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Aurelio Ghirardi

ORTOEPIA ITALIANA Teoria ed esercitazioni Poesia ortoepica

Magema Edizioni


[dalla Prefazione di Giannino Balbis]

Questo libro dedicato allʼortoepia della lingua italiana - letteralmente, la disciplina della “dritta” (orthós) “parola” (épos) ovvero della “corretta pronuncia” – nasce (come dovrebbero nascere tutti i libri) da un nodo di passione e razionalità, curiosità e bisogno di chiarezza, gusto estetico e rigore scientifico. Nasce – è ovvio – dagli interessi molteplici del suo autore, che è un noto docente di Matematica e Fisica (chi scrive ha avuto il piacere di esserne collega per alcuni anni al Liceo carcarese) ed anche un raffinato cultore di lirica, di teatro, di letteratura. Nasce per “diletto”, nellʼaccezione più nobile e più completa del termine, e perciò non ambisce ad iscriversi ad un genere predefinito: non è propriamente un trattato né un manuale, non un testo propedeutico o una guida teorico-pratica e neppure un dizionario ortoepico, nonostante mostri significative parentele con tutte queste tipologie testuali. E, dʼaltra parte, è un libro che non persegue mirate finalità pratiche ovvero non è pensato per esclusive categorie di fruitori, anche se cʼè da scommettere che susciterà lʼimmediato interesse degli addetti ai lavori di molti settori del variegato mondo della comunicazione verbale (dalla scuola al teatro, dai mass media alla politica), così come di tutti i comuni utenti della lingua italiana che, per varie ragioni, sentano la necessità di una maggiore consapevolezza e padronanza nella gestione del proprio strumento linguistico quotidiano (non esclusi quegli italiani di origine straniera – gli immigrati extracomunitari – che nella corretta pronuncia della nostra lingua possono individuare un fattore tuttʼaltro che secondario di integrazione sociale). Insomma, questʼopera di Aurelio Ghirardi si potrebbe definire unʼavventura di ricerca e di studio, tanto impegnativa e lunga (durata ben otto anni) quanto originale, libera e gratuita, intrapresa cioè con ragioni e motivazioni del tutto personali, e tuttavia destinata a produrre frutti importanti molto al di là delle contenute ambizioni del suo autore. Ne sono indizio significativo già lʼimpianto del libro – in parte induttivo (a rispecchiare il percorso stesso della ricerca) e in parte deduttivo (secondo la più solida tradizione didascalica) – e la sua struttura in due sezioni, dedicate rispettivamente, la prima, ad una trattazione teorica sistematica e ad una classificazione tassonomica dei fenomeni ortoepici (con ricchissima dotazione di esempi) e, la seconda, allʼesercizio pratico di lettura ortoepica (grazie ad unʼantologia di celebri testi letterari e musicali offerti in trascrizione ortoepica). Ma, perché siano più agevole la lettura e più facile la consultazione, ecco qualche ragguaglio più dettagliato sui contenuti del libro (della distribuzione dei quali, per altro, si trova sommaria traccia nellʼIndice alle pp. VII-XIV, molto opportunamente articolato in modo da fungere, oltre che da indice “generale”, anche, in parte, da indice “analitico”).


La prima sezione (Ortoepia), dopo un capitolo introduttivo (Perché ortoepia) e dopo le necessarie premesse teoriche sugli accenti (fonico e tonico) e i segni ortoepici, sugli omofoni e gli omografi, si suddivide in quattro parti, rispettivamente dedicate ai quattro grafemi/fonemi ortoepicamente rilevanti: le vocali e ed o, le consonanti s e z. E dunque abbiamo in successione: 1. Ortoepia di “e”: analisi dei casi in cui il grafema e si pronuncia chiuso (é) e dei casi in cui si pronuncia aperto (è); 2. Ortoepia di “o”: analisi delle casistiche di o chiuso (ó) e di o aperto (ò); 3. Ortoepia di “s”: analisi delle casistiche di s sordo (s) e di s sonoro (š); 4. Ortoepia di “z”: analisi delle casistiche di z sordo (z) e di z sonoro (ζ). Questi capitoli, impostati deduttivamente,prendono regolarmente le mosse dallʼenunciazione delle norme ortoepiche (che lʼautore stesso, per così dire, ha “inventato” e formulato sulla base di un lavoro sistematico di rilevazione, analisi e catalogazione di tutti i singoli casi), per aprirsi poi ad una rassegna ricca e capillare di esemplificazioni, suddivise per tipologie grammaticali (nomi, numeri, ecc.) e/o per settori lessicali (nomi di persona, nomi di città, nomi mitologici, termini scientifici, ecc.) e/o per terminazioni: scelta, questʼultima, particolarmente felice e opportuna ai fini di una pronta consultazione. Il compito del lettore è ulteriormente agevolato dal fatto che tutti gli esempi sono riportati in doppia grafia, corrente e ortoepica. La seconda sezione (Poesie e brani ortoepici) è, come già detto, un repertorio di testi in funzione di eserciziario per la lettura ortoepica. Si tratta di una “speciale” antologia di alcuni fra i più famosi testi in poesia e in prosa dei maggiori autori della nostra tradizione letteraria (da Dante a Petrarca, da Foscolo a Leopardi e Manzoni, da Carducci a Pascoli e dʼAnnunzio, da Ungaretti e Quasimodo a Montale e Sbarbaro, da Galileo a Silone), affiancati dai testi di altrettanto celebri romanze liriche (dai libretti di opere di Donizetti, Bellini, Verdi, Ponchielli, Puccini): unʼantologia “speciale”, perché offre di ogni brano, a fronte del testo originale, anche una trascrizione ortoepica (con lʼindicazione, cioè, di tutti gli accenti ortoepici), così che il lettore possa esercitarsi a piacere e valutare di volta in volta, in itinere, i progressi compiuti e gli eventuali errori residui.


