne sono anche di quelli, che vanno a due, a tre, a quattro, eccetera; e sono insistenti, e non lasciano passar tranquillo un solo, facendosi trovare coi loro ramuscelli ne’ luoghi più frequentati, come innanzi alle chiese, in piazza, per le vie più popolate. E, di buon’ora, vanno picchiando a tutte le porte; ed è, davvero, un fastidio, perchè, se loro non dai nulla, non cessano di seccarti; e, se regali ad alcuni, gli altri accorrono, come api al miele. Del resto, si contentano anche di qualunche inezia, forse, memori che a caval donato non si guarda in bocca. Dopo questa specie di questua, essi son lietissimi, e a loro si potrebbero, in certa guisa, adattare i seguenti versi, mutando solo il passato in presente: Magnavano, vevevano, zompavano, Redevano, correvano e scialavano. Ed ora, cari lettori, tolgo da voi commiato, e vi auguro le buone feste, e, se non vi ho seccato di soverchio, mi prermetto chiedervi anch’io la ‘nferta...non doni veh! Ma solo un pochin di benevolenza. Piano di Sorrento Gaetano Amalfi

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foto Š Presepe di Santa Margherita in Piano di Sorrento


Canzone de lo capo d'anno