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LAVORO DI RICERCA DI PIA ROSA DELL’ ACQUA

CICLO DELLA VITA UMANA GIOVINEZZA Il divertimento più comune era il " bàl poblich ". Era come un capannone di circo equestre con il pavimento in legno, lo steccato in legno, una grossa pedana al centro, dove veniva portato l'organo ( al vertícàl ), il tutto coperto da un grande tendone. La gente si metteva a guardare dall'esterno; chi invece aveva intenzione di ballare entrava con il suo cavaliere, pagava una quota fissata per tre balli. Allo scadere dei terzo ballo, un incaricato passava una corda fissata al centro, gridando " a la cò ", girando tutt'intorno nella larghezza della piattaforma. Dopo una sosta di pochi minuti, si ricominciava da capo fino alla mezzanotte. A quel tempo pochi portavano le scarpe, molti gli zoccoli, ma, poiché con questi non si poteva ballare bene, venivano lasciati all'esterno e si ballava con le sole calze. Qualche mattacchione, poi, rubava gli zoccoli alle ragazze obbligandole ad andare a casa a piedi scalzi.

LA CONSEGNA Questa usanza sussisteva ancora nel nostro paese quando in altri era già caduta in disuso. Sicuramente noi l'abbiamo conservata fino agli anni '50. I giovani di leva dal primo dell'anno all' Epifania, organizzavano la festa per la consegna. I maschi dovevano cercarsi la ballerina. Come segni distintivi avevano un foulard sul quale era ricamata la classe ( l'anno di nascita ) e una bandiera molto grande. Cercavano una sala per le feste e per 6 giorni ( negli ultimi anni un po' meno) si divertivano con i festini. Alla domenica mattina si recavano alla Prima Messa (ore 6 ), mezzi addormentati, ma tutti presenti. CORTEGGIAMENTO - FIDANZAMENTO Quando un ragazzo era innamorato di qualche ragazza, si confidava prima con la madre pregandola di parlarne al padre, onde avere il permesso di sposare la sua amata. Altrettanto faceva la fidanzata. Mai uscivano da soli, prima di essere fidanzata ufficialmente e solo qualche furtivo bacio era permesso. Se i parenti erano d'accordo e davano il loro consenso, il promesso sposo poteva fare visita di sera a casa della innamorata i giorni di martedì, giovedì, sabato e domenica. Quando decidevano di sposarsi (e bisogna dire che i fidanzamenti duravano molto poco ) stabilivano la data dei matrimonio e, con padrino e madrina andavano alla casa parrocchiale e in municipio per " scrivas ", cioè fare la denuncia per le pubblicazioni. Dal giorno successivo alla promessa i due fidanzati andavano a far visita ai loro parenti portando i confetti che dovevano essere in numero dispari, di solito tre. Quando si offrivano i confetti ad una persona non ancora sposata, questa soleva dire: " A buon rendere ". Naturalmente il più delle volte erano costretti a bere il " cichiten " ( il bicchierino ), che era sempre o vermuth o marsala. Alla fine del giro i futuri sposi erano frastornati e… mezzi ubriachi.


Altre volte i matrimoni erano combinati dalle due famiglie e la ragazza, volente o nolente era costretta a sposare chi le era designato dalla famiglia. Ma difficilmente, anche se non amava il marito, sfalcava. Rimaneva sempre una moglie e una madre onesta ed esemplare. Spesso il matrimonio era combinato dal sensale " malusè ". Vi erano giovani che avevano qualche simpatia, ma non potevano dimostrarla. Allora subentrava il malusè, persona che se ne incaricava come se fosse un fatto commerciale. Facendo finta di niente avvicinava il giovane o la giovane, dicendo a ciascuno dei due che conosceva un giovane " cal va própi bèn par té, l'è brav, l'è siúr....... ecc." Tra una parola e l'altra riusciva a preparare il confronto: questo avveniva sempre di domenica. La ragazza usciva dalla Messa accompagnata da qualche amica e, con lo sguardo cercava il malusè che era accompagnato dal giovane. I due si guardavano a distanza, quasi fuggevolmente, si arrivava spesso al mutuo consenso e, dopo laboriose trattative di offerte e richieste ( dote ), si arrivava alle nozze. Il malusè, naturalmente invitato a pranzo, veniva ricompensato con una camicia di seta pura. Quando il fidanzate era geloso della sua " murusa "gli amici di lui portavano le " persiane " (gelosie) delle sue finestre nella roggia: questo si chiamava ingilusiada e provocava l'ira dei giovane. Se il matrimonio andava " a monte " qualcuno si prendeva la briga di tracciare, notte tempo, un sentiero di lolla di riso che andava dalla casa del giovane che aveva cambiato parere a quella della sfortunata. Questo era detto l'imbúlàda. La dote (la schirpa) ~ Ogni ragazza doveva avere la dote più o meno ricca. Oltre al " lèt ad pióma " facevano parte della dote coperte, lenzuola, federe, biancheria intima, tutta ornata di pizzi a mano, vestiti, grembiuli. calze ecc. Quando si doveva trasportare la dote della fidanzata a casa del promesso sposo, questa veniva portata con un carretto; sulla testa del cavallo che lo trainava veniva legato un ramo " ad martè " (bosso) e il conducente aveva un fazzoletto rosso al collo. Per l'acquisto delle coperte, vestiti, ecc si recavano padre, madre e figlia dal mercante, dal mattino presto alla sera tardi mangiando a mezzogiorno pane e salame offerto dal venditore. Se la sposa era ricca portava anche la cassapanca di noce; per le spose meno abbienti bastavano dei bauli. Sulla lista della dote si mettevano anche i gioielli che la sposa portava con sé. LE NOZZE Quando due famiglie erano d'accordo per il matrimonio dei due figli si consultavano per le spese da sostenere. Lo sposo era tenuto a comperare i mobili per la camera da letto (la stansa)e per la cucina. Di sale da pranzo in quel momento ce n'erano poche e coloro che l'acquistavano le pagavano a metà. La sposa doveva portare la dote commisurata alle proprie condizioni famigliari. La biancheria veniva preparata prima; le famiglie che avevano in casa delle ragazze tutti gli anni acquistavano o filavano pezze di tela grezza. Dopo averle rese bianche, in inverno le ricamavano. Oltre alla dote, se la sposa andava in famiglia, a vivere con i genitori dello sposo, e di solito accadeva così, doveva comperare anche il regalo prima per il " malusè ", poi per i genitori e fratelli dello sposo. Generalmente per il suocero era una camicia di cotone o lana, a seconda della stagione; per la suocera un abito nero e per i cognati e cognate camicia o cravatta o grembiule. La suocera, invece, regalava alla nuora una catena simil oro lunga. Le nozze avvenivano al mattino presto. Prima dei Patti Lateranensi venivano celebrate le nozze di 4 o 5 coppie per volta. L'abito della sposa non era bianco; di solito era blu o marrone; quello dello sposo, invece, era nero. Al collo il futuro marito portava una sciarpetta bianca. Finita la cerimonia religiosa, pochissimi andavano in viaggio di nozze (una delle mete più


