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Un viaggio alla scoperta dei migliori autori di crime anglosassoni: da Agatha Christie a Ken Follet, da Conan Doyle a Richard Stark, da Derek Raymond e James Ellroy.

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INSIDE

JAMES ELLROY

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L'INTERVISTA

DANA STABENOW

Adele Marini

Cristina Marra

pag. 12 LA RECENSIONE

ALLA FINE DI UN GIORNO NOIOSO Francesca Colletti


la rivista compie tre anni, un traguardo non scontato per un giornale che è sempre stato distribuito gratuitamente e che si è dovuto fare largo fra crisi editoriali ed economiche.

di Paolo Roversi

Arrivano gli ebook targati MilanoNera. E il Mag compie tre anni!

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l numero di MilanoNera Mag che esce in concomitanza del Salone del libro di Torino è sempre per noi della redazione un’occasione speciale. Quello di quest’anno in particolare, perchè

Il primo numero uscì proprio in occasione dell’appuntamento torinese nel 2008. Quarantamila copie e una bella presentazione al Lingotto, con Massimo Carlotto e Andrea Pinketts a fare da padrini. Da allora sono usciti sedici numeri e, seppur fra mille difficoltà, siamo sempre riusciti ad arrivare gratuitamente nelle librerie, nelle biblioteche e, da qualche mese, anche in molti altri luoghi dove ci sono persone interessate al noir. Og gi, presentando questo numero dedicato ai grandi del crime inglese e americano, MilanoNera compie un ulteriore passo in avanti: diventa anche casa editrice.

in REDAZIONE MILANONERA MAG Periodico mensile, n. 2 anno III

La presentazione ufficiale del primo numero di MilanoNera Mag al Salone del Libro del 2008. Da sinistra Andrea G. Pinketts, Paolo Roversi e Massimo Carlotto L’attenzione alle nuove tecnologie, del resto, ci ha sempre caratterizzato, sin da quando è nato il nostro portale, nell’agosto del 2006.

La nuova avventura si chiama editoria digitale. Da qualche giorno, infatti, nei principali librerie on line, da Bookrepublic.it a Ibs.it, potete acquistare i primi titoli in formato ebook di MilanoNera. Una casa editrice che sarà solo digitale e che si occuperà prevalentemente di giallo e noir ma non solo: avremo anche una collana dedicata alle donne, una serie pink che col noir ci va a nozze. E poi saggi su grandi nomi del giallo, strumenti utili per la scrittura di polizieschi, racconti di autori affermati nel panorama nazionale e molto altro. Trovate l’elenco dei primi titoli e le loro schede sul portale MilanoNera. Sfogliando le pagine seguenti del Mag, invece, potrete godervi una carrellata dei migliori autori inglesi e americani che hanno fatto la storia del noir. In sedici pagine, chiaramente, non ci è stato possibile parlare di tutto. Abbiamo quindi fatto una scelta, quelli che ci piacevano di più, che abbiamo letto con maggior interesse. Aspettiamo i vostri commenti e magari vostre proposte sul nostro sito: www.milanonera.com. Per ora buona lettura!

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Redazione: Via Arzaga, 16 20146 Milano Tel. +39 0200616886 www.milanonera.com

EDITORE MilanoNera milanonera@gmail.com

DIRETTORE RESPONSABILE: Paolo Roversi paolo.roversi@gmail.com

CAPOREDATTORE: Francesca Colletti francescacolletti@gmail.com

Hanno collaborato a questo numero: Fabrizio Fulio Bragoni, Stefano Di Marino, Patrizia Debicke, Adele Marini, Cristina Marra, Corrado Ori Tanzi, Giancarlo Briguglia.

IMPAGINAZIONE E PROGETTO GRAFICO Maryam Funicelli maryam.f@libero.it

SERVICE E PUBBLICITÀ TESPI s.r.l., C.so V. Emanuele II 154 - 00186 Roma Tel. 06/5551390 - mail: info@tespi.it STAMPA STIEM, Via delle Industrie, 5 Fisciano (Sa)

Registrazione presso il Tribunale di Milano n° 253 del 17/4/08

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AGATHA CHRISTIE. RITRATTO INEDITO

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uona per preparare torte e presentarle con un impeccabile tè ser vito in tazze vittoriane - il popolo dei noiristi sa essere spietato -. Divertente, ma sorpassata da un’epoca in cui i legami sociopolitici sono più centrali addirittura dello stesso fatto di sangue, figuriamoci del suo intreccio (Anne Holt, nuova eroina del giallo scandinavo). Concepita per far mettere la testa nella sabbia come gli struzzi per nascondere il profilo scabroso della società (Derek Raymond nella sua biografia-romanzo Stanze nascoste). In passato i detrattori si chiamarono Raymond Chandler o il celebre critico letterario del New Yorker Edmund Wilson, mentre Cristopher Hitchens ne svalutò il valore parlando di “generale nullità nella prosa” (aridaje, la stessa accusa con cui dovette convivere Georges Simenon). Sta di fatto che ancor oggi, se da una crime story togliamo il nucleo propriamente noir, quello che resta è Agatha Christie. Piaccia o dispiaccia è lei, l’autrice nata Miller a Torquay, nel Devon, nel 1890 e morta a Wallingford 86 anni più tardi,

KEN FOLLET,LO SCRITTORE GALLESE. Un testardo che piace al pubblico

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ato a Cardiff da genitori giovani ma di rigorosa dirittura morale, Ken Follet cresce in seno a una famiglia che gli concederà come unico svago la lettura e... forse sarà la sua fortuna. A dieci anni i genitori lo portano a vivere a Londra. Sarà un baby marito, diciannovenne ancora studente universitario, iscritto all’University College e un baby padre, meno di un anno dopo. A ventun anni si laurea e si trasferisce a Cardiff, dove lavora come ap-

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madre di Hercule Poirot e Jane Marple, il vero horse power quando si parla di detective story, thriller, crime fiction e murder mystery. E non certo per mancanza d’iscritti alla saga. Semplicemente perché il “sistema Christie” appaga il lettore come e quanto faceva sin dai primi decenni del XX secolo. Non l’unico che stia vincendo la sfida del tempo, beninteso. Ma non c’è bisogno di restauro alcuno per proporlo og gi. Va da sé che ininterrottamente dal 1952 al St. Martin’s Theatre di Londra va in scena la riduzione teatrale di Trappola per topi (The Mousetrap), con tanto di doppie repliche nel fine settimana, o che non c’è casa editrice che detenga i suoi diritti che abbia il minimo ripensamento sulle riedizioni delle sue opere. Magari è solo una storiellina costruita ad arte da editor interessati, ma suona così: meglio di lei solo la Bibbia. Vero anche che il profilo da regina del bestseller non può esaurire il discorso su Agatha Christie. Cosa allora rende og gi, a.d. 2011, questa scrittrice sempre attuale nonostante tutto?