PERCHE’ ORTOEPIA

A tutti capita, prima o poi, di essere colpiti dalla bellezza della voce e dal modo di parlare di alcuni. Ascoltando gli attori a teatro e al cinema, qualche cronista, i doppiatori e, perché no, anche persone della vita di tutti i giorni, è facile accorgersi che essi si esprimono in maniera diversa, migliore della nostra. Lʼammirazione è seguita, a volte, da osservazioni del tipo: “che bella dizione...”, “come parla bene…”, “ha una voce meravigliosa…”, “possiede una pronunzia perfetta…” eccetera. Con queste frasi si vuole mettere in evidenza la chiarezza dellʼesposizione, la bellezza e lʼimpostazione della voce, la correttezza degli accenti nelle parole. Ma accade, qualche volta, che usando o ascoltando la frase “che bella dizione” non sia ben chiaro se ci si riferisce ad una qualità piuttosto che ad unʼaltra. Questo perché la parola “dizione”, che deriva dal latino “dictio-dictionis”, ha una gamma di significati molto ampia: detto, parola, discorso, parte di un discorso, orazione, eccetera. Anche lʼespressione “come parla bene” è ambigua poiché può essere rivolta sia a chi esprime concetti validi in una forma letteraria povera, sia a chi fa discorsi privi di contenuti importanti ma sa parlare in modo originale e corretto. Le frasi “che bella voce”, “che pronunzia perfetta” non suscitano invece alcun dubbio. La bellezza della voce è semplicemente un dono della natura e, a volte, il risultato dellʼimpegno e dello studio. La correttezza della pronunzia, in modo analogo, può essere raggiunta con lʼesercizio e lʼapplicazione od ottenuta con “la fortuna di essere fiorentini”. Ed eccoci arrivati al punto. Lʼortoepia, che dal greco significa letteralmente “dritta parola”, cioè parola corretta, è il termine appropriato per indicare ciò che concerne la qualità della pronunzia. I vocabolari della lingua italiana si avvalgono dei cosiddetti “segni ortoepici” per indicare come devono essere pronunziate le parole. Tali segni, che poi vedremo, sono gli accenti sulle vocali, uguali per tutti i vocabolari ed un segno, che può variare da dizionario a dizionario, riguardante le consonanti “s” e “z”. Dicevamo della “fortuna” di essere fiorentini. A Firenze nasce infatti la lingua italiana e lʼAccademia della Crusca, fondata nel 1583 da Leonardo Salviati, aveva lo scopo, separando il buono dal mediocre, di redigere un vocabolario seguendo il canone illustre del fiorentino del Trecento. Il “Vocabolario degli Accademici della Crusca” aveva la sua prima edizione a Venezia nel 1612 ed è da considerarsi il più antico “vocabolario moderno” delle letterature europee. Eʼ comprensibile allora come a Firenze, in Toscana e in gran parte dellʼItalia centrale, dallʼUmbria al Lazio e alle Marche, si parli un italiano ortoepicamente migliore.


In questi ultimi 50 anni ci sono stati grandi mutamenti sociali. La televisione e il trasferimento in massa dalle campagne alle città e da regione a regione hanno causato un sempre più ridotto uso dei dialetti. Siamo tutti dʼaccordo che si deve evitare la perdita di un patrimonio culturale così importante, ma se deve essere mantenuta e difesa la tradizione dialettale a maggior ragione è necessario tutelare la nostra lingua nazionale, lʼitaliano, che è il “primo” dei dialetti e il più nobile. I nostri antenati sono i Liguri, i Sardi, i Sicani, i Veneti, gli Umbri, i Sanniti, i Piceni, i Bruzii, i Lucani, gli Apuli, i Siculi, gli Iapigi, i Latini, i Sabini, gli Equi, i Volsci ed anche i Fenici, i Cartaginesi ed i Greci. LʼItalia è proprio al centro di quel Mediterraneo che ha visto sorgere e svilupparsi lo splendore del mondo greco e romano. Nessun altro popolo è stato a contatto, come noi, con le civiltà più elevate. Non a caso, forse, a partire dal tredicesimo secolo, parallelamente alla nascita della lingua e della letteratura italiana, cʼè stato un fiorire delle opere dʼarte che è culminato nellʼincredibile produzione del nostro Rinascimento. A noi piace credere che nella nostra lingua ci sia tutto questo e che la struttura del periodo, la rigorosità, lʼestrema logica e tutta la bellezza del pensiero greco e latino siano felicemente tradotte e rese in italiano. Nelle più famose università degli Stati Uniti si dà molta importanza, in questo periodo, allo studio del greco e del latino perché queste lingue avrebbero, secondo gli esperti americani, un grande potere formativo. Eʼ divertente sapere che vi sono studiosi stranieri che sostengono, ora, quello che anche noi abbiamo sempre pensato. Eʼ un poʼ meno divertente constatare che purtroppo ci sia, se non a parole certamente di fatto, una tendenza di pensiero contraria proprio in Italia e che poco alla volta ci accingiamo ad abbandonare lo studio di quelle meravigliose lingue. Unʼaltra stranezza, e questa è strettamente ortoepica, ci pare la seguente. Nello studio delle lingue straniere diamo molta importanza alla pronunzia. Facciamo un esempio. In francese la parola “padre” è “père” e si legge con la “e larga” come indica lʼaccento ortoepico grave (\) od ottuso. Qualsiasi insegnante considera giustamente un grave errore il dire “pére” con la “e stretta”. In italiano invece, che è la nostra lingua, non si dà importanza ad errori del genere. E questo accade non soltanto a scuola. Sui manifesti della pubblicità, nei giornali, alla TV capita sempre più spesso di osservare errori del tipo: “é bello”, “perchè”, “cʼé”, eccetera. Ora, se lungo la strada o presso un negozio leggiamo “Natale é bello”, possiamo non accorgercene o dare al fatto lʼimportanza che merita. Ma se, durante trasmissioni di natura politico-culturale, tra le più seguite ed interessanti, si notano frasi del tipo: “Ma questa é…” o “PERCHÈ” (a caratteri cubitali ed in rosso), si può rimanere veramente perplessi! Poiché tutto quello che è in movimento attira maggiormente lʼattenzione di ciò che è fermo, ci siamo accorti, allʼennesima ricomparsa della scritta, di quanto avveniva. I personaggi presenti, giornalisti, intellettuali ed esponenti del mondo della cultura e della politica, fra i più cari al pubblico, discutevano sullʼargomento con eleganza, intelligenza e, perché non dirlo, anche con un bellʼitaliano ed una piacevole ortoepia. E dietro di loro quel piccolo, insignificante ma fastidiosissimo errore… Eʼ sempre


accaduto che nella lingua parlata si prendessero licenze “ortoepiche” del genere; è del tutto naturale e comprensibile, ma nel passato era molto raro “leggere” errori così. Anche le altre lingue nazionali hanno, nelle varie zone, inflessioni e cadenze diverse e, proprio come in Italia, si parla in maniera più o meno ortoepicamente corretta. Noi sappiamo capire facilmente se una persona è veneta o siciliana, se unʼaltra è ligure o pugliese dallʼinflessione che, nel loro italiano, deriva dal corrispondente dialetto. Se queste stesse persone potessero esprimersi senza quelle cadenze rivelatrici, ci sarebbe molto difficile individuarne la provenienza perché le differenze che le caratterizzano si ridurrebbero solo a quelle ortoepiche. A parte qualche caso noto a tutti come certe “e aperte” (barchètta…) dei milanesi o certe “o chiuse” (uóvo…) dei napoletani che possono rivelarcene lʼorigine, per riuscire nellʼintento è necessario non solo conoscere lʼortoepia ma anche le caratteristiche ortoepiche buone e meno buone delle varie regioni. Unʼultima osservazione. Teniamo a ribadire che noi consideriamo estremamente importanti i dialetti, sia dal punto di vista culturale che espressivo, e riteniamo che la tradizione dialettale non debba morire; lʼinflessione e la cadenza di una parlata però (non il dialetto!), per quanto “simpatiche” possano essere, non sono certamente una caratteristica positiva in relazione alla lingua italiana. E questo vale anche per il fiorentino. Quando diciamo che a Firenze è nata la nostra lingua e che vi si parla il miglior italiano ci riferiamo unicamente alla esattezza degli accenti ortoepici che, sulle sponde dellʼArno, sono esattamente quelli indicati dal vocabolario. Si potrebbe, in sintesi, dire che la lingua italiana è il fiorentino privo di ogni cadenza e della sua più caratteristica inflessione: la nota aspirazione della “c” che la rende praticamente muta. Questo libro non vuole essere un manuale con lo scopo di insegnare a parlare un italiano ortoepicamente corretto, ma nasce con lʼintento, molto meno ambizioso, di far parlare un italiano migliore. Non daremo pertanto consigli metafisici su come esercitarsi per ottenere le “e” e le “o” aperte o chiuse; né inviteremo alcuno a mettere una matita, ad esempio, fra i denti per ottenere suoni stretti o più acuti. Siamo sicuri che “giocando” con le labbra, aprendole e socchiudendole di più o di meno, si possa riuscire con un poco dʼesercizio e pazienza ad ottenere soddisfacenti risultati. Alcune delle regole che riporteremo si possono trovare sparse qua e là in quasi tutti i testi di italiano e nei vocabolari; noi le abbiamo raccolte, ampliate e corredate delle relative eccezioni. Le altre, la maggior parte, sono il risultato del nostro lavoro di ricerca, analisi e comparazione. Sarà necessario applicarsi un poco per memorizzarle il più possibile ma, anche non facendolo, si può passare direttamente alla lettura delle “poesie e dei brani ortoepici”. Nella seconda parte del libro sono riportate alcune poesie e brani, fra i più noti


della nostra letteratura, e alcune fra le più famose romanze liriche, con lʼindicazione degli accenti ortoepici (che di norma non vengono messi) in modo da poterli leggere o … cantare, senza la fatica di cercare le varie parole sul vocabolario, proprio con i suoni corretti, secondo le regole dellʼitaliano. Presentiamo anche la poesia e la romanza nella sua forma originale, in modo che ci si possa rendere conto di come le leggeremmo senza lʼaiuto di cui sopra. Questo può anche servire da esercizio per scoprire se commettiamo errori, in quale misura, e se facciamo dei progressi. Noi abbiamo provato, leggendo non come avremmo fatto solitamente, ma secondo lʼindicazione degli accenti ortoepici, la sensazione di trovarci di fronte ad una poesia, ad un brano più belli. E la lingua stessa appare migliore. Indubbiamente le poesie lette dai grandi attori hanno un fascino del tutto particolare. La bellezza naturale della loro voce, lʼimpostazione della stessa ottenuta con lo studio e lʼesercizio, unite alla correttezza dellʼortoepia, sono per la poesia quello che per la musica sono unʼorchestra, un direttore e dei solisti eccezionali. Ma è altrettanto vero che oltre al piacere di ascoltare le poesie cʼè anche quello di leggerle e tutto ciò che facciamo per rendere la nostra lettura migliore, e rispettosa di quanto la poesia stessa richiede, è bello.


L’ORTOEPIA NELLA MUSICA

Da quando ci occupiamo di ortoepia ci siamo accorti che anche nella musica lirica e nel canto in generale gli effetti di una buona dizione hanno un grande importanza. A prescindere dalle preferenze che ciascun melomane ha per questo o quel cantante, si possono infatti “osservare”, se ci si impegna a farlo come nel caso della poesia, delle differenze molto significative. Ad esempio noi abbiamo imparato ad apprezzare e a provare maggior gioia nellʼascoltare quei cantanti che, a parità (per quanto questo sia possibile) di qualità tecniche e interpretative, hanno una miglior ortoepia. Abbiamo anche notato che i cantanti stranieri, a parte gli immancabili “accenti” dovuti alle caratteristiche della loro lingua originaria, sono a volte in possesso di una dizione che fa intravvedere impegno e studio in senso ortoepico. La ragione di questo è che forse, proprio perché stranieri, hanno cercato o comunque ricevuto lʼaiuto di validi maestri di dizione: cosa della quale non si sono preoccupati in genere i cantanti italiani. Noi siamo convinti che sia una cosa totalmente diversa, tanto per fare un esempio, sentire Enzo iniziare la famosa romanza da “La Gioconda”, con “Cièlo é mar!- lʼetèreo vélo…” , oppure con “Ciélo è mar!-lʼetéreo vèlo…”. Ma forse siamo semplicemente suggestionati da questa nostra idea…, al punto che vi sono dei cantanti, da sempre amati e presenti nella nostra memoria, che ci diventano ogni giorno più cari poiché “rivisti” sotto questo aspetto. Possiamo proprio dire che per noi il parametro “dizione” riesce , ricorrendo a unʼespressione forse troppo usata, a “fare la differenza”. Un altro aspetto interessante è che, riascoltando ora le voci dei grandi cantanti lirici in riferimento a momenti diversi della loro carriera ( che in alcuni casi si è protratta per molti decenni ), si possono cogliere dei cambiamenti, dei miglioramenti legati alla pronuncia; pensiamo che alcuni di essi siano giunti a capire lʼimportanza di una buona dizione al fine di accrescere la qualità e la bellezza del loro canto. Le stesse considerazioni si possono fare anche nel campo della musica leggera, dove vi sono dei brani “immortali” che sono stati, e continuano a esserlo, interpretati da molti cantanti. Chi di noi, in alcuni momenti della giornata, non ha intonato qualche volta “Tu che mi hai preso il cuor…” ? Ebbene, ci sono una sostanziale differenza e una diversa musicalità fra “Tu ché mi hai préso il cuòr…” e “Tu chè mi hai prèšo il cuór…”. Lʼascolto di certi cantanti, oltre che procurarci una gioia in sé, ci ha fatto nascere una speranza. Poiché i brani da loro interpretati sono delle vere e proprie


lezioni di ortoepia e un potente mezzo di comunicazione, e poichĂŠ i giovani spesso imitano, copiano i loro miti con estrema facilitĂ , forse un domani potremo sentire le nuove generazioni esprimersi con un migliore italiano.


La bambina che va sotto gli alberi La bambina che va sotto gli alberi non ha che il peso della sua treccia, un fil di canto in gola. Canta sola e salta per la strada; ché non sa che mai bene più grande non avrà di quel poʼ dʼoro vivo per le spalle, di quella gioia in gola. A noi che non abbiamo altra felicità che di parole, e non lʼacceso fiocco e non la molta speranza che fa grosso a quella il cuore, se non è troppo chiedere, sia tolta prima la vita di quel solo bene.

La bambina ché va sótto gli alberi La bambina ché va sótto gli alberi nón ha ché il péso délla sua tréccia, un fil di canto in góla. Canta sóla é salta pér la strada; ché nón sa ché mai bène più grande nón avrà di quél pò dʼòro vivo pér lé spalle, di quélla giòia in góla. A nói ché nón abbiamo altra felicità ché di paròle, é nón lʼaccéso fiòcco é nón la mólta speranza ché fa gròsso a quélla il cuòre, sé nón è tròppo chièdere, sia tòlta prima la vita di quél sólo bène.

da “Poesie” di Camillo Sbarbaro


Aurelio Ghirardi è nato nel 1941 a Carcare, dove ha studiato presso il GinnasioLiceo “S. G. Calasanzio” dei Padri Scolopi. Ottenuta la Maturità classica, ha proseguito gli studi a Torino, laureandosi in Matematica. Ha iniziato la strada dellʼinsegnamento presso lʼIstituto Tecnico Commerciale “F. Patetta” di Cairo Montenotte come docente di Matematica, Matematica Finanziaria e Fisica. Sostenuto e superato lʼesame di abilitazione allʼinsegnamento di Matematica e Fisica per i Licei, ha ottenuto, nel 1971, la relativa cattedra in quel Liceo di Carcare, ormai divenuto statale, nel quale aveva studiato. Negli ultimi dieci anni, dal 1985 al 1995, ha prestato il suo insegnamento al Liceo Scientifico “O. Grassi” di Savona. Da allora non ha mai cessato, proprio non potrebbe, di occuparsi delle sue materie; ma gli si è presentata lʼopportunità, avendone il tempo necessario a disposizione, di estendere i suoi interessi anche ad altri campi. Aurelio Ghirardi ha sempre avuto, fin da ragazzo, una grande passione per la musica lirica e la musica sinfonica. Lʼamore per il teatro di prosa è più recente, ma, per certi aspetti, non meno importante. Questi interessi, che inizialmente erano legati soltanto a momenti di puro ed esclusivo “divertimento”, uniti alla formazione classica della sua giovinezza, sono da considerare la spinta naturale per questo lavoro sullʼortoepia italiana.


Ortoepia  

Fascicolo introduttivo

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