lontane era Genova). Il pranzo nuziale era consumato in casa dello sposo ed era preparato da delle donne che avevano le mansioni di cucinarlo e di servirlo. Quando due sposi novelli bisticciavano in modo manifesto, si suonava la " ciambra " con i coperchi delle pentole NASCITA Appena sposata la donna pensava alla maternità e tutti sappiamo che non si accontentava di un solo figlio. Le famiglie di una volta erano stupende: ogni età era presente e tutti i componenti contribuivano ad arricchire, in senso morale naturalmente, la famiglia: i vecchi con l'esperienza, i bimbi con la gioiosa spensieratezza, gli adulti con il vigore, la forza, l'attività. Quando una donna era gravida doveva usare molte avvertenze prima del parto. Quando desiderava qualche cibo particolare (voglie) non bisognava lasciarglielo mancare, altrimenti, si diceva, il bambino nasceva con delle macchie rosse, appunto chiamate " voglie ". Perché il bambino nascesse sano la futura madre non doveva passare sotto una scala né portare grembiuli allacciati in vita o avere abiti con nodi perché il cordone ombelicale non si attorcigliasse attorno al collo del bambino. Dalla forma poi del ventre si capiva il sesso del nascituro: se il ventre si presentava piatto era una femmina, se il ventre era più sporgente era un maschio. Il parto avveniva in casa, dove la levatrice si districava tra pentole di acqua bollente e pezze bianche e profumate di tela. Con la nascita di un bambino, la mamma era obbligata per otto giorni a stare a letto; si diceva " a quà i ov a dla púplón assistita più dalla suocera che dalla madre. Per otto giorni consecutivi, veniva nutrita con latte e panada( pancotto ). Alzatasi, non poteva uscire se prima non avesse " alvà al part (levare il parto ), cioè recarsi in chiesa per la purificazione. Accompagnata da un famigliare, coperto il capo con un velo e con una "micáta " panino in tasca senza rivolgere né un saluto né una parola a nessuno per tutto il tragitto, si recava in chiesa. Qui si inginocchiava davanti all'altare della Madonna, pregando in attesa dei prete; costui si presentava con un cero e pronunciava la preghiera della purificazione. Durante il ritorno a casa, poi, poteva parlare e salutare tutti e, una volta a casa, mangiava il panino benedetto. Il bambino però, non poteva uscire di casa fin dopo il battesimo, che, generalmente, avveniva nei primi giorni della nascita. Lo portava in chiesa la levatrice (cumà)che l'aveva fatto nascere, seguito dal padre, dai padrini e dai parenti. Se era inverno, era necessario scaldare l'acqua per battezzarlo.Il puerperio durava 40 giorni; la madre per questo tempo si considerava convalescente: mangiava panada, pantrìd, sopa, beveva buon vino e spremute d'arancio per « far venire » il latte. Dopo il quarantesimo giorno la suocera la obbligava all'astinenza ancora per qualche tempo per ringraziare la Madonna. Quando una donna allattava, si premurava di strofinare un fazzoletto su un' immagine della Madonna chiamata appunto Madòna dal lat (sul lato destro, tra l'altare, della Madonna di Lourdes e l'altare dei Defunti nella Chiesa Parrocchiale. A casa, poi, le donne lo mettevano sul seno per avere abbondanza di latte. LA MATURITA’ Per quanto riguarda gli adulti, lavoravano nei campi ininterrottamente fino a sera tarda in estate, mentre in inverno si dedicavano a lavori utili per la casa, quali spaccare la legna,


uccidere il maiale, ec. Gli uomini uscivano la domenica sera per la " brésca (briscola) e solo alla festa dei paese tutta la famiglia si recava all'osteria a mangiare la trippa.

LA MORTE Quando una persona moriva, le campane ne davano l'annuncio ( e ne danno tuttora) con 9 rintocchi per una donna e 15 rintocchi per un uomo. Mai si celebrava un funerale al venerdì. La salma veniva esposta in una stanza della casa, tutti andavano a farle visita, ma, dopo le nove di sera, le donne andavano via e la veglia funebre era proseguita dagli uomini. La sera dei decesso si usava recitare il rosario completo con le litanie e con le preghiere dei defunti. Il lutto veniva così rispettato: - per i genitori o il consorte 2 anni ( 1 anno e mezzo nero e 6 mesi di mezzo lutto). - per i figli 1 anno - per i fratelli e le sorelle 1 anno (6 mesi di mezzo lutto) - per i suoceri e cognati 9 mesi - per i nonni e gli zii 6 mesi - per i cugini di primo grado 3 mesi Non per nulla le donne erano quasi sempre vestite di nero; gli uomini portavano oltre alla cravatta anche una fascia nera sulla manica sinistra della giacca. Anche i fazzoletti da naso si usavano neri, e fino alla fine del lutto, bianchi listati di nero. Per il funerale, prima che la bara uscisse dalla casa, gli accompagnatori delle tre confraternite solevano cantare il De profundis e il Miserere. Questo si ripeteva al cimitero prima dell'inumazione.

Funerali e confraternite Quando vi è un funerale si forma il corteo dei confratelli che accompagnano il defunto al Cimitero. Gli ultimi due posti sono occupati a destra dal Priore, a sinistra dal Vicepriore; davanti al Priore c'è il Decano ( il più vecchio di anzianità di priorato, non di età). Davanti al Vicepriore vi è il maestro dei novizi. Ancora più davanti ci sono gli ultimi entrati. I confratelli si fermano all'entrata del Cimitero. Quando c'è l'accompagnamento delle Confraternite le campane suonano a mezzogiorno del giorno del funerale e un quarto d'ora prima del funerale. Funerale del grande Ufficiale Dal momento dell'avviso (agonia) le campane suonano ogni due ore. La porta della Chiesa è parata in segno di lutto. Quando la bara entra nel Cimitero i Confratelli lo accompagnano fino alla tomba. Dopo la sepoltura i Confratelli entrano in Chiesa e il decano intona il De Profundis. All'Ufficiale spetta per diritto il primo ufficio funebre della Confraternita. Dopo l'Ufficio si celebra la Messa da morto e si canta il Dies irae. Posizioni del Coro. La poltrona più alta è riservata al Priore, a destra il vice-priore (non ancora novizio ufficiale); a sinistra il maestro dei novizi ( il priore scaduto). Il maestro dei cantori conosce tutti i toni dell'Ufficio, che sono 8.


Il cancelliere, equivalente al segretario, redige i verbali. Il tesoriere custodisce ed amministra i soldi; il prefetto di sacrestia prepara e cura l'aspetto liturgico. Un tempo c'era anche il camerlengo. Tuttora c'è il cappellano. -In tutte e tre le confraternite la "capa" si indossa solo il giovedì santo fino al giorno della Festa patronale. Si indossa, però, sempre, quando muore un ufficiale. Per ogni funzione le campane non suonano mai prima di quelle della parrocchia L' "agonia" suonata per la morte di un defunto nella Confraternita è uguale sia per un uomo o una donna.

LAVORI LE COLTURE Nelle nostre campagne predominava l'aratorio semplice, con la coltura del frumento, del mais, della segale, del miglio. Nelle terre favorite dall'acqua si coltivavano sempre i cereali, ma acquistava particolare preminenza il riso.Erano impiegati dei lavoratori stagionali, che immigravano dalle regioni vicine (di solito Veneto ed Emilia) per le operazioni di " monda " ( per questo le donne erano chiamate mondine). Accanto a questi prodotti stavano poi le colture arboree, delimitanti i campi: gelsi, olmi e altri alberi. Il prato poteva essere stabile, cioè mantenuto per numerosi anni; a vicenda, se veniva rotto dopo due o tre anni per coltivare mais o frumento; a marcita, quando sulla superficie scorreva ininterrottamente un leggero strato di acqua per proteggere dal gelo e consentire la produzione di fieno invernale. La gelsicoltura aveva un posto d'onore a Gambolò: la stretta relazione tra la coltura del gelso e l'allevamento del baco determinerà la scomparsa di questa coltura legnosa in concomitanza con la decadenza dell'industria della seta IL LAVORO NEI CAMPI L'aratro e l'erpice servivano per rompere, sminuzzare le zolle e ripulire il terreno dalle erbacce. La zappa era usata per rincalzare il granoturco: scalzare e rincalzare erano lavori durissimi e faticosi. L'aratro era lo strumento maggiormente usato. Si componeva di quattro elementi fondamentali: il timone (o bure) a cui erano aggiogati gli animali; il coltro che praticava un taglio verticale, il vomere che taglia orizzontalmente, l'orecchio che solleva e rovescia le zolle. Inizialmente l'aratro era di legno con le estremità del vomere e del coltro rafforzate in ferro. La " siloría " presentava una montatura in legno, semplice e molto robusta; l'orecchio era in ghisa, il vomere e il coltro in ferro. Infine all'inizio dei Novecento erano impiegati aratri completamente in ferro di provenienza straniera. La semina era eseguita con la tradizionale tecnica dello spargimento a mano e la sua riuscita dipendeva dall'esperienza del seminatore. Costui camminava con passo uguale, cadenzato e gettava le sementi ogni due passi. La mietitura era effettuata con la falce messoria (amsura) o con una piccola falce. Così si divideva il lavoro: gli uni falciavano le messi, altri le legavano in covoni e altri ancora li ammucchiavano. Il raccolto era caricato su dei carri prima di legno, poi con le ruote di ferro,


carri usati anche per il trasporto dei concime o letame. La trebbiatura era l'operazione richiesta per separare i chicchi dalla paglia. Qualche volta si usava far correre sulle spighe un rullo scanalato " burlon”. Per separare i chicchi dalla pula si usava il vaglio (vàl), un setaccio di vimini. Per quanto riguardava il riso, così avveniva la coltura. Si copriva un vivaio arato con acqua, si " pestava " (cioè, dopo averlo spianato, si formava una patina che non permetteva l'assorbimento) In esso si piantavano, una vicino all'altra, delle piantine che poi venivano " rancà ", estirpate a mazzetti. Questi venivano caricati sul carretto e infine trapiantate dalle mondine. Una mondina svelta ed esperta era in grado di fare una pertica al giorno. Queste venivano messe a mazzette a distanza di 6 o 7 cm. tra loro. Spesso il riso " prendeva la malattia " ingiallendo. Prima che le pianticelle verdi di riso avessero la spiga si faceva la " munda ", cioè si ripulivano dalle erbacce ( pàbi ) strappandole a mano. Era un lavoro faticosissimo, svolto sotto il sole cocente, con i piedi nell'acqua non certo limpida e fresca, che aveva altri ospiti, quali le bisce, granchi (tnaion), rane ecc. Per questo è nato il famoso detto " Va a munda rìs! Quando era maturo lo tagliavano con "l'amsura ". Lo lasciavano essicare, poi lo legavano e facevano la " cová e lo driciavan in pè par fli súgà bèn ". Poi lo portavano a casa e facevano il maragnó, cioè pigne quadrate di covoni ben disposti ( anche 1 0 metri ). Quando c'era un bel sole, allargavano bene il riso nell'aia (ad gráia = creta ), lo battevano con le verghe per distaccarlo dalla paglia. Lo voltavano e con i piedi, da nord verso sud, da est verso ovest, (fà i scafin), e con íl voltarís, ( strumento agricolo di legno ). Infine usavano il " palòt " per palà "il riso; cioè lanciavano il riso a spaglio, in modo che i chicchi si separassero dalla pula più leggera. LE CASCINE Non mi dilungo certo su questo argomento che, da solo, richiederebbe un libro. La costruzione era lunga spesso più di 1 00 metri, disposta con continuità o non intorno al cortile. In essa si possono distinguere: la casa del fittabile, le abitazioni ( molto meno belle ) dei salariati, i granai, le cantine, le stalle e locali per deporre gli attrezzi. Per quanto riguarda i fienili essi hanno artistiche graticciate di mattoni sfalsati. Inoltre vicino ai porcili, erano sistemati anche la casera e, a volte, il forno per fare il pane. In mezzo c'era la " curt "un ampio cortile dove erano lasciati liberi galline, galli, tacchini, anatre, ecc. In un angolo c'è pure la letamaia, " rúdèra ", presente anche nei nostri cortili di paese fino a pochi anni fa.

LA STALLA Poco più di mezzo secolo fa la stalla, normalmente usata come ricovero per il bestiame, fungeva anche da soggiorno umano per alcuni mesi dell'anno. D'inverno, al tepore della stalla, si radunavano diverse famiglie di contadini. Gli uomini giocavano a carte o discutevano dei lavori campestri, i ragazzi si trastullavano nella paglia che serviva da lettiera; le ragazze preparavano il corredo da sposa; le nonne filavano il lino o la canapa e, con un piede facevano dondolare la culla dei più piccini. La stalla era per il caldo umido anche il luogo per la cura delle forme bronchiali. La sera di S. Antonio Abate ( 17 gennaio ) non si filava perché si sarebbe corso il rischio di torcere, con il filo della canapa, anche la barba dei Santo, protettore degli animali.