È che in quest’epoca così enigmistica la letteratura cristiana, fatta di puro intreccio, logica, psicologia e individualismo senza freni, risulta molto più attuale di quella dei tanti che cercano di fare luce sui fenomeni sociali ed evidenziare i risvolti di micro (o sotto) urbanizzazione che portano a compiere un delitto. Più attuale, non più interessante. Dal commissario Ambrosio al Sergente della Factory raymondiana, dai romanzi di Dominque Manotti alle storie di Mankell o Nasser l’uomo qualunque è scavato fino alla sua quinta generazione e, quando il suo passato non porta a nulla, sono i drammi del territorio uniti alla contraddizione delle istituzioni a impostare l’agire dell’investigatore (e spesso ormai l’extra conta ben più del fatto delittuoso stesso). Tutto questo in Agatha Christie non si trova. Hercule Poirot (protagonista di 33 romanzi e 51 racconti per quanto poco amato dalla stessa autrice) pensa che il criminale sia un uomo abitudinario, frutto di se stesso, incapace di resistere all’opportunità

di rivelare la sua personalità anche in una banale conversazione, protagonista di un mondo criminale null’altro che convenzionale. Il suo pane è la logica, la sua acqua l’ordine con cui disporla e il companatico la psicologia dell’essere umano. Se l’investigatore riesce a essere dentro il caso come “osservatore fantasma”, under stimate dalla platea degli indiziati, il più è fatto. Sarà il colpevole stesso a farsi cadere. L’uomo che mette al lavoro le celluline grigie non esce dalla tavola matematica del caso. Prende il mistero tra le mani e, passo dopo passo, lo dipana fino a svelarlo con la spettacolarità del colpo finale, sempre molto teatrale con quell’audience composta da tutti i sospettati. Un metodo di composizione narrativa e un profilo del genere umano che solleticano il gusto primario dell’uomo moderno. Che agisce nella coscienza del suo protagonismo, ignaro di quanta involontaria catalisi sia invece oggetto. E questa, è o non è l’epoca dell’illusione liquida che a noi umani si mostra come unica e concreta realtà? Corrado Ori Tanzi

prendista reporter. Ma dopo tre anni passa con onore al London Evening News e torna a vivere a Londra. Fa il giornalista ancora per qualche anno prima di diventare direttore editoriale in una piccola casa editrice, la Everest Books. Dopo un esordio sotto pseudonimo, ma che gli regala successo anche in Italia come Zachary Stone, con Lo scandalo M o d i g l i a n i e A l t a f i n a n z a , nel 1978 esplode con l’eccitante L a c r un a d e l l ’ a g o , geniale intreccio, spy story che coniuga abilmente perso-

naggi e suspence e gli fa vincere il prestigioso premio inglese Edgard Award. Verranno poi T r i p l o , Il codice Rebecca , L ’ u o m o di Pietroburgo e Sulle ali delle a q u i l e, magistrale ricostruzione della vera storia di due impiegati di Ross Perot, tratti in salvo durante la rivoluzione iraniana. Nel 1984 conosce e poi sposa la sua seconda moglie Barbara, deputata laburista. Nel 1986 spazia ancora sul tema thriller e spionaggio di guerra con

epoca e ambientazione diversa, spostandosi in Afghanistan ma, quando nel 1988 si presenta alla sua casa editrice con il capolavoro storico d’avventura: I p i l a s t r i d e l l a t e r r a, deve fare anche lui, benché celebre in tutto il mondo, più di un anno di anticamera prima di riuscire a farlo pubblicare. Né il suo agente, né il suo editore credono al possibile successo di un romanzo di oltre di mille pagine, ambientato nel Medio Evo con la trama che segue un percorso contemporaneo alla costruzione di una cattedrale. Ma Follet, che invece sa ciò che fa, insiste caparbiamente. Dopo mesi di tira e molla rinuncia ai ricchi anticipi, che gli sarebbero dovuti come autore di

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SIR ARTHUR CONAN DOYLE E LA LEGA DEL CRIMINE l caso letterario di Arthur Conan Doyle (1859-1930) è tra i più singolari in cui un amante del genere giallo possa imbattersi. Se Sherlock Holmes avesse avuto una qualche competenza di letteratura avrebbe sicuramente indagato sulle scelte filologiche che il suo amico Watson, la cui figura non è altro che la trasposizione letteraria di Conan Doyle stesso, affrontò per raccontare gli incredibili casi dell’investigatore privato di Baker Street, 221B. Certo sarebbe riduttivo limitare l’opera di Doyle al solo ciclo di Sherlock Holmes, dato che la bibliografia dello scrittore e medico inglese spazia dai romanzi d’avventura e del mistero ai racconti medici, storici, fantastici e ai saggi sullo spiritismo, ma le avventure dell’eccentrico personaggio londinese custodiscono la chiave per comprendere l’evoluzione del genere giallo e poliziesco. Nel prologo a “I delitti della Rue Morgue”, Edgar Allan Poe (18091849) introduce l’indagine del suo celebre personaggio Auguste Dupin descrivendo le facoltà mentali analitiche (e deduttive) necessarie per risolvere misteri e comprendere dinamiche apparentemente indecifrabili. Doyle dedica l’intero secondo capitolo del suo romanzo d’esordio “Uno studio in rosso” proprio alla scienza della deduzione, riferendosi direttamente - in modo ironico e dissacrante al Dupin di Poe e al Monsieur Lecoq di Émile Gaboriau (18321973). In una battuta (dice Holmes: «Dupin era un essere mediocre» e «Lecoq era un povero pasticcione») lo scrittore inglese propone una geografia letteraria poliziesca -Stati Uniti, Francia,

Regno Unito- che rivela la difficoltà a definire l’origine di un genere, i cui rimandi potrebbero continuare a ritroso nel tempo sino alla nascita della finzione letteraria, e accomuna una serie di investigatori -molto presuntuosi-, a cui se ne aggiungeranno altri, in un fronte che potremmo definire della serendipità. Nel romanzo “Il segno dei Quattro”, poi, Doyle dissipa ogni dubbio sulla sua riconoscenza a Poe, riecheggiando il finale de I delitti e sostituendo, come ben rimarca Margherita Oggero, l’orangutan dello scrittore americano con il selvaggio piccolo e nero delle isole Andamane. Del resto anche “Il mastino dei Baskerville”, il romanzo più noto di Doyle, sarebbe potuto comparire, senza alcuna attrito stilistico, ne “I racconti del terrore” di Poe. Non meno intrigante l’analogia tra

Sherlock Holmes e Henry Jekyll, il protagonista de “Il Dr. Jekyll e Mr Hyde” di Robert Louis Balfour Stevenson (1850-1894), nato e cresciuto a Edimburgo come Doyle. In entrambi i protagonisti si alternano due personalità: in Henry Jekyll con modalità che rasentano la follia, in Sherlock Holmes, forse perché Doyle tralascia di descrivere il lato più oscuro dell’investigatore, senza conflitto ma con intensità tale da far preoccupare il caro Watson. Archiviato il caso di turno Holmes, infatti, sprofonda nella sua poltrona davanti al caminetto e, mai sprovvisto di una boccetta di cocaina, piomba in un ozio profondo, apatico ma consapevole, tanto che è l’investigatore stesso a ricordare al lettore i versi di Goethe: «peccato che la natura abbia fatto di te un solo uomo, perché c’era materia per una persona degna e un

furfante». Si delinea così una vera e propria lega del crimine, i cui esponenti si serrano -in un modo o nell’altro-, sul finire dell’Ottocento, attorno all’invenzione letteraria di Doyle e le cui fila si infittiscono nei secoli a venire, grazie anche ad una sorprendente produzione cinematografica, fumettistica e letteraria che ha rivisitato le origini e i canoni del giallo e del romanzo di Doyle. Altri due importanti adepti di tale lega meritano di essere qui menzionati: Robert Barr (1850-1912) e Maurice Leblanc (1864-1941). Quest’ultimo è il creatore di Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo nato nel 1906 su richiesta dell’editore Pierre Laffitte proprio per emulare il successo oltremanica dell’investigatore fiduciario di Scotland Yard. Inutile a dirsi che Leblanc si prese beffa di Holmes nel racconto “Herlock Sholmes arriva troppo tardi”, nel quale Lupin e Sholmes si incontrano con reciproca reverenza ma, ahimè per Doyle, ai danni di Sholmes. Barr, invece, scrisse la prima parodia di Sherlock Holmes ne “Il grande mistero di Pegram”, andato in stampa nel 1892. Lo scanzonato protagonista, questa volta chiamato Sherlaw Kombs, ripercorre una vicenda criminosa grazie al metodo della deduzione ma il risultato a cui giunge è tutt’altro che corretto. Doyle all’interno di questa nutrita lega del crimine ha, dunque, il merito di aver diffuso il gusto per i misfatti e per il delitto nel grande pubblico, l’onore di aver assurto il poliziesco a genere letterario e l’umiltà di averne ricondotto la paternità agli autori a cui si è ispirato. Non resta che rispolverare i volumi nascosti nelle nostre piccole biblioteche e immergerci nelle avventure del brillante Sherlock Holmes. Giancarlo Briguglia

fama mondiale, e accetta che il romanzo sia pubblicato in cambio di una percentuale sulle vendite. Il libro esce sul mercato ed è subito un boom. La colossale apoteosi di quello che sembrava un impossibile successo gli garantirà ricchezza e imperitura fama mondiale. Negli anni seguenti continua a sperimentare il romanzo storico, ma con diversa scenografia temporale e due titoli: Una fortuna pericolos a, ambientato nella Londra vittoriana, che mi sento quasi di consi-

derare il prozio del suo poco più che neonato: L a c a d u t a d e l g i g a n t i e U n l u o g o c h i a m a t o l i b e r t à, interessante incursione ai tempi della rivoluzione americana. Torna orgogliosamente alla sua specialità, il thriller tradizionale fino al 2007, che vede l’uscita di Mondo senza fine, corposo seguito ideale di I pilastri della terra che incassa a pari merito successo e critiche. Ama scrivere, sa farlo bene, con facilità, sperimentando con successo generi letterari paralleli. Autore di celebri trame che tengono il lettore

con il fiato sospeso e lo incollano alle pagine fino alla fine, a oggi Ken Follet, con oltre 130 milioni di copie di libri venduti nel mondo, è uno degli scrittori viventi di maggior successo. Quattro dei suoi romanzi sono stati lungamente in testa nell’elenco dei best sellers del New York Times, numerosissime riduzioni cinematografiche e televisive sono state tratte dai suoi scritti e la sua ultima fatica letteraria, L a c a d u t a d e i g i g a n t i, la prima di un’opera enciclica saga - trilogia che si prepara a con-

quistargli altri milioni di lettori, si è infilata di diritto dalle prime settimane di uscita nei ranghi di testa delle classifiche mondiali. Ormai è un grande che, per i suoi meriti, fa parte dell’olimpo degli scrittori contemporanei. Uomo colto, scrittore multiforme che continua instancabile a creare e raccontare avventure, affascina e incuriosisce un pubblico variegato di tutte le età. Sua capacità, suo pregio e forse la caratteristica più interessante delle sue opere. Patrizia Debicke

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L'OSSESSIONE DI SCRIVERE JAM , ES ELLROY: COS I I L C R I M I N E DIVENTA ARTE

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iente mezze misure per il vecchio Ellroy. Per lui la scrittura non è una forma d’arte. E una droga e il suo antidoto. E’ soprattutto un’ossessione che in qualche modo lui utilizza per liberarsi di un’ossessione ancora peggiore e più distruttiva: quella di dover convivere con la consapevolezza che il brutale omicidio di sua madre resterà per sempre impunito. Il corpo di Geneva “Jean” Ellroy, nata Hilliker, professione infermiera, fu rinvenuto da un passante a spasso col cane una domenica mattina, verso le dieci, al limitare del campo sportivo della scuola superiore Arroyo di El Monte, California. Era il 22 giugno 1958, la sera prima in città si era festeggiato fino all’alba. Barbecue e musica country per celebrare il primo weekend dell’estate. Normale che il mattino dopo non ci fosse nessuno in giro. Che tutta El Monte, già sonnolenta di suo, col sole alto fosse ancora addormentata. La donna giaceva in posa scomposta, in piena vista, al di là della rete che separava il recinto della scuola dal marciapiede. Impossibile non vederla. Un quarto d’ora dopo la segnalazione, gli investigatori del dipartimento di polizia erano già sulla scena del crimine. Una tempestività che si rivelò inutile, perché l’omicidio è rimasto insoluto. Quel sabato notte, mentre sua madre veniva strangolata, Lee Earle dormiva nella casa di suo padre a Los Angeles. Aveva dieci anni. Un ragazzino normale, beneducato, tranquillo. La tragedia lo

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segnò per il resto della vita. Riformatorio, strada, droga, furti e l’inseguimento disperato di una normalità che riusciva solo a spiare penetrando di nascosto nelle case degli altri. Dopo la morte della madre, l’adolescente Ellroy rischiò davvero di perdersi nel deserto metropolitano di Los Angeles, soprattutto dopo il 1965, quando perse anche il padre. A impedire a quell’adolescente triste, violento e vagabondo, già pregiudicato per piccoli furti e violazioni di domicilio, di mettersi seriamente nei guai e finire in un penitenziario, fu la passione per la scrittura. Introverso, poco portato per i rapporti sociali com’era, il giovane Ellroy, che non aveva neppure terminato la scuola superiore, a diecidodici anni sognava di diventare un grande scrittore di noir e thriller. Una passione nata per caso, che non lo abbandonò mai. Tutto ebbe inizio pochi mesi dopo l’omicidio di sua madre, il giorno del suo decimo compleanno, quando suo padre, notando l’interesse del figlio per gli articoli di cronaca nera, gli regalò The badge di Jack Webb. Strano libro da regalare a un ragazzino: The badge era un’antologia di storie criminali troppo violente per essere raccontate alla tivù. Protagonisti delle indagini, i detective del mitico LAPD, il dipartimento di polizia di Los Angeles. Il giovane Ellroy lo divorò letteralmente facendo di quegli uomini, che inseguivano feroci assassini nei quartieri malfamati della metropoli, i propri eroi. Curiosamente, il volume è stato ripubblicato nel 2005 con la prefazione dello stesso Ellroy e questo significa che non si deve mai porre limiti ai sogni. Fra i crimini efferati su cui indaga-

vano gli investigatori del LAPD nel 1948, uno in particolare aveva acceso la fantasia dell’aspirante scrittore. Il 15 gennaio 1947, fra le erbacce che crescevano in un lotto di terreno fabbricabile a Leimert park, un sobborgo di LA, era stato rinvenuto il corpo mutilato, dissanguato e seviziato di una giovane donna, identificata come Elizabeth Short di ventidue anni. Elizabeth, bellissima con gli occhi azzurri e i capelli neri, somigliava vagamente a Geneva Hilliker. Quel brutale omicidio, destinato anch’esso a restare insoluto, era ancora sulle prime pagine dei giornali quasi due anni dopo, quando Ellroy cominciava ad appassionarsi alla cronaca nera. Soprannominata da un cronista del Los Angeles Herald Express, tale Bevo Means, “Black Dahlia” per associazione con il titolo di un film di successo, The Blue Dahlia, la sfortunata Elizabeth parve, nella fantasia del ragazzino traumatizzato, sovrapporsi a Geneva “Jean”, dando vita all’ossessione che porterà lo scrittore a produrre libri-dossier imperniati su entrambi i casi come The B l a c k D a h l i a, dedicato all’omicidio di Elizabeth Short, e M y D a r k Places, interamente costruito sulle indagini per l’omicidio di sua madre. L’ossessione di James Ellroy per i crimini violenti e l’ammirazione, in seguito diventata disprezzo, per i detective del LAPD si traduce in una scrittura secca e sincopata come lo sono le trascrizioni degli interrogatori, i verbali degli agenti, le note di servizio. Niente aggettivi. Niente metafore. Solo descrizioni ridotte all’osso e parole indispensabili nei suoi romanzi costruiti su un efficacissimo linguaggio parlato che include, via via che se ne presenta

l’opportunità, gergo di polizia, slang del jazz, della droga, del porto, della criminalità e della galera. Uno stile che rispecchia il pessimismo rabbioso di Ellroy, definito da un giornalista: Demon dog of American crime fiction. La produzione letteraria di James Ellroy è vastissima e da molti libri sono stati tratti film di successo. Ecco l’elenco dei suoi lavori più importanti. Pubblicati nei Gialli Mondadori: P r e g a D e t e c t i v e (Brown’s Requiem 1981), Clandestino (Clandestine, 1982), L e strade dell’innocenza (Blood on the Moon, 1984), P e r c h é l a n o t t e (Because the Night, 1984). Mondadori libri: L a c o l l i n a d e i suicidi (Suicide Hill,1985), L ’ a n g e l o d e l s i l e n z i o (Killer on the Road all’origine intitolato Silent Terror,1986), D a h l i a n e r a (The Black Dahlia,1987), Il grande nulla (The Big Nowhere, 1988), L . A . C o n f i d e n t i a l (stesso titolo,1990), W h i t e J a z z (1992). I miei luoghi oscuri (My Dark Places, 1996). A dargli fama mondiale è stata però la trilogia americana: A m e r i c a n T a b l o i d (stesso titolo, 1995), S e i p e z z i d a m i l l e (The Cold Six Thousand, 2001) e I l sangue è randagio (Blood’s a Rover, 2009). A questi romanzi vanno aggiunti T i j u a n a m o n a m o u r (Bompiani, 1999), I l d u b b i o l et a l e (Grave doubt, 2002), Destination morgue (Bompiani, 2004), Scasso con stupro (Hot Prowl Rape-O, 2005), Jungletown Jihad (2006), e Caccia alle donne (The Hilliker Curse: My Pursuit of Women) del 2010. A queste opere vanno aggiunti vari saggi e racconti : Dick Contino’s Blues (pubblicato sul n.46 di Granta magazine, Winter (1994), Hollywood Nocturnes (1994), Crime Wave (1999), Destination: Morgue! (2004). Oggi James Ellroy non solo è considerato un gigante della letteratura noir, ma in una certa misura ha plasmato il genere stesso suggerendo a innumerevoli autori, soprattutto anglosassoni ma anche italiani, un nuovo stile e un approccio crudo e spietato alla scrittura. Per essere chiari: ha fatto piazza pulita del mistery alla Conan Doyle e alla Agatha Christie preferendo alle storie fantasiose l’affilata realtà dei fascicoli giudiziari. Peccato che solo pochissimi fra i suoi innumerevoli allievi riescano a essere convincenti come lui. Del resto la classe è qualcosa che se c’è, c’è. Altrimenti non s’insegna e non s’impara. Adele Marini

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“DORA SUAREZ, IL MIO PREFERITO”: INTERVISTA A MARCO VICENTINI, patron di Meridiano Zero l'editore italiano di Derek Raymond Marco Vicentini è da sempre l’editore italiano di Derek Raymond. Un “da sempre” che incomincia nel 1997 quando la sua Meridiano Zero pubblica E m o r ì a d o c c h i a p e r t i . Raymond era morto da tre anni e quelle magnifiche copertine squadrate, da realismo ucraino, ci aiutarono a conoscere un autentico gigante del noir. Da allora altre nove uscite (le copertine nel tempo sono cambiate) fino a Stanze nascoste, il libro di memorie dell’autore inglese uscito qualche mese fa, un vero romanzo nascosto in pagine autobiografiche. Quali sono le caratteristiche che rendono unico Raymond nella storia del noir? La tenerezza e la comprensione umana che nascono dalla conoscenza del male estremo e quindi la vicinanza dei due opposti. Oggi spesso la ricerca della trama vincente, della trovata a effetto, del protagonista che conquisti il pubblico possono produrre libri molto ben confezionati, che però non hanno molto da aggiungere alla storia del noir. La descrizione di una scena truculenta o della malvagità umana sono diventate solo le varie tappe a tenere alta l’attenzione, con una strumentale necessità di spingersi sempre oltre nel descrivere il male. Nelle storie di Raymond invece si percepisce l’amore e la comprensione per la vit-

I MAESTRI DEL NERO: RICHARD STARK

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ichard Stark è l’anima nera di Donald E. Westlake (19332008) prolifico scrittore americano capace di diversificarsi a seconda degli pseudonimi (e ne ha usati tanti! oltre a Stark i più famosi sono Tucker Coe e Samuel Holt) passando dal furto impossibile (la serie Dortmunder: G l i i n e f f a b i l i c i n q u e, The Hot Rock, diventato un film con Robert Redford, La pietra che scotta) al nero criminale più duro e spietato. Parker (e basta!) dal 1962 ha vissuto 31 avventure entrate nella leggenda. Duro, spietato, vendicativo, Parker comincia con Anonima carogne (The Hunter) una vicenda criminale per la quale il Giallo Mondadori fu costretto a creare una collana, I neri, perché le sue storie erano troppo violente, troppo cruente per il gusto dei lettori classici. Tradito dalla moglie e da un amico, Parker si becca una scarica nella schiena ma, incredibilmente si salva e torna con una faccia nuova. Rivuole i suoi soldi, chiede vendetta. Fa appena a tempo a trovare la moglie ormai tossica all’ultimo stadio. Dal suo cadavere risale al traditore che,

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tima e la durezza estrema delle sue storie assume per contrappunto un aspetto ancora più umano. Nei romanzi della Factory, il Sergente senza nome sembra spinto da una tragica consapevolezza: non è possibile arginare il male, solo rallentarne l’azione, perché è il frutto dell’agire della gente comune. Raymond vuole proprio narrare il male quotidiano, quello che alligna nel cuore delle persone normali, vuole raccontare gli omicidi che nascono non da una scaltra premeditazione, ma dall’ebbrezza di un momento di follia. Nei suoi romanzi non ci sono i maghi del crimine, ma la violenza che nasce dalla povertà o dal malessere della società. Per Raymond il male non è né romantico né spettacolare. È sufficiente raccontare il crimine senza orpelli o morale. Un aspetto che a me piace molto delle sue storie è quello dell’estremo realismo delle indagini. Nei suoi delitti non ci sono indizi che si possono prestare a differenti e ambigue interpretazioni, né false piste o rivelazioni finali, c’è solo il Sergente che conosce i moventi essenziali del 90% dei delitti e dal contatto con le persone coinvolte capisce quasi sempre chi ha qualcosa di losco da nascondere. La risoluzione del caso avviene grazie alla martellante caparbietà del Sergente nel voler fare crollare la maschera del colpevole. Già questo approccio fa capire che Raymond è molto più interessato alle persone coinvolte che agli aspetti enigmistici del caso, ed è la sua capacità di raccontare gli uomini nella miseria quotidiana che costituisce l’arte di questo scrittore.

nome non è superiore a titoli come A p r i l e è i l p i ù c r u d e l e d e i m e s i, C o s ì vivono i morti , E m o r ì a d o c c h i a p e r t i. Come mai tanto attaccamento a quel libro? L’unico che potrebbe rispondere sarebbe l’autore, ma condivido l’opinione di Raymond. Anche per me è il suo libro più bello, un vero capolavoro, perché va così a fondo nell’animo umano che letteralmente si fonde con la mente e lo spirito di uno psicopatico assassino. Io di noir ne ho letti di tutti i tipi, ma quello che mi ha fatto provare un vero brivido di repulsione, non per la storia, ma per la credibilità dell’assassino, che mi ha fatto annusare una zaffata della putredine di una mente malata, è stato proprio Dora Suarez. Raymond non l’ha fatto per scioccare, ma perché conscio delle sue responsabilità come scrittore. Si è calato così completamente nella mente di quel killer da provare orrore per se stesso. Ed è per questo processo che la creazione di uno dei personaggi più orribilmente realistici della letteratura diventa ancora più ammirevole. Il suo metodo narrativo chiede una totale calata nei personaggi e nella storia. Metodo Stanislavski applicato alla letteratura. Ma non gli bastava la sua vita più che avventurosa? No, la vita non basta, è solo il primo passo per poter conoscere e vivere le vite disastrate dei disgraziati e dei malavitosi. Solo così puoi raccontare la loro verità e non tradirli, dice Raymond. E quello che ha scritto mostra quanto totalmente ci credesse.

po elaborate e mantenere costante il suo registro asciutto e affilato. Quali sono, in termini di vendita, i suoi numeri? Più che dignitosi, per le piccole dimensioni di una casa editrice indipendente come la Meridiano Zero. Viaggiamo ben oltre le 10.000 copie, con la palma del più venduto che spetta ad Aprile è il più crudele dei mesi. Da cosa sarebbe attratto oggi Raymond? Secondo me avrebbe continuato a raccontare storie su quella linea. Vedo una grande coerenza in Raymond e una capacità di persistenza che non lo farebbe andare in cerca di altre strade. A lui interessava raccontare l’orrore del mondo e quello avrebbe continuato a fare. Chi è, se esiste, oggi il “figlio” di Raymond? Un vero “figlio” di Raymond non l’ho ancora visto, soprattutto perché io identifico Raymond con la capacità di privilegiare l’aspetto umano dei personaggi che crea piuttosto che le aspre e crude vicende che narra. Però ha lasciato una traccia percepibile in molti scrittori. Proprio come Romero o Kubrick per il cinema, così Raymond ormai fa parte del patrimonio culturale di tutti gli scrittori di noir.

Nelle sue memorie ricorre in modo ossessivo il nome di Dora Suarez. Eppure il romanzo che ne prende il

È difficile proporre in un italiano efficace la sua scrittura così secca e diretta? Non particolarmente, basta prestare attenzione a evitare costruzioni trop-

Per il futuro: è, come Pessoa, un baule pieno di tesori o gli inediti sono finiti? Purtroppo la serie migliore, quella della Factory, è terminata. Ci sono altri buoni romanzi, che contiamo di pubblicare, ma sono romanzi slegati l’uno dall’altro e non hanno quell’impatto che ha il protagonista della Factory. Corrado Ori Tanzi

con i suoi soldi, si è comprato un posto nell’Organizzazione. Da quel momento Parker diventa un incubo per tutti. Gangster, prostitute più o meno compiacenti, ex amici, poliziotti corrotti, una melma umana che costituisce un impero criminale che dal basso sale sino agli ultimi piani. E Parker, con freddezza e crudeltà, continua a chiedere una cifra modesta ma intrattabile. E alla fine la ottiene assieme alla testa dei suoi nemici. Nasce una leggenda, una serie di romanzi basati sull’organizzazione di colpi perfetti eseguiti da uomini e donne disperati, alcuni affidabili altri molto meno. C’è sempre qualcosa che va storto, qualcuno che soffia, qualcuno pagato per tendere una trappola. Tra Parker, l’Organizzazione e la Legge è sempre una partita a scacchi dove si gioca d’intelligenza ma anche di mitra, di sberle, di sopraffazione. Parker è diventato l’incarnazione del thriller criminale d’azione, senza speranza, senza possibilità di redenzione. Duro e puro senza ripensamenti o piagnistei Parker vive in un’America che

non perdona, dove il Sogno delle Opportunità si riduce a chi frega per primo. Eppure un suo codice d’onore ce l’ha. Scrittura secca, pochi fronzoli, trame studiate al millesimo. Richard Stark ha ispirato con il suo romanzo d’esordio (Anonima carogne, The Hunter, appunto) due grandissimi film che ne hanno interpretato lo spirito regalando volti efficaci al suo eroe. S e n z a u n attimo di tregua (Point Blank) di John Boorman del 1967 è considerato un o dei capolavori del cinema nero americano. Lee Marvin è il vero Parker (che per ragioni contrattuali si chiama Walker), il duro spietato che tutti i lettori identificano immediatamente con il protagonista della serie. Memorabile l’irruzione nella casa della moglie con la pistola in pugno. Stringe la donna che ha amato e l’ha tradito in un abbraccio violento e spara contro il loro letto. Non servono parole, pura azione. Nel 1999 Brian Helgeland gira Payback - La rivincita di Porter basato sullo stesso soggetto. Questa volta Parker diventa Porter e ha viso e fisico di Mel Gibson

mai così cattivo, fotografato con filtri lividi e monocromi che rendono appieno l’atmosfera del nero tradizionale. In libreria la serie di Parker ha avuto due fortunate stagioni. La prima pubblicata quasi integralmente da Mondadori ha stabilito la leggenda sino al 1974 e si conclude con L u n a nuova Buio pesto e l’inedito C h i l d H e i s t. Poi nel 1998 Stark riprende la sua vena ‘muscolare’ con Comeback e B a c k f l a s h sino a S o l d i s p o r c h i (Dirty Money, 2008) pubblicati da Sonzogno e successivamente da Alacràn. Ma non è finita. Dal 2009 Darwyn Cooke sta realizzando una serie di Graphic Novel fedelissime ai romanzi a metà tra il fumetto e il romanzo illustrato pubblicate anche in Italia dalle edizioni BD. Si comincia sempre da Anonima carogne (che qui prende il titolo dall’originale Il cacciatore), per proseguire con T h e O u t f i t (ancora inedito in Italia, Liquidate quel Parker). Un tratto nervoso, simile a quello di Miller in Sin City, un viso tutto spigoli, duro per un anti-eroe che lascia un segno rosso sangue e che non può essere ignorato da chiunque amici scrivere o leggere il grande Nero Criminale. Stefano Di Marino

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Intervista a D a n a S t a b e n o w autrice di CSI Alaska, Il silenzio della neve

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ne, peculiarità tipiche della gente nata in questi luoghi. È una detective capace, molto attenta ai particolari che non esita a procedere nelle indagini nonostante il coinvolgimento nel caso di familiari e amici. La neve è silenziosa ma se la si sa ascoltare svela tanti segreti! Dana Stabenow, di Anchorage, autrice di thriller di successo ha lavorato alla Trans-Alaska Pipeline prima di dedicarsi completamente alla scrittura. Dai romanzi dedicati alla detective Shugak verrà tratta una serie televisiva. Dana cosa ti ha spinto a scrivere thriller? “Ho scritto “A cold day for murder” il mio primo romanzo nel 1987. Avrebbe dovuto essere un esercizio di scrittura, l’ho copiato su un floppy disk e conservato in una scatola nel garage di mio padre fino al 1990, quando il mio editore ha acquistato ”Second Star” e mi ha chiesto che altro hai?” Quanto sei simile a Kate? “Un amico di mia madre dice che Kate Shugak siamola mia migliore amica Kathy ed io miscelate insieme”. Quando scrivi? “Mi alzo alle sei del mattino e scrivo fino alle nove circa dieci pagine al giorno dal lunedi al venerdi. All’inizio è sempre una fatica, ma alla fine è come essere su uno slittino in corsa fino all’ultima pagina”. Cristina Marra

MASSIMO CARLOTTO

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na nuova detective viene dal freddo: è K ate Shugak. “Trent’anni, un metro e cinquanta, pelle color bronzo e gli zigomi alti e piatti tipici della sua razza”, vive in un villaggio dell’Alaska insieme a Mutt, metà cane e metà lupo ed è la protagonista del thriller Il silenzio della neve (Newton & Compton, pag. 255, € 6,90), di Dana Stabenow. Vincitore del premio Edgar, quella raccontata in CSI Alaska, è la prima indagine della detective Shugak, giunta ormai a diciotto episodi. Tra distese di neve, animali selvatici, abitudini degli abitanti dei villaggi intorno al grande Parco, si dipana un plot che prende le mosse da una scomparsa eccellente per concentrarsi sui problemi etnici, politici e territoriali di un luogo “un tesoro nazionale” difficilmente raggiungibile ma molto allettante per speculatori e investitori senza scrupoli. Dalla casa di Kate, al pub di Bernie, dall’abitazione dell’anziana Ekaterina alle miniere di Lost Wife, le indagini proseguono tra inseguimenti, attentati, sospetti e nuove tracce. La trama investigativa è intrecciata ad un’altra, altrettanto avvincente, e che riguarda l’Alaska con i suoi paesaggi mozzafiato e le problematiche delle diverse etnie che convivono in quei territori e che lottano contro le innovazioni. Kate riunisce in sè la caparbietà, il coraggio, l’istintività e la capacità di fronteggiare ogni situazio-

Dieci anni dopo ARRIVEDERCI AMORE, CIAO torna Giorgio Pellegrini nel nuovo romanzo di

MASSIMO

CARLOTTO ALLAFINEDIUNGIORNONOIOSO

NOIR

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Morte apparente Thomas Enger Iperborea, p. 432, €17,00 Traduzione di Ingrid Basso Henning Juul è un giornalista che dopo due anni torna al suo posto di lavoro. Il trauma della perdita di suo figlio Jonas non è superato, così come quello della separazione con la moglie. Ma è ora di rimettersi in piedi. Resta una firma importante del giornale telematico 123nyheter. E il caso del giorno ha in sé quella dose di orrore da mettere subito alla prova la sua necessità di vivere: hanno ucciso una studentessa di cinema e il modo ricorda molto da vicino i metodi della Sharia islamica: morte dopo fustigazione, lapidazione, amputazione della mano. La discesa negli inferi è gratis. Per la risalita non si garantiscono posti a sedere. Thomas Enger è il nome nuovo del thriller scandinavo. Morte apparente, il suo romanzo d’esordio. Un libro teso, a tratti feroce, con personaggi affettati. Il presente storico del narratore ha i tempi dell’incedere cinematografico, la tensione cresce e fa finta di scendere per uno sviluppo finale del libro da autentico Dottor Sottile. Però nessun miracolo, come invece ha gridato la stampa scandinava. Il fatto è che il giallo scandinavo incomincia a essere una sala un po’ troppo frequentata. Inizia a mancare il respiro. Un respiro diverso. Tutti respirano allo stesso modo. Alla Stieg Larsson. Finché circola l’aria c’è vita. Dopo si dovrà vivere di un’atmosfera replicata nelle serre. Questo sembra non essere il caso di Enger. D’accordo, gli stilemi ormai consolidati della narrativa noir post Millennium dei paesi del nord non mancano (il giornalista come protagonista, il passato tragico che s’incaglia nel presente, tanto per estrarre le prime due figurine), ma la storia è narrata con uno spesso chiaroscuro che dà al racconto la forma di un cammino che a tratti prende le forme di un rito penitenziale. E il furbissimo finale ci dice che la saga è solo incominciata. Corrado Ori Tanzi

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Alla fine di un giorno noioso Massimo Carlotto Edizioni e/o, p. 177, € 17,00 Giorgio Pellegrini l’abbiamo lasciato – ormai undici anni fa – al funerale di Roberta, Martina che gli stringe la mano, e Sante Brianese, il suo avvocato, che gli comunica di essere stato riabilitato dal Tribunale di sorveglianza. In lui, la speranza di una nuova vita “in una comunità che aveva il senso dell’amicizia, della solidarietà”. Sarebbe stato considerato un onesto cittadino, impegnato solo a guadagnarsi il pane. E a godersi i soldi. Si chiudeva così Arrivederci amore ciao. Lo ritroviamo in Alla fine di un giorno noioso sposato con Martina, proprietario de La Nena, locale alla moda, a completa disposizione dei comitati d’affari e delle cricche che Sante Brianese, ormai diventato un pezzo grosso della politica, controlla. Insomma, una vita tranquilla, fatta di un susseguirsi di “giorni noiosi”, in cui tutto è una facciata, una copertura per proteggere altro. Un piccolo, segretissimo e sicurissimo giro di puttane travestite da escort a disposizione di Brianese e dei suoi amici, un business che rende bene e che gli consente di mantenere uno standard altro di qualità per tenere in piedi la Nena, il suo biglietto da visita per avere un ruolo di rispetto nella comunità veneta. Ma, quando scopre di essere truffato da Brianese, arriva il momento di recuperare dignità, rispetto e soldi, e dimostrare chi è realmente Giorgio Pellegrini: il “lupo cattivo che divora Cappuccetto Rosso e s’incula la nonna e il cacciatore”. Insomma, il “solito maledetto bastardo”. Per stessa definizione di Massimo Carlotto, che ancora una volta riesce a raccontare, con travolgente denuncia e passione civile, il cuore nero e malato del Nordest e più in generale di un Paese e di una classe politica, marcio e corrotto. Per cui tutto, è giustificabile, compresa la vendetta e la voglia di riscattarsi con mezzi non sempre leciti perchè, come una scritta sui muri di Padova recita, “Ruby Rubacuori ce l’ha insegnato: fottere i potenti non è un reato”. Per fare un po’ di pulizia senza troppi spargimenti di sangue prima di ributtarsi a capofitto in nuovi e più “flessibili” affari. Senza mai farsi mancare, alla fine di un giorno noioso, un flûte di champagne. Magari alla Nena. Francesca Colletti

Missione in Alaska Mykle Hansen Meridiano Zero, p.160, € 13,00 Traduzione di Francesco Franzis Marv Pushkin è quanto di peggio il sistema capitalista possa produrre. Un giovane (più per autodefinizione che per età anagrafica) manager rampante, pieno di fascino e costantemente tirato a lucido; un uomo capace solo di delegare, completamente istupidito dal consumo frenetico di petrolio (complice l’amatissima Range Rover), beni di lusso e medicinali, del tutto insofferente nei confronti dei mediocri sottoposti, e arcistufo della grassa e facoltosa moglie Edna (alle cui mancanze supplisce, per fortuna, l’avvenente Marcia del “Controllo Prodotti”). Un arrivista pronto a tutto pur di portare a termine, il più in fretta possibile, la scalata della gerarchia aziendale. E poco importa se e quanta gente c’è da calpestare per arrivare in cima, e chi se ne frega dei dipendenti. Ma per attirare l’attenzione di quelli dei “piani alti” e accelerare l’ascesa, non c’è niente di meglio che puntare sul tanto decantato “gioco di squadra”; e allora perché non offrire ai sottoposti, tanto per consolidare le relazioni e favorire lo spirito di gruppo (e magari, con l’occasione, liberarsi di qualche peso morto), una bella battuta di caccia all’orso in un parco naturale dell’Alaska? La trovata geniale si trasforma, però, in incubo, quando il diabolico dirigente cade vittima di un banale incidente... Raccontato in prima persona e al presente dallo stesso Pushkin, la cui voce assume toni via via più surreali, onirici e deliranti man mano che l’esilarante epilogo si avvicina, Missione in Alaska, tragicommedia in forma monologica edita nel 2008 negli Stati Uniti e appena proposta ai lettori italiani da Meridiano Zero, contiene una pungente e feroce satira che, preso l’avvio dal motivo ecologico, si amplia a comprendere l’intero modo di vita americano. E il bravo Hansen non si accontenta del contenuto satirico-politico, ma si lancia in una serie di irresistibili giochi stilistici, narrativi e metanarrativi, alcuni dei quali si spiegano in tutto e per tutto solo nel riuscitissimo finale. Fabrizio Fulio Bragoni

Zero Frank Rizzo Giano, p. 288, €16.50 Un giallo di sapore classico e di facile lettura che si dichiara scritto da un reporter yankee che vanterebbe una ventennale esperienza di cronaca nera… L’esca offerta all’italo americano Duccio Giovanni Maria (nomi impronunciabili in inglese pare) Stone e, quindi, meglio catalogato come D.G.M. Stone, cronista al Courier di San Francisco sembra veramente appetitosa. Un brutale delitto, quasi un’esecuzione con due proiettili nei genitali di un ricco e prestante uomo d’affari, Julius Sinter, molto bene introdotto anche in politica e addirittura finanziatore del partito presidenziale. “Lo vuoi lo scoop dell’anno?” gli ha chiesto l’amico di sempre Harry Dugan, capo della locale squadra omicidi. Ma a tutto c’è un ma! Il vecchio amico offre un brillante servizio da prima pagina, ma in cambio pretende aiuto e discrezione, cosa che non gioverà troppo ai rapporti professional-diplomatici del nostro eroe con la coriacea Margaret che governa il giornale con pugno di ferro. Né ai suoi acrobatici contatti familiari con un’adorata figlia tredicenne e un’acida, puntigliosa e danarosa ex moglie. L’omicidio, che all’inizio si annunciava come commesso da un killer omofobo, fa presto a cambiare di connotati. A cosa mirava veramente l’assassino di Sinter? Perché lo si voleva eliminare e perché anche il Secret Service messo a guardia della sua sicurezza non è riuscito a proteggerlo? Chi potrebbe e/o dovrebbe essere il bersaglio finale? E cosa progetta la setta integralista cristiana la Nuova Famiglia che sopporta malvolentieri un giovane e brillante presidente di colore alla testa degli Stati Uniti? In una sovrapposizione di false piste e di indizi che buttano fuori strada, il nostro reportereroe dovrà addirittura intervenire di persona per controllare una fantasmagorica carambola finale. Ma dovrà anche accettare che non tutto il male sia vero male e che non tutto il bene sia vero bene. Patrizia Debicke

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La città dei senza nome Daniel Depp Newton Compton Editori p. 304, € 12,90

Il peccato dell’angelo Charlotte Link Corbaccio, p. 270, € 16,50 Traduzione di Umberto Gandini

Notte di sangue a coyote crossing Victor Gischler Meridiano Zero, p. 207, € 14,00 Traduzione di Luca Conti

Los Angeles è la città di Hollywood, dove fiction e realtà si mescolano, dove intrighi e affari diventano il plot perfetto per “La città dei senza nome” (Newton Compton, pag.304, euro 12,90) la il thriller di Daniel Depp. Fratello dell’attore Johnny, Depp è produttore e sceneggiatore, ha scritto la sceneggiatura del film “Il coraggioso” che ha ottenuto una nomination al Festival di Cannes.Cresciuto nel mondo del cinema conosce a fondo i segreti ed i retroscena della location del suo romanzo. Cinismo e suspense caratterizzano il romanzo la cui trama, con i ritmi narrativi di una sceneggiatura cinematografica e le influenze letterarie di Chandler e Ellroy, si snoda intorno alla figura dell’ex stuntman David Spandau. Stufo dei capricci di Hollywood, Spandau decide di allontanarsi da quella realtà troppo spesso fasulla e a volte crudele e aprirsi un’agenzia investigativa. Tantissimi sono i personaggi che ruotano intorno alla storia principale e Depp, li connota di un grande carisma. Tra spaccio e consumo di cocaina, feste da sogno e ville lussuose, quel mondo di ricchezza e malavita perseguita Spandau: il suo primo cliente è Bobby Dye, una star del cinema, ricattato dal mafioso R i c h i e S t e l l a . Spandau in veste di detective si rituffa nelle atmosfere dorate della capitale del cinema in cui omicidi, crimini e ricatti superano quelli che avvengono sul grande schermo. Cristina Marra

Un nuovo inquietante thriller della scrittrice tedesca Charlotte Link che stavolta, scavando nei meandri più ostici da accettare della psicologia, riesce a trasformare l’essere umano in una belva disposta a tutto, pur di salvaguardare i propri cuccioli. E qui la prima domanda seria: qual’è il vero confine tra pazzia e ragione? Con un avvio sereno, ovattato, che fa da cornice ai primi capitoli, regalandoci una soave atmosfera, l’autrice inganna abilmente il lettore, ma il dubbio, la suspence e l’angoscia sono là, in agguato. I cavalli di battaglia dell’intrigo sono due gemelli, giovani, affascinanti e bene educati. Assolutamente identici, figli di madre inglese e padre tedesco, dotati come spesso accade tra i monovulari di un particolare sesto senso che li collega l’uno all’altro in modo indissolubile. Due destini, i loro, che sembrano divergere e che invece saranno morbosamente e drammaticamente intrecciati. Un amore sofferto di gioventù di una fragile studentessa inglese ha portato a una scelta sbagliata, a un errore che costerà troppo caro ai protagonisti consapevoli e inconsapevoli che verranno coinvolti in questa terribile tragedia familiare. Una troppo tardiva fuga dal passato e da un difficile presente con approdo in Inghilterra alla ricerca di un bel rapporto perduto che si vorrebbe felice e quella che, nonostante i timori di un padre apprensivo e di un’amica affezionata, appare una piacevole vacanza estiva in Francia, saranno le insidie che faranno scattare le ganasce di una morsa che si rivelerà una inevitabile trappola infernale. Qualcuno, un innocente, si salverà. Altre vittime sacrificali pagheranno per generosità e senza averne colpa, gli errori altrui. Ma chi è colpevole, il vero colpevole per delusione, crudele debolezza, aberrazione di una scelta inconfessabile, ha accettato di sprofondare nelle fiamme di un inferno che non potrà più annullare ma consciamente vorrà rifiutare, scaricandolo su spalle altrui. Patrizia Debicke

Che il western e il nero siano parenti stretti ce lo ha ricordato a più riprese Elmore Leonard. Gischler che arriva in Italia con il suo quarto romanzo sottolinea ancora l’assioma, confortato da una quote di Don Winslow. Forse meno riuscito di Black City (uscito da poco per Fanucci), Notte di Sangue a Coyote Crossing è un romanzo rapido come una pellicola da Grindhouse, quasi lascia nel lettore l’aspettativa di ‘consumarne’ di seguito una seconda parte assieme al pop corn. Influenze cinematografiche e fumettistiche a parte, Gischler si riconferma ottimo costruttore di intrighi che mescolano sangue e grottesco, umanità e follia. In una notte il cadavere di un poco di buono appare e scompare trascinando nei guai un vicesceriffo in prova che, tra le altre cose, si ritrova un pupo da sballottare, visto che la moglie lo ha appena lasciato. Ma tutto torna, dalla moglie in fuga, all’amante vittima di uno zio che più imbecille non si può. Ci sono i messicani clandestini, una banda con tanto di nonna pistolera, sceriffi corrotti, sceriffe coraggiose, botti spari e crudeltà. Insomma una di quelle storie che sembrano scritte per diventare la sceneggiatura di un film di Rodriguez perché è proprio nella commistione divertita e divertente dei generi,nel fragore degli spari e nelle strizzate d’occhio al lettore che sta la forza di questo romanzo rapido (sin troppo....) ed efficace. Adesso aspettiamo l’autore a una prova più lunga e articolata, più ‘sua’. Il tempo delle citazioni finisce con l’ultima pallottola spara in questa interminabile, divertentissima, notte di sangue. Fabrizio Fulio Bragoni

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APPUNTAMENTO MILANONERA AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO Sabato 15 maggio ore 18 - Room to the Future Ebook StartUp! La nuova collana di ebook di MilanoNera Editore Invasioni mediatiche Intervengono Paolo Roversi, Stefano Di Marino, Patrizia Debicke, Giancarlo Bruiguglia e Francesca Colletti **** Appuntamenti con Paolo Roversi, direttore di MilanoNera, al Salone del libro di Torino per la presentazione del suo romanzo Milano Criminale (Rizzoli) "L'epopea criminale di una città. Il grande racconto della mala." Corriere della Sera

Domenica 16 maggio ore 11.30 - Stand Rizzoli Paolo Roversi firma le copie e incontra i lettori ore 13.00 - Arena Bookstock Paolo Roversi ospite della trasmissione di Luca Crovi "Tutti i colori del giallo" in diretta su Rai Radio2 ore 16.00 - SALONE OFF alla 3 Piazza Papa Paolo Giovanni II ITALIANOIR con Rosa Magliasso, Alessandro Bastasi, Enrico Pandiani, Sergio Paoli e Paolo Roversi ore.18.00 - Stand Ibs Presentazione e firmacopie con Marco Malvaldi e Paolo Roversi

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MilanoNera Mag - Maggio 2011  

Il numero di maggio 2011 di MilanoNera Mag

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