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It’s Different magazine edizioni Mille srl anno 7 n.42/2016. free press Autorizzazione Tribunale di Ravenna n.1329 del 05/05/2009 - itsdifferent.it

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photo SETIMIO BENEDUSI_ model portrait: INGRID

VITA CONTEMPORANEA

IT’S DIFFERENT N. 40/2015


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info@itsdifferent.it n.41/ 2016 DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Gentili (paologentili@itsdifferent.it) ART DIRECTOR Tobia Donà (tobiadona@itsdifferent.it COMITATO DI REDAZIONE Laura Sciancalepore (laurasciancalepore@itsdifferent.it) Tobia Donà (tobiadonà@itsdifferent.it) Carlo Lanzioni - Claudio Notturni - Mara Pasti FOTO EDITOR Lucia Pianvoglio Crediti fotografici: l’editore è a disposizione degli aventi diritto

Ravenna via Cavina, 19 tel.0544.684226 - 348.7603456 - 0544.1990044 info@millemedia8.it REALIZZAZIONE GRAFICA Luca Vanzi (lucavanzi@itsdifferent.it) WEB DESIGNER Millemedia8 Ravenna www.millemedia8.it STAMPA Tip. GE:GRAF srl Edizione Emilia Romagna

73°MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA La Biennale di Venezia 2016


RICCARDO BANDIERA LA FOTOGRAFIA APPENA IMMAGINATA

Di Tobia Donà Riccardo Bandiera è un giovane fotografo professionista della provincia di Imperia. Aveva davanti a sé un futuro da ingegnere ma dopo aver conseguito una laurea, lavorando alcuni anni in quel campo, ha mollato tutto per inseguire la sua più grande passione e diventare finalmente fotografo professionista. Come molti artisti ha approcciato alla fotografia da autodidatta, per puro divertimento. Nel 2007, creava piccoli set utilizzando dei vinyl-toys e dal 2010 la sua ricerca ha iniziato ad includere la figura umana, il ritratto, grazie anche ai primi lavori su commissione. Arrivano in quel periodo anche le prime mostre. “Quello che cerco di immaginare prima di scattare una fotografia – afferma Riccardo - è quali sensazioni avrà il pubblico nel contemplarla, intanto che nella mia mente è ancora immaginata, ancora da compiersi.” E ancora: “Questo mi permette di soffermarmi per qualche istante – continua Bandiera – e trovare quella concentrazione finalizzata a comporre una storia, un frammento di un'emozione misteriosa, piccolo brandello di un racconto vivo in me per un istante infinitesimo”. Nell'edizione del 2013 di Paratissima a Torino, Riccardo Bandiera è stato premiato tra i migliori 15 artisti, per una serie di immagini subacquee che ritraggono una modella.


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Lo scorso anno è stato anche segnalato tra i migliori artisti alla Biennale di Genova, esponendo così al Galata, Museo del Mare. Riguardo ai suoi soggetti, egli afferma: “La maggior parte delle volte vengo colpito da una particolarità di una modella, non dalla bellezza assoluta, ma piuttosto dalla sua fotogenicità, che potrebbe meglio adattarsi alle foto che ho in mente”. “Mi piace soprattutto – prosegue Riccardo - scoprire nuovi posti, location curiose che da sole basterebbero già a giustificare un lavoro fotografico, imbocco così strade delle quali non conosco l'uscita ed il tragitto, e catalogo mentalmente luoghi e scorci dove fare ritorno in base ai progetti e alle esigenze fotografiche”. Ogni tanto, durante uno shooting, gli succede di essere sorpreso dai carabinieri a mitra spianato in qualche casa abbandonata, oppure di sentire voci sinistre in un apparente disabitato ospedale in disuso. Ma non gli mancano aneddoti curiosi da narrare legati alle foto acquatiche, “tra spaventose viscide alghe e attacchi di meduse – racconta Riccardo Bandiera – o scontri con scogli aguzzi e acque infinitamente gelide di laghetti estivi”. Parecchi sono gli editoriali pubblicati, su vari magazine e anche on-line, in Italia e all'estero, dallo spagnolo ANormal Mag all'australiano Last Daze. Nel 2014 una foto tratta dal suo progetto “Stills from imaginary movies”, è finita sulla copertina del mensile Il Fotografo. Recentemente ha pubblicato un editoriale fashion di 8 pagine sulla rivista Elegant, del quale è molto fiero. Suoi servizi si sono visti inoltre su Fluffer, e sui volumi di Stolen-Australia. Durante l'estate lo incontreremo ad Arles al più importante festival internazionale di fotografia, dove esporrà alcune foto subacquee stampate su carta fineart incorniciate con vecchie cornici vintage, veri e propri pezzi unici per tipologia e misura. Una sua mostra personale sarà invece allestita durante la biennale di Albenga, patrocinata dalla FIAF, dove presenterà un nuovo lavoro dal titolo “Anedonia”. A settembre, Riccardo Bandiera sarà a Rotterdam per l'art fair.


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GiovedĂŹ Estate in giardino Degustazione di carne al barbeque Il VenerdĂŹ El sabor de Espana La Paella


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in volo per sandakan Dalla foresta pluviale più antica del mondo ai grattaceli più alti e scintillanti, la Malesia è un Paese di stupefacenti contrasti. Oltre a essere uno degli Stati del Sud-Est asiatico con la maggior varietà etnica, è anche uno dei più stabili; la cordialità degli abitanti -e la relativa prosperità di cui godono- rendono particolarmente piacevole un viaggio in questa parte di mondo. La Malesia è un Paese a forte presenza musulmana e i suoi ordinamenti, oltre che la sua cultura, ne portano evidenti le tracce. Le giovani studentesse, riconoscibili per il candido e inconfondibile copricapo, dedicano gran parte del programma scolastico ad apprendere le parole del Profeta. Kuala Lumpur, la Città giardino, capitale della Malesia, è uno dei centri più attivi dell'Islam di questa parte del Asia.


Ma anche se è l'Islam a dominare la scena, la cultura animista dei malesi, quella cinese e quella indiana giocano un ruolo importante nella vita, aggiungendo spezie ai cibi e colori ai templi e alle feste. La capitale malese, cresciuta enormemente negli ultimi anni, ha un suo fascino particolare, grazie a vecchi edifici coloniali, pagode cinesi, templi indù e moschee islamiche, sovrastate da grattacieli e complessi commerciali. Un viaggio in Malesia dà spesso la sensazione di visitare due Paesi diversi. Si atterra all'ipertecnologico aeroporto di Kuala Lumpur e si resta bloccati nel traffico sulla strada per le rilucenti Petronas Towers, tutte acciaio e vetro: ecco un Paese, si pensa, incluso a pieno titolo nella modernità. Poi lo si attraversa fino a Kota Bahru, città sulla costa nord orientale, dove i tricicli sfilano nella quiete delle vie e il mercato si arresta per la preghiera della sera, e ci si accorge che quel giudizio va un po' rivisto. Dopo circa 11 ore di volo a bordo di un Boeing 767 della Malaysia Airlines, eccoci finalmente arrivati all'aeroporto di Kuala Lumpur, dove dovremo attendere ancora tre ore prima di imbarcarci sul nostro volo per Kota -Kinabalu, nostra prima tappa in Borneo. Non appena arrivati, si rimane letteralmente incantanti dall'estremo nitore e tranquillità dell'aeroporto stesso, mantenuto in perfetta pulizia dalle donne, che non appena poggi la mano su di un corrimano, si materializzano alle tue spalle con straccio e alcol, cancellando ogni eventuale traccia: eccezionale, ma quasi imbarazzante. Durante il volo da Kuala Lumpur a Kota Kinabalu, che dura tre ore, riusciamo finalmente a vedere il Borneo.


L'isola è suddivisa fra gli stati di Indonesia, Malesia, e Brunei. Possiede le vette più elevate di tutto il Sud-Est Asiatico e il più grande sistema di grotte esistente al mondo. Gli scienziati ritengono che le sue foreste siano le più antiche del pianeta, e di certo sono le più varie e prodigiose. Dopo il nostro arrivo all'aeroporto, scorgiamo la nostra guida che ci accompagnerà al "Promenade Hotel" di Kota Kinabalu: il tempo di fare una doccia ed eccoci nuovamente in strada a curiosare in questa città semideserta, e poiché non sembra esservi nulla di particolarmente interessante, c'intrufoliamo all'interno di un centro commerciale. Anche qui si respira un'aria strana, si trovano gioiellerie che vendono Rolex, a fianco di negozietti che vendono scarpe d'orribile qualità e gusto, tutto senza la minima separazione tra un'attività e l'altra, quasi ad essere un mercato. Una volta visitato il centro commerciale, decidiamo di dirigerci verso l'albergo per una breve pausa. Dopodiché scendiamo nuovamente alla ricerca di un ristorante, che troveremo nell'albergo stesso, e dopo un veloce pasto al buffet (di dubbio gusto) ci ritireremo in camera, poiché l'indomani ci attenderà una giornata molto movimentata. Alle 7.00 di mattina, appuntamento nella reception dell'albergo, dopodiché ci dirigiamo verso l'aeroporto, dove dovremo imbarcarci sul volo per Sandakan, dove appena arrivati una guida ci viene a prendere con un pulmino per condurci a visitare la cittadina, per poi lasciarci in centro libero di scorrazzare. Ci trovavamo vicini il mercato coperto, pensammo quindi bene di farvi visita. Ma già lungo la strada si poteva notare il degrado e la sporcizia che ci avrebbe aspettato in seguito; scarafaggi, degni di far parte dei film di Spielberg, che passeggiavano indisturbati sui marciapiedi, bambini che tranquillamente camminavano scalzi in strada, ed eccolo finalmente il Mercato. Provammo a addentrarci per vedere di cosa si trattasse, tutto era piuttosto normale fino a che camminavamo tra i banchi di frutta e verdura, ma quando ci siamo avvicinati alla zona carni, ci ha assalito un odore forte! Di carne sicuramente avariata, appesa a fili all'aperto, sotto il sole, con mosche che svolazzavano da un pezzo all'altro indisturbato e gente che tranquillamente acquistava la carne per la famiglia. Decidemmo così di andarcene velocemente verso il nostro pullman, cercando di non respirare quell'odore terrificante che si propagava per decine di metri dal mercato. Una volta arrivati sul pullman, continuiamo in direzione del porto. Qui c'imbarchiamo su di una lancetta da sei posti, che ci porterà verso il Turtle Island Park. Arrivati sull'isola che ospita il parco, che accoglie un massimo di 15 turisti al giorno, veniamo condotti alle nostre stanze.


C'è dato appuntamento mezz'ora più tardi alla veranda del ristorante per partecipare ad un Briefing, dove ci verrà spiegata l'opera che conducono i Rangers del parco e ci sono fornite le regole di comportamento per non disturbare la natura. È assolutamente vietato circolare nel ristorante con le scarpe, aggirarsi lungo la spiaggia tra le sei di sera e le sei di mattino, fare foto con i flash ed infine -ironicamente- si sconsiglia di fare il bagno sul versante nord dell'isola a causa delle forti correnti, e visto il vicino confine con le isole Filippine, (si vedono a occhio nudo), è meglio portarsi il passaporto, in caso una corrente ci spingesse troppo oltre. Finito il briefing, curiosiamo in giro e notiamo che davanti al ristorante vi è una specie di "orto " con centinaia di buche, che ospitano ognuna le uova di tartarughe, depositate sulla spiaggia qualche giorno prima. Vengono quindi "rubate" dal vero nido, e custodite in questo "orto", in maniera da essere riparate dall'attacco d'uccelli ed altri animali. Ogni buca contiene mediamente 60/70 uova, che saranno tenute in incubazione per circa 40/45 giorni, dopodiché le tartarughine sbucheranno da sole dalla sabbia. Dopo la colazione, è stato consegnato ad ognuno di noi un recipiente con all'interno centinaia di tartarughine che dovremo liberare sulla spiaggia. Uno spettacolo meraviglioso! Le piccole che corrono verso il mare, scomparendo poi tra le onde, lasciate al proprio destino. Molto probabilmente, alcune di loro torneranno in età avanzata, a depositare le proprie uova, di nuovo su quest'isola. Dopo questo meraviglioso spettacolo, tutti di nuovo in barca per tornare verso Sandakan, da dove io Mary ed altri due inglesi saliamo su un minivan, in direzione Sepilok. La Riserva di Sepilok accoglie un centro di riabilitazione per la reintroduzione in ambiente naturale di giovani esemplari di orango vissuti in cattività. Ci è raccomandato di evitare di portare oggetti vistosi, quali bracciali e collane, e di cercare di tenere nascoste macchine fotografiche e telecamere, poiché gli oranghi sono molto curiosi. Qualora volessero prendere una qualsiasi delle nostre cose, meglio lasciarli fare: in caso contrario, si arrabbierebbero e, vista la loro forza, potrebbero farci del male. Dopo circa una mezz'ora, si intravvedono i primi esemplari muoversi sugli alberi, alcuni con appesi al collo i loro piccoli, uno spettacolo commovente e mozzafiato! Dopo qualche minuto, eccoli scendere: alcuni vengono in mezzo a noi per poi risalire di nuovo sugli alberi dove i Ranger avevano lasciato loro, su apposite piattaforme di legno, caschi interi di banane che divoreranno in un batter d'occhio. E così continua per circa un'ora, dando vita a scene veramente eccezionali, dopodiché si ritirano di nuovo tutti nella giungla e noi, tristi per dover rinunciare ad un tale spettacolo della natura, ci dirigiamo verso l'uscita del centro, in attesa di proseguire verso la nostra prossima destinazione. Si prosegue a bordo di un minivan con altri due turisti inglesi e si percorre una strada non asfaltata e polverosa per circa due ore, attraversando pozzanghere enormi e villaggi locali costruiti su palafitte. Ed eccoci arrivare sulla riva di un fiume, dove veniamo fatti salire su di una piccolissima imbarcazione che a malapena riesce a non affondare, lungo un fiume con l'acqua color marrone.


Dopo circa un'ora di barca, si intravvede un piccolo molo immerso nella fitta vegetazione. Siamo arrivati al "Rain Forest lodge": qui ci vengono assegnati i bungalow (pieni d'insetti) e siamo informati che alle 22:00 sarà tolta la luce per risparmiare la corrente, prodotta da un generatore. La cena si fa rigorosamente scalzi, seduti su di un'unica tavolata con gli altri dieci residenti del resort, e poi tutti a nanna presto. Ci svegliano alle nove e veniamo condotti nella giungla muniti di stivaloni, per un'escursione in cui ci viene raccomandato di stare attenti a dove si mettono i piedi, poiché la giungla è popolatissima di serpenti velenosi e strani insetti, non per ultime le odiose sanguisughe che cadono addosso dagli alberi, specialmente durante i violenti temporali. Un silenzio emozionante, rotto solamente dai fruscii delle foglie e dai rumori degli animali della giungla, come uccelli, scimmie, ecc. Poi si rientra per il pranzo ed il pomeriggio, a bordo della solita barchetta, risaliamo il fiume alla ricerca delle scimmie proboscidate che vivono solamente qui in Borneo. Eccole sugli alberi, con una lunga coda ed un lunghissimo naso; poi ancora continuiamo, infilandoci attraverso la fitta vegetazione alla ricerca dei serpenti, che sono mimetizzati talmente bene sui rami che malgrado ogni ramo ne ospitasse uno, si riusciva a malapena a vederli. Come se non bastasse, veniamo condotti lungo la riva dove stazionano numerosi i coccodrilli che spesso mangiano le scimmie che cadono dagli alberi, tentando di saltare da un ramo all'altro per attraversare il fiume. Così, dopo avere scattato una marea di foto, facciamo ritorno al lodge per la cena e il nostro ultimo pernottamento nella foresta. Peccato, è stata una bella esperienza che varrebbe la pena ripetere. L'indomani mattina, sveglia presto e via di nuovo, prima in barca e poi 3 ore di minibus per andare alle grotte di Gomantong, le caverne abitate da centinaia di pipistrelli: all'interno si sente solamente il loro rumore, sono migliaia appesi alla roccia, il pavimento della caverna è talmente coperto di guano e di insetti, che si nutrono degli escrementi dei pipistrelli, che a ogni nostro passo si sente un ributtante scricchiolio, man mano che li schiacciamo con le suole delle scarpe. E dopo, di nuovo sul pulmino per tornare a Sandakan, dove rivoleremo fino a Kota Kinabalu, dove trascorreremo l'ultimo giorno in Borneo. Il Parco di Kinabalu è dichiarato Parco Nazionale, per tutelarne l'inestimabile patrimonio naturale, e si trova ai piedi del Monte Kinabalu, la vetta più alta del Sud-Est asiatico (4.096 metri s.l.m.). La principale attrazione del parco è proprio la sua grande montagna. Salire fino alla cima non è particolarmente difficoltoso, ma per arrivare occorrono almeno due giorni: noi non avendo più il tempo necessario a disposizione, abbiamo deciso di prendere la macchina. Il livello inferiore della montagna copre la foresta pluviale, ed è dimora di molti animali. Fra gli alberi vi sono gli oranghi, sul fondo invece l'orso malese. Salendo al livello successivo, si incontra la foresta umida, dove si trovano alcune delle 1000 specie di orchidee del parco, oltre a uno schieramento notevolissimo di ficus, magnolie, muschi e piante carnivore.


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LA QUIDICESIMA BIENNALE DI VENEZIA

Di Sara Milan L'edizione di quest'anno si intitola “Reporting from the Front” ed è diretta da Alejandro Aravena e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta. La Mostra è costituita da un unico percorso espositivo dal Padiglione Centrale (Giardini) all'Arsenale, includendo 88 partecipanti provenienti da 37 paesi, di cui ben 33 architetti sono giovani under 40. Un parterre profondamente rinnovato, visto che 50 partecipanti espongono a Venezia per la prima volta. Gli storici Padiglioni e il centro storico di Venezia ospitano 65 Partecipazioni nazionali, 5 delle quali presenti per la prima volta: Filippine, Lituania, Nigeria, Seychelles e Yemen. L'immagine di copertina di “Reporting from the front” si contrappone a quella che fu adottata nell'ultima Biennale Arte. Okwui Enwezor per la cinquantaseiesima Esposizione Internazionale d'Arte scelse come simbolo di riferimento il molto famoso Angelus Novus di Paul Klee, come interpretato da Walter Benjamin: l'angelo alato che guarda indietro, spaventato, e vede solo il passato e, nel passato, rovine e tragedie, ma anche illuminazioni. Queste ultime potranno essergli utili un domani, nel futuro, verso il quale lo spingono occulte forze provvidenziali, come un vento che soffia sulle sue ali. L'immagine di copertina della 15° edizione rappresenta invece un'orizzonte desertico con una donna su una scala di alluminio. Alejandro Aravena ha ufficialmente spiegato che si riferisce ad un racconto di viaggio di Bruce Chatwin. Lo scrittore-viaggiatore ha avuto occasione di incontrare nel deserto la nota archeologa Maria Reiche durante lo studio delle linee di Nazca. La scale le serviva per cambiare la visuale e scorgere, dalla posizione più alta possibile, i solchi tra le pietre che formavano magnifici geoglifi. Quello che prima sembrava solo un deserto caoticamente pieno di pietre, si trasformava poi in insolito supporto per giganteschi uccelli, lucertole, alberi e fiori.


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Simbolicamente, quindi, avere Maria Reiche come immagine-guida è un invito a servirsi di tutti i mezzi possibili, seppur limitati, per cambiare punto di vista. Un auspicio a riuscire a scorgere, anche in un ambiente inospitale come il deserto, la bellezza e l'opportunità creativa. Rapportando il messaggio al campo dell'architettura, le difficoltà riscontrabili, la complessità delle sfide né la ristrettezza di mezzi devono essere espedienti per impedire la creatività, anzi, sostiene Aravena, devono essere vissute come opportunità di sperimentazione. “Reporting from the front” si propone, quindi, come la raccolta degli architetti e dei loro progetti nel mondo, “capaci di una prospettiva più ampia”. Secondo il curatore, la Biennale deve essere un contenitore di esempi di qualità, che possano dare risposte o suggerimenti ad altri in situazioni analoghe, siano quest'ultimi degli architetti o meno. La Biennale di Aravena vuole incidere più profondamente di quanto possa fare un accordo internazionale, siglato dai presidenti dei Grandi Stati: reali città costruite a basso impatto ambientale o con “il consenso sociale” da parte della comunità che poi la vive, sono infatti esempi più efficaci. “Cos'è una mostra di architettura? E cosa deve essere una Biennale di Architettura? Che cosa deve rappresentarsi qui?” Queste sono le domande guida che il presidente della Biennale Paolo Baratta e il curatore Alejandro Aravena si sono poste per la quindicesima edizione. Innanzitutto, sostiene Baratta, è importante non far sembrare la Mostra un sorta di rivista d'architettura, né tanto meno presentare gli artisti come degli artisti. E' importante, quindi, mettere in rilievo la funzionalità intrinseca nell'architettura, in quando scienza del costruire per abitare. Nella Biennale dell'Arte, di cui quella dell'Architettura è figlia, le opere sono infatti esposte effettivamente davanti agli occhi del visitatore; mentre, nella seconda, le opere sono altrove: sono costruite per essere vissute, abitate. Questa è la sostanziale differenza tra architetti ed artisti e ciò non è da sottovalurarsi per un efficace Mostra d'Architettura. Si ricerca, in ogni progetto esposto di riavvicinare l'architettura con la società civile e le sue reali necessità. E' stata infatti chiamata dalla politica, dalle istituzioni, dalle amministrazioni a dare una risposta, a trovare soluzioni concrete, non banali né autolesioniste. Per quest'edizione, si è cercata “l'architettura che fa la differenza”. Lo stesso Aravena spiega: «L'architettura si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo. Non è più complicato, né più semplice di così. Questi spazi comprendono case, scuole, uffici, negozi e aree


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commerciali in genere, musei, palazzi ed edifici istituzionali, fermate dell'autobus, stazioni della metropolitana, piazze, parchi, strade (alberate o no), marciapiedi, parcheggi e l'intera serie di programmi e parti che costituiscono il nostro ambiente costruito. La forma di questi luoghi, però, non è definita soltanto dalla tendenza estetica del momento o dal talento di un particolare architetto. Essi sono la conseguenza di regole, interessi, economie e politiche, o forse anche della mancanza di coordinamento, dell'indifferenza e della semplice casualità. Le forme che assumono possono migliorare o rovinare la vita delle persone. La difficoltà delle condizioni (insufficienza di mezzi, vincoli molto restrittivi, necessità di ogni tipo) è una costante minaccia a un risultato di qualità. Le forze in gioco non intervengono necessariamente a favore: l'avidità e la frenesia del capitale, o l'ottusità e il conservatorismo del sistema burocratico, tendono a produrre luoghi banali, mediocri, noiosi. Ancora molte battaglie devono essere dunque vinte per migliorare la qualità dell'ambiente costruito e, di conseguenza, quella della vita delle persone. Inoltre, il concetto di qualità della vita si estende dai bisogni fisici primari alle dimensioni più astratte della condizione umana. Ne consegue che migliorare la qualità dell'ambiente edificato è una sfida che va combattuta su molti fronti, dal garantire standard di vita pratici e concreti all'interpretare e realizzare desideri umani, dal rispettare il singolo individuo al prendersi cura del bene comune, dall'accogliere lo svolgimento delle attività quotidiane al favorire l'espansione delle frontiere della civilizzazione.» Interessante è prendere in esame la catena di decisioni che vengono prese dalle amministrazioni, dall'architetto coinvolto e non secondariamente dalla collettività. Una catena che inizia dalla percezione di un bisogno sociale; passa attraverso la presa di consapevolezza e la ricerca dell'opportunità adatta che possa quindi condurre alla realizzazione del progetto. La componente fondamentale è il fare leva su risorse mai considerate prima: il consenso sociale. L'architettura contemporanea come “sistema aperto” di interpretazione della condizione umana. Il progetto architettonico mette in ordine le necessità prioritarie e sintetizza tutte le informazioni, la collaborazione con la cittadinanza permette poi di lasciare aperto il progetto a conclusioni personalizzate a seconda delle esigenze specifiche di ognuno. Uno degli esempi concreti di questo nuovo concetto è la fondazione di una nuova città “Constituciòn” a seguito dello tsunami nel 2010 in Cile. Innanzitutto, si è deciso il “dove”. La delocalizzazione della città è una caratteristica fondamentale del progetto per l'accessibilità alle risorse. A seguito di questa importante decisione, si è aperta poi la discussione con la comunità al fine di far fronte alle concrete necessità. Il progetto residenziale Elemental ad Iquique in Cile, realizzato con 7.500 dollari per unità, può essere modificato dagli interventi di autocostruzione degli occupanti. La partecipazione delle famiglie è reale ed immediata nel progetto: dall'integrazione degli elementi d'arredo, all'assemblaggio di frammenti di vecchie case, fino ad interventi più complessi di ampliamento per le famiglie più numerose. L' housing sociale viene favorito attraverso la realizzazione di spazi collettivi comuni. La Biennale dell'Architettura presenta progetti di riqualificazioni anche in Venezia con “Reporting from Marghera and Other Waterfronts’’, curato dall'architetto Stefano Recalcati, per la rigenerazione dei porti industriali contribuendo a stimolare una riflessione sulla riconversione produttiva di Porto Marghera. La Quindicesima Biennale dell'Architettura, che ha aperto al pubblico a maggio, sarà visitabile fino a domenica 27 novembre.

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atmosfera e sapori Cucina del territorio rivisitata Specialità di carne e pesce Pane fatto in casa Preparazione a base di foie gras e tartufi in stagione Formaggi d’alpeggio con mostarde e confetture Ampia selezione di vini nazionali

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TERRAZZI DA SOGNO di Sara Rossi La tanto attesa estate è finalmente arrivata. La voglia di stare all'aperto, viva da settimane nei nostri cuori, si riaccende dopo aver vissuto un inverno rintanati nel calduccio della nostra casa e uscendo solo per lo stretto necessario. Torna in noi il desiderio di sentirsi più liberi, leggeri, di assaporare maggiormente la natura e i suoi piacevoli colori, sia che il nostro nido si trovi in campagna oppure in città. È giunto quindi il momento di usufruire dei propri spazi outdoor: balconi, terrazzi e giardini. Prendersi cura del proprio terrazzo significa ritagliarsi uno spazio dove potersi abbandonare ai sogni, inserendo membri fantasiosi che difficilmente si acquistano per l'arredo degli interni.


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Esso rappresenta lo spazio della casa che desideriamo vivere durante tutta la stagione estiva, specie nelle ore serali, quando la frescura invita a rilassarsi, magari ospitando amici e gustando una squisita cena all'aperto oppure sdraiandosi su di una comoda poltrona a leggere un bel libro, sorseggiando un bicchiere di vino. È bene procedere per gradi, attraverso uno studio metodologico, grazie al quale individuare la distribuzione degli spazi secondo i metri quadrati a disposizione e gli arredi da introdurre, decidendo tra fissi o a sistema pieghevole, più semplici da conservare e preservare dall'usura durante la stagione invernale. Per sfruttare questo spazio al meglio possibile, il primo passo è avvalersi di un buon sistema d'illuminazione e pertanto scegliere -e installare- corpi funzionali a generare la luce in terrazzo, oltre che a creare un'atmosfera suggestiva e avvolgente. Le soluzioni sono davvero tante e variano secondo il luogo d'installazione dei corpi luce e ciò che si vuole illuminare, l'effetto che si vuole generare e la funzione a cui deve servire. Arredare un terrazzo significa passare dai membri strutturali a quelli di entità più decorativa, dagli aspetti generali a

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grande scala alla cura del dettaglio, all'individuazione di oggetti che possano servire sia allo svolgimento delle funzioni prefissate sia ad abbellire e a personalizzare il proprio angolo di paradiso. Il mondo degli arredi da terrazzo è davvero ampio e si può scegliere tra innumerevoli accessori espandibili, ad esempio sedie pieghevoli, o si può preferire il fai da te, utilizzando bancali di legno e altri oggetti semplici da trasformare e colorare secondo il gusto e l'umore scelto. Si può poi immaginare d'inserire una poltrona a dondolo, un'amaca, tappeti da esterno, cuscini di dimensione maggiore per poggiarli direttamente su pavimento e creare con essi delle sedute dallo stile orientale. Fondamentale è la presenza di piante e fiori che, oltre a abbellire terrazzo, sono utili a generare maggiore frescura e a proteggere l'ambiente dagli sguardi indiscreti, per garantire maggior privacy. Il terrazzo è un valore aggiunto e prezioso alla propria abitazione, richiede qualche sforzo e sacrificio per arredarlo bene ma ripaga con momenti rilassanti grazie ai quali la mente può viaggiare di là dai sogni.

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ALLE FIJI UN PO’ PER CASO

Di Jan Dock / DHUHRGHOO $LU3ROLQHVLDQDUULYDDOOHD1DGLVXOODFRVWDRFFLGHQWDOH GL9LWL/HYXODSLJUDQGHWUDOHLVROH)LML&LUFDRUHGLPDFFKLQDFL VHSDUDQRGD6XYDODFDSLWDOHFKHqVLWXDWDD6XG(VWGHOO ,VROD͒ ͒ )LQ GDOO DHURSRUWRVRQRDEEDVWDQ]DHYLGHQWLDOFXQHGLIIHUHQ]HULVSHWWRDOOH &RRNDQFKHTXLO RULJLQHqYXOFDQLFDPDOH)LMLVRQRJUDQGLLVROHFRQ XQ DPELHQWH H XQ SDQRUDPD GLYHUVLILFDWL &L VRQR OD VSLDJJLD H OD EDUULHUDFRUDOOLQDPDFLVRQRDQFKHIRUHVWHGLSLQLIRUHVWHSOXYLDOL FDPSLGLULVRHGLFDQQDGD]XFFKHURRUWLGLUDGLFLIDEEULFKHHRIILFLQH H FRVu YLD 3L ULFFD GL GLYHUVLWj ULVSHWWR DOOH &RRN q DQFKH OD SRSROD]LRQHFLVRQRLQDWLYLPHODQHVLDQLHFLVRQRJOLLQGLDQLFKH RUPDLFRVWLWXLVFRQRSLGHOODPHWjGHOODSRSROD]LRQH͒͒/DVWUDGDSHU 6XYDDOSULQFLSLRSDVVDDWWUDYHUVRXQDJUDQGHTXDQWLWjGLDOEHUJKLH UHVRUWSRLFKpODPDJJLRUSDUWHGHJOLVWDELOLPHQWLWXULVWLFLVRQRLQWRUQR D1DGLSRLDWWUDYHUVDGHOOHFROOLQHFRSHUWHGDSLQLHSRLULGLVFHQGHLQ SLDQXUDLQPH]]RDFDPSLFROWLYDWLHYLOODJJL8QQXPHURLQFDOFRODELOH GL ILXPL H ILXPLFLDWWROL GDOOH FROOLQH H GDOOH PRQWDJQH GHOO LQWHUQR DOFXQHVXSHUDQRLPHWUL YDYHUVRLOPDUH$OODWRGHOODVWUDGDF q LOPDUHSLHQRGLSLFFROHLVROHSLRPHQRORQWDQH͒͒,OPDUHqXQWUDWWR HYLGHQWHDQFKHD6XYDPDQRQSHUIDUFLLOEDJQR/DEDLDGL6XYDq FRQVLGHUDWDXQRGHLSRUWLSLVLFXULGHOODUHJLRQHHLQIDWWLqSLHQDGL QDYLVRSUDWWXWWRJUDQGLSHVFKHUHFFLJLDSSRQHVLFRUHDQLHGL7DLZDQ /DFLWWjGDOO DOWUDSDUWHqVRSUDWWXWWRXQOXRJRGLDIIDULFLVRQRJOL XIILFL GHOOD SXEEOLFD DPPLQLVWUD]LRQH TXHOOL GHOOH RUJDQL]]D]LRQL LQWHUQD]LRQDOL TXHOOL GHOOH LPSUHVH ( QRQ F q PROWR DOWUR LO )LML 0XVHXP TXDOFKH FLQHPD H TXDOFKH FHQWUR FRPPHUFLDOH XQ SR  GL ULVWRUDQWLFLQHVLHLQGLDQLDOFXQLDOEHUJKLPROWLDEDVVRSUH]]RPD FRQVWDQGDUGDOWUHWWDQWREDVVL±HXQSDLRFRQVWDQGDUGLQWHUQD]LRQDOL


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FABIO BIANCO Di Lehila Laconi La memoria è un elemento di continuità da consegnare alla sguardo del futuro. Un filo da decifrare. Una proiezione che travalica la superficie del quadro. Ed è la luce alla base di ogni proiezione, di ogni disegno. Le tele di Fabio Bianco sono immagini purificate, idealizzate, proiettate nei sogni e divenute immaginarie, non prive di ludica vitalità. La favola sembra essere, uno dei nostri bisogni inconsci anche quando riteniamo d'essere razionali. La ricerca condotta da Bianco è tesa a mescolare invenzione e realtà, esperienza vissuta o inventata, sommata e fusa al fine di ricreare un palcoscenico visionario pieno di


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luoghi favolosi, elementi decifrabili e indecifrabili, figure concrete e pura apparizione. La scomposizione, il dinamismo, il cromatismo accecante, rimandano all'atteggiamento e al pensiero dei futuristi, se non fosse che le loro deformazioni dichiaravano guerra al sentimentalismo ma, in fondo, non al sentimento. Fatto è che l'esasperazione visiva abilmente dipinta dall'artista, con il suo personale contrasto cromatico, conquista una sua forza, una sua sincerità , compie una specie di miracolo: diventa piÚ umana. Le sue visioni o il suo sguardo, sempre rivolto all'interno di sontuosi

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palazzi reali o sognati, dove l'incanto e lo splendore confluiscono in superfici palpitanti, dissonanti, è pronto a dilatarsi, a esplodere alla conquista di un respiro vitale, insito in quegli spazi non del tutto svelati. Non vi sono figure umane nei suoi dipinti eppure è quel respiro che anche il nostro sguardo sembra avvertire. Un respiro incessante, di anime, di coloro che quei luoghi li abitano, senza neppur accorgersi di appartenere a un tempo in perenne metamorfosi.

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HOME MOVIES È vicino il giorno in cui i film di famiglia saranno apprezzati e collezionati come sublime arte popolare come le canzoni e i versi composti dalla gente, il tempo sta stendendo un velo di poesia su di essi. Jonas Mekas, 1972 Queste parole del regista lituano, noto per i suoi film sperimentali negli anni '60 e cofondatore nel 1970 dell'Anthology Film Archives a New York, sono un perfetto esergo per il lavoro dell'associazione culturale Home Movie, che è costituita da professionisti dell'audiovisivo e a cui si deve la fondazione e gestione, con il contributo di fondi pubblici, dell'Archivio Nazionale dei Film di Famiglia. L'immagine crea le impressioni più potenti, le più durature; attraverso di esse il passato sedimenta, si apre alle interpretazioni, continua a vivere negli occhi di chiunque le guardi, lascia trasparire informazioni preziose sulle storie fermate dalla pellicola e sulla Storia che le contiene, con una immediatezza e fedeltà che supera le possibilità di ogni altra forma di memoria archiviabile. Negli anni che vanno dai '20 agli '80 del secolo scorso, i filmini di famiglia hanno rappresentato un insostituibile strumento di documentazione per tracciare le coordinate di una società in evoluzione. La loro ragion d'essere era esclusivamente orientata alla visione e fruizione personale e alla costruzione di un'epica familiare, se così vogliamo definirla, da trasmettere ai posteri.


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Proprio quest'ultima istanza, la più nutritiva – se vogliamo- dell'intera catena, si è rivelata la più fragile da sostenere, per l'obiettiva difficoltà di conservare in un ambiente adeguato tali pellicole, e per l'inesorabile, progressiva mancanza di strumenti atti a visionarle, dovuta al continuo progresso tecnologico che lascia indietro velocemente tutto ciò che non è performante in base alle sempre nuove necessità. In Italia, il bisogno di preservare la memoria privata per scopi legati soprattutto allo studio della società e alla sua storia si è concentrato soprattutto sulla dimensione cartacea. L'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, infatti, raccoglie ormai da più di trent'anni gli scritti di gente comune in cui si riflette, in varie forme, la vita di tutti e la storia d'Italia, per mezzo di diari, epistolari, memorie autobiografiche, che vengono volontariamente inviati da tutto il territorio nazionale allo scopo di permetterne la catalogazione, conservazione e fruizione da parte di un pubblico specialistico e non. Sul fronte filmico, e con le stesse finalità, siamo partiti in ritardo rispetto ad altri paesi, ma ormai da quasi quindici anni, sotto i portici rossi del centro di Bologna sorge il già citato Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, allo scopo di raccogliere, restaurare, digitalizzare, catalogare e conservare queste pellicole familiari, in vista della consultazione delle copie da parte di studiosi, film maker o anche solo semplici curiosi. Per cinema di famiglia s'intende tutto ciò che è relativo all'autorappresentazione della famiglia e dei suoi riti: il formato più diffuso è sicuramente il Super 8, commercializzato nel 1965, ma esistono pellicole risalenti a periodi precedenti, utilizzate sempre a scopi privati, quindi il range di formati trattati si allarga considerevolmente. Dal classico 35 mm all'amatoriale 17,5 mm, dal 16 mm Kodak al 9,5 mm Pathé Baby all'8 mm, ogni pellicola viene raccolta, restaurata, copiata in un formato digitale e conservata

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in ambienti climatizzati, idonei a preservarne la qualità. Non è il formato a deciderne l'eventuale selezione, ma il suo contenuto. Sembra che nei primi anni Settanta una famiglia su dieci possedesse una cinepresa amatoriale, quindi è auspicabile che prendano la strada di questo archivio ancora tantissime ore di girato. Spesso le pellicole giacciono in soffitta o nelle cantine di case, parrocchie, associazioni ed edifici di vario genere: per preservare questo patrimonio di memoria collettiva basta contattare l'archivio e decidere se lasciare a loro l'originale (che da quel momento verrà conservato nel migliore dei modi) in cambio di una copia, immediatamente visionabile con gli strumenti digitali attualmente a disposizione, oppure riavere indietro l'originale dopo averne permesso la copia. Spesso il materiale viene utilizzato per mostre, performance artistiche, convegni e eventi, in Italia e all'estero, regalando loro nuova vita e nuovo senso. L'approccio contemporaneo alla memoria per immagini è completamente differente da quello vigente fino a una trentina d'anni fa: non si tratta più di un appannaggio elitario, né di un'azione da riservare a momenti più o meno memorabili. Tutti possono fermare qualsiasi momento per qualunque motivo: dal selfie in bagno alla prima pappa del bambino, dalla panoramica della tavola imbandita per noi al ristorante alla presa diretta di un attentato terroristico, ogni scatto è possibile. Non è detto, però, che ciò azzeri i problemi d'archiviazione, anzi. Ma questa è un'altra storia… Associazione Culturale Home Movies Via Sant'isaia 18. 40123 Bologna Tel/fax 051.24.67.35 info@homemovies.it

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LA STREET WAY MARCO PESARESI La rinomata città di Ravenna, da cui la rivista Panorama fa ripartire l'Italia, ha un progetto culturale di Street Way e a tale fine ha dedicato uno spazio, presso Palazzo Rasponi 2, al “poeta” dello scatto Marco Pesaresi, di origini riminesi ed ex studente dell'Istituto Europeo di design a Milano. Le immagini della rassegna in ricordo del lavoro di Pesaresi hanno illustrato momenti estremi -o intimi- nelle metropolitane dei più popolosi centri urbani del mondo: New York, Calcutta, Tokyo, Londra, Parigi, Madrid, Milano. Un bacio desueto e ambiguo di due persone non identificabili e colte in un istante in cui non è chiaro se si parla di una coppia etero o di altro connubio.


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Un ragazzo dalla capigliatura giallo canarino spiccava nella sala espositiva, assieme ad altra figurazione inquietante di un gorilla che scendeva da un treno, connotando la rassegna scelta nella esposizione ravennate. Marco, per Underground, percorse migliaia di chilometri, per mesi dentro le grandi città, avendo il dono di progettare e realizzare reportage grazie alla sua passione per la fotografia e l'avventura, così lui stesso ha dichiarato nel breve video, cornice dei fotogrammi proposti a Ravenna. Il professionista documentò difficili tematiche sociali come l'immigrazione, l'emarginazione, la vita notturna, ma anche l'anticonformismo diurno, la vita forse senza speranza di chi non ha più un tetto e dorme avvolto in un sacco in plastica nella metro, senza nessuna attenzione dei viandanti. Così, Pesaresi concepì Underground, pubblicato in Italia da Contrasto e negli USA da Aperture, un viaggio in dieci

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diverse città del mondo sulla vita e le varie attività nelle metropolitane. L'accoglienza della esposizione ravegnana è stata assegnata alle giovani stagiste del corso di laurea di Beni Culturali, che con cortesia, pazienza e cognizione di causa mi hanno accompagnato nel percorso di click d'arte proposti. L'ultima immagine: una scala che fa uscire da una metropolitana, un uomo in cima volta le spalle e può uscire dal “tunnel”, due palloncini in basso e sotto un foglio con i versi di Pesaresi che cantano, in una lirica malinconica, che si può venire fuori dalla underground; così si è concluso l'iter in omaggio del poeta della fotografia che calamita Ravenna in un girone intellettuale a tutto tondo, abbracciando con lo studio della Street Way, una visione internazionale di vita e realtà intellettuali, come la poesia e l' istantanea. Alessandra Maltoni Centro Servizi Culturali

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GIO PONTI Di Lolo Cisko Giovanni Ponti, detto Gio (Milano, 1891 – 1979), è da considerarsi uno dei maestri dell'architettura italiana, ed è stato anche designer e saggista, tra i più importanti ed originali del ventesimo secolo. Alle grandi opere architettoniche che portano la sua inconfondibile firma (penso al Pirellone di Milano, costruito tra il 1956 e il 1961), si affianca una vasta produzione nel settore dell'arredo, come testimoniano anche le sue tre abitazioni milanesi, completamente arredate “alla Ponti”: quella in via Randaccio nel 1925, Casa Laporte nel 1926 in via Brin e l'ultima, nel 1957, in via Dezza, “manifesto” del suo design domestico. Gio Ponti, promotore dell'industrial design italiano, propone la produzione in serie nell'arredo d'interni come soluzione “sofisticata”, economica, “democratica” e moderna. Si laurea in Architettura al Politecnico di Milano alla fine della prima guerra mondiale, cui partecipa in prima linea guadagnandosi alcune decorazioni sul campo. Nel 1921 sposa Giulia Vimercati, con la quale avrà quattro figli: Lisa, Giovanna, Letizia e Giulio. Nel 1927 apre lo studio a Milano con l'architetto Emilio Lancia. Dagli inizi degli anni Venti fino al 1938 collabora con la Manifattura Richard-Ginori, rinnovandone la produzione e realizzando pezzi iconici ed innovativi. Nel 1928 fonda con Gianni Mazzocchi la rivista Domus, altro suo grande merito: un'eredità straordinaria giunta sino a noi. Nel 1933 assume la direzione artistica di Fontana Arte, nota azienda di illuminazione, un altro successo dopo quello ottenuto con Richard-Ginori.


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Negli anni Trenta partecipa alle Triennali di Milano e ne cura alcune edizioni di successo. Dal 1936 fino al 1961 è docente del Politecnico di Milano e nel 1933 si associa con Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini, fino al 1945. Da questo sodalizio nascono importanti progetti, tra cui il Palazzo Montecatini a Milano del 1936-1938, in cui Ponti realizza la “progettazione integrale” dell'edificio e degli interni. Altre opere del periodo sono architetture civili, tra cui la Torre Littoria a Milano del 1933, edifici scolastici come la Scuola di Matematica alla Città Universitaria di Roma del 1934 e la Facoltà di Lettere e il Rettorato dell'Università di Padova del 1937, e residenziali come Casa Marmont del 1934 e le “Domus” del 1931-1936 a Milano. Nel 1941, abbandonata la direzione di Domus, fonda la rivista Stile. Nel 1952 nasce lo Studio Ponti-Fornaroli-Rosselli e nel 1954 è cofondatore, accanto ad Alberto Rosselli, della rivista Stile Industria. Negli anni Cinquanta, Ponti conosce “una nuova giovinezza” creativa. Ne sono testimonianza il secondo Palazzo Montecatini (1951), gli arredi del transatlantico “Andrea Doria” (1952), gli interni e la piscina dell'Hotel Royal di Napoli (1953), l'Istituto Italiano di Cultura a Stoccolma (1954), le ville a Caracas, Villa Planchart (1955) e Villa Areazza (1956), e a Teheran, Villa Nemazee (1960). È del 1956 il suo capolavoro: il Grattacielo Pirelli di Milano. Negli anni Sessanta si sposta in Oriente dove realizza gli edifici ministeriali di Islamabad in Pakistan (1964) e la facciata dei grandi magazzini Shui-Hing a Hong Kong (1963). Sempre di questi anni sono l'Hotel Parco dei Principi di Sorrento (1960) e di Roma (1964) e la chiesa di San Francesco (1964) e di San Carlo Borromeo (1966) a Milano. Negli anni Settanta, a ottant'anni, Gio Ponti realizza ancora architetture importanti, come la Concattedrale di Taranto (1970) e il Museo di Denver (1971), e arredi, come “la poltrona di poco sedile Gabriela” del 1971.

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HOUSE BEACH Se si conduce una vita frenetica,ogni tanto è essenziale fuggire dal caos della città. Anche le vacanze, tuttavia, possono costituire un forte stress, specialmente quelle trascorse in destinazioni sconosciute, che si rivelano inferiori alle aspettative. Una soluzione è mettere radici, nel weekend o durante l'estate, in una casa di vacanze posta in una zona che si ama o si conosce alla perfezione. Questo tipo di dimora non è un fenomeno recente. Ma, mentre prima la seconda casa rappresentava un privilegio di pochi, attualmente un numero sempre crescente di persone la trova una maniera pratica ed economicamente accessibile di rilassarsi. Soprattutto per i giovani professionisti, la casa delle vacanze è il luogo in cui si vive davvero, contrariamente agli appartamenti in città, che sono il mero quartier generale' della settimana lavorativa. Alcuni, addirittura, riescono a gestire la frenesia della vita cittadina solo a patto di lasciarsela alle spalle ogni weekend per rifugiarsi in luoghi più sani e tranquilli. Se le case per la vacanze funzionano come valvola di sfogo, possono anche insegnarci a vivere quotidianamente in maniera meno complessa.


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Dove l'arredamento e la comodità sono semplici e elementari,dove le cose superflue non hanno la possibilità di accumularsi e c'è un contatto maggiore con i piaceri semplici offerti da una località rurale, di montagna o di mare , esiste la possibilità di ristabilire le vere priorità. Se la casa delle vacanze è il posto in cui si vive davvero se stessi, perché non rivalutare il modo in cui si vive tutto l'anno? Come possono confermare gli agenti immobiliari, l'emozione gioca un ruolo importante nella decisione di acquistare un immobile; quando si tratta di case vacanze, poi le persone sono ancora più sensibili e danno ascolto al loro istinto . Per quanto si possa essere colpiti da un luogo o una abitazione in particolare, occorre riflettere a lungo e soppesare bene i pro e i contro prima di procedere all'acquisto. La distanza è un fattore chiave; va valutata non solo in chilometri, ma anche in termini di facilità di spostamento. Se si intende usare una casa di vacanze in ogni occasione, preferibilmente tutti i weekend, raggiungerla non deve essere un'impresa estenuante. Quando si è costretti a guidare per ore nel traffico autostradale, qualsiasi beneficio offerto da una fuga dalla routine quotidiana diventa, al confronto, irrisorio.

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I treni ad alta velocità e i voli low-budget rendono le zone lontane sempre più accessibili; può essere più veloce, economico e meno stressante, per esempio, raggiungere una casa di vacanze in una località effettivamente remota, ma ben servita.. Può sembrare ovvio, ma è fondamentale avere la certezza di amare il posto prescelto tanto da provare un desiderio, anche in un futuro più lontano, di trascorrervi gran parte del tempo libero. Un luogo da visitare di quando in quando in un particolare parte del mondo è una cosa; uno che si trova nel proprio paese rischia di perdere velocemente il suo fascino. Se avete trascorso una splendida vacanza in una località idilliaca e accarezzate l'idea di passarvi tutte le estati, è bene che facciate prima qualche ricerca. Com'è fuori stagione o quando il tempo non è bello? Se siete attratti dall'idea di una casa di vacanza all'estero, quanto conoscete la lingua e quanto siete abituati ai costumi e al cibo locali? Qual è l'atteggiamento della comunità locale nei confronti dei visitatori? Altre persone della famiglia condividono le stesse preferenze? La zona offre attrattive per le giornate in cui il tempo è brutto? E se progettate di finanziare l'acquisto della seconda casa, affittandola per parte del tempo, la località è frequentata da turisti? Quando si tratta

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di scegliere l'abitazione vera e propria, piuttosto che la località, entrano in gioco questioni di dimensioni e fattibilità, come qualunque studente può testimoniare del prezzo di un monolocale in un'area urbana ad alta densità. Ma i capricci del mercato non dovrebbero indurre all'acquisto di una casa di vacanze più grande di quanto effettivamente sia necessario, o che richieda una manutenzione maggiore di quella che si è in grado di garantire. E' vero anche il contrario. Molte persone che non prenderebbero in considerazione l'idea di farsi carico di un immobile con ovvi problemi strutturali, presentano una sorta di miope ottimismo quando si tratta di comprare una casa di vacanze, specie se il prezzo è vantaggioso. Se si acquista un rudere, bisogna essere realistici riguardo a tempo, denaro e sforzo necessari per rimetterlo in sesto. Gestire un esteso programma di lavori è abbastanza complicato; se non si capisce la lingua, non si ricevono buoni consigli circa le imprese di costruzione o non si conoscono leggi e regolamenti locali, c'è il rischio di incappare in spiacevoli sorprese.

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di Lehila Laconi Dopo avere attratto milioni di visitatori in varie capitali d'Europa, America e Australia, la mostra "David Bowie Is", dedicata al poliedrico artista inglese, scomparso lo scorso 10 gennaio, sbarca a Bologna e fino al 13 novembre sarà visitabile negli spazi del Mambo, il museo di arte contemporanea della città, situato in Via Don Giovanni Minzoni, 14. Nata nel 2013, presso il Victoria and Albert Museum di Londra, la mostra raccoglie oltre trecento oggetti dell'archivio personale dell'artista che, contrario ad ogni biografia, ha invece autorizzato quella che poi sarebbe diventata la sua "autobiografia per immagini". L'esposizione è divisa in tre sezioni (il primo periodo, gli anni della creatività e quello dei concerti live), ripercorrendo la carriera di un artista che ha legato la musica alle arti visive, la scrittura al cinema. In un percorso tra oggetti e installazioni, si potranno ammirare vestiti, fotografie, cover di album, disegni e estratti da video dei concerti. La mostra, che nella sola Londra è stata vista da oltre 1,4 milioni visitatori,


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Floor Show (1973), ritagli di stampa e materiale che evidenziano le trasformazioni stilistiche di Bowie e la sua influenza sulla mobilità sociale e l’emancipazione gay. La terza sezione, delle stesse dimensioni delle precedenti, immerge il pubblico nello spettacolare mondo dei grandi concerti live di Bowie. In quest’ultima parte, le presentazioni audio e video di grandi dimensioni sono accoppiate all’esposizione di diversi costumi di scena e materiali originali dell’artista. Uno spazio audio-visivo che sommerge il visitatore e presenta alcuni dei video più ambiziosi di Bowie tra cui ‘DJ’ (1979) e ‘The Hearts Filthy Lesson’ (1995) o le immagini scoperte di recente di Bowie che esegue Jean Genie a Top of the Pops del 1973. La mostra si conclude con una serie di fotografie, realizzate da fotografi del calibro di Helmut Newton, Herb Ritts e John Rowlands. I ritratti si affiancano a un collage di proiezioni che illustrano l’immensa influenza creativa del Duca Bianco, e la sua diffusa presenza nella musica, nella moda, negli effetti visivi contemporanei e nella cultura virtuale. Questo format espositivo consente al visitatore di apprezzare tutta l’energia teatrale e performativa di Bowie in una modalità aperta e senza alcuna limitazione. La mostra David Bowie Is è organizzata in esclusiva per l’Italia da BPM Concerti.


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EDIZIONE EMILIA ROMAGNA

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