MET A MOI-1 LA CANVA E AL LIN La lavorazione tradizionale si svolgeva così: nelle campagne esistevano grandi pozze d'acqua, i " guá ", dove si metteva per lungo tempo il lino o la canapa al macero a moí-i'). Poi lo si tirava fuori e lo si portava a casa. Le donne fino a tarda sera lo pestavano per staccare la parte legnosa. Le operazioni principali per ottenere la fibra consistevano nel " GRAMULA' " il lino o la canapa, cioè pettinare con una " gràmula " coi denti di ferro e quindi nello " SPATULA' ", cioè batterli con una spatola di legno, operazioni svolte anch'esse dalle donne. I lunghi fili venivano filati in inverno nelle stalle con rocca e fuso. LA BACHICOLTURA L'industria rurale della bachicoltura, un tempo assai fiorente, è andata decadendo dopo il 1930 ed ora è del tutto scomparsa. Il filugello, nel giro di tre o quattro settimane, si costruiva una casetta formata da un filo di bava, non interrotto, lungo più di un Km. Nei nostri campi ora non si vedono più i suggestivi filari di gelsi le cui foglie sono l'unico alimento dei bachi da seta. Le massaie gambolesi, che poco più di 80 anni fa si dedicavano alla bachicoltura, partecipavano in massa alla processione del 25 aprile ( Festa di S. Marco ) recando in seno una scatoletta contenente il " seme dei bachi " ( ovetti ). Giunte in chiesa deponevano sulla balaustra il prezioso scrigno perché fosse benedetto e, ritornate a casa, mettevano la scatola tra le piume dei materasso, che fungeva da incubatrice. Era credenza assai diffusa che la presenza del biancospino benedetto nelle bigattiere fosse il mezzo più idoneo per prevenire e combattere le malattie del baco da seta; motivo per cui nei tre giorni in cui avevano luogo le rogazioni propiziatrici per l'agricoltura, le siepi di biancospino venivano premiate con una lira d'argento da mettere nel salvadanaio, più cinque centesimi (un soldino) per comperare un gelato. Verso il giorno di S. Giorgio si usava dunque mettere in incubazione la semente del baco da seta. In un sacchetto bucherellato si disponeva la semente e la si faceva maturare in un posto tiepido, generalmente sotto il piumino del letto. Intanto in una stanza si preparava il " barch ", cioè le stuoie, quattro o cinque, a seconda della quantità della semente, una sopra l'altra come uno scaffale. Si copriva una stuoia con le foglie di gelso finemente tritate ( "al bòsch") e su di esso si mettevano i bachi maturati, aggiungendo nella giornata due o tre volte foglie di gelso tritate. Man mano che i giorni passavano (generalmente 8 o 1 0) il baco faceva la prima levata, cioè per un giorno non mangiava, stava fermo e in questo giorno si faceva la scelta del baco buono, togliendo lo scarto. Questo avveniva per quattro volte prima dell'imboschimento. La foglia del gelso non veniva più tritata, ma tolta completa dal ramo," sfuiá, " e data in cibo tre o quattro volte al giorno. Nell'ultima levata il baco è diventato quasi trasparente, segno di maturazione. Allora si faceva l'imboschimento, cioè tra una stuoia e l'altra, alla distanza di mezzo metro, si mettevano i rami secchi di ravizza (ravison )di arachidi (ràcul e anche di rami di gelso con le foglie. Si toglievano i bachi morti ("marson"), si lasciavano quelli sani, i quali lentamente salivano sugli sterpi, si annidavano e pian piano formavano la " galáta ", cioè il bozzolo. Il raccolto veniva fatto generalmente verso la fine di giugno. SBIANCHI’ LA TÍLA Si usava una volta candeggiare la tela al naturale, cioè al prato. Le pezze di tela, sia nostrana che comperata, erano di colore un po' scuro. Per farle diventare bianche, le donne, al mese di luglio e di agosto, con la carriola piena di pezze, andavano alla roggia o al torrente Terdoppio,


bagnavano ben bene la tela e poi si portavano al Serbu, piazzale antistante la Chiesa di S. Eusebio o in Castello o nello spazio davanti al Cimitero, luoghi ricchi di erbetta e di margheritine e con poche piante. Lì distendevano la tela e la rivoltavano continuamente finché il sole l'asciugava. Ritornavano ancora a bagnarla alla roggia e ripetevano parecchie volte l'operazione finché la tela diventava bianchissima. Lavoro di una settimana. FA AL BUGA’ In un mastello con la spina si mettevano per due o tre ore a bagno con acqua calda i panni bianchi. Si lavavano una prima volta con il sapone. Si gettava via l'acqua e si rimestavano nel mastello, non prima di aver messo nell'interno davanti alla spina un piattino. Quando il mastello era completo si copriva con il " cu ", pezzo di tela bianca pesante. In un pentolone, " caldèra ", si aggiungeva all'acqua quattro o cinque manciate di cenere (sándra) ottenuta dalla brace di legna e passata al setaccio. Si versava l'acqua caldissima sui panni e, appena questi erano tutti coperti dall'acqua, si apriva la spina e si raccoglieva l'acqua in un secchio, si metteva ancora nella caldaia e si faceva bollire nuovamente, si ripeteva l'operazione di prima almeno per tre volte, poi si lasciavano a macerare (möi) tutta la notte. Il giorno dopo con la carriola si portavano a sciacquare alla roggia o al Terdoppio o al" cavàt”. I panni asciutti erano di un profumo indimenticabile. GAMBUL0’ Pais ad ioch Si usava in tutte le famiglie tenere le oche, per preparare la piuma per il matrimonio e fare poi il salame d'oca Al pomeriggio le ragazze portavano le oche a fare il bagno nella roggia dove avvenivano degli screzi perché le oche si mescolavano e si faticava a riconoscerle tanto che talvolta le donne segnavano le ali per distinguerle. Ogni famiglia ne teneva da 10 a 20 capi e nel pomeriggio all'ora del bagno se ne contavano a centinaia nelle strade, tanto da farle sembrare tutte bianche. PLA’ I OCH Durante la crescita si toglievano per due volte (a distanza di un paio di mesi una volta dall'altra) le piume grandi del corpo e delle ali; all'uccisione invece, oltre alle piume grandi veniva raccolto a parte il piumino, leggerissimo, che si usava per confezionare il " piúmen ", mentre la penna serviva per il letto. A LA SPESA Le nostre mondine si spostavano (sui carretti coi loro fagotti) in cascinali lontani per un periodo di un mese e più per la monda del riso. Dormivano nelle stalle sulla paglia o nelle cascine e, mentre lavoravano, cantavano canzoni che ancor oggi si ricordano. ANDA' A RAN. La pesca delle rane viene fatta in modo del tutto diverso da quella dei pesci. La massima quantità di questi batraci viene catturata di notte sulle rive e sugli argini delle risaie dove i " ranàt " (ranaiolo) si recano provvisti di un lume acceso ( cetílena ) col quale abbagliano le


vittime che poi catturano con le mani deponendole in un sacchetto di tela prima, poi in un cestino di vimini portato a tracolla. Le rane possono essere pescate anche con la lenza senza amo, legando alla lenza stessa una ranocchietta piccola (ranin) od un batuffolo di cotone. Il pescatore emette con la bocca una specie di gracidio in modo che il più delle volte la preda, ingannata, addenta l'esca e, vorace come è, non la abbandona più se non quando viene a sua volta afferrata dal pescatore. In questo caso, il pescatore spezza le zampe posteriori alla preda per impedirle di fuggire una volta deposta nel sacchetto, cosa che non è necessaria nella pesca notturna . Al CASE’ Lavorazione del burro. Un tempo si metteva il latte nella zangola, "pnag"' lo si faceva girare per trenta minuti; alla fine il latte diventava burro. In estate si aggiungeva un po' di ghiaccio al latte. LAVORAZIONE DELLO " STRACHIN " Si versava il latte del mattino nelle " piàtul ". Alla sera si versava ancora dei latte fino a colmarle. Indi si metteva tutto il latte nella "caldèra"e qui si aggiungeva il "càg" "tanto che il latte prendeva il nome" la cagíá". Lo si lavorava e lo si versava nel " fasaro’ “: ", recipiente di legno ricoperto da pezze di tela forata chiamata " tarlantàna Lo si salava ben bene. Per due mesi era necessario girarlo con la " basla ". Veniva forato con la "gogia " affinché potesse prendere la muffa. Lo si " tastava " con il " tasè Dopo due mesi, come abbiamo detto, era maturo. In inverno i formaggi e il burro si ponevano nella " cagèra in estate nella " giasèra MUSTA’ CUI PE’ L'uva veniva messa in un grande mastello e poi si schiacciava coi piedi nudi, poco alla volta; ridotta in poltiglia si metteva nella botte per la fermentazione. Era consuetudine tírà la canáta per vedere se la fermentazione era regolare; ogni tanto si assaggiava tirando con la canna di bambù. AL PURCHE’ DAL CUMON L'agricoltura in Gambolò era iniziata verso la fine del 400, ma declinò durante il dominio spagnolo nel ducato di Milano ( 1513 - 1713 ). In questo periodo di tempo la popolazione rurale badava ad allevare mandrie di porci invece di coltivare la terra; ma siccome il numero di questi animali aumentava in modo impressionante, nel 1619 fu necessario l'intervento del Senato Milanese che emanò una legge tendente a limitare il numero dei suini. Nel 1687 il Senato intervenne ancora, dettando delle norme atte ad impedire i dilagare dei danni che i suini arrecavano alle campagne. A quell'epoca la regione agricola Olippa era uno stagno perché le acque del Terdoppio spesso la inondavano. Fu perciò stabilito che tutti i suini che si allevavano i Gambolò potevano pascolare liberamente in quella località purché fossero custoditi dai relativi proprietari o d persone di loro fiducia. I guardiani dei porci erano comunemente chiamati " purchè ". Fra essi ve n'era uno che godeva la fiducia dei reggitori dei Comune ai quali denunciava gli eventuali trasgressori della legge e in compenso riceveva una mercede di pochi centesimi al giorno. Ecco l'origine della frase " Al purchè dal Cumon:


FENOMENI CHE LA TRADIZIONE LOCALE AFFERMA ESSERE INDICI Di BUONO 0 CATTIVO TEMPO. -

Se il gallo canta sotto il trespolo cambia il tempo. Se si vede il " muntagnon " fa bel tempo. Il fumo che scende verso terra o va verso la valle annuncia tempo brutto; quando va verso Mortara annuncia bel tempo. Le mosche pungono di piú prima di un temporale. L'anatra che schiamazza piú del normale " la ciàma l'acqua Il temporale che arriva dal bergamasco reca danni. Le nuvole biancastre tra quelle grigio scuro, portano grandine. Se fa bello il giorno di San Bartolomeo, l'autunno sará bello. Gli uomini, invece, portavano al forno i manici per gli attrezzi agricoli: dopo aver pelato i fusti dei pioppi, li facevano scaldare al forno per renderli resistenti. LA VOCE DELLE CAMPANE

Ogni mattina, ogni sera suona l'Ave Maria, un richiamo al nuovo giorno che comincia o che finisce. Quando c'era qualche pericolo, in modo particolare un incendio, si suonava a gran forza " Al campanon dal fógh Il e tutti accorrevano in aiuto per spegnere il fuoco. Quando un ammalato era gravissimo, suonavano le campane per avvertire che,in processione,ci si recava a casa dei malato per l'Estrema Unzione. Il sacerdote, sotto il baldacchino sorretto dal sagrestano, seguito dai fedeli, si portava dal malato. Sopravvive ancora l'usanza di suonare l'apposita campana, che porta la scritta " Nimbos fugo ", per benedire il tempo. All'avvicinarsi di un temporale, specie nelle stagioni in cui le intemperie potrebbero danneggiare il raccolto, il sacerdote, con la stola violacea, dopo aver recitato in chiesa le litanie dei santi, esce per aspergere con l'acqua benedetta i quattro punti cardinali. Durante questo rito la campana suona per avvertire i fedeli di unirsi alle preghiere dei sacerdote. Le campane servono per annunciare battesimi, nozze e funerali. Per i funerali dei bambini suonano in modo diverso. RITUALI CALENDARIALI (ciclo dell'anno) Sono riunite brevi notizie sulle principali feste rituali dei ciclo dell'anno. Naturalmente molte feste si concentravano nel periodo invernale, momento di riposo dei contadino. 1) Capodanno Alla messa prima partecipavano i coscritti di leva e alla fine della celebrazione ricevevano la benedizione della loro bandiera.


2) San Maurizio, 15 Gennaio. Si festeggiava questo Santo perchè " S. Maurésí l'è al prutetúr di dulési " (San Maurizio protegge dai dolori) 3) Sant'Antonio Abate, 17 Gennaio. Non lavorava nessuno e non c'era agricoltore che portasse fuori gli animali dalla stalla. Si pensava che S. Antonio punisse chi non rispettava la sua festa. Le stalle venivano benedette. 4) Sant'Agnese, 21 Gennaio. Festa, in particolar modo, dedicata alle fanciulle. 5) San Gaudenzio,22 Gennaio. Festa della Chiesa Parrocchiale a cui è dedicata, insieme a Sant'Eusebio. 6) San Paolo,25 Gennaio. Festa dei rione di S. Paolo. Vi si svolgeva la processione con le offerte e l'asta. 7) La Candelòra,2 Febbraio. Festa del rione più grande dei Paese, Santa Maria. Si svolgeva, anche sotto la neve la processione attorno alla Chiesa con le offerte in natura ( fagioli, salami, riso, ecc) dei fedeli. Vi era poi " l'incànt ", cioè la merce era offerta al miglior offerente. Il ricavato era donato alla Chiesa. Veniva detta la Madona di 40 car ad nèv cioè la Madonna che portava in dote 40 carri di neve, perché, logicamente, al 2 Febbraio può esserci molta neve. In occasioni della festa della " Candelora " le ragazze preparavano un sacchetto con il volantino arricciato, poi lo riempivano di cereali, io chiudevano e lo ornavano con un rametto di fiori finti che poche famiglie possedevano. Andava a ruba il rametto più bello. Il sacchettino ornato veniva portato sulla testa durante la processione, al termine della quale veniva consegnato alle donne incaricate, che lo scucivano, lo svuotavano e lo riconsegnavano alle padrone con la candela benedetta. Tutti i gambolesi lontani ritornavano alle loro case e festeggiavano la " Candelòra " con una bella " raviolata". 8) San Biagio, 3 Febbraio. ·

San Bíaá as benedésa la gúla e al nás

9 ) San Giuseppe,1 9 Marzo Era considerata la festa di apertura della primavera e tutte le giovani si recavano nei boschi dei Ticino a raccogliere mughetti. 10)

A Carnevale anche gli aduiti " andavano in maschera " e spaventavano le ragazze che si trovavano nelle stalle. A la " Sóbia màta " (giovedì grasso), adulti e bambini tingevano


il viso di nero e con dei coriandoli ricavati tagliando a minuti pezzettini la carta, giravano tutti per le vie del paese, entrando nelle case, all'esclamazione di " iu fi fina, iu fi fina " ( Evviva ). Poi alle 1 0 di sera dei Martedì grasso si bruciava il Carnevale in Piazza e suonava il Campanön. Attorno al fuoco gli studenti gambolesi intonavano dei canti d'addio al Carnevale . 11

Giovedì e Venerdi Santo

Era usanza il Giovedì Santo di sera, la visita delle Confraternite al Santo Sepolcro sistemato sia nella Chiesa di S. Eusebio sia nella Chiesa Parrocchiale di S. Gaudenzio. Un tempo ogni confraternita faceva la visita per conto proprio, seguita dalla popolazione del rione. Quando una confraternita si incrociava con un'altra, il canto di penitenza si alzava di tonalità; era motivo di gioia per la confraternita che riusciva a far sì che quella incrociata tacesse. Al rientro nella propria Chiesa seguivano altre preghiere e la flagellazione con il cordone della divisa. Al Venerdì Santo alle ore 15. 00 i bambini nelle Chiese dei paese picchiavano con le " cárácàrà " (dei bastoni) i giúdè, cioè gli Ebrei che hanno ucciso Gesù. La processione del Venerdì Santo ricorda la morte di Gesù. E' suggestiva e ad essa partecipa tutta la popolazione. La statua dei Cristo morto, seguita dalla Mater Dolorosa viene portata sopra un cataletto da rappresentanti delle tre confraternita, dalla Chiesa di S. Paolo a quella di S. Eusebio e viceversa. Questa processione risale alla fine del'600; la funzione, di origine spagnola, era chiamata " entierre " che in spagnolo è sinonimo di sepoltura.Ancora oggi anche in Spagna è frequente vedere tale processione al Giovedì Santo o al Venerdì Santo; a Braga, in Portogallo, la processione è accompagnata dalla medesima musica della banda che possiamo ancora sentire a Gambolò. 12)

Al Sabato Santo alle ore 9 di mattina suonava il " Gloria ", le campane suonavano a festa per la Resurrezione e le donne, dopo essere andate in chiesa a prendere l'acqua benedetta, si bagnavano gli occhi, come simbolo di una luce nuova.

13 ) Al lunedì di Pasqua ogni famiglia gambolese si recava con il carretto al Santuario della Bozzola. Alla sera, al ritomo, gli uomini erano un po' allegri e i bambini portavano a casa i " brasadè " 14)

In Aprile si svolgevano le rogazioni ( 23 - 24 - 25 - Aprile ), cioè delle processioni nelle campagne circostanti propiziando il tempo buono. 1 Nel giorno dell'Ascensione si portava un uovo in un gelso, perchè si diceva che " L' öv ad l'Ascensiön al tèna distant la losna e al trön " (tiene distanti i temporali nocivi ).

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Al Corpus Domini i bambini gettavano petali di fiori per le strade per impreziosirle al passaggio dell' Eucarestia; durante la processione che si svolgeva al giovedì mattina; ognuno ornava le finestre con fiori.

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San Getulio, 1 0 Giugno


Festa del Patrono del nostro Paese. Questo santo è molto amato dai Gambolesi e alla domenica successiva si svolge una processione che si snoda per le vie dei Paese per poi fermarsi davanti alla statua dei Santo dove il Parroco benedice le campagne e chiede l' intercessione dei Santo e la protezione dai fulmini e dalla tempesta. 17)

San Rocco 16 Agosto

Festa del rione di S. Rocco. Essendo in estate, oltre alla processione con le offerte, suona la banda e talvolta si conclude la festa con i fuochi artificiali. Quando suona la campana per la festa di S. Rocco, i Gambolesi danno allo scampanio il seguente significato: " Chi na fai na fai, chi na vu, na vú, "il che vuoi dire che si tira la somma definitiva del raccolto. Letteralmente: Chi ne ha fatto ne ha fatto, chi ne ha avuto, ne ha avuto. Anche a S. Rocco c'è l'incànt e un piccolo mercato di oggetti in vimini. Fino a pochi anni fa scorreva la roggia accanto alla Chiesa e tanti giovani dei paese sul ponte assistevano all'asta, divertendosi a " far alzare il prezzo " della merce. 18)

La festa patronale: Quarta domenica di ottobre

Ebbe origine il 15 ottobre 1697 in occasione di una solenne processione per le vie del Paese con l'urna contenente i resti mortali di San Getulio. Dal 1753 al 1788 il Comune contribuì con 60 lire imperiali ogni anno perché fosse solennizzato il giorno del nostro protettore con fuochi artificiali e musica. In seguito il Comune abolì tale contributo e stabilì che la sagra dei paese avesse luogo la quarta domenica di ottobre. I divertimenti popolari, per tale occasione, consistevano in una giostra e in un'altalena azionata dai muscoli umani, in un circo equestre e in un ballo pubblico all'aperto che era pretesto alle ragazze per sfoggiare il vestito nuovo. Alla sera, poi, la famiglia al completo si riversava nelle osterie. Il lunedì della sagra vi era in Chiesa Parrocchiale un solenne Ufficio per i Morti, che si ripeteva al giorno dei Morti (2 novembre) alle ore 4 di mattina. Nonostante l'ora la Chiesa era gremita di fedeli. 19)

" A santa Caterina ( 25 novembre ) " As liga i vàch in tla casina, " si ritiravano infatti le bestie nelle stalle.

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A Natale i bambini non ricevevano doni costosi, ma " al maríndin "consistente in un torrone, un arancio, un po' di frutta secca. Al mattino i giovanotti andavano a porgere gli auguri ai parenti, solo gli uomini, però, perché si diceva che le donne portassero sfortuna. A Natale si dava anche una cucchiaiata di risotto alle galline affinchè diventassero sane e grasse. Nel giorno di Natale non si doveva nè lavarsi il viso nè i panni (a Nadal nè facia nè pàgn) Nel giorno dell' Epifania si svolgeva e si svolge tuttora una processione all'interno della Chiesa a cui partecipano molti bambini che ricevono poi il mandarino benedetto. " L'Epifànéa, come si suol dire, tót i fèst ía porta vea ". GIOCHI PER RAGAZZI Gli adolescenti solevano giocare a palla avvelenata, quattro cantoni, cavallina, dama e cavalieri, bandiera. Per chi perdeva poteva esserci la penitenza. Una era il famoso quintetto: dire, fare, baciare, lettera, testamento Molte volte si cantavano canzoni a strofe alternate, ad esempio:


· oh quante belle figlie Madama Dorè, o quante belle figlie!............... · se son belle me le tengo · se son belle me le tengo · il Re ne domanda una · cosa ne volete fare? · la voglio maritare Oppure: « E' arrivato l'ambasciatore marcondirondirondello….. Giugà cun la bigòta:giocare con la bambola.La bambola,in gergoinfantile,era un tempo detta anche pupóía( dal francese poupée ) Giugà a la bàla:

giocare con la palla, che di solito era fatta di stracci(la bàla ad ciàpa).

Giugà a saltà la

corda: giocare a saltare la corda

Giugà a sasáta:si faceva con cinque sassolini,di cui,mentre uno veniva gettato per aria, bisognava essere abili a raccattare gli altri secondo particolari disposizioni assunte. Giugà baràta cantön: è il gioco dei quattro cantoni. Giugà al múnd: consiste nel tracciare sul terreno un rettangolo diviso in riquadri a due a due, e nel sapere saltare secondo un ordine prestabilito, da un riquadro all'altro, stando su di un piede solo. Fà l'òm: consiste nello stendersi supino sulla neve asciutta caduta di fresco, e lasciarvi l'impronta della propria persona. Fa l'òm ad fíòca: è fare il pupazzo di neve Fa i scavariól. Fare le capriole Fà al scagn'ìn: due persone stringono con la propria mano sinistra vicino al polso della propria mano destra e con questa reciprocamente il braccio libero vicino al polso sinistro dell'altra persona: una terza persona sta comodamente seduta tenendosi ferma con le braccia al collo dei portatori. Fà i bàl ad savön cun la canáta; fare le bolle di sapone con la cannuccia. Fà i balát ad càrta: consiste nel lanciare palline di carta, soffiando nelle cannucce. Fà i barcát ad càrta: affidare barchette di carta ai rigagnoli o alle correnti d'acqua. Gíugà a curs adrè: giocare a rincorrersi. Gíugà la cavaláta: giocare alla cavallina Giugà a tírà la s-cianfária: giocare al rimbalzello Giugà pócla al bus: i giocatori, colpendo con una mazza una palla di legno (pócla )cercano di introdurla, coi minor numero di colpi, in una buca scavata nel terreno. Giugà cui béí.- giocare con le palline di terracotta verniciate. Andà in màscar. girare mascherati per il paese.


Giugà cui sèrc': con un bastone far rotolare un cerchione. Giugà a brúsa: un nocciolo grande (gandion)doveva essere lanciato su una riga segnata sulla terra. Gíugà a balòta: una specie di tombola. La scüglíaróla: ( scivolata ) si effettuava sulla lastra di ghiaccio che ricopriva le risaie. Talvolta si rischiava di tornare a casa bagnati fradici poiché il ghiaccio si era spezzato. A batacuè: in terra con un pezzo di legno si tracciava un rettangolo dividendolo in sei parti uguali. Si tirava un coccio di vaso nel primo quadrato, poi saltellando su un piede bisognava raccoglierla e tirarlo in quello successivo, fino al completamente dei 6 spazi. Chi perdeva l'equilibrio e quindi metteva il piede a terra, oppure perdeva il coccio, veniva penalizzato e ricominciava da capo il gioco. La lépa: si prendeva un pezzo di legno della lunghezza di 20 - 25 cm. chiamato ciaramèla. Si faceva una punta un po' cava da un lato e dall'altro, alternando il senso dell'incavo. Si metteva per terra, poi con un legno si picchiava su una punta e quindi si cercava di colpire al volo e di lanciarla il più lontano possibile. Altri giochi (noti anche ora) erano: alte bas; scundarigulìna (una volta si diceva anche gíugà tòpa e giugà tòpa ramàta ); la crava. RIMEDI POPOLARI Al posto dei medici, i nostri vecchi, quando erano malati, si recavano dai” mediconi” (erano quasi tutte donne) « a fas sgnà » ( per farsi segnare ). Costoro infatti tracciavano dei segni sul corpo o sulla parte malata, pronunciando parole, o più frequentemente, preghiere a Dio o a Santi. Da notare che qualche volta chi curava dai disturbi, prescrivendo ai malati l'obbligo di recitare ad ore fisse certe orazioni, faceva, un guazzabuglio di sacro e profano. Vediamo ora quali erano alcuni dei loro medicamenti: I PATACH GRATA’ E L'INCIÒSTAR Nei casi di scottature si usava coprire la parte scottata con un impasto di patate grattuggiate; qualche volta si versava sopra anche l'inchiostro. CUNTRA I VERAM DI FIULIN.- per accertarsi se alcuni dei frequenti disturbi che turbavano i bambini fossero dovuti alla presenza di ascaridi nell'intestino, le donne iniziate ponevano sul capo del piccolo paziente una matassa di filo filato in casa accompagnando l'operazione con segni o parole speciali. Poi strappavano dalla matassa alcuni pezzi di filo e li gettavano in un catino d'acqua. Se i vermi c'erano, questi pezzi di filo si torcevano e si muovevano proprio come un verme, in tal caso sarebbero stati eliminati. Se il filo non si muoveva, meglio così, perché dei vermi non c'era ombra. Inoltre mettevano al collo del bambino una « collana “, di spicchi d'aglio, ritenuto un vermifugo. Fino a pochi anni or sono la ragnatela costituiva il miglior emostatico per le ferite da taglio, di entità non molto rilevante. In barba a tutte le leggi dell'igiene e della profilassi, sceglievano le ragnatele più polverose perché si riteneva che « i stagnan púsè svelt al sangu ». PAR AL SANGU DA NAS: per fermare la fuoriuscita del sangue dal naso si ha ancora l'abitudine di bagnare l'estremità della nuca applicandovi un fazzoletto imbevuto d'acqua fredda.


PAR I BOT.- per le contusioni (bòta) quando era possibile, si usava applicare sopra la parte contusa una fetta più o meno spessa di lardo. Poteva anche servire la “ carta dal socar” , quella carta che usavano per incartocciare lo zucchero, ben bagnata. Rimedio ritenuto infallibile per estrarre da una ferita uno spino, una scheggia, della terra, dei pus o,, par tirà a cò i bugno@n »cioè per far maturare i foruncoli era la pece dei calzolaio, la quale avrebbe avuto il potere di insinuarsi nella ferita stessa.

RUMP 1 GANDION. Quando certe ghiandole del collo si ingrossavano e davano fastidio, si usava presentare al guaritore, il malato col pollice racchiuso nel pugno, il braccio corrispondente alla parte opposta alla posizione del male. Quegli inumidiva il pollice della mano destra, lo premeva fortemente e lo scorreva lentamente dal basso in alto, mormorando delle parole segrete. L'operazione si ripeteva per parecchi giorni, sempre a digiuno, fino alla scomparsa definitiva del disturbo. Contro il mal di gola si metteva una calza appena levata dal piede, con la pedula aderente alla parte malata. Per guarire « l'urbs'o » (orzaiolo) si consigliava di guardare il fondo della bottiglia dell'olio. SGNA I GEF. gli orecchioni o parotite si facevano scomparire con un segno. Consisteva nel disegnare con l'inchiostro nero sulla parte malata, generalmente dietro le orecchie, il nodo di Salomone, pronunciando nello stesso tempo apposite invocazioni. PAR AL MAL D'URAG' si iniettava dell'olio d'oliva leggermente caldo oppure del latte di donna appena spremuto. Rimedio indicatissimo contro i disturbi di cattiva digestione era ritenuto il decotto <, ad limunsìna » (di cedrina) PAR AL S-GLÉT ( singhiozzo ) vi erano rimedi veloci: o bere un cucchiaino di succo di limone, o tenere il respiro contando fino a dieci o bere tre sorsi d'acqua senza respirare. Alcuni addirittura pensavano che lo facesse passare una ciabatta in testa. Per « FA S-CIUPA LA PUSTEMA » riusciva utile un impacco di acqua calda o di malva. Per calmare AL FOGH SARVADI » o fuoco di S. Antonio che produceva molto prurito, si soffiava sopra la parte dove si manifestava per tre volte, dal basso verso l'alto e altrettanto da destra a sinistra, in modo cioè da comporre tre croci. Le croci dovevano sempre essere segnate nelle medesime direzioni, pena altrimenti, la nullità del rimedio. Nello stesso tempo i guaritori proferivano preghiere segrete. SGNA LA RISEPULA: anche la risipola veniva segnata con segni particolari e coprendo la parte malata con della crusca abbrustolita. I POR: per i piccoli porri si facevano abbrustolire dei pezzi di cotenna di lardo, si sfregavano con forza i porri con la parte interna della cotenna stessa, seppellendo poi il medicamento sotto


terra. Quando la cotenna era del tutto decomposta, anche i porri scomparivano. Pure il latte dei fichi acerbi veniva usato per i piccoli porri. LIGA 1 POR CUI FIL AD SEDA: se i porri erano grossi li legavano alla base con un filo di seta avendo cura di cambiarli e stringendoli sempre di più. A un certo momento « cruivan » cioè cadeva. 1 vecchi portavano gli orecchini perchè pensavano che i miopi potessero migliorare le loro facoltà visive. PAR FAGN GNI SU LA VUS: si scaldava un cucchiaio, vi si metteva dentro un po' di brace e lo si faceva passare sul capo a forma di croce recitando delle preghiere segrete, gelosamente custodite. PAR TIRA SÚ AL STOMI . si segnava lo stomaco e vi si metteva«al pán puciá in tal vin»(il pane intriso di vino) , oppure facevano benedire un foulard e lo mettevano al collo per tre giorni. Quando c'erano le tonsille ingrossate, si faceva mangiare del pane secco e raffermo, le croste « par raspá la guia ». Per le slogature impacchi di aceto erano una « scoa », cioè un portento. Oppure si portavano le persone a farsi segnare. Infine si faceva il .« parfóm ». Si scaldava l'acqua in un recipiente piuttosto grande, si aggiungeva sale o bicarbonato e, con un asciugamano sulla testa, si respirava il vapore per « liberare il naso par al nàá intupá. DECOTTI Decot ad bdál;n par calmà i nèrav = infuso di fiori di biancospino, calmante Decot ad fiurdalíá par rinfrescà la pansa = infuso di fiordaliso antifermentativo Decot ad camamèla par dígerì e calmàs = infuso di camomilla digestivo Decot ad tilío par al gàtàr = infuso di tilio anticatarrale. Decot ad erba menta par al mai dla pansa = di menta antispasmotico. Decot ad erba salvia par digen'= di salvia, digestivo. Decot ad malva par rinfrescá la pansa = di malva, emolliente e lassativo. Decot ad riismarin par tíras sU = di rosmarino, ricostituente. Decot ad radis d'erbaso@n par al sàngu = di radici di bardana, depurativo. Decot ad gensana par al stómi o i veram = di genziana, tonico e vermifugo. Decot ad grámágna parpisá = di gramigna, diuretico. Decot ad malvón par la toss = di altea, per la tosse. PIA ROSA DELL’ACQUA

dialetto  

storia dialetto di gambolò